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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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Mirra

Di: Vittorio Alfieri

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ATTO SECONDO

  

SCENA PRIMA

 

Ciniro, Peréo.

 

PERÉO

Eccomi a' cenni tuoi. Lontana molto,

spero, o re, non è l'ora, in cui chiamarti

padre amato potrò...

CINIRO

Peréo, m'ascolta. –

Se te stesso conosci, assai convinto

esser tu dei, quanta e qual gioja arrechi

a un padre amante d'unica sua figlia

genero averti. Infra i rivali illustri,

che gareggiavan teco, ove uno sposo

voluto avessi a Mirra io stesso scerre,

senza pur dubitar, te scelto avria.

Quindi, eletto da lei, se caro io t'abbia

doppiamente, tu il pensa. Eri tu il primo

di tutti in tutto, a senno altrui; ma al mio,

piú che pel sangue e pel paterno regno,

primo eri, e il sei, per le ben altre doti

tue veramente, onde maggior saresti

d'ogni re sempre, anco privato...

PERÉO

Ah! padre...

(giá d'appellarti di un tal nome io godo)

padre, il piú grande, anzi il mio pregio solo,

è di piacerti. I detti tuoi mi attento

troncar; perdona: ma mie laudi tante,

pria di mertarle, udir non posso. Al core

degno sprone sarammi il parlar tuo,

per farmi io quale or tu mi credi, o brami.

Sposo a Mirra, e tuo genero, d'ogni alto

senso dovizia aver degg'io: ne accetto

da te l'augurio.

CINIRO

Ah! qual tu sei, favelli. –

E perché tal tu sei, quasi a mio figlio

io parlarti ardirò. – Di vera fiamma

ardi, il veggo, per Mirra; e oltraggio grave

ti farei, dubitandone. Ma,... dimmi;...

se indiscreto il mio chieder non è troppo,...

sei parimente riamato?

PERÉO

... Io nulla

celar ti debbo. – Ah! riamarmi, forse

Mirra il vorrebbe, e par nol possa. In petto

giá n'ebbi io speme; e ancor lo spero; o almeno,

io men lusingo. Inesplicabil cosa,

certo, è il contegno, in ch'ella a me si mostra.

Ciniro, tu, benché sii padre, ancora

vivi ne' tuoi verdi anni, e amor rimembri:

or sappi, ch'ella a me sempre tremante

viene, ed a stento a me si accosta; in volto

d'alto pallor si pinge; de' begli occhi

dono a me mai non fa; dubbj, interrotti,

e pochi accenti in mortal gelo involti

muove; nel suolo le pupille, sempre

di pianto pregne, affigge; in doglia orrenda

sepolta è l'alma; illanguidito il fiore

di sua beltá divina: – ecco il suo stato.

Pur, di nozze ella parla; ed or diresti,

ch'ella stessa le brama, or che le abborre

piú assai che morte; or ne assegna ella il giorno,

or lo allontana. S'io ragion le chieggo

di sua tristezza, il labro suo la niega;

ma di dolor pieno, e di morte, il viso

disperata la mostra. Ella mi accerta,

e rinnuova ogni dí, che sposo vuolmi;

ch'ella m'ami, nol dice; alto, sublime,

finger non sa il suo core. Udirne il vero

io bramo e temo a un tempo: io 'l pianto affreno;

ardo, mi struggo, e dir non l'oso. Or voglio

di sua mal data fede io stesso sciorla;

or vo' morir, che perder non la posso;

né, senza averne il core, io possederla

vorrei... Me lasso!... ah! non so ben s'io viva,

o muoja omai. – Cosí, racchiusi entrambi,

e di dolor, benché diverso, uguale

ripieni l'alma, al dí fatal siam giunti,

che irrevocabil oggi ella pur volle

all'imenéo prefiggere... Deh! fossi

vittima almen di dolor tanto io solo!

CINIRO

Pietá mi fai, quanto la figlia... Il tuo

franco e caldo parlare un'alma svela

umana ed alta: io ti credea ben tale;

quindi men franco non mi udrai parlarti. –

Per la mia figlia io tremo. Il duol d'amante

divido io teco; ah! prence, il duol di padre

meco dividi tu. S'ella infelice

per mia cagion mai fosse!... È ver, che scelto

ella t'ha sola; è ver, che niun l'astringe...

Ma, se pur onta, o timor di donzella...

se Mirra, in somma, a torto or si pentisse?...

PERÉO

Non piú; t'intendo. Ad amator, qual sono,

appresentar puoi tu l'amato oggetto

infelice per lui? ch'io me pur stimi

cagion, benché innocente, de' suoi danni,

e ch'io non muoja di dolore? – Ah! Mirra

di me, del mio destino, omai sentenza

piena pronunzi: e s'or Peréo le incresce,

senza temenza il dica: io non pentito

sarò perciò di amarla. Oh! lieta almeno

del mio pianger foss'ella!... A me fia dolce

anco il morir, pur ch'ella sia felice.

CINIRO

Peréo, chi udirti senza pianger puote?...

Cor, né il piú fido, né in piú fiamma acceso

del tuo, non v'ha. Deh! come a me l'apristi,

cosí il dischiudi anco alla figlia: udirti,

e non ti aprire anch'ella il cor, son certo,

che nol potrá. Non la cred'io pentita;

(chi il fora, conoscendoti?) ma trarle

potrai dal petto la cagion tu forse

del nascosto suo male. – Ecco, ella viene;

ch'io appellarla giá fea. Con lei lasciarti

voglio; ritegno al favellar d'amanti

fia sempre un padre. Or, prence, appien le svela

l'alto tuo cor che ad ogni cor fa forza.

 

SCENA SECONDA

 

Mirra, Peréo.

 

MIRRA

Ei con Peréo mi lascia?... Oh rio cimento!

Vieppiú il cor mi si squarcia...

PERÉO

È sorto, o Mirra,

quel giorno al fin, quel che per sempre appieno

far mi dovria felice, ove tu il fossi.

Di nuzíal corona ornata il crine,

lieto ammanto pomposo, è ver, ti veggo:

ma il tuo volto, e i tuoi sguardi, e i passi, e ogni atto,

mestizia è in te. Chi della propria vita

t'ama piú assai, non può mirarti, o Mirra,

a nodo indissolubile venirne

in tale aspetto. È questa l'ora, è questa,

che a te non lice piú ingannar te stessa,

né altrui. Del tuo martír (qual ch'ella sia)

o la cagion dei dirmi, o almen dei dirmi,

che in me non hai fidanza niuna; e ch'io

mal rispondo a tua scelta, e che pentita

tu in cor ne sei. Non io di ciò terrommi

offeso, no; ben di mortal cordoglio

pieno ne andrò. Ma, che ti cale in somma

il disperato duol d'uom che niente ami,

e poco estimi? A me rileva or troppo

il non farti infelice. – Ardita, e franca

parlami, dunque. – Ma, tu immobil taci?...

Disdegno e morte il tuo silenzio spira...

Chiara è risposta il tuo tacer: mi abborri;

e dir non l'osi... Or, la tua fe riprendi

dunque: dagli occhi tuoi per sempre a tormi

tosto mi appresto, poiché oggetto io sono

d'orror per te... Ma, s'io pur dianzi l'era,

come mertai tua scelta? e s'io il divenni

dopo, deh! dimmi; in che ti spiacqui?

MIRRA

... Oh prence!...

L'amor tuo troppo il mio dolor ti pinge

fero piú assai, ch'egli non è. L'accesa

tua fantasia ti spigne oltre ai confini

del vero. Io taccio al tuo parlar novello;

qual maraviglia? inaspettate cose

odo, e non grate; e, dirò piú, non vere:

che risponder poss'io? – Questo alle nozze

è il convenuto giorno; io presta vengo

a compierle; e di me dubita intanto

il da me scelto sposo? È ver, ch'io forse

lieta non son, quanto il dovria chi raro

sposo ottiene, qual sei: ma, spesse volte

la mestizia è natura; e mal potrebbe

darne ragion chi in se l'acchiude: e spesso

quell'ostinato interrogar d'altrui,

senza chiarirne il fonte, in noi l'addoppia.

PERÉO

T'incresco; il veggo a espressi segni. Amarmi,

io sapea che nol puoi; lusinga stolta

nell'infermo mio core entrata m'era,

che tu almen non mi odiassi: in tempo ancora,

per la tua pace e per la mia, mi avveggio

ch'io m'ingannava. – In me non sta (pur troppo!)

il far che tu non m'odj: ma in me solo

sta, che tu non mi spregj. Omai disciolta,

libera sei d'ogni promessa fede.

Contro tua voglia invan l'attieni: astretta,

non dai parenti, e men da me; da falsa

vergogna, il sei. Per non incorrer taccia

di volubil, tu stessa, a te nemica,

vittima farti del tuo error vorresti:

e ch'io lo soffra, speri? Ah! no. – Ch'io t'amo,

e ch'io forse mertavati, tel debbo

provare or, ricusandoti...

MIRRA

Tu godi

di vieppiú disperarmi... Ah! come lieta

poss'io parer, se l'amor tuo non veggo

mai di me pago, mai? Cagion poss'io

assegnar di un dolor, che in me supposto

è in gran parte? e che pur, se in parte è vero,

origin forse altra non ha, che il nuovo

stato a cui mi avvicino; e il dover tormi

dai genitori amati; e il dirmi: «Ah! forse,

non li vedrai mai piú;...» l'andarne a ignoto

regno; il cangiar di cielo;... e mille e mille

altri pensier, teneri tutti, e mesti;

e tutti al certo, piú ch'a ogni altro, noti

all'alto tuo gentile animo umano. –

Io, data a te spontanea mi sono:

né men pento; tel giuro. Ove ciò fosse,

a te il direi: te sovra tutti estimo:

né asconder cosa a te potrei,... se pria

non l'ascondessi anco a me stessa. Or prego;

chi m'ama il piú, di questa mia tristezza

il men mi parli, e svanirá, son certa.

Dispregierei me stessa, ove pur darmi

volessi a te, non ti apprezzando: e come

non apprezzarti?... Ah! dir ciò ch'io non penso,

nol sa il mio labro: e pur tel dice, e giura,

ch'esser mai d'altri non vogl'io, che tua.

Che ti poss'io piú dire?

PERÉO

... Ah! ciò che dirmi

potresti, e darmi vita, io non l'ardisco

chiedere a te. Fatal domanda! il peggio

fia l'averne certezza. – Or, d'esser mia

non sdegni adunque? e non ten penti? e nullo

indugio omai?...

MIRRA

No; questo è il giorno; ed oggi

sarò tua sposa. – Ma, doman le vele

daremo ai venti, e lascerem per sempre

dietro noi queste rive.

PERÉO

Oh! che favelli?

Come or sí tosto da te stessa affatto

discordi? Il patrio suol, gli almi parenti,

tanto t'incresce abbandonare; e vuoi

ratta cosí, per sempre?...

MIRRA

Il vo';... per sempre

abbandonarli;... e morir... di dolore...

PERÉO

Che ascolto? Il duol ti ha pur tradita;... e muovi

sguardi e parole disperate. Ah! giuro,

ch'io non sarò del tuo morir stromento;

no, mai; del mio bensí...

MIRRA

Dolore immenso

mi tragge, è ver... Ma no, nol creder. – Ferma

sto nel proposto mio. – Mentre ho ben l'alma

al dolor preparata, assai men crudo

mi fia il partir: sollievo in te...

PERÉO

No, Mirra:

io la cagione, io 'l son (benché innocente)

della orribil tempesta, onde agitato,

lacerato è il tuo core. – Omai vietarti

sfogo non vo', col mio importuno aspetto. –

Mirra, o tu stessa ai genitori tuoi

mezzo alcun proporrai, che te sottragga

a sí infausti legami; o udrai da loro

oggi tu di Peréo l'acerba morte.

 

SCENA TERZA

 

Mirra.

 

 

Deh! non andarne ai genitori... Ah! m'odi...

Ei mi s'invola... – Oh ciel! che dissi? Ah! tosto

ad Euricléa si voli: né un istante,

io rimaner vo' sola con me stessa...

 

SCENA QUARTA

 

Euricléa, Mirra.

 

EURICLÉA

Ove sí ratti i passi tuoi rivolgi,

o mia dolce figliuola?

MIRRA

Ove conforto,

se non in te, ritrovo?... A te venía...

EURICLÉA

Io da lungi osservandoti mi stava.

Mai non ti posso abbandonare, il sai:

e mel perdoni; spero. Uscir turbato

quinci ho visto Peréo; te da piú grave

dolore oppressa io trovo: ah! figlia; almeno

liberamente il tuo pianto abbia sfogo

entro il mio seno.

MIRRA

Ah! sí; cara Euricléa,

io posso teco, almeno pianger... Sento

scoppiarmi il cor dal pianto rattenuto...

EURICLÉA

E in tale stato, o figlia, ognor venirne

all'imenéo persisti?

MIRRA

Il dolor pria

ucciderammi, spero... Ma no; breve

fia troppo il tempo;... ucciderammi poscia,

ed in non molto... Morire, morire,

null'altro io bramo;... e sol morire, io merto.

EURICLÉA

– Mirra, altre furie il giovenil tuo petto

squarciar non ponno in sí barbara guisa,

fuor che furie d'amor...

MIRRA

Ch'osi tu dirmi?

qual ria menzogna?...

EURICLÉA

Ah! non crucciarti, prego,

contro di me, no. Giá da gran tempo io 'l penso:

ma, se tanto ti spiace, a te piú dirlo

non mi ardirò. Deh! pur che almen tu meco

la libertá del piangere conservi!

Né so ben, ch'io mel creda; anzi, alla madre

io fortemente lo negai pur sempre.

MIRRA

Che sento? oh ciel! ne sospettava forse

anch'essa?...

EURICLÉA

E chi, in veder giovin donzella

in tanta doglia, la cagion non stima

esserne amore? Ah! il tuo dolor pur fosse

d'amor soltanto! alcun rimedio almeno

vi avrebbe. – In questo crudel dubbio immersa

giá da gran tempo io stando, all'ara un giorno

io ne venía della sublime nostra

Venere diva; e con lagrime, e incensi,

e caldi preghi, e invaso cor, prostrata

innanzi al santo simulacro, il nome

tuo pronunziava...

MIRRA

Oimè! Che ardir? che festi?

Venere?... Oh ciel!... contro di me... Lo sdegno

della implacabil Dea... Che dico?... Ahi lassa!...

Inorridisco,... tremo...

EURICLÉA

È ver, mal feci:

la Dea sdegnava i voti miei; gl'incensi

ardeano a stento, e in giú ritorto il fumo

sovra il canuto mio capo cadeva.

Vuoi piú? gli occhi alla immagine tremanti

alzar mi attento, e da' suoi piè mi parve

con minacciosi sguardi me cacciasse,

orribilmente di furore accesa,

la Diva stessa. Con tremuli passi,

inorridita, esco del tempio... Io sento

dal terrore arricciarmisi di nuovo,

in ciò narrar, le chiome.

MIRRA

E me pur fai

rabbrividire, inorridir. Che osasti?

Nullo omai de' celesti, e men la Diva

terribil nostra, è da invocar per Mirra.

Abbandonata io son dai Numi; aperto

è il mio petto all'Erinni; esse v'han sole

possanza, e seggio. – Ah! se riman pur l'ombra

di pietá vera in te, fida Euricléa,

tu sola il puoi, trammi d'angoscia: è lento,

è lento troppo, ancor che immenso, il duolo.

EURICLÉA

Tremar mi fai... Che mai poss'io?

MIRRA

... Ti chieggo

di abbreviar miei mali. A poco, a poco

strugger tu vedi il mio misero corpo;

il mio languir miei genitori uccide;

odíosa a me stessa, altrui dannosa,

scampar non posso: amor, pietá verace,

fia 'l procacciarmi morte; a te la chieggio...

EURICLÉA

Oh cielo!... a me?... Mi manca la parola,...

la lena,... i sensi...

MIRRA

Ah! no; davver non m'ami.

Di pietade magnanima capace

il tuo senile petto io mal credea...

Eppur, tu stessa, ne' miei teneri anni,

tu gli alti avvisi a me insegnavi: io spesso

udía da te, come antepor l'uom debba

alla infamia la morte. Oimè! che dico?... –

Ma tu non m'odi?... Immobil,... muta,... appena

respiri! oh cielo!... Or, che ti dissi? io cieca

dal dolore,... nol so: deh! mi perdona;

deh! madre mia seconda, in te ritorna.

EURICLÉA

... Oh figlia! oh figlia!... A me la morte chiedi?

La morte a me?

MIRRA

Non reputarmi ingrata;

né che il dolor de' mali miei mi tolga

di que' d'altrui pietade. – Estinta in Cipro

non vuoi vedermi? in breve udrai tu dunque,

ch'io né pur viva pervenni in Epíro.

EURICLÉA

Alle orribili nozze andarne invano

presumi adunque. Ai genitori il tutto

corro a narrar...

MIRRA

Nol fare, o appien tu perdi

l'amor mio: deh! nol far; ten prego: in nome

del tuo amor, ti scongiuro. – A un cor dolente

sfuggon parole, a cui badar non vuolsi. –

Bastante sfogo (a cui concesso il pari

non ho giammai) mi è stato il pianger teco;

e il parlar di mia doglia: in me giá quindi

addoppiato è il coraggio. – Omai poch'ore

mancano al nuzíal rito solenne:

statti al mio fianco sempre: andiamo: e intanto,

nel necessario alto proposto mio

il vieppiú raffermarmi, a te si aspetta.

Tu del tuo amor piú che materno, e a un tempo

giovar mi dei del fido tuo consiglio.

Tu dei far sí, ch'io saldamente afferri

il partito, che solo orrevol resta.


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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento: 17/07/2005 00.59

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