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Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

 

FIRENZE VECCHIA

STORIA - CRONACA ANEDDOTICA - COSTUMI

(1799-1859)

 

di: Giuseppe Conti

  

XXIII

La nuova Granduchessa

Seconde nozze - La chiesta di matrimonio - Maria Antonia delle Due Sicilie Il principe Corsini - Leopoldo II parte per Napoli - Sua permanenza in quella città - Gita a Pompei - Festeggiamenti - Il contratto nuziale - Matrimonio religioso - Gli sposi s'imbarcano - Preparativi a Firenze - Arrivo a Livorno della coppia nuziale - Feste - Gli sposi si recano a Pisa - Feste a Pisa - Solenne ingresso di Leopoldo Il e di Maria Antonia a Firenze Te Deum e feste – "A Firenze non ce stanno poveri".

Leopoldo II, per "appagare - da buon sovrano - le brame dei sudditi", dopo nemmeno un anno di vedovanza, stabilì di passare a seconde nozze. E siccome per ragione di Stato egli doveva far questo passo, così cercò di farlo meglio che poteva, poiché questa volta era libero di scegliere da sé e non era costretto ad obbedire al babbo, alla mamma e ai ministri, e prender la moglie che gli avrebbero data. Perciò scelse una delle più belle principesse delle case regnanti d'Europa, disponibili per una corona. Benché Leopoldo II avesse trentasei anni, non si peritò a prendere una giovinetta che ne aveva appena diciotto, memore forse del dettato fiorentino: "A cavallo vecchio, erba tenera".

Intavolate le trattative diplomatiche fra il gabinetto toscano e quello di Napoli, poiché la prescelta sposa era la principessa Maria Antonia delle Due Sicilie, sorella del re Francesco I, la domanda del Granduca di Toscana fu accolta col più gran piacere dalla Corte napoletana, e il parentado fu stabilito.

Il principe Don Tommaso Corsini ebbe da Leopoldo II la prova della stima in cui lo teneva, incaricandolo di recarsi a Napoli in suo nome a chiedere la mano della bellissima principessa: ed il principe, vero signore in tutta la estensione della parola, vi si recò da par suo, facendo al tempo stesso onore al Sovrano ed allo Stato che rappresentava.

Don Tommaso Corsini partì da Firenze alla metà di maggio del 1833; ed arrivato a Napoli, fu ricevuto dalla Corte con gli onori che gli si competevano come inviato del Granduca, e con la distinzione che egli meritava personalmente.

Il contratto nuziale fu privatamente stipulato a Napoli il 21 di maggio; e due giorni dopo, il principe Corsini con grande cerimoniale si recò alla reggia per fare la chiesta formale della mano della principessa a nome del Granduca di Toscana.

L'idea di garantirsi prima con la stipulazione del contratto, e far dopo la chiesta della mano, è piuttosto curiosa e anche un tantino napoletana.

1 due giorni che trascorsero fra la scritta matrimoniale e la cerimonia della domanda "formale" furono impiegati a preparare di comune accordo i discorsi, che tanto da una parte che dall'altra sarebbero stati pronunziati in quella occasione. Stabilita così la parte più importante di quella specie di commedia officiale, la mattina del 23 maggio Don Tommaso Corsini si recò solennemente al palazzo reale, ove fu ricevuto come un sovrano. Giunto quindi alla presenza del re Francesco I, gli rivolse il combinato discorso dicendogli che il Granduca di Toscana, suo Signore, lo aveva con "sommo onore" inviato presso S. M. onde chiederle la mano della sua augusta sorella. Fra i meriti che furon messi innanzi, vi fu quello che Leopoldo II nasceva dalla granduchessa Maria Luisa zia del re stesso; e che perciò, egli rammentando le virtù dell'augusta madre sua, le quali erano state sempre una prerogativa delle principesse napoletane, desiderando di vederle "risplender di nuovo al suo lato" aveva prescelta donna Maria Antonia. La quale, "congiungendo al sangue illustre la venustà delle forme, le grazie del sesso e dell'età, era quella che a lui ed allo Stato avrebbe potuto dare una costante felicità".

Pronunziate altre parole, con le quali si alludeva alla speranza di figli maschi - che sembrava dover essere il patto fondamentale - il re rispose al principe Corsini, dichiarando di accettare di tutto cuore la domanda del suo amatissimo cugino "dalla Provvidenza tanto ben collocato nell'elevato posto di Granduca di Toscana".

Dopo la risposta del re, Don Tommaso Corsini si rivolse a Sua Maestà la Regina madre, spiegando anche a lei - ciò che già essa sapeva da un pezzo - il motivo della sua presenza. Ed entrando nell'argomento, le disse che il Granduca conoscendo per fama le nobili qualità personali della avvenente principessa, sapeva "che oltre la bellezza delle forme - la lingua batte dove il dente duole - e le grazie del sesso, essa avrebbe imitato l'augusta genitrice, madre saggia e affettuosa di quella bella e numerosa famiglia della quale la Divina Providenza aveva voluto circondarla".

Che era quanto dire che Leopoldo II gradiva d'aver dei figliuoli.... possibilmente maschi. E la Divina Provvidenza lo contentò, senza però collocarli nell'alto posto che egli occupava, perché già nei suoi imperscrutabili decreti aveva destinato che non ci continuasse a star nemmen lui, che ne sdrucciolò due volte, e alla seconda non fu buono di rialzarsi!

La Regina replicò al principe Corsini, come era stato convenuto, che Ella accoglieva con piacere la domanda del Granduca di Toscana, assicurandolo che la Principessa sua figlia si sarebbe "sforzata" dal canto suo, di meritare l'amore del suo augusto sposo, adorno di tutte le qualità desiderabili per formare la sua felicità.

Lo "sforzo" sarà stato quello di amare un uomo che quasi quasi le poteva esser padre, e che per di più non era un Apollo, piuttosto che quello di meritare l'amore di lui, che doveva invece reputarsi felice se veniva accettato il suo dalla bella e formosa principessa napoletana.

Queste cose però si potevano pensare ma non dirle.

Recitata anche con la regina madre la seconda parte, Don Tommaso Corsini si rivolse alla giovane sposa, per tenerle press'a poco il medesimo discorso. Infatti, prendendo le mosse dalle virtù che la adornavano e terminando coi "pregi particolari di natura" che il cielo le aveva prodigati e che l'avevano "a ragione" fatta prescegliere per sposa dal Granduca, le domandò il suo consenso dopo aver ottenuto già quello del suo augusto fratello e della non meno augusta genitrice. Quindi facendo l'elogio del suo Signore, il principe Corsini l'assicurò che in esso ella avrebbe trovato "uno sposo saggio e tenero, ricolmo di tutte le più belle qualità sociali e familiari" che essa poteva desiderare. Conchiuse poi con l'assicurarla che i toscani l'avrebbero amata come amarono la sua zia, buon'anima, l'augusta granduchessa Maria Luisa madre del suo futuro sposo, poiché pareva proprio che tanto il Granduca che Don Tommaso Corsini, ritenessero di un grand'effetto sull'animo di Donna Maria Antonia, l'idea di sposare il figlio di sua zia!

La chiusa poi del discorso del principe, che come gli altri due pareva un sonetto a rime obbligate, fu la solita allusione ai figli maschi. Dopo aver magnificato alla principessa la soavità del clima della sua nuova patria, "l'amenità delle ridenti e ben colte campagne, la educazione - che allora non era una parola senza senso - del popolo, l'amore per le belle arti e gli studi" le disse che da questa unione si sperava che fossero "appagati e coronati dal più felice successo quei fervidi voti indirizzati al cielo dalle reali famiglie e dai popoli", per appagare le brame dei quali, Leopoldo II riprendeva moglie.

La scusa non era cattiva!

La Principessa se non fece il viso rosso sentendo per la terza volta ripetere quella faccenda del resultato delle nozze, vuol dir che in cuor suo nutrì tanta fede e tanta fiducia in Dio, da potere affrontare impavida il suo nuovo destino.

L'avvenentissima Donna Maria Antonia delle Due Sicilie, replicò al principe Corsini testualmente così senza sbagliare una parola:

"Son grata alla domanda della mia mano fatta da Lei, signor Principe, in nome del suo sovrano il Granduca di Toscana, i di cui pregi e qualità non mi lasciano esitare ad unire il mio consenso a quello del Re mio fratello e della Regina, mia augusta e carissima madre; riconoscendo con gratitudine dover solo alle Loro affettuose cure la felicità che mi promette questa unione, tanto più lusinghevole al mio cuore, che non mi allontanerà di molto dalla mia cara famiglia.

Desidero vivamente trovar in quella di S. A. I. e R., della quale vado a far parte, l'amicizia che già nudrisco per Lei, come spero che seguendo le massime di famiglia che mi sono state ispirate dai primi giorni della mia età, potrò meritarmi l'affetto della buona e colta Nazione Toscana, così commendevole pel suo attaccamento ai suoi Sovrani.

Dichiaro ora a Lei, signor Principe, che il suo Sovrano non poteva scegliere personaggio più adatto di Lei ad adempiere all'incombenza che Le è stata affidata, essendomi ben note le virtù e le eminenti qualità che l'adornano, e per le quali ha tanto meritata la stima e la fiducia dello stesso suo Sovrano".

Questo complimento era stato rivolto sinceramente a Don Tommaso Corsini anche dal Re Francesco e dalla Regina sua madre.

Compiuta così la cerimonia della domanda officiale, non s'aspettò altro che l'arrivo a Napoli di Leopoldo II. Già da qualche giorno erano partiti alla volta di Firenze il principe e la principessa di Salerno, che vi arrivarono il 20 maggio, incontrati fuori di Porta a Pinti dal Granduca stesso e dalla matrigna - già sua cognata e.... suocera - granduchessa Maria Ferdinanda.

Il principe e la principessa, furono ospitati a Palazzo Pitti; e dopo aver visitata la città e le gallerie di cui si mostrarono entusiasti, ripartirono il 23 maggio, precedendo di un giorno il Granduca, che partì pure per Napoli accompagnato dal gran ciambellano marchese Lodovico Incontri, dal brigadiere Sproni, dal cavaliere Antonio Montalvi, dal segretario Giannetti, dal commesso Bitthauser, dal prof. Paolo Scavi, dall'ingegnere Silvestri, dal pittore Angiolini, dal cameriere Nasi, e dal furiere Salvadori.

La partenza ebbe luogo in cinque carrozze di posta; e la carrozza di cucina si era avviata un giorno avanti con Marco Santini primo confetturiere, Leopoldo Gambacorti cuoco, Leopoldo Gargaruti garzone di confetturiere, ed il pulitore di cucina, Mariotti.

Il giorno dopo la partenza del Granduca, partirono pure il maggiordomo maggiore, la maggiordama maggiore ed altre dame "e distinti soggetti" della futura sposa.

A Roma, il 26, Leopoldo II ricevé la visita dei principi di Salerno che lo aspettavano, e coi quali proseguì il viaggio per Napoli, dove fece ingresso la sera del 28 alle sette e mezzo pomeridiane a fianco del re, che era andato a riscontrarlo fino a Capua.

Il Granduca fu alloggiato al Chiatamone; e la mattina dopo, il popolo napoletano aspettava che uscisse per vederlo bene di giorno: ed egli per dargli la dovuta soddisfazione, andò a passeggiare per la città con la Regina e l'augusta sposa.

Il Diario di Corte non dice che effetto fece ai napoletani l'augusto sposo, che era alto poco meno di due metri e di già un po’ curvo: ma si può supporre.

Il Granduca ricevé dalla Corte molte dimostrazioni d'affetto e di simpatia, forse perché era - come si suol dire - un buon partito; e forse anche, per supplire alla non soverchia espansione della principessa, che pur vedendolo per la prima volta, non era stata colpita da quella sensazione ignota, che tutte le ragazze s'aspettano.

Il dì 3 essendo l'onomastico del re, Leopoldo II alle undici antimeridiane andò in grande uniforme - cioè tunica bianca, pantaloni rossi con la banda dorata, e lucerna gallonata d'oro con lo spennacchio verde - a complimentare il cugino cognato; e la sera con tutta la famiglia reale, si recò allo spettacolo di gala al San Carlo.

Fra le tante attenzioni ricevute dalla Corte napoletana, quella che forse fu più gradita dal Granduca, fu la gita a Pompei il primo di giugno, dove egli desinò col suo seguito ed i personaggi napoletani che gli erano stati assegnati dal re.

Le tavole vennero disposte nel luogo chiamato i bagni Pubblici, "dove tuttavia si conservano due belle stanze a volta reale".

Nella prima stanza fu posta la tavola per le dodici persone del seguito; e nella seconda, meglio conservata e più spaziosa, quella del Sovrano e delle cariche.

Dopo desinare, Leopoldo II assisté agli scavi ove fu scoperto "una gran parte d'un pavimento ed una nicchia a mosaico, alcune conchiglie, ed una piccola figura di bronzo che fu battezzata per un Ercole". Nel tempo che il Granduca osservava questo. fu avvertito che si scoprivano in altra parte delle ossa: egli vi accorse, e si dilettò nel veder mettere alla luce tre cadaveri umani ottimamente conservati, un anello che per ricordo si pose in dito, un lume a mano, un piccolo vaso di rame, una specie di bacino a due manichi, ed altri oggetti ed utensili dei quali gli fu fatto un presente.

Il Granduca fu soddisfattissimo, e ne parlò con compiacimento ad alcuni artisti napoletani che gli vennero presentati.

La mattina del 4 giugno fu fatta in suo onore una rivista generale di 6000 uomini "con diverse evoluzioni" alla presenza del re e dei principi della casa reale. Leopoldo II vi intervenne a cavallo ed ammirò molto la tenuta delle truppe, come doveva fare: ma si era divertito più a Pompei.

La sera andò alla magnifica festa data in suo omaggio dal principe Tommaso Corsini ed alla quale intervenne la Corte e tutta l'aristocrazia napoletana, che ne rimase ammiratissima.

Alle dodici meridiane del dì 5, nelle stanze del re Francesco, fu stipulato il contratto civile fra il Granduca e S. A. R. Donna Maria Antonia, principessa delle Due Sicilie. In questa occasione Leopoldo II conferì varie decorazioni dell'Ordine di San Giuseppe, cominciando dal Re fino agli ufficiali d'ordinanza.

Finalmente, con tutto lo sfarzo spagnolescamente barocco della Corte napoletana, la mattina del dì 7 di giugno alle dieci e mezzo fu celebrato nella cappella reale il matrimonio alla presenza del Re, dei principi della Casa, dei ministri esteri, delle cariche, dei ciambellani, dei generali e della nobiltà ammessa a Corte.

Da un cappellano di camera fu prima letto il Breve della dispensa di consanguineità; e quindi da Monsignor cappellano maggiore, assistito da due cappellani di camera e dal parroco di Corte, fu compita la cerimonia, durante la quale i forti di Napoli tiravan le cannonate, e le campane delle chiese suonavano a distesa in una generale confusione di festante sbalordimento.

Gli sposi si ritirarono quindi nel Regio appartamento, e nel gran salone ricevettero gli omaggi dei ministri e di tutte le persone ragguardevoli.

Al tocco - e pareva l'ora - andarono soli al Chiatamone, ove si trattennero fino alle due e mezzo, essendosi poi compiaciuto il Granduca di presentare alla sposa "gli individui" della sua Corte.

Dopo il pranzo di famiglia, che ebbe luogo al palazzo reale, il Granduca e la nuova Granduchessa di Toscana andarono al passeggio in carrozza di gala; e la sera alle nove si recarono al teatro di San Carlo, ove furono accolti "da triplicati applausi".

Il giorno seguente al tocco, il re andò a far visita agli sposi; e dopo di esso vi si recarono i principi.

La partenza per Firenze fu fissata per le quattro pomeridiane; e gli sposi con la famiglia reale nelle lance di Corte, andarono alla R. Fregata la Sirena, che dopo mezz'ora fece rotta per Livorno. Il Re e la Regina rimasero a bordo con gli sposi fino alle sette e mezzo; e quindi con altra fregata tornarono a Napoli.

I forti di Napoli ed i bastimenti che si trovavano all'àncora, uniti ai cinque legni da guerra che trovavansi in porto, salutarono all'atto dell'imbarco la reale comitiva, che non poteva celare l'emozione di quel momento.

Frattanto a Firenze c'era una grande aspettativa per la futura Sovrana, preceduta già dalla fama della sua bellezza: si preparavano agli sposi grandi accoglienze e non si parlava d'altro che delle feste che si sarebbero fatte al loro arrivo.

Anche il Magistrato civico si dava un gran da fare perché la città comparisse degna delle sue tradizioni di civiltà. E nell'adunanza del 27 maggio "facendosi interpetre del voto pubblico e dell'esultanza generale di tutti i sudditi nel considerare che con tal mezzo la Divina Provvidenza voleva confermare la speranza dell'assicurazione dei destini della Toscana, deliberò che la Comunità era nel preciso dovere di esternare la sua viva gioia per sì felice avvenimento".

Se il Magistrato non fosse stato certo che la Divina Provvidenza assicurasse i destini della Toscana con la nascita di qualche principe a preferenza di altre principesse, non avrebbe sentito il preciso dovere d'esternare nessuna gioia.

In ogni modo fu stabilito che il Gonfaloniere, cavaliere balì Cosimo Antinori, offrisse in nome pubblico al Governo, in assenza di S. A., una festa pubblica in continuazione di quelle solite farsi per San Giovanni.

Del progetto delle feste fu incaricato l'ingegnere di circondario Paolo Veraci, il quale propose una gran festa campestre ed una cuccagna alle Cascine, per la quale si supponeva occorrere la spesa di settantaduemila lire toscane, salvo quel più che poteva occorrere per renderla più decorosa e splendida "e di soddisfazione del popolo" che poi in fondo era quello che doveva pagare: supposto sempre che con qualche alzata d'ingegno, il Magistrato civico non trovasse modo di far pagare ogni cosa al graziosissimo Sovrano. Ma il magistrato però, "a sollievo" appunto del popolo, soppresse la progettata cuccagna, e vi sostituì la estrazione di sessanta doti di cinque scudi l'una "a povere zittelle della città di Firenze, dai diciotto ai venti anni".

Oltre a questa festa, l'ingegnere Veraci propose anche di estendere le consuete illuminazioni, prevedendo perciò una somma di ottomila lire di più.

Nel tempo stesso che deliberava tali feste, il Magistrato ebbe la gretta e meschina idea di deliberare un'istanza al Granduca perché si degnasse di fare anticipare dalla Depositeria la somma di settantamila lire da restituirsi a ventimila lire l'anno! Ci si doveva venire!...

Fu altresì deliberato avvisare ed invitare "il pubblico ed abitanti della città" ad adornare le finestre delle loro case d'arazzi e tappeti nelle strade ove sarebbero passate le loro Altezze Imperiali e Reali, in occasione dell'ingresso solenne in Firenze. E di più, che nella sera, gli stessi signori "abitanti della città indistintamente", fossero invitati anche "ad illuminare le loro case in segno d'esultanza e di giubbilo del fausto avvenimento del loro matrimonio", cioè quello dei sovrani, e non degli abitanti con le case, come parrebbe che s'intendesse dal testo curioso della deliberazione del Magistrato.

Ma dopo tre giorni, il Magistrato riflettendo "che non era di convenienza della Comunità di domandare un imprestito alla R. Depositeria per supplire alle spese della festa da offrirsi a S. A. R. e I. in occasione del di Lui Matrimonio, si riposero - e fecero bene - dal partito del 27 precedente, dichiarandolo come non avvenuto", ed approvando il progetto della festa alle Cascine e delle sessanta doti da estrarsi in uno dei prati delle Cascine stesse, stabilirono di supplire alla spesa occorrente, "commettendo al signor Gonfaloniere di implorare dall'I. e R. Governo l'autorizzazione di creare un imprestito fruttifero da rimborsarsi a rate annue". Dai signori adunati vennero poi eletti nella stessa adunanza per assistere il Gonfaloniere nella occasione delle feste i due loro colleghi cav. Pier Francesco Aldana, e Carlo Berretti.

Per ciò che riguardava la festa delle Cascine, fu nella adunanza del 19 giugno 1833 dichiarato "che per l'ingresso al padiglione destinato specialmente per la R. Corte, fosse fatto l'invito generale alle Stanze del Casino dei Nobili e alle Stanze dei cittadini, per l'ammissione di tutti quelli ammessi in detti locali, purché decentemente vestiti in frak, pantaloni e scarpe" !!

Che ci volesse una deliberazione speciale del Magistrato civico, per imporre a coloro che frequentavano il Casino dei Nobili e le Stanze dei cittadini, i quali avessero desiderato di penetrare nel padiglione della Corte, che si mettessero i pantaloni e le scarpe, è piuttosto strano. Sarebbero stati dei cittadini e dei nobili molto originali se ne avessero fatto a meno, specialmente essendo in giubba!

Fino dal dì 8 giugno erano partite da Firenze la Granduchessa vedova, l'arciduchessa Maria Luisa e le piccole arciduchesse con numeroso seguito, tutte dirette a Pisa per recarsi a Livorno, onde esser presenti allo sbarco degli sposi serenissimi. Il dì 9 era arrivato a Firenze il corriere da Napoli, che portava al Governo la notizia officiale del matrimonio celebrato. La Sirena fu in vista di Livorno, a molta distanza, il giorno 13 alle sei e mezzo, mentre si faceva per la città la consueta processione dell'ottavario del Corpus Domini.

La mattina seguente alle tre, prima di giorno, il Governatore di Livorno e il capitano del porto, andarono incontro alla Sirena "per darle pratica e per munirla di piloto onde potesse francamente dar fondo"; ed alle undici e mezzo, a, due miglia, la nave gettò l'àncora.

A mezzogiorno la Granduchessa vedova, l'arciduchessa Luisa, e le arciduchessine Carolina, Augusta, e Massimiliana, con tutte le cariche di Corte andarono in una lancia a bordo della fregata, ed al tocco scesero tutti dalla Sirena sbarcando dopo mezz'ora nella darsena, davanti ai quattro mori, "fra il rimbombo delle artiglierie del forte, dei bastimenti da guerra ancorati nel porto, e dagli applausi di immenso popolo". Il Granduca, la granduchessa Maria Antonia le altre principesse e le cariche, montarono in otto carrozze di gala; e passando da Porta Colonnella, per Via Grande dov'era schierata la guarnigione, entrarono nella Cattedrale ricevuti dal clero, dalle magistrature, dagli ufficiali e consoli esteri, e fu cantato il Te Deum in musica.

Andati a palazzo, i Sovrani ricevettero le cariche cittadine; e alle sette, dopo pranzo, andarono ad assistere alla corsa dei cavalli col fantino, nel nuovo "Viale dell'Acquedotto": quindi si portarono a vedere il tempio ebraico, ed alle dieci assistettero alla festa da ballo data in loro onore dalla città, nella Gran Conserva, vulgo Cisternone, rimanendovi fino al tocco dopo mezzanotte.

Dopo essersi trattenuti tutta una giornata a Livorno, il dì 16 giugno alle due pomeridiane gli augusti sposi partirono per le Cascine nuove di Pisa, ove arrivarono verso le tre e mezzo, ricevuti dal Governatore.

Per acquistare tempo, fu anticipato il pranzo, che fu servito alle quattro, dopo il quale i Sovrani continuarono la via crucis dei divertimenti officiali, cominciando da un trattenimento campestre dato in loro onore dalla R. Amministrazione delle Cascine. e consistente nella mostra "delle diverse razze che col migliore ordine passarono davanti alle finestrine della Palazzina, dove i Sovrani stavano affacciato".

Quindi fu fatta una curiosissima corsa di cammelli con fantino, e dopo furon messi in libertà una quantità di daini "che a bella posta erano stati per qualche giorno rinserrati: finalmente chiuse il divertimento la così detta caccia del toro".

Dopo questo primo saggio di feste, il Granduca e la Granduchessa si disposero a fare l'ingresso in Pisa entrandovi la sera alle nove per la Porta Santa Maria, facendo il giro di tutta la città per godere l'illuminazione fino alle undici, ora in cui smontarono alla R. Residenza, per entrare in barca onde percorrere l'Arno fino alla mezzanotte per godere anche la luminara.

Ormai giacché c’erano, vollero fare la campana tutta d'un pezzo senza prender riposo, per uscirne più presto e anche perché se no, i lumi si spengevano.

Il seguente giorno cominciò la divertente fatica dei ricevimenti dopo essere stati, la mattina, alla primaziale in piccolo uniforme, con servizio di chiesa, per ascoltar la messa, detta dal Vescovo di Livorno, lo stesso monsignor Gilardoni che aveva assistito fin da ultimo, un anno fa, la defunta granduchessa Maria Anna!

Le Arciduchessine accompagnate dalla Granduchessa vedova, partirono alle cinque pomeridiane; e così non assistettero alle regate "delle Lance", - dal Ponte di mezzo al Palazzo reale, - dal terrazzino del quale gli sposi godettero tale spettacolo.

A forza di godere non ne potevano più!

Finalmente il giorno seguente dopo avere assistito anche alle corse dei cavalli sciolti "per ambedue le parti del Lungarno" i Sovrani con l'arciduchessa Luisa partirono per Firenze, fermandosi all’Ambrogiana dove passarono la notte.

Il dì 20 giugno era stato stabilito per il solenne ingresso della nuova Granduchessa nella capitale; per conseguenza il riposo dell'Ambrogiana non fu soverchiamente lungo: e bisogno ce ne sarebbe stato; perché dopo tutto lo strapazzo - piacevole fin che si vuole - delle feste a Livorno e a Pisa, vi era quello anche maggiore che l'aspettava nella capitale coi ricevimenti, gli spettacoli e le comparse pubbliche, da ringraziare Iddio con tutto il cuore quando sarebbero finite.

Intanto fino dalla mattina alle dieci, i componenti la R. Anticamera, "in piccolo uniforme" si riunirono nel Quartiere delle Stoffe in attesa dei Sovrani; e per la medesima ora erano state invitate le cariche di Corte, le dame e i ciambellani di servizio, perché si trovassero alla Villa Tempi fuori della Porta San Frediano, la quale villa era stata prescelta per lasciare le carrozze da viaggio con le quali sarebbero arrivati gli augusti personaggi, e prendere "le mute di Corte".

Avendo però i reali sposi anticipato il loro arrivo, essi ed il loro seguito si valsero del tempo acquistato per cambiarsi di abiti, e così far l'ora che le cariche invitate fossero riunite.

Il suono delle campane di tutte le chiese e le salve d'artiglieria delle Fortezze di Belvedere e da Basso, annunziarono al popolo, che fin dalle prime ore delle mattina si accalcava per le strade dalle quali sarebbe passato il reale corteo, la partenza di esso dalla Villa Tempi. Il suono delle musiche, il rullo dei tamburi, i comandi degli ufficiali alle truppe schierate, il brusìo della gente, l'impazienza dei più fanatici, che cominciavan di già a batter le mani, annunziò che finalmente il Granduca entrava in Firenze con la augusta sposa.

Bisognava veder Firenze quella mattina! Era splendida addirittura: tutte le botteghe eran chiuse, le case ornate di tappeti; dai finestroni dei palazzi pendevano arazzi ricchissimi di infinito pregio da destare la meraviglia dei forestieri che. non capivano come mai così numerosi e pregevoli oggetti d'arte, che altrove si sarebbero tenuti chiusi gelosamente nei musei, qui si mettessero fuori come pubblico ornamento in occasione di feste. Perciò comprendevano sempre più, che si trovavano nella vera patria dell'arte, che vi aveva profusi i suoi tesori sotto tutte le forme, con una larghezza ed una magnificenza non mai veduta altrove.

Quando il corteo nuziale arrivò alla porta, fu un'esclamazione unanime d'ammirazione per il suo sfarzo veramente

regale.

La carrozza dov'erano gli sposi preceduta da due lacché, era dorata, lateralmente tutta a cristalli: e sul cielo di essa due puttini alati reggevano la corona granducale. I sei superbi cavalli morelli che vi erano attaccati avevano i finimenti dorati, ed eran tenuti da palafrenieri di Corte in gran gala. Due cacciatori a piedi eran dietro, e gli staffieri facevano ala.

La carrozza era scortata e seguita dalle guardie nobili a cavallo in gran tenuta, comandate dal brigadiere Cervini, e dai sotto brigadieri Tassinari, Spannochi e Gozzini: seguivano poi le altre mute pure a sei cavalli dove erano l'arciduchessa Maria Luisa, le cariche di Corte e i ministri esteri.

Il colpo d'occhio era magnifico, per tutto lo stradale; ma più caratteristico e tipico in Borgo San Frediano.

Dalle fìnestre di tutte le case stipate di gente del popolo che cicalavano, che urlavano, che si chiamavano a nome, si facevano conversazioni e dialoghi i più burleschi e curiosi. Le barzellette spontanee per l'impazienza, i motti, gli scherzi per la curiosità di vedere la sposa, eran tutti fiorentini. Ma quando si scorsero i primi dragoni e poi le guardie nobili e le carrozze di gala, fu uno spenzolarsi generale per veder la nuova Sovrana, fin quasi a venir di sotto. Ognuno diceva da una finestra all'altra, da un piano all'altro, e anche da casa a casa la propria impressione sulla sposa, che piacque subito straordinariamente, facendo un frastuono maggiore delle campane e delle cannonate.

Quelle tessitore, quelle incannatrici di seta che stavano ai pianterreni, e che ritte sulle seggiole la vedevano meglio, esclamavano senza soggezione: - E' se n'è nteso eh? - volendo con ciò spiegare che Leopoldo aveva saputo scegliere. Altre più spregiudicate, alludendo alla differenza d'età, non avevan riguardo di dire mentre passava la carrozza di gala: - La par su' figliola!... -

E queste impressioni, sebbene non manifestate così screanzatamente, furono uguali in tutti i cittadini.

Lo stradale percorso fu: Borgo San Frediano, Fondaccio di Santo Spirito, Via Maggio e Sdrucciolo de'Pitti. La piazza era cosi gremita, che il drappello dei dragoni, le guardie nobili e le carrozze, stentarono a passare. I più vicini, con la improntitudine caratteristica della curiosità popolare, mettevan quasi il capo dentro la carrozza per veder proprio da vicino la decantata bellezza della sposa; tutti ne rimasero abbagliati; poiché la sua scultoria bellezza, e la perfezione delle linee, risaltava maggiormente dall'abito attillato e scollato. Le braccia poi, scoperte fin sopra al gomito erano una meraviglia. Era un peccato che non fosse di statura più alta, sebbene molto proporzionata; la sua bellezza vi avrebbe acquistato senza fine.

Portava un cappello elegantissimo color canarino, sormontato da un ciuffo di penne dette uccelli di paradiso. Al collo aveva un vezzo di perle "grosse come i ceci" disse subito il popolino, che sgranava gli occhi a veder quella po' po' di ricchezza.

Giunto il corteggio a Palazzo Pitti, i Sovrani allo smontare dalle carrozze furon ricevuti dalla R. Anticamera; e a mezze scale, dalle figlie e dalla Granduchessa vedova. Gli insistenti applausi del popolo, che non rinunzierebbe al divertimento di far sempre venir fuori i Sovrani, nemmeno a tagliargli la testa, obbligarono Leopoldo II e la granduchessa Maria Antonia ad affacciarsi più volte alla terrazza.

Fatta quindi la presentazione delle cariche, a mezzogiorno furon tutti licenziati, e finalmente gli sposi poterono respirare per qualche ora. E ne avevan proprio bisogno!

Ma fu un riposo di breve durata, poiché "dopo pranzo" - come si diceva allora per indicar le ore pomeridiane - doveva aver luogo la funzione solenne del Te Deum in Duomo. L'ora stabilita era le sei: ed il Gonfaloniere insieme ai signori priori, nobili e cittadini, in abito di cerimonia col lucco e il berretto, preceduti da sei mazzieri vestiti di rosso col ferraiolo bianco, facciole e calze bianche, e, le scarpe nere con la rosa bianca e rossa; si riunirono come di consueto nelle stanze del Bigallo. Quindi insieme alle altre magistrature si recarono in Duomo, in attesa dei Sovrani e della Corte. Già le dame della nobiltà in abito di gala "col manto" avevan preso il loro posto; e i ministri esteri e le cariche, a mano a mano che arrivavano, venivano dai cerimonieri condotti negli spazi loro assegnati.

I granatieri, col morione, pantaloni bianchi e ghette nere facevano il servizio di chiesa, dalla porta grande lungo tutta la navata di mezzo, fino all'altar maggiore.

Oltre cento lumiere pendevano dal soffitto del maestoso tempio, ai fìnestroni del quale erano state tirate le tende di filaticcio di color verde cupo, per diffondere sotto le ampie e severe vòlte quelle mistiche tenebre che dando maggior risalto alle migliaia delle candele accese, producevano un effetto artisticamente meraviglioso.

Un mormorio d'ammirazione sorse all'apparire della granduchessa Maria Antonia in tutto lo splendore della sua giovanile ed opulenta bellezza, e della maestà del suo grado. Ma al solito, come segue in Firenze di tutte le cose anche le più belle, si volle trovare da ridire: ad alcuni parve un po' piccola, ad altri troppo pingue e a chi tozza, a chi ordinaria, a chi superba e via dicendo. Ma in generale, specialmente alle donne, e questo è da tenersi in gran conto, piacque straordinariamente e fu ammirata e lodata anche più del dovere.

La sera alle otto e tre quarti fu fatta all'augusta Sovrana la presentazione del corpo diplomatico in grande uniforme, e fu trattenuto a circolo per oltre un'ora.

Per ventiquattr'ore gli sposi ebbero un altro riposo, per ricominciare la sera dopo col pranzo d'etichetta nella Sala delle Nicchie, in abito di gala e le signore col manto.

Come a Dio piacque, fino al giorno di San Giovanni i Sovrani, salvo il solito supplizio dei ricevimenti, delle presentazioni e delle udienze particolari, furono lasciati in pace: ma il 24 di giugno fu - come suol dirsi - giornata campale.

La mattina alle dieci e mezzo andarono al Duomo al gran servizio di chiesa in abito di gala, e le dame col solito manto. Alla elevazione le truppe schierate sulla piazza fecero i tre spari, non troppo a tempo se si vuole, ma tali da far sobbalzare a un tratto le migliaia dei fedeli che stavano ad ammirare lo sfarzo della festa più che ad ascoltar la messa, e che non si aspettavano tutt'a un tratto quei tonfi.

Dopo la messa celebrata dall'Arcivescovo, questi diede la benedizione papale, e quindi, con lo stesso cerimoniale come erano venuti, i Sovrani e la Corte si recarono nel tempio di San Giovanni "per l'adorazione delle reliquie e per la solita offerta della cera".

Dall'arciprete del Duomo, rettore della Basilica, fu offerta agli sposi l'acqua santa e poi se ne poterono andare.

Alle sei e mezzo, "dopo pranzo" s'intende, il Granduca, la Granduchessa e tutta la reale famiglia andarono ad assistere alla corsa dei barberi, dal terrazzino del Prato, "con invito ai ministri esteri, consiglieri, ciambellani e dame in abito di gala".

Alla corsa dei barberi vi assistettero pure il 27 per il palio di San Vittorio ed il 29 per quello di San Pietro.

La chiusa delle feste fu il dì 30 giugno, nel qual giorno ebbe luogo la festa campestre alle Cascine, data dal Comune di Firenze, "in contemplazione dello sposalizio del Reale Sovrano". Fino dal 28 giugno 1833 era stato dal signor Gonfaloniere rappresentato al Magistrato essere "di convenienza e di dovere che una Deputazione composta d'individui del Magistrato stesso" venisse eletta per presentarsi a S. A. I. e R. onde pregarlo a degnarsi d'onorare con la sua presenza, e con tutta la I. e R. Famiglia, la festa popolare che la Comunità si era fatta un dovere di dare alle Reali Cascine dell'Isola "a contemplazione delle faustissime nozze celebrate dalla prefata I. e R. A. S. con S. A. R. la principessa Maria Antonia sorella di S. M. il Re delle Due Sicilie". Aderendo il Magistrato - come non c'era da dubitare - a tale proposizione deputò ed elesse il Gonfaloniere medesimo unicamente ai signori Lorenzo Biondi e dott. Pietro Bellucci "ad eseguire un tale onorifico incarico".

Fu pure in detta adunanza stabilito che per assistere alla detta festa, dal principio fino alle ore dodici di notte fossero presenti i priori Carlo Berretti e dott. Pietro Bellucci; e dalla mezzanotte al termine, i signori Giuseppe Bernardi e Gaetano Lastricati. Per ricevere poi al padiglione eretto sul prato della Tinaia, il Granduca e la R. Famiglia, venne deputato il Gonfaloniere insieme ai signori Lorenzo Biondi e Antonio Marcantelli.

Alla festa, che riuscì straordinariamente bella, la reale famiglia vi si recò alle sei e mezzo, godendo dello spettacolo pittoresco e variato di quella folla grandissima che gaia e contenta, vestita a festa si divertiva e mostrava la sua gioia con le esclamazioni rispettose, coi saluti, gli inchini, il levarsi di cappello e gli applausi ai Sovrani, come se quel popolo fosse composto tutto di signori.

Dopo le otto si trovarono riunite nel "Casino delle Cascine" - che oggi si dice il Palazzo - tutte le cariche di Corte: maggiordomi, ciambellani e dame di servizio, in attesa "delle reali persone", le quali vi giunsero alle nove, perché vollero percorrere tutti i viali, tanto in carrozza che a piedi, mescolandosi, senza nessuna ostentazione, fra la gente, per dimostrare al popolo la più grande fiducia e per corrispondere, senza nessun timore. alle franche dimostrazioni d’affetto che ricevevano.

Dopo un'ora di riposo nel Palazzo, o Casino che dir si voglia, i Sovrani, le Principesse e tutte le cariche, i ministri e le dame, alle dieci si recarono a piedi "alla festa di ballo nel gran salone di legname - sontuosamente addobbato - eretto espressamente nel mezzo del prato chiamato della Tinaia" e dove avevano accesso quei tali cittadini in frak, purché avessero i pantaloni e le scarpe, come era stato prescritto nella sofistica deliberazione del Magistrato civico.

L'effetto delle Cascine in quella notte, era meravigliosamente incantevole. Quei vecchi frassini, quelle vetuste quercie che sorgono lungo i viali e nel folto del bosco, illuminate fra i rami da migliaia di palloncini di tutti i colori, davano a quel luogo incantato l'aspetto d'una grandiosa scena fantastica, che difficilmente può immaginarsi. Immensa fu la folla, e straordinario il numero degli equipaggi ricchissimi, coi cocchieri in parrucca e tricorno, i cacciatori e i servitori in gran gala con le lucerne, le livree gallonate, le calze bianche di seta e le scarpe verniciate con la fibbia d'argento.

1 cavalli, superbe razze ungheresi, friulane o irlandesi, avevan tutti i finimenti dorati e sbuffavano e coprivano il morso di schiuma, facendo sudar sangue ai cocchieri per reggerli fra quel frastuono che li infastidiva, in quella scena nuova che quasi li spaventava.

Per quanto le carrozze dalla Porta al Prato al palazzo fossero a quattro file, pure di quando in quando eran necessarie delle soste piuttosto lunghe, tanto era difficile la circolazione per il soverchio concorso.

La Corte si trattenne fin verso il tocco; e la festa finì quasi a giorno, rimanendo celebre per la sua vaghezza e per lo spettacolo che offriva grandiosissimo e gaio.

L'impressione che fece Firenze alla nuova Granduchessa fu quella di una città senza poveri: e non vide di buon occhio gli atti di beneficenza compiuti in quella solenne occasione dal consorte, che fece distribuire sussidi, restituire una gran quantità di pegni, conferendo anche moltissime doti a povere ragazze. Le fece meno caso il condono di certe pene ai detenuti perché quelle non costavan nulla! Forse, abituata alla folla lacera e scalza di Napoli, a quelle buie strade con le case altissime, piene di cenci tesi a tutti i piani, con molte delle vie che parevano immondezzai, come allora era la città così trascurata dai Borboni, parve alla nuova Granduchessa una cosa straordinaria il vedere a Firenze anche la gente del popolo vestita pulita e con le scarpe, le case linde e con le persiane.

Nella sua giovane mente, e con la educazione tutta borbonica che aveva ricevuto, le pareva che il popolo non dovesse essere che miserabile, stracciato, sudicio e scalzo; ed abitare, come cosa naturale, in sozze catapecchie, in oscuri antri, insieme alle bestie visibili e preda di altre invisibili!

Perciò sul principio invece di ritrarre un'impressione favorevole dalla gentilezza, dalla civiltà, dalla pulizia e ganza fiorentina, ne provò quasi dispetto. Ed essa non lo nascondeva: poiché quando le pervenivano da persone bisognose, delle suppliche implorando dalla sua munificenza un sussidio, ella sdegnosamente rispondeva coi suo accento napoletano: "In Firenze non ce stanno poveri".

Per conseguenza nei primi tempi, coi fiorentini non ci ebbe gran sangue; ed il popolo, per dir la verità, passati i primi entusiasmi, la ricambiava cordialmente. A poco a poco però, per mezzo delle dame che Leopoldo ebbe l'accortezza di metterle d'intorno, si affiatò un po' più; ma ci volle del tempo prima di abituarla a seguire le tradizioni di famiglia, facendo qualche elemosina ed avendo i suoi beneficati particolari.

Questa specie di miracolo fu operato dalla signora, Palagi, la dama di compagnia più intima della Granduchessa, moglie del cav. Palagi colonnello dei Granatieri.

Col tempo però Maria Antonietta, modificando le sue prime impressioni, amò Firenze quasi come sua seconda patria, si affezionò anco alla popolazione poiché ne seppe apprezzare la civiltà e i costumi; ne ammirò le tradizioni e le feste che avevan 'tutte un carattere artistico di gentilezza e di garbo.

E questo è proprio il momento opportuno per descrivere la vecchia Firenze, gli usi e le costumanze dei suoi cittadini.

        

  

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Ultimo Aggiornamento: 08/01/99 22.05