De Bibliotheca

Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

Piccolo mondo antico

Di: Antonio Fogazzaro

PARTE PRIMA

Cap. 4 Cap.5 Cap.6

4. La lettera del Carlin

Franco discese il monte adagio adagio, tutto chiuso nel suo mondo interiore così pieno di cose, di pensieri, di sentimenti nuovi, fermandosi ogni tratto a guardar la strada biancastra e i campicelli scuri, a toccar le foglie d'una vite o i sassi d'un muricciuolo per sentire la realtà del mondo esterno, persuadersi che non sognava. Solamente a Casarico, nella contrada dei Mal'ari, davanti alla porticina della villetta Gilardoni, si ricordò delle parole oscure di mamma Teresa circa la confidenza fattale dal Gilardoni e si domandò quale potesse mai essere l'arcano che non conveniva rivelare a Luisa. A dir il vero questo consiglio della mamma non gli era piaciuto interamente. "Come mai", pensò bussando all'uscio, "nasconderei qualche cosa a mia moglie?"

Il professore Beniamino Gilardoni, figlio del "Carlin de Dàas", era stato fatto studiare dal vecchio don Franco Maironi, dal marito della marchesa Orsola, uomo bizzarro, lunatico, violento, ma generoso. Quando il Carlin morì, si vide che la generosità del Maironi non sarebbe stata necessaria. Beniamino ereditò un discreto gruzzoletto e ciò fece andare in bestia don Franco che lo tenne responsabile dell'ipocrisia paterna, gli voltò le spalle né volle più saperne di lui nel poco tempo che visse ancora dopo la morte del suo agente. Il giovane entrò nell'insegnamento, fu professore di latino nel ginnasio di Cremona e di filosofia nel liceo di Udine. Cagionevole di salute e timoroso assai del male fisico, alquanto misantropo, piantò nel 1842 la cattedra e venne a godersi la modesta eredità paterna in Valsolda. Il natio paesello di Dasio, seduto sotto le rocce dolomitiche dell'Arabione, era troppo alto e troppo incomodo per lui. Vendette i suoi beni di lassù, si comperò l'uliveto del Sedorgg sopra Casarico e una villetta in Casarico stesso, sulla riva del lago; un gingillo di villetta che egli chiamava per la sua forma "pi greco" a immagine del diagramma di Ugo Foscolo. Dalla contrada dei Mal'ari un andito breve metteva nel cortiletto addossato a un portico minuscolo e aperto verso il lago, fra grandi oleandri, di fronte a sei miglia d'acqua verde o grigia o azzurra, secondo i momenti, fino al monte S. Salvatore inclinato là in fondo, sotto il peso della sua gobba malinconica, ai sottoposti colli umidi di Carona. A levante della casina si stendeva un orto favolosamente spazioso per quei paesi le cui pianure l'ingegnere Ribera soleva definire con questa citazione censuaria: campo grande, detto il campone, tavol sett. Sette tavole son venti o ventidue metri quadrati. Il professore lo coltivava con l'aiuto del suo servitorello Giuseppe, detto il Pinella, e d'una bibliotechina di trattati francesi. Si faceva venire di Francia i semi delle qualità d'ortaggi più celebrate, che talvolta gli spuntavano ignobilmente diversi dalla loro fede di battesimo e magari da qualunque onesta famiglia battezzata. Accadeva allora che filosofo e famiglio, curvi sull'aiuola con le mani alle ginocchia, levassero gli occhi dai germogli beffardi per guardarsi in faccia, il primo sinceramente, il secondo ipocritamente compunto. In un canto dell'orto viveva, nella sua stalletta costrutta con tutte le regole dell'arte, una vaccherella svizzera comperata dopo tre mesi di assidui studi e riuscita magra e cagionevole quanto il padrone; al quale, malgrado la mucca svizzera e quattro galline padovane, capitava spesso di non potersi preparare in casa un latte all'ovo. Nel muro di sostegno verso il lago, battuto al piede dall'onda piena della breva, egli aveva praticati dei fori e piantato, per consiglio di Franco Maironi, alquante agavi americane, alquanti rosai e capperi, fasciando così, come soleva dire, con una elegante forma poetica il sostanzioso contenuto dell'orto. E per amore di poesia aveva lasciato incolto un breve angolo dell'orto stesso. Vi era cresciuto un canneto altissimo e a questo canneto il professore aveva addossato una specie di belvedere, un alto palco di legno, molto rustico e primitivo, dove nella buona stagione passava qualche gradevole ora leggendo, al fresco della breva, al mormorio del canneto e delle onde, i libri mistici che amava. Da lontano il colore del palco si confondeva con quello del canneto ed il professore pareva seduto in aria col suo libro in mano, come un mago. Teneva nel salotto la bibliotechina d'orticoltura; i libri mistici, i trattati di negromanzia, di gnosticismo, gli scritti sulle allucinazioni e sui sogni li teneva in uno studiolo vicino alla camera da letto, in una specie di cabina di nave dove il lago o il cielo parevano entrare dalla finestra.

Dopo la morte del vecchio Maironi il professore aveva ripigliato a visitare la famiglia, ma la marchesa Orsola gli piaceva poco e don Alessandro suo figlio, padre di Franco, meno ancora. Finì con andarci una volta l'anno. Quando il giovinetto entrò in liceo, il Gilardoni fu pregato dalla nonna, ché il padre era morto da un pezzo, di dargli qualche lezione durante l'autunno. Maestro e scolaro si somigliavano nei facili entusiasmi, nelle collere veementi e fugaci, ed erano caldi patrioti ambedue. Cessato il bisogno delle lezioni si rividero come amici benché il professore avesse oltre a vent'anni più di Franco. Questi ammirava l'ingegno del suo allievo; Franco invece stimava assai poco la filosofia mezzo cristiana mezzo razionalista del maestro, le sue tendenze mistiche; rideva della sua passione per i libri e per le teorie d'orticoltura e giardinaggio, scompagnata da qualsiasi senso pratico. Lo aveva tuttavia molto caro per la sua bontà, per il suo candore, per il suo calor d'animo. N'era stato il confidente al tempo dell'infelice amore concepito dal Gilardoni per la signora Teresa Rigey e lo aveva poi ricambiato con le confidenze proprie. Il Gilardoni ne fu molto commosso; disse a Franco che avendo nel cuore quel tale culto gli sarebbe parso di diventar un poco suo padre anche se la signora Teresa non volesse saperne di lui. Franco non mostrò di apprezzare questa paternità metafisica; l'amore per la signora Rigey gli pareva un'aberrazione; ma insomma si confermò nell'idea che la testa del professore non valeva gran cosa e che il cuore era d'oro.

Bussò, dunque, all'uscio e venne ad aprirgli il professore in persona portando un lumicino a olio. "Bravo", diss'egli. "Credevo che non venissi più."

Il Gilardoni era in veste da camera e pantofole, aveva in testa una specie di turbante ed esalava un forte odore di canfora. Pareva un turco, un Gilardoni bey; ma la faccia magra e giallognola che sorrideva sotto il turbante nulla aveva di turchesco. Contornata d'una barbetta rossastra, fiorita pomposamente, nel mezzo, d'un bel nasone bitorzoluto e vermiglio, luceva per due begli occhi azzurri, molto giovanili, pieni d'ingenua bontà e poesia.

Appena Franco ebbe chiuso l'uscio dietro di sé, l'amico gli sussurrò: "È fatto?". "È fatto", rispose Franco. L'altro lo abbracciò e lo baciò silenziosamente. Poi lo fece salire nello studiolo. Gli spiegò strada facendo che s'era applicato sulla testa delle compresse d'acqua sedativa, secundum Raspail, per una minaccia di emicrania. Egli era un apostolo di Raspail e aveva convertito anche Franco, molto soggetto alle infiammazioni di gola, dalle sanguisughe alla sigaretta di canfora.

Nello studiolo, nuovo amplesso, molto stretto e molto lungo. "Tanto, tanto, tanto!", esclamò Gilardoni sottintendendo un mondo di cose.

Povero Gilardoni, gli occhi gli luccicavano. Aveva sperato invano una felicità simile a quella dell'amico suo! Franco intese, s'imbarazzò, non seppe dirgli nulla, e ne seguì un silenzio così significativo che il Gilardoni non poté sopportarlo e si mise ad accendere un po' di fuoco per riscaldare il caffè che aveva preparato. Franco si offerse per questa bisogna e il professore accettò allegando il suo mal di capo, si mise a disfare il turbante davanti a una scodella d'acqua sedativa. "Dunque", diss'egli, dominando la propria emozione con uno sforzo di volontà, "mi racconti." Franco gli raccontò ogni cosa dal pranzo della nonna fino alla cerimonia nuziale nella chiesa di Castello, eccetto, naturalmente, il colloquio segreto con mamma Teresa. Il professore Beniamino, che intanto si era rimesso il turbante, si fece coraggio a mezzo. "E...", diss'egli sostituendo al nome amato una specie di gemito sordo, "come sta?" Udito dell'allucinazione, esclamò: "Una lettera? Le pareva di vedere una lettera? Ma che lettera?". Questo, Franco non lo sapeva. Uno stridore sulla brace interruppe la conversazione; il caffè bolliva a scroscio e si versava.

Il Gilardoni somigliava al suo giovane amico pure in questo che gli si leggeva il cuore in faccia. Il giovane amico, ch'era del resto un lettore di facce infinitamente più sagace e pronto di lui, capì subito ch'egli aveva pensato ad una data lettera e gli chiese, mentre il caffè stava posando, se fosse in grado di spiegar quell'allucinazione. Il professore si affrettò a rispondere di no, ma tosto pronunciato il no lo attenuò con parecchi altri no misti a inarticolati brontolii: "eh no - no già - non saprei - insomma no". Franco non insistette e ne seguì un altro silenzio alquanto significativo. Preso il caffè con molti involontari segni d'inquietudine, il professore propose bruscamente d'andare a letto. Franco, dovendo ripartire prima di giorno, preferì non coricarsi ma volle che si coricasse l'amico, e l'amico, dopo infinite proteste e cerimonie, dopo aver esitato fin sulla soglia della porta con la sua scodella d'acqua sedativa in mano, fece di colpo un volta faccia, si gittò alle spalle un "addio" e scomparve.

Rimasto solo, Franco spense il lume e si distese sulla poltrona con la buona intenzione di dormire, cercando il sonno in qualche pensiero indifferente, se gli fosse possibile di fermarvisi. Non erano passati cinque minuti quando fu picchiato all'uscio e subito entrò precipitosamente, senza lume, il professore dicendo: "Insomma sono qui!". "Cosa c'è?", esclamò Franco. "Mi rincresce che ho spento." Si sentì in pari tempo le braccia del buon Beniamino intorno al collo, la sua barba, la canfora e la voce sul viso.

"Caro caro caro caro don Franco, io ho un peso enorme sul cuore, non volevo parlare adesso, volevo lasciarla quieto ma non posso, non posso, poss no, poss no, poss no!"

"Ma parli, si quieti, si quieti!", disse Franco sciogliendosi dolcemente da quell'abbraccio.

Il professore lo lasciò e si portò le mani alle tempie gemendo: "Oh che animale, che animale, che animale! Potevo ben lasciarla tranquillo, potevo ben aspettare domani! o posdomani! Ma ormai è fatta, è fatta".

Afferrò le mani di Franco. "Creda, avevo cominciato a spogliarmi quando mi ha preso come una vertigine e lì, andiamo, metti su da capo le vesta, e via, corri qua come un matto, senza lume! Nella furia ho persin rovesciato la scodella dell'acqua sedativa!"

"Accendiamo il lume?", chiese Franco.

"No no no! Meglio parlare al buio, meglio parlare al buio! Guardi, mi metto persino qui, io!" Andò a sedere al suo scrittoio fuori del chiaror debole ch'entrava dalla finestra, e parlò. Parlava sempre nervoso e disordinato; figurarsi adesso con l'agitazione che aveva in corpo.

"Comincio, neh? Chi sa cosa dirà, caro don Franco! Tutte chiacchiere inutili, queste; ma cosa vuole, là, pazienza. Comincio dunque; di dove comincio? Ah Signore, vede che bestia sono che non so nemmeno più dove cominciare? Ah, quell'allucinazione! Sì, Le ho detto una bugia poco fa, posso benissimo sospettare l'origine di quell'allucinazione. Si tratta d'una lettera, proprio d'una lettera che io ho fatto vedere due anni sono alla signora Teresa. Una lettera del povero don Franco Suo nonno. Bene, adesso cominciamo dal principio.

Il mio povero papà, negli ultimi giorni della sua vita mi parlò di una lettera di don Franco che avrei trovato nel cassettone dov'erano tutte le carte da conservarsi. Mi disse di leggerla, di custodirla e di regolarmi, a suo tempo, secondo la mia coscienza. "Però", disse, "è quasi certo che non vi sarà niente da fare." Il povero papà viene a mancare, io cerco la lettera nel cassettone, non la trovo. Frugo tutta la casa, non la trovo. Cosa vuole? Mi do pace con l'idea che non ci sarà niente da fare e non ci penso più. Bestia, vero? Animale? Me lo dica pure, me lo merito, me lo son detto tante volte io. Schiavo, andiamo avanti. Lei sa com'è stata regolata la successione di Suo nonno? Sa come sono andati gli affari di casa Sua? Mi perdona, neh, se Le parlo di queste cose?"

"So che mio nonno morì senza testamento e che non ho niente", rispose Franco. "Passiamo, andiamo avanti."

Era un argomento penoso davvero, per Franco. Alla morte del vecchio Maironi non s'era trovato testamento. La vedova e il figlio don Alessandro si erano divisi la sostanza per metà, d'amore e d'accordo. Per riuscire a questo il figlio aveva fatto alla madre una donazione assai grossa dichiarando d'interpretare la volontà paterna cui era mancato il modo d'esprimersi. Il giovane, vizioso, giuocatore, prodigo, era già impigliato, alla morte di suo padre, nei lacci degli usurai. Nei sette anni che visse ancora si governò per modo da non lasciare un soldo al suo unico figlio Franco, il quale rimase con una ventina di mila svanziche, la sostanza di sua madre, morta nel metterlo alla luce.

"Sì, sì, andiamo avanti", riprese il Gilardoni. "Tre anni fa, dico tre anni fa, ricevo una Sua lettera. Ricordo ch'era il due novembre, il giorno dei morti. Cose strane, cose misteriose. Senta bene. La sera vado a letto e faccio un sogno. Sogno la lettera di Suo nonno. Noti che non ci avevo mai più pensato. Sogno di cercarla e di trovarla in una vecchia cassa che tengo in granaio. La leggo, sempre in sogno. Cosa dice? Dice che nella cantina di casa Maironi a Cressogno c'è un tesoro e che questo tesoro è destinato a Lei. Mi sveglio con una emozione straordinaria, con la convinzione che si tratta di un sogno veridico. Mi alzo e vado a guardare nella cassa. Non trovo niente. Ma due giorni dopo, volendo vendere certi fondi che avevo ancora a Dasio, piglio in mano un vecchio atto di compera che papà teneva nel suo cassettone, lo sfoglio e me ne casca fuori una lettera. Guardo la sottoscrizione, vedo, "nobile Franco Maironi". La leggo; è quella! Ecco, dico, il sogno che..."

"Ebbene?", interruppe Franco. "Questa lettera, cosa diceva?"

Il professore si alzò, prese uno zolfino lungo mezzo braccio, lo cacciò nella brace del caminetto e accese il lume.

"L'ho qui", diss'egli con un gran sospiro sconsolato. "Legga."

Si cavò di tasca e porse a Franco una lettera giallognola, di piccolo formato, senza busta, con le tracce d'un'ostia rossa. Le linee nero-giallastre dello scritto interno trasparivano qua e là quasi in rilievo.

Franco la prese, l'accostò al lume e lesse ad alta voce:

Caro Carlin,

Troverai dentro la presente il mio testamento.

Ne ho fatto due copie. Una è presso di me. L'altra è questa che io t'incarico di pubblicare se la prima non viene fuori. Hai capito? Basta, e quando mi vedrai ti è assolutamente proibito di rompermi... col darmi consigli secondo il tuo maledetto vizio. Tu sei la sola persona di cui mi fido, ma del resto io non ho che a comandare e tu non hai che a obbedire; dunque tutti i rompimenti sono inutili e intollerabili. Ciao.

Il tuo aff. padrone

Nob. Franco Maironi

Cressogno, 22 settembre 1828

"Ecco il testamento, adesso", disse il Gilardoni, lugubre, porgendo a Franco un altro foglietto giallognolo. "Ma questo non lo legga ad alta voce."

Il foglietto diceva:

Io sottoscritto, nobile Franco Maironi, intendo disporre delle mie sostanze, con questo atto d'ultima volontà.

Essendoché donna Orsola Maironi nata marchesa Scremin si è degnata di accettare insieme a molti altri omaggi anche i miei, le lascio in segno di gratitudine lire di Milano diecimila per una volta tanto e il gioiello per lei più prezioso della casa ossia don Alessandro Maironi, debitamente inscritto nei registri della parrocchia della Cattedrale in Brescia come mio figlio.

Lascio al detto mio figlio la porzione legittima che gli spetta della mia facoltà e tre parpagliole al giorno in più, in segno della particolare mia stima.

Lascio al mio agente di Brescia signor Grisi, se si troverà al mio servizio al momento della mia morte, tutto quello che mi ha preso.

Lascio al mio agente di Valsolda, Carlino Gilardoni, colla condizione come sopra, lire di Milano quattro al giorno, sua vita natural durante.

Intendo che sia celebrata nella Cattedrale di Brescia una messa quotidiana finché sarà in vita donna Orsola Maironi Scremin, per la salute dell'anima sua. - Di tutta la restante mia sostanza istituisco e nomino erede il mio nipotino don Franco Maironi di don Alessandro.

Fatto, scritto e sottoscritto il 15 aprile 1828.

Nob. Franco Maironi

Franco lesse e restituì la carta come trasognato, senza dir nulla. Era commosso e sentiva confusamente di doversi dominare, di dover reprimere la propria commozione e raccogliersi, veder chiaro nella cosa e in se stesso.

"Ha visto?", fece il professore.

A questo punto la sovraeccitazione del Gilardoni sali al colmo.

"Perché non parlare prima, eh?", riprese. "È ben qui la storia che un perché positivo, là, chiaro, preciso, non c'è caso, io non lo posso dire! Queste carte mi hanno fatto orrore. Se si fosse trattato di me, di mio padre, di mia madre, avrei lasciato andare un milione piuttosto di domandarlo con queste carte alla mano. Adesso sono ancora una bestia di dir questo, metta ch'io non abbia detto, perché al posto Suo, tutt'altro! Dicevo al posto mio, Signore! Si sa! Dunque mi pareva, guardi che asino, che la nonna Le volesse un gran bene, che la roba del nonno finirebbe a ogni modo nelle Sue mani; e con quest'idea!... Passa un po' di tempo, mi consiglio con la signora Teresa, le mostro lettera e testamento. Mi dice che avrei dovuto informar Lei subito, appena fatta la scoperta, ma che oramai, essendovi di mezzo, in qualche maniera, sua figlia, non mi vuol dare alcun consiglio. Del resto, dice... Bene, questo non importa. Capisco insomma che il testamento le fa orrore anche a lei. Cosa vuole, io mi metto in testa che già la nonna finirà con accettare il matrimonio e non parlo. Stasera Lei mi dice che la nonna minaccia; si figuri! Adesso capisce che non ho potuto aspettare, che non ho potuto tenere un momento ancora queste carte; ecco, a Lei, le prenda!"

Franco, assorto nei propri pensieri, non udì che queste ultime parole. "No", diss'egli, "non le prendo. Mi conosco. Se le ho in mano posso fare troppo presto qualche cosa di troppo grave. Le tenga Lei, per ora." Il Gilardoni non voleva saperne di tenerle, e Franco ebbe uno de' suoi scatti di impazienza. Niente gl'irritava i nervi, del resto, come gli sfoghi sconclusionati della gente di buon cuore e di cattiva testa. Si riscaldò perché il Gilardoni resisteva, gli fece intendere che quel volersi sbarazzare a ogni costo delle carte era egoismo bell'e buono e che quando si fanno degli spropositi bisogna subirne le conseguenze. Le parole furono presso a poco queste; la faccia irritata e dura diceva molto peggio. Il Gilardoni, rosso rosso, fremeva tutto per quell'accusa di egoismo, ma si contenne; e fatto anche lui un fiero cipiglio, ripetendo "bene bene bene bene", intascò frettolosamente le carte e uscì senz'altro. Subito Franco, per soddisfazione della propria coscienza, si mise a persuader se stesso che il signor Beniamino aveva tutti i torti possibili; torto di non avergli consegnato le carte molto prima, torto di essersi fatto pregare adesso per tenerle ancora, torto di essersi offeso. Sicuro di far la pace con lo sconclusionato filosofo, non pensò più a lui, spense il lume e, ritornato alla sua poltrona, ripiombò nelle riflessioni di prima.

Adesso cominciava a vederci chiaro. Non poteva servirsi con dignità di quel testamento disonorante per la nonna nella forma e nella sostanza, nel sospetto che generava, considerata la lettera, di una soppressione delittuosa; poco onorevole anche per suo padre. No, mai. Conveniva dire al professore di bruciar tutto. Così, signora nonna, trionferò di te, facendoti grazia della roba e dell'onore senza curarmi di dirtelo! Assaporandosi questo proposito, Franco si sentì quasi alzar da terra, respirò a pieni polmoni, contento di sé come un principe, illuminato e pacificato nell'anima da un sentimento misto di generosità e d'orgoglio. Malgrado tutta la sua fede e le sue pratiche cristiane, egli era lontanissimo dal sospettare che un tale sentimento non fosse interamente buono e che una magnanimità meno conscia di se stessa sarebbe stata più nobile.

Si lasciò cadere sulla spalliera della poltrona, disposto, meglio che prima nol fosse, al riposo, pensando tranquillamente alle cose lette, alle cose udite, come uno che per poco non si è lasciato prendere in una speculazione rischiosa e ne considera le angustie, i guai evitati per sempre. Avveniva pure in fondo all'anima sua un sommovimento di vecchie memorie. Gli tornò a mente la storia di un certo discorso fatto da una vecchia cameriera sulla ricchezza di casa Maironi che sarebbe stata rubata ai poveri. Egli era bambino, allora, e la donna non s'era fatto riguardo di parlare in presenza sua. Ma il bambino ne aveva riportato una impressione profonda, risvegliatagli più tardi, a mezza l'adolescenza, da un certo prete che gli avea raccontato in aria di segreto, con solennità e forse non senza intenzione, come la roba Maironi provenisse da una lite vinta, contro giustizia, all'Ospitale Maggiore di Milano.

"Così per me", pensò Franco, "tutto è ritornato al diavolo."

Gli venne in mente che potesse esser tardi, riaccese il lume e guardò l'orologio. Erano le tre e mezzo. Oramai gli sarebbe stato impossibile di riposare. Era troppo vicino il momento di ritrovarsi con Luisa, la sua immaginazione era troppo accesa. Ancora un'ora e mezzo! Egli guardava l'orologio tutti i momenti; questo benedetto tempo non passava mai. Prese un libro e non poté leggere. Aperse la finestra; l'aria era mite, il silenzio profondo, il lago chiaro verso il San Salvatore, il cielo stellato. A Oria si vedeva un lume. Il suo destino era forse di vivere colà, in casa dello zio. Si mise, guardando distrattamente il punto luminoso, a immaginar l'avvenire, fantasmi che sempre mutavano. Verso le quattro e mezzo udì un tocco di campanello al piano inferiore, e poco dopo, il Pinella venne ad avvertirlo a nome del padrone, che, se voleva far la salita del Boglia, era tempo di mettersi in cammino. Il padrone aveva un gran dolor di capo e non poteva muoversi, né riceverlo. Franco cercò sulla scrivania un pezzo di carta e vi scrisse:

"Parce mihi, domine, quia brixiensis sum".

Poi uscì, fu accompagnato dal Pinella col lume fino al sottoportico tenebroso dove mette capo la strada di Castello e scomparve.

La marchesa Orsola suonò il campanello alle sei e mezzo e ordinò alla cameriera di portare il solito cioccolatte. Ne inghiottì una buona metà e poi domandò con tutta flemma a che ora don Franco fosse ritornato.

"Non è ritornato, signora marchesa."

Le viscere della vecchia dovettero turbarsi un poco, ma neppure un muscolo del suo viso si mosse. Ella posò le labbra sull'orlo della tazza di cioccolatte, guardò la cameriera e disse pacatamente:

"Portatemi uno di quei biscottini di ieri."

Verso le otto la cameriera ritornò per annunciarle che don Franco era venuto e non aveva fatto che salire in camera, pigliarvi il suo passaporto, ridiscendere e incaricare il cameriere di trovargli un barcaiuolo che lo conducesse a Lugano. La marchesa non fiatò, ma più tardi mandò ad avvertire il suo confidente Pasotti che lo aspettava. Pasotti capitò subito e si trattenne con lei una buona mezz'ora. La dama voleva assolutamente sapere dove e come suo nipote avesse passata la notte. Pasotti aveva già raccolte e poté offrire certe voci vaghe intorno a una visita notturna di don Franco in casa Rigey; ma si desideravano notizie esatte e sicure. Il sagace Tartufo, curioso per natura come un bracco che va fiutando tutte le puzze, ficcando il muso in tutti i buchi e strofinandolo a tutti i calzoni, promise di fornirle alla signora marchesa dentro un paio di giorni, e se ne andò con gli occhi scintillanti, fregandosi le mani nell'aspettazione di una piacevole caccia.

5. Il "bargnìf" all'opera

La mattina seguente, Pasotti, preso il caffè e latte e meditato il piano di caccia fino alle dieci e mezzo, fece venire la signora Barborin, che dormiva in un'altra camera perché al Controllore, ella lo chiamava umilmente così, dava noia il suo russare. "El ga reson", diceva la povera sorda, "l'è on gran malarbetto vizi che goo." Ella era più vecchia di suo marito, lo aveva sposato in seconde nozze, per tenerezza di cuore, portandogli alcuni quattrini cui egli aveva mirato da un pezzo e che ora si godeva. Il Controllore le voleva bene a modo suo, la costringeva a visite, a gite in barca, a passeggiate sui monti, ch'erano un supplizio per lei, si burlava della sua sordità, la mandava fuori coperta di seta e di piume e in casa la faceva lavorare come una fantesca. Malgrado tutto ella riveriva e serviva "el Controlòr" come una schiava, con gran timore eppure non senza affetto. Quando non lo chiamava "el Controlòr" lo chiamava "Pasott". Mai non si permise appellativi più familiari.

Pasotti le ordinò a gesti, con una faccia dura da satrapo, di levar dal cassettone una camicia di bucato, dall'armadio un abito di mezza gala, da un canterano un paio di stivali; e quando sua moglie, frugando di qua e di là, trepidando, voltandosi ogni momento per seguir gli occhi e i gesti del padrone, pigliandosi spesso della bestia e spalancando allora la bocca per cercar di udire la parola veduta, ebbe approntato ogni cosa, Pasotti cacciò le gambe dal letto e disse:

"Togli".

La signora Barborin gli s'inginocchiò davanti e cominciò a tirargli su le calze, mentre il Controllore, allungata la mano al tavolino da notte, si pigliò la tabacchiera e, apertala, continuò, con due dita affondate nel tabacco, le meditazioni di prima. Intendeva di fare alcune visite di esplorazione, ma in quale ordine? A quanto gliene aveva detto il suo mezzadro, pareva che la Marianna del signor Giacomo Puttini e forse il signor Giacomo stesso dovessero saper qualche cosa di don Franco; e qualche cosa certo se ne doveva sapere a Castello. Mentre la signora Barborin gli allacciava il secondo legaccio, Pasotti si ricordò ch'era martedì. Il signor Giacomo andava ogni martedì con altri amici al mercato di Lugano e più propriamente alla trattoria del Lordo, con lo scopo di interpolare un bicchiere settimanale di vin pretto al vin Grimelli quotidiano; e ritornava spesso a casa in una disposizione affettuosa e sincera. Conveniva dunque andare da lui sul tardi, fra le quattro e le cinque. Pasotti si figurava già di tenerselo fra le unghie, di maneggiarlo a sua posta. Alzò le dita dalla tabacchiera con un sorriso maligno, e scosso giù, a colpettini misurati, il soverchio della presa, se la fiutò a suo grande agio, si fece dar il fazzoletto dalla moglie e la ricompensò borbottando con una faccia benigna, nel raggomitolar il fazzoletto: "Povera donna! Povera diavola!"

Infilato e abbottonato l'abito dopo mezz'ora di lavoro, esclamò sul serio: "Corpo, che fatica!", e andò allo specchio. Sua moglie osò di allora svignarsela alla sorda, sì, ma non alla muta, e disse timidamente:

"Vado, neh?"

Pasotti si voltò accigliato, imperioso, le accennò col dito di venir da lui e le disegnò sopra e intorno alla persona, con quattro colpi di mimica, un cappello e uno scialle. Ella lo guardava a bocca aperta, non capiva; gli puntò l'indice al petto, interrogandolo con gli occhi, con le sopracciglia inarcate, come se dubitasse che questa roba occorresse a lui; al che Pasotti rispose allo stesso modo con tre puntate d'indice: "tu, tu, tu". Poi, menando in taglio la mano distesa, le significò che doveva uscir di casa con lui. Ella ebbe due o tre sussulti di sorpresa e di protesta, allargò gli occhi smisuratamente e domandò con quella voce che pareva venire dalla cantina:

"Dove?"

Il Controllore non rispose che con un'occhiata fulminea e un gesto: marche! Non voleva dare altre spiegazioni.

La signora Barborin si dibatté ancora un poco.

"Non ho ancora fatto colazione", diss'ella. Suo marito la prese per le spalle e, tiratala a sé, le gridò in bocca:

"La farai dopo".

Solo ad Albogasio Inferiore, sul sagrato dell'Annunziata, le fece sapere, indicando il luogo con la mazza, che andavano a Cadate, alla deserta vecchia casa signorile piantata nel lago fra Casarico ed Albogasio e detta popolarmente "el Palazz" dove vivevano solitari, nelle stanzette dell'ultimo piano, il prete don Giuseppe Costabarbieri e la sua serva Maria, detta la Maria del Palazz. Pasotti che li conosceva pronti ambedue a tender gli orecchi ma cauti assai nel parlare, desiderava tastarli uno per volta, senza parere, e, se trovasse molle, dare una strizzatina. Aveva preso seco la moglie perché gli giovasse in questa delicata bisogna dell'uno per volta; e lei, povera innocentona, gli trotterellava dietro a passettini corti giù pei centoventinove scalini che chiamano la Calcinera, senza sospetto della perfida parte che avrebbe fatto.

Il lago era quieto come un olio e don Giuseppe, un bel pretazzuolo, piccolo, grosso, dai capelli bianchi e dalla faccia vermiglia, dagli occhietti lucenti, se ne stava presso al fico del suo giardino con un cappello di paglia nero in capo e un fazzoletto bianco al collo, a pescare i cavedini, certi cavedinacci di libbra, vecchioni e furbacchioni, che si vedevano aggirarsi lì sotto per amor de' fichi, lenti lenti, curiosi e cauti come il prete e la serva. Costei, chi sa dove fosse. Pasotti, trovata aperta la porta di strada, entrò, chiamò don Giuseppe, chiamò Maria. Poiché nessuno rispondeva, piantò sua moglie sopra una seggiola e discese in giardino, andò diritto al fico dove don Giuseppe, al vederlo, fu preso da un accesso di convulsioni cerimoniose. Buttò via la canna da pescare e gli andò incontro vociferando: "Oh Signor, oh Signor! Oh poer a mi! In sto stat chì! Car el me scior Controlòr! Andem sü! Andem sü! Car el me scior Controlòr! In sto stat chì! Ch'el scüsa tant, neh? Ch'el scüsa tant!". Ma Pasotti non voleva saperne di "andar su"; voleva a forza restar lì. Don Giuseppe si mise a vociare: "Maria! Maria!". Ecco il faccione della Maria ad un finestrino dell'ultimo piano.

Don Giuseppe le gridò di portar giù una seggiola. Allora il signor Controllore rivelò la presenza di sua moglie, onde il faccione scomparve e don Giuseppe ebbe un altro accesso.

"Comè? Comè? La sciora Barborin? L'è chì? Ah Signor! Andem sü!" E si mosse con un impeto di ossequio, ma Pasotti lo ridusse all'obbedienza, prima trattenendolo addirittura per le braccia e poi protestando di volergli veder prendere due o tre di quei mostri di cavedini; e don Giuseppe, per quanto protestasse alla sua volta: "Oh dess! Se ciapa nient! Hin baloss! Hin caveden! ga veden!", dovette gittar l'amo. Pasotti finse sulle prime di star attento e poi gittò egli pure il suo.

Cominciò con domandare a don Giuseppe da quanto tempo non fosse andato a Castello. Udito che vi era stato il giorno prima a salutar l'amico curato Introini, il buon Tartufo, che non poteva soffrire l'Introini, si mise a farne il panegirico. Che perla quel curato di Castello! Che cuor d'oro! E a casa Rigey c'era andato, don Giuseppe? No, la signora Teresa stava troppo male. Altri panegirici, della signora Teresa e di Luisa. Che rare creature! Che saggezza, che nobiltà, che sentimento! E l'affare Maironi? Andava avanti, non è vero? Molto avanti?

"So nient so nient so nient!", fece bruscamente don Giuseppe.

A quel precipitoso negare, gli occhi di Pasotti brillarono. Egli fece un passo avanti. Era impossibile che don Giuseppe non sapesse niente, diavolo! Era impossibile che non avesse parlato di ciò con l'Introini! Non lo sapeva l'Introini, che don Franco aveva passato la notte in casa Rigey?

"So nient", ripeté don Giuseppe.

Pasotti sentenziò allora che il voler nascondere certe cose note era un far pensar male. Diamine! Don Franco era certamente andato in casa Rigey con fini onestissimi e...

"Pécia, pécia, pécia!", fece sottovoce, frettolosamente, don Giuseppe curvandosi tutto sul parapetto, stringendo la canna della lenza e ficcando gli occhi nell'acqua come se un pesce fosse per abboccare. "Pécia!"

Pasotti guardò anche lui nell'acqua, seccato, e disse che non vedeva niente.

"El se l'è cavada, el pütasca, ma el gaveva propri su el müson; l'avarà sentì a spongg", fece sospirando e raddrizzandosi don Giuseppe che intanto, avendo sentito egli pure il punger dell'amo, cercava di cavarsela come il pesce.

L'altro ritornò all'assalto, ma invano. Don Giuseppe non aveva veduto niente, non aveva udito niente, non aveva parlato di niente, non sapeva niente. Pasotti tacque e il prete non tardò molto a metter fuori anche lui una punta di timida malizia:

"Bochen propi minga, incoeu, non boccano; gh'è come vent in aria".

Intanto, in casa, il dialogo fra la Maria e la signora Barborin, dopo il primo affettuoso scambio di saluti riuscito benissimo, procedeva malissimo. La Maria propose, a gesti, di scendere in giardino, ma la Pasotti implorò a mani giunte d'esser lasciata sulla sua seggiola. Allora la grossa Maria prese un'altra seggiola, le si pose accanto, cercò rivolgerle qualche parola, e non arrivando, per quanto vociasse, a farsi intendere, vi rinunciò, si prese il suo gattone in grembo e parlò a quello.

La povera signora Barborin, rassegnata, guardava il gatto con i suoi grandi occhioni neri, velati di vecchiaia e tristezza. Ecco finalmente Pasotti, ecco don Giuseppe che ricomincia a sbuffare:

"Ah Signor! Cara la mia sciora Barborin! Che la scüsa tant!" Avendo la Maria confessato al "scior Controlòr" che sua moglie e lei non erano riuscite a capirsi, il padrone le diede, per ossequio alla Pasotti, del "salamm" e poiché ella voleva pur difendersi, la fece prudentemente chetare con un imperioso agitar di mano e un "ta ta ta ta!". Poi le accennò misteriosamente del capo ed ella uscì. Pasotti le tenne dietro e le disse che sua moglie, dovendo recarsi a visitare i Rigey e non sapendo, per le voci che correvano, come regolarsi, desiderava qualche informazione dalla Maria, perché "la Maria sa sempre tutto".

"Quante chiacchiere!", fece la Maria, lusingata. "Io non so mai niente. Sa da chi deve andare la Sua "sciora"? Dal signor Giacomo Puttini. È il signor Giacomo che le sa tutte."

"Bene!", pensò Pasotti collegando questo discorso con quello del mezzadro e fiutando una buona traccia. Fece in pari tempo una spallata d'incredulità. Il signor Giacomo sapeva forse le cose che succedevano nel mondo della luna, ma basta; altro non sapeva mai! La Maria insistette, il volpone cominciò a lavorar di domande, alla lontana, con cautela, ma trovò duro, capì ch'era fatica gittata e che doveva accontentarsi di quell'accenno. Allora tacque, ritornò, tra soddisfatto e preoccupato, nella stanza dove don Giuseppe stava spiegando alla signora Barborin, con gesti appropriati, che la Maria le avrebbe portato qualche cosa da mangiare. La donna comparve infatti con un certo vaso quadrato di vetro, pieno di ciliege allo spirito, speciale e celebrata cura di don Giuseppe che soleva presentarlo agli ospiti con solennità, parlando il suo particolare italiano: "Posso fare un poco di sporgimento? Quattro delle mie ciliege? Magara con un tocchello di pane? Maria, tajee giò on poo de pan".

La signora Barborin pigliò solamente il pane per consiglio del mefistofelico marito che pigliò solamente le ciliege. Poi se ne andarono insieme ed ella ebbe licenza di ritornare ad Albogasio mentre il Controllore prese la via di casa Gilardoni.

"L'è on bargnìf, el scior Pasotti", disse la Maria quand'ebbe dato il chiavistello all'uscio di strada.

"L'è on bargnifòn, minga on bargnìf", esclamò don Giuseppe, pensando all'amo. E con quell'appellativo di "bargnìf" che designa il diavolo considerato nella sua astuzia, le due mansuete creature si sfogarono, si ripagarono di tanta roba data malvolentieri, cerimonie, sorrisi e ciliege.

Il professor Gilardoni stava leggendo sul suo belvedere dell'orto, quando vide Pasotti che veniva dietro il Pinella, fra le rape e le barbabietole. Non sentiva simpatia per il Controllore col quale aveva scambiato un paio di visite in tutto e che aveva fama di "tedescone". Però, essendo inclinato a pensar bene di tutti coloro che conosceva poco, non gli pesava usare anche con lui la cortesia cordiale ch'era solito usar con tutti. Gli andò incontro col suo berretto di velluto in mano, e dopo una scaramuccia di complimenti in cui Pasotti ebbe facilmente la meglio, ritornò insieme a costui sul belvedere.

Pasotti, dal canto suo, sentiva per il professore Gilardoni un'antipatia profonda, non tanto perché lo sapesse liberale, quanto perché il Gilardoni, quantunque non andasse a messa come lui, viveva da puritano, non amava la tavola né la bottiglia né il tabacco né certi discorsi liberi, e non giuocava a tarocchi. Discorrendo una sera nell'orto con don Franco delle solenni scorpacciate e trincate che Pasotti e gli amici suoi facevano spesso alle cantine di Bisgnago, il professore aveva detta una parola severa ed era stato udito dal curatone, uno dei mangiatori, che passava in barca rasente i muri, piano piano, pescando. "Villanaccio!", aveva esclamato, all'udirselo riferire, il Controllore gentilissimo con una faccia da "bargnìf" bilioso; aveva poi fatto tener dietro alla parola un ringhio spregiativo e uno sputo. Ciò non gl'impedì però adesso di stemperarsi in iscuse per aver indebitamente ritardata la sua visita, come non gl'impedì di sbirciar subito il volume posato sul tavolino rustico del belvedere. Il Gilardoni notò quell'occhiata e siccome si trattava di un libro proibito dal Governo, appena avviata la conversazione, lo prese quasi per istinto e se lo tenne sulle ginocchia in modo che colui non potesse leggerne il titolo. Questa precauzione turbò Pasotti che stava magnificando la villetta e l'orto in tutte le loro parti col tono appropriato a ciascuna, le barbabietole con amabile familiarità, le agavi con ammirazione grave e accigliata. Un lampo di sdegno gli brillò negli occhi e si spense subito.

"Fortunato Lei!", diss'egli sospirando. "Se i miei affari lo permettessero, vorrei vivere anch'io in Valsolda."

"È un paese di pace", fece il professore.

"Sì, è un paese di pace; e poi adesso, nelle città, chi ha servito il Governo, è inutile, non si trova bene. La gente non sa distinguere fra un buon impiegato che si occupi solamente del proprio ufficio come ho fatto io, e un poliziotto. Siamo esposti a certi sospetti, a certe umiliazioni..."

Il professore diventò rosso e si pentì d'aver levato il libro dal tavolino. Davvero Pasotti, malgrado le sue smancerie di umiltà, era troppo orgoglioso per far mai la spia, e sia per questo, sia per qualche buona fibra del suo cuore, mai non la fece. Vi fu dunque nelle sue parole un grammo di sincerità, un grammo d'oro che bastò a dar loro il suono del buon metallo. Il Gilardoni ne fu tocco, offerse al suo visitatore un bicchier di birra e si affrettò a scendere in cerca di Pinella onde aver un pretesto di lasciar il volume sul tavolino.

Appena partito il professore, Pasotti ghermì il libro, gli diede una curiosa occhiata, lo rimise a posto e si piantò in capo alla scala con la tabacchiera aperta in mano, frugando nel tabacco e sorridendo, tra l'ammirazione e la beatitudine, ai monti, al lago, al cielo. Il libro era un Giusti, stampato colla falsa data di Bruxelles, anzi di Brusselle e con il titolo Poesie italiane tratte da una stampa a penna. In un angolo del frontespizio si leggeva scritto per isghembo: "Mariano Fornic". Non occorreva l'acume di Pasotti per indovinar subito in quel nome eteroclito l'anagramma di Franco Maironi.

"Che bellezza! Che paradiso!", diss'egli a mezza voce mentre il professore saliva la scala seguito dal Pinella con la birra.

Confessò poi, tra un sorso e l'altro, che la sua visita era un pochino interessata. Si disse innamorato della muraglia fiorita che sosteneva l'orto Gilardoni a fronte del lago, e desideroso di imitarla ad Albogasio Superiore dove, se il lago mancava, i muri nudi eran troppi. Come s'era procurato il professore quelle agavi, quei capperi, quelle rose?

"Ma!", rispose candidamente il professore. "Me li ha donati Maironi."

"Don Franco?", esclamò Pasotti. "Benissimo. Allora, siccome don Franco ha molta bontà per me, mi rivolgerò a lui."

E trasse la tabacchiera. "Povero don Franco!", diss'egli, guardando il tabacco e palpandolo con la tenerezza di un bargnìf commosso. "Povero figliuolo! Qualche volta si riscalda ma è un gran buon figliuolo! Gran bel cuore! Povero figliuolo! Lei lo vede spesso?"

"Sì, abbastanza."

"Almeno potesse riuscire nei suoi desideri, povero figliuolo! Lo dico per lui e anche per lei! Non sarà mica una cosa sfumata?"

Pasotti disse questa interrogazione da grande artista, con interesse affettuoso ma discreto, senza esprimere più curiosità che non convenisse, volendo ungere e ammollire un poco il cuore chiuso del Gilardoni onde si aprisse, poco a poco, da sé. Ma il cuore del Gilardoni, invece di aprirsi a quel tocco delicato, si contrasse, si rinchiuse.

"Non lo so", rispose il professore sentendosi, con dispetto, diventar rosso; e diventò scarlatto. Pasotti notò subito nel suo taccuino mentale la risposta imbarazzata e il colore. "Farebbe male", diss'egli, "ad abbandonare la partita. La marchesa si capisce che abbia delle difficoltà, ma poi è buona, gli vuole un gran bene. Ha preso una paura, l'altra notte, povera donna!"

Guardò il professore che taceva inquieto, accigliato, e pensò: non parli? allora sai. "Capisce!", riprese. "Non dire dove si va! Non Le pare?"

"Ma io non so niente, io non capisco niente!", esclamò il Gilardoni, sempre più accigliato, sempre più inquieto.

Qui Pasotti sapendo che il professore aveva cessato da lungo tempo di visitare le Rigey e ignorandone la cagione, arrischiò un passo avanti, da bargnìf novizio.

"Bisognerebbe domandarne a Castello", diss'egli con un sorriso malignetto.

A questo punto il Gilardoni, che già bolliva, traboccò.

"Mi faccia il piacere", diss'egli impetuosamente, "lasciamo stare questo discorso, lasciamo stare questo discorso!"

Pasotti si rabbuiò. Cerimonioso, adulatore, sdolcinato, non era però mai disposto, nell'orgoglio suo, a prendersi pacificamente in faccia una parola spiacevole, e s'impermaliva d'ogni ombra. Non parlò più, e passato un paio di minuti prese congedo con dignitosa freddezza, si ritirò masticando rabbia attraverso le barbabietole e le rape. Quando si trovò da capo nella contrada dei Mal'ari, il bargnìf stette un pezzetto a pensare col mento in mano, poi si avviò verso la riva di Casarico, a passi lenti, molto curvo, ma con gli occhi brillanti del barbone che ha fiutato in aria l'indirizzo recondito di un tartufo. Le spaventate difese di don Giuseppe, le difese ostinate della Maria, l'imbarazzo e lo scatto del professore gli dicevano che il tartufo c'era e grosso. Gli era venuta l'idea di andare a Loggio dove abitavano il Paolin e il Paolon, gente bene informata; poi aveva pensato ch'era martedì e che probabilmente non li avrebbe trovati. No, era meglio salir direttamente da Casarico a Castello, fiutare e frugare nell'abitazione di certa signora Cecca, ottima donna, tutta cuore, famosa per l'assidua vigilanza che esercitava dalle sue finestre, per mezzo di un formidabile cannocchiale, sulla Valsolda intiera. Ella poteva dire ogni giorno chi fosse andato a Lugano col barcaiuolo Pin o col barcaiuolo Panighèt, notava i colloqui del povero Pinella con una certa Mochèt sul sagrato di Albogasio, lontano un chilometro; sapeva in quanti giorni il signor ingegnere Ribera avesse bevuto il bariletto di vino che la sua barca riportava vuoto dalla casa d'Oria alla cantina di S. Margherita. Se Franco era stato in casa Rigey, la signora Cecca doveva saperlo.

Nel sottoportico che da Casarico mette alla stradicciuola di Castello, Pasotti si sentì venir dietro a precipizio qualcuno che gli passò accanto nel buio, e credette di conoscere un tale detto "légora fügada (lepre cacciata)" per la sua andatura sempre furiosa. Era costui un egregio galantuomo ancora più curioso di Pasotti, un'ottima persona che amava di saper le cose semplicemente per saperle, senz'altri fini, e andava sempre solo, si trovava dappertutto, compariva e scompariva in un baleno, quando in un luogo quando nell'altro, come certi insettoni alati che danno un guizzo, un frullo, un colpo e poi, zitti, non si odono, non si vedono più sino a un altro guizzo, a un altro frullo, a un altro colpo. Egli aveva scorti i Pasotti entrare al "Palazz" e si era insospettito di qualche cosa per l'ora insolita. Appiattato in un campicello aveva visto la signora Barborin ritornare e il Controllore avviarsi a Casarico, quindi, seguito costui alla lontana, s'era appostato, durante la sua visita al Gilardoni, dietro un pilastro del portico di Casarico; e ora gli era scivolato accanto approfittando dell'oscurità per correre a Castello e aspettarlo, sorvegliarlo da qualche buon posto di osservazione. Lo vide infatti entrare dalla signora Cecca.

La vecchia e gozzuta signora stava nel suo salotto tenendosi in collo un marmocchio col braccio sinistro e reggendo con la mano libera uno sperticato tubo di cartone infilato per isghembo nella finestra, come una spingarda, con la mira giù al lago scintillante, a una vela bianca, gonfia di breva. All'entrar di Pasotti che veniva avanti con la persona inclinata, con il cappello in mano, con un viso ilare ilare, dolce dolce, la buona ospitale donna posò in fretta quel lungo naso mostruoso di cartone che le piaceva metter nelle faccende più lontane degli altri, dove il suo proprio naso di cartapecora, benché smisurato, non arrivava. Ell'accolse il Controllore, come avrebbe accolto un Santo taumaturgo che fosse venuto a portarle via il gozzo.

"Oh che brao scior Controlòr! Oh che brao scior Controlòr! Oh che piasè! Oh che piasè!"

E lo fece sedere, lo soffocò di offerte.

"On poo de torta! On poo de crocant! Car el me scior Controlòr! On poo de vin! On poo de rosoli! - Ch'el me scüsa neh", soggiunse perché il marmocchio s'era messo a miagolare. "L'è el me nevodin. L'è el me biadeghin."

Pasotti fece molte cerimonie, avendo già nello stomaco, oltre alle ciliege di don Giuseppe, anche la birra del Gilardoni; ma dovette finire col rassegnarsi a rosicchiare una dannata torta di mandorle, mentre il piccino si attaccava al gozzo della nonna.

"Povera signora Cecca! Due volte madre!", disse pateticamente, a quella vista, il sarcastico bargnìf, ridendo nello stomaco. Dopo averle chiesto notizie del marito e dei discendenti fino alla terza generazione, mise in campo la signora Teresa Rigey. Come stava quella povera donna? Male! Proprio tanto male? Ma da quando? E c'era stata qualche cagione? Qualche commozione? Qualche dispiacere? Gli antichi si conoscevano, ma ce n'erano stati dei nuovi? Forse per la Luisina? Per quel matrimonio? E don Franco non veniva mai a Castello? Di giorno, no, va bene; ma...?

Come quando il chirurgo va interrogando e tastando un paziente in cerca dell'occulto posto doloroso, che il paziente risponde tanto più breve e trepido quanto più la mano indagatrice si appressa al punto e, appena essa vi arriva, trasalendo si sottrae; così la signora Cecca andò rispondendo al Pasotti sempre più breve e cauta, e a quel ma, posto delicatamente dove le doleva, scattò:

"On poo de torta ancamò! Scior Controlòr! L'è roba d'i tosann!"

Pasotti sacramentò in cuor suo contro i "tosann" e la loro torta di miele, creta e olio di mandorle, ma credette utile d'ingoiarne un altro boccone e tornò poi a toccare, anzi a premere, il tasto di prima.

"So de nagott, so de nagott, so de nagott!", esclamò la signora Cecca. "Ch'el proeuva a ciamagh al Pütin! Al scior Giacom! E a mi ch'el me ciama pü nient!" Ancora! Pasotti brillò in viso all'idea di avere il malcapitato sior Zacomo nelle granfie. Così brillerebbero gli occhi di un falco allegro all'idea di ghermir un ranocchio e di tenerselo fra gli artigli per giuoco e spasso. Egli se ne andò poco dopo, contento di tutto fuorché della torta di creta che aveva sullo stomaco.

Casa Puttini, simile nella sua piccola faccia signorile al piccolo vecchio padrone che la governava in abito nero e cravattone bianco, stava poco più giù della orgogliosa mole di casa Pasotti, sulla via di Albogasio Inferiore. Il falco vi andò dopo pranzo, verso le cinque, con una faccia maligna. Bussò all'uscio e stette in ascolto. C'era, c'era il ranocchio disgraziato, litigava, secondo il solito, con la perfida servente. Pasotti bussò più forte. "Verzì!", disse il signor Giacomo, ma la Marianna non voleva saperne di scendere ad aprire. "Verzì! Verzì! Son paron mi!" Tutto inutile. Pasotti bussò da capo, picchiò come una catapulta. "Chi xelo sto maledeto?", vociferò il Puttini; e venne giù soffiando "apff! apff!" ad aprire. "Oh, Controllore gentilissimo!", diss'egli, battendo le palpebre e alzando pateticamente le sopracciglia. "La perdona! Quela fatal servente! No go più testa! No ghe digo gnente cossa che nasse in sta casa."

"L'è minga vera!", gridò Marianna dall'alto.

"Tasì!" E qui il signor Giacomo incominciò a raccontare i suoi guai, rimbeccando a ogni tratto le proteste della serva invisibile.

"Stamatina, La s'imagina, vado a Lugan. Vegno a casa zirconzirca a le tre. Su la porta, La varda qua, che xe de le giozze. Tasì! - No ghe bado, tiro drito. Son sul pato de la scala per andar in cusina; ghe xe de le giozze. Zito! - Cossa gala spanto? digo. Me sbasso, meto un deo in tera; tasto; xe onto; snaso, el xe ogio. Alora ghe vado drio a le giozze. Tasto, snaso, tasto, snaso. Tutto ogio, Controllore gentilissimo. O 'l xe vegnudo, digo, o 'l xe andà via. Se el xe vegnudo lo gà portà el massaro e alora le giozze co semo fora dela porta le gà d'andar in suso, se el xe andà via vol dir che quela maledetissima... La tasa!... Lo gà portà a vender a San Mamette e alora le giozze le gà d'andar in zoso. E mi torna in drio e vaghe drio a ste giozze e drio e drio, e rivo a la porta; Controllore mio gentilissimo, le giozze le va in zoso. Quela b..."

A questo punto la voce della serva scattò come la sveglia d'un orologio e non ci fu più "tasì!" che valesse a fermare quello stridente getto continuo di parole rabbiose. Ci si provò Pasotti e, non riuscendo, uscì dai gangheri anche lui con un "O fiolonona!" e proseguì a tirarle improperi, a ciascuno dei quali il signor Giacomo faceva un sommesso accompagnamento di gratitudine. "Sì, linguazza, bravo, ghe son obligà. Sì, stria, bravo. Impiastro, sì signor. Ghe son obligà, Controllore gentilissimo, ghe son propramente obligà."

Quando la Marianna parve sopraffatta e chetata, Pasotti disse al signor Giacomo che aveva bisogno di parlargli. "No go testa", rispose l'ometto. "La me perdona, me sento mal."

"Eh no go tescta, no go tescta!", vociò la Marianna rediviva. "Ch'el ghe disa inscì ch'el coo el l'avarà perduu a andà de nott a trovà i tosann a Castell!"

"Tasì!", urlò il Puttini; e Pasotti, con un ghigno diabolico: "Come come come?". Visto ch'egli entrava in furore, lo afferrò per un braccio, con parole di pace e d'affetto, lo trascinò via, se lo portò a casa, chiamò sua moglie; e per chetare il povero ranocchio, per pigliarselo comodamente fra gli artigli, intavolò un tarocchino in tre.

Se la signora Barborin giuocava male, il signor Giacomo, meditando, ponderando e soffiando, giuocava peggio. Era un giuocatore timidissimo, non si metteva mai solo contro gli altri due. Stavolta si trovò in mano, appena seduto, carte così straordinarie che fu preso da un accesso di coraggio e, come dice il linguaggio del giuoco, entrò. "Chi sa che giuocone ha!", brontolò Pasotti.

"No digo... no digo... ghe xe dei frati che spasseza in pantofole."

Il "no digo" del signor Giacomo significava ch'egli teneva in mano carte miracolose; e i frati in pantofole erano, nel suo gergo, i quattro re del giuoco. Mentre si accingeva a giuocare palpando ciascuna carta e aguzzandovi gli occhi su, Pasotti colse il suo momento, sperando, per giunta, fargli perdere il giuoco. "Dunque", diss'egli, "mi racconti un poco. Quando è andato a Castello di notte?"

"Oh Dio, oh Dio, lassemo star", rispose il signor Giacomo, rosso rosso, palpando le carte più che mai.

"Sì, sì, adesso giuochi. Parleremo dopo. Tanto, io so tutto."

Povero signor Giacomo, sì, giuocare con quello spino in gola! Palpò, soffiò, uscì dove non avrebbe dovuto, sbagliò a contare i tarocchi, perdette un paio di frati con le relative pantofole, e malgrado il giuocone, lasciò alcune marchette negli artigli di Pasotti che ghignava e nel piattino della signora Barborin che ripeteva a mani giunte: "Cos'ha mai fatto, signor Giacomo, cos'ha mai fatto?".

Pasotti raccolse le carte e si mise a scozzarle guardando con una faccia sardonica il signor Giacomo che non sapeva dove guardare.

"Sicuro", diss'egli. "So tutto. La signora Cecca mi ha raccontato tutto. Del resto, caro deputato politico, Lei ne renderà conto all'I. R. Commissario di Porlezza."

Così dicendo, Pasotti porse il mazzo al Puttini perché alzasse. Ma il Puttini, udito quel nome minaccioso, si mise a gemere:

"Oh Dio, oh Dio, cossa disela, no so gnente... oh Dio... l'Imperial Regio Commissario?... Digo... no savaria per cossa... apff!"

"Sicuro!", ripeté Pasotti. Aspettava una parola che gli facesse un po' di lume; e significò a sua moglie, additando col pollice prima l'uscio e poi la propria sua bocca, che andasse a pigliar da bere.

"Anca quel benedeto ingegner!", esclamò, quasi parlando tra sé, il signor Giacomo.

Come un pescatore raccoglie stentatamente a sé la lunga lenza pesante, scossa, egli crede, dal grosso pesce lungamente insidiato, e tira e tira e finalmente scorge venir su dal fondo due grandi ombre di pesci invece d'una sola, palpita, raddoppia di cautela e d'arte; così Pasotti, all'udir nominare l'ingegnere, si meravigliò, palpitò e si dispose a estrarre con la più squisita delicatezza di mano il segreto del signor Giacomo e del Ribera.

"Sicuro", diss'egli. "Ha fatto male."

Silenzio del signor Giacomo.

Pasotti insistette:

"Ha fatto malissimo."

Ecco la signora Barborin che tutta sorridente porta vassoio, bottiglia e bicchieri. Il vino è rosso cupo, con trasparenze di rubino in corpo e il signor Giacomo gli fa un viso non ancora tenero ma benevolo. Il vino ha un aroma di austera virtù ed il signor Giacomo lo fiuta amorosamente, lo guarda commosso, lo torna a fiutare. Il vino ha una pastosa pienezza ch'empie palato e anima di sapore, il vino è appunto quel giusto, virtuoso amarone che l'aroma annuncia e il signor Giacomo lo sorseggia nel desiderio che non sia liquido e fuggevole, lo mastica, lo pacchia, se lo spalma per la bocca; e quando di tanto in tanto posa il bicchiere sul tavolino, non lo lascia però né con la mano né con gli occhi imbambolati.

"Povero ingegnere!", esclamò Pasotti. "Povero Ribera! È un buon galantuomo, ma..."

E tira e tira, il disgraziato signor Giacomo cominciò a venir su, dietro all'amo e al filo.

"Mi propramente", diss'egli, "no volea. El me gà fato zo. "Vegnì", el dise, "percossa mo no volìo vegner? Mal no se fa, la cossa xe onesta." Sì, digo, me par anca a mi; ma sto secreto! "Ma! La nona!" el dise. Capisso, digo, ma no me comoda. "Gnanca a mi", el dise. Ma alora, digo, che figura fémoi, Ela e mi? "Quela del m...", el dise con quel so far de bon omo a la vecia, "che cossa vorla?, el xe propramente per el mio temperamento." Alora vegno, digo."

Qui si fermò. Pasotti aspettò un poco e poi, con prudenza, tirò il filo. "Il male si è", diss'egli, "che a Castello se ne sia parlato."

"Sì signor; e me lo son imaginà. Tase la famegia, tase l'ingegner, taso mi che s'intende, ma no taserà el piovan, no taserà el nonzolo."

Il parroco? Il sacrestano? Adesso Pasotti capì. Trasecolò; non si aspettava un affare così grosso. Versò da bere al malcapitato signor Giacomo, gli cavò facilmente tutti i particolari del matrimonio e cercò di cavargli pure i progetti degli sposi; ma questo non gli riusciva. Si mise a scozzar le carte per continuar il giuoco e il signor Giacomo guardò l'orologio, trovò che mancavano nove minuti alle sette, ora in cui era solito caricare il suo pendolo. Tre minuti di strada, due minuti di scale, non aveva più che quattro minuti per congedarsi. "Controllore gentilissimo, La ghe fazza el conto, la xe cussì, no ghe xe ponto de dubio."

La signora Barborin, vedendo un contrasto, ne domandò a suo marito. Pasotti si accostò le mani alla bocca e le gridò sul viso: "El voeur andà a trovà la morosa!". "Cossa mai! Cossa mai!", fece il povero signor Giacomo diventando di tutti i colori; e la Pasotti che per un miracolo aveva udito, aperse una bocca smisurata, non sapeva se dovesse credere o no. "La morosa? Oh! Quanti ciàcer! Minga vera, sür Giacom, che hin ciàcer? El podarìss ben avèghela per quell, disi minga, l'è minga vècc, ma insomma!" Capito che voleva proprio andarsene, cercò trattenerlo, aveva dei marroni di Venegono che stavan cuocendo, li offerse. Ma né i marroni né gl'improperi di Pasotti valsero a vincere il signor Giacomo che partì con lo spettro dell'I. R. Commissario nel cuore e insieme con una sensazione molesta nella coscienza, con un vago malcontento di sé ch'egli non sapeva spiegare a se stesso, col dubbio istintivo che le ingiurie della perfida servente fossero preferibili, in fin de' conti, alle moine di Pasotti.

Invece costui aveva gli occhi ancora più brillanti dell'usato. Pensava di andar a Cressogno subito. Camminatore instancabile, contava di potervi arrivare alle otto. L'idea di andare dalla marchesa con la sua grossa scoperta in pectore, di fare il misterioso, di metter fuori un po' alla volta le paroline più suggestive e di farsi strappare il resto, lo divertiva moltissimo. E preparava già per il proprio piacere un discorsetto blando, ammolliente, da posare poi sulla ferita della impassibile dama per modo ch'ella non potesse dissimularla e che nessuno avesse a lagnarsi di lui, neppure Franco. Andò in cucina, si fece accendere la lanterna perché la notte era molto scura, e partì.

Incontrò sulla porta il suo mezzadro ch'entrava. Il mezzadro lo salutò, portò in cucina un gran canestro di frutta, aiutò la serva a metterle a posto, sedette al fuoco e disse placidamente:

"È mort adess la sciora Teresa de Castell".

6. La vecchia signora di marmo

L'uscio si aperse un poco, pian piano, la fantesca porse il capo nella camera e chiamò Franco che pregava inginocchiato a una seggiola, presso il letto della morta. Franco non udì e fu Luisa che si alzò. Andò ad ascoltar la sommessa richiesta della donna, le rispose qualche cosa e, ritrattasi colei, stette lì ad aspettare. Non comparendo nessuno, spinse l'uscio e disse forte: "Venga, venga dentro". Un singhiozzo violento le rispose. Luisa stese ambedue le mani e il professor Gilardoni gliele afferrò. Stettero così alquanto tempo, immobili, lottando, a labbra serrate, con l'emozione, lui più di lei. Luisa si mosse la prima, ritirò dolcemente una mano e trasse con l'altra il professore nella camera della morta.

La signora Teresa era spirata in salotto, sulla poltrona che non aveva più potuto lasciare dopo la notte del matrimonio. L'avevano poi adagiata sul divano disposto a letto funebre. Il dolce viso era là nella luce di quattro candele, cereo, sul guanciale, con un sorriso trasparente dalle palpebre chiuse, con la bocca semiaperta. Il letto e l'abito erano sparsi di fiori d'autunno, ciclamini, dalie, crisantemi. "Guardi com'è bella", disse Luisa con voce tenera e serena da spezzar il cuore. Il professore s'appoggiò singhiozzando a una sedia lontana dal letto.

"Lo senti, mamma", disse Luisa sottovoce, "come ti vogliono bene?"

S'inginocchiò, e presa la mano della morta, si mise a baciarla, ad accarezzarla, a dirle dolcezze, piano; poi tacque, posò la mano, si alzò, baciò la fronte, contemplò a mani giunte il viso. Pensò ai rimproveri che la mamma le aveva fatti negli anni andati, dall'infanzia in poi, di cui ella si era risentita amaramente. S'inginocchiò da capo, impresse da capo le labbra sulla mano di ghiaccio con un più ardente spasimo d'amore che se avesse ricordate le carezze. Poi tolse un ciclamino dalla spalla della morta, si alzò, lo porse al professore. Questi lo prese piangendo, s'accostò a Franco che rivedeva per la prima volta dopo quella notte, l'abbracciò e ne fu abbracciato con una commozione silenziosa, e uscì, in punta di piedi, dalla camera.

Suonarono le otto. La signora Teresa era morta alle sei della sera precedente; in ventisei ore Luisa non aveva mai riposato un momento, non era uscita che quattro o cinque volte, per pochi minuti. Chi usciva spesso e stava fuori anche a lungo, era Franco.

Avvertito segretamente, era giunto a Castello, appena in tempo di trovar viva la povera mamma, e tutti i tristi uffici che la morte impone eran toccati a lui, perché lo zio Piero, malgrado i suoi molti anni, non aveva la menoma esperienza di queste cose e vi si trovava impacciatissimo.

Adesso, udite suonar le otto, si avvicinò a sua moglie, la pregò dolcemente di andar a riposare un poco, ma Luisa gli rispose subito in modo da levargli il coraggio d'insistere. Il funerale doveva seguire l'indomani mattina alle nove. Ell'aveva desiderato che si differisse il più possibile e voleva star con la mamma fino all'ultimo. Vi era nella sua sottile persona una indomita vigoria, eguale a ben altre prove. Per lei la mamma era tutta lì su quel lettuccio, tra i fiori. Non pensava che una parte di lei fosse altrove, non la cercava per la finestra di ponente nelle stelline che tremolavano sopra i monti di Carona. Pensava soltanto che la mamma cara, vissuta da tanti anni per lei sola, non d'altro sollecita in terra che della felicità sua, dormirebbe fra poche ore e per sempre sotto i grandi noci di Looch, nella solitudine ombrosa dove tace il piccolo cimitero di Castello, mentre ella si godrebbe la vita, il sole, l'amore. Aveva risposto a Franco quasi aspramente come se l'affetto del vivo offendesse in qualche modo l'affetto della morta. Poi le parve averlo mortificato, si pentì, gli diede un bacio e sapendo di far cosa a lui grata, di far cosa che la mamma si era certo attesa da lei, volle pregare. Si mise a recitar macchinalmente dei Pater, degli Ave e dei Requiem, senza provarne soddisfazione alcuna, sentendo anzi una segreta contrarietà, uno sgradito disseccarsi del dolore. Ell'aveva praticato sempre ma, spenti i fervori della prima comunione, non aveva più partecipato con l'anima al culto. Sua madre era vissuta piuttosto per il mondo futuro che per questo, si era governata in ogni azione, in ogni parola, in ogni pensiero secondo quel fine. Le idee e i sentimenti di Luisa, nel suo precoce sviluppo intellettuale, avevano preso un altro corso con la risolutezza vigorosa ch'era del carattere di lei; ella li copriva però di certa dissimulazione, parte conscia, parte inconscia, sia per amore della mamma, sia per la resistenza di germi religiosi seminati dalla parola materna, coltivati dall'esempio, rinvigoriti dall'abitudine. Dai quattordici anni in poi s'era venuta inclinando a non guardare oltre la vita presente, e insieme a non guardare a sé, a vivere per gli altri, per il bene terreno degli altri, però secondo un forte e fiero senso di giustizia. Andava in chiesa, compiva gli atti esterni del culto, senza incredulità e senza persuadersi che facessero piacere a Dio. Aveva confusamente il concetto di un Dio talmente alto e grande che non vi potesse essere contatto immediato fra gli uomini e Lui. Se dubitava qualche volta d'ingannarsi, il suo errore le pareva tale da non poterlo un Dio infinitamente buono punire. Come fosse venuta a pensare così, non lo sapeva ella stessa.

L'uscio si aperse ancora, pian piano, una voce sommessa chiamò "il signor don Franco". Luisa, rimasta sola, cessò di pregare, piegò il capo sul guanciale della mamma, le posò le labbra sulla spalla, chiuse gli occhi raccogliendo in sé la corrente di memorie che veniva da quel tocco, da un odor noto di lavanda. L'abito della mamma era di seta, il suo migliore, un dono dello zio Piero. Ella lo aveva portato una volta sola, qualche anno addietro, andando a visitare la marchesa Maironi. Anche questo pensiero venne coll'odor di lavanda, vennero lagrime brucianti, acri di tenerezza e di un sentimento che non era propriamente odio, che non era propriamente collera, ma che aveva un amaro dell'uno e dell'altra.

Franco, quando s'intese chiamare, trasalì, ne indovinò subito la cagione. Lo zio Piero aveva scritto, la mattina per tempo, alla marchesa, annunciandole, in termini semplici ma pieni di ossequio, la morte di sua sorella; e Franco stesso aveva aggiunto alla lettera dello zio un biglietto con queste parole:

Cara nonna, mi manca il tempo di scriverti perché son qui; te lo dirò a voce domani sera e confido che tu mi ascolterai come mi avrebbero ascoltato mio padre e mia madre.

Nessuna risposta era ancora venuta da Cressogno. Adesso un uomo di Cressogno aveva portato una lettera. Dov'è quest'uomo? "Partito; non s'è voluto fermare un momento." Franco prese la lettera, ne lesse l'indirizzo: "Al preg. signor ingegnere Pietro Ribera", e conobbe la mano della figlia del fattore. Salì subito dallo zio Piero che, stanco, era andato a letto.

Lo zio Piero, quando Franco gli recò la lettera, non fece atto di sorpresa né di curiosità; disse placidamente:

"Apri".

Franco posò il lume sul cassettone e aperse la lettera voltando le spalle al letto. Parve pietrificato; non fiatò, non si mosse.

"Dunque?", chiese lo zio.

Silenzio.

"Ho capito", fece il vecchio. Allora Franco lasciò cader la lettera, alzò le mani in aria, mise un "ah!" lungo, profondo e fioco, pieno di stupore e d'orrore.

"Insomma", riprese lo zio, "si può sapere?"

Franco si scosse, si precipitò ad abbracciarlo, reprimendo a stento i singhiozzi.

L'uomo pacifico sopportò sulle prime in silenzio, senza commuoversi, questa tempesta. Poi cominciò a difendersene chiedendo la lettera: "Da qua, da qua, da qua". E pensava: "Cosa diavolo avrà scritto questa benedetta donna?". Franco prese il lume e la lettera, gliela porse. La nonna non aveva scritto niente, neppure una sillaba; aveva semplicemente rimandata la lettera dell'ingegnere e il biglietto di Franco. Lo zio ci mise un pezzo a capirla: non capiva mai le cose prontamente e questa era per lui tanto inconcepibile! Quando l'ebbe capita non poté fare a meno di dire: "Già, l'è un po' grossa". Ma poi, veduto Franco tanto fuori di sé, esclamò col vocione solenne che usava per giudicar toto corde le cose umane: "Senti. L'è, dirò così", (e cercava la parola in un suo particolar modo, gonfiando le gote e mettendo una specie di rantolo), "... una iniquità; ma tutte queste meraviglie che fai tu, io non le faccio per niente affatto. Tutti i torti, caro, non sono dalla parte sua; e allora? Del resto, me ne rincresce per voialtri che mangerete di magro e dovrete vivere in questo miserabile paese; ma per me? Per me ci guadagno e son pronto dirò così a ringraziare tua nonna. Vedi bene, io non ho fatto famiglia, ho sempre contato su questa. Adesso la mia povera sorella è morta; se la nonna vi apriva le braccia io restavo come un torso di cavolo. Dunque!".

Franco si guardò dal raccontar la cosa a sua moglie, ed ella, benché sapesse delle lettere spedite a Cressogno, non domandò che dopo il funerale, parecchie ore dopo, se la nonna avesse risposto. Il piccolo salotto, la piccola terrazza, la piccola cucina erano stati pieni di gente tutto il giorno, dalle nove della mattina alle nove della sera. Alle dieci Luisa e Franco uscirono di casa senza lanterna, presero a destra, attraversarono pian piano, silenziosamente, le tenebre del villaggio, toccarono la svolta chiara e ventosa cui sale il fragor profondo del fiume di S. Mamette, entrarono nelle ombre, nel forte odore dei noci di Looch. Poco prima di giungere al cimitero, Luisa domandò sottovoce a suo marito: "Sai niente di Cressogno?". Egli avrebbe pur voluto nasconderle almeno in parte il vero e non lo poté. Disse che il suo biglietto gli era stato rimandato e Luisa volle sapere se almeno la nonna avesse scritto allo zio una parola di condoglianza. Il "no" di Franco fu così incerto, quasi trepidante, che, non subito, ma pochi passi dopo, Luisa ebbe un lampo di sospetto e si fermò di colpo, afferrò il braccio di suo marito. Franco, prima ch'ella aprisse bocca, intese, l'abbracciò come aveva abbracciato lo zio, con impeto ancor maggiore, le disse di prender il suo cuore, l'anima sua, la sua vita, di non cercar altro al mondo, se la sentì tremar tutta fra le braccia. Né allora né poi una sola parola ne fu più detta fra loro. Al cancello del cimitero s'inginocchiarono insieme. Franco pregò con impeto di fede. Luisa trapassò con gli occhi avidi la terra smossa presso all'entrata, trapassò la bara, si affissò mentalmente nel volto mansueto e grave della mamma; mentalmente ancora ma con tanto gagliardo impulso da scuotere le sbarre del cancello, si chinò, si chinò, fisse le labbra sulle labbra della morta, v'impresse una violenza d'amore più forte che tutti gli insulti, che tutte le bassezze odiose del mondo.

Si staccò a stento di là verso le undici. Discendendo adagio a fianco di suo marito lo sdrucciolevole ciottolato del sentiero, le sorse improvvisa in mente la visione di un incontro futuro con la marchesa. Si fermò, si eresse, stringendo i pugni; e il suo bel viso intelligente spirò una fierezza tale che se la vecchia signora di marmo l'avesse realmente veduta, realmente incontrata in quel punto, si sarebbe senz'altro, piegata no, impaurita no, ma posta in difesa.

 

 

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Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 23:57