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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

 

FIRENZE VECCHIA

STORIA - CRONACA ANEDDOTICA - COSTUMI

(1799-1859)

 

di: Giuseppe Conti

  

XVII

La morte di Ferdinando III

Sotterfugii di Carlo Alberto - Un monito severo - Partenza per la Spagna Tra popolo e principe - Le bonifiche in Maremma - Primi sintomi di febbre - Ferdinando III si aggrava - Muore - Dolore della famiglia - Imbalsamazione - L'estremo saluto della cittadinanza - Il trasporto - La consegna del cadavere nella chiesa di San Lorenzo - Lutto di Corte - La successione.

Il pruno che pungeva segretamente il cuore di Ferdinando III, il quale forse dava troppo peso a certi discorsi che gli venivano riferiti sul conto del genero, era la condotta un po' sbrigliata di lui. Non che il Granduca si pentisse del parentado, e avesse da dolersi del principe di Carignano, no; ma egli avrebbe desiderato da parte di lui, un po' più di fedeltà, se fosse stato possibile, verso la moglie. Il cuore di padre, ingrandiva agli occhi di Ferdinando III le scappatelle del principe Carlo Alberto, il quale credeva talvolta di farle pulite; ma quasi sempre si faceva scoprire.

Egli, d'altronde, non considerava che in Firenze, dove pur troppo non sfuggiva mai nulla, era non solo notato per il suo grado ma anche per la sua figura riconoscibilissima; la persona alta e magra, l'espressione malinconica del volto, i baffi all'insù; un insieme, che aveva dell'aristocratico e del soldato. Per questo dava appunto, più nell'occhio d'un altro. Perciò quando andava alla messa, seguito dal suo fidato cameriere, tutti si avvedevano che egli qualche volta gli dava furtivamente un bigliettino tolto con destrezza dal libro delle preghiere sul quale pareva che leggesse religiosamente, perché lo portasse con segretezza a qualche signora. La quale, sapeva tanto bene di dover ricevere quel dolce messaggio, che ne teneva già pronto un altro per il principe. Queste cose erano osservate e notate come c'è da credere; e Ferdinando III, a cui pietosamente venivan riferite, si accorava, dubitando che un giorno o l'altro la condotta del genero, che pure voleva molto bene alla moglie, non avesse ad aver serie conseguenze.

Siccome Carlo Alberto era solito di tornare a palazzo di soppiatto la sera molto tardi, quando cioè non vegliavan più neanche i gatti, così il Granduca pensò di fargli conoscere che non ignorava affatto la vita che egli conduceva. Infatti, verso la mezzanotte, una sera aspettò il genero nell'anticamera del suo quartiere. Il Principe se ne tornò verso il tocco tutto contento e tranquillo, in compagnia del fidato servo, al quale raccomandava di camminare in punta di piedi per non svegliare gli aiutanti né le guardie del Granduca. Ma non ci si figura come rimanesse, quando giunto presso il quartiere si senti dire dal suocero: "Altezza, questa non è l'ora di tornare a casa per un padre di famiglia!...".

E il Granduca senza aggiunger altro, si ritirò non dandogli neppur la buona notte.

Per tutto ciò Carlo Alberto fu molto contento di partirsene da Firenze per andare in Spagna a raggiungere l'armata del principe d'Angoulème. Il principe che portava seco il conte Costa, e le persone del suo seguito, salutato il suocero alle tre pomeridiane del 27 marzo 1823, parti accompagnato fino a Livorno, donde doveva imbarcarsi, dall'arciduchessa Maria Teresa sua moglie.

Maria Teresa, afflittissima di doversi separare dal marito che amava tanto, fece ritorno in Firenze alle quattro pomeridiane del dì 3 aprile insieme alla contessa Filippi che l'aveva accompagnata, e a due donne di servizio.

Ferdinando III con tutta la corte venne apposta la sera dalla villa di Castello, non tanto per riabbracciar la figliuola, quanto per divagarla, e le condusse al teatro del Cocomero, all'accademia data dalla celebre cantatrice Catelain, a benefizio del Reclusorio dei poveri.

Indi a poco Maria Teresa co' figli tornò in Piemonte.

Le cose frattanto in Corte e in Firenze procedevano con calma e con tranquillità; quello che era lecito di rimandare al domani non si faceva oggi, e fra il Sovrano e i sudditi felicissimi si trovavano così affiatati, che anco gli animi di coloro che non avevano veduto di buon occhio la restaurazione della monarchia Lorenese, andavano rappacificandosi con quella. Una delle principali cure di Ferdinando III era il bonificamento della Maremma; e spesso vi faceva delle gite per esaminare da sé stesso i lavori e sollecitarli. Ma il suo nobilissimo zelo e la sua lodevole preoccupazione gli dovevano riuscire fatali.

Nel mese di giugno del 1824, tornando appunto da una delle gite in Maremma, appena entrò si può dire in Firenze, sentì subito i sintomi d'una febbre che da quel momento gli insidiò tenacemente la vita.

Ferdinando fu costretto a mettersi a letto; ed i principali medici furono subito intorno a lui per contenderlo alla morte, con ogni mezzo migliore che l'arte salutare suggeriva. Furon però tutti sforzi inutili, perché il male vinse gli uomini della scienza.

Il 17 di giugno il Granduca si aggravò tanto, che alle tre della mattina fu comunicato dal suo confessore Anton Lorenzo Brunacci, primo cappellano di Corte. Il Sovrano che conservava perfetta la lucidità della mente, domandò, di essere assistito spiritualmente dal padre Mosè, provinciale dei frati di San Paolino.

Nella camera del malato fu eretto un altare provvisorio, al quale, prima di presentargli il viatico celebrò la messa il cappellano viceparroco di corte Giovan Battista Enrici. Nelle ore pomeridiane fu dato ordine dal maggiordomo maggiore principe Rospigliosi, di esporre il Sacramento nella cappella di Corte, nella chiesa della SS. Annunziata, in quella di Santa Maria Maddalena, ed a San Paolino. Furono pure esposte in Duomo le ceneri di San Zanobi "con commovente pastorale di Monsignore Arcivescovo".

In tutte le classi della cittadinanza la costernazione era grandissima, ed il dispiacere era sincero. Basti dire che ogni giorno più di duemila persone andavano a Palazzo Pitti a inscriversi nelle note che il Segretario d'etichetta la sera alle dieci presentava al Maggiordomo maggiore.

Attesa la gravità delle condizioni dell'infermo, l'arciduca Leopoldo non assisté alla consueta processione del Corpus Domini, alla quale, per antica consuetudine, il Granduca soleva prender parte.

Le cose andavan sempre di male in peggio. Alle cinque antimeridiane del giorno 18 fu affisso in anticamera il bollettino dei medici, annunziante "il pessimo stato del malato"; ed alle otto, dal parroco di Santa Felicita, Giuseppe Balocchi, venne amministrata l'estrema unzione continuando il Granduca ad essere in pieno conoscimento.

Frattanto il marchese Corsi andò in carrozza di Corte a partecipare all'Arcivescovo lo stato disperato del Sovrano, e ad invitarlo a venire a dargli la benedizione.

Alle dieci e mezzo monsignor Morali arrivò a Palazzo Pitti, ricevuto sul ripiano della scala dal ciambellano di servizio marchese Pietro Torrigiani, dal quale venne condotto nel quartiere del Granduca; e dal Maggiordomo maggiore, accompagnato al suo letto; quindi, vestiti dall'Arcivescovo i paramenti sacerdotali, diede al malato la benedizione in articulo mortis.

La Granduchessa ed i Principi ereditari, con l'arciduchessa Maria Luisa, erano riuniti nella stanza accanto alla camera di Ferdinando III in preda alla più viva costernazione. Ed affinché non mancasse mai il servizio di un ciambellano per la reale famiglia, attesa la gravità del caso, il principe Rospigliosi ordinò che uno di essi rimanesse fisso in anticamera; e che quando toccava l'ora del pranzo, non uscissero di Palazzo, ma andassero alla tavola delle cariche di Corte.

La Granduchessa ed i Principi pranzarono "nel più stretto privato" presso la camera dell'infermo.

L'ambascia crudele di quella famiglia, che dimenticava il trono, le ricchezze ed il fasto, per abbandonarsi al supremo dolore di una grande sventura, era commovente perché la metteva al livello di ogni altro mortale.

Piangendo e dando libero sfogo all'angoscia, poiché l'affetto era superiore all'etichetta, trovavano un sollievo contro la fredda ragione di Stato, che imporrebbe quasi ai principi un cuore di pietra.

In quelle persone non c'eran più che degli esseri umani che soffrivano per la imminente perdita del loro capo di famiglia.

Intanto Ferdinando III si aggravava sempre di più; ed a segno tale, che alle quattro e mezzo dello stesso giorno 18, il principe Rospigliosi ordinò che si mandasse un lacché ad avvertire l'arcivescovo che S. A. si trovava in extremis.

Monsignore, che forse da un momento all'altro si aspettava d'esser chiamato, pare che stesse già pronto, perché non fece che montare in carrozza e andare a' Pitti, ove fu ricevuto con lo stesso cerimoniale della mattina. Alle cinque entrò nella camera del Granduca e gli raccomandò l'anima; venticinque minuti dopo, Ferdinando III era spirato!

Il principe Rospigliosi si recò subito ad annunziare la morte dell'amato Sovrano alla vedova, all'Arciduca ereditario Leopoldo, ed alle Arciduchesse. Fu una desolazione, un pianto irrefrenabile. Calmato forzatamente quel dolore, poiché i principi non debbono nemmen piangere quanto vogliono, tutta la famiglia partì sul momento nel più stretto incognito per la villa di Castello, durando fatica le carrozze a farsi strada, tra "l'affollato popolo che piangeva".

Il Maggiordomo maggiore appena fatte le partecipazioni, fece la consegna del cadavere al generale Francesco Gherardi, comandante della Guardia del Corpo, il quale mise subito due sentinelle alla camera "con la carabina a funerale". Quindi lo stesso principe Rospigliosi, unicamente al segretario del suo dipartimento e di corte, Andrea Bonaini, alla presenza del segretario dell'intimo gabinetto, cavalier Giuseppe Paver, e di Filippo Giannetti primo commesso della segreteria medesima, vennero posti i sigilli "alle segreterie e scrigni di particolare attinenza del Sovrano".

Dipoi fu fatto erigere un altare nella camera del morto Granduca, per recitarvi le preci dei defunti durante la notte, da due cappellani di corte e da due frati di San Paolino.

Il giorno seguente, 19, il medico archiatro dottor Francesco Torrigiani, e il chirurgo di camera Antonio Boiti, destinarono l'ultima camera del quartiere a terreno, detto di Giovanni da San Giovanni, per farvi la sezione del cadavere. La sala fu messa in ordine e provveduta delle occorrenti preparazioni chimiche dal farmacista Gaspero Puliti.

Alle cinque pomeridiane, col permesso del comandante Gherardi, passarono nella camera del defunto per fare la recognizione del cadavere i medici archiatro Torrigiani, dottor Pellegrini, dottor Nespoli, dottor Tacchini e dottor Dini, con i chirurghi Boiti, Mazzoni, Geri, Michelacci Francesco e Pezzati. Constatata la morte alla presenza del Comandante e del Brigadiere di servizio, il cadavere, dal cameriere del defunto, Giuseppe Allodi, con l'aiuto dei camerieri Stefano Mortiani, Angiolo Angiolotti, e dell'usciere Michele Bernini "fu collocato in ricca bara, e coperto con grande strato di velluto nero".

Fu quindi dato immediato ordine alle sentinelle della guardia del corpo ed a quella dei granatieri, di tenere il fucile abbassato in segno di lutto.

Il cadavere venne tolto dalla camera da letto e portato nella sala anatomica, dove doveva essere imbalsamato, nell'ordine seguente. Veniva prima il furiere ed il segretario d'etichetta; quindi un cherico della cappella con croce, sei cappellani di corte con cotta, ed il parroco di corte con cotta e stola; la bara era portata da quattro camerazzi, e due di riserva; sei camerieri fiancheggiavan la bara con torcia (torcetto), e quattro guardie del corpo con l'arme a basso, facevano ala. Dietro, seguiva il comandante ed il brigadiere di servizio di settimana.

Nella stanza anatomica era stato messo un altare portatile col Crocifisso, dinanzi al quale ardevano otto ceri.

Erano state disposte alcune panche per i quattro sacerdoti destinati a salmeggiare durante la notte e che dovevan cambiarsi con altri quattro ogni due ore. Alla porta della stanza vi eran due guardie del corpo che si cambiavano pure ogni due ore. Il comandante ed il brigadiere assistettero alla imbalsamazione, dandosi la muta a piacere, purché non venisse da loro abbandonato mai il cadavere.

L'operazione durò dalle sei pomeridiane del giorno 19 alle sette antimeridiane del dì 20. Terminata l'imbalsamazione, il cameriere del defunto gli fece la barba, e con l'aiuto di altri camerieri e chirurghi fu vestito con l'uniforme di maresciallo delle truppe austriache, mettendogli al collo la collana dell'ordine del Toson d'oro, e vestendolo della cappa magna di Santo Stefano, con guanti e stivali.

Così abbigliato, fu posto sopra un ripiano con sei maniglie coperto di velluto nero con largo gallone d'oro. Quattro camerieri furono incaricati di portare il cadavere nel salone delle Nicchie, destinato alla esposizione al pubblico, e dove fu recato con lo stesso ordine, essendovi però stato aggiunto un camerazzo col vaso dei visceri, e il furiere col vaso del cuore, che precedevano il cadavere. Nella sala, questo venne posato sopra un catafalco ed accomodato dai chirurghi Boiti e Mazzoni; quindi dal furiere di corte vennero appesi presso il defunto, e pendenti a mano destra, gli ordini di cui egli era insignito; cioè: di San Giuseppe, di cui era Gran Maestro; di Santo Stefano d'Ungheria; della Corona di ferro; della Corona di Sassonia; di San Ferdinando di Napoli; di San Gennaro di Napoli; della Concezione di Spagna; della Legion d'onore di Francia.

Dalla parte sinistra non venne posto nessun ordine, poiché non ne aveva alcuno di potenza protestante.

La spada e il cappello furono posati ai piedi; e sotto il catafalco, dalla parte della testa, si depositarono i vasi dei visceri e del cuore.

Lo scettro e la corona granducale vennero collocati sopra un cuscino sul primo gradino sotto i piedi.

Durante l'esposizione, otto preti salmeggiavano, insieme a due cappellani di Santa Felicita e a due frati d'Ognissanti.

Al feretro erano state poste quattro guardie del corpo, con carabina; ed il comandante o il brigadiere a vicenda stavano presso il cadavere. Nella sala furono eretti cinque altari, ove nella mattina si diceva costantemente la messa. Le sentinelle degli anziani e dei granatieri, erano alle porte tanto d'ingresso che d'uscita; ed il popolo passava dalle grandi sale, uscendo poi dalla terrazza, dalla quale discendeva per mezzo di un ponte artificiale, in Boboli, ed usciva dalla porta detta di Bacco.

I ciambellani, i camerieri, gli uscieri, e i camerazzi fiancheggiavano il feretro. Si cambiavan d'ora in ora, e c'era d'essi uno per grado, cioè: un ciambellano, un cameriere, un camerazzo e un usciere.

La esposizione durò tre giorni, ed il popolo accorse in numero straordinario a rivedere per l'ultima volta il defunto Sovrano.

Alle quattro pomeridiane del 22 giugno, giorno stabilito per il trasporto funebre, il pubblico non fu più ammesso nel palazzo.

Alle sei tutte "le classi e persone intimate" erano al loro posto, cioè: in una stanza terrena i quattro vescovi di Pisa, di Fiesole, di San Miniato e di Colle, coi loro maggiordomi di camera; e furon ricevuti dal ciambellano conte Giovanni Da Montauto; in un'altra stanza si riunirono i canonici della Metropolitana "per comodo di vestirsi", ed in una sala attigua i cavalieri di Santo Stefano coi loro cerimonieri e taù, ancor essi per comodo di vestire la cappa magna.

I ciambellani, i consiglieri e le cariche di corte si riunirono nella solita anticamera del quartiere detto delle Stoffe al primo piano.

I cleri e le compagnie si disposero sotto i loggiati del palazzo dalla parte opposta alla reale cappella; e le guardie del corpo a cavallo si schierarono in doppia linea "coi loro ufficiali e tromba" nel cortile del palazzo facendo fronte alla gran porta d'ingresso.

I camerieri Ignazio Nasi, Stefano Morbiani, Angelo Angiolotti; l'usciere Michele Bernini ed i camerazzi Kaintz e Simone Pagnini, tolsero il cadavere dal catafalco.

All'ora stabilita, il Maggiordomo maggiore ordinò che il corteggio poteva muoversi, ed il segretario Andrea Bonaini, ed il furiere Giovanni Ceccherini disposero la sfilata delle milizie e "delle altre persone".

Il cannone annunziò la partenza alle sette precise; ed il cadavere fu preso dai quattro ciambellani Giovanni Del Turco, Giuseppe Rucellai, Giuseppe Mannelli ed Emilio Luci, e portato fino al ripiano della scala, fiancheggiato dal parroco di Santa Felicita con stola, dai cappellani di corte con torcetto, e dagli ufficiali di corte pure col torcetto.

Avanti era portato il cuore rinchiuso in un vaso d'argento, ed i visceri in un vaso di rame, "il tutto collocato sopra ricco vassoio ricoperto di velluto nero con gallone d'oro; ed un nappo nero copriva i detti due vasi: quale vassoio era portato e sostenuto dai ciambellani Cosimo Antinori e Gaetano De' Pazzi".

Dietro ai visceri veniva il ciambellano Carlo Ginori, portante la corona e lo scettro su cuscino di velluto nero gallonato d'oro; ed appresso i camerieri Nasi e Morbiani portando uno il cappello e l'altro la spada. Il cadavere era fiancheggiato da quattro guardie del corpo con carabina a funerale, dai due ciambellani Francesco Guasconi e Giovanni Battista Baldelli, dal comandante delle guardie e dal brigadiere.

Sul ripiano della scala, i quattro ciambellani consegnarono il cadavere ai cavalieri di Santo Stefano Orazio Ricasoli, Emilio Strozzi, Francesco Ugolini, Vincenzo Uguccioni, Giovanni Fabio Uguccioni, Lorenzo Sernini, Giovan Battista Covoni e Alessandro De' Cerchi.

I visceri ai cavalieri Leopoldo Giovannini e Roberto D'Elci; la corona e lo scettro al cavalier Pietro Bacci: tutti i cavalieri erano in cappa magna.

Il furiere, dopo questa consegna, per ordine ricevuto dal segretario Bonaini, dette il segno della marcia per scender le scale in quest'ordine: furiere, ciambellani, consiglieri, cariche di corte, il parroco con stola, vasi dei visceri e del cuore; corona e scettro. Seguiva il feretro, fiancheggiato dai cavalieri di Santo Stefano con torcetto, cappellani di corte, priori e balì di detto ordine, e ufficiali di corte, tutti con torcetto.

Scese le scale, il feretro dai camerieri venne deposto nel "cocchio ferale" ponendo ai piedi, a destra lo scettro e la corona, e a sinistra i vasi dei visceri, spada e cappello.

Si mosse quindi per la chiesa di San Lorenzo. Apriva la marcia a lento passo un picchetto di cacciatori a cavallo, con ufficiali alla testa. Un battaglione di fucilieri con bandiera e banda con veli agli strumenti; due cannoni con artiglieri e treno di seguito. Croce nera di San Lorenzo con sei chierici con torcetto.

. L'Arcivescovo di Firenze non fu invitato al trasporto e nel Diario di corte si legge che "l'arcivescovo ha in appresso reclamato per non essere stato invitato". Dopo il clero di San Lorenzo veniva lo stendardo del Capitolo del Duomo; quindi gli staffieri di corte con le livree di gala e i lacché; dopo di essi la compagnia di San Benedetto e quella del Gesù "formando coppia un fratello d'una con l'altra avendo la diritta quella del Gesù" tutti con candela di mezza libbra; seguiva la compagnia della Misericordia, con candela pure di mezza libbra; i religiosi d'Ognissanti, quelli del Monte, il clero di San Michele in coppia; avendo i sacerdoti una candela "di libbra" il proposto di tre; il clero di Santa Felicita con candele di tre libbre ai curati e al parroco.

1 tre parroci di Santa Felicita, di San Michele e di San Lorenzo avevano la stola.

Il clero della Metropolitana andava in coppia coi canonici di San Lorenzo; ed i quattro vescovi in coppia, con torcetto di cinque libbre, portato dai loro segretari o maggiordomi. L'uffizialità in "coppia tutti con tracolla di velo nero e fiocco alla spada"; i cavalieri di Santo Stefano, essi pure in coppia con candela di tre libbre; il furiere e i ciambellani in coppia con le cariche di corte Corsi, Marbelli, Strozzi in una sola fila; e dietro, solo, il principe Rospigliosi. Sul cocchio tirato da sei cavalli morelli stava il cocchiere; ed alla pariglia di volata il cavalcante, ambedue senza cappello, come pure i due palafrenieri a piedi ai cavalli di bilancia; e tutti erano in livrea di gala con tracolla di velo nero. Fiancheggiavano il cocchio quattro guardie del corpo con carabina abbassata, tracolla di velo nero e uniforme di gala. Quindi due ciambellani di settimana, il comandante della guardia e i due brigadieri con tracolla nera e fiocco alla spada. Dietro i due camerieri Nasi e Morbiani, i due cavallerizzi in uniforme di gala con tracolla e fiocco allo spadino; il primo cappellano e il cappellano della reale cappella; i priori e balì di Santo Stefano; ufficiali di corte con torcetto, in numero di trentasei; e quattro guardie del corpo con l'ufficiale, in linea dietro il cocchio. Dai furieri fino alle quattro guardie facevano ala gli anziani o guardie reali a piedi. Veniva in seguito la magistratura a coppia, le guardie del corpo a cavallo, un cavallerizzo di staffa in uniforme di gala, con tracolla e fiocco allo spadino, quattro cavalli bardati a lutto coi loro palafrenieri a piedi, in uniforme di gala. Seguiva un battaglione di granatieri con bandiera; due cannoni e treno d'artiglieria. Chiudeva un picchetto di cacciatori a cavallo con ufficiale. Tutto il tratto di strada percorso era guarnito di "doppie faci e in maggior numero raddoppiate con simmetria sul ponte a Santa Trinita".

Il trasporto prese dallo Sdrucciolo de' Pitti, da Via Maggio, il Ponte a Santa Trinita, dagli Strozzi, da San Gaetano, dal Canto ai Carnesecchi, dal Canto alla Paglia, e per Borgo San Lorenzo, alla chiesa.

Quivi giunto, dai camerieri fu levato il cadavere dal carro, e fu ricevuto sulla porta dal priore canonico Alessandro Cambi con le formalità di rito; ed i cavalieri di Santo Stefano lo posero sul catafalco.

Tutta la chiesa ed il coro eran parati di nero; e dagli archi della navata centrale pendevano ricchi drappi neri, ornati d'oro, e nel mezzo, sopra al catafalco eravi un ampio padiglione nero, con galloni dorati, e foderato d'ermellino.

L'associazione del cadavere fu fatta da monsignor Morali, arcivescovo di Firenze, che aveva avuto soltanto l'invito di trovarsi in San Lorenzo ad attendere il morto.

Terminate le funzioni religiose, dai soliti quattro camerieri, dai ciambellani e da tutte le cariche e guardie del corpo il cadavere fu portato nella cappella dei depositi, ove trovavansi l'avvocato regio Giuseppe Francesco Cempini, cavaliere dell'ordine di San Giuseppe; il notaro procuratore regio Carlo Redi, e i due professori chirurghi di camera Boiti e Mazzoni. Quando i personaggi ivi presenti ebbero presi i loro posti, il principe Rospigliosi fece "la solenne consegna delle regie spoglie" ed il notaro Redi rogò l'atto al quale furono testimoni il consigliere Vittorio Fossombroni, segretario di Stato, il consigliere Don Neri dei principi Corsini, direttore della Segreteria di Stato; il consigliere balì Niccolò Martelli, cavallerizzo maggiore; e il consigliere duca Ferdinando Strozzi, maggiordomo maggiore della reale Sovrana. Terminato l'atto, il cadavere dai camerieri fu deposto nella cassa di piombo, già preparata con cuscini di Muer (sic) bianco, e depositati pure i visceri e il cuore.

Dal cameriere Nasi vennero tolti tutti gli ordini di cui era decorato l'estinto sovrano, restando solo con l'uniforme di maresciallo e la cappa magna di cavaliere di Santo Stefano.

Col cadavere vennero messe nella cassa due medaglie d'oro con l'effigie e lo stemma dell'estinto, unitamente ad una iscrizione biografica fatta dall'abate Giovan Battista Zannoni "antiquario regio" incisa in lamina di rame, ed altra simile scritta in pergamena riposta in tubo saldato.

Dai due professori Boiti e Mazzoni venne accomodato il cadavere ed imbalsamato il volto, e ricoperto com'è di costume.

Chiusa la cassa fu saldata da tutti i lati; e fatti quindi gli esperimenti soliti per riconoscere la perfetta saldatura, venne questa dagli addetti alla real guardaroba riposta in altra cassa di legno, foderata di velluto nero guarnito con gallone d'oro e chiusa a due serrature. Ciò fatto, le dette casse vennero rinchiuse in una terza di noce con spranghe d'ottone, e questa parimente fu serrata a due chiavi, delle quali una fu consegnata al principe Rospigliosi e l'altra al priore di San Lorenzo.

Durante la cerimonia dell'associazione e della tumulazione, le guardie del corpo, che erano schierate avanti la porta della chiesa, eseguirono tre scariche di pistola, a cui risposero alternativamente i granatieri e i fucilieri e l'artiglieria delle due fortezze.

Adunatosi il Magistrato dopo la morte del granduca Ferdinando III, "considerando essere un dovere di sudditanza il complimentare il nuovo Sovrano, fu deliberato di deputare i signori principe Don Cammillo Borghese, avvocato Luigi Vecchietti, Leopoldo Galilei e Gaetano Fanfani, unitamente al signor Gonfaloniere", di presentarsi in nome pubblico, e di tutta la città al nuovo Augusto Sovrano "S. A. I. e R. Leopoldo II per felicitarlo sulla di lui esaltazione al trono della Toscana; come pure a complimentare l'Augusta di lui sposa S. A. I. e R. la granduchessa Maria Anna Carolina, principessa di Sassonia".

In ricompensa di tali felicitazioni, il nuovo Granduca ordinò che le Comunità dello Stato per non aggravarle di spese fossero dispensate, "dall'esternare la loro devota venerazione al defunto Sovrano con solenni funerali, dovendosi soltanto questi celebrarsi a cura degli arcivescovi e vescovi in tutte le chiese cattedrali del Granducato".

Fra le chiese di Firenze, quella di San Giovannino "dei Religiosi delle scuole pie" si distinse nella solennità dei funerali; e la Comunità accordò ad essi "l'uso di quattro statue di gesso" per decorare il sarcofago, purché fossero poi restituite "nel primiero stato".

Se però il Comune risparmio le spese dei funerali ebbe a pagare al solito fuochista Girolamo Tantini quella di 800 lire "in stralcio di ogni sua pretensione ed indennità" per i fuochi d'artifizio già da lui preparati per la Torre di Palazzo Vecchio ove dovevano essere incendiati la vigilia di San Giovanni e che poi non lo furono per la sospensione delle feste attesa la morte del granduca Ferdinando.

Il bruno ordinato dalla corte per la morte del Sovrano fu nei primi sei mesi, per i consiglieri e per i ciambellani "abito di panno nero con bottoni di panno, con plurose (?) manichetti di tela batista, con orlo largo, calza nera, spada e fibbie brunite, velo al cappello e fiocco alla chiave". Nei secondi sei mesi, abito di panno nero con bottoni di seta, manichetti di trina, spada e fibbie di colore e calze nere.

Per le dame di corte il lutto prescritto per i primi sei mesi fu: "abito nero di lana con plurose; crestino e ornamenti da collo, e manichini di velo nero, ventaglio, guanti, scarpe e gioie nere". Nei secondi sei mesi "abito di seta con finimenti da testa e da collo di trine di filo, o di seta bianche; ventaglio, guanti e scarpe simili, e gioie".

Consimile bruno fu ingiunto "alla nobiltà dei due sessi; e alla ufficialità e guardie del corpo, tracolla di velo nero, e fiocco simile, alla spada".

Con la morte di Ferdinando III il governo della Toscana passò nelle mani del figlio Leopoldo II, e non si può dire che cadesse in buone mani, perché, sarà stato senza dubbio un fior di galantuomo, ma per fare il regnante non c'era chiamato. Tant'è vero, che fu l'ultimo dei granduchi di Toscana.

      

  

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Ultimo Aggiornamento: 05/01/99 23.29