De Bibliotheca

Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

FOSCA

Di: Iginio Ugo Tarchetti

[VI] [VII] [VIII] [IX] [X]

VI

Perché noi ci amavamo diversamente da tutti gli altri. I nostri piaceri piú ardenti consistevano spesso in alcune fanciullaggini senza nome, in alcune puerilità che ci avrebbero fatto sorridere se non ci fossimo amati sí ciecamente.

Una delle sue soddisfazioni piú vive era di far colazione con me, di mangiare con me dei confetti, di mangiarne molti, e tutti metà per uno; di ravviarmi i capelli, di guardare, come i bambini, la sua immagine riflessa nelle mie pupille.

Conoscevamo tutti i piú piccoli sentieri di queste praterie tristi e monotone. Vi facevamo delle lunghe passeggiate; quando si toglieva la mantiglia e il cappello, ne piantava gli spilli in qualche foglia d’ellera abbarbicata ad un salice, e nelle nostre scorrerie venture andavamo poi a cercarli. Non sono piú di pochi mesi che sono riuscito ancora, dopo quattro anni, a trovarne due irrugginiti dalle pioggie e dal tempo.

Ci sedevamo spesso lungo i ruscelli a veder scorrere l’acqua; e strappavamo alcuni steli di erba che avevano in fondo una cannuccia tenera di sapore quasi dolce, e ce ne offrivamo a vicenda, dicendoci scherzevolmente:

— Assaggia questo.

— Oh, il mio è molto piú saporito!

— Questo è eccellente.

— Eccone uno che è squisitissimo.

E ridevamo, ed esclamavamo di noi stessi: "che fanciulli!"

Fuori di Porta Magenta, vi è dal lato destro della via un bel torrente, e un ponticello di tavole non piú largo di due spanne. Le piaceva di andare su e giú di quel ponte. Lí vicino avevamo anche trovato una capanna disabitata, il cui uscio era aperto; e vi passavamo volontieri alcune ore benché fosse piena di topi e di lucertole. La chiamavamo il nostro tabernacolo.

Tutti i contadini ci conoscevano e ci facevano mille dispetti. Alcuni fanciulli ci gridavano dietro: — oh gli amorosi! gli amorosi!

Una domenica, vistici sedere in un prato, alzarono una tavola che chiudeva lo sbocco d’un canale d’irrigazione.

— Mi pare d’esser tutta in un bagno!

— Ed io!

Prima che fossimo balzati in piedi, il prato era interamente allagato; le sue sottane, il suo scialle erano immollati; salvai a stento il suo cappello e i suoi guanti che galleggiavano. Essa ne rideva come una pazza. Quante volte ci siamo ricordati di quell’avvenimento!

Quella donna sí forte, sí ricca di buon senso, in alcune cose sí seria, aveva tutte le velleità, tutti i gusti pazzi e bizzarri di una bambina. — La mia non è che una rivendicazione; — diceva ella qualche volta mezzo tra il serio e il faceto — non mi hanno lasciato il tempo di essere una fanciulla, e me ne rivendico adesso. Meglio esserlo a venticinque anni che mai!

E lo era in fatto, e me ne dava tutte le prove possibili. La mia stanza era divenuta un caos, piena di uccelli, di fiori, di nastri, di frastagli di carta, di cartocci di confetti, di scatole. Essa vi metteva tutto a soqquadro. Chiudeva di giorno le imposte, e vi accendeva tutte le candele. Spesso diceva sentire il bisogno di gridare, di gridar forte, di urlare, — non posso fare a meno, mi sento una cosa nel petto, qui — ; e gridava, e si turava la bocca colle mani.

Mi portava delle farfalle, e mi mandava a regalare delle nidiate d’uccelli che era obbligato ad allevare per non dispiacerle. Nell’ultimo inverno che ci conobbimo, mi portò ella stessa un gattino bianco nel manicotto.

Tutto ciò mi pareva allora assai puerile; pure ho pensato soventi a queste cose, anche in anni nei quali aveva già conosciuto piú positivamente e piú spaventosamente la vita, e ho dovuto sempre esclamare: — Felici coloro che amarono a questo modo!

VII

In quell’abisso di felicità, in quell’ebbrezza che s’era impossessata delle nostre anime, io mi era quasi dimenticato di me stesso. Non erano che due mesi che ci amavamo, allorché ricevetti dal comandante del mio reggimento un ordine cosí concepito:

"Siete stato richiamato in attività, e per un riguardo allo stato cagionevole della vostra salute, applicato allo stato maggiore del quarto dipartimento. È necessario che raggiungiate fra dieci giorni la vostra destinazione".

Rimasi come colpito dalla folgore.

VIII

Rinuncio a descrivere lo strazio della nostra separazione. Il nostro dolore fu grande quanto lo erano state le nostre gioie; vero, profondo, ineffabile come lo era stata la nostra felicità. Ricopio qui testualmente la prima lettera che io diressi a Clara un giorno dopo la mia partenza, e che può darmi anche oggi la misura del mio amore e delle mie lacrime:

"Oh, mia vita! Eccoci separati, eccoci lontani l’uno dall’altra. Ieri ancora io era tra le tue braccia, oggi sono solo, lontano, misero, sconsolato, perduto. Che dirti? Come esprimerti il mio dolore? Tu sola, tu che mi ami cogli stessi trasporti disperati, tu puoi sapere dalle tue lacrime l’amarezza e la frequenza delle mie.

Mi pare di trovarmi sotto l’incubo di un sogno orrendo da cui non posso svegliarmi; non posso credere alla realtà di una sciagura cosí grande. Mi pare che ad ogni istante io debba riscuotermi da questo vaneggiamento angoscioso, e rivedermi di nuovo vicino a te. In tutti i miei grandi dolori ho provato questa specie di pietosa incredulità che me li rendeva meno terribili. Allora, come adesso, mi domandava: "È egli vero? è ciò realmente accaduto?" E lo sapeva, e lo so che ciò è vero, che ciò è accaduto.

Oh tu mi conforti santamente! Ho compreso, sai, lo sforzo che tu facevi ieri per nascondermi le tue lacrime. Povera Clara! Tu non volevi che io piangessi, e non sai quanto ho pianto stanotte. Sí, ho pianto dirottamente, dirottamente, e ho ringraziato Iddio di questo conforto. Non è debolezza il piangere, ed anche ove lo fosse, è una debolezza dolce e divina che non umilia l’uomo forte.

Tu non sai quanto io sono superbo di soffrire per te, per noi, pel nostro amore. Come dev’essere dolce il poter dire alla donna che si ama: "Tu mi costi un sacrificio, un dolore, una viltà; per te ho sacrificato le mie ricchezze, la mia fama, la mia vita". Ho compreso come si possa commettere anche un delitto per ingigantire nella nostra coscienza questo sentimento, per accrescerne il valore; ho capito come si possa scendere fino alla degradazione la piú umiliante. È lo stesso sentimento che a voi, donne, fa spesso sacrificare — quasi volonterose, quasi superbe del sacrificio — la fama di oneste all’affetto dell’uomo che amate. E credi, o Clara, credi che è questa sola — sia pur ella deplorabile — la misura dell’amore che unisce l’uomo alla donna.

Non nascondermi dunque le tue lacrime, e non volere che io ti nasconda le mie. Le tue lacrime! Ah, io le sento, sí le sento, esse ripiombano qui sul mio cuore; chi sa quante tu ne hai versate oggi, ora, in questo istante. Povera anima!

Ti scrivo quattro ore dopo esser giunto in questa città; non avrei potuto farlo prima. Dio lo sa come sono partito, come sono arrivato qui, come mi trovo in questa stanza di albergo. Mi sono gettato sul letto, e ho dormito quattro ore di un sonno pesante e affannoso. Ora mi sono alzato, mi sono affacciato alla finestra, ho guardato i tuoi ritratti, le tue lettere, tutto ciò che ho portato meco di te, e ho cominciato a comprendere qualche cosa della mia nuova posizione. Dio mio! Dio mio! Io non so come potrò sopravvivere a questa prova!

Eravamo troppo felici, o Clara, non era possibile che quello stato durasse; la nostra felicità stessa ci spaventava, sentivamo qualche cosa nel cuore che ci diceva che essa doveva finire.

Non ti atterrire di questa parola "finire", no, la nostra felicità non è finita, tu lo sai, tu senti al pari di me che un amore come il nostro non può finire che colla morte, ma saremo felici in altro modo, con altra misura, con altro prezzo. Non ti vedrò piú tutti i giorni, non saprò piú cosa tu fai a tutte le ore, non riceverò piú i tuoi fiori, non vedrò piú il tuo balcone, non sentirò piú la tua voce adorata, lo strascico del tuo abito, i tuoi passi, il tuo respiro; la mia povera stanza resterà solitaria per lungo tempo, non echeggierà piú delle nostre grida; pure queste nostre gioie non ci saranno vietate interamente né per sempre. Esse erano troppo dolci perché potessimo gustarle ogni giorno; il nostro amore è troppo grande perché possiamo rinunciarci per tutta la vita.

E non sono già quelle gioie che mi allettano, che mi rendono cosí terribile la tua lontananza, non è la tua persona, la tua bellezza, la tua gioventú, le tue grazie: sei tu, mio angelo, tu sola; il tuo nobile cuore, la tua anima pia e delicata, il tuo spirito vergine e colto. È la donna-anima che ho amato in te, essa sola; e sono superbo di affermare anche nella solennità di questo istante, la purezza del sentimento che ci ha congiunti.

Perché tu conosci la mia vita, tu hai letto nelle piú ascose profondità del mio cuore; io era degno di te, io lo sono ancora, io lo sarò sempre. Senza questa coscienza, non avrei osato pretendere alla santa fraternità delle nostre anime; non oserei ora sfidare senza fremere questo avvenire misterioso che ci attende. Riposo tranquillo sul tuo amore, poiché esso non è di quelli che passano; riposa tu tranquilla sul mio. Ti assicuri il mio giuramento. Oh, Clara, io sarò sempre degno di te!

Vi è un pensiero che mi affanna, la certezza del tuo dolore: non di quello che senti ora, ma di quello che sentirai quind’innanzi. Io comprendo, piú che tu non pensi, lo stato della tua anima. Tu ti sei data a me per pietà; la mia gratitudine ti ha mostrato un cuore che non hai potuto non amare perché era troppo simile al tuo; la tua gaiezza, la tua gioventú, hanno gettato sui nostri abbandoni un velo che ce ne nascondeva il lato colpevole; finché io era vicino a te, tu potevi essere felice, ma ora… Oh, mia vita, non pensare a te stessa; che la solitudine non ti faccia adoperare per evocare delle ricordanze quella forza che tu ponevi a dimenticare, che essa non ti tragga a pensare a dei legami che ti farebbero infrangere quelli che ti uniscono a me! Abbi pietà ancora, ancora, fino a che l’edificio innalzato dal tuo amore non sia interamente compiuto.

Ecco, o cara, lo sgomento incessante che viene ad aggiungersi a questo dolore già immenso. Non è la fede in te che mi manchi, ma quella nell’avvenire; diffido non di te, ma della forza delle cose, del tempo. Confortami, costringimi a credere, non a sperare. In un amore come il nostro bisogna credere; lo sperare è nulla.

Voleva dirti… Vi è negli affetti, come in tutto, un linguaggio convenzionale, delle frasi troppo ripetute perché abbiano ancora un valore, pure, come esprimersi diversamente? Voleva dirti che io morrei perdendoti. Lo sento in me, ne ho la certezza profonda, fredda, calma, incrollabile; e ciò forma la mia gioia: io sono dunque ben certo di non perderti che morendo.

Non so se ti ho detto abbastanza che ti amo, come ti amo, sino a qual punto ti amo. Ti ricordi? Ci disperavamo spesso tutti e due di questa impotenza, ma ora è ben altra cosa. In quei giorni non potevamo dircelo, ma potevamo in qualche modo provarcelo. Tu leggevi in me, ma adesso?… È ora che io sento piú che mai il bisogno di aprirti il mio cuore, di dirti tutto ciò che vi è nell’anima mia. Io ti amo, o Clara, io t’amo fino all’adorazione, fino alla follia, fino a quel punto estremo delle nostre facoltà, oltre il quale vi sarebbe la morte, la cessazione, il nulla.

Come non amarti cosí? Sei tu che mi hai ridonato alla vita; tu che mi hai restituito la salute, la forza, la gioia, la gioventú, il coraggio. Tutto ciò che io sarò, lo dovrò a te, senza di te io sarei stato piú nulla. Tu mi hai tenuto luogo di madre, di sorella, di amica, di patria — sí, anche di patria, poiché è per amor tuo che adoro cotesto angolo di terra; — tu sei stata, tu sei ancora il mio mondo, tu lo sarai sempre. Dovessi tu ripudiarmi, respingermi, io sento che non potrei mai disconoscere questo debito, né ribellarmi alla santità di questa memoria.

E ti dico ciò perché tu sappia fino a qual punto puoi calcolare sul mio affetto, fino a qual punto sulla mia gratitudine.

Ascolta ora il mio giuramento. Io non vivrò che di te, che per te; dimenticherò che vi sono al mondo altre creature, sarò onesto per essere degno del tuo amore. Eleverò questo affetto fino al culto di una religione. Ogni sera mi raccoglierò per pensare a te, ogni quindici giorni verrò a vederti. La distanza che ci separa non è sí grande da rendermelo impossibile. Il nostro santuario — quella stanzetta ove fummo tanto felici — è ancor nostro, ne ho meco le chiavi: non vi saranno piú i nostri fiori, i nostri uccelli che ho lasciato volar via; ma vi ritroveremo ancora noi stessi, le nostre gioie, la nostra felicità, il nostro entusiasmo, i nostri cuori ardenti e immutabili. Potremo essere ancora felici, o mia buona Clara, potremo essere ancora felici!

Ed ora, addio. Non por mente al disordine delle mie idee, perché la mia testa è quasi perduta. Ti scrivo come in un sogno, e mi porto spesso le mani al cuore per comprimerne i battiti. Oh potessi essere vicino a te, o mio angelo, vicino a te, e morire a’ tuoi piedi!"

IX

Oh Clara, perché mi hai tu abbandonato!

Eccomi solo, piú solo ancora di prima, giacché non ho nemmeno piú meco le illusioni che prima di conoscerti mi rendevano cara la speranza. Io ho sopravvissuto al nostro amore, alla tua perdita, alla rovina della mia fede, a tutto, io che credeva di morire pel tuo abbandono. Con te sarei passato nella vita, buono, amato, pio, dolcemente mesto, indulgente; non avrei lasciato forse dei fiori sul mio sentiero, ma lo avrei cosparso di benedizioni e di lacrime. La fortuna mi ti ha negato — fu un lampo — i primi passi della mia esistenza erano sbagliati; io doveva correre rovinosamente fin verso il suo termine. Ho bevuto un sorso della coppa, e basta; ora è finito.

Finito!

L’amore muore. Ecco il grido terribile che si innalza da quel sepolcro nel quale ho composto per sempre le ceneri del mio passato. Perché non rimpiango te sola, ma la mia fede, quella fede che non potrò trovare mai piú; e senza la quale dovrò passare nel mondo senza attaccarmi piú a nulla, e irridere a quelle cose che ho creduto un tempo le sole sante e nobili della vita.

Nondimeno non ti condanno, né la mia voce si alzerà mai contro di te; il mio cuore, tu non lo sai, ma il mio cuore ti benedice in segreto.

Ti ho incontrata sulla mia via, in un’epoca in cui la mia anima dolorava e i miei piedi sanguinavano per l’asprezza del cammino, e tu mi hai preso per mano, e mi hai condotto in un sentiero fiorito e delizioso. E perché non dovrei benedirti? Tu non avevi contratto un debito di amore eterno con me; la società, la natura stessa lo vietavano. Mi avevi amato per pietà, avevi voluto rifarmi uomo, ridonarmi la forza e l’ingegno, ritemprarmi al fuoco di una passione; ebbene il tuo mandato era compiuto, tu dovevi abbandonarmi, era giusto. Altri doveri ti richiamavano sulla via dalla quale io ti aveva allontanata. Tuo marito, tuo figlio!

Indarno il mondo vorrebbe farmiti credere disprezzevole, indarno lo vorresti tu stessa. Tu sapevi che io non avrei cessato di adorarti finché ti avessi stimata, e tentasti mostrarmi il tuo cuore nudo di ogni virtú, indicarmi la condanna disonorante che pendeva sulla tua condotta. No, Clara, io non ti apprezzerò meno per questo. Io non farò caso delle leggi degli uomini, perché so che il cielo ha donato all’amore delle leggi piú generose, piú salde, piú ragionevoli. Ciò che noi consideriamo come la piú gran colpa possibile nella donna — l’adulterio — non è spesso che una rivendicazione dei diritti piú sacri che le ha dato la natura, e che la società le ha conculcato. Nel tuo caso era ancora di piú; era un sacrificio grande e sublime. Io solo posso saperlo. No, non temere, o Clara, vi è nell’amore una solidarietà che non si smentisce. Fossi tu le mille volte colpevole, io ti amerei ancora doppiamente perché so che lo saresti per amor mio.

Ogni qualvolta ripenso a te, mi corrono alle labbra le miti parole di Cristo: "Ti sarà molto perdonato, perché hai molto amato".

X

Ho voluto accennare brevemente a questa passione d’amore che fu la piú vera e la piú grande della mia vita, per mettere in maggior luce il contrasto di idee e di sentimenti che quell’affetto doveva produrre nella mia anima, in seguito ai fatti che imprendo a raccontare. Durante lo svolgimento di questi fatti l’amore di Clara perdurò vivo e ardentissimo; e non fu che alla vigilia della loro catastrofe terribile che ne fui abbandonato.

È nelle leggi della Provvidenza che l’unione dell’uomo e della donna debba essere passeggiera, e la nostra separazione non fu che una conseguenza di questo decreto inesorabile della natura; ché se le leggi umane hanno potuto imporre a questa associazione una durabilità a vita, l’esperienza ci mostra che le leggi del cuore e le leggi provvidenziali ne trionfano sempre segretamente.

Il matrimonio è l’unione di due creature che si tollerano, e si amano qualche volta di amicizia, mai l’unione di due anime che si amano perennemente di amore.

Questa eternità dell’amore è un’aspirazione degli uomini che si sono quasi illusi di conseguirla imponendosene le apparenze. Se l’amore fosse durevole, la felicità sarebbe ricondotta in un mondo da cui fu forse bandita per sempre.

Da cinque mila anni l’umanità piange sulla caducità dell’amore.

Edizione HTML a cura di: [email protected]

Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 22:29