De Bibliotheca

Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

 

FIRENZE VECCHIA

STORIA - CRONACA ANEDDOTICA - COSTUMI

(1799-1859)

 

di: Giuseppe Conti

  

XXI

I primi anni del regno di Leopoldo II

L'Istituto della SS. Annunziata - Il Granduca va a Milano - Una speranza delusa - L'istituzione del Corpo degl'Ingegneri - Proponimentì abortiti - La Cassa di Risparmio e Cosimo Ridolfi - Toscana e Grecia - Champollion e Rosellini - Commissione toscana in Egitto - Buoni resultati ottenuti in Oriente - La bonifica Maremmana - I Gherardesca in Maremma - Il taglio dell'Ombrone.

Quando un sovrano è circondato e servito da uomini di gran mente, ma integerrimi e onesti, cosa invero assai rara, può dirsi un uomo fortunato. E questa fortuna toccò, nei primordi del suo regno, a Leopoldo II: il quale, ben consigliato, e aperta a poco a poco la mente agli affari di Stato, tanto da poter comprender la saggezza e la utilità dei consigli che riceveva, si fece amare dai sudditi e compì ed intraprese opere utilissime e nobili, passando anche per uno dei principi più intelligenti e sagaci.

Se cotesta non è fortuna non so più che cosa meriti questo nome.

Di Leopoldo II non c'era da farne un uomo di Stato, un sovrano politico: bastava perciò contentarsi che fosse un buon principe, che non mettesse bastoni fra le gambe a chi governava onestamente per lui, e si appagasse della buona figura che gli facevano fare. Ed egli, bisogna esser giusti, fu molto docile e mansueto; ed anche provò un'intima soddisfazione nel compiere opere che illustravano il suo nome, e lo rendevano degno nipote di Pietro Leopoldo e figlio non degenere di Ferdinando III.

Ed appunto da figlio amoroso e geloso della gloria del padre, Leopoldo II con decreto del 18 novembre 1824 sanzionò la fondazione dell'Istituto della SS. Annunziata, già approvata da Ferdinando III con decreto del 24 novembre 1823, e la granduchessa Maria Anna ne assunse la superiore direzione, con l'aiuto del cav. Vincenzo Peruzzi e del comm. Vincenzo Antinori. Il manifesto da essi pubblicato il 23 marzo 1825, "fu trovato così savio, che persuase ben presto molti genitori, statisti e forestieri, ad affidare la educazione delle loro figlie al nuovo Istituto, salito in molto credito per l'esemplarità delle allieve in esso formatesi". Come tutte le cose saviamente fondate, l'Istituto della SS. Annunziata è oggi più che mai, gloria non di Firenze ma vanto d'Italia.

La prima prova d" una certa indipendenza verso la Casa d'Austria, Leopoldo II la offrì in occasione della morte di Ferdinando I delle due Sicilie. Avendo l'imperatore d'Austria, nel maggio 1825, invitato a Milano il successore Francesco I, questi vi si recò col fratello e con numeroso seguito e si recarono pure profittando, di quella circostanza "ad ossequiare il vecchio Cesare" i duchi di Modena e di Lucca, la duchessa di Parma e il cardinale Albani per Leone XII, Cosicché anche Leopoldo II si vide costretto di recarsi a Milano a complimentare l'imperatore: ma egli, a differenza degli altri sovrani, per consiglio del Fossombroni e del Corsini, vi andò senza nessun ministro, per togliere ogni carattere politico alla sua visita, e non trovarsi, per conseguenza, nella necessità di compiere nessun atto. Ed infatti, dopo pochi giorni di residenza a Milano, il Granduca se ne tornò a Firenze senza che il sistema del governo toscano fosse per subire nessun cambiamento.

Questa prima prova vinta, accreditò il nuovo regnante nell'animo dei sudditi, i quali frattanto ebbero una nuova occasione di giubbilo vedendo ripetersi la fecondità della Granduchessa, sperando sempre che alla fine avrebbe dato in luce l'erede del trono. Ma tali speranze furon deluse; perché anche quella volta, l'augusta donna fece una bambina!

Fra le prime istituzioni di Leopoldo II vi fu quella del "Corpo degl'Ingegneri", fatta con editto del 1° novembre 1825, chiamando a formare il Consiglio dirigente, i professori Giuliano Frullani, Giuseppe Del Rosso e Gaetano Giorgini.

Questo Corpo degl'Ingegneri addetti alla manutenzione dei ponti e strade migliorò immensamente quel ramo di pubblico servizio: ma in "varii casi di complicate opere idrauliche, lasciò molto a desiderare non tanto per la buona volontà, quanto per difetto d'analogo insegnamento", vale a dire d'istruzione!

Pare impossibile! questi benedetti ingegneri individualmente son fior di teste quadre; ma messi insieme fanno cose.... "che lascian molto a desiderare". Si vede che il troppo ingegno insieme cumulato opera prodigi, diciamo così, negativi.

Una delle riforme vagheggiate da Leopoldo, sarebbe stata quella di introdurre la monetazione decimale e degli studi necessari aveva dato incarico al marchese Cosimo Ridolfi, direttore della Zecca "siccome una delle maggiori intelligenze economiche del paese". Ma le difficoltà frapposte da chi amava il vecchio ed odiava tutto ciò che era nuovo, fecero abortire il savio proponimento.

Se al marchese Cosimo Ridolfi però, non fu possibile attuare la riforma monetaria, riuscì un'altra opera di maggiore importanza, poiché non aveva per essa da superare difficoltà o da vincere pregiudizi delle solite cariatidi delle pubbliche amministrazioni, né da difendersi contro le mene sorde e gesuitiche degli intriganti e degli invidiosi. E quest'opera grandiosa, umanitaria ed insigne, fu la istituzione delle Casse di Risparmio.

Il marchese Ridolfi ne dava avviso da sé stesso al pubblico, con un manifesto che poteva dirsi una sentenza, che non ha perso d'efficacia nemmeno ai giorni nostri; anzi ne acquista sempre una maggiore.

"La mancanza in cui spesso si trovano le persone - scriveva Cosimo Ridolfi - che vivono col profitto dell'opera loro, di certe comodità, dei mezzi di ben collocare la loro famiglia, e di quelli necessari per provvedere alla propria sussistenza, nel tempo di infermità o di vecchiezza, non sempre deriva dalla scarsità di lavoro o da troppo piccoli guadagni; ma dipende il più delle volte da non avere saputo tener conto di certi avanzi, che quasi tutti pur fanno. Conservati e riuniti questi avanzi, sebbene piccoli, diverrebbero la ricchezza dell'uomo industrioso; ma consumati in spese inutili, se non viziose, o arrischiati per vana lusinga di moltiplicarli, spariscono senza utilità veruna; anzi sono di danno al povero, avvezzandolo alle superfluità e forse distogliendolo dal lavoro e dal pensiero della famiglia. Che se un gran bene è per il popolo somministrargli lavoro che gli dia da guadagnarsi onoratamente il sostentamento, bene anche più grande sarà eccitarlo ai risparmi, ed offrirgli inoltre un mezzo di conservarli ed accrescerli".

Queste assennate e profonde parole del grande economista, sortirono il desiderato effetto, poiché l'entusiasmo destato in tutta la Toscana da siffatta istituzione, raggiunse quasi la frenesia; e non vi fu piccolo comune, che non volesse avere la sua casa filiale della Cassa di Risparmio.

Avviata così la Toscana, per merito di valorosi cittadini, sulla strada di sane innovazioni, anche il Principe si sentiva trascinato ad opere sempre più grandiose, poiché subiva il fascino degli uomini insigni che lo circondavano.

A distogliere alquanto però il Granduca dalle sue pacifiche e savie intraprese, sopraggiunse la questione dei greci, sollevatisi contro l'aborrito giogo dei turchi. La simpatia universalmente destata dalla causa greca, non impediva certe preoccupazioni nei governi dei piccoli Stati, specialmente per non urtare la Russia, che allora più che mai, in quanto a civiltà, aveva poco da spartire con la Turchia.

Ma in Firenze, i ministri di Leopoldo II che nutrivano sentimenti di vera indipendenza e non tralasciavano occasione per dimostrarlo, pur sapendo che il ricco banchiere ginevrino Gabbriello Eynard era in Firenze l'agente attivissimo dei Comitati filelleni di Francia, Svizzera e Italia, non lo impedivano né lo approvavano.

E che l'Eynard potesse impunemente e con entusiasmo dedicarsi alla causa greca, lo prova che nell'anno 1826 egli spediva in Grecia "munizioni da bocca e da guerra e denari in quantità". Ma a dimostrare che Firenze la quale "meritò il nome di Atene novella" fu larga di soccorsi a coloro che pugnavano da forti per la indipendenza della propria patria di cui era capitale la vecchia Atene, lo dimostrò il fatto, che sotto gli occhi del Governo, e palesemente, di fronte anche agli altri Stati "i più facoltosi, colti e nobili toscani" davano spontanee e copiose oblazioni "per soccorrere un pugno di genti stremate di tutto fuorché delle virtù necessarie per redimersi dal servaggio in cui da troppo lunga stagione gemevano".

Cosicché può dirsi "che le sorti greche dalle rive dell'Arno ricevessero validissimi rincalzi".

Se le faccende della Grecia preoccupavano in certo modo il Granduca ed i suoi ministri, per la piega che esse potevano prendere, lo contrariavano assai più, per non potere egli mandare ad effetto la spedizione in Egitto, di alcuni scienziati toscani, riuniti sotto il nome di Giunta toscana, e da aggregarsi al celebre orientalista francese Champollion, il quale veniva dal suo Governo mandato colà allo scopo di condurre a termine "la sua Grammatica, ed il Dizionario del linguaggio geroglifico".

Il professore di lingue orientali nell'università di Pisa, Ippolito Rosellini, si trovava da vario tempo a Parigi allievo appunto dello Champollion, quando il Governo francese votando all'uopo una ragguardevole somma, stabilì il viaggio del dotto orientalista. Appassionato il Rosellini per siffatti studi, nei quali aveva già acquistato fama oltre i confini d'Italia, e grande reputazione presso lo stesso Champollion, espose a questi il proposito di voler egli far pratiche dirette presso il Granduca di Toscana, affinché questi, interessandosi alla spedizione francese, volesse profittare dell'occasione per unirvi una commissione toscana, ciò che sarebbe tornato ad onore

del Sovrano e dello Stato.

L'insigne scienziato francese incoraggiò il Rosellini, lietissimo di associare alla sua impresa un uomo di tanto valore. Volle anche munirlo di una sua lettera per il Granduca nella quale veniva spiegato il concetto scientifico dell'impresa.

Frattanto, il 27 luglio 1827, il professore Rosellini "valendosi della bontà dei comm. Berlinghieri" indirizzò da Parigi a Leopoldo II una petizione annunziandogli al tempo stesso che egli il giorno seguente partirebbe per recarsi "ai piedi" di S. A. onde umiliarle "il progetto di un'associazione toscana alla spedizione letteraria in Egitto" sotto la direzione del professore Champollion.

La proposta "umiliata ai piedi" di Leopoldo II, incontrò il suo favore; e richiesto da lui il parere ai suoi ministri, questi ve lo infervorarono ancora di più, soggiungendo che trattandosi di un paese, l'Egitto, dove l'antico commercio toscano aveva tanto fiorito, poteva anche ora al commercio attuale offrire larghi vantaggi. Perciò i ministri trovarono "conveniente l'idea di associare un professore toscano a quella intrapresa letteraria". Quindi concludevano: "nessuno vi può essere più del Rosellini adattato, attesa la fiducia e la stima che Champollion gli accorda".

Il Consiglio propose altresì al Sovrano di associare alla Commissione un naturalista incaricato di raccogliere per i musei di storia naturale e per i giardini di botanica, "quelli oggetti dei quali mancassero; e che con leggerissima spesa potrebbero essere acquistati in Egitto".

Ed il naturalista prescelto fu il dotto Giuseppe Raddi, fiorentino, il quale nel 1817 era stato da Ferdinando III inviato al Brasile - in occasione che l'arciduchessa Leopoldina d'Austria andò sposa a Don Pedro I - con l'incarico di raccogliere oggetti zoologici, mineralogici e botanici, onde arricchire il Museo di Firenze. Il Raddi tornò portando dal Brasile copiose ed importanti collezioni, fra le quali, degne di considerazione furono quelle "degli insetti, dei rettili, dei pesci non che un pregevolissimo erbario". La celebrità di questo modesto e valente scienziato, che in quel suo viaggio si era spinto in regioni da nessun altro no allora esplorate, incontrando pericoli d'ogni specie e privazioni di ogni sorta, fu in patria perseguitato dall'invidia e dall'astio specialmente per opera "di un pio e nefando suo collega". E tanto fu perseguitato, che egli nel 1821 fu costretto a ritirarsi dal Museo di Fisica e Storia Naturale del quale era conservatore.

Ma dopo sei anni, i ministri di Leopoldo II vollero prenderne le difese e render giustizia al povero Raddi.

Nella relazione sulla spedizione letteraria d'Egitto, essi, dopo aver rammentata la utilità dell'opera del Raddi al Brasile dicevano, che essendo egli in quel momento senza impiego, ma zelantissimo per la scienza che professava per decoro della sua patria e di notoria celebrità fra i professori di storia naturale, avrebbe colto con trasporto quella nuova occasione di distinguersi. Ma la vera, completa soddisfazione data al Raddi, è contenuta in queste franche e leali parole dei ministri toscani: "Le cognizioni di quest'uomo, che ad una somma modestia unisce indefesso impegno per riuscire in tutto ciò che intraprende, e che ha sempre dimostrato il più lodevole disinteresse, potrebbero essere in molte circostanze proficue alle stesse ricerche che Champollion e i suoi compagni si propongono di fare".

Stabilita così la spedizione di una Commissione toscana in Egitto, ne fu data comunicazione al professor Rosellini con lettera del 1° settembre 1827, firmata dal ministro Don Neri Corsini e dal segretario di Stato E. Strozzi.

In quella lettera eran contenute le norme e le condizioni alle quali si intendeva, dal Granduca e dal Governo, subordinata la spedizione. Prima di tutto si partecipava al Rosellini che gli era permesso di unirsi "al rinomato Champollion per fare eseguire come capo di una Commissione toscana i disegni dei monumenti egiziani finora sconosciuti, o non illustrati, e per lo scavo di quelli che fossero tuttora sepolti in Egitto, onde arricchire i Musei dello Stato".

Venne poi autorizzato il professor Rosellini a condurre seco tre disegnatori toscani, che furono il dottore Alessandro Ricci senese, con l'incarico anche, essendo medico, dell'assistenza medico-chirurgica ai componenti la Commissione: dell'architetto Gaetano Rosellini di Pisa e del pittore Angelelli, che fu scelto in luogo di Girolamo Segato, dallo stesso professore Ippolito Rosellini richiesto, ma denegatogli per un contrario rapporto della notizia di Livorno ove il Segato allora dimorava.

La durata della spedizione non doveva oltrepassare i diciotto mesi, e la somma stabilita a quell'uopo, e da non superarsi, fu di 50,000 franchi, compresi 18,000 per gli scavi da farsi in Egitto per il ritrovamento dei monumenti destinati ai Musei dello Stato. Con la somma di 50,000 franchi, doveva pure provvedersi anche alla spesa di 3 franchi al giorno ad ognuno dei tre disegnatori, "ed alla ricompensa di franchi 3500 accordati ai medesimi, da percepirsi durante la loro dimora in Egitto: e di più al salario di due domestici, alla fornitura di carta, strumenti, utensili, farmacia, ecc. oltre ai regali in oggetti di porcellana e di cristallo, da portarsi al Pascià e ad altri impiegati del Governo locale. Fu inoltre approvato che il sigillo della Commissione portasse scritto in giro: Commissione letteraria, toscana in Egitto.

Al professore Rosellini fu mantenuta l'assegnazione straordinaria di ottanta francesconí al mese, pari a franchi 448, oltre allo stipendio di professore dell'Università.

La corrispondenza letteraria doveva essere indirizzata al Granduca "compiegandola a S. E. il ministro degli Affari Esteri".

Nel giorno medesimo, 1° settembre, fu fatta uguale partecipazione al professore Raddi "già Conservatore del Museo di Fisica e Storia Naturale", il quale veniva aggregato alla Commissione nelle qualità di naturalista. Egli aveva il precipuo incarico di occuparsi "di ricercare e raccogliere tutti gli oggetti interessanti la botanica e la storia naturale, che potesse essere utile acquistare per i Musei dello Stato. Per le spese del suo mantenimento gli furono assegnate 280 lire toscane il mese, equivalenti a franchi 235.20, autorizzandolo però a fare una nota di tutte le spese necessarie o per viaggi nell'interno del paese o per gli oggetti da raccogliersi. E per facilitarlo nella impresa, gli fu aperto un credito di 500 scudi da ritirarsi in Alessandria.

Il Granduca poi accolse la domanda del Raddi, prorogando per la famiglia di lui l'uso dell'abitazione destinatagli nel già liceo di Candeli e passando alla famiglia medesima durante la sua assenza l'intero stipendio di cui godeva.

La spedizione franco-toscana era pronta a partire da Tolone nella seconda metà d'ottobre 1827; ma alla notizia della battaglia di Navarrino, avvenuta il 20 ottobre e che decise della sorte dei greci, venne sospesa la partenza, poiché si temevano serie complicazioni tra la Francia e le potenze del Levante.

Circa un anno dopo, però, essendo le relazioni francesi con l'Egitto avviate ad una pacifica soluzione, fu permesso allo Champollion ed al Rosellini di potere effettuare il loro desiderato viaggio. Ed infatti, ambedue gli illustri scienziati ed i loro compagni, imbarcatisi sulla corvetta da guerra l’Egle, salparono da Tolone il 31 luglio 1828, ed il 18 agosto sbarcarono ad Alessandria.

Durante la loro permanenza in Egitto, gli scienziati toscani fecero copiose raccolte pregevolissime di disegni, di scritture e di "rari monumenti". Il Raddi, in particolar modo, fece "doviziosa incetta di mammiferi, uccelli, rettili, pesci, molluschi, piante, minerali e rocce, che arricchirono notabilmente i Musei di Pisa e di Firenze". Ma la sventura lo colpì lontano dalla famiglia e dalla patria.

Sfortunato quanto abile ed indefesso indagatore delle leggi della natura, per l'animo suo infaticabile e per l'inclemenza dell'estraneo cielo, riportò fiere lesioni nella salute. Egli si separò dai compagni per anticipare di qualche poco il suo ritorno in Toscana. Ma l'avverso destino anche quella estrema consolazione volle negargli; e giunto a Rodi miseramente vi morì il 6 settembre 1829. Gli oggetti da lui raccolti furono inviati in Toscana dai consoli di Sardegna e d'Austria in quell'isola. Alla sua prematura fine aveva anche contribuito il dolore della morte del suo addetto G. Galastri, morto qualche mese innanzi, mentre faceva ritorno in Europa.

Il dottore Alessandro Ricci poi, che doveva essere il medico dei suoi compagni, per la morsicatura di uno scorpione a Tebe, rimase paralizzato; e dopo due anni di una infelicissima vita anch'egli morì.

Ad eccezione di queste non lievi sciagure, la spedizione della Commissione toscana, sortì pienamente il desiderato effetto: e quando il Rosellini sulla fine del 1829 tornò in patria portando seco tante e sì svariate raccolte ricchissime, "fu acclamato dal Principe, dal Governo e da numeroso stuolo dei suoi eletti amici".

Mentre Leopoldo II si sentiva pienamente soddisfatto per avere favorita la spedizione letteraria d'Egitto, ed il suo amor proprio di Sovrano di uno Stato eminentemente civile era appagato, vagheggiava nella mente un altro vasto progetto che era l'ideale del conte Fossombroni che non finiva mai di raccomandarlo in mille modi al Principe, il quale se ne infervorò poi tanto, che alla fine gli parve quasi d'averne avuta lui per primo l'idea. E il Fossombroni glielo lasciava credere, contento soltanto che l'impresa si effettuasse.

E quella impresa che tanto allettò Leopoldo II, che lo sedusse addirittura, fu il bonificamento della Maremma, intendendo così di emulare il grande avo Pietro Leopoldo e suo padre che avevano bonificato la Val di Chiana e che già vagheggiavano anche quello appunto della Maremma, se alcuni lavori idraulici di saggio, preordinati dallo scolopio Padre Ximenes avessero dati i resultati che, egli "con troppa asseveranza" aveva garantiti.

Opera da antichi romani e non da piccoli Stati era quella; ma quando questi piccoli Stati sono saviamente e seriamente amministrati, possono dedicarsi ad opere grandiose che col tempo poi rendono il cento per uno.

Il tratto da bonificarsi lungo il mare, dallo sbocco della Cecina arrivava sino al confine pontificio: per conseguenza sarebbero stati incalcolabili i vantaggi che lo Stato avrebbe risentiti dal ridurre coltivabili e coltivate quelle grandi estensioni di terreni.

Il conte Fossombroni "dalla quiete del suo privato gabinetto" aveva immaginato di bonificar la Maremma fino dal 1804: e nella Lettera Pseudonima da lui diretta in quell'anno a Giovanni Fabbroni, autore dei "Provvedimenti Annonari" velandosi sotto il titolo di "Professore all'Università di Pavia", si rilevano i concetti modernamente economici e basati sulla più ampia libertà di commercio, dai quali era animato il grande statista toscano.

"Se io fossi un sovrano (dice il Fossombroni in quella lettera) vorrei senza alcun rischio fare un'esperienza la più convincente e luminosa sulla efficacia della libertà di commercio e d'industria. Sceglierei una provincia (la grossetana) sufficientemente fertile e popolata del Regno Etrusco (come allora si chiamava la Toscana), che rendesse all'erario una somma della quale potessi per qualche anno farne di meno a condizione di esserne poi rimborsato con frutti amplissimi. Allora, salvo i riguardi dovuti alla religione, alla polizia ed alla civile giudicatura, e promuovendo le opere pubbliche, come canali, strade e tutto ciò che contribuisce al circolo delle fortune, vorrei che ogni abitante che operasse da galantuomo potesse in quella provincia industriarsi come volesse, e senza gabelle alle porte della città, senza dazi doganali, senza pedaggi, ogni cosa nazionale ed estera potesse girare, entrare, uscire, vendersi e prezzarsi come meglio ognuno volesse. In cinque anni quella provincia diventerebbe un emporio di tutte le ricchezze del regno, e di molte dei regni confinanti, specialmente se avesse un porto di mare".

Nell'applicazione di queste massime, di queste larghe vedute d'un uomo di genio, starebbe forse, e senza forse, anche ora, la risoluzione di tante questioni e di tanti problemi che i governi di tutti i paesi guidati da idee che non sapremmo come qualificare, non son mai stati buoni a risolvere ed hanno impoverito i paesi. Soltanto quando la gente tumultua perché ha fame, ricorrono allo improvvido mezzo di inventare lavori ed opere pubbliche, che aggravano più che mai le popolazioni, ingrassando invece gli intraprenditori di quei lavori, che dopo pochi anni non son che un ammasso di macerie. Forse ciò si permette per continuare a dar lavoro alle masse, ed impinguar sempre più gl'ingordi speculatori, che così facilmente arricchiti vanno poi a mano a mano formando le future aristocrazie! E questo è il rimedio!

Un esempio privato di bonificamento era venuto fin dal 1780 dal conte Cammillo della Gherardesca, per la sua tenuta di Bolgheri, distante sessanta o settantacinque chilometri da Pisa, e circa sette dal mare, sulla sponda sinistra della Cecina. Per liberare quella vasta tenuta dalle acque stagnanti e limacciose che rendevano improduttivo il terreno e pestifera l'aria, il matematico Padre Ximenes suggerì al conte Della Gherardesca l'apertura di quella larga fossa che dal nome del proprietario fu perciò detta Cammilla, la quale procurò subito il prosciugamento dei terreni tra Bolgheri, Bibbona ed il mare.

Questo felice resultato che convertì i più increduli, fanatizzò gli abitanti di Bibbona, che nel bonificamento di quelle terre videro la loro fortuna avvenire; perciò domandarono d'entrare a parte del benefizio, sobbarcandosi alla quota delle spese. "Ed i Gherardesca anziché lasciarsi governare da quel perverso egoismo che fa dell'uomo il peggior nemico dell'uomo, si compiacquero ammetterli ad usufruire delle proprie comodità".

A meritato titolo di lode vanno registrati questi nobili atti di quei vecchi signori toscani, - sebbene pochi, ma in compenso infinitamente liberali e veramente nobili - i quali avevano idee umanitarie così vaste, e non sdegnavano di farne compartecipi gl'infelici abitanti di quelle terre che fino allora parevano maledette. Ecco il beninteso sollievo alle masse, che hanno diritto di vivere!

Il figlio del conte Cammillo, Guido Della Gherardesca, volle con gli anni continuare la benefica opera del padre; ma il parere discorde di ingegneri, di periti e d'idraulici, fece sì che egli fosse costretto a mandarli tutti a far benedire e sospendere l'esecuzione del suo progetto.

Però, quello che riusciva difficile, anzi quasi impossibile a tanti barbassori, a tanti periti senza perizia, a tanti ingegneri senza ingegno - come pur troppo anch' oggi ne esistono e si fanno sentire col loro urlare ai quattro venti l'abilità che non hanno - riuscì facile senza tanto strepito e senza tanta boria, ad un uomo oscuro e modesto che tutt'altro aveva studiato in vita sua che l'idraulica e l'ingegneria.

E quest'uomo fu il fattore di Bolgheri, Giuseppe Mazzanti, che sfornito di teorie ma ricco dei lumi dell’esperienza, con l'osservazione che egli aveva fatto del naturale movimento delle acque durante le pioggie, accecò il canale detto Seggio Vecchio e ne scavò un altro detto Seggio Nuovo, per la qual cosa gli estesissimi campi già paludosi, con esito brillantissimo divennero fertili quanto più si poteva desiderare.

Il Mazzanti ebbe in riconoscenza dal Granduca "una medaglia d'oro accompagnatagli con onorevolissimo officiale chirografo; e dal conte Della Gherardesca fu remunerato adeguatamente al servizio".

Con tali precedenti, con l'esempio dell'avo, con gli incitamenti del Fossombroni e con le buone disposizioni dell'animo suo, Leopoldo II nel 27 aprile 1828 emanò l'editto per il bonificamento della Maremma a spese dello Stato.

I lavori cominciarono sulla fine del 1829 e vi furono impiegati circa cinquemila operai concorsi da varie parti della Toscana, da altri Stati e dall'estero, sotto la direzione del cavalier Alessandro Manetti, che era alla immediata dipendenza del Granduca.

Il 26 aprile 1830 fu il giorno bene augurato; poiché compiuto il lavoro "le acque dell'Ombrone arrivarono velocissime alla palude, con immensa consolazione e festa del principe presente, e di molti altri personaggi accorsivi da diverse parti, per solennizzare l'avvenimento che doveva segnar l'epoca della restaurazione maremmana".

Con l'iniziamento di un'opera così grandiosa, pareva che a Leopoldo II fosse assicurata la felicità del suo regno: ma invece, indipendentemente da quel fatto, sorsero per lui serii guai politici, molto superiori alle sue forze, che cominciarono a intiepidire i buoni rapporti tra sudditi e sovrano.

        

  

 Edizione HTML a cura di: [email protected]

Ultimo Aggiornamento: 07/01/99 0.20