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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

 

FIRENZE VECCHIA

STORIA - CRONACA ANEDDOTICA - COSTUMI

(1799-1859)

 

di: Giuseppe Conti

  

XIX

L'esercito toscano alla morte di Ferdinando III

Il "Dipartimento della Guerra" - Le varie armi dell'esercito - il torriere e i guardacoste - Il Corpo dei cadetti - Il battaglione dei discoli - I cacciatori volontari di costa - Comandi di Piazza - Onori militari al Santo Viatico - I veterani - Servizio dei veterani - I. e R. Marina da guerra - Pompieri.

Non soltanto lasciò Ferdinando lo Stato bene ordinato dal lato civile; ma, rispetto ai tempi, lo lasciò pure in buone condizioni anche da quello militare; poiché l'esercito e la marina, avevano ricevuto per le sue cure un assetto proporzionato alla importanza del paese.

Il Direttore del "Dipartimento della Guerra" era S. E. il signor Vittorio Fossombroni, Gran Croce dell'Ordine di San Giuseppe, cavaliere dell'Ordine di Santo Stefano, Gran Croce dell'Ordine di Leopoldo d'Austria, della corona reale di Sassonia, e di quello dei Santi Maurizio e Lazzaro; Uffiziale dell'Ordine della Legion d'onore, Consigliere intimo di Stato, per le Finanze e la Guerra, Segretario di Stato e Ciambellano di S. A. l. e R.

Il colonnello Leonardo Guerrazzi era segretario del Dipartimento della Guerra. I1 maggior generale Iacopo Casanuova era il comandante supremo delle truppe del granducato, ed il colonnello Cesare Fortini, capo dello stato maggior generale.

Il "battaglione" d'artiglieria era comandato da un tenente colonnello direttore del materiale, che aveva ai suoi ordini un capitano aiutante maggiore; ed il treno era comandato da un tenente.

Del battaglione dei granatieri ne era comandante un tenente colonnello, con un tenente aiutante maggiore.

La fanteria composta di due reggimenti, "Real Ferdinando" il primo e "Real Leopoldo" il secondo; eran comandati ambedue da un colonnello; ed i tre battaglioni respettivamente dal tenente colonnello e da due maggiori.

Gli aiutanti maggiori erano un capitano, due tenenti e un capitano quartiermastro.

Nessuno però aveva il cavallo: nemmeno i generali, che passavan le riviste a piedi. I vecchi fiorentini solevan dire: "Uomo a cavallo sepoltura aperta". Un tenente colonnello comandava i cacciatori a cavallo "dragoni" con un capitano aiutante maggiore e un capitano quartiermastro.

Nell'ordine gerarchico militare aveva la precedenza la R. Guardia del Corpo cioè le guardie nobili, che nelle parate avevano la giubba rossa, pettine e manopole di velluto nero; pantaloni bianchi di pelle e stivali verniciati, fin sopra il ginocchio, alla scudiera; la lucerna con le penne bianche, spalline e dragona d'oro. Nella bassa tenuta portavano la lucerna senza penne, uniforme bigia a giubbino, pantaloni gialli di pelle di dante e stivali.

Dopo la Guardia del Corpo veniva la Guardia degli anziani con lucerna e pennacchio alto bianco e nero; giubba nera mostreggiata di bianco; pantaloni bianchi e ghette nere di panno, fino al ginocchio.

Tanto gli anziani che la guardia nobile erano sotto gli ordini del maggior generale Francesco Gherardi d'Aragona.

V'era poi il corpo degli invalidi di cui era comandante (!) il colonnello Mattias Federighi, forse il più invalido di tutti, poiché diversamente non si sarebbe potuta stabilire la superiorità in un corpo di quel genere.

Dei veterani era comandante un maggiore, con un sottotenente aiutante maggiore, e un tenente quartiermastro.

I granatieri eran accasermati a Belvedere. La loro uniforme era bianca con mostre rosse con morione alto di pelo, che nelle parate e le feste ornavano con due ghiglie bianche intrecciate e ricadenti con due nappe a sinistra. Avevano davanti una gran placca d'ottone con la granata; e sul cocuzzolo di cuoio che di dietro veniva a scendere, era dipinta in bianco un'altra granata; portavano ghette nere di panno fino al ginocchio; giberna e baionetta a tracolla incrociata sul petto.

Gli ufficiali nei giorni di lavoro portavano la lucerna; e le feste il morione, anch'essi con ghiglie e nappe d'oro.

I fucilieri stavano in fortezza da Basso e formavano la fanteria di linea, che era vestita press'a poco come la francese, col casco alto e a piatto largo, il quale a ogni movimento del capo, sbilanciava. Il popolino di Firenze diceva a questi soldati che facevan querciòla quando fermandosi a bere dal vinai erano costretti a mettersi una mano sul piatto del casco per reggerlo mentre bevevano. Il nomignolo che poi s'affibbiò loro, fu quello di bianchini, perché dal 1° aprile al 1° novembre dovevano portare i pantaloni bianchi di tela.

E siccome spesso d'aprile specialmente era sempre fresco, quei disgraziati tremavano bisognava veder come; perché la pulizia e la decenza non avevano ancora inventato le mutande!

I dragoni erano divisi in quattro squadroni, uno de' quali distaccato a Siena e due a Pisa. Quello di Firenze aveva il quartiere nel Corso dei Tintori.

Essi avevan l'elmo come quello della nostra cavalleria grave, ma più grande e con lo zuccotto nero; le grumette d'ottone a squamma di pesce come i caschi della fanteria e i morioni dei granatieri; e nelle parate si mettevano la cresta rossa. Il giubbino era verde con piccole falde, con rivolte scarlatte e due bottoni; colletto e manopole pure scarlatte. I pantaloni turchini con una fila di piccoli bottoni gialli dal fianco al ginocchio, dove cominciava l'incerato. Gli ufficiali portavano nelle parate pantaloni bianchi a coscia e stivali neri fin sotto il ginocchio, e cresta di felpa rossa all'elmo.

L'artiglieria stava in fortezza da Basso; aveva l'uniforme turchina con pistagna, manopole e rivolte nere alla giubba; ed il casco come quello della fanteria con due cannoni incrociati.

L'artiglieria era da fortezza soltanto, divisa in dodici compagnie, e si chiamava anche da costa, perché aveva lo scopo di tutelare lo Stato dalla parte del mare essendo stato costruito lungo il confine un fortino ogni miglio, cominciando da Pietrasanta fino agli Stati della Chiesa. Nei punti di minore importanza ci stava un sergente con cinque o sei uomini, ed il capoposto si chiamava modestamente torriere.

Gli altri posti, dove ci stavano dodici uomini, eran comandati da un tenente, che aveva il titolo di tenente castellano.

Questi guardacoste, più che il soldato facevano il servizio di polizia per i contrabbandieri - quando non facevano a mezzo con loro - e anche quello di posta, poiché portavano le lettere nei paesi prossimi alla loro residenza.

Da questi guardacoste il Governo aveva una quantità di notizie; da loro sapeva tutto. Ogni qualvolta accadeva un fatto singolare. il capoposto era obbligato di farne immediatamente rapporto; e fra i tanti rimasti celebri ve ne fu uno, del quale si racconta ne ridesse anche il Granduca. Quel rapporto informava di una grande burrasca scatenatasi nella nottata, e di un brigantino che dirigendosi con ogni sforzo verso terra si trovava in serio pericolo. Ma il torriere che ne faceva la relazione, concluse: "E benché gli abbia dati tutti i possibili aiuti col portavoce pure è naufragato!...".

Vi erano poi i "cannonieri guardacoste sedentari dell'Elba" divisi in quattro compagnie, il comando delle quali era affidato al Governatore dell'Elba.

Per quanto l'esercito della Toscana a que' tempi fosse un esercito minuscolo per la mancanza dell'artiglieria da campo, il successore di Ferdinando III, per avere ufficiali più istruiti fu indotto sulla proposta del generale Fortini a fondare l’Istituto dei cadetti, da cui si traevano gli ufficiali nella proporzione di due dai cadetti e uno dai sottufficiali. La caserma dei cadetti era in fortezza da Basso, ed ognuno di essi aveva la sua stanza. Il corso degli studi durava quattr'anni; ed i posti erano ventisei: diciotto per la fanteria, cinque per l'artiglieria e tre per la cavalleria. Per esercitarsi all'artiglieria da campo, andarono i cadetti un giorno a Fiesole con un cannone senza cavalli; e alla scesa non potendo tenerlo, il cannone venne giù a precipizio, schiacciando il cadetto Luigi Calvelli.

Questo Istituto fu sciolto il 24 marzo 1848, quando i cadetti, avendo chiesto d'andare al campo, Leopoldo II andò da sé in fortezza, per vedere con la sua marziale presenza d'intimorirli. Quei giovani invece gli si buttarono in ginocchio implorando il suo sovrano consenso di andare alla guerra. Il pover uomo, commosso, rispose loro: "Ebbene, andate". E sciolse i cadetti.

A Portoferraio stava il battaglione detto dei coloniali, composto di discoli ingaggiati soldati, per correzione, dal padre o dai parenti; e di soldati in punizione. Per conseguenza, è facile credere che quello era un battaglione formato dal fiore della canaglia. Una volta fu tentato l'esperimento di farne venire a Firenze una compagnia, comandata da un capitano Ardinghi, uomo fiero e adattato a quella gente, per provate se col contatto e l'esempio delle truppe disciplinate, fosse nata in loro l'emulazione, o si fosse svegliato un sentimento di dignità e di decoro.

Ma fu un vano tentativo; e li dovettero rimandar via, perché non servissero, invece, di cattivo esempio agli altri. Non era bastato il mandarne quattro alla Gran Guardia a Palazzo Vecchio, che aveva l'obbligo di tenere una sentinella sotto le loggie dell'Orcagna e una alla Posta, sotto il tetto dei pisani. Fu messa anche una sentinella alla porta di Palazzo Vecchio, che prima non si teneva, per avere i discoli sott'occhio, facendoli stare dinanzi alle armi.

Quelli che venivan messi di sentinella alla Posta, solevano talvolta appoggiare il fucile al muro e andare nelle bettole a bere, provocando spesso risse e subbugli con altri soldati e cittadini.

E siccome questi fatti si ripetevan giornalmente nei varii quartieri della città, così fu necessario rimandarli a Portoferraio com'eran venuti, se non peggiori di prima.

A Livorno risiedeva il comando dei tre battaglioni di "cacciatori volontari di costa". Il primo battaglione stava

a Pisa, il secondo a Cecina e il terzo a Grosseto. Col tempo poi si dissero "cacciatori a piedi" ed il popolo gli chiamava fior di zucca, perché in cima al casco avevano il pompò verde con un fiore giallo, che sembrava perfettamente un fior di zucca. Avevano la giubba verde. Pantaloni turchini e buffetterie nere. Costoro non facevano che il servizio alle porte della città e quello di polizia.

Facevan pure parte dell'ordinamento Militare i comandi di piazza; ed erano istituiti a Firenze, a Livorno, a Pisa, Siena, Arezzo, Prato, Pistoia, Volterra, Piombino, Grosseto, Orbetello, Santo Stefano, Talamone, all'Isola del Giglio e a Portoferraio.

Il comando di piazza di Firenze aveva stanza in Palazzo Vecchio, dalla parte di Via della Ninna. Qui risiedeva un tenente colonnello o un maggiore dei più anziani, il quale per l'età avanzata non faceva servizio attivo, essendo considerato il comando di piazza un posto di riposo. A questo vi erano addetti un capitano, un tenente, un auditore militare, un aiuto, un sergente e un caporale dei veterani che facevano da scrivani. Costoro dovevano essere costantemente reperibili tanto di giorno che di notte per qualunque evenienza, come in casi d'incendio o di altro infortunio, distaccando sul momento un certo numero di soldati con l'ordine di recarsi sul luogo del disastro, o facendo avvisare per un volante il corpo dei pompieri, rendendone però immediatamente informato il "General Comando" in Piazza dei Giudici per gli ordini opportuni.

Gli ufficiali di piazza avevan l'incarico di dirigere e regolare i corsi delle carrozze nel carnevale, per San Giovanni ed in altre circostanze di pubbliche feste. Ogni ufficiale aveva sott'ordine un soldato dei cacciatori a cavallo o dragoni, che lo seguiva alla distanza di dieci passi, perlustrando lungo il corso fra le due file delle carrozze.

Fra i servizi di piazza vi era pur quello di mandare un caporale e due uomini della Gran Guardia di Palazzo Vecchio, ogni volta che andava la comunione ai malati della cura di Or San Michele e di quella di Santo Stefano. Era allora in uso che il servo di chiesa, incappato nella veste bianca, prima di portare il Viatico facesse un giro per la cura sonando il cenno con un grosso campanello di bronzo.

Il servo di San Michele e quello di Santo Stefano, andavano in Piazza del Granduca dall'ufficiale di guardia, affinché mandasse i soldati alla chiesa; e questi col fucile abbassato, e con la baionetta che fregava quasi terra, accompagnavano la comunione, uno di qua e uno di là al baldacchino, ed il caporale dietro, non tornando al corpo di guardia finché non avevano riaccompagnato il Viatico in chiesa.

Il privilegio d'avere i soldati quando andava fuori la comunione, l'aveva anche la chiesa di Sant'lacopo tra' fossi dalle Colonnine; la quale essendo cura della caserma dei dragoni nel Corso dei Tintori, vi andava un caporale e due uomini di quel corpo.

Quando anche dalle altre chiese andava la comunione e che passava da una caserma, la sentinella gridava "all'armi" ed usciva fuori tutta la guardia presentando le armi; ed il sacerdote che portava il Viatico faceva fermare e voltare il baldacchino e benediceva i soldati, i quali s'inginocchiavano con un ginocchio a terra salutando con la destra al casco e tenendo il fucile con la sinistra.

Il battaglione dei veterani stava a Prato e forniva un distaccamento di quaranta uomini a Firenze, che stavano in una caserma in Via Lambertesca dalla parte degli uffizi, accanto alla porta dove è tuttora la buca delle suppliche.

Questi quaranta uomini, tutti vecchi anche di settant'anni, erano agli ordini di un maggiore, che aveva un sottotenente per aiutante, e di un tenente quartiermastro. Erano ufficiali veramente da museo, come i loro dipendenti. L'uniforme dei veterani era una giubba turchina con pistagna, manopole e mostreggiature bianche; il solito casco col piatto largo, e sciabola e tracolla come quelle anticaglie che hanno ancora i nostri carabinieri.

La sera alla ritirata, in piazza del Granduca, si vedeva anche il vetusto tamburo dei veterani, che marzialmente se ne tornava solo solo alla caserma sempre suonando.

Il servizio che spettava a questo corpo, era quello di mandare alcuni uomini alla Gran Guardia in piazza, a prendere un soldato armato di fucile per accompagnarlo a quelle porte della città, che si chiudevano all'or di notte e si riaprivano all'alba, e delle quali il veterano riceveva in consegna le chiavi che metteva da sé stesso nella bolgetta che il soldato portava a tracolla.

Era parecchio curioso di vedere il soldato tutto impettito, impiccato in un collettone a matton per ritto, che non gli riusciva d'andare a passo col veterano che cercava di nascondere la sua vetustà con l'audacia dello sguardo accigliato, con l'aspetto burbero e brontolando per tutta la strada coi coscritto che non sapeva camminare né tenere il fucile. La gente che passava si metteva a ridere e si voltava anche indietro perché, al solito, alcuni ragazzi si divertivano ad andare a passo dietro, o anche accanto al veterano e al soldato, rifacendo il verso a tutt'e due, finché poi non scappavano al primo scapaccione che si sentivano arrivare dal canuto guerriero.

Un altro servizio molto importante affidato ai veterani, era quello della guardia al teatro del Giglio, detto poi della Quarconia e ora Nazionale.

Montavano un caporale e cinque uomini; ma stavan sempre nel corpo di guardia; prima di tutto, perché nell'inverno ci stavan più caldi, e poi perché giuocavan tutti insieme. Spesso venivan disturbati per cagione di qualche sussurro avvenuto in teatro, ed allora bisognava che salissero quella lunga scala che esiste tuttora, per andare a rimettere l'ordine. Bastava la loro fiera presenza nella sala, perché spesso la minacciata tragedia diventasse subito una farsa. Tutti cominciavano a ridere e ad apostrofare in mille maniere quei poveri vecchi, che mandavan lampi dagli occhi, guardando minacciosi ed intrepidi nei palchi e nella platea. Per il solito, si trattava d'arrestare qualche ubriaco o qualcuno che aveva questionato o maltrattato la maschera, seralmente vilipesa dagli ultimi ordini dei palchi, senza rispetto alla lucerna e alla giubba gallonata.

Fra le altre, una sera due veterani furono chiamati in fretta, una fretta molto relativa, per arrestare un tale che molestava gli spettatori sussurrando e leticando con tutti. I due vecchi prodi, tetragoni agli scherni e alle barzellette che si scagliavano contro di loro, arrestarono il ribelle e lo condussero fuori della platea in mezzo alle risate, agli urli, ai fischi e agli evviva, tanto per far baccano e per crescer la confusione.

Quando i veterani con l'arrestato che sì dimenava come un'anguilla volendo scappare, furono in cima alla scala, senza saper né che ne come, i due veterani si sentirono arrivare un lattone così esatto, che il naso e la bazza spariron dentro il casco. Naturalmente l'arrestato fuggì; la maschera che voleva dar man forte alla legge, con una pedata scese la scala a balzelloni a quattro scalini per volta per non ruzzolarla tutta, e i due disgraziati rimasti lassù soli, poiché tutti a scanso di casi eran rientrati in teatro, non riuscivano a levarsi il casco, e ci bestemmiavan dentro mandando imprecazioni che non si sentivan bene, perché pareva che urlassero in una pentola di rame.

Sembrerà incredibile ma è proprio verità vera: per liberare i due veterani da quel supplizio, perché tirando su il casco s'arricciava loro il naso, ed allora urlavan più che mai, bisognò andare a chiamare un ciabattino nella prossima Via de'Cerchi, il quale col trincetto ebbe a tagliare il casco per lungo e cosi le faccie invelenite dei due vecchi poteron tornare, un po'ammaccate e sbucciate, alla luce dei lumi a olio.

I veterani facevano pure il servizio delle Gallerie, guadagnando così qualche soldo per il tabacco. Spesso davano qualche spiegazione ai forestieri, poiché un po' alla meglio cinguettavano il francese, essendo molti di essi stati soldati con Napoleone.

Ed era anche per questo: che consideravano i soldati nuovi come gente da nulla, e più adattati a fare il prete che il soldato.

Quando poi fu impiantato in Firenze il telegrafo, fu affidato il delicato incarico di portare i dispacci ai veterani come persone fidate, le quali però, spesso, con la loro lentezza nel recapitarli, facevan perdere tutto il vantaggio della meravigliosa scoperta!

Lo stato della I. e R. Marina da guerra si componeva di un comandante supremo; di un capitano, tenente di fregata; di un tenente di vascello; di un tenente di fregata, magazziniere generale; di due sottotenenti di fregata; di un cappellano; di un primo scrivano; di un primo chirurgo e di quattro primi piloti col grado d'alfiere di fregata.

Anche il corpo dei pompieri fu oggetto di speciali cure per parte di Ferdinando III, il quale, con dispaccio del 4 gennaio 1819 organizzò definitivamente la "Guardia dei Pompieri" che doveva rivestire caratteristiche e grado militare.

Soprintendeva a questa guardia il Presidente del Buon Governo ed il Gonfaloniere pro tempore.

Il corpo di guardia, al quale come oggi è annesso il magazzino delle macchine, era anche allora nei locali di San Biagio.

Quando salì al trono Leopoldo II, questi trovò il Granducato costituito ed ordinato in modo da non richiedere al suo senno, almeno per il momento, modificazioni o riforme di sorta. E fu bene per lui e per i sudditi, poiché egli non sarebbe stato da tanto per far meglio del padre; giacché il buon uomo, invece di riformare, avrebbe sciupato ogni cosa. Per conseguenza, tutti ringraziarono Iddio che lasciasse stare le cose come stavano.

Non è poca stima per un nuovo sovrano!

 

      

  

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Ultimo Aggiornamento: 05/01/99 23.43