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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

 

FIRENZE VECCHIA

STORIA - CRONACA ANEDDOTICA - COSTUMI

(1799-1859)

 

di: Giuseppe Conti

  

XXXV

Fiere, Rificolone e Ceppo

Le due fiere principali - Tessitore pistoiesi - Compre e vendite - Risparmio - Com'era filato il lino - Una passeggiata alla fiera - La fiera degli uccelli - La fiera delle giuggiole - La fiera de' marroni per San Simone - Ballotte e vin nuovo - Continua la fiera di San Simone - La fiera de' trabiccoli di là d'Arno - Le monache di San Pier Maggiore e la "Madonna gravida" - La festa della Natività di Maria - Una notte ne' chiostri dell'Annunziata - In chiesa e fuori - Fischi a tutto spiano - Le rificolone - Cronaca più moderna - Un delitto di sangue - LI è più bella la mia.... - Il Ceppo in antico - La messa di notte - La mattina di Natale - Un tiro a sei e la compagnia delle Corazze - I Buonomini al Bargello - La comunione dei cavalieri di Santo Stefano - Una serie di sacrilegii – "Un aghetto per un galletto" - Venditori di capponi e ragazzi screanzati - La mostra delle botteghe - La stiacciat' unta - A tavola! - Il giuoco dell'Oca.

Un'altra particolarità fiorentina erano le fiere che si facevano in varie epoche dell'anno, in località diverse e di vario genere.

Le prime eran quelle di quaresima, delle quali si è parlato a suo tempo; le altre cominciavano con quella dell'Annunziazione, il 25 di marzo, che era uguale a quella del dì 8 di settembre, detta della Natività. Ambedue avevan luogo in Via de' Servi e in Piazza della Santissima Annunziata, e principiavano otto giorni innanzi la festa.

In queste due fiere si smerciavano più particolarmente i pannilini, portati dalle tessitore dei pressi di Pistoia, che ne avevano quasi la specialità. Codeste donne grasse e fresche, tutte di una certa età, con la pelle ancora in tirare, rosse come melerose, che parevano tante fattoresse, disponevano i rotoli del panno sotto le Logge degli Innocenti e sulle gradinate. Era un vero divertimento il vedere la quantità della gente, che aveva aspettato quei giorni per fare acquisti, invadere la piazza e far quasi alle spinte per arrivar le prime, come se di quella roba non ce ne fosse per tutti! Ma ci sono alcuni a cui par che manchi sempre il terreno sotto i piedi, e che non hanno bene finché non hanno portato a casa ciò che si son prefissi di comprare ed a cui avranno pensato anco la notte.

Curioso spettacolo era quello delle donne con le pezzuole gialle a fiorami al collo, e le pettinature alte, con una cipolla vera fra' capelli sulla nuca per far la crocchia più grossa, srotolare il panno per misurarlo via via agli avventori, i quali dicevano loro, perché non rubassero dalla misura: "Non vi tagliate le dita!" oppure: "Vi siete confessata, maestra?". Col panno, facevano poi lenzuoli, tovaglie, asciugamani, salviette e fasce da bambini. Né meno curiosi erano i battibecchi sul prezzo, e l'aria compunta che prendevano, di donne sacrificate, quelle machione che la sapevan più lunga del diavolo. Nessuno però andava via scontento; perché esse avevano una maniera da incantare. Una certa Coppini di Pistoia, soprannominata la Trogola, per furberia rivendeva tutte l'altre; essa la sapeva far cosi bene, che non era possibile andar via da lei senza comprare.

L'idea di risparmiare più che alle botteghe, comprando alla fiera, - idea, che, del resto, le massaie l'hanno tuttora - faceva fare ottimi affari a quelle donne, che dopo otto giorni se ne tornavano a casa piene di quattrini, dopo avere smaltito quasi tutta la mercanzia.

Coloro che credevano d'aver fatto una bella chiappa - come si usava dire allora - e d'aver comprato tessuti soltanto di lino o di canapa, si trovavano spesso delusi; ma non facevan come l'asino, che quando c'è cascato una volta, la seconda non ci ricade; ci tornavano invece con più fiducia di prima.

Il requisito principale e per il quale venivan ricercati i tessuti delle fiere in Piazza della Santissima Annunziata, era quello - di cui tutti eran tanto gelosi - che il lino era filato a rocca e bagnato con la saliva. Dio guardi se una che filava, fosse stata vista inzuppar le dita nell'acqua invece di sputarci sopra!... la poveretta, poteva far conto di filare... al deserto, perché era cosi screditata, che nessuno le dava più commissioni.

Sotto l'altra Loggia, in faccia a quella degli Innocenti, si teneva la fiera delle terraglie, degli utensili da cucina, dei balocchi per i ragazzi; primi fra tutti i cavallini di coccio col fischio... all'ombra della coda!

Per la Via de' Servi c'erano i baroccini con gli spurghi delle botteghe: nastri di seta, vestiti di lana e di cotone, e ogni genere di manifatture.

Attorno al Duomo, dal lato di tramontana, i rivenditori esponevano mobilia di tutte le specie: armadi con la tinta a monti sopra; cassettoni col piano di legno che si rammentavano dei tempi del re Pipino; tavole, canapé e seggiole, che andavan via da sé; treppiedi, gratelle, fornelli, carrucole, chiavistelli, toppe, chiavi, un ciarpame d'ogni cosa. Eppure vendevano anche quella roba! I mobili specialmente andavan via a ruba, perché non pareva vero a chi doveva metter su casa, d'ammobiliarla con poco, e di non esser subito.... soli! Così sentivan meno il distacco della famiglia!..

Un'altra fiera caratteristica era quella degli uccelli, che si teneva fuor di Porta Romana, la vigilia di San Michele; fiera che si fa ancora, ma che non ha più l'importanza né desta la curiosità di quelle di settanta o ottant'anni fa.

Tutti i cacciatori aspettavano cotesto giorno per provvedersi dell'occorrente per la caccia: come pania, gabbie, pispole e reti. Ma l'oggetto principale erano i richiami: fringuelli ciechi, pettirossi, pèppole, tordi, e tutti gli altri uccelli che dovevan mettere in mezzo i loro compagni, perché male comune, è mezzo gaudio.

Quegli uccelli da richiamo, molte volte salivano a un prezzo esagerato. Con quei quattrini, c'era da comprare un puledro! Ma i fanatici che avevan dei paretai rinomati, non badavano a spesa; e si lasciavano accalappiare da certi furboni, che facevan loro pagare perfino dugento e trecento lire un fringuello o un tordo bene ammaestrato. Paion cose incredibili, ma son proprio vere: e c'è ancora qualche vecchio, raro s'intende, che potrebbe farne fede e citare ad esempio il famoso conte Galli, al quale appiccicavan certi tordi, che dovevan parer tenori e che non aprivan mai il becco. L'avranno messo in mezzo; ma in compenso glieli facevan pagare tanto cari!

Il viale del Poggio Imperiale, quella mattina, era un incanto; specialmente se faceva bel tempo. Da tutte le gabbie attaccate ai rami delle querci e dei cipressi, usciva un cinguettìo, un fischiare, un trillìo continuo, d'un effetto stupendo. Pareva d'essere in un bosco incantato, invece che a una fiera.

Ma tutto il chiassoso pigolìo andava a mano a mano scemando, fino a cessare completamente verso le dieci, ora nella quale la fiera era bell'e finita, e tutti i cacciatori venivan via invadendo le strade di Firenze, con le gabbie infilate nelle mazze che portavan sulla spalla, e coi fagotti delle reti, le pentole della pania ed un'infinità d'utensili. Molti di costoro avevano da far parecchie miglia a piedi, perché allora non c'erano le comodità che ci sono oggi, e bisognava far la strada gamba gamba; soltanto i possidenti venivano col cadesse ed un contadino per portar le gabbie e gli altri acquisti fatti.

Per San Michele, il 29 di settembre, aveva luogo la gran fiera delle giuggiole, fuori di Porta alla Croce. A Sant'Ambrogio, dopo le funzioni, quel giorno, dal tetto della compagnia, tra Via di Mezzo e Via de' Pilastri, alcuni fratelli che vi salivan su, brucavano le giuggiole da un grosso ramo di giuggiolo che vi facevan portare e le buttavan giù a manciate. Non è da credersi la ruffa che si faceva. Era un divertimento bellissimo, e vi assisteva molta gente dal cimitero della chiesa, sbellicandosi dalle risa.

Non meno caratteristica delle altre, era la fiera dei marroni che nel giorno di San Simone, il 28 d'ottobre, si faceva al "Canto agli Aranci" fra Via Ghibellina, Via del Fosso e Via del Diluvio, presso le Stinche. I sacchi dei marroni erano ammassati a gruppi e si vendevano a staia ai buzzurri e a coloro che poi li rivendevano al minuto in Via del Palagio, dove la fiera si estendeva, ed era uno strepito continuato di quei venditori coi baroccini pieni di marroni, tutti messi a cupola, e nel mezzo ed in cima, i quartucci e le mezzette - la misura d'allora - già colme, per il primo compratore che via via capitava. Tutti li compravano, perché quella sera le ballotte o le bruciate e il vin nuovo eran di rito in tutte le case. Si riunivan le famiglie apposta, come si faceva per pasqua o per carnevale.

Ed anche per San Simone, al solito, i rivenditori, o rigattieri, facevan la mostra della mobilia e degli utensili per casa. La Piazza di Santa Croce era piena di letti di legno e di ferro con le sue brave materasse sopra, ma coi tralicci con certe gore, che rivelavano l'infanzia che ci aveva dormito. E forse qualcuno ci sarà anche morto, e di che! V'erano madie, cassettoni, tavole e armadi, perché in questa circostanza venivano altresì dalla campagna molti di quelli che dovevano essere sposi a carnevale, a comprar la mobilia usata.

Nell'altra metà della piazza c'era la distesa degli attrezzi da cucina d'ogni genere, e di oggetti d'ogni uso. Eppure molta gente comprava quelle terraglie, tutta robaccia vecchia, adoprata chi sa da chi, utensili gelosissimi usati Dio sa in quali circostanze. E cotesti belli acquisti se li mettevano in casa, come se ci avessero portato un tesoro, perché, in occasione di malattia, certi oggetti fanno tanto comodo, e a comprarli nuovi ci voleva un occhio! Con una risciacquata, secondo loro, tutto tornava nuovo. Perciò non c'era da sgomentarsi a metter su casa; c'era di tutto, su quella piazza. Perfino le lucernine d'ottone, tegami di rame, padelle, spiedi, insomma chi cercava trovava.... anche più del dovere!

Lo strascico della fiera di San Simone durava tre giorni, finché quella roba non era data via tutta o quasi tutta, perché molti aspettavano a comprare all'ultimo, per spendere forse meno e goder di più.

La fiera di San Martino, che si faceva l'11 novembre sul Ponte Santa Trinita e in Via Maggio, aveva anch'essa la sua nota caratteristica. La specialità di tal fiera erano i trabiccoli, e gli altri scaldaletti chiamati preti; zane, cestini da bambini, paniere da biancheria, e panieri d'ogni genere. Ed era curiosa la processione delle donne da casa e delle massaie, che tornavan coi trabiccoli o i preti; e le paniere, le zane e i cestini che si facevan portare dai ragazzi, i quali, per fare il buffone, se le mettevano addosso nascondendocisi dentro, baciando e correndo come se quelle zane camminassero da sé.

Il dì 8 settembre, giorno dedicato alla Natività della Madonna, si solennizzavano in molte chiese a Firenze grandi feste in memoria della liberazione di Vienna dall'assedio dei Turchi, avvenuto appunto in quel giorno del 1683.

A San Pier Maggiore, anche prima di quell'epoca, si faceva festa solenne; e le monache ivi stabilite, addobbavano la chiesa con grande ricchezza, esponendo all'adorazione dei fedeli il quadro di "Maria Vergine gravida"!

Per dir la verità, quelle monachine tanto spregiudicate avrebbero forse fatto meglio a non toccare un tasto così delicato, facendo invece la festa a qualche altra Madonna che si adattasse più alla chiesa d'un convento di monache!

Ma, riflettendoci bene, non c'era da far le meraviglie, perché la badessa di quel monastero avendo il privilegio di sposare virtualmente per antica usanza l'arcivescovo di Firenze prima che questi prendesse possesso della diocesi, si poteva menar buono anche la "Madonna gravida".

La festa della Natività di Maria si celebrava molto pomposamente nella chiesa della Santissima Annunziata, essendo fervida fin dai remoti tempi, la devozione dei fiorentini per l'immagine che in essa si venera. Si può dire anzi, che la festa incominciasse dalla vigilia, poiché i montanari della Toscana eran usi di venire in tal giorno a Firenze a vendere i filati e i funghi secchi. Il loro scopo apparente era di fare una specie di pellegrinaggio alla Santissima Annunziata, ma quello vero e reale era di vendere la mercanzia che portavano.

In cotesta occasione Firenze era, si può dire, addirittura invasa da torme di montanari e dì montanare zotiche e dure, che colle gonnelle corte, coi fianchi larghi e con certe vite, Dio l'abbia in gloria, larghe e tonde più d'un metro, camminavano pian piano per la città, coi naso per aria, smelensite, rintontite dal frastuono, dalla vista di quei palazzoni tutti di pietra, che parevan cave, dalle torri, dalle chiese e più che altro dal lusso delle dame e dalle carrozze dorate. Tutta quella folla era oggetto di curiosità e di riso per la stranezza delle fogge e per la ruvidità dei panni che vestivano.

Ma il maggior divertimento cominciava la sera.

1 contadini e le montagnole passavano la nottata nella chiesa, nei chiostri dell'Annunziata e fuori sotto i loggiati, perché non trovavano altro posto dove rifugiarsi.

Naturalmente mangiavano e... non si ardisce di pensare ad altro; soltanto la mattina non c'era bisogno d'annaffiare né la chiesa né i chiostri! La scusa della religione copriva ogni bisogno.

E meno male per quelli che erano in chiesa; lì non osavano i giovani allegri d'andare a far gazzarra; il peggio era per i rifugiati nei chiostri e sotto il loggiato.

Tanto quelli in chiesa, che quelli fuori, finché non veniva loro sonno, cantavano inni alla Madonna ed altre preci; ma per le voci discordanti, per le cadenze e le cantilene noiose di tanta gente, invece di un atto di devozione pareva una cosa burlesca, fatta per chiasso. Per conseguenza, i fiorentini, la sera del 7 settembre si recavano in folla all'Annunziata a godere dello spettacolo, e farvi le più matte ed allegre risate.

Molti giovani si mescolavano fra i contadini urlando anch'essi e ripetendo ad alta voce gli spropositi che quelli dicevano. E di lì epigrammi e facezie senza ritegno, e un baccano come di carnevale.

Per martorizzare maggiormente que' disgraziati, i giovani più insolenti portavano certi fischi di coccio che mandavano un sibilo così acuto da far assordire; e come se quei montagnoli fossero stati tante statue, gli fischiavano a tutto spiano negli orecchi, senza pietà né misericordia. E dire che anche loro ci ridevano!..

La scena però non mancava di un effetto singolarmente fantastico e pittoresco. Siccome tutto quel diavoleto si faceva di notte, in quella circostanza s'inventarono le fierucolone - da fiera - e che poi il popolo disse rificolone.

Specialmente in Piazza dell'Annunziata ed in Via de' Servi ve n'erano delle migliaia; e formarono una vista bellissima, perché anche dalle finestre delle case, nelle prime ore della sera fino a notte inoltrata, si tenevano fuori le rificolone.

Non erano tutte della foggia di quelle che si usano oggi; molte, anzi le più, eran grandi fantocci di carta, rappresentanti le caricature delle montanine, col lume sotto la sottana; e ogni volta che passava un branco di giovanotti, coi fischi, colle rificolone di queste contadine e con centinaia di quelle a lampanino, era una baldoria e un fracasso da far la testa come un cestone.

E con le rificolone invadevano anche i chiostri della chiesa, urtando senza riguardo. uomini e donne, che per la stanchezza del lungo cammino fatto in più giorni e a piedi, eran cascati giù mezzi morti dal sonno. Anzi, pareva che quegli scapestrati glielo lo facessero per dispetto, ed andassero a cercarli apposta, per sbalordirli ed inebetirli dai fischi e dagli urli. Se quei poveri montanari non si acquistavano il paradiso cogl'inni e colle preghiere, se lo acquistavan dicerto coi martirii e coi dispetti che facevan loro soffrire.

Non ne son certo, ma ritengo positivamente che quando eran venuti a Firenze una volta, per l'8 di settembre, la seconda non ci tornavan davvero!

Dopo la storia, facciamo la cronaca più moderna.

Era costume nella popolazione di portarsi la vigilia della Madonna di Settembre, in Via dei Servi e sulla Piazza della Santissima Annunziata, con dei fanali di foglio in colori infilati in tante canne, urlando in modo da levare di cervello: "L'è più bella la mia di quella della zia!" questo lo dicevano i bambini: i più grandi portavano dei corbelli infilati in una pertica con un lume dentro, vociando: "Bello, bello, chi lo guarda gli è un corbello!" e dietro a questo, una folla con le campane di terracotta, a scampanare e a schiamazzare. Altri andavano coi fischi di coccio e si univano a quelli col campanaccio per accrescere il frastuono. Per colmo d'allegria poi, principiavano a tirare buccie di cocomero, patate, e quanto veniva loro alle mani contro le rificolone perché si incendiassero, e così finiva la festa.

Ma quest'uso così molesto, il quale durava fino a mezzanotte, era causa di molte liti e di risse; perché alcuni andavano a sonare i campanacci e a fischiare negli orecchi alle persone che si trovavano nella strada, le quali spesso si stizzivano e leticavano come se le avessero ammazzate.

Uno di quegli anni venne funestato per causa di quest'uso sbarazzino, da un delitto di sangue, che contristò tutta la città, che allora non c'era avvezza. Uno studente si mise a fischiare apposta nell'orecchio a uno dei cavalli di una carrozza che era ferma presso il palazzo Niccolini ora Bouturlin, in Via dei Servi, aspettando i padroni i quali erano a godere lo spettacolo delle rificolone dalle finestre. Il cavallo con quei fischi acuti nell'orecchio si spaventò, fece impennare anche l'altro; ed il cocchiere, tutt'arrabbiato, ammenò una frustata allo studente. Questi che poté sapere dove stavano di casa quei signori, andò ad aspettare che vi tornassero, e a tradimento con un colpo di stile uccise il cocchiere. Così finì tristamente quella baldoria, che tutti deploravano.

A poco a poco però, ingentiliti i costumi e rinfurbiti i contadini, che eran sempre i martiri sbeffati e molestati ogniqualvolta venivano a Firenze, anche le rificolone andarono quasi a finire. Infatti, oggi di questa usanza non è rimasto che un pallido ricordo: la sera del 7 di settembre sull'imbrunire, nelle strade più povere della città, si vede qualche raminga rificolona che un bambino tenuto in collo dalla mamma, dimena e scote come una frusta, dandole fuoco presto. Oppure a qualche finestra un'altra vagabonda rificolona s'affaccia paurosa di trovarsi sola, mentre il ragazzo che la espone balbetta a malapena: L'è più bella la mia!…

Ed ora veniamo al Ceppo, rifacendoci, al solito, dall'antico.

La mattina del 24 di dicembre, si leggeva con gran pompa, nelle chiese collegiate, il Martirologio, "nel quale è annunziata la Natività del Signore".

Il giorno, all'ora di vespro, v'era festa solennissima in tutte le chiese indistintamente.

Alla mezzanotte in punto, che al modo come si contavan le ore in antico, dal tramonto del sole, si diceva alle ore sette e minuti quarantadue, si cantava la prima messa in memoria, che "l'anno dalla creazione del mondo 5199; e dal diluvio 2957; dalla Natività d'Abramo 2015; da Mosè e dall'uscita del popolo d'Israel dall'Egitto 1510; dall'unzione di David in re 1032; dalla fondazione di Roma 752; nella sessantesimaquinta settimana secondo la profezia di Daniele, e nell'olimpiade centesima, nonagesima quarta; l'anno dell'imperio d'Ottaviano Augusto 42; nella sesta età del mondo, e mentre tutto l'universo era in pace, l'Eterno Monarca del cielo, l'unigenito figlio di Dio Gesù Cristo signor nostro, volendo con la sua venuta santificare il mondo, concepito di Spirito Santo nell'utero purissimo dì Maria Vergine, e così fattosi Huomo, e dopo scorsi nove mesi dalla sua concezione, nacque a quest'ora di mezza notte in una capanna della città di Betlemme". La storia è un po' lunga.

Per la città il giorno della vigilia, era tutt'un viavai di gente che andava a chieder mance o che portava regali; ognuno, dal più al meno, mandava doni ai parenti e agli amici, ai monasteri e ai conventi per il famiglio o per la fante, che eran tutti allegri per quello che ricevevano; ognuno dispensava a' sottoposti una ricompensa, una regalìa agl'infimi. Nelle case avevan luogo cene e ritrovi, che si protraevano fin verso la mezzanotte, per far l'ora d'andare a sentir la messa.

Questa festa non perdé il suo carattere neppure sotto il dominio de'Medici.

Fino dalle prime ore della sera andavan per la città liete brigate di giovani, che al lume di qualche lanterna o di qualche torcia di resina, percorrevano le strade coi liuti, le trombe e le mandòle, cantando allegre canzoni per finir poi in una delle tante osterie, dicendo scherzevolmente di andare a sentir la messa di fra Boccale.

Il Duomo, la Santissima Annunziata, Santa Croce e San Lorenzo eran le chiese più frequentate nella notte di Ceppo. Sfarzosamente illuminate, col suono dell'organo, colla folla enorme di popolo e col gran concorso della nobiltà, la messa di Natale poteva più somigliarsi a una gaia festa baccanale, che a una funzione religiosa.

Pittoresco e curioso era l'aspetto della folla, specialmente nel 1600, per la varietà e la bellezza dei costumi; per la ricchezza delle stoffe, e per lo splendore delle gemme con cui erano ornate le vesti delle gentildonne, accompagnate da uno stuolo di spensierati ed allegri cavalieri, che col pretesto della messa si procuravano il divertimento di quella gita notturna. Non mai come allora, la religione servì di copertina ad ogni sorta di licenze, venendone l'esempio dalla Corte, bigottissima e corrotta.

In Duomo celebrava monsignore Arcivescovo, in San Lorenzo monsignor Priore mitrato che, aveva il privilegio, come lo ha tuttora, di celebrare pontificalmente.

Quando la messa era al Gloria, la quiete della notte veniva ad un tratto interrotta dallo scampanìo sfrenato di tutte le chiese. Le campanuzze dei monasteri e delle compagnie, innumerevoli fino all'epoca di Pietro Leopoldo, col loro suono pettegolo e stridente, urtavano i nervi, aumentando il frastuono generale.

La mattina di Ceppo, il Granduca andava con tutta la Corte al Duomo ad udire le tre messe di rito. Era fuor di misura sfarzoso il seguito delle carrozze a sei cavalli riccamente bardati, e splendida era la scorta delle Corazze o guardia dei cavalleggeri.

Il capitano delle Corazze era generalmente un nobile, ma doveva essere un bravo soldato. Il portamento di quella bella truppa era imponente e maestoso. Gli elmi e le corazze lucenti, le lunghe lance senza banderuola, lo scalpitìo, il nitrire dei forti cavalli ungheresi, la maggior parte morelli, dalla lunga coda, le gualdrappe di vivi colori, tutto contribuiva a render maggiore l'effetto di quella superba cavalleria.

I soldati, dal cui fianco pendevano belle e lunghe spade con impugnature variate, parevano più alti assai sulle grandi selle che usavano a que' tempi. Avevano gli stivali ad imbuto; e le brache quasi sempre di velluto, ornate di galloni d'oro o d'argento e che ognuno portava di un colore a piacere; come le maniche dei giustacuori. Agli stivali avevan sproni immensi, la cui stella tutta a trafori era grande quasi quanto uno scudo; i morsi dei cavalli erano colossali, ma tutto lucido, ben tenuto, tersissimo.

L'ordine di marcia della compagnia delle corazze - come di tutta la cavalleria di quel tempo - era questo: primo il trombetta, quindi il capitano, poi il tenente, la cornetta e tutti i soldati per tre.

Alla prima fila il furiere, a metà il caporale; e dietro, il cerusico, l'armaiolo, il sellaro e il manescalco.

Nella mattina di Natale, essendo freddo, il colpo d'occhio era meno marziale, poiché i soldati portavano tutti il mantello di lana rosso, che copriva anche la groppa del cavallo.

Innumerevoli erano le feste e le festicine che la mattina di Ceppo si facevano in Firenze. Tutta la popolazione era nelle vie, e si vedeva chiaramente che quel giorno era festa solenne.

Per antica consuetudine, fra le altre cerimonie che si facevano per Natale, v'era quella che la compagnia de' Buonomini di San Bonaventura, si recava processionando dalla chiesa di Santa Croce fino alla cappella che tuttora esiste nelle carceri del Bargello. Dopo la messa, che veniva celebrata, i Buonomini liberavano colle loro elemosine una quantità di carcerati "che vi eran ritenuti per le spese". I prigionieri liberati uscivano in mezzo alla compagnia con la solita ciocca d'olivo in mano.

Un'altra cerimonia solenne avveniva con grande pompa nella basilica di San Lorenzo, e consisteva nella comunione che vi facevano i cavalieri di Santo Stefano vestiti in cappa magna, ed armati come quando sulle galere combattevano contro i turchi.

Ai tempi del Savonarola, come reazione contro le prediche e i rigori di lui, alcuni giovinastri la notte del sabato santo scoperchiarono gli avelli di Santa Maria Novella per mettere in caricatura la resurrezione di Cristo. E la notte di Ceppo, siccome si banchettava fra parenti ed amici, così, dopo cena, quelle brigate di scapestrati si spargevano per la città con le lanterne e le torce, cantando le ballate provenzali e le canzoni d'amore. Quindi andavano nelle chiese affollate di devoti, commettendo disordini d'ogni genere.

Ma la misura la passarono la notte di Natale del 1498. Costoro entrarono in Duomo con un cavallo tutto rifinito e arrembato, che non si reggeva ritto: ma punzecchiato dalle loro spade si diede a correre in mezzo alla gente genuflessa che scappava spaventata, credendo che fosse giunta la fin del mondo. Quei giovani urlando gli davan dietro, cacciandogli, per solleticarlo meglio, un bastone sotto la coda! Il disgraziato cavallo cadde in terra quasi morto; ed allora lo presero per la coda trascinandolo per tutta la chiesa, messa a soqquadro dagli urli di spavento dei fedeli e dalla gazzarra di quegli scapigliati, che cantavan canzoni oscene e dicevan cose di tutti i colori, in compagnia di donne ascritte all'"Offizio dell'Onestà"!...

Molti scapparono e corsero alla pila dell'acqua benedetta per farsi il segno della croce; ma stettero freschi; perché da quei bricconi erano state empite d'inchiostro! Il cavallo che era poi morto, lo portarono sulla gradinata del tempio, dove rimase fino alla sera di Ceppo e quindi salirono in pergamo con quelle donne: e "lo violarono innanzi a Cristo ove si dice la parola di Dio, e lo imbrattarono".

Dopo il Duomo, andaron lesti a San Marco, prima che fosse finita la funzione; e levata la corona di capo alla Madonna la misero in capo ad una meretrice, che fu portata in trionfo per la chiesa e per le vie della città, facendole ala coi ceri levati di sull'altar maggiore.

In altre chiese furon levati di mano ai preti i turriboli, e invece d'incenso vi fu buttata dell'assafetida che appestava la chiesa.

Un altro branco di quei birbaccioni, a Santa Maria Novella, oltre all'inchiostro nelle pile, diedero l'andare a un branco di capre che si messero a fuggire tra la folla dei devoti, assestando cozzate senza pietà né misericordia, ferendo gravemente molti disgraziati.

Sarebbero infiniti i sacrilegii che si potrebbero raccontare, avvenuti nella notte di Ceppo dei tempi antichi, quando il popolo era in preda ad una corruzione e ad una depravazione da non averne idea.

Nei tempi più prossimi a noi, cioè sotto il Granducato di Ferdinando III e di Leopoldo II, la notte di Ceppo non era che la festa dei buontemponi, è di coloro che non volevan rinunziare ad un divertimento notturno, fosse pur quello di una messa cantata.

Prima di tutto, per la vigilia di Ceppo si cominciavano a veder per le strade di Firenze i fattori dei conventi delle monache col grembiule davanti per non dare scandalo, andare a portare i dolci preparati dalle medesime per i benefattori del monastero, i quali sapevan pur troppo che esse "danno un aghetto per avere un galletto" come corre il dettato.

Si cominciava pure a vedere un insolito movimento per il continuo arrivo di contadini e di procacci, che portavano ogni sorta di regali spediti dai parenti o dagli amici lontani. Per la maggior parte eran capponi, agnelli, caccia, fiaschi di vin santo o d'aleatico, la ghiottoneria del giorno di Ceppo d'allora, e che oggi non si usa più, e non è squisito come quello.

La mattina, sempre della vigilia, intorno alla colonna di Mercato si vedevano un'infinità di venditori, che non facevan che urlare e vociare: "Un bè paio di capponi!". Pareva addirittura una fiera, tant'era assordante il frastuono che aumentava a causa dei soliti ragazzi di strada i quali si divertivan di nascosto a strappar le penne della coda ai capponi, che strillavano come dannati. E siccome quegli strilli avvertivano i contadini e i trucconi della bricconata dei ragazzi, quando ne potevano agguantar uno eran pedate, pugni e scapaccioni da levar loro la voglia per sempre di provarsi un'altra volta. Tale baldoria durava fino al giorno dopo desinare; ma per tutta la mattina, dalla Colonna, non si poteva passare altro che a furia di spinte, tanta era la gente che andava li per comprare il cappone da regalarsi alla maestra dei figliuoli o al medico di casa, come allora usava, guardando però che non fossero tanto grossi e più magri che fosse possibile, per spender meno, poiché a molti dava noia un'usanza che urtava tanto la tasca!

La sera la gente andava in Mercato per veder la mostra delle botteghe, rimanendo, estatica dinanzi a quelle che, a mal agguagliare, parevan tante gallerie.

Quando poi alle dieci cominciavano a suonar le campane delle chiese per la messa di notte, le strade si ripopolavano per andare al Duomo, a Santa Maria Novella, a Santa Croce, a San Lorenzo, a Santo Spirito e alla Santissima Annunziata, nella quale accorreva più gente che altrove, perché lì la messa era in musica e pareva un teatro invece di una chiesa.

Finite le messe, la maggior parte di quei devoti di nuovo genere, invadeva tutte le botteghe dei bozzolari, in Via dei Calzaioli, e dal Melini in Lungarno, dal Ponte Vecchio, per mangiar la stiacciat' unta calda che in quella sera era d'obbligo. Il concorso per la città durava fin dopo le due come se fosse di giorno; e più qua e più là, si trovavan comitive di egregi ubriachi, che cantavano a squarciagola, senza però molestar nessuno.

Il giorno di Ceppo c'era il servizio di chiesa in Duomo, col Granduca e la Granduchessa che andavano alla messa solenne con le carrozze di gala e le guardie nobili; tutte le famiglie e i parenti si riunivano a tavola per mangiare il cappone tradizionale. La sera molti rimanevano in casa a far la tombola, o divertendosi immensamente all'onesto giuoco dell'Oca, che pareva un omaggio reso al Sovrano!

             

  

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Ultimo Aggiornamento: 08/01/99 23.16