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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

Leon Battista Alberti

Versione volgare

della "Dissuasio Valerii"

di Walter Map

Testo in Volgare

Testo Originale

Né tacere posso né a me il parlare è lecito. In odio mi sono le gru e gli urli e ciascuna voce luttuosa. Ed ècci chi dileggia qualunque dice il vero, tale che meglio forse fia il tacere. Vorrei adatarmi al vero, né molto mi curerei compiacere ad altri o dilettare le orecchie ad altrui. E veggo molti ghiottoni essere in grazia, perché compiacciono e dilettano ad altri. E quegli in prima sono gratissimi che sanno con sue fizioni e dolci narrazioni ingannarti. Pure non posso però tacere, né saprò darti tossico melato, né saprei condurti con varie parole. Adunche forse doverrei tacere. Ma poich'io conosco che in tempo saranno mordaci loro parole e piene di veneno, parmi da non tacere la verità. Se molti saranno persuasori della voluttà facundissimi ed eloquentissimi, e io ragionando della verità ti sia in fastidio, sarà egli da non tacere. Tra chi piglia diletto solo dell'altrui parole, gli spiacerà udirci, come cantare una oca fra i cigni. Pure quando che sia fu l'oca utilissima, e non permise la terra di Roma cadere in incendio e rapina. E se tu sarai prudente, non riprenderai il mio utile favellarti. Molti desiderano cose che paiono belle, quali a chi le considera sono mostri e chimere, quali hanno faccia di leone, ventre di capra e coda di drago; né veggo si possa tacere. Piacque ad Ulisse la voce della Serena; conobbe ancora i veneni di Circes: fu la virtù in lui quale fece evitarlo il pericolo. Credo e tu sperando in Dio, imitatore d'Ulisse e non d'Empedocle, quale non ben consigliato si commise in Enna, udirai e serverai le mie parole quale mi pare da non tacerle. Grande credo che sia l'incendio del tuo amore altrove, e della benivolenza verso di me, ma forse maggiore verso altrui. Né vorrei ti vincesse tanto che forse doverrei tacere: ma con quello animo favellerò col quale sono tuo: giudicane che ti pare: arai da riputarmi amico, e conoscerai che la benivolenza mia verso di te mi fa parlare. La prima moglie del primo Adamo subito dopo la creazione dell'uomo nel suo primo peccato prima ruppe il digiuno, inobediente contro al Sommo Padre e Creatore: vizio ereditario a tutte le femmine e mai da poterlo purgare! E dicoti niuna esser pari contumelia, amico mio, a uno uomo quanto la moglie inobediente. Guarti Davit nella sacra storia chiamato beato, e di cui si dice: "trovai l'uomo secondo il mio cuore"; concitato da femmina, dopo l'adulterio cadde in omicidio; come mai pare vengano gli scandali soli, tanto può la iniquità coinquinare dovunche ella entri. Bersabes, taciturna e nulla maligna, non però restò d'essere stimolo a perversione e morte del suo perfetto e inocente marito. Chi spregi eloquenza come Dalila di Sansone, e bellezza come Bersabe, saranno elle nocive. Credimi, in te non sarà cuore più virile che allora fosse in Davit. Salomon, un sole in fra gli uomini e tesoro delle delizie di Dio, tutto sapienza, pure amando ottenebrò tanto lume di sapienza e tanta sua gloria per una femmina: inchinossi a Balaim e mutossi in zabulo per cadere maggiore precipizio che Fetonte. Quale era Apolline, e' diventò pastore. Dicoti, amico, se non sarai più savio che Salamone, che so non potrai, non sarà che non possi essere fascinato da una femmina. Apri gli occhi. Quella che più raro si truova che fenice, buona femmina, potrai non amarla sanza amaritudine, paura, infortunio, sollecitudine. Maligno animale, in troppo gran copia datoci dalla natura, che si truovi luogo niuno da loro è vacuo; se tu l'ami, elle ti tormentano e godono per tenere te a sé, avere diviso te da te stesso e da tuo spirito. Solo in tanto numero Lucrezia e Penolope forse furono pudiche: ora Penolopes, Lucrezia e se alcuna fu tanta Sabina non si truovano; troverrai Silla, Mirra, Cilene e quanta vorrai turba esercitata in tutt'i vizi, qual sanno, e dilettagli tenere i suoi suggetti in profonda miseria. Giove re, detto poi Iddio, con quanta avesse amplitudine e dignità seguette Europa renduto in costumi bestiali e feroce. Fu grande Giove, e tu, credo, non però maggiore sarai di lui. Febo simile in terra con sue virtù al sole, pazzo amò Leucotea con infamia a sé e morte a lei. Marte fortissimo e ornatissimo d'infiniti trionfi, perduto in amore con Venere, fu legato da Ulgano con catene quale esso non vedea, ma certo le sentiva, e beffato da tutti gli dii satiri. Adunque, amico, fingi a te Leucoten, e fingi le catene quale forse in parte senti e in tempo sono da rompere, e così fuggi inanzi che tu sia simile fatto a Ulgano, non dico zoppo, ma al tutto sciancato e debole, ... o potere fuggire a libertà. Pallas perché non permise dilettare, ma giovare, non fu accettata da quello falso giudice degl'Idii. Ma tu, che giudicio fia il tuo? Parmi vedere qui ti fastidia quello che tu leggi, né molto gustare la sentenza, ma più tosto aspettare qualche motto o dilicato detto: non aspettarlo in queste lettere. Conviene che i rivoli sieno non dissimile al fonte suo, chiari o torbi, così mie parole simile escono al core. Per questo conoscendo me stessi, forse non voleva dissuaderti; ma non potendo tacere, parlai. E se in me fosse tanta eloquenza quanto volontà, in questa materia ti parrebbe avere utile autore. Ma poiché ancora il tuo animo in parte è libero, e a me per nostra amicizia debbi non poco, priegoti me n'oda con pazienza ed esplicherotti cose utilissime. E non mi volere così esquisito oratore quanto confesso e duolmi non sono. Bastiti il vero udire da me e piacciati la mia buona volontà. Giulio Cesare, prencipe di tutte le cose, cadde perché poco a tempo fu sollecito conoscere quello gli scrivea il suo amico. Tu vero me udirai e consigliera'ti, e di te stessi arai cura e buon provedimento. A molti non giova esser facile e trattabile ove gli convenga sofferire, a cui sarebbe utilissimo prima aversi lasciato consigliare che necessità il premesse. A chi inconsiderato e ruinoso corresse nelle mani e nelle insidie de' ladroni, chi sarebbe che lodasse amandolo sua sfrenata audacia e durezza di fronte? Credo a te agradirà e piacceratti avere udito, né sarà in te tanta contumacia che non degni la fede e sollecitudine di chi te ama e te vorrebbe essere felice. Gli altri errori giovano a renderne dotti ne' nostri pericoli, e puossi sanza danno meglio correggere coll'altrui pericolo che col nostro: la nostra negligenza sempre nuoce. Foroneo re, autore di molte e santissime leggi morendo disse a Leonzio suo fratello: "A essere felice a me nulla mancherebbe se mai avessi avuto moglie". Rispuosegli Leonzio: "Che nuoce avere avuto moglie?" Rispuose Foroneo: "Qualunche sia marito il sa, perché tutti il pruovano". Adunche non tu sarai quello uno a chi pure diletti essere marito. Valenzio imperadore in età d'anni ottanta vergine, mentre che molti trionfi e lode si promulgavano, "una sola mia", disse, "reputo gloria essere maggiore che qualunche di queste". E domandato rispuose questa essere che avea vinto la carne e sua inimicissima cupidità. Vuolsi come costui non pattuirsi a familiarità, ma ostare a tanta peste per vivere felice e morire glorioso. Cicerone repudiato ch'egli ebbe Terrenzia sua moglie, "Non poteva io", disse, "alla moglie e alla filosofia insieme darmi". Fia tua prudenza adunche non a me tanto, ma a Cicerone prencipe d'eloquenza dare orecchie. Cannio poeta, ripreso ch'egli amasse numero molte femmine, diceva piacergli avere qualche notte lieta e potere nella gravezza de' pensieri alquanto respirare, però che vivere in perpetue tenebre era simile a giacere in inferno; così godere la natura ne' tempi e nell'altre cose con sua varietà. Non però lodo chi se pari leghi con molti fili, né chi con una sola fortissima catena. A te piacerà più la vita libera che qual sia ottima scusa; ma pure così credo che meno nuocano molte piaghe piccole che una assidua e mortale. Paccuvvio si doleva con uno Arrio suo vicino: "Tengo nell'orto mio un arbore infilicissimo, al quale tre mie mogli s'impiccorono". Rispose Arrio: "Non mi maraviglio della furia loro, ma non so donde in te tanta fosse o stoltizia o inezia. Vorrei potessimo piantare nell'orto mio di quegli santissimi rami". Sulpizio rispuose a chi lo domandava per che cagione avesse fatto divorzio dalla moglie: "Questo mio calzare vedete quanto stia bene e bello; pure mi stringe e io so dove". A molti dole, ma tacciono non potendo deporlo. Prudente Cato disse: "Sarebbe la vita nostra pare agli Idii se fosse dataci sola sanza femmine". Vuolsi credere a chi prudente per pruova tutto conobbe. Piacciono i diletti di Cupido, ma sono mai sanza infinito dispiacere. Metello rispuose a Mario non volere la figliuola ricca, formosa, nobile e felice moglie, perché piuttosto voleva essere suo che d'altrui. A cui Mario ridisse: "Anzi sarà tua". E Metello: "Anzi conviene che l'uomo sia della moglie; ma così s'afferma che l'uno conviene che sia dell'altro". Prudente adunche chi questo conobbe e a sé provide. Ma se pure bisogna, prima considera che non t'è utile, poi vorrassi seguire l'amore, non il censo, la venustà, non le veste, i costumi e non le ricchezze. Al tutto fa che la donna si mariti, non tu a lei. Lais corintia sopra l'altre bella solo ricettava principi e reali. Volle costei darsi a Demostene oratore e in premio domandava gran peso d'oro. Risposegli Demostene: "Non imparai comperare tanto un pentermi". E prudente chi saperà fuggendo più che pentendosi conoscerle e schifarle. Livia odiava il marito e ucciselo: Lucilia perché troppo l'amava, ancora uccise il suo, quella con veneno, questa con furore. Contrarie furono queste in volontà e fraude, pure furono femmine. Con varie e diverse fallacie in uno solo vizio comunicano i loro animi, che sono iniquissime, sempre sono maligne e malefiche. Vedesi essemplo di loro che amando e odiando sempre sono audace e bestiali; sempre parate a nuocere nuocono, e volendo giovare non raro ancora nuocono. Così adunche e volendo e non volendo pure nuocono. Deianira si vendicò, e quello era preparato a festività e letizia condusse a lagrime, e chi doveva vestirsi la camicia spogliò sua vita. Precipitosa femmina e sanza niuna sanità sempre reputa da seguire non quello che l'onestà e la ragione, ma quello che l'apetito persuade, e come gode piacere a tutti, così ostinata preferisce quello che a sé piace. Ercule con sue fatiche vittorioso, poi ch'ebbe superato infiniti terribilissimi mostri, solo da uno inumanissimo fu vinto: così e deplorando il suo caso e da essere deplorato finì, guasto da una femmina. Avea costui sostenuto il cielo con sue spalle, né però valse sostenere se stessi in dispregiare una vile femmina. Fallace femmine, che in sue risposte sempre sono ambigue, e negandoti sempre inframettono parole che paiono prometterti, e benché paiano negare, niuna mai niega. Contro alla copia dell'oro non valse la torre d'Acrisi, se bene interpetriamo, e Dannes per questo perdette sua pudicizia. Persino dal cielo vengono i corruttori della pudicizia, né uno solo vento commuove la quercia. Licia vergine in grande sua età e famosa, opressa d'Apolline dicono partorì Platone. Sicura forse fu costei vegghiando, non fu dormendo. Né ti maravigliare se come l'ape dell'ortica o altronde pigliano il mele, così io da queste favole deduca buoni essempli e argomenti. Ma molti increduli fuggono gli onesti essempli quali sono da notargli, non tanto dal lione e dallo eleofante tratti, quanto da un vile verme, massime quando il sentiamo in noi possino fare frutto. Non solo la fede e religione quanto ancora averci dissimili ne' costumi a' bruti animali rende noi civili e pregiati. Piacemi sopratutto ch'io abbi l'animo bene culto e ornato; ma né ancora mi pare non dovuto te porga civile. Né cosa tanto desidero in te quanto vederti giunto non a Venere, ma a Pallade, disgiunto e segregato da ogni consorzio femminile e tutto dato allo studio e investigazione delle cose occulte e preziose, e per questo ti scrissi un poco forse acerbo più che non aspettavi. Ma non reputare crudele quello medico la cui opera ti sani; né ti si conviene impigrire in quella incominciata tua via, quale bene che sia erta e laboriosa ti conduca in suprema cognizione di cose ottime e in buona filicità.

- FINE -

Testo originale di Walter Map:

DISSUASIO VALERII AD RUFFINUM PHILOSOPHUM NE UXOREM DUCAT.
Loqui prohibeor et tacere non possum. Grues odi et vocem ulule, bubonem et aves ceteras que lutose hiemis gravitatem luctuose preululant; et tu subsannas venturi vaticinia dispendii, vera, si perseveras. Ideo loqui prohibeor, veritatis augur, non voluntatis. Lusciniam amo et merulam, que letitiam aure lenis concentu placido preloquuntur, et potissimum philomenam, que optate tempus iocunditatis tota deliciarum plenitudine cumulat, nec fallor. Gnatones diligis et comedos, qui dulces presusurrant illecebras, et precipue Circen, que tibi suspirate suavitatis aromate gaudia plena perfundit, ut fallaris. Ne sus fias aut asinus tacere non possum. Propinat tibi mellitum toxicon minister Babel; blande ingreditur et delectat, et impetum spiritus tui conducit: ideo loqui prohibeor. Scio quod in novissimo ut coluber mordebit et vulnus imprimet impar omni tiriaco: ideo tacere non possum. Multos habes voluptatis tue persuasores in caput tuum facundissimos, me solum elinguem preconem veritatis amare quam nauseas; ideo loqui prohibeor. Reprobata est fatua vox anseris inter olores tantum delectare doctos: ea tamen senatores edocuit salvare urbem ab incendio, thesauros a rapina, se ipsos a telis hostium. Forsitan et tu cum senatoribus intelliges, quia prudens es, quod organizant tibi olores interitum et anser salutem strepit; ideo tacere non possum. Desiderio tuo totus inflammaris, et speciosi nobilitate capitis seductus, chimeram miser nescis esse quod petis: sed et scire devoves quod triforme monstrum illud insignis venustetur facie leonis, olentis maculetur ventre capri, virulente armetur cauda vipere; ideo loqui prohibeor. Illectus est Ulixes simphonia sirenum, sed quia Sirenum vocea et Circes pocula novit, virtutis vinculis sibi vim fecit, ut vitaret voraginem. Ego autem in Domino sperans conicio quod Ulixis imitator eris, non Empedoclis, qui sua philosophia ne dicam melancolia victus, Ethnam sibi mausoleum elegit, et parabolam quam audis advertes, quod timeo. Ideo tacere non possum. Tandem validior est tuus ignis ille quo tibi convenit pars adversa, quam ille tuus quo in me accenderis: ne maior minorem ad se trahat et peream, ideo loqui prohibeor. Ut spiritu loquar quo tuus sum, pensentur ignes lance qualibet, equali vel inequali, vertatur in periculum capitis mei quicquid agas quicquid iudices: indulgendum est mihi, qui pre amoris impatientia tacere non possum. Prima primi uxor Ade post primam hominis creationem primo peccato prima solvit ieiunia contra preceptum Domini. Parentavit inobedientia, que citra mundi terminum non absistet expugnare feminas ut sint semper indefesse trahere in consequentiam quod a matre sua traxerunt. Amice, contumelia viri est uxor inobediens: cave tibi. Veritas que falli non potest ait de beato David: Inveni virum secundum cor meum. Hic tamen egregie precipitatus est amore mulieris ab adulterio in homicidium, ne unquam sola veniant scandala. Dives est enim omnis iniquitas societate plurima et quamcunque domum intraverit suis tradit inquinandam conviciis. Amice, Bersabee siluit, in nullo malignata est: nihilominus tamen facta est stimulus subversionis viro perfecto et mortis aculeus marito innocenti. Numquid innocens erit que contendet et eloquentia, ut Dalida Sampsonis, et forma, ut Bersabee, cum huius sola pulcritudo triumphaverit et nolens? Si non es amplius secundum cor Domini quam David, crede quod et tu precipitari potes. Sol hominum Salomon, thesaurus deliciarum Domini, sapientie singulare domicilium, crasso tenebrarum fuscatus atramento lucem anime sue, odorem fame sue, gloriam domus sue feminarum fascino amisit, et postremo incurvatus coram Baalim ex ecclesiaste Domini mutatus est in membrum Zabuli, ut adhuc maiori videatur detrudi precipitio quam Phebus in casu Phetontis, qui de Apolline Iovis factus est pastor Admeti. Amice, si non es sapientior Salomone, quod nemo est, non es maior quam qui potest a femina fascinari. Oculos tuos aperi et vide. Optima femina, que rarior est fenice, amari non potest sine amaritudine metus et sollicitudinis et frequentis infortunii. Male vero, quarum tam copiosa sunt examina ut nullus locus sit expers malignitatis earum, cum amantur amare puniunt et afflictioni vacant usque ad divisionem corporis et spiritus. Amice, ethicum est Videto cui des: ethica est Videto cui te des. Vexilla pudicitie tulerunt cum Sabinis Lucretia et Penolope, et paucissimo comitatu trophea retulerunt. Amice, nulla est Lucretia, nulla Penolope, nulla Sabina; omnes time. Ingresse sunt acies in Sabinas Scilla Nisi et Mirra Cinare, et secute sunt eas turbe multe omnium vitiorum exercitu stipate ut gemitus et suspiria et tandem infernum captivis suas faciant. Amice, ne preda fias immisericordium predonum, non dormias in transitu earum. Iupiter, rex terrenus, qui etiam dictus est celorum rex pre singulari strenuitate corporis et incomparabili mentis elegantia, post Europam mugire coactus est. Amice, ecce quem bonitas super celos extulit, femina brutis comparavit. Poterit et te femina cogere ad mugitum, si non es Iove maior, cuius magnitudini nemo alius par fuit. Phebus, qui sapientie radiis totius orbis primitiavit ambitum, ut merito solis nomine solus illustraretur, infatuatus est amore Leucotohes, sibi ad ignominiam et illi ad interitum, et ecliptica diu vicissitudine varius factus est frequenter sui egenus luminis, quo totus universaliter egebat mundus. Amice, ne lumen quod in te est tenebre fiat, Leucotohen fugito. Mars, qui deus bellantium dici meruit triumphorum familiari frequentia, in quibus expedit maxime prompta strenuitas, nihil sibi metuens a Vulcano ligatus est cum Venere, invisibilibus quidem catenis, sensibilibus tamen; hoc autem ad applausum satirorum et derisum celestia curie. Amice, meditare saltem catenas quas non vides et iam in parte sentis, et eripe te dum adhuc sunt ruptibiles, ne claudus ille faber et turpis, quem nec deus est mensa dea nec dignata cubili, te sue Veneri suo more concatenet et te sui similem, turpem et claudum, vel quod magis metuo loripedem faciat, et non possis, quod salvat, fissam habere ungulam, sed alligatus Veneri dolor fias et derisio videntium dum tibi applaudunt ceci ai videntes minantur. A falso dearum iudice reprobata est Pallas, quoniam delactare non promisit sed prodesse. Amice, numquid et tu sic iudicas? Video te iam fastidienti animo tota celeritate percurrere que legis, et sententias non attendere sed expectare scemata. Frustra expectas dum hic turbidus amnis effluat, aut dum hec fetulentia secedens pura sibi fluenta subroget; similes enim sui fontis oportet esse rivulos, turbidos aut claros. Sic imperitiam cordis mei vitium orationis exprimit, et strumosa dictionum imparitas delicatum offendit animum. Huius imbecillitatis mihi conscius, divertissem me a dissuadendo libenter; sed quia tacere non potui, ideo locutus sum ut potui. Quod si mihi esset tanta stili virtus quantus est scribendi animus, tam elegantia tibi verba transmitterem et tam nobili maritata coniugio, ut singula seorsum et simul omnia suum viderentur auctorem benedicere. Sed quia mihi omnia debes quecumque nudus adhuc et infecundus amator, non dico sterilis, promereri potest ex omnibus, mihi aurem interim prebe patienter, dum evolvam quod implicui, et a me ne requiras purpurissum oratoris aut cerusam, que me nescire fateor et fleo, sed scribentis votum et pagine veritatem accepta. Iulius Cesar, cuius amplitudini artus fuit orbis, die qua nobile filum ipsius ausa est occare seva nimis Atropos, Tongillo, humili quidem sed divino, quia stilos predocenti, aurem humiliter inclinavit in valvis Capitolii; quodsi et animum, penas ei dedissent quibus ipse. Tu vero mihi stilorum tuorum prenuntio aurem inclinas ut aspis veneficis; animum adhibes ut aper latratibus: placaris ut dipsas cui sol incanduit a cancro; tibi consulis ut spreta Medea; tibi misereris ut equor naufragis. Quod manus contines, reverentia regie pacis est. Amice, humiliavit se licet citra perfectum domitor orbis fideli suo, et pene pedem retulit quia pene paruit, peneque succubuit, quia non plene obedivit: nihil illi humilitas multa profuit, quia non plena. Quid tibi conferet tua tam ferma inhumanitas et rigor inflexus et horror supercilii, qui ultro irruis in latronum insidias inermis? Humilia te, sodes, ad modum humilitatis eius qui totum sibi mundum humiliavit et audi amicum tuum. Et si Cesarem errasse credis, quia consilio non credidit, exaudi et attende quid aliis contigerit, ut prosit eorum tibi lesio. Indemnis est enim castigatio quam persuadent exemplaria. Nescio quo refugio tutus es, aut quo asilo torpescis. Cesar immisericordes perfidos respexit et non est reversus: tu, si unquam tale gignasium evasisti, pios impios invenisti. Phoroneus rex, qui thesauros legum populis publicare non invidit, sed his primus Grecorum studia deauravit, die qua viam universe carnis ingressus est ait Leontio fratri suo "Ad summam felicitatem mihi nihil deesset si mihi semper uxor defuisset". Cui Leontius "Et quomodo uxor obstitit?" At ille "Mariti omnes hoc sciunt". Amice, utinam semel maritus fueris et non sis, ut scias quid felicitatem impediat. Valentius imperator octogenarius et adhuc virgo, cum audisset die fati sui preconia triumphorum suorum recoli, quibus ipse fuerat frequentissimus, ait se tantum una victoria gloriari, et requisitus "Qua?" respondit "Qua inimicorum nequissimum domui carnem meam". Amice, hic imperator inglorius migrasset a seculo, nisi ei fortiter restitisset cum qua tu familiariter assensum pepigisti. Cicero post repudium Terentie uxorari noluit, dicens se pariter uxori et philosophie operam dare non posse. Amice, utinam hoc tuus animus tibi respondeat, vel tua mihi lingua, et saltem loquendo eloquentie principem digneris imitari, ut mihi spem facias vel vanam. Canius a Gadibus Herculis, poeta facundie levis et iocunde, reprehensus est a Livio Peno gravi et uxorato historico quod multarum gauderet amoribus his verbis "Nostram philosophiam participare non poteris dum a tot participaris: non enim eo iecore Iunonem amat Titius quod multi vultures in multa divellunt". Cui Canius "Si quando labor resurgo cautior: si paululum opprimor alacrius resumo aerem. Vices noctium dies reddunt letiores, sicut tenebrarum perpetuitas inferni est instar. Sic lilia primeva verni solis deliquata teporibus varietate tum Euronothi tum Zephiri letitia effusiore lasciviunt, quibus uno spiritu fulmineus Auster occasum facit. Hinc Mars ruptis resticulis in mensa celesti recumbit conviva superum, a qua uxorius Mulciber suo fune longe religatur. Sic levius ligant multa fila quam una catena, suntque mihi a philosophia delicie, tibi solacia". Amice, utriusque istorum verba probo, vitam neutrius: minus tamen ledunt multi morbi salutis vicissitudine interpolati quam langor unicus qui doloribus irremediatis non cessat affligere. Pacuvius flens ait Arrio vicino suo "Amice, arborem habeo in orto meo infelicem, de qua se prima uxor mea suspendit, et postmodum secunda, et iam nunc tertia". Cui Arrius "Miror te in tantis successibus lacrimas invenisse", et iterum "Dii boni, quot dispendia tibi arbor illa suspendit!" et tertio "Amice, dede mihi de arbore illa surculos quos seram". Amice, et ego tibi dico, metuo ne et te oporteat arboris illius surculos mendicare cum inveniri non poterunt. Sensit Sulpicius ubi ipsum calceus suus premebat, qui ab uxore nobili et casta divertit. Amice, cave ne te premat calceus que avelli non potest. Ait Cato Uticensis "Si absque femina posset esse mundus, conversatio nostra non esset absque diis". Amice, Cato non nisi sensa et cognita loquebatur, nec quisquam feminarum execratur ludibria nisi lusus, nisi expertus, nisi pene conscius. Hiis fidem habere decet, quia cum omni veritate locuntur; hii sciunt ut placet dilectio et pungit dilectum; hii norunt quod flos Veneris rosa est, quia sub eius purpura multi latent aculei. Metellus Mario respondi, cuius filiam, dote divitem, forma nobilem, genere claram, fama felicem, ducere noluit "Malo meus esse quam suus". Cui Marius "Immo ipsa erit tua". At ille "Immo virum oportet uxoris esse; logicum enim est 'Talia erunt predicata qualia subiecta permiserint'". Sic facetia verbi Metelli divertit ab oneribus dorsum eius. Amice, si oportet uxorari, non expedit quidem. Utinam sit amor non cecus in causa, non census; ut faciem uxoris eligas, non vestem, et animum, non aurum; et tibi nubat uxor, non dos. Sic si quo modo fieri potes, predicari poteris, ut livorem non ducas a subiecto. Lais Corinthia, prerogativa pulcritudinis insignis, tantummodo regum et principum dignabatur amplexus; conata est tamen Demosteni philosopho participare torum, ut note castitatis eius miraculo soluto videretur ipsa sua specie lapides movisse, ut Amphion cithara, attractumque blandiciis attrectat suaviter. Cumque iam Demostenes emolliretur ad thalamos, petivit ab eo Lais centum talenta pro concessu. At ille in celum suspiciens ait "Non emo tanti penitere". Amice, utinam et tu in celum mentis acumen erigas et id quod necesse est penitentia redimi. Livia virum suum interfecit quem nimis odit; Lucilia suum quem nimis amavit. Illa sponte miscuit aconiton, hec decepta furorem propinavit pro amoris poculo. Amice, contrariis contendunt votis iste; neutra tamen defraudata est fine fraudis feminee, proprio id est malo. Variis et diversis incedunt semitis femine; quibuscunque anfractibus errent, quantiscunque devient inviis, unicus est exitus, unica omnium viarum suarum meta, unicum caput et conventus omnium diversitatum suarum, malitia. Exemplum harum experimentum cape, quod audax est ad omnia quecunque amat vel odit femina, et artificiosa nocere cum vult, quod est semper; et frequenter cum iuvare parat obest, unde fit ut noceat et nolens. In fornace positus es; si aurum es, exibis aurum. Deianira Tirintium interula vestivit, et monstrorum malleum monstri sanguine ulta est, sibique processit ad lacrimas quod ad letitiam machinata est. Amice, traiectum telo Herculis scivit et vidit Nessum Testias, nihilominus tamen Nesso credidit in Herculem, et quasi sponte, quem vestire debuit interula, vestivit interitu. Insani capitis et precipitis animi femina illibrata semper voluntate precipuum arbitratur quod vult, non quod expedit; et ut pre omnibus placere cupit, placitum suum omnibus preferre consueta est. Duodecim inhumanos labores consummavit Hercules: a tertiodecimo, qui omnem inhumanitatem excessit, consumptus est. Sic fortissimus hominum eque gemendus ut gemebundus occubuit, qui celi arcem humeris sine gemito sustinuerat. Tandem que unquam inter tot milia milium sedulum sollicitumque precatorem perpetua contristavit repulsa? vel que constanter precidit verba petentis? favorem sapit eius responsio, et quantumcunque dura fuerit, semper in aliquo verbi sui angulo habebit aliquem tue petitionis fomitem implicitum: quelibet negat, nulla pernegat. Irrupit aurum in propugnacula turris Acrisii, valloque multiplici signatam Danaes pudicitiam solvit. Amice, sic virgini que terram triumphaverat de celo pluit incestus; sic quam non fallit mundus vincit sublimis; sic arborem quam non movit Favonius evertit Aquilo. Perictione, virgo vergens in senium et fama castitatis privilegiata, tandem Apollinis oppressa fantasmate concepit peperitque Platonem. Amice, ecce quam illibatam servaverunt vigilie defloravit illusio per somnium, ut semper omne rosarium aliquo turbine sua purpura spoliaretur. Sed bene, si quid sic bene, quod patrissavit Plato in sapientia et quod simul factus est heres numinis et nominis patris sui precipui. Amice, miraris an indignaris magis quod in parabolis tibi significem gentiles imitandos, Christiano idolatras, agno lupos, bono malos? Volo sis argumentose api similis, que mel elicit ex urtica, ut suggas mel de petra et oleum de saxo durissimo. Gentilium novi superstitionem; sed omnis creatura Dei aliquod habet exemplar honesti, unde Ipse tum leo tum vermis tum aries dicitur. Plurima perverse agunt increduli; aliqua tamen agunt que, licet in ipsis intereant, in nobis abunde fructum facerent. Quod si illi zonas habuerunt pellicias, sine spe, sine fide, sine caritate, sine predicante profecto, nos si fuerimus asini aut sues aut aliqua inhumanitate brutei, quo fidei, quo caritatis, quo spei merito digni reperiemur cum videamus prophetas, apostolos, et precipue precipuum Illum mundi cordis, quem soli cernere possunt mundi oculi? Aut si illi studio suarum artium se afflixerunt, nullo future felicitatis intuitu, sed tantum ne animas haberent ignorantes, quid nobis erit pro neglecla divina pagina, cuius finis veritas est, et illuminatio lucerna pedibus et lumen semitis ad lucem eternam? Utinam hanc eligas, utinam hanc legas, utinam hanc introducas in cubiculum tuum, ut introducat te rex in suum! Hanc dudum floribus veris tui subarrasti; hec in estate expectat tua ut facias uvas: huius in iniuriam non ducas aliam, ne in tempore vindemie facias labruscas. Veneris te nolo fieri sponsum, sed Palladis. Hec te ornabit monilibus pretiosis; hec te induet veste nuptiali. Hee nuptie gloriabuntur Apolline paranimpho: harum fescenninas docebit cedros Libani Stilbon uxoratus. Spem huius tam desiderate solemnitatis devote concepi, sed in timore; causa huius tota hec lectio facta est; ad hunc finem tota hec licet lenta properabit oratio; huius rigore dissuasionis homo totus armatur, cuius multo calibe preduratos sentis aculeos. Dura est manus chirurgici, sed sanans. Durus est et hic sermo, sed sanus, et tihi utinam tam utilis quam devotus. Amice, artam, ut ais, infligo tibi vivendi regulam. Esto. Arta enim est via que ducit ad vitam, nec est semita plana qua itur ad gaudia plena; immo etiam ad mediocria per salebras evadimus. Audivit Iason quod per mare adhuc tunc nullis devirginatum ratibus aut remis, et per tauros sulfureos, et per toxicate serpentis vigilias sibi viandum esset ad aureum vellus; et sano consilio licet non suavi usus abiit et rediit et optabilem thesaurum attulit. Sic absinthium veritatis acceptat morose mentis humilitas, fecundat officiosa sedulitas, in fructum producit perseverantie utilitas. Sic sementem exerit pincerna pluviarum Auster, consalidat scopa viarum Aquilo, in ubertatem promovet florum creator Zephirus. Sic dura principia dulci fine munerantur; sic artus callis ad ampla ducit palatia; sic angustus trames ad terram viventium. Sed, ut maiorum testimonio mihi fides habeatur, lege Aureolum Theofrasti et Medeam Iasonis, et vix pauca invenies mulieri impossibilia. Amice, det tibi Deus omnipotens omnipotentis femine fallacia non falli, et illuminet cor tuum, ne prestigiatis oculis tendas quo ego timeo. Sed ne Horestem scripsisse videar, vale.

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Ultimo Aggiornamento:

13/07/05 22:34