De Bibliotheca

Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

FOSCA

Di: Iginio Ugo Tarchetti

[XLVI] [XLVII] [XLVIII] [XLIX] [L]

XLVI

La prima lettura di quel foglio non produsse in me che un senso di sbigottimento profondo. Poggiai i gomiti sul tavolo, la testa fra le mani, e la rilessi due o tre volte. Non poteva credere che ciò che aveva letto fosse realmente vero.

La prima impressione che ci dà una sventura grande e inattesa è temperata sempre da un sentimento di strana incredulità, la quale ci trae a dubitare delle cose piú palesi e reali. Se cosí non fosse, quell’impressione avrebbe spesso il potere di uccidere.

Mi provai a fare colle mani alcune pieghe nel mio abito, a pronunciare forte il mio nome, perché mi pareva di non essere piú io, o di essere in preda ad una tremenda allucinazione.

Mi alzai, e sorrisi non so di che cosa. Incominciai a camminare per la camera a passi accelerati. Senza accorgermene aveva preso in mano la candela; la mia ombra che si allungava sul pavimento e si piegava alla base della parete risalendola come vi aderisse, mi seguiva su e giú per la stanza. Mi arrestai a contemplarla, l’accorciai e la riallungai appressando e allontanando il lume: mi fermai ad un angolo, e guardai attorno alla camera quasi spaventato, vidi vicino a me un ragno nero che si arrampicava su pel muro, lo abbruciai colla fiamma della candela, e lo sentii friggere e scoppiettare con una specie di voluttà quasi crudele. Passando vicino ad uno specchio, vi scorsi riflessa la mia persona, e mi arrestai a contemplarmi. Aveva quasi paura di me, mi pareva che il mio volto non fosse quello, che avrei dovuto averne uno diverso.

Mi provai a sorridere, e a contrarre in mille modi le mie fattezze. Vi fu un istante in cui mi parve che lo specchio riflettesse il viso di un’altra persona che era dietro di me e vi si affacciava curvandosi dietro la mia spalla. Trasalii, e feci atto di rivolgermi; il lume mi scivolò di mano, cadde e si spense. Quel rumore, quell’oscurità improvvisa mi fecero tornare in me. Lo riaccesi, mi sedetti, tornai a rileggere la lettera di Clara.

Ora aveva ben compreso; mi premetti le mani sul cuore, e mi abbandonai sulla mia sedia cogli occhi chiusi, quasi sperando che qualche cosa di terribile, di fatale sarebbe successo fra poco, che la casa ove mi trovava sarebbe rovinata, che la terra si sarebbe aperta per inghiottirmi. Non era possibile che ogni cosa in natura continuasse a procedere collo stesso ordine di prima. Sentiva passare le carrozze sulla via, sentiva il cicaleccio dei passeggieri, ma tutto ciò non avrebbe durato piú che un istante. La mia felicità era finita, tutto doveva essere finito. In quel momento scoccarono le sette al pendolo della camera; ogni vibrazione mi parve un colpo di coltello che mi trapassasse il cuore, e mi contorsi e mi raggomitolai gemendo come per difendermi da quei colpi.

In quell’orribile confusione di idee che s’era formata dentro di me, una ve n’era ben certa, ben chiara, ben definita: io aveva amato un mostro. Egli era possibile abbandonarmi cosí? Potevano esservi in natura ragioni sufficienti a dividere due cuori che si erano amati come i nostri? Potevano due creature che erano state sí care l’una all’altra separarsi e sperare di sopravvivere a questo abbandono? Avrei io mai creduto che il nostro amore avrebbe potuto finire? Avrei io avuto il coraggio pur di pensare a ciò che ella aveva predeciso e compiuto con sí facile risolutezza? No, né io, né nessuno. Tal cosa non poteva essere immaginata che da un essere mostruosamente ingrato, mostruosamente crudele. Io aveva amato questo essere. Tutto l'edificio della mia fede era rovinato, tutto era caduto nel fango.

Mi immersi e mi smarrii in questi pensieri, di cui non comprendeva allora tutta l'ingiustizia. Mi riscossi sentendomi toccare alla spalla; guardai: era il dottore.

Egli si scostò un poco da me, perché la sua ombra non m'impedisse di vedere il colonnello che era entrato con lui, e s'era arrestato in piedi nel mezzo della camera. Si appoggiò colle mani allo schienale d'una sedia e mi disse:

— Immaginerete certo le ragioni che hanno indotto il colonnello a venire da voi. Egli sa che vi sono amico, e mi ha permesso di accompagnarlo. Ho insistito su ciò, perché spero che le vostre giustificazioni saranno sufficienti ad evitare…

— Ma che diavolo dite! — interruppe vivacemente il colonnello. — Io non vi ho dato certo questo mandato. — E proseguí avvicinandosi a me, e piantandomisi diritto dinanzi:

— Signore, voi avete abusato bassamente della mia fiducia, siete venuto nella mia casa per disonorarla, mi avete reso ridicolo. Capirete che ciò è tal cosa cui non si può rimediare con delle parole. È necessario che me ne diate una riparazione d'altro genere. Spero che non dovrò costringervi ad accordarmela.

— Volete dire?

— Noi ci batteremo.

— Va bene. Quando?

— Domani.

— Ma… — interruppe il dottore — io credo… mi pare che se si facessero prima alcune parole in proposito, non sarebbe gran male; sarebbe possibile intendersi, e…

— Via, via, — riprese furiosamente il mio avversario — è inutile che insistiate a questo riguardo. Voi non conoscete tutte le minime particolarità di questo fatto, non sapete fino a che punto io fui ingannato. Vi fu un altro miserabile che ha abusato di quella donna… egli lo sa, ho avuto la debolezza di raccontarglielo. Finora ha saputo sfuggirmi, ma nutro speranza che un giorno o l'altro c'incontreremo.

Io non risposi, e continuai a guardare la fiamma del caminetto.

— Spero — continuò egli riavvicinandomisi, dopo aver fatto alcuni giri per la stanza — che lascerete a me lo stabilire le condizioni di questo scontro. Voi siete il provocato, ma io sono l'offeso. Voi solo sapete fino a che punto mi avete offeso. Abborro questi duelli ridicoli che finiscono con una scalfittura. È necessario che ci battiamo fino a che uno di noi rimanga sul terreno.

— Sia, — io dissi senza sollevare gli occhi — ho bisogno di uccidere un uomo.

Il mio avversario e il dottore mi guardavano meravigliati.

— Saprete però — continuò il colonnello — che ciascuno di noi arrischia ad un tempo la sua posizione. La disparità dei nostri gradi ci vieta di batterci. Bisognerebbe che io o voi ci dimettessimo.

— Mi dimetterò io — dissi.

— Non vorrei però…

— Non potete impedirmi di dimettermi — replicai con calma.

— Come volete.

Mi curvai sul tavolo, scrissi la domanda della mia dimissione, e gliela porsi.

— Restano a stabilirsi l'ora e le condizioni del duello — diss'egli — è troppo tardi perché possiamo affidarne l'incarico ai nostri secondi. Se non avete nulla ad opporre, ci accorderemo noi stessi a questo riguardo; il dottore ne sarà testimonio.

Io non risposi.

— Ci troveremo domattina alle otto, dietro gli spalti del castello. Provvederò io le armi. Non avete osservazioni a fare?

— Nessuna.

— Allora non v'è altro punto a discutere. Conto sulla vostra parola. Ci rivedremo.

E fece atto di uscire. Quando fu presso la soglia dell'uscio tornò indietro, e mi disse con voce piú calma:

— Qualunque sieno i nostri rapporti attuali, devo richiedervi d'un favore che i vostri sentimenti di gentiluomo non mi possono rifiutare. Mia cugina non ha serbata memoria alcuna di ciò che successe oggi…

— Ah! vostra cugina… — interruppi io. — Ebbene?

— È necessario che essa continui ad ignorarlo, che non sappia nulla di ciò che sta per succedere. L'esito di un duello è incerto, e …

— Sí, — io dissi alzando il capo e guardandolo in volto per la prima volta dacché era entrato nella stanza — è assai incerto. Io potrei anche uccidervi, non è vero?

— Verissimo, — rispose egli un po' turbato — come io potrei uccidere voi.

E dopo un momento di silenzio mi chiese:

— Mi odiate dunque molto?

— Non so, — io risposi — ma se non fossi certo che fra poco o ucciderò, o sarò ucciso, mi sarei già buttato sulla via per uccidere qualcun altro.

— Vi ho fatto una domanda inopportuna — diss'egli con aria mortificata e sorpresa. — Tali sentimenti non mi riguardano. Le nostre convenzioni sono stabilite, e basta. A domani.

— A domani.

Ed uscí.

Allorché sentii l'uscio richiudersi dietro di lui, ricaddi sulla mia sedia, e proruppi in un pianto dirotto.

Il dottore, che era rimasto nella stanza senza che me ne fossi avveduto, mi si avvicinò e mi disse:

— Calmatevi. Siete stranamente agitato. È a deplorarsi che quella donna vi abbia condotta a tale estremo, ma chi l'avrebbe preveduto? Questo duello avrebbe potuto essere evitato; il vostro contegno fu calmo, ma provocante. Ora non giova pensarci. Voi l'avete detto, l'esito d'uno scontro è incerto, è follia il preoccuparsene. Io sono afflitto di aver cagionato inconsciamente queste sventure, ma voi sapete che l'ho fatto a fine di bene. Non me ne porterete rancore?

— Se io credessi esservi atto meritevole di gratitudine — io dissi — ve ne sarei anzi grato. Ma non parliamo di ciò. Io debbo in questa notte veder Fosca, io l'amo, io voglio renderla felice un istante prima di abbandonarla. Qualunque sia per essere l'esito di quel duello, io non la vedrò mai piú. Bisogna che voi la preveniate della mia visita, che ordiniate di lasciarla sola, che mi lasciate passare dalla vostra camera.

— Ma è impossibile! — esclamò egli. — Voi sapete…

— No, no — interruppi io con impeto. — Voi non vi opporrete, perché io sono risoluto a vederla in qualunque modo, a qualunque costo. Nemmeno l'idea di una violenza potrebbe arrestarmi. Quella donna mi ha amato, ella sola mi ha amato veracemente. Non l'abbandonerò senza gettarmi a' suoi piedi, e senza ringraziarla colle mie lacrime.

— La responsabilità di questa imprudenza — disse il dottore — ricadrà tutta sopra di voi.

— Io posso sopportarne delle piú terribili…

— Non vi riconosco piú. Sia come volete. Vi attenderò nella mia stanza. Ora corro a prevenirla.

XLVII

Io torno a rivolgermi adesso una domanda che la mia coscienza atterrita mi ripete assiduamente da cinque anni. Sono io responsabile di ciò che commisi in quella notte? Aveva io la consapevolezza delle mie azioni? Non so; ricordarmi di quegli avvenimenti con piena esattezza di dettagli è per fermo tal cosa che sembra accusarmi; ma non ci ricordiamo noi anche dei sogni? Prima di quel giorno, dopo, oggi stesso in cui mi riconosco sí mutato, mi sarei lasciato vincere a tal punto dalle mie passioni? Ed esistono passioni sí indomabili nel mio carattere? — È uno spaventoso problema che non giungerò forse mai a decifrare. La incertezza della mia responsabilità è il segreto delle mie torture; per essa io sarò infelice tutta la vita. Che se pure io potessi allontanare da me questa responsabilità orrenda, cesserei per questo di essere la causa di quelle sciagure? La mano che colpisce nel delirio, che uccide nell'impeto della passione, è perciò meno la mano ha colpito, che ha ucciso? Io ho perduto anche il conforto disperato che mi veniva da quel dubbio; io sento la mia coscienza fremere e ripiegarsi sotto il peso di questo convincimento terribile.

XLVIII

Suonava la mezzanotte quando io entrai nella camera di Fosca.

Ella era inginocchiata a piedi del letto, colla testa appoggiata ad una seggiola, in attitudine di preghiera. Non mi udí e non si volse; io mi tenni ritto sulla soglia, immobile, combattuto da mille dubbi, da mille paure, col cuore soffocato dall'angoscia. Girai l'occhio intorno a me, e contemplai con un senso di raccapriccio tutti quegli oggetti che mi ricordavano tanta parte del mio cuore. Colà io aveva vegliato un'intera notte al suo fianco, su quella sedia aveva evocato le dolci memorie di Clara, al fioco barlume di quella lampada aveva accarezzato le lusinghiere promesse d'un avvenire ampio e sereno. Ed ora!…

Mossi un passo verso Fosca. Ella rivolse il capo con un moto sí risoluto che i capelli, appena trattenuti da una reticella, si sprigionarono e caddero sulle spalle e sul collo. Mi vide, diè un grido, balzò in piedi, e mi corse incontro con le braccia protese, e mi avvinghiò al suo seno palpitante. Il mio cuore fremeva come all'aspetto d'una immensa sciagura.

Quell'amplesso fu lungo e penoso. L'emozione ci aveva reso mutoli entrambi.

La pallida luce che illuminava la stanza, il crepito lieve del lucignolo, il battito affrettato dei nostri petti, e la calma che vegliava al di fuori, davano a quel momento una solennità che cresceva il mio affanno.

Feci un moto come per ritrarmi da lei; ella se ne avvide, ne indovinò il senso e gettandomi le braccia al collo, piegò il mio capo verso il suo, si sollevò sulla punta dei piedi, accostò le sue labbra arse dalla febbre alle mie labbra, e mi coprí di baci brevi, replicati, frenetici. Tutta la sua natura combatteva una terribile lotta di desiderio e d'amore; il suo corpo fragile e consumato dal dolore aveva un'energia che m'impauriva.

La trassi con dolce violenza presso un divano, e la feci sedere; io me le posi d'accanto. Mi afferrò le mani, me le strinse con forza, le accostò al suo seno, poi alla bocca fremente. Il suo corpo tremava tutto.

— Hai freddo? — le domandai commosso?

— Ho paura — mi rispose.

La guardai in volto meravigliato.

— Di che?

— Di morire, di non poter reggere l'urto di quest'onda di felicità che mi opprime. Ho pregato il cielo che mi desse la forza che mi manca; poche ore, poche ore sole, e poi la morte; che importa a me di morire quando io abbia vissuto questa notte nelle tua braccia? Il cielo è generoso, non è vero? Ha pietà di coloro che amano?

Non risposi. Fosca proseguí senza badare.

— Domani tu dovrai partire, domani io morrò. Ma non è che mezzanotte. Abbiamo sei ore innanzi a noi, sei ore per noi, per noi soli, pel nostro amore; poiché tu mi ami, non è vero? tu me l'hai detto.

Mi guardò colle pupille scintillanti di passione. Il suo volto pareva illuminato da un entusiasmo gagliardo che ne rendeva meno sgradevole la deformità; le guancie leggermente rosate, i capelli nerissimi e abbondanti che contornavano il suo volto come in una cornice d'ebano, il vivo contrappunto della sua veste di mussola bianca l'assomigliavano ad una visione fantastica; in quel momento nissuno avrebbe detto che Fosca era assolutamente brutta. Io pensai a Clara, alle menzogne che le avevano guadagnato il mio cuore, all'inganno bassamente concepito e stoltamente svelato… Oh! sí, Fosca soltanto aveva meritato il mio amore, ella sola mi aveva amato, ella che aveva sfidato il ridicolo, il disprezzo, la collera; ella che aveva rinunziato al suo orgoglio di donna, domandando per pietà ciò che le altre dànno per debolezza, per vanità o per vizio.

— T'amo — le risposi.

— Ripetilo.

— T'amo.

— Ripetilo ancora.

— T'amo.

— Oh! mio Giorgio, mio Giorgio!

Cadde a' miei piedi, mi strinse le ginocchia, e vi nascose la fronte. Quando la risollevò, vidi la sua faccia bagnata di pianto.

— Tu soffri? — le chiesi con dolcezza.

— No.

— Tu piangi?

— Sono lagrime dolci.

Tacque, si curvò sopra di me e coprendosi il volto colle mani continuò a singhiozzare in silenzio. La sollevai da terra, allontanai le sue mani, e la baciai sulla bocca. Trasalí, levò gli occhi verso di me, volle parlare, ma gliene venne meno la forza, e si abbandonò nelle mie braccia mormorando il mio nome.

— Fosca! Fosca!

Non mi rispose. Trasognato, istupidito, senza mente e senz'anima, io sentiva il suo petto asciutto premere sul mio, la sua faccia appoggiata alla mia faccia, cosí presso da udire le pulsazioni affrettate delle sue tempia.

— Fosca! Fosca! sii forte, sii calma; io sono tuo, sono tuo, di nissun'altri che tuo.

— Di nissun'altri? Ripetilo. Non è un sogno? Oh! sí, sarò forte, sarò calma; il tempo è geloso della mia felicità, vedi le freccie di quel pendolo come corrono veloci! Oh! mio Giorgio, mio Giorgio! tu sei mio!

V'era un accento di cosí selvaggia voluttà nelle sue parole, che il mio cuore si contorse nel seno come un serpente. Quella ripugnanza invincibile che la natura aveva posto fra di noi risorse impetuosa come una corrente per separarci.

Un moto, un gesto, una mal frenata contrazione dei miei muscoli le rivelarono forse la mia intenzione, poiché in quel punto sentii i nervi delle sue esili braccia stirarsi come corde e stringermi in un amplesso soffocante. Gridai… si ritrasse, mi abbandonò impaurita, s'inginocchiò domandandomi perdono.

Abbassai lo sguardo verso di lei; quel volto sfigurato dalle lacrime e dal sentimento eccessivo del piacere, i suoi grandi occhi sporgenti dall'orbita, il tremito del suo corpo, mi rivelarono brutalmente tutto l'orrore della mia posizione. Non era la mia anima, non era la mia volontà; era il sangue, erano le fibre, i muscoli, i nervi che si ribellavano a quell'amplesso. L'immaginazione raddoppiò il mio ribrezzo: ricercai sotto quella veste, sotto quei nastri il suo corpo… Ed avrei io?… Mio Dio! Mio Dio!

Oh! Clara, Clara, perché hai tu ucciso il mio cuore? perché non posso riconfortarmi del tuo pensiero, della tua memoria? perché mi hai lasciato solo colle mie paure, coi miei vaneggiamenti? perché hai tu posto la maledizione sulle mie labbra che non conoscevano che l'amore?

All'improvviso Fosca tacque, si sollevò, mi guardò in volto e sorrise.

— Sono pazza! — mi disse — sono pazza! Il mio cuore trabocca di piacere, ed io piango come una sventurata.

Andò con passo fermo verso la lampada, la prese e la collocò dinanzi ad uno specchio. Si guardò, gettò indietro con un moto energico della testa il lusso dei suoi capelli nerissimi, e ritornò a me col volto rasserenato.

— Sono brutta; — mi disse con calma — le lagrime sono un falso ornamento.

— Non è vero — le risposi tanto per liberarmi dal peso del mio silenzio.

Tentennò il capo.

— A quindici anni le lagrime, a trenta i sorrisi.

Poi con una specie di civetteria che contrastava stranamente colla sua natura, si accostò alla toletta, si lavò la faccia, arruffò bizzarramente i capelli, e ritornò a me lieta, voluttuosa, tutta profumi, sorrisi e desideri.

— T'amo — mi disse, e si sedette sulle mie ginocchia, incrociando le mani sul mio capo.

Pareva cosí felice, cosí riconoscente, cosí carezzevole, che se anche il proposito non avesse prevenuto il mio cuore, egli si sarebbe arreso per un senso irresistibile di pietà. Quella donna mi amava!

— Tu parti? — mi domandò qualche istante dopo con accento di melanconia.

— Domani stesso.

— Domani!

E parve raccogliersi a meditare. All'improvviso si riscosse.

— Vuoi che io venga teco?

E siccome io non risposi subito, pose una mano sulla mia bocca e mi disse:

— Non schermirti; io so bene che noi non possiamo amarci come gli altri uomini. Un giorno, un'ora, un istante, e poi…

— E poi?

— Si muore.

Ella disse queste parole con tanta sicurezza, che mio malgrado sentii un brivido corrermi per le vene.

— Qual è la donna che tu hai amato sopra tutte?

La guardai meravigliato.

— Mia madre.

— Non è questo.

— Non domandarmi altro.

— Voglio saperlo; è un capriccio; ho i miei capricci anch'io; tutte le donne innamorate ne hanno; tutti gli innamorati li soddisfano. Oggi tu sei il mio innamorato.

— Domandami qual è quella che io amo.

— E sia. Qual è la donna che tu ami sopra tutte?

— Sei tu.

Non si aspettava questa risposta; tremò, si fe' rossa in volto dal piacere, e nascose il capo nel mio seno.

— Quand'è cosí, — prese a dire poco dopo — dammene una prova.

La baciai sulla bocca.

— Non basta.

La baciai ancora.

— Non basta.

— Farò ciò che vorrai. Comandami.

— Non voglio comandarti.

— Desidera.

— Nemmeno.

— Che ho da fare?

— Indovina. Ciò che faresti con una donna che amassi, ciò che hai fatto con le donne che hai amato, ciò che hai fatto con Clara.

— Clara! Tu dici?…

Mio Dio! Mio Dio! Perché risuscitava ella questo terribile pensiero in quel momento?… La strinsi al petto con forza, con una forza rabbiosa che aveva apparenza di passione. Ella si abbandonò palpitante, senza dir parola. La mia stretta fu lunga; il suo fragile corpo fremeva fra le mie braccia.

— Giorgio, mio Giorgio!

— Sei paga?

— Non ancora.

— Non credi dunque al mio amore?

— Ci credo, ci credo; spirerei ai tuoi piedi se non ci credessi. Mordimi la guancia.

— Perché?

— Mordimi la guancia; tu l'hai fatto con Clara, non lo negare; gettati ai miei piedi, appoggia il tuo capo sulle mie ginocchia.

Mi arresi come un fanciullo. Tutte le forze della mia volontà erano domate dall'aspetto di quell'energia.

M'inginocchiai a' suoi piedi. Ella batté palma a palma le mani con uno slancio di gioia puerilmente selvaggia.

— Cosí, cosí… lo vedete, è proprio lui, il mio amore, il mio bello; lui cosí forte, cosí grande! Egli domanda la mia pietà, lo vedete, lo vedete!

Passò le mani affilate fra i miei capelli, li attortigliò fra le dita come avrebbe fatto con un bambino, mi lisciò la fronte, mi prodigò cento carezze, mi chiamò con cento nomi teneri. Io taceva e tremava.

— Credi nella virtú della donna? — mi domandò improvvisamente.

Perché quella domanda? E quale sarebbe stato l'effetto della mia risposta? Voleva ella darmene una prova? O piuttosto prevenire il mio disprezzo? Assicurare l'impunità della sua colpa?

— Ci credo — le risposi con un esaltamento che nascondeva assai male la mia convinzione.

— Non ti pare che vi possano essere delle circostanze che scusino e legittimino il fallo?

Non risposi. La sua intenzione era palese. Ripugnava alla mia dignità d'uomo contrastarle e schermirmi con un sotterfugio da una promessa che il dispetto e l'affanno avevano strappato al mio cuore. Ripugnava alla mia debole natura incoraggiarla con bugiarde lusinghe.

Ella mi comprese e tacque.

— Parlami di Clara — mi disse poco dopo.

E siccome io non rispondevo, aggiunse con accento carezzevole:

— Non temere, mio bello, non temere; non ne sono gelosa. Tu non sei piú Giorgio per me, sei l'amore, sei il mio sole. Il sole illumina e riscalda; le creature ne fruiscono senza lamentarsi, ne fruiscono benedicendo; tu sei il mio amore, tu sei il mio sole… Tu l'ami, non è vero?

— L'ho amata.

— Non l'ami piú? Sarebbe vero? Oh! grazie, grazie. Non è vero, sai; io ho mentito, non è vero che io non sia gelosa; oggi sono forte, ecco tutto. Vorrei essere l'aria che tu respiri per confondere la mia vita colla tua, distruggere la mia natura per far parte della tua natura. Dimmi ancora che non ami piú quella donna.

Glielo dissi.

— Giuralo.

Giurai.

Si abbandonò fremente di piacere sopra di me, mormorando parole di desiderio e di preghiera.

Il mio cuore era straziato dall'angoscia.

Quella creatura selvaggia, resa terribile dalla deformità e dalla malattia, domandava da me l'ultima prova. Lottai contro me stesso, contro la mia natura codarda che si ribellava ad un sagrifizio che io stesso avevo provocato.

Se fosse stata Clara! Che dico? Se fosse stata la piú vile donnicciuola, io sarei caduto ai suoi piedi supplichevole, avrei dimenticato il mio cuore, la mia mente, la mia anima nell'ebbrezza dei sensi. Codardo! Codardo!

Nell'impeto generoso che succedette a questo pensiero l'afferrai convulso, la sollevai sulle braccia, la portai in giro per la camera smaniando. Cosí altre volte, con altro fremito, con altro spasimo, io aveva portato il corpo adorato di Clara! Erano le stesse grida, le stesse parole rotte, lo stesso fruscio di vesti, lo stesso ondeggiare di capelli disciolti, lo stesso profumo inebbriante…

Ansante, pallida piú del consueto, ella mi scivolò dalle braccia, e si accosciò sul nudo terreno. Me le assisi al fianco.

— Ho freddo, — mi disse.

— Ti riscalderò sul mio seno.

— Come sei bello! come ti amo!

Si levò d'un balzo, corse ad uno stipo, prese un paio di forbici: poi venne a me, e me le diede; trasse innanzi i suoi capelli, li raccolse in un fascio colle mani, e mi disse sorridendo:

— Recidili, mio bello, mio amore, recidili; sono tuoi.

E siccome io mi ritrassi, afferrò le forbici e fece atto di reciderli ella stessa. Una parte dei suoi capelli le era sfuggita, tentò di riafferrarli e fu vano; io ebbi tempo di trattenerla.

— Hai ragione, — mi disse ella — hai ragione; piú tardi.

Piú tardi! che voleva ella dire? Perché? E poteva io ingannarmi sul significato di quelle parole? Si sarebbe ella privata della sua sola bellezza in quel momento? Piú tardi! piú tardi! Mio Dio!

In quella si udí lo scatto d'una molla, poi quattro squilli sonori del pendolo.

Quattro ore! Erano passate quattro ore! Levai gli occhi in volto a Fosca e vi lessi lo stesso pensiero. Feci un moto come per ritrarmi; essa mi afferrò, mi strinse, e con un accento intraducibile d'affanno mormorò alle mie orecchie queste terribili parole: — Sii mio! Sii mio!

Una nebbia mi oscurò l'intelletto, e non ebbi forza di resistere. Ciò che avvenne dopo è cosí spaventoso che la mia mente ne rifugge inorridita. Due lunghe ore di spasimi, di grida, di ritrosie ispirate dal ribrezzo, hanno spezzato la mia natura, hanno sfasciato l'edifizio delle mie memorie e inaridito l'ultima sorgente delle mie speranze…

XLIX

Mi trovai nel luogo convenuto presso il castello senza quasi avvedermi d'esservi andato. Non aveva dormito, e mi pareva di non essere ben desto. Il dottore era venuto co' miei secondi, m'aveva cacciato in una carrozza, ed era stato in ciò sí pronto e sí puntuale, che eravamo giunti nello stesso istante che il mio avversario.

Era una mattina fredda, oscura, nebbiosa; gli alberi erano carichi di ghiacciuoli che la brezza faceva cadere dai rami; le campane dei paeselli vicini continuavano a suonare a festa; gruppi di contadini andavano alla città o ne tornavano coi loro canestri; le campagne erano coperte di neve e deserte.

Scendemmo nel fossato per una frana che le pioggie avevano prodotto nel terrapieno. Colà non v'era a temere di esser visti. Quel castello, cui tante volte aveva dovuto recarmi con Fosca e che non aveva veduto mai, non era abitato che da pochi coloni; le sue torri screpolate coperte di ficaie selvagge e di ellere pareano minacciarci di crollare sopra di noi.

I nostri secondi convennero che ci fossimo battuti alla sciabola, come arma meno pericolosa. Ciò era per me indifferente. Non perché non odiassi quell'uomo, ma perché in quell'istante non aveva coscienza né dell'altrui pericolo, né del mio; quella specie di esaltazione, di sonnambulismo che aveva provato in me fino dalla sera precedente era ancora piú piena e piú profonda. Non vedevo con chiarezza, non aveva che una percezione imperfettissima delle cose che accadevano intorno a me. Sentiva il mio sangue fluttuare dal cuore alla testa con impeto spaventevole; provava una sensazione penosa alle vene delle tempie ed ai polsi, le mie orecchie erano assordate da un tintinnio incessante; provava in tutto il mio corpo quell'impressione che dà non un dolore, ma l'aspettazione di un dolore; mi pareva che fra pochi istanti tutta la mia macchina avrebbe dovuto scomporsi, rovinare; mi sembrava di essere in attesa di qualche cosa di strano, di terribile, come di essere fulminato.

Ci levammo le tuniche e rimboccammo le maniche della camicia. Scorreva lí presso un rigagnolo; il dottore vi bagnò un fazzoletto, lo torse, e mi legò il polso. Ci diedero le sciabole, ci collocarono di fronte l'uno all'altro, misurarono le distanze. Io aveva sul mio avversario il vantaggio della statura, egli quello dell'agilità. Era un uomo piccolo, secco, nervoso; e i suoi occhi inquieti e vivaci che non cessavano di affissarmi, indicavano in lui un'energia e una risolutezza che io era ben lungi dall'avere.

Fu dato il segnale. Il colonnello tentò subito e con agilità impareggiabile un colpo decisivo, un colpo a bandoliera che io non evitai che in parte ritirandomi. Egli mi squarciò la camicia dalla spalla destra fino al fianco sinistro, e mi segnò una lunga scalfittura sul petto. Un orlo di sangue comparve subitamente lungo tutto lo sparato. Però nel ritirarsi si scoperse, e dal canto mio lo colpii al braccio, ma la rimboccatura della manica rese il mio colpo inoffensivo.

Ci ordinarono desistere, esaminarono la mia ferita, ricominciammo.

Scambiammo parecchi colpi senza alcun frutto. Io era assai piú abile del mio avversario, e se avessi nutrito odio per lui o avessi avuto maggior coscienza del pericolo cui m'esponevo, non avrei trovato difficoltà ad uscirne con vantaggio. Dopo pochi minuti, il colonnello era ansante, sfinito. Ci riposammo.

Facemmo un terzo assalto. Io era piú che stanco, annoiato; mi limitava alla difesa, e mi difendeva debolmente. Il colonnello aveva riacquistata nuova energia, il dispetto lo aveva, per cosí dire, ringiovanito, accompagnava ogni colpo con un grido secco e breve come è costume dei duellanti, e tentava ferirmi al petto di punta. Ripeté due o tre volte questo tentativo. La sua ostinazione mi scosse istintivamente dalla mia apatia. V'era nulla di piú facile che colpirlo in quel momento con un fendente di testa, né so come non se ne avvedesse. Colsi l'istante, egli mi si avventò rovesciando indietro il capo, io fui sollecito a ritrarmi senza parare, e a riavventarmi subito, prima che avesse avuto tempo di rimettersi in guardia. Lasciai scendere la sciabola leggermente, egli vide il pericolo, deviò a destra, e lo colpii alla spalla.

Gettò la sua arma con dispetto, rampognando i suoi secondi di aver acconsentito alla scelta della sciabola, e dicendo che il freddo gli irrigidiva le mani, e rendeva impossibile il servirsene liberamente. La sua ferita era benché profonda, non grave.

Insistette perché ci battessimo alla pistola. Nessun consiglio poté distoglierlo da questo proposito.

Levammo a sorte cui toccasse sparare per primo: la fortuna favorí il mio avversario.

Fummo collocati a trenta passi di distanza. Le pareti parallele del fosso che era angustissimo davano all'occhio una direzione sí giusta e sí facile, che io mi tenni perduto. Avvicinai la mia arma al petto per coprirne il cuore, e mi collocai un poco di fianco per offrir minor bersaglio possibile. Fu dato il segnale, il colonnello sparò, la palla passò fischiando senza colpirmi.

Egli riprese la sua posizione, io distesi il braccio, sparai alla mia volta senza mirare; egli vacillò un istante, lasciò scivolare la pistola di mano, e cadde rovesciato. Io non so cosa avvenisse di me in quell'istante. Il mio respiro si arrestò, le mie vene parvero scoppiare, il mio cuore schiantarsi; una tenebra mi passò davanti agli occhi, i miei muscoli si contrassero con uno spasimo atroce, brancicai un momento come per afferrarmi a qualche cosa, proruppi in un urlo acuto, disperato, straziante, quale non aveva inteso mai uscire da petto umano, se non forse da quello di Fosca, e caddi fra le braccia del dottore che era accorso in mio aiuto.

Quella infermità terribile per cui aveva provato tanto orrore mi aveva colpito in quell'istante; la malattia di Fosca si era trasfusa in me: io aveva conseguito in quel momento la triste eredità del mio fallo e del mio amore.

L

Dopo quel giorno tutto è oscurità nelle mie memorie; io non appresi che piú tardi gli ultimi dettagli di questa tragedia domestica. La morte di Fosca, l'arrivo di mia madre, il ritorno al mio paese natale sono tutti avvenimenti di cui non ho serbato altra ricordanza che quella oscura e confusa di un sogno. Mi sembra talora che tali fatti sieno avvenuti in un'epoca assai remota della mia vita, tale che non può neppure essere circoscritta entro il limite degli anni che ho già vissuto; e sarei tentato di negare fede all'esistenza di questo passato angoscioso, se le traccie che esso ha lasciato nel mio cuore non fossero troppo palesi e troppo profonde.

Soltanto quattro mesi dopo la catastrofe che ho raccontato, una lettera del dottore mi recava le ultime notizie di quei fatti.

"Non vi ho scritto prima perché sapeva che la vostra malattia vi avrebbe impedito di rispondermi, e forse anche di apprendere il contenuto della mia lettera. Sento che vi siete pressoché ristabilito, e che i vostri accessi nervosi sono anche piú miti, e piú rari. Il vostro medico vi avrà certo assicurato che ne guarirete, io ne impegno la mia parola; questi accessi non hanno alcun carattere epilettico, la vostra debolezza li alimenta, la forza che riacquisterete guarendo li farà cessare. Viaggiate, divagatevi.

Ignoro se lo stato d'animo in cui vi trovavate allora v'abbia permesso di serbar memoria di ciò che avvenne prima della vostra partenza. Fosca morí tre giorni dopo quella notte fatale; morí felice, illusa, soddisfatta; ignara di ciò che avvenne tra voi e suo cugino, convinta che l'ordine della vostra traslocazione aveva reso la vostra partenza inevitabile.

In una scatola che vi spedisco colla ferrovia troverete un involto di seta nera contenente i suoi capelli. Io ve li avrei mandati prima se, sapendovi ancora malato, non avessi temuto di commuovervi fatalmente con questo dono. Saprete certo che ve li mando per incarico suo.

La ferita del colonnello fu grave, non mortale; il proiettile lo colpí pure alla spalla, ma girò l'osso senza fratturarlo. Guarí in quaranta giorni. Il Ministero seppe del duello, e poiché le vostre dimissioni non erano state ancora né offerte, né accettate, lo costrinse a chiedere il suo collocamento in ritiro. Egli è partito pochi giorni or sono per Suez ove gli fu offerto un impiego d'ingegnere civile nei lavori del taglio dell'istmo. Io gli avrei parlato volontieri di voi, e avrei voluto convincerlo della vostra innocenza; ma queste sue ultime sciagure lo avevano reso sí sospettoso e sí ingiusto, che avrei temuto di nuocere alla vostra causa anziché di favorirla. D'altronde è assai probabile che non abbiate piú a rivederlo.

Ho fede che la vostra coscienza non mi avrà scagliata mai alcuna parola di rimprovero per l'influenza fatale che ebbi in queste vostre sventure; nondimeno ho bisogno che me ne assicuriate; voi sapete se io ho pensato alla vostra felicità, e se mi stette a cuore il procurarvela.

Non so se ci vedremo ancora, né quando (ci hanno sbalzati all'altro capo dell'Italia), ma se ciò avverrà spero che vi vedrò mutato. La vita, la gioventú, il cuore hanno i loro diritti; voi li avevate anche troppo sacrificati. Distaccatevi dal passato, gettatevi in questo grande avvenire che vi attende. La coscienza è codarda, essa si atterrisce spesso di mali che non commise, o che non potea non commettere. Una cieca fatalità muove e dirige le azioni di tutti gli uomini; non date loro maggiore responsabilità di quella che vi assegnano i limiti ristrettissimi del vostro arbitrio.

Addio, mio buon amico, possiate essere felice, e non farvi rimprovero d'una sciagura di cui non siete stato che uno strumento."

Edizione HTML a cura di: [email protected]

Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 22:49