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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

Poesie

Di: TOMMASO CAMPANELLA

(141-163)

  (113-140)                    Indice

 

 

141
  Sonetto nel quale si ringrazia Amor
 d'aver ferito con li suoi dardi l'amante.
  1      Qual grazia o qual destin alto ed eterno
  2 mi scorse a rimirar quegli occhi, ond'io
  3 ne meno l'alma in sì dolce desio,
  4 che mal nel viver mio più non discerno?
  5     Passata la tempesta e l'aspro verno
  6 di quei sospir, che già doglioso e rio
  7 ferno un tempo mio stato, or lieto e pio,
  8 mi dona Amor nuovo piacer interno.
  9     Talché, o soave giorno, o cari strali,
 10 che mosse la mia donna in mezzo al core,
 11 quando prima ver'lei le luci apersi!
 12     Oh, se mi desse il Ciel tanto favore,
 13 che potessi mostrarvi, egri mortali,
 14 a pieno il mio contento in dolci versi!

142
  Sonetto nel quale si manifesta
 l'inestricabil laberinto d'Amore.
  1      Quando primieramente nel bel volto
  2 fui mosso a guardar voi, cara nemica
  3 parmi dicesse Amor: - Con gran fatica,
  4 misero, da tal nodo sarai sciolto. -
  5     Ed or da tanta pena fosse tolto
  6 pur finalmente il cor, e quell'antica
  7 mia voluntà, cui spesso Amor implica,
  8 cessasse dal desir sì cieco e stolto!
  9     Lasso! invan mi ritiro all'alto poggio
 10 della ragion, ché già cinto d'intorno
 11 mi preme l'avversario d'ogni parte.
 12     Non fuggir, non schivar, non altro appoggio
 13 trovo alla mia salute; e pien di scorno
 14 convien mi renda, e più non provi altr'arte.

143
  Sonetto sopra un laccio di capelli.
  1      Con tante spesse reti e stretti nodi,
  2 quante Amor fabricar mai ne sapesse,
  3 poi che al regno durissimo successe
  4 della Necessità, ninfa, mi annodi.
  5     Ed io, che tue bellezze, glorie e lodi
  6 nella mente profonda porto impresse,
  7 e le virtuti insieme ond'egli intesse
  8 tanto lavoro con occulti modi,
  9     di tuoi capegli un laccio dimandai
 10 (come ogni affetto il simile richiede)
 11 per segno di miei dolci lunghi guai.
 12     Compita ancor non è la mia mercede,
 13 se pria Vulcan, per non disciôrci mai,
 14 còlti in sua rete entrambi non ci vede.

144
  [A Dianora, suora francescana.]
  1      Donna, che in terra fai vita celeste
  2 sotto la guida di colui, che in Cristo,
  3 amando, trasformossi, e tale acquisto
  4 feo, che di crocifisso alfin si veste;
  5     tu fai grand'opre sì conformi a queste,
  6 che spirto acceso al mondo non s'è visto
  7 tanto d'amor divin all'altro misto
  8 che l'anime subleva afflitte e meste.
  9     Per ringraziar, non per lodarti, io vegno;
 10 ché non può lingua umana pienamente
 11 narrar le tue virtuti a parte a parte.
 12     Stella DIAN, ORA, al mio fragil legno
 13 che solca un mar d'affanni, onde non parte
 14 l'occhio del mio desire e della mente.

145
  [Muro noioso.]
  1      Parve a me troppo, ma alla cortesia
  2 di lei fu puoco in sogno consolarmi;
  3 onde volle anco vigilando darmi
  4 quel ben che sopra gli altri si desia.
  5     Sì che, mancando ogni consiglio e via,
  6 io stando dentro agli ferrati marmi,
  7 ella fuori, d'amor prendemmo l'armi.
  8 Alta dolcezza entrambi ne assorbìa.
  9     - L'orto ameno - dissi io; ella: - La chiave
 10 dammi, cor mio -; e tal gioia n'avvinse,
 11 che 'l morir ci parea bello e soave.
 12     Quando l'alme trasfuse risospinse
 13 muro interposto, ah ben noioso e grave!
 14 che amor soverchio in tutto non ci estinse.

146
  Sonetto fatto sopra un presente di pere
  mandate all'autore dalla sua donna, le quali
  erano tòcche dalli denti di quella.
  1      Le stampe delle perle, donde il fiato,
  2 che mi dà vita, sue figure imprime,
  3 nelle pere mandommi fresche e prime:
  4 don fra gli amanti assai cupidi amato.
  5     Grato odor, dolce umor v'era innestato,
  6 ché delle rose sue sparser le cime
  7 d'amor un mare e sue ricchezze opime:
  8 don, cui gustando, io diventai beato.
  9     Quand'io m'avveggio, benché tardo omai,
 10 che solo amor può darci il Sommo Bene,
 11 lo qual filosofando io non trovai,
 12     se virtù di mutar fanciulla tiene
 13 pere in ambrosia e i tristi in giorni gai,
 14 cangiar vita e costume or mi conviene.

147
  Sonetto di sdegno.
  1      Donna, dissi talor che gli occhi vostri
  2 eran del ciel due fiammeggianti stelle:
  3 dicolo ancor, ma di quell'empie e felle
  4 ch'apportan peste, ira, serpenti e mostri.
  5     E dissi ch'eran fiamme: or, con inchiostri,
  6 che sian fiamme il redico, ma di quelle
  7 che tormentan l'inique alme rubelle,
  8 sulfuree e smorte, ne' tartarei chiostri.
  9     E dissi che il sembiante e che il crin era
 10 di dea: or questo affermo, ma d'Averno,
 11 di Tesifon, d'Aletto e di Megera.
 12     Il vero allor conobbi, il vero or scerno;
 13 vera fu allor mia voce, or anco è vera:
 14 ché allor voi Paradiso, or sete Inferno.

148
  Sdegno amoroso.
  1      Queste d'ira e di sdegno accese carte,
  2 che d'un ingrato cuor son arme ultrici,
  3 legga chi fugge Amore, e vegga in parte
  4 i frutti suoi, l'infedeltà d'amici,
  5 com'io per breve amor diffuse e sparte
  6 lagrime ho tante, amare ed infelici.
  7 Or, se ferimmi Amor, odio mi sana,
  8 ché d'un contrario l'altro s'allontana.
  9     Di te vorrei lagnarmi, ingiusto Amore,
 10 poiché fusti principio al pianger mio;
 11 teco le mie querele e 'l mio furore
 12 con giusto ardir di vendicar desio;
 13 a te del mio penar pena maggiore
 14 conviensi; e 'l vuole e la natura e Dio,
 15 ché, se fusti cagion ch'io amassi altrui,
 16 or tu devi soffrir gl'inganni sui.
 17     Tu con l'aurato strale al manco lato
 18 mi facesti, crudel, profonda piaga;
 19 tu ne traesti il cor vinto e legato,
 20 dandolo in preda a dispettosa maga,
 21 che cela il finto amore e simolato
 22 sotto l'imagin sua, che mille immaga:
 23 immaga mille, e mille amori agogna;
 24 a nullo osserva fede, a sé vergogna.
 25     Dunque doveasi un tal ricetto a tanta
 26 grandezza del mio cuor, ch'ama in eterno?
 27 Empio! tu 'l sai con quant'onor, con quanta
 28 fede osservai le leggi e 'l tuo governo:
 29 governo iniquo, ov'il velen s'ammanta
 30 tra puoco dolce, ov'è sol frode e scherno!
 31 ingiuste leggi, in cui s'è terminato
 32 che si debba ferir un disarmato!
 33     Sol mi debbo lodar che pur talvolta
 34 ivi pervenni ove tu scherzi e ridi.
 35 Ma che miracol fu, se molta e molta
 36 turba nel luogo stesso ergi ed affidi?
 37 e qual obbligo fia, se rotta e sciolta
 38 la fé dell'empio cor subito vidi,
 39 e quinci e quindi i fraudolenti amori
 40 divisi e sparsi in velenati cuori?
 41     A te dunque mi volgo, ingorda arpia;
 42 di te giusta cagion ho di dolermi.
 43 Misera! or chi ad amar si mosse pria?
 44 Pria tu, che l'amor tuo festi vedermi
 45 e con lettere e segni; il cielo udìa
 46 d'Amore i colpi e i fragili tuoi schermi,
 47 e con tanti sospir, con tai parole,
 48 che fatto avriano in giù calar il sole.
 49     Ahi, quante volte le rilessi il giorno
 50 e quante volte accesero i desiri!
 51 Le baciava talor, talor intorno
 52 l'irrigava di pianto, e co' suspiri
 53 poi l'asciugava. Allor palese fôrno
 54 le mie pene amorose, i miei martìri.
 55 Esse ben sanno il fido petto mio,
 56 esse l'instabiltà del tuo desio.
 57     Non ti ricordi in quanti effetti e modi
 58 io t'ho fatto palese il riamarti?
 59 Vuoi che racconti forse, o pur che lodi
 60 che oprato ho quel c'ho più potuto oprarti?
 61 Or che cagion, che disciogliessi i nodi,
 62 t'ho dato io mai? di che potrai lagnarti,
 63 se non c'hai puoco amato e falsamente,
 64 avendo fisso in mille cuor la mente?
 65     Fra mille un solo è quel ch'in tutto ha spento
 66 quel puoco amor che simolando andavi.
 67 Ahi! misera infedele, hai ardimento
 68 di rivolger più gli occhi ove miravi?
 69 Dispergi, ingrata, ogni tua speme al vento,
 70 ché non terrai più del mio cor le chiavi:
 71 ama gli amanti tuoi, ama quell'uno,
 72 che mostra amarti più che amò ciascuno.
 73     Io più non amo; anzi, d'amore invece,
 74 odio quanto più posso, e fuggo e schivo.
 75 Sieguati pur chi vuole; a me non lece
 76 seguirti più: più sarò lieto e vivo,
 77 vivo marmo sarò; ché tal mi fece
 78 il tuo tepido amor e semivivo.
 79 Così liquido umor suol congelarsi
 80 in duro ghiaccio, e appena può disfarsi.
 81     Quest'ultime parole e quest'estreme
 82 note sian fine a quel duello antico;
 83 e, se fia ch'io per altri sudi o treme,
 84 cercarò fede all'amoroso intrico.
 85 Bastami sol, per or, che non mi preme
 86 cura d'Amor, ma me di me nutrico.
 87 E veggio ben c'ho navigato invano;
 88 amai sol ombre e fui dal ver lontano.

149
  Sonetto fatto dall'autore sopra un bagno
 mandatoli dalla sua donna, nel quale
 ella s'era prima lavata.
  1      La faccia di madonna, che di Dio
  2 sola può dirsi imagin vera in terra,
  3 e le man, providenza che non erra,
  4 bagnate in atto a me cortese e pio:
  5     tolsi l'acqua, applicaila al corpo mio,
  6 già fracassato dopo lunga guerra
  7 per gran tormento ch'ogni forte atterra,
  8 del medesmo liquor bevendo anch'io.
  9     Miraculo d'amor stupendo e raro!
 10 Cessò la doglia, io diventai più forte,
 11 le piaghe e le rotture si saldâro.
 12     Sentendo in me le sue bellezze assorte,
 13 le viscere, gioendo, trapassâro
 14 in lei, mia dolce vita, dalla morte.

Rime amorose scritte ad istanza di F. Gentile e altri
150
  [A Francesco Gentile.]
  1      Convenir troppo l'effetto e l'affetto
  2 al tuo nome, o Gentil, ne fa gran fede
  3 Amor, che in gentil cuor solo risiede,
  4 che fatto ha tempio suo tuo gentil petto;
  5     dove altamente il simulacro eretto
  6 di Flerida, ch'ogni altra bella eccede
  7 quant'ogni stella il sol, render si vede
  8 la magion lieta, e lieto l'architetto.
  9     Ond'io m'inchino a lei, e per lei ti priego
 10 ch'a lei e a te e a noi gentil ti mostri,
 11 il fatal pazzo Campanella aitando.
 12     Dio ti guardi Flerida e dal suo niego:
 13 apri il balcone; ond'ei, senno acquistando
 14 dal su' amor, canti con più gloria i vostri.

151
  [La voce di Flerida] Madrigale fatto
 ad istanza del signor Francesco Gentile.
  1      Quando parla uom mortale,
  2 pria l'aer muove e poi l'orecchio intuona;
  3 indi lo spirto sue figure accoglie.
  4 Ma pria l'anima assale,
  5 quando Flerida mia canta o ragiona.
  6 La dolce voce invola le mie voglie,
  7 ché dell'udir le soglie,
  8 e sì soavemente,
  9 passa, che non si sente,
 10 come fa Dio in noi; ond'io revelo
 11 ch'ella donna non sia, ma dea del cielo.

152
  [I tre nèi di Flerida.]
  1      Amor, nei gesti vaghi e riverenti
  2 che la Flerida mia non abbia pare,
  3 d'un neo sul bel ginocchio il fai notare,
  4 sostegno de' leggiadri movimenti.
  5     Che 'l lampeggiar del riso e i grati accenti
  6 e i dolci baci in terra posson fare
  7 un paradiso di dolcezze care,
  8 col neo sul labro, per prova non menti.
  9     Per cui m'additi un altro anche fiorito
 10 vezzoso dio sul consecrato fonte
 11 dell'immortalitate all'appetito.
 12     Tai del sommo ben mio tre note c¢nte
 13 di delizie nel pelago io smarrito 
 14 per stelle osservo d'un tanto orizzonte.

153
  [Il corpo di madonna paragonato all'universo.]
  1      Madonna, han scritto che l'umana testa
  2 il ciel sembri, del cui bel Paradiso
  3 la bocca è fonte, gli occhi stelle, e 'l viso
  4 dove il folgore nasce e la tempesta;
  5     Dio, la ragion che sempre mai sta desta;
  6 gli angeli, i spirti che portano avviso;
  7 e 'l resto e quel di sotto han poi diviso
  8 con bella somiglianza e manifesta.
  9     L'umana terra sta nell'uman centro,
 10 che del suo paradiso il fonte asconde;
 11 son gambe, piè, man, braccia, arte e sostegno.
 12     Però de' nèi che porti, dui, nati entro
 13 l'acque de' Paradisi, hanno il fior, donde
 14 lontan, sterile resta il terzo segno.

154
  [A Flerida, per il nuovo anno.]
  1      Sorgi, Flerida mia,
  2 ch'io sento risanarme; onde, tu essendo
  3 e tu insieme ed io, forz'è che torni
  4 al tuo vigor di pria,
  5 sì come penavo io, tu ancor patendo,
  6 tu sol, che fai i miei giorni
  7 tutti sereni e adorni.
  8 Ciò ch'a te piace e giova,
  9 in me ancor si ritrova.
 10 Passi il tempo fatal del nostr'affanno,
 11 venga il sperato ben del novell'anno.

155
  [L'universo intero canti Flerida.]
  1      Il biondo Apollo e 'l coro di Parnasso,
  2 il fonte pegaseo, gli verdi allori,
  3 Pindo, Elicona cantin vostri onori;
  4 e «Flerida» risuoni ogn'antro e sasso.
  5     Tu, d'ogni vil pensier, nonch'atto basso
  6 schiva, tu sola ordisci alti lavori;
  7 e per te avvien che Lete strida e plori,
  8 mentre al Cielo veloce muovi il passo.
  9     Flerida sii, cor mio, perch'altri pianga
 10 d'invidia e gelosia, ma io teco rida,
 11 ancor se ben di lungi e 'n spirto giunto.
 12     A quel seno divino, ove s'annida
 13 grazia, virtù e beltà, fruisca a un punto
 14 quel ch'altri presso stenta, e a pianger sfida.

156
  Sonetto alla signora Giulia.
  1      Gioia, idea, vita, luce, idolo, amore,
  2 mia propria essenza, in cui mi trasformai,
  3 sei, Giulia mia; sì ben altro non mai
  4 porto in bocca, nell'animo e nel core.
  5     Né sol di me lo spirital valore
  6 in te han converso i tuoi benigni rai,
  7 ma la carne anche e l'ossa, ond'io restai
  8 gioco, iride, umbra, luna, imago, ardore.
  9     Vivo io, non io, ma tu vivi in me stesso;
 10 tu ti chiami Gentil, io del Gentile,
 11 cioè dell'esser tuo titulo e segno.
 12     Deh! m'avess'anche il mio fato concesso
 13 ch'in te foss'anco il mio restante umìle
 14 transumanato dall'Eterno Ingegno.

157
  Madrigale alla signora Giulia.
  1      Stia pur GIU` LIA e Rachele,
  2 e alle bellezze sovrumane e sole
  3 di Giulia mia cedan, che 'l nome il vole.
  4 Sette e sett'anni ambroggia e dolce mèle
  5 sono per servir lei, e cento, e mille,
  6 tutti sono d'amor suavi faville,
  7 perché servir sì gran beltà infinita
  8 è sempiterna gioia, eterna vita.

158
  Sonetto alla signora Maria.
  1      D'amor oggetto e di bontà evidenza
  2 beltà si dice, o bella ninfa mia:
  3 bontà non ci è, se non ci è cortesia,
  4 né amar si deve chi d'amor è senza.
  5     Sei bella ed hai sovrana intelligenza
  6 dell'amorosa legge; e perché pia
  7 non mi ti mostri? T'appellan Maria,
  8 nome di gran pietà: dov'è l'essenza?
  9     Deh! non si dichi mai che 'l volto e 'l nome
 10 belli ritenghi sol, l'alma, gli affetti
 11 contrari essendo, ch'io creder nol voglio.
 12     Se mi reputi indegno di te, come
 13 pria mi degnasti? Dunque uopo è ch'aspetti
 14 nova arte di pietate al mio cordoglio?

159
  Madrigale fatto ad istanza del
 signor Francesco Gentile alla signora Maria.
  1      Tutta leggiadra e bella
  2 sei, dolce anima mia,
  3 piena di grazia e di beltà; MA RIA,
  4 se ben del ciel sei luminosa stella.
  5     Ché, avendo il volto e 'l nome
  6 di pietade e dolcezza,
  7 se poscia il cuor dentro ritien fierezza,
  8 ognor di biasmo ed onte carchi some.
  9     Non stanno ben insieme
 10 bellezza e crudeltade,
 11 perché l'una ci toglie libertade,
 12 e l'altra affatto nostra vita preme.
 13     Sii dunque a me, cor mio,
 14 d'amore e cortesia
 15 verace albergo, SE VERA Maria;
 16 ché mal senza di te viver posso io.

160
  [Risposta dell'amata.]
  1      Non fu pensier villano,
  2 che pose freno all'alto mio desire
  3 o dubbitò di vostra gentilezza,
  4 dolce signor sovrano.
  5 Né a cotanto voler mancò l'ardire;
  6 ma per l'inusitata sua vaghezza,
  7 fûrno i miei spirti sparti
  8 sino all'estreme parti;
  9 e quanto più raccôr io lor volevo,
 10 tanto più li perdevo.
 11 Quando sentii dal cielo occulto canto:
 12 - Non violar tu quest'albor sacrosanto. -
 13 Io rispondevo in pianto.
 14 Ei soggionse che 'l côrre d'un sol fiore
 15 senz'altro frutto, fia mio eterno ardore.

161
  Sonetto d'Orazio di G. a don G. d'A.
  1      - Gli occhi vostri... - diss'io; quivi perdei
  2 la voce, ch'era a celebrarvi uscita,
  3 quando bocca più degna e più gradita
  4 replicò con stupor gli accenti miei.
  5     Quasi volesse dir: - Sciocco, tu sei
  6 bastante a rimirar luce infinita? -
  7 Oltre passando poi, restò smarrita
  8 l'anima in grembo a pensier tristi e rei.
  9     Allor, qual uom che teme ingiuria o danno,
 10 nulla risposi; ond'or dubbie parole
 11 mi dan continuo ed angoscioso affanno.
 12     Ch'io volea dir: - Le luci ardenti e sole
 13 di bei vostr'occhi, alma real, qui fanno
 14 sereno giorno, or ch'è sparito il sole. -

162
  A Venezia. [Palinodia]
  1      Solo Cam con la sua progenie immonda
  2 ch'al gran padre, nel vin sepolto, fanno
  3 vergogna e vituperio, ora in te stanno;
  4 ché 'l seme giusto è uscito omai da l'onda.
  5     Tu nave or di Caronte, ch'a la sponda
  6 tartarea guidi nell'eterno danno
  7 tante alme tristi, che piangendo vanno
  8 la tua brama d'un obolo profonda.
  9     Da questa metamorfosi ognun puote
 10 scorger che 'l Ciel sdegnato a voi l'ingegno,
 11 per punir vosco tutta Europa, invola.
 12     Ecco dal polo andar lunge Boote,
 13 ed a l'altro emisfero il santo regno
 14 dal fiero drago; e Dio far nova scola.


163
  Disticon pro rege Gallorum.
  1      Turca necem fratri, Nero matri, insontibus infert;
  2 sontibus at Gallus parcit utrisque pius.


  (113-140)                    Indice

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Ultimo Aggiornamento: 
13/07/05 23:25