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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

Con gli occhi chiusi

di Federigo Tozzi

PARTE TERZA

La mamma e le sorelle ascoltavano e guardavano, con un silenzio così orribile ch'ella si slanciava addosso a loro; perché andassero nell'altra stanza. Ma le pareva di non poter muovere le braccia, e di urtare con il capo in una parete invisibile. Allora sentiva che il cuore cambiava di posto, il ventre faceva lo stesso, la gola si spellava; e i volti della mamma e delle sorelle doventavano spaventevoli. Ella disse: - Parlate!
Quelle si volsero ad un uscio; e il babbo, con due sacchi pieni su le spalle, con il viso grondante di sangue, tanto sangue che andava a empire la gora del mulino, salì le scale.
Ella, sentendo il peso dei sacchi addosso, urlò.
Pietro prediligeva i fiori di campo, i fiori sbiaditi dagli odori incerti e quasi rassomiglianti. Non aveva mai pensato a quelli di giardino senza arrossire e sentirsi molto confuso. Per abitudine, se ne empiva le tasche: margherite bianche e rosse, pisciacani gialli, veccie sbiancate e rosee, rosolacci, ginestre, violette, rose di macchia, biancospini, fiori di pisello selvatico. Poi li biasciava.
Ghìsola gli aveva insegnato a far l'inchiostro con le more e come si succhiano, per il loro sapore di miele sciapo, certi fiori rossicci simili a gigli selvatici; che si trovano tra gli steli del grano, più bassi delle spighe; e, quand'eran mature da mangiarsi, le bacche rosse delle siepi. Glielo aveva insegnato, perché smettesse di tirarle le zolle; quando s'era accorto ch'ella girava da una passata all'altra non certo per lavorare.
Un giorno, mentre egli faceva colazione, seppe che Ghìsola era tornata a Radda: Rebecca lo diceva ad Adamo. Alzò la testa per ascoltare meglio, e continuò a mangiare; ma stette quasi rincantucciato, fino alla sera, in fondo alla tavola, con la testa tra i pugni.
La pioggia cominciò ad ammollare i vetri della finestra chiusa, quasi avesse voluto allagare tutta la stanza. Era una di quelle piogge a vento che battono sopra un muro come per buttarlo giù; e, all'improvviso, cadono dritte, trasparenti e chiare; poi si vedono voltate alla parte opposta: e poi scompaiono; finché, di quando in quando, giunge al viso soltanto qualche gocciolina come la punta di un ago diaccio. E tutte le strade cambiano i loro colori; respirano; s'empiono di sole, che poi doventa ombra e ridoventa luce. Mentre dalla Montagnola, come da un riparo, le nuvole vengono dritte verso Siena, vanno sopra il Monte Amiata.
Strade che si dirigono in tutti i sensi, si rasentano tra sé, s'allontanano, si ritrovano due o tre volte, si fermano; come se non sapessero dove andare; con le piazze piccole e sbilenche, ripide, affondate, senza spazio, perché tutti i palazzi antichi stanno addosso a loro.
Cerchi e linee contorte di case, quasi mescolandosi come se ogni strada tentasse di andare per conto proprio; pezzi di campagne che appaiono dalla fessura di un vicolo visto in tralice, dalla scalinata d'una chiesa, da qualche loggia dimenticata e deserta.
Allora Pietro s'immaginò che Ghìsola, per cattiveria, l'obbligassero a camminar sola, tutta molle. E, pensando così, a lungo, gli venne sonno.
Aveva già perduto un anno di tempo, alle belle arti, senza che ancora fosse deciso sul suo conto; il che doveva dipendere dai diversi pareri dei più vecchi avventori, e da suo padre che se ne ricordava soltanto molto di rado e con rabbia. Anna insisteva con pazienza, anche dopo l'infelice prova del disegno, persuasa ch'egli fosse intelligente. Ma era destino che non potesse in alcun modo fargli del bene.
Una mattina decise di portarlo dal parroco, perché la consigliasse. Aveva già preparato il suo più bel vestito, e voleva far lesta perché il marito non lo risapesse: ci andava quasi di nascosto. All'improvviso, sentì chiudersi il cuore sempre più stretto; ma non poteva gridare. Non s'accorse né meno di cadere.
Fu trovata con la testa sul pavimento, verso l'armadio che aveva aperto; tutta stesa in avanti; come quegli animali che hanno avuto una calcagnata sul capo; con gli occhi mezzo schiusi e pieni ancora di vita, con il viso un poco contratto, quasi che le rincrescesse della sua morte soltanto per gli altri, chiedendo di non esserne rimproverata; con una preoccupazione indescrivibile e dolorosa.
Rebecca, ch'era andata a cercarla per ravviarle i capelli, fu la prima a vederla. Ella aprì subito le boccette che servivano quando si trattava delle convulsioni, ma Anna non respirava più.
- Signora padrona! Padrona!
Spaventata e tremando tutta, corse in cucina e s'affacciò a gridare dalla finestra che rispondeva dinanzi all'uscio della trattoria. La intese un cameriere:
- Il padrone! Che venga subito!
Il cameriere, credendo che fosse un attacco di convulsioni più forte del consueto, posò il cencio che aveva in mano e andò in cucina: - Dov'è il padrone?
- Non è ancora tornato: è restato a pagare il conto dal droghiere.
- Correte subito a cercarlo! La padrona si sente male!
Lo sguattero, che aveva risposto, posò il coltello con il quale puliva il pesce ammonticchiato dentro l'acquaio e tolto allora allora dalla sporta, si asciugò le mani, ravvolse il grembiule su al legacciolo; ed uscì. Ma non poté trovare subito Domenico, che era andato a fare altre spese.
Quando lo vide, tornarono ambedue quasi correndo. Per le scale, Domenico sbatté contro il medico, suo amico e avventore, che scendeva ad aspettarlo:
- Caro Domenico... Ascoltate un momento!
Il trattore lo prese per le spalle. Il medico gli allontanò le mani, fermandogli i polsi.
- Domenico, questa volta... Quella povera donna!
Egli gridò: - Mi lasci! È una convulsione.
Ma si sentì gelare tutto, con un gelo che gli veniva a ondate, dalla cima delle dita e si fermava nel mezzo del capo. Credette, lì per lì, che si trattasse di un turbamento della sua intelligenza; ma il respiro affannoso, a lui che respirava così bene, gli ricordò che la cosa quasi presentita era ormai venuta. Come affrontarla? Come vedere Anna morta? Doveva proprio andarci lui?
E quando entrò nella camera, i muri e le porte traballavano e si spalancavano da sé, credette di non vedere niente. Poi toccò il volto già freddo e un po' rigido; e allora chiuse gli occhi, si buttò sopra la moglie e cominciò a piangere.
I suoi gridi stessi lo facevano tremare.
A poco a poco sentì il suo dolore. Tutta la sua enorme violenza, ora, gli pareva cambiata in paura; gli pareva che Poggio a' Meli fosse trascinato via lontano ed egli non aveva il tempo di far qualche cosa; gli pareva che gli usci della sua trattoria si chiudessero da sé e non volessero esser riaperti; e che Anna avesse tanto sofferto per non poter parlare; e tutto crollava in lui.
Il suo dolore era così pieno che tutti avrebbero dovuto consolarlo! Ora si pentiva di non averle voluto bene abbastanza!
Anna s'era raffreddata a poco a poco; e, avendole qualcuno stese le palpebre, parve insolitamente estranea per la prima volta a tutta la gente che le era attorno.
Qualcuno la prese sotto il mento, e la compianse: - Chi sa che avrebbe voluto dire! Che passione! Povera donna! Così buona!
Pietro la vide già portata sul letto, senza sapere quel che ne dovesse pensare. Domenico gli parlò soltanto quando qualcuno glielo rammentò. Ma senza nessun affetto; quasi con il bisogno di sfuggirlo. E proprio in quel momento, sperò ancora di più di tenerlo con sé per la trattoria. Continuava intanto a gridare che l'udivano anche dalla strada.
- Sembra che stia per scendere da letto! Disse Rebecca.
A un tratto Domenico le si accostò un'altra volta, la toccò su i capelli, fece un gesto di disperazione; ed urlò più forte. Pietro, senza provar niente, all'infuori di una vaga inquietudine, si appoggiò ai guanciali e cercò di piangere: dentro di sé chiedevasi se anche gli altri sentissero così poco e provò una consolazione indefinibile quando il padre fu allontanato in modo ch'egli non vide e non udì il suo dolore; che gli era antipatico come le sue collere.
Rebecca gli disse: - Povera mamma, voleva tanto bene a te!
A lui gliene importava poco, anzi s'ebbe a male di queste parole; e si allontanò per distrarsi, vergognandosi.
La mattina dell'esequie s'era dimenticato di tutto, quando intravide dall'uscio mezzo aperto il padre che gli si avvicinava. Ebbe, senza spiegarsi il perché, paura d'esser percosso a sangue.
Domenico gli disse: - Vestiti; tra poco porteranno via la tua povera mamma.
Pietro si sforzò d'obbedire. Piuttosto, era ora spaventato di qualche sciagura che dovesse capitare a lui!
Discese dal letto; e, fingendo a se stesso, si vestì cercando d'imitare i gesti di dolore che aveva veduti.
In tal modo finì con il sentire una ilarità muta, mista a terrore.
Ma, quando gli fecero baciare la mamma, prima che la mettessero dentro la cassa, pensò: "Perché non c'entro anch'io? Metteteci me".
Poi l'assalì uno sgomento inaudito. "Credete che sia morta? Fingete tutti. Anche questa è una finzione. Lo sapevo che m'avreste dato qualche dispiacere violento; e non lo merito."
Singhiozzò, invaso da una cupa disperazione. Perché non gli avevano detto prima ch'era morta?
Restò tra le persone che mettevano il cadavere dentro la cassa; ma non avrebbe toccato né meno il lembo della veste. E si meravigliò che gli altri facessero tutto come se si trattasse di una faccenda qualsiasi, con le lacrime e con quei segni di affetto che non sembravano mai finiti: raddrizzare la testa sopra il cuscino scelto con le cifre ricamate, accostare i piedi insieme, accomodare sui capelli un fiore scivolato tra una spalla e la cassa.
Egli avrebbe voluto che nessuno fosse stato lì; e gli facevano male tutte quelle mani, che si muovevano in fretta. Quelle mani, quelle mani!
Voleva gridare: "Portatela via presto! Perché non l'avete portata via? Non ce la voglio più in casa". E si meravigliò del padre, che non s'impazientiva, un poco calmato da tutte quelle attenzioni.
Volle seguire il trasporto al cimitero in carrozza chiusa, tirando giù nervosamente le vecchie tendine di seta turchina per non esser visto da nessuno; mentre Domenico anche per risparmio avrebbe voluto andare a piedi. Ma Pietro si preoccupava della gente ferma a guardare nella strada e perfino dinanzi all'uscio di casa. Notò che si alzavano in piedi ed allungavano il collo per veder meglio.
La morte di Anna era stato un vero danno per Domenico. I sottoposti non lavoravano più quanto prima; ed egli, preso da uno sconforto che lo rendeva furioso, doventava più irascibile; e non era infrequente che se la pigliasse con qualcuno senza nessuna ragione. Si fece anche più economo, e dovette rinunciare a molti progetti per la trattoria e per il podere. Doveva lavorare di più, e non poteva sopportare la stanchezza. E fu addirittura incapace di pensare per il figliolo come avrebbe dovuto. Lo lasciò quasi libero; ma non di rado, quando se ne pentiva, lo trattava senza riguardi e con una violenza così sproporzionata che anche Rebecca lo difendeva. E, allora, smetteva; ma, alla prima occasione, faceva peggio come se avesse dovuto vendicarsi.
Anna era morta la seconda settimana di gennaio; e, tutte le domeniche, prima di giorno, il trattore andava con due mazzi di fiori alla sua tomba. Avrebbe voluto portarne uno lui e darne uno a Pietro; ma Pietro non l'ubbidiva. Piegando i ginocchi dalle percosse, mortificato, diceva: - Ma perché? Non mi devi dare i calci.
E se lo avessero riconosciuto?
Nel cielo cominciavano quegli immensi chiarori, che vengono dall'alba ancora lontana; le strade erano tetre ed umide.
Di solito, soltanto poche persone passavano, camminando in fretta; e si udiva bene quel che dicevano: le voci risuonavano come le scarpe con i chiodi su le pietre. E qualcuno, per lo più facchini che si recavano all'arrivo dei treni, accendeva la pipa, coprendo con ambedue le mani il fiammifero.
Domenico, quasi a metà della strada, entrava in un bar dov'era una ragazza con una veste così scollacciata che Pietro aveva paura si aprisse tutta.
Ella rideva agli avventori; e allora le sue gote incipriate, sode e rotonde, si gonfiavano fino a farle socchiudere gli occhi. Dava quel sorriso come le tazzine di porcellana filettate d'oro.
Pietro non voleva entrare. Domenico tornava fuori, strascinandocelo.
La ragazza faceva la sguaiata con Domenico: ma Pietro se ne stava a capo chino, impacciato di lei, del suo vezzo, e degli specchi grandi come le pareti; non sapendo né meno come prendere il caffè. E si bruciava le dita e la bocca.
Esciva prima che il padre avesse avuto il tempo di bevere; e, dai vetri velati di vapore, che si scioglieva in sgocciolature lunghe e torte, lo vedeva ridere con la ragazza.
Su la Torre del Palazzo Pubblico, a sereno, batteva una luce più limpida, e il cielo era pieno di rondoni, che stridevano con stridi lunghi come i loro voli. La Piazza del Campo era tutta rosea, con alcune strisciate verdi di erba e con i colonnini di pietra bianca.
"Quest'altra domenica, io entrerò senza che egli mi ci sforzi."
Ma pareva che quella specie di timidezza crescesse da una settimana all'altra; divenisse come una malattia; e, sovvenendosene, sentiva la fronte coperta di sudore diaccio. Dopo, le mani gli si irrigidivano in tasca, con la fodera presa tra le dita; e i piedi si rifiutavano di muoversi.
Anche Domenico, del resto, camminava lentamente; e quando era infreddato, per cavare il fazzoletto e soffiarsi il naso, si fermava.
Salendo la Via di Città e poi quella di Stalloreggi, Pietro era sempre più triste.
Giunti al cimitero, Domenico chiacchierava con Braciola, il becchino del colore della sua terra, grasso come fosse stato pieno di vermi, con i baffi bianchicci; e, infilati i mazzi dentro due lunghi vasi di porcellana, dov'era restata un poco d'acqua quasi nera, sempre la stessa, guardandosi attorno esclamava:
- Come si allarga in fretta! Quando morì la tua mamma, le tombe arrivavano soltanto qui.
Restava fermo, e poi chiedeva: - La vedova non è venuta stamani?
- Prima di noi, forse. Andiamocene, è inutile aspettarla.
- È presto. Perché non la vuoi aspettare? Tutte le mattine porta i fiori.
Pensava male del figliolo, che non si curava punto di lei, la sola persona che a quell'ora si trovasse sempre come loro dentro il cimitero!
Ma la vedova aveva sentito diminuire l'importanza della sua fedeltà devota. Perché proprio il Rosi doveva pigliare quella stessa abitudine quando era noto per tutta la città che non aveva adorato la moglie, come ora voleva far credere?
Gli dava un'occhiata diffidente, rispondendo imbarazzata al suo saluto. E quale effetto le faceva quel ragazzo che non guardava né meno le tombe, con le mani in tasca, e un'aria assonnata o impertinente!
Pietro esclamava: - Io vado via.
E questo battibecco doventava sempre peggio. Domenico, una volta, ormai alla fine dell'inverno, gl'impose: - Vattene.
Pietro arrossì, ma disse: - Che me ne importa di lei?
La guazza aveva come appastata la terra delle fosse nuove. Quanche uccello volava di traverso, tutto inclinato da una parte. Tra i cipressi si vedevano le montagne, che sembravano soltanto lunghe strisce di colore ancora umido.
Le lapidi erano coperte di chioccioline grigie. La Cattedrale si faceva sempre più bianca; e Pietro si accorse, guardandola, d'esser pieno d'ira.
Incontrarono la vedova al cancello; e Domenico la salutò. Ella rispose senza né meno voltarsi; ma badando a Pietro con la coda dell'occhio. Domenico si fermò, e disse come tutte le altre volte: - Ora va alla tomba del marito.
Tutti la conoscevano soltanto di vista, e Domenico non ne sapeva più degli altri. Tornando dal cimitero, dove pregava almeno una mezz'ora, faceva la spesa; e nessuno, fino alla mattina dopo la rivedeva più.
Era bassa e grassa; e, camminando, le rimbalzava il seno quasi sorretto dalla sporgenza del ventre. Il suo cappello, troppo piccolo, era tenuto fermo con un elastico nero che le girava dietro gli orecchi e sotto la gola. Ad ogni passo, una sua vecchia piuma verdognola si scuoteva come se ricevesse un colpo. Tra i capelli, radi e tirati con forza, con una forcellina, si vedeva la nuca untuosa e rossiccia come pelle d'oca. Era vestita, chi sa da quando, allo stesso modo; forse, non per miseria.
Domenico, dopo averla seguita con gli occhi, chiese al figliolo: - A che pensi?
Pietro sorrise, e disse: - Io? A niente.
- Perché, dunque, stai con la testa bassa?
- Non me ne accorgo, lo sai?
- Così tu sei brutto, mentre io ti avrei messo al mondo simpatico. E a scuola perché ci vuoi tornare? Non ti sei fatto mandar via?
Domenico gli parlava della scuola con risentimento e in quei momenti creduti da lui più opportuni a influire sul suo animo.
Il giovinetto tacque, sentendosi come svenire: il padre non si sarebbe mai dimenticato di fargli questo rinfaccio, per valersene!
E, vedutolo confuso e mortificato, riprese: - Potresti aiutar me, e tra qualche anno prender moglie.
Domenico trovava conveniente ammogliarlo presto, ora che non c'era una padrona nella trattoria; e più di una volta gli aveva misurato con un'occhiata l'aspetto e la statura; per convincersi che non era presto; per quanto avesse soltanto sedici anni.
- Io... non mi sposerò.
- E, allora, pensaci bene: sarò costretto a riprenderla io. Ti dispiacerebbe?
Pietro esitò; ma, per non esser distolto dalla voglia di tornare a scuola, chiese: - E chi sarebbe?
Il padre, per provare il suo vero sentimento, rispose: - Te lo farò sapere presto.
E lo guardò. Ma Pietro ne aveva parlato come di cose altrui; e aggiunse: - Mi hanno detto quella signora... che ha due figlie. La signora... che venne a mangiare anche ieri l'altro.
Si trattava di una ciarla, e basta. Domenico riprese: - Sarebbe meglio che sposassi tu una di quelle.
- Io?
Arrossì un'altra volta, perché gli parve una cosa troppo sopra a se stesso; quantunque lo agitasse un poco.
- T'insegnerò quella che mi piacerebbe per te.
Egli rise: - Ho capito: la minore.
Ma Domenico non rispose più, già pensando che la sera avanti si era dimenticato di mandare a dire ai suoi assalariati che portassero alla monta le vacche.
- Se non rispondi, perché ne abbiamo parlato?
Si arrischiò a chiedere Pietro. Ma Domenico gridò con collera: - Tu non sei in grado d'immischiarti in quello che faccio io. Darei da mangiare anche alla tua moglie? Se non la finisci! Vedi: dovresti andare a Poggio a' Meli!
E, come faceva ad ogni occasione, trasse dal taschino del panciotto una piccola corona nera, che teneva lì con alcune sterline d'oro; e disse la solita frase, dopo avergli quasi toccato la fronte con la croce: - Vedi? Questo è il ricordo della mia povera mamma Gigella. Io la porto sempre con me. Non mi dette altro, quando la lasciai per venire a Siena. E tu che cos'hai che ti ricordi la tua mamma?
Ma, accortosi che ora, a sua volta, Pietro non lo ascoltava né meno, s'inquietò; gli pareva impossibile che un figliolo facesse così! E dire che aveva avuto intenzione perfino di mettergli il suo nome, tanto doveva assomigliargli, appartenergli!
Quasi l'avrebbe preso con le mani, per stroncarlo come un fuscello! Proprio il figlio sfuggiva alla sua volontà? Non doveva obbedire più degli altri, invece?
Ad un tratto, come un'insinuazione a tradimento, capì che anche egli era come un'altra persona qualunque.
E, allora, sarebbe stato meglio che non gli fosse nato. Perché gli era nato? Meglio non parlargli più, sopportando che camminasse accanto, in silenzio, magari a testa bassa, fino a batterla sul lastrico.
Pietro portò le chiavi della bottega ai camerieri che lo attendevano nella strada; ed entrò con loro anche lui; ma, senza la voglia di restarci, come avrebbe dovuto, salì in casa. Domenico gli aveva dato le chiavi evitando che i loro occhi s'incontrassero; e, fatta tutta la spesa, lo mandò a chiamare perché aveva lasciato i sottoposti soli.
- Tu non saprai mai essere un padrone. Come farai a comandare se tu stesso non impari?
Ora parlava con il figliolo per sfogarsi; e il suo rimprovero era pieno di bontà. Poi, presi in mano tutti i mazzi degli uccelli da cuocere allo spiedo, gli disse: - Questo è un tordo, e questa un'allodola: aiutami a pelare.
E si sedé dinanzi a un gran paniere, dove andavano le penne. Ma Pietro era così distratto che canticchiò un poco, sottovoce; e poi rispose: - Se tu sei contento, vado a leggere un libro.
Domenico finì d'infilare in uno spiedo gli uccelli già spennati, pose in ordine il girarrosto; poi gli chiese: - Che libro è?
- Quando te l'ho detto, non capirai lo stesso.
Domenico, tenendo una mano alzata, sentenziò con la sua aria di padrone: - Io me ne intendo più di tutti gli scienziati, perché sono tuo padre. Nessuno meglio di me sa quello che ci vuole per te.
E si mise la mano sul petto, come per confermare che diceva la verità; sul grembiule tutto insanguinato e impennato. Poi andò al fornello, spezzò con la paletta la brace grossa; prese per le spalle Tiburzi, e lo piegò alla buca del carbone, gridando: - Non vedi da te che c'è più fuoco?
Domenico, ormai, non pensava più a Pietro; ma, quando lo rivide lì, gli s'avventò con il pugno chiuso: - Vattene!
Pietro stette fermo, e abbassò la testa; guardando da sotto in su.
Il movimento trafelato dei cuochi, continuamente stimolati e ripresi anche con male parole e con spinte da Domenico, che in un'ora voleva sempre preparare tutte le pietanze, non riusciva a toglierlo da quelle distrazioni.
Già la violenza del trattore aveva fatto tacere tutti; e nessuno poteva fare a meno d'obbedire, magari sbagliando anche di più. Ma quando egli entrò in un bugigattolo buio per attaccare da sé agli uncini i pezzi di carne che voleva lasciare cruda, Guerrino si volse subito a Pietro, mettendo la lingua tra i denti, perché si ricordasse di una sua barzelletta raccontata la sera innanzi. Tutti sorrisero, senza smettere di lavorare. E Pietro disse sottovoce: - Raccontamene un'altra.
Il cuoco, sdrucciolando in una fetta di codenna, gli fece un altro gesto per fargli capire d'aspettare. Tiburzi, con la giacca turchina, che sopra la legatura del grembiule gli si gonfiava in tante pieghe, vigilava girando gli occhi, senza smuovere la testa; ilare e pestando i piedi dalla contentezza, con le braccia nell'acqua tiepida delle zangole untuose e piene di piatti da lavare. Egli aveva un gozzo duro e giallastro, come gli ci fosse rimasta una pietra; uno di quei gozzi da galline satolle.
Ma Domenico, che parecchie volte fingeva appunto di non udire e di non vedere per conoscere meglio i suoi sottoposti, rientrò dicendo: - Ghìsola ha avvezzato male anche te!
Pietro, impaurito e sorpreso, domandò: - Perché?
Tutti gli si volsero, con allegra curiosità.
Come la incolpava? Qualcuno certo gli aveva fatto bevere cose non vere! Ecco perché l'aveva rimandata a Radda! Ma egli n'ebbe invece simpatia; contro l'ingiustizia con la quale la dileggiavano; e desiderò di rivederla. Ma perché tutti lo guardavano con malizia, ridendo e divertendocisi? E perché suo padre era così convinto di quel che aveva detto? Rimase con i diti appuntellati sul tavolino, afflitto.
Ora era un giovinetto magro e pallido, con il vizio di tenere una spalla più su dell'altra. Vestiva male, con un cordoncino rosso al colletto sempre sgualcito e sporco; i capelli biondi, gli orecchi troppo larghi e discosti dalla testa; gli occhi di un celeste chiaro chiaro e come se egli avesse qualche cosa da difendere. Il volto con un'animosità ingenua e malinconica, ma sicura e risoluta; quasi imbarazzante e spiacevole.
Talvolta, a giornate intere, sembrava malcontento; ma, se gli parlavano, doventava subito tranquillo e affabile. Tartagliava meno.
Quel che provava dinanzi alle cose rimaneva indefinibile, ed egli ne soffriva. La primavera era come una violenza. Leggere, allora, un libro sotto qualche albero! Interrompeva la lettura a mezze pagine, a caso, per alzarsi in piedi e tirare fino alla faccia un ramo, quasi per farsi accarezzare. Ma avrebbe voluto chiedergli il permesso; guardando dinanzi le colline ricoperte di chiome candide e spioventi, mandorli e peschi, che pendevano da qualche parte, come se dovessero spargersi a terra. E, assicuratosi che nessuno lo avesse scorto, sospirava ricominciando a leggere. Non aveva trovato ancora il libro per la sua anima. Talvolta non leggeva più, perché gli pareva di vedere di là dalle pagine che doventavano come trasparenti e sfondate.
Se un insetto, salitogli su per i calzoni, giungeva sopra il libro, smetteva anche allora.
Qualche uccello entrava tra le rame in fiore, con il movimento e la forza di un ago infilato; come se le fronde si fossero aperte e poi richiuse per lui.
Anche prima che Anna morisse, non voleva andare in chiesa; ed ella non riusciva quasi mai a farlo pregare. Ormai si sentiva ateo. Bestemmiava, perché non voleva avere i pregiudizi dei preti. E Domenico ne dava tutta la colpa a quei maledetti libri della scuola.
Domenico faceva castrare tutte le bestie di Poggio a' Meli; e gli assalariati ci si divertivano, con un'ironia che Giacco e Masa credevano per la loro nipote: - È bene: così non si muoveranno da casa! E poi ingrasseranno di più.
Qualche volta ci erano dieci o dodici galletti accapponati, mogi, che beccavano di mala voglia, con le penne insanguinate; nella stalla, i vitelli intontiti dalla castratura, afflitti, con gli occhi più oscuri e tetri.
Il cane disteso su l'aia, i gatti silenziosi e immaligniti, rincantucciati sotto il carro e dietro le fastella, con gli occhi sempre aperti.
Ora, ad una gatta, fece scegliere soltanto un maschio, per tenerlo alla trattoria. Il castrino lo prese e lo mise con la testa all'ingiù dentro a un sacco stretto tra le sue ginocchia; e con un coltellaccio tagliò di colpo. La bestia fu per restare lì dentro, arrembata; poi, miagolando, saltò e sparì non si sa dove.
- Ecco fatto. S'è ricordato tardi di miagolare!
- C'è voluto poco da vero!
E risero, ammirando.
Domenico, tenutosi alquanto discosto, anche per esagere il ribrezzo, disse a quell'uomo: - Quanto devi avere?
- Una lira. È troppo?
- Una lira?
Mi dia quello che vuole. Tanto con lei bisogna fare a modo suo.
Gli era rimasta la bocca storta dopo un attacco di paralisi; e i suoi occhi cisposi lagrimavano sempre.
- Ti dò mezza lira; e verrai a mangiare un piatto di spaghetti alla trattoria.
E gli contò i soldi.
L'uomo li tenne un momento nel palmo della mano, quasi pesandoli; poi, facendo una smorfia di scontento malizioso, se li cacciò in tasca dopo aver guardato che non fosse rotta.
- Almeno che gli spaghetti siano abbondanti!
E girati gli occhi attorno agli assalariati, che si erano riuniti per far colazione, toccò il ventre di Domenico; dicendo: - Ecco come ingrassano i ricchi!
Ma gli assalariati fecero finta di non udire; e Carlo si mise una mano su le labbra. Pietro chiese: - Dove sarà andato il gatto? Vuoi che vada a vedere?
- Lascialo fare, quando avrà fame tornerà.
- Non morirà mica? - domandò al castrino.
- È impossibile: si lecca la ferita finché non è rimarginata. Per medicarsi sono più bravi di noi!
E parlarono delle altre castrature, specie di quella di Toppa; che abbassava la coda tra le gambe e ringhiava quando gli altri cani gli si avvicinavano. Tutti s'erano voltati verso la bestia, che s'allontanò come se avesse capito. Ma tornò subito a dietro, perché gli assalariati mangiavano, chiacchierando dai loro usci aperti l'uno di fronte all'altro sul piazzale; mentre le donne terminavano le faccende di casa.
- Attingimi una brocca d'acqua, Adele! - disse Carlo avanzandosi da dove era.
Ella obbedì; e lasciò la brocca sul pozzo mentre la molla della catena oscillava ancora.
Le avevano tenuti gli occhi addosso; e poi, ad uno per volta, bevvero e intinsero le loro fette di pane duro.
Muovendosi per il piazzale, si scambiavano le opinioni relative ai loro lavori campestri; attenti quando il padrone, andato a vedere le vacche, tornasse.
Pietro stava in mezzo a loro, divertendosi a vederli masticare: qualcuno, per non sprecare le briciole, arrovesciava indietro la testa, e si metteva in bocca il pane con il palmo della mano.
Carlo era un uomo grasso e robusto, quantunque l'inverno soffrisse di doglie alle gambe. La sua camicia di lino grosso era sempre la più pulita. Ma puzzava di concio; e il fiato gli sapeva d'aglio e di cipolle, di cui era ghiottissimo: ad ogni morso, guardava i segni dei denti nel pane.
Il castrino, stimandolo da più degli altri, prima d'andarsene, gli mostrò tutti i soldi riscossi: - Li vedi? Son come noi uomini: chi è fatto in un modo e chi in un altro. Questo è stato battuto con il martello, e appena si conosce com'è. Quest'altro è piegato, come se uno è zoppo; quest'altro lo volevano bucare, come se tu dài una coltellata a qualcuno o la dànno a te; e questo è consumato tanto che pesa metà; è un povero come me; e me lo beverò per il primo, perché non mi ci faccia pensare. A rivederci.
Sputò e bestemmiò.
Carlo a pena gli rispose. Poi disse, quando non poteva più essere udito da lui: - Voleva far colazione con il mio pane. Ma non gli è riuscito.
E guardò verso la sua casa, dov'era la madia ancora aperta.
Erano passati tre anni; e Pietro aveva preso la licenza tecnica. In fatti, rimandato a scuola, dopo molte difficoltà e non poca diffidenza, s'era impegnato a studiare.
Passava tutte le ore libere con i compagni; e Domenico permetteva perfino che entrassero a prenderlo dentro la trattoria.
Ma fu il tempo ch'egli cominciò a conoscere le donne. Vi andava di nascosto; e, per procurarsi i soldi, vendeva i libri e qualche oggetto che riesciva a portare via di casa senza che Domenico se ne accorgesse: un servito di maiolica, alcuni medaglioni di pietre buone e perfino un antico ventaglio d'avorio e di seta. Poi ne rimetteva le chiavi sotto un tondino di lana, che faceva da posalume.
Uno dei lavoranti a giornata, che Domenico teneva a Poggio a' Meli, s'innamorò di Rebecca; e fece capire che l'avrebbe sposata volentieri. Il Rosi che da qualche tempo aveva fatto venire, sempre da Radda, un'altra nipote di Rebecca, cugina di Ghìsola, pensò che poteva dare il consenso; facendo prendere alla nipote il posto della zia. Fornì lui la dote e molte altre spese; e, per di più, pigliò cameriere il marito.
Dopo la morte di Anna, Rebecca aveva seguitato ad essere in buoni rapporti con il padrone; ma questa nipote, Rosaura, l'aveva ben presto surrogata; e zia e nipote, finché non avvenne il matrimonio, leticavano anche dentro la trattoria; con grande paura di Giacco e Masa, che non volevano compromettere il pane della loro vecchiaia.
Masa si nascondeva perché non la vedessero riposarsi sempre; temendo che l'avrebbero fatta licenziare, tanto più che del padrone si fidava poco anche lei, conoscendolo meglio degli altri. Sedendosi, alzava la sottana, rovesciava in giù le calze di cotone bianco, e grattavasi le gambe dove sentiva continui dolori.
Le altre donne, che guadagnavano lo stesso, se ne accorgevano; e perciò la invidiavano e le volevano molto male, chiamandola perfino ladra; ma per stare nelle sue grazie l'aiutavano invece.
Infatti Domenico continuava a benvolerla, perché lo teneva informato di tutto quel che facevano al podere.
Ma Giacco non chiedeva più le cicche a Pietro; anzi, creduto ch'egli si fosse fatto cattivo, arrivò al punto di maldolersene con il padrone, dicendogli che se non fosse stato lui, povero vecchio che tutti spregiavano, a Poggio a' Meli avrebbero magari rubato i mattoni dell'aia d'accordo con il suo figliolo.
- Non ha giudizio! Mi permetta di dirglielo... Mi scusi, anzi! E con me perché ce l'ha presa?
Domenico lo rassicurava alla meglio; ma non tanto, per calcolo. E, allora, egli facendo l'offeso che s'addolora, e mostrando d'aver parlato contro la propria volontà, taceva subito.
Qualche volta, toltosi il cappello e sbattutolo su le ginocchia, per farsi compatire, alludendo a Pietro, gridava: - Non ho fortuna io!
Ma non lavorava più con gli altri, facendo soltanto quello che prima toccava alla sua nipote; le gambe gli si erano piegate fino a battersi insieme; e sembravano raccorcite, come talvolta le funi di due campane vicine, se s'avvolgono tra sé.
Quando doveva parlare, la sua testa grossa faceva uno sforzo per star dritta su le spalle stremenzite e curve. Aveva un volto indefinibile, con la pelle paralizzata, con le rughe, simili a piccoli scheggiali, bruciate dal sole; tra cui si radunava il sudiciume untuoso. La bocca non si vedeva sotto i baffi arruffati e cascanti, che assomigliavano a pelo di bestia. Le congiuntive, di un colore gialliccio, gli si erano ispessite.
Prima di eseguire una cosa, si grattava la testa dietro gli orecchi, tenendo con l'altra mano il cappello alzato; come se avesse cercato di rifletter bene.
Quando il padroncino gli passava accanto, lo prendeva per una manica; chiedendogli: - Non mi parla più?
Infatti Pietro lo evitava perché non gli piaceva quel suo modo di fare doppio, che lasciava intravedere, senza ritegno, come potesse stimarsi anche da più di lui.
Rattenendolo, gli diceva con diffidenza, che avrebbe voluto sembrare affettuosa: - E pure io lo conosco fin da bambino, e l'ho tenuto anche sopra le ginocchia... È adirato con me, forse?
Procurava di far sorridere Pietro, per non convenire di aver parlato a vuoto. Ma ripigliava, cupo, quasi per convincere, con risentimento: - Perché non mi vuol bene?
Pietro non sapeva quel che rispondere, contento di vederlo quasi supplicare.
- E pure ho fatto sempre il mio dovere; e suo padre lo sa. E lo farò finché Dio mi terrà in piedi.
E allora la sua voce doventava quasi arrogante.
Il giovinetto aveva una specie di repugnanza per quella sua ostinazione certo esagerata.
Il vecchio lo guardava fisso; Pietro gli dava un'occhiata timida, divincolandosi.
Giacco procurava di sorridere; ma, vedendo la fisonomia di Pietro, non gli riusciva. Ma Pietro sentivasi liberato, anche perché poteva andarsene senz'altro.
Una volta gli domandò: - E Ghìsola?
L'assalariato si ringalluzzì tutto, intuendo quale poteva essere il mezzo per farsi benvolere dal padroncino; esitando, nondimeno, ad approfittarne.
- Oh, era tanto tempo che non ne parlava più!
- Ma dov'è?
Giacco, invece di farglielo sapere subito, perché avrebbe voluto dir tante cose, si grattò il petto. Da uno strappo della camicia si vedevano i capezzoloni, di sangue nero, con i peli lunghi, con i pori gonfi. Un filo, con un sacchetto di medagliuzze, sporco di sudore, gli stringeva il collo; facendoglici una recisa.
- È a Radda, io credo.
Rispose a voce bassa; e con il falcino indicò le colline del Chianti.
- Scrisse due mesi fa... Vede? Radda è là.
- Avete sempre la lettera?
- La prese la mia donna. Io credo che l'abbia conservata. Credo, almeno! Diamine, non l'avrà buttata via!
E, dicendo così, faceva capire di no.
Pietro domandò: - Perché buttata via? Se le volete bene, dovete avere questa lettera. La voglio vedere.
Egli parlava come se dovesse difendere un diritto. E s'inasprì la sua ostilità con il vecchio; che, incerto e incuriosito, disse poi: - Ha mandato anche un'altra cosa.
E strizzò un occhio.
- Che cosa? Scommetto, la sua fotografia?
Giacco chiese, mettendogli una mano su la spalla e ritraendola in fretta: - Chi glielo ha detto?
- Non l'ha mandata? Rispondete.
Giacco, tutto allegro, appoggiandosi ad un olivo per seguitare, esclamò: - Da vero!
Faceva l'effetto di una tartaruga, che comincia a muoversi quando confida di non esser molestata più.
Pietro girò su se stesso; e, senza dirgli più niente, andò a casa del vecchio, con una contentezza immensa. Radda gli pareva a pochi chilometri di distanza!
Le spighe del grano, incurvate dai venti e dalle piogge, come tanti uncini, avevano un'indoratura tenue; gli steli erano arruffati e alcuni rotti.
Giacco gli gridò dietro: - M'ascolti, m'ascolti...
Masa asciugava i piatti, seduta sopra lo scalino di camera.
- Il vostro marito m'ha detto che avete una lettera di Ghìsola. È vero?
La vecchia, che tante volte aveva pensato di fargliela leggere, gli rispose la verità; e, poi, chiese: - Glielo ha detto proprio lui?
- Non volevate?
E, senza aspettare che s'alzasse, entrò in camera; scavalcando la donna, che abbassò tutta la schiena.
Masa gli era più simpatica; ma con il padrone ella parlava male di lui quanto Giacco.
- Ora vengo io! Non frughi nel canterano... Non la trova.
Egli disse soltanto, stizzito: - Spicciatevi. Siete una stupida. Non capite quel che io penso di lei.
Temeva che sopraggiungesse Giacco, dinanzi al quale sarebbe stato zitto; perché talvolta i suoi sguardi lo facevano diffidente, se non cauto.
Masa trovò la lettera; ma, prima di dargliela, disse, tenendola con la mano aperta contro il petto incavato: - Non voglio che ne risappia niente il padrone.
- Perché? Chi glielo ridice?
Ella arrossì, e rispose: - Il perché lo sa meglio di me.
Poi mosse le labbra, come quando mordicchiava il refe per infilarlo nell'ago.
La busta, e a lui dispiacque, era stata strappata, a pizzicotti, intorno; per cavare la lettera dettata certo a qualche parente, perché Ghìsola non sapeva scrivere. Pietro, a voce alta, la lesse tutta: i suoi genitori avevano avuto il morbillo, la zia Giuseppa non poteva allattare la bambina.
Allora, chiese: - E la fotografia dov'è?
Masa rideva, e la sua arroganza se ne compiaceva molto. Si pigiò, più volte, i fianchi con le nocche. Quando rideva, si vedevano i suoi denti fitti e ancora bianchi.
- È una settimana che m'è caduta dietro il canterano; mentre la volevo spolverare.
Egli scorse, infatti, sotto una fila di santi, attaccati al muro, lungo una cordicella, una cornice di vecchio velluto turchino, ma vuota. Quel vuoto, con un foglio bianco, lo intenerì.
- Non avete pensato prima a raccattarla?
Ormai si sentiva certo di vederla. E gli pareva di compiere un dovere.
Ma Masa, non volendo rimproveri, disse: - Saremo a tempo a prenderla! Chi ci pensa? La mattina ci alziamo presto; la sera non abbiamo voglia, perché siamo stracchi.
- Scanserò il canterano io.
Quando c'era da far valere un rispetto, lavorava anche lui!
- Non mi faccia inquietare!
Ma i suoi occhi non erano cattivi come le altre volte: c'era dolcezza, benché torbida e ambigua.
- Perché?
- Il canterano è peso, e lei potrebbe farsi male. Il padrone incolperebbe me.
Quand'ella parlava di lui, a Pietro pareva di doversi infilare in qualche punta.
- Non mi faccia inquietare!
- Aiutatemi, invece!
Sarebbero stati pronti a bisticciare; ma ella tolse, adagio, ad uno per volta, tutti i ninnoli: un vaso di porcellana sbocconcellato, dentro il quale c'erano stati ritti chi sa quanti fiori; un'imagine di cera, di Santa Caterina, sotto una campana di vetro; un pezzo di specchio verdognolo e guasto.
- Abbia pazienza.
Egli trasse a sé il canterano tarlato; e allora la fotografia, rimasta tra quello e il muro, cadde. La raccolse; e, senza smettere di guardarla, andò verso la finestra, con la stessa paura di quando un fulmine è caduto vicino.
- Vede com'è fatta bella? Ora le piacerebbe da vero!
Pietro comprese, istantaneamente, quel che volesse dir bella. Il cuore gli si mise a battere in fretta, con una felicità dolce. Non rispose, sentendosi le labbra tremolare.
Masa non distolse mai gli occhi da lui, incerta di quel che gli avrebbe fatto e di quel che provava: le sue palpebre sbattevano. Cozzatolo in un braccio, gli chiese: - Ed ora che cosa se ne fa?
Temeva che la volesse prendere; ma Pietro non avrebbe osato perché Ghìsola, forse, non sarebbe stata contenta. Rispose, con voce alterata: - Tenetela qui, nella sua cornice. Voglio io: non la fate cadere più.
Masa, soddisfatta, assentì; e tolse con un cencio i ragnateli attaccati al muro. Pietro mise da sé la fotografia a posto, e riaccostò il canterano.
- Conservate anche la lettera.
- Veramente, se si fosse comportata meglio con noi... le vorrei più bene.
A una mossa brusca di Pietro, come prima non gli aveva veduto fare mai, ella riprese: - Ma glielo voglio lo stesso.
- Che vi ha fatto di male? Lo vorrei sapere che male può avervi fatto! Inventate!
- Non lo posso dire: riguarda me; e basta.
S'era offesa di aver dovuto rimandar via la nipote! Si morsicchiò il labbro di sotto, in fretta e molte volte.
- Stia zitto. Non dica a nessuno, né meno a Rebecca, che gliel'ho fatta vedere. Vada via di casa, e guai se lo fa anche sospettare!
Egli uscì. E, tutto a un tratto, si accorse che era innamorato di Ghìsola; e non ci trovò niente di strano nè di spiacevole. Anzi, se ne fosse stato più sicuro, l'avrebbe detto subito a Masa. Facendole capire che, sopra a tutto, si trattava di una riparazione sociale, per il cui cómpito offriva se stesso volentieri. Perché anche lei non doveva esser ricca?
Tre giorni dopo, tornò a Poggio a' Meli.
Su la capanna soleggiata batteva l'ombra lieve di un pero; ed era immobile. E pure quelle righe d'ombra gli parevano come segni di febbre, e pulsanti come le sue vene; come acqua bollente.
Sul tetto della parata, tutto visibile per la sua inclinatura fin quasi a un metro da terra, era cresciuto, largo due metri, il sopravvivo, l'una pianta quasi ficcata dentro l'altra, con le foglie spinose, con un fiore che il gambo non aveva forza di reggere; vi erano una veste di fiasco e due falci arrugginite. E Carlo vi teneva, perché pigliasse il sole, tra due pietre, una boccetta piena di olio con uno scorpione dentro, servendosene per medicarsi i tagli.
Pietro si accorse che, nella parte più alta del tetto, era rimasto uno straccio ormai scolorito dal sole, attaccato lì dalle pioggie: mezza sottana di Ghìsola.
Andò da Masa, e le disse: - Fatemi rivedere la fotografia.
La guardò in fretta, al muro, perché la vecchia non s'offendesse e magari non lo scrivesse alla nipote.
Il Monte Amiata, di un aspetto liquido, sembrava per appianarsi.
Pietro, gracile e sovente malato, aveva sempre fatto a Domenico un senso d'avversione: ora lo considerava, magro e pallido, inutile agli interessi; come un idiota qualunque!
Toccava il suo collo esile, con un dito sopra le venature troppo visibili e lisce; e Pietro abbassava gli occhi, credendo di dovergliene chiedere perdono come di una colpa. Ma questa docilità, che sfuggiva alla sua violenza, irritava di più Domenico. E gli veniva voglia di canzonarlo.
Quei libri! Li avrebbe schiacciati con il calcagno! Vedendoglieli in mano, talvolta non poteva trattenersi e glieli sbatteva in faccia.
Chi scriveva un libro era un truffatore, a cui non avrebbe dato da mangiare a credito.
E intanto Pietro gli aveva fatto spendere le tasse tre anni di seguito per la scuola tecnica!
Dopo averlo guardato, a lungo, su un orecchio o su la nuca debole e vuota, faceva gesti belluini, mordendosi il labbro di sotto, piantando all'improvviso un coltello su la tavola e smettendo di mangiare.
Pietro stava zitto e dimesso; ma non gli obbediva. Si tratteneva meno che gli fosse possibile in casa; e, quando per la scuola aveva bisogno di soldi, aspettava che ci fosse qualche avventore di quelli più ragguardevoli; dinanzi al quale Domenico non diceva di no. Aveva trovato modo di resistere, subendo tutto senza mai fiatare. E la scuola allora gli parve più che altro un pretesto, per star lontano dalla trattoria.
Trovando negli occhi del padre un'ostilità ironica, non si provava né meno a chiedergli un poco d'affetto.
Ma come avrebbe potuto sottrarsi a lui? Bastava uno sguardo meno impaurito, perché gli mettesse un pugno su la faccia, un pugno capace d'alzare un barile. E siccome alcune volte Pietro sorrideva tremando e diceva: - Ma io sarò forte quanto te! - Domenico gli gridava con una voce, che nessun altro aveva: - Tu?
Pietro, piegando la testa, allontanava pian piano quel pugno, con ribrezzo ed ammirazione.
Da ragazzo quella voce lo spaventava, gli faceva male; e allora si rincantucciava, senza piangere, per essere lasciato solo. Ora ne provava una scontentezza esasperante. E, convinto che non avrebbe dovuto soffrire a quel modo, si esaltò sempre più nelle parole di riscatto e di giustizia; come trovava scritto in certi opuscoli di propaganda prestatigli dal suo barbiere.
Entrò nel partito socialista, e fondò perfino un circolo giovanile. Prima di nascosto, e poi vantandosene con tutti quelli che capitavano nella trattoria. La sua ambizione doventò, allora, quella di scrivere articoli in una Lotta di classe, che usciva tutte le settimane. E se la polizia lo avesse fatto arrestare, sarebbe stato contento. Sognava processi, martirii, conferenze ed anche la rivoluzione. Quando un altro lo chiamava "compagno", si sarebbe fatto a pezzi per lui; senza né meno pensarci.
Domenico, invece, era preso sempre di più dal lavoro e dal podere; e non c'era nessuno che l'aiutasse!
Nelle ore di caldo asfissiante, quando la trattoria restava vuota, lo sguattero e il cuoco dormivano con il capo appoggiato sopra il ceppo, coprendosi con i loro grembiuli per via delle mosche che volavano su gli strofinacci untuosi; si fermavano, tutte accosto, intorno ad una goccia di brodo rimasta sopra la tavola; camminavano in su e in giù sopra i pezzi della carne, striscindovisi sopra. La marmittona di rame seguitava a bollire; un gatto, sotto la tavola, rosicchiava. Una cannella d'ottone, mal chiusa, sgocciolava con un sibilo incessante. Le due zangole battevano, sopra una parete, i riflessi trasparenti della loro acqua; che, di quando in quando, erano attraversati dall'ombra di una mosca.
Se giungeva un cliente, il cameriere pigliava il primo piatto della pila, poi chiamava il cuoco.
- Non dormire più.
Allora il sudore adunato sotto la camicia si raffreddava ad un tratto; e il cuoco si sdrusciava un orecchio indolenzito, perché gli era rimasto ripiegato tra il braccio e la testa.
La trattoria riprendeva il suo movimento.
Pietro passava quest'ore di vacanza, leggendo quasi senza avvedersi del tempo. Domenico, rientrando in punta di piedi, riesciva a sorprenderlo.
- Perché non sei attento a quello che fanno le persone di servizio?
E il rimprovero ricominciava.
Una volta gli gridò, proprio dentro a un orecchio: - Vieni a pesare la paglia.
- Io?
- Tu.
E lo alzò da sedere, prendendolo per il colletto. Ma poi, avendo fretta, si avviò dove erano i pagliaioli. Pietro non si mosse, restando con la testa contro uno spigolo del muro; e provando una grande repugnanza del pianto che lo invadeva.
- Ecco un altro barroccio di paglia, padrone!
Disse l'uno dei due uomini che avevano scaricato quella portata prima.
- È un pagliaio!
Urlò quegli che con la fune aiutava a trarre innanzi il barroccio.
- Dieci quintali!
Aggiunse Palloccola che reggeva le stanghe.
Il trattore sorrise delle loro esagerazioni. Andò al nuovo fastello di paglia, lo toccò e lo annusò. Poi, senza rispondere, guardò in faccia i due uomini.
Nella piccola piazzola, dove rispondeva la porta della cucina, erano altri due uomini sudati per la fatica; perché avevano scaricato i loro fastelli di paglia, alzandoli fino all'imboccatura della capanna. Ora, essi si riposavano; stando a coccoloni con le spalle appoggiate al muro. Il sudore della fronte sgocciolava su la punta delle scarpe polverose; il cui cuoio era gonfio di piegature.
- Quanto volete?
Disse il trattore, mettendosi i pollici nelle tasche del panciotto. Aveva il dorso d'una mano sgraffiato; e perciò, spesso, vi si succhiava il sangue.
- Quanto ci dà? Vogliamo mangiare anche noi.
Dispose Ceccaccio. E Palloccola: - Questi contadinacci non ci regalano più niente. Facciamo per strapazzarci.
Essi erano andati da un podere all'altro, capitando nelle ore della trebbiatura; in modo che ogni contadino, per levarseli di torno, aveva regalato una forcatella di paglia. I contadini non rifiutavano mai, temendo ch'essi per vendetta ne rubassero molta di più.
Infatti, vivevano più di furti che di lavoro; e non avevano mai un mestiere fisso.
Domenico faceva, sotto prezzo, grandi provviste di paglia, che poi bastava fino all'anno dopo per la stalla addetta alla trattoria.
- Volete fare a peso o a occhio?
Domenico chiese, togliendosi le mani dal panciotto.
- Come vuole. Siamo contenti in tutte le maniere.
Pipi e Nosse, già contrattato, interruppero: - Intanto mandi via noi. Ci paghi.
Erano due giovini. Pipi con una testa enorme, gonfia, con la fronte ampia. E gli occhi ceruli erano dolci, di una dolcezza infantile. Nosse aveva i baffi neri, e i piccoli occhi vivacissimi sembrava potessero mordere.
- Prima aiuterete ad alzare anche questa paglia.
- Se ci dà bevere!
Disse, ridendo, Pipi; che, poi, sputò nel muro.
- Ho la gola piena di polvere!
Disse Nosse. E si alzò, appoggiandosi un'altra volta al muro.
Domenico sorrise, promettendo.
Passava già la cinquantina. Le mani gli erano doventate pallide: si vedevano le loro vene di un rosso violaceo; con le unghie lunghe e strette, accartocciate.

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Ultimo Aggiornamento: 01/03/99 0.38