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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

 

FIRENZE VECCHIA

STORIA - CRONACA ANEDDOTICA - COSTUMI

(1799-1859)

 

di: Giuseppe Conti

  

II

La festa della libertà e i frutti dell'albero

Pio VI prigioniero - Il nuovo regime - Un bando del commissario - I Nuvoloni - L'albero della libertà - Feste ufficiali - Diciotto matrimoni - L'ortolana di Borgognissanti - Luminaria - Malcontento - I contadini a Firenze Il prestito forzato - Requisizione di arredi sacri - Indignazione generale - La rivolta d'Arezzo - Viva Maria! - San Donato e la Madonna - La rivolta di Cortona - Una feroce ordinanza e un'energica risposta - Cortona si sottomette - Gl’insorti a Siena - La battaglia della Trebbia e la rivoluzione a Firenze - I francesi si allontanano dalla Toscana - Versi di un Pastor Arcade.

Come Ferdinando III non era stato buono a salvarsi per sé, molto meno lo fu per salvare Pio VI, che s'era rifugiato in Firenze, credendo d'esser più sicuro, e di sfuggire alle granfie di Napoleone, vivendosene più o meno tranquillo nel convento della Certosa. Appena entrati i francesi in Firenze, furono poste sessanta sentinelle attorno al monastero, che venne guardato anche da uno squadrone di cacciatori a cavallo, affinché nessuno confabulasse più col Pontefice, che si considerava già come prigioniero della Repubblica. Ed il giorno stesso della partenza del Granduca, alcuni ufficiali francesi imposero al papa di partire alla volta di Parma, poiché tali erano gli ordini del Direttorio. Per conseguenza, la notte seguente, Pio VI, col cardinale Laurenzana arcivescovo di Toledo, monsignore Spina arcivescovo di Corinto, monsignor Caracciolo maestro di camera, l'abate Marotti, un medico, alcuni preti e pochi domestici si preparò a partire alla volta di Bologna, per proseguire il viaggio fino a Parma, e di lì a Valenza nel Delfinato, ove doveva star prigioniero.

La partenza che era stata tenuta segretissima, ebbe luogo a mezzanotte. Le carrozze ed i furgoni erano preceduti da tre cacciatori a cavallo; agli sportelli della carrozza ov'era il Papa c'erano altri due cacciatori, con una torcia accesa; seguiva il resto dello squadrone, e poi le carrozze dei prelati e dei servitori.

Dopo la partenza del Granduca e di Pio VI, ed instaurato così alla svelta il nuovo regime, e dopo aver piantati gli alberi, poiché non ci poteva esser repubblica senz'albero, che spesso avrebbe potuto esser quello di Giuda, s'incominciò a disfare il vecchio per rifare il nuovo, con una confusione, ammirabile. Una sola cosa di vecchio fu rispettata; e furono gli aggravi e le imposizioni d'ogni genere, le quali, anzi, vennero raddoppiate e triplicate sotto speciosi pretesti. Tutti i salmi finiscono in gloria! Ogni governo nuovo che via via si succede, dopo aver promesso tante belle cose, raddoppia subito le tasse. Pare che i nuovi governanti abbiano sempre avuto le mani di calamita per levare i quattrini d’addosso alla gente: ciò vuol dire che questa è una bella cosa, altrimenti non la rispetterebbero tutti come fanno, con tanto scrupolo.

Pur troppo in Italia è sempre stato così: si diffida di noi stessi, ci si dà in testa e ci si maltratta indegnamente, per buttarsi poi in ginocchio dinanzi agli stranieri, bruciando loro l'incenso sotto il naso, preparandosi a sempre nuovi soprusi.

I toscani, abituati da quasi tre secoli al giogo mediceo, non avevano una educazione politica che valesse a renderli accorti per discernere il bene dal male nelle condizioni novissime ed inaspettate della invasione francese. Molti erano i malcontenti, e moltissimi i contrari. C'era però la gente di buon senso, che consigliava di non opporsi apertamente ai nuovi padroni, e di pigliare come suol dirsi la lepre col carro. Gli sfaccendati, ì ciaccioni, i chiacchieroni invece, che entran sempre avanti a tutti, che fanno più del necessario, che si danno moto per venti, che sembrano gli inviati da Dio per illuminare le turbe, guastavano l'opera dei più savi e dei più moderati, generando una confusione straordinaria, e facendo più male che bene.

Per porre un freno a quel disordine d'idee, a quel moltiplicarsi istantaneo di partiti sotto diversa forma favorevoli o avversi alla Francia, il commissario Reinhard ed il generale Gaultier, ordinarono per il dì 9 d'aprile la grandiosa festa della libertà, con la collocazione dell'albero in Piazza Nazionale. A Firenze, qualunque sia il motivo che può tener discordi gli animi, quando si bandisce una festa si può star sicuri che per quel giorno nessuno pensa ad altro, e diventan tutti amici. Così avvenne il dì 9 aprile 1799.

Il 15 germinale (come registrava il nuovo calendario il giorno 5 di aprile) il Commissario francese fece affiggere un bando per invitare i fiorentini a piantare l'albero della libertà, che era quanto dire, secondo lui, "di prendere impegno di unirsi ai principio della Repubblica francese, ai suoi sacrifizi, ai suoi trionfi e alla sua gloria, per preparare la felicità dell'avvenire". Non c'è stato mai proclama di nuovi tempi, che non abbia assicurata una futura felicità, la quale dalla creazione del mondo in poi si va sempre cercando, senza sapere chi debba mantener la promessa.

Il proclama però cominciava quasi con una specie di canzonatura, se non si fosse potuta prendere anche per un'insolenza. Infatti, il cittadino Commissario diceva subito che, essendo entrata l'armata francese senza trovar resistenza, questa armata aveva trovati i toscani e specialmente gli "abitanti di Firenze" quali erano a lui stati dipinti cioè: buoni e pacifici! E subito dopo ammoniva questi buoni e pacifici abitanti, dicendo loro che avevan fatto bene, perché così i soldati francesi, "guerrieri terribili nelle battaglie" non avevan fatto mostra che della loro amabilità. Parole dette colla voce grossa, come chi vuol far paura ai ragazzi.

Il buon senso dei fiorentini però, valutava giustamente l'importanza delle insolenti lodi e le spacconate delle minaccie. E per non mancare al solito sarcasmo, che in Firenze è quasi di rito, cominciarono subito a chiamare i francesi Nuvoloni, perché ogni editto, ogni manifesto dei liberatori, cominciava col sacrosanto Nous voulons.

Tutto ciò non toglie che il 9 aprile, o 19 germinale che dir si voglia, non fosse atteso con una certa bramosia e curiosità, per vedere in che cosa consisteva la cerimonia alla quale si dava tanta solennità, quella cioè di piantar l'albero nel mezzo di Piazza. La curiosità maggiore però era quella di assistere alla celebrazione affatto nuova e strana, dei diciotto matrimoni che si sarebbero celebrati attorno all'albero verdeggiante di foglie.

La mattina del giorno tanto aspettato, la Piazza Nazionale, aveva preso un aspetto tutto nuovo, poiché era decorata a guisa di circo equestre, con una teatralità straordinaria. Nel centro era stato costruito una specie d'anfiteatro in faccia alla Loggia dell'Orcagna, avendo all'intorno più ordini di gradini. Il recinto era coronato da varie statue allegoriche, o rappresentanti numi ed eroi dell'antichità. La Loggia superba, era tutta parata d'arazzi, tolti dalle Gallerie, ed ornata di festoni di lauro e di fiori e pennoni coi colori nazionali francesi. Grandi ghirlande rompevano qua e là la monotona dell'addobbo; e sotto la volta dell'arcata centrale s'ergeva maestosa e severa la statua della Libertà. Nella mano destra teneva una picca sormontata dal berretto frigio, e la sinistra stesa accennava al livello, segno di uguaglianza cittadina. Sul piedistallo eran dipinte due figure di donna: una di gentile apparenza rappresentava la timida Etruria, tenuta per mano dall'altra, austera matrona, simboleggiante la bellicosa repubblica francese. Ai quattro pilastri della Loggia erano state appese delle grandi tavole dipinte a marmo, sulle quali erano scritte sentenze filosofiche, concernenti l'amore della patria e della libertà, ed incitanti i cittadini all'obbedienza delle leggi, specialmente di quelle emanate dai Nuvoloni.

Sulla torre di Palazzo Vecchio sventolava la bandiera francese, ed a tutte le finestre eran tappeti tricolori, che stridevano in modo straordinario colla seria imponenza dell'antico Palagio dei Signori.

Alle tre pomeridiane (oggi bisognerebbe dire alle quindici) il generale Gaultier si mosse dal Palazzo Corsini in Lung'Arno, dov'era andato ad abitare lasciando il Palazzo Riccardi, per recarsi alla festa che aveva attirato agli sbocchi della Piazza Nazionale, occupata quasi tutta dal recinto, tanta folla che pareva si schiacciasse contro l'impalancato.

Il generale col suo stato maggiore, preceduto da due reggimenti di piemontesi e di cisalpini e seguito da un distaccamento di ussari e da uno di cacciatori a cavallo, fece sfilare tutta quella truppa per Via Maggio fino a San Felice; voltando poi per Piazza de' Pitti, oltrepassando il Ponte Vecchio per Por Santa Maria, entrò trionfalmente in Piazza, accolto da applausi assordanti.

Il commissario Gaultier con la cittadina sua moglie, circondato dalle principali autorità civili e militari, aveva preso posto sopra un palco eretto sulla gradinata di Palazzo Vecchio. Le altre autorità del Comune e delle vecchie e nuove istituzioni, ebbero posto intorno alla statua della Libertà.

Le due fortezze tiravan cannonate continue in segno di gioia; e tutto un popolo, almeno per quel tempo, esultava veramente. Le truppe andarono a schierarsi nell'anfiteatro, i gradini del quale eran pieni zeppi di patriotti che parevan pazzi dalla contentezza, credendo davvero ad un'èra felice di vera libertà e di ben inteso progresso.

Appena ordinate al loro posto le milizie, venne portato sulla piazza ed introdotto nel recinto un gran carro all'antica, tutto storiato, una specie di Carroccio, tirato da quattro cavalli di fronte, e sul quale era il grande albero che doveva esser piantato.

Dietro a questo carro veniva un grosso cannone circondato da diciotto coppie di fidanzati, che dovevan darsi l'anello appena l'albero fosse stato messo dagli operai nel mezzo della piazza, ossia dell'anfiteatro.

Cerimonia curiosissima cotesta, che rimase famosa anche quando quegli sposi diventarono col tempo nonni, ed alcuni forse anche bisnonni.

Gli sposi eran vestiti in abiti da festa secondo la nuova foggia francese, avendo all'occhiello la coccarda della repubblica; le spose avevano il vestito bianco, col velo ed una ghirlanda di fiori in testa.

La cerimonia di quei diciotto matrimoni, fatta attorno all'albero della libertà, appena che gli operai con molta fatica l'ebbero piantato, riuscì curiosissima; tutta la gente accorsa ammirò di più fra quelle spose una certa Rosiera, bellissima ragazza, che faceva l'ortolana in Borgognissanti, sul la cantonata di via de'Fossi.

Terminata la nuovissima funzione, le spose che avevano tutte un velo e una ghirlanda di fiori in testa lasciarono andar libera a volo una colomba, che ciascuna aveva tenuta legata per le zampe con un lungo nastro tricolore, non quale emblema di perduta innocenza, perché allora le colombe avrebbero potuto prendere il volo anche un po' prima, ma sivvero per bandire al mondo che per la Toscana, da quel giorno incominciava, come disse Pietro Feroni "oratore del popolo" un'èra novella, e riacquistava, a male agguagliare, l'antica libertà spenta con Ferruccio a Gavinana, "ricuperando il libero reggimento dopo dugentosettanta anni". Ci voleva una faccia tosta di quella fatta, per discorrer in quel modo, con gli stranieri in casa!

Così dunque terminò la cerimonia dell'albero e dei matrimoni consacrati attorno al medesimo da quelli sposi che afferraron l'idea della nuova libertà francese, per emanciparsi dalle opposizioni dei reciproci parenti, così alla svelta e con una pubblicità tale, che legalizzava il sacro nodo.

La sera, per coronar la festa, furono fatte luminarie per tutta la città e banchetti all'aperto, con brindisi pieni d'entusiasmo e di fede in un avvenire di felicità, che non arrivò mai, per quanto il tempo passasse veloce come prima. Ma il fanatismo raggiunse quasi la pazzia; perché un manipolo di facinorosi tentò perfino di buttar giù la statua di Cosimo I, legandovi dei grossi canapi col fine di atterrarla e farne tante monete da distribuirsi ai poveri. Questa barbarie fu impedita quasi per miracolo da un egregio cittadino che riuscì a persuaderli a desistere da quella insensata impresa. Sulla piazza di Santa Croce e di Santa Maria Novella ove era stato pure piantato l'albero, furon fatti balli pubblici, a cui presero parte molte donne del popolo, verso le quali i soldati si mostrarono amabili perché avevan trovato i fiorentini "buoni e pacifici com'erano stati loro dipinti".

L'albero non fruttò la desiderata libertà; fruttò invece trentasei suocere, e qualche altra cosa di peggio, come vedremo.

A forza di editti, di manifesti e di Nous voulons, non si può persuadere un popolo, specialmente scettico come il fiorentino, a credere a ciò che non è. Per conseguenza, ai cittadini amanti della vera libertà della patria, ed ai quali non era dispiaciuta la partenza del Granduca, rincresceva ora il fare altezzoso dei Nuvoloni, che venuti in sembiante d'amici dei liberali, spadroneggiavano e comandavano come se fossero entrati in Firenze per valor d'armi, e Firenze fosse una città di conquista.

Ed i contadini, poiché il contadino specialmente nelle rivoluzioni è stato e sarà sempre lo stesso, profittavano del malcontento, per varie ragioni generale, e la notte imbrattavano gli editti affissi in nome della repubblica e "attentavano" agli alberi della libertà, con l'idea di promuover sommosse per rilevarne il saccheggio!

Allora la buona e pacifica città fu percorsa da pattuglie di cavalleria francese, e da drappelli di fanteria per tutela degli alberi e dei manifesti, se non della libertà. Per maggiore sicurezza poi fu dal maire, non più gonfaloniere, ordinato di tenere un lume acceso per tutta la notte a coloro che volessero lasciar la porta di casa aperta fino dopo le otto di sera. Se però la plebaglia non s'abbandonò al saccheggio, i francesi spogliarono i musei e le gallerie; per mostrar forse che appartenevano ad una nazione di artisti.

Le intemperanze dei francesi, scontentarono non solo i partigiani di Ferdinando III e dell'Austria ma anche i veri liberali. Infatti, dopo tante promesse di benessere, di felicità e di libertà, non potendo il nuovo governo sostenere le spese enormi dell'armata,, ricorse ai mezzi straordinari. Fra questi, il primo fu quello di esigere alla svelta, dai cittadini, seicentomila scudi, che tanti rimanevano per coprire il prestito forzato di ottocentomila, ordinato per conto proprio da Ferdinando III nel 1798, e del quale non era stata pagata che la prima rata. Quindi, l'immediata consegna degli utensili e vasellami d'oro e d'argento di uso sacro, non strettamente necessari al culto, e già parzialmente ordinata dallo stesso Granduca, che s'era veduto però mal corrisposto. 1 preti non intendevano affatto di privarsi di tali oggetti, per quanto nel 24 dicembre 1798 fosse stata spedita al vescovi una circolare, onde esortarli a dare il buon esempio ed eccitare preti, frati e monache, a concorrere con alacrità e zelo al sollievo delle pubbliche finanze, così tartassate per sopperire alle spese fatte per "l'armamento delle bande e per la creazione dei cacciatori volontari". Ma fu fiato e carta sciupata. Vescovi, e clero fecero il sordo. Amici cari, e borsa del pari!...

Il governo francese dunque, riportò in ballo la faccenda del prestito e della consegna degli oggetti preziosi, perché il bisogno stringeva e non c'era tempo da perdere. Giacché il Granduca, pel primo, aveva avuto quella felicissima idea, non ostante che non gli riuscisse poi d'attuarla, i francesi credettero ben fatto di sfruttare l'odiosità ch'egli s'era tirato addosso, per trarla a lor vantaggio.

Cosicché il 1° maggio, il Cellesi, "segretario della giurisdizione", mandò fuori un editto per raccogliere gli argenti e gli ori superflui nei luoghi destinati al culto, poiché anche "l'antico governo aveva dato l'esempio d'una raccolta d'argenteria superflua". Gli oggetti da consegnarsi dovevano esser portati entro tre giorni alla Zecca di Firenze, per farne tanta moneta.

Questa misura colpiva anche le sinagoghe e le chiese di altro rito, eccettuati soltanto gli spedali.

Si concedeva per uso ecclesiastico ad ogni chiesa, monastero, convento o luogo pio, un ostensorio, purché non ne avessero un altro di metallo!; i calici e le pissidi non aventi che la sola coppa d'argento, e se in qualche chiesa fossero tutti d'argento, se ne lasciassero il minor numero possibile per l'uso di essa. Eran pure esclusi dalla consegna "i piccoli vasi da olio santo e da crisma", gli ornati uniti alle immagini o ad altri lavori che non potessero levarsi senza "deturpare l'opera": che, del resto, avrebbero dovuto portare alla Zecca anche quelli. Ma ciò che non veniva escluso, erano "gli ornati, benché di sfoglia, di quelli arredi di chiesa, che si riservano per le pompe e funzioni straordinarie".

Al governo francese piaceva la semplicità, specialmente nelle tasche dei cittadini! E mentre protestava una gran devozione per le reliquie dei santi, ingiungeva a tutte le chiese che ne possedevano, di levarle con la dovuta riverenza dai reliquiari, tenersi le reliquie, e i reliquiari, se fossero stati d'argento, mandarli alla Zecca. Anche negli atti della religione, la repubblica amava la semplicità!

Nelle cattedrali poi, e nelle abbazie, non era permesso che un pastorale solo, e ciò che era strettamente necessario nei

pontificati. Se in qualche chiesa vi fossero oggetti d'argento reputati opere d'arte, meritevoli d'esser conservati, il rettore doveva farne rapporto, probabilmente per mandarli a conservare a Parigi, come avvenne dei molti quadri, dei cammei, e degli oggetti in pietra dura delle gallerie.

Finalmente si ordinava senza tanti preamboli, a tutti coloro che presiedevano o amministravano chiese, monasteri e luoghi pii, di sostituire al più presto le lampade e gli arredi d'argento, con altri "d'altra materia a piacimento"!

Se la chierica de' preti fosse stata d'argento, i francesi si sarebbero fatta consegnare anche quella!

Queste, che molti ritennero per vere esorbitanze, specialmente nelle campagne, indignarono gli animi dei più; e cominciò allora il sordo lavorìo dei preti e dei reazionari per sobillare le plebi.

Specialmente nell'aretino, dove gli emissari austriaci trovarono il terreno più adatto che altrove a sollevare le masse, queste si ribellarono al regime francese; e la rivolta a poco a poco assunse serie proporzioni. Ad Arezzo fu preso a pretesto della prima insurrezione, il 6 di maggio, trentesimo anniversario della nascita di Ferdinando III. In quel giorno i contadini della provincia aretina, ai quali dai codini giubbilanti s'era dato ad intendere che i tedeschi erano entrati in Firenze, fecero nelle campagne intorno ad Arezzo fuochi di gioia. Molti di quei contadini entrarono in città, e senza curarsi, anzi, provocando il piccolo presidio francese, e la scarsa guardia nazionale, percorsero le vie della città, gridando Viva Maria, - che non ci aveva nulla che fare - Viva _Ferdinando III; Viva l'imperatore, abbasso l'albero della libertà.

Poco dopo l'ingresso di quelle ciurme ignoranti di contadini, comparve in Arezzo una sdrucita carrozza guidata da un cocchiere, che aveva accanto a sé una vecchia, la quale teneva in mano una bandiera austriaca, che faceva sventolare dove maggiore era la massa dei contadini, eccitandoli sempre più. Quella sozza folla fu così stupidamente idiota, da credere che il cocchiere non fosse altri che San Donato protettore d'Arezzo e la vecchia la Madonna, e che entrambi venivano ad annunziare la prossima liberazione d'Arezzo! Parrebbero novelle queste, se non fosse pura storia!!

Allora non ebbero più limite le ingiurie ai francesi, e gli insulti d'ogni genere ai patriotti. In brev'ora la città fu in preda alla rivoluzione. Il popolo ubriacato, trascinato dai contadini, si armò come meglio poté di fucili, di pali, di forconi, di falci, di scuri e dì tutto quanto forse atto a ferire.

La scarsa truppa francese, tenne testa per un po' di tempo; ma vedendo che la folla s'imbestialiva sempre più, perché nella mischia aveva avuto anche un morto, sebbene fosse morto anche un soldato, la truppa, diciamo, si dette alla fuga.

Rimasta libera la città, le bastonate ai pochi patriotti e le sassate a' vetri delle loro case, piovvero come la grandine. Furon distrutti tutti gli emblemi della repubblica e rimessi quelli del Granduca al grido di Viva Maria, - al solito - Viva l'Austria. Furon messe fuori le bandiere del papa, quella austriaca e perfino il vessillo della Madonna del Conforto.

Da Arezzo l'insurrezione s'estese subito a Cortona; e il general Gualtier, impensierito della piega che prendeva la cosa, badava a fulminare da Firenze editti pieni di minacce e di terrore, ingiungendo col primo, in data del 10 fiorile, (ossia del 9 maggio) agli abitanti di Toscana di consegnare ai comandi di Piazza tutte le armi d'ogni genere che possedevano, comminando pene severissime ai contravventori, ed ingiungendo ai parroci di legger l'editto nelle chiese dopo la messa parrocchiale.

A queste ingiunzioni, si rispondeva con l'aumentare la pertinacia della rivolta; e le popolazioni del Casentino, infiammate dai cenobiti di Camaldoli e di Vallombrosa, e dai mendicanti dell'Alvernia, presero le armi, e per la Consuma scesi rapidamente al Pontassieve, favoriti dalla località, impedirono ai francesi inviati da Firenze di forzare il passo e di marciare sopra Arezzo.

Il commissario Reinhard il 29 fiorile (19 maggio) anno VII della Repubblica francese Una e Indivisibile, emanò un 'nuovo editto assegnando il termine agli abitanti di Arezzo e di Cortona a sottomettersi. L'editto era basato sulla considerazione, che gli abitanti di quelle due città avendo "assunto" la coccarda d'una potenza in guerra, incarcerato ed assassinato dei soldati francesi, stampati proclami sovversivi, ed essersi opposti al passo della legione polacca, ausiliaria dell'armata della repubblica, si imponeva alle due città di liberare entro ventiquattr’ore dalla notificazione dell'editto i cittadini toscani e francesi incarcerati nei fatti del 16 e 17 fiorile, e di mandare a Firenze venti ostaggi scelti fra i possidenti e funzionari pubblici delle due città da rimanervi sotto la protezione delle leggi, intanto che le truppe francesi occupassero militarmente tanto Arezzo che Cortona.

Passato questo tempo inutilmente, le dette città e le comunità circonvicine, sarebbero state dichiarate ribelli e ridotte all'obbedienza con la forza delle armi. Il paragrafo VII poi conteneva questa esplicita comminazione: "Tutti i proprietari nobili domiciliati nelle dette città, tutti i preti aventi dei benefizi, che non sono di quelli con cura d'anime, i quali non usciranno subito da queste città dichiarate in stato di ribellione aperta, e non si recheranno a Firenze, verranno considerati come capi di rivolta, puniti come tali, e i loro beni saranno confiscati a profitto della repubblica".

Quest'editto inasprì sempre più gli animi dei rivoltosi.

Allora il generale in capite Macdonald emanò da Siena in data del 3 pratile (23 maggio) questa, che giustamente fu detta feroce ordinanza:

"Art. 1. Nel corso di 24 ore dalla notificazione della presente risoluzione, le comunità d'Arezzo e di Cortona poseranno le armi, e invieranno una deputazione al Generale in capite composta dei principali cittadini, per assicurarlo della loro commissione e per servire d'ostaggio.

Art. 2. Mancando esse di conformarsi al precedente articolo nella dilazione prescritta, si manderanno delle colonne di truppe francesi e dei cannoni, per assoggettare i ribelli con la forza.

Art. 3. In caso di resistenza, tutti gli abitanti saranno passati a fil di spada, e le città date in preda al saccheggio e alle fiamme.

Art. 4. Le due città d'Arezzo e di Cortona, saranno distrutte e rase.

Art. 5. Sarà inalzata una piramide nel luogo che occupavano, con queste parole: Le città d'Arezzo e di Cortona punite della loro ribellione.

Art. 6. La presente risoluzione sarà stampata, pubblicata ed affissa in tutte le Comunità del territorio toscano. I generali comandanti le colonne contro Arezzo e Cortona sono incaricati della sua esecuzione".

Nello stesso giorno il generale Macdonald emanò un altro editto contro "alcuni preti fanatici" che si univano "ai miserabili agenti" dell'Austria, per rovesciare il regime repubblicano.

Per conseguenza, stabiliva con quell'editto che ogni comunità che inalberasse lo stendardo della rivolta sarebbe stata sottomessa con la forza; e che "i cardinali, arcivescovi, vescovi, abbati, curati, e tutti i ministri del culto" sarebbero tenuti personalmente responsabili degli attruppamenti e delle rivolte.

E per farsi intendere anche più chiaramente, il bravo generale in capite intimava a tutti i preti di portarsi immediatamente nei luoghi della loro giurisdizione dove fosse scoppiata la rivolta per sedarla. E se fossero invece trovati con l'arme alla mano sarebbero stati, per una volta tanto, giova almeno sperarlo, fucilati senza processo. Ugual sorte sarebbe toccata agli altri ribelli arrestati in simili condizioni.

La risposta degli aretini ai proclami del Macdonald se fu ispirata al fanatismo più bizantino, non fu però meno energica ed arrogante. In essa, fra le altre cose, si diceva chiaro e tondo al generale francese: "Voi in nome del governo francese ci avete fatto sempre delle belle promesse; ma nemmeno una volta ci avete mantenuta la parola. Se eravamo liberi, perché non lasciare a noi la scelta dei nostri rappresentanti? Era una volta in proverbio la fede greca; nelle vostre mani è divenuta tale la fede, francese"! Parole roventi coteste, ma dette con coraggio! La conclusione della risposta degli aretini conteneva un'aperta sfida, dicendo che la rabbia del generale non li spaventava: ed alla minaccia di erigere una piramide, dove sorgeva la città d'Arezzo, rispondevano che più facile sarebbe stato agli aretini formarne una di teste di giacobini e dì soldati francesi, ponendovi in cima quella del comandante Mesange, che era scappato con la compagnia, appena scoppiata la rivolta.

La chiusa poi era enfatica quanto mai. Dopo aver detto che gli aretini non s'inchinavano che, a Dio e "alla grande protettrice Maria" in nome della quale però, commisero ribalderie senza nome, concludevano ammonendo il Macdonald: "Vergognatevi delle vostre insultanti minacce: e chinando gli occhi a terra, riconoscete il vostro delitto; tremate che il Dio delle vendette non vibri sul vostro capo quel folgore che oramai vi striscia intorno, e che certo non isfuggirete, se al lungo errore non succede un pronto e sincero ravvedimento". Considerate da quali pulpiti si dovevan sentir tali prediche!...

Il Macdonald con le sue truppe si mosse allora da Siena e marciò prima su Cortona, avendo intenzione di continuar poi per Arezzo e sottomettere con le armi le due ribelli città. I cortonesi meno fermi degli aretini, appena furono in vista i soldati francesi, andaron loro incontro; e fatto atto di sottomissione al generale, fu ripristinato il governo francese e rimessi gli alberi della libertà.

Il Macdonald non poté però continuare la sua marcia sopra Arezzo perché gli austro-russi gli davano da fare altrove.

Per conseguenza dové lasciar la Toscana, dando così agio ai ribelli di continuare nelle loro imprese: le quali, benché

mascherate dai gridi di Viva Maria, nascondevano il fine del saccheggio e delle maggiori bricconate, che potessero aspettarsi da una masnada di quella fatta.

La prima marcia degli insorti fu sopra Siena, dove appena giunti abbassarono l'albero della libertà in tutte le piazze e ne fecero un rogo, sul quale bruciarono tredici disgraziati ebrei, accusati di partigianeria verso i francesi, per avere un motivo di sfogare su di essi la loro malvagità. Il più bestiale tra i condottieri di quella canaglia, era un frate laico zoccolante del Monte San Savino, che con la sciabola in mano eccitava i suoi seguaci "bestemmiando come un forsennato" in onore di Dio e del principe. Fu saccheggiato il ghetto e la sinagoga, fracassate e vuotate le sette cassette dell'elemosina nella sagrestia del tempio, e portati via gli argenti, che ornavan la bibbia.

Questi barbari fatti di Siena, e il tremendo rovescio, toccato da Macdonald alla Trebbia nei giorni 17, 18 e 19 giugno ebbero il loro contraccolpo anche in Firenze, dove la sera del 4 luglio, in Piazza Nazionale, vi fu una specie di rivoluzione, nella quale il popolo bruciò tutti gli emblemi della repubblica. Le cariche di cavalleria furono insufficienti a frenare il furore della plebaglia istigata dai reazionari; ed i liberali si videro in pericolo.

Frattanto la disfatta della Trebbia determinò i francesi ad allontanarsi dalla Toscana: e la notte del 5 luglio, il generale Gaultier e il commissario Reinhard, scortati da poca cavalleria, si diressero a Livorno, seguiti da pochi patriotti che preferirono di esulare da Firenze, piuttosto che esporsi alle vendette dei reazionari, i quali rialzaron subito la cresta, ed incitarono i mercatini, i facchini, i conciatori e i navicellai del Pignone, a molestare i giacobini, o coloro come tali ritenuti, i quali furon perseguitati con ogni maniera, di danni e d’offese.

I reazionari, coraggiosi sempre quando il nemico non c'è più, diffondevano a centinaia di copie una poesia fregiata dello stemma di Ferdinando III, dovuta al peregrino ingegno di un tal "Dott. G. P. L. Pastor Arcade" e intitolata "L'inganno della libertà schiarito ai popoli toscani".

Sarebbe afflizione troppo grande il riprodurre le venticinque strofe di quella poesia: ma per darne un'idea, essendo una caratteristica pittura della scena su cui si svolgevano tanti fatti, bisogna pur riportarne saltuariamente qualcuna:

Oh! che bella libertà

Ci portò la gran Nazione

Che con quindici persone

Conquistando il mondo va.

Oh! che bella libertà.

Una statua, un arboscello

Ch'apre i sensi il reo sentiero
Son quel nume lusinghiero
Che soldati ognun ci fa.
Oh! che insana libertà.
Mentre poi con tal follia
Farci liberi pretende
Tanti schiavi ella ci rende
Al suo orgoglio e vanità.
Che tiranna libertà.
Mentre tutti arbitri siamo
Con l'orpel de' Cittadini,
I francesi han gli zecchini
Resta a noi la scarsità.

Oh! che scaltra libertà.

Nella gottica eguaglianza
Che ci portan questi eroi
La miseria è sol per noi
Lor han sol felicità.
Oh! che trista libertà.
Mangian ôr, mangian argenti
Fan dei templi orride stragi
Vuotan fondachi e palagi
Per coprir lor nudità.
Che inumana libertà.
Ove appar questa canaglia
Porta fame e carestia
E la pace e l'armonia
In sussurri se ne va.
Che molesta libertà.
I più finti, i più mendaci
Mai di lor formaro i cieli;
Traman danni i più crudeli
Mentre affettan amistà.
Che ingannevol libertà.

La poesia, che circolava già in modo clandestino quando i francesi erano ancora in Firenze, appena spariti si vendeva impunemente da un libraio "dirimpetto alla chiesa della Madonna de' Ricci" nel Corso.

Ma con le satire soltanto non s’è mai levato un ragno da un buco!

 

  

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Ultimo Aggiornamento: 04/01/99 23.19