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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

 

FIRENZE VECCHIA

STORIA - CRONACA ANEDDOTICA - COSTUMI

(1799-1859)

 

di: Giuseppe Conti

  

XVI

La nascita di un principe

e di una arciduchessa

Felicità coniugale - I principi Clemente e Giovanni di Sassonia a Firenze Si recano a Pisa - Clemente si ammala e muore - Trasporto della salma a Firenze - Mortorio e tumulazione in San Lorenzo - Nasce a' Pitti Ferdinando di Savoia - Nasce una figlia al principe Leopoldo - Gala di tre giorni.- Cerimonia solenne - Congratulazioni - Due fedi di battesimo Regali - Ospiti illustri - L'Arciduchessa "entra in santo".

Lo scopo del matrimonio di Ferdinando III, quello cioè d'assicurare la successione al trono, giacché il Principe ereditario non aveva ancora avuto figli, non fu raggiunto.

Con questo però, non si può dire che la seconda unione del Granduca non fosse avventuratissima, poiché tanto la nuova Granduchessa, che lui, erano sinceramente lieti di essersi uniti in matrimonio. Anche alla Corte di Sassonia erano molto soddisfatti d'aver così bene collocate le due principesse sorelle, le quali continuamente inviavano lettere alla famiglia, esponendo in tutte la loro felicità. I due fratelli principi Clemente e Giovanni fecero una gita a Firenze sulla fine del 1821, per salutare il Granduca e il principe Leopoldo loro cognati, ed abbracciare le sorelle. Non si può dire quanto giungesse gradita alla Corte la notizia di quella visita.

I due principi sassoni arrivarono in Firenze la notte del 20 dicembre 1821, ma essendo la Corte a Pisa, presero alloggio "all'albergo detto di Schneiderff, conservando un perfetto incognito".

Dopo un giorno di riposo, il principe Clemente e il principe Giovanni partirono per Pisa, dove furono accolti con la più gran sincerità d'affetto; ma la felicità deve far sempre paura!

La mattina del 10 gennaio il principe Clemente "diede segno di qualche incomodo di sua salute"; nonostante udì la messa nella chiesa di San Niccola, e poi si mise a passeggiare in Lung'Arno fino all'ora di pranzo. Non andò però a tavola perché fu costretto ad andare a letto, sebbene la sua non fosse "creduta malattia di conseguenza", tanto è vero che non fu nemmeno rimandato il ballo, che ebbe luogo la sera stessa, con gran ricevimento nel palazzo del Granduca.

Ma nonostante la fiducia dei medici, le cose non andavano bene. La mattina del 2 il malato peggiorò a segno, che furono subito "soprachiamati" i professori, archiatro Torrigiani e Vaccà, unicamente al medico curante del principe dottor Günz. Dopo il consulto fu levato sangue all'infermo parecchie volte, gli vennero attaccati vescicanti, e fatti senapismi essendo del tutto "in pieno delirio senza cognizione". Vennero rinnovate nel dì 3 le emissioni di sangue "con coppe a taglio, vescicante alla nuca e mignatte dietro alle orecchie". Il risultato di tutti questi strazi inflitti al povero principe in meno di quarantott'ore, fu quale c'era da aspettarsi. Alle tre e mezzo dopo mezzanotte, Sua Altezza Reale morì "senz'aver dato il più piccolo contrassegno di recuperato intendimento" e per conseguenza senza sapere chi si ringraziare!

L'angoscia delle sorelle e del Granduca, del Principe ereditario e del fratello, fu indescrivibile. Fu spedito a Dresda immediatamente l'aiutante di campo del defunto principe Clemente, capitano Krüncritz "in qualità di corriere" latore della triste nuova.

"Due giovani chirurghi" dello spedale di Pisa eseguirono l'imbalsamazione del cadavere, che, vestito poi della grande uniforme di stato maggiore dell'esercito sassone, fu rinchiuso in tre casse, "sigillate nelle fermature con sigillo nero della casa di Sassonia".

La mattina del giorno 5 fu fatto il mortorio nella chiesa di San Frediano, perché quella di San Niccola era in restauro, ed il dì 8 gennaio "in una delle gondole reali sotto la scorta d'un impiegato della Corte di Sassonia e d'un religioso agostiniano della chiesa di San Niccola di Pisa", fu spedita a Firenze la salma del principe, per essere depositata provvisoriamente nelle tombe reali di San Lorenzo.

La sera del dì 10, la gondola, che poi in fondo non era che un navicello addobbato, arrivò allo scalo d'Arno, e levata la cassa fu ricevuta dal priore di Santa Maria al Pignone, che in cotta e stola l'aspettava insieme a dodici fratelli della compagnia del Sacramento, ognuno col torcetto, e recatala nel mezzo di chiesa fu fatta l'associazione. Il giorno dopo, la mattina alle sette, la cassa fu messa in una lettiga di Corte. Il signor Müller, della Corte di Sassonia, ed il priore del Pignone in cotta e stola, l'accompagnarono dietro in carrozza fino a San Lorenzo, dove ne fecero la consegna a monsignor priore mitrato. Siccome poi, il re Federigo Augusto di Sassonia mandò a dire che desiderava che le spoglie mortali del defunto principe fossero conservate nelle tombe di San Lorenzo, così il Granduca diede ordine che la salma del principe Clemente fosse quivi seppellita, ordinando che fossero recitati, nella detta chiesa, "solenni notturni da morto con lo stesso sistema praticato dalla Corte nei semplici anniversari dei defunti sovrani".

La disgrazia della morte del principe Clemente di Sassonia, fu per la Corte di grande dolore; ma fu attenuato da una insperata notizia: quella della gravidanza dell'Arciduchessa ereditaria. La notizia fu divulgata con tanto più piacere, in quanto non si sperava più davvero di darla. E se fu contento Ferdinando III, contentissimo ne rimase il figliuolo Leopoldo, che si era trovato un po' piccato del secondo matrimonio del padre, avvenuto appunto per riparare, in certo modo, alla supposta sua insufficienza.

Da una parte parve così, che i due principi sassoni avessero portato fortuna alla arciduchessa Maria Carolina, che era addoloratissima di non far figli.

La lieta notizia fu comunicata al Magistrato civico dal Provveditore della Camera della Comunità con lettera del di 4 ottobre 1822 diretta al signor Gonfaloniere, """enunciante il biglietto dell'I. e R. Segreteria di Finanze de' 3 ottobre detto" con cui veniva ordinato che nell'occasione del parto di S. A. I. e R. l'Arciduchessa Maria Anna devano (sic) "aver luogo i soliti fuochi d'artifizio per tre sere consecutive" e l'illuminazione della cupola del Duomo. I signori priori, nell'adunanza del dì 13 novembre, avendo sentito che erano state date "dal loro signor Gonfaloniere" le disposizioni opportune, approvarono che fossero eseguiti detti fuochi ed illuminazione con splendido apparato, in veduta specialmente che trattavasi "del primo parto che poteva assicurare la successione al trono della Toscana". Deputarono quindi i signori marchese cavalier Leopoldo Feroni e Bernardo Pepi, affinché unicamente al signor Gonfaloniere si presentassero a S. A. I. e R. per esternare in nome pubblico la gioia per l'imminente parto della prefata A. S. I. e R. l'Arciduchessa Maria Anna.

Vedendo così colmi di gioia i signori priori, il Gonfaloniere ne approfittò per comunicare ad essi in quella stessa adunanza un manifesto inviatogli "per l'associazione" all'acquisto del busto in marmo di S. A. I. e R. Ferdinando III "Augusto Sovrano" e ne propose l'approvazione, "considerando esser cosa conveniente e lodevole l'avere nella loro sala di residenza la continua memoria dell'ottimo e benamato Sovrano".

Pare incredibile: ma fra tanta "pubblica gioia", uno dei dieci priori diede il voto contrario! Nonostante il Magistrato ordinò che "previo l'assenso da ottenersene nelle debite forme, la Comunità si associasse per avere il detto busto in marmo", per il prezzo di venticinque zecchini, a forma del manifesto del signor Domenico Perugi "direttore dello Stabilimento d'ogni sorta di sculture in marmo, fondato in Serravezza dal 10 ottobre decorso".

Frattanto come lieto presagio alla futura "real prole", avvenne il 18 novembre 1822 la nascita del secondo figlio della principessa Maria Teresa e di Carlo Alberto principe di Carignano.

La principessa partorì la sera alle dieci nel Palazzo Pitti, ed il granduca Ferdinando III volle essere personalmente il padrino del neonato.

La funzione del battesimo fu fatta il 16 detto, alle cinque, nel gran salone degli Stucchi, nel quale oltre i lumi all'altare erano accese tutte le lumiere. L'Arcivescovo amministrò il battesimo.

Al momento della cerimonia, il Granduca e il principe di Carignano si alzarono, e la maggiordama Filippi porse al padrino il neonato, dopo avergli tolto il nappo. Fatti dall'Arcivescovo i soliti esorcismi, il cerimoniere ecclesiastico diede il segno alla maggiordama Filippi di riprendere il neonato, che essa pose sopra una tavola già preparata e coperta d'un ricco tappeto, gli levò il cuffino e lo restituì al Sovrano. Dopo il battesimo gli rimise in capo il cuffino, ed il canonico Brunacci, primo cappellano e direttore della R. Cappella, consegnò alla maggiordama "una grandiosa medaglia d'oro, con l'impronta del nome di Gesù da una parte, e dall'altra San Giovanni al Giordano battezzando il Signore". Quella medaglia, che era il regalo dell'arciduchessa Maria Anna, fu dalla maggiordama Filippi posta al collo al neonato "unitamente ai brevi, pure regalati dalla Principessa ereditaria".

I nomi imposti al piccolo principe furono di Ferdinando, Maria, Alberto, Amedeo, Filiberto, Vincenzio, duca di Genova, che fu poi il padre di Sua Maestà la Regina d'Italia.

Pare che le due Principesse si fossero data l'intesa, e si fossero impegnate nella curiosa gara di quella fra loro che prima sarebbe stata madre. Ma se vinse l'arciduchessa Maria Teresa, il giubbilo del parto della ereditaria fu molto maggiore.

Alle tre e mezzo della mattina del 19 novembre 1822, essa diede alla luce "una Reale Arciduchessa". Immediatamente una guardia del corpo a cavallo andò alla fortezza da Basso per dare ordine che fosse eseguito "il concertato sparo dell'artiglieria" che, a quell'ora, chi sa come giunse gradito ai fedelissimi sudditi, svegliati così bruscamente sul più bello del sonno. Quindi fu subito ordinato di deporre il Sacramento nella cappella di Corte, all'Annunziata e a San Lorenzo, dove era stato esposto fino dalle dieci della sera innanzi, per impetrare la grazia di un parto felice.

Mezz'ora dopo partì il corriere Venni per recarsi a Verona, a portare tale lieta nuova alle Loro Maestà Imperiali, "ed altri sovrani ivi congregati"; e di lì proseguire alla Corte di Dresda. Vennero poi destinati per portare la notizia officialmente, il conte Guido della Gherardesca per Verona, ed il cavaliere Lorenzo Montalvi per Dresda.

La contentezza di tutta la Corte fu molto attenuata dallo stato della puerpera, la quale fece stare in pena fino alle dieci della sera, perché il parto non si completava. Ma alle dieci ogni pericolo scomparve, e la gioia non fu più trattenuta da nessuno ostacolo.

Il giorno seguente il maggiordomo maggiore rese noto ai Ministri esteri che la "Reale Arciduchessa" aveva dato alla luce un'altra "Reale Arciduchessa". L'avviso fu dato per mezzo di una "schedola" recata in persona dal primo furiere Giovanni Ceccherini.

Fu ordinata "una gala" per tre giorni, resa nova dal Gonfaloniere con notificazione a stampa; ed un'altra notificazione dello scrittoio delle Reali possessioni, annunziò che il Sovrano elargiva una libbra e mezzo (circa 500 grammi) di pane a testa, agli indigenti della popolazione di Firenze, ciò che forse fu accolto con maggior soddisfazione che la notizia della nascita della piccola arciduchessa.

Il battesimo fu stabilito per il giorno stesso 20 novembre, e dal segretario d'etichetta vennero consegnate "diverse memorie", al maggiordomo maggiore, alla maggiordama maggiore, al gran ciambellano, al maggiordomo e maggiordama della Reale Principessa, contenenti le istruzioni di ciò che ciascuno di loro doveva fare nella circostanza.

Il salone degli Stucchi fu ridotto a cappella con l'altare eretto sotto un magnifico trono; ed in una, stanza prossima fu preparata la sagrestia, affinché l'arcivescovo ed i suoi assistenti potessero ivi pararsi.

Il Granduca ordinò "di sua viva voce" al segretario d'etichetta, che nell'interno della detta sala, o cappella, non venisse ammessa che la sola nobiltà invitata in abito di spada, ed i soli sacerdoti assistenti dell'Arcivescovo, esclusa ogni altra persona non contemplata nei "percorsi inviti e intimazioni".

Alle nove e mezzo si apriron le sale del quartiere delle Stoffe, cominciando dalla sala delle Nicchie, sulla porta della quale stavan due guardie del corpo, e dove si riunirono tutte le persone invitate. Alla indicata ora giunse l'arcivescovo "con tre dignità" e col suo seguito e passò nella sala ridotta a sagrestia ove erano a riceverlo il primo cappellano direttore, i cappellani di Corte, ed il parroco di Corte, priore di Santa Felicita.

Quando fu vicina l'ora della funzione, il segretario d'etichetta mandò alla camera della "Reale puerpera" la bussola, seguìta da due ciambellani, da due paggi e da quattro guardie del corpo, "tutti destinati per il treno e convoio, della neonata arciduchessa". Fece quindi disporre due guardie del corpo all'altare e dalle altre venne formato la linea nell'interno del salone.

Appena che l'arcivescovo prese posto al suo faldistorio, il segretario d'etichetta invitò i Ministri esteri ad occupare i posti loro assegnati, nel tempo stesso che il furiere introduceva nella sala della funzione tutta l'uffizialità, la nobiltà e le dame, non di Corte né di anticamera. Quindi il segretario stesso, si recò nel quartiere della puerpera ove eran riuniti i sovrani, e notificò loro che tutto era pronto per la cerimonia.

Il Granduca, la Granduchessa, alla quale due paggi "sostenevano il lembo del manto", l'arciduca Leopoldo, l'arciduchessa Maria Luisa, il principe di Carignano, tutti con le loro cariche e ciambellani di servizio, "passando per le scale a pozzo" si recarono nel quartiere delle Stoffe "fiancheggiati" da quattro guardie del corpo.

Immediatamente la maggiordama maggiore, principessa Rospigliosi, entrò nella bussola e "la signora di camera della Real prole", Grisaldi Taia, le presentò la "Reale neonata". L'aiutante di camera Volkmann chiuse la bussola ed "il treno" partì dal quartiere della arciduchessa Maria Carolina, in quest'ordine: furiere e aiutante di camera; bussola con i suoi portantini e quattro staffieri assistenti, fiancheggiando la medesima i due ciambellani Giuseppe Rucellai e Cosimo Antinori; i due paggi Cammillo Anforti e Vincenzo Uguccioni, e quattro guardie del corpo. Quindi la signora di camera, e l’Acoucheur (!!) Giuseppe Fabbrini; la camerista della neonata, la donna di guardaroba, il camerazzo, la levatrice e la balia.

Dal corridore detto "degli Angiolini" si partì il corteo, preceduto dal corpo degli staffieri di Corte; e scendendo dalla grande scala, si recarono al quartiere delle Stoffe, mentre gli staffieri si fermarono per fare ala alla prima porta che dà ingresso alla sala delle Nicchie. Appena giunta la bussola, il segretario d'etichetta fece cenno al furiere d'invitare i signori forestieri presentati ed altri che godevan l'onore dell'anticamera, escluse le cariche, i consiglieri, i ciambellani e le dame di Corte, "di anticipare la loro marcia nella sala della funzione".

Fu quindi ordinato agli staffieri di Corte di fare ala dalla porta della sala delle Nicchie, fino a quella della funzione; e gli altri servitori delle cariche, dei ministri esteri e della nobiltà in generale, furon fatti scendere a basso nel loggiato del cortile.

Dalla sala delle Nicchie fino a quella della cerimonia, il corteo si formò nel seguente modo.

Paggi e Precettori; furiere e suo aiuto; camerieri di servizio, ciambellani, consiglieri, cariche di Corte, reali Sovrani fiancheggiati da quattro guardie, e due paggi che reggevano il manto della sovrana. L'arciduca Leopoldo aveva presso di sé il suo maggiordomo, col quale faceva coppia. L'arciduchessa Maria Luisa, che aveva pure a fianco il suo maggiordomo, era seguìta dal principe di Carignano col suo scudiere. Veniva dopo la bussola ed il seguito, la maggiordama Riccardi, le dame di servizio, quelle di Corte.

Giunta avanti la linea delle guardie del corpo la bussola, questa venne aperta dal ciambellano Rucellai, e ne uscì la maggiordama tenendo in braccio la neonata "superbamente vestita e coperta con ricchissimo nappo". I sovrani presero posto nel luogo loro indicato dal cerimoniere ecclesiastico, come pure "l'arciduca genitore". L'arciduchessa Maria Luisa ed il principe di Carignano rimasero al loro genuflessorio. L'Arcivescovo con le tre dignità ed il suo seguito, si partì dal suo faldistorio avvicinandosi in cornu epistolae. La maggiordama maggiore consegnò la neonata al maggiordomo maggiore, che la portò sulle braccia della Granduchessa, la quale faceva da comare per Sua Maestà l'imperatrice Maria Carolina. Rimase alla diritta di lei il Granduca "vicecompare" per Sua Maestà l'imperatore Francesco, ed alla sinistra della Granduchessa l'arciduca genitore.

Mentre l'arcivescovo tornato al suo faldistorio si accingeva alla cerimonia del battesimo, il maggiordomo maggiore riprese la bambina e la consegnò alla maggiordama la quale la posò su una tavola preparata; e con l'aiuto della signora di camera e l'assistenza delle donne di servizio, fu spogliata "in quanto occorreva per ricevere il battesimo". Ripresa poi la creatura dalla principessa Rospigliosi la passò al maggiordomo maggiore che la restituì alla Granduchessa. Saliti i sovrani sul ripiano del trono presso l'arcivescovo "sedente sulla predella in mezzo all'altare" questi fece le consuete domande e dopo aver recitate le rituali orazioni, amministrò il battesimo imponendo alla neonata i nomi di Maria, Carolina, Augusta, Elisabetta, Vincenza, Giovanna, Giuseppa.

Terminata la funzione, fu restituita la bambina nello stesso ordine alla maggiordama maggiore, che la rimise sulla tavola dove fu rivestita, e le vennero messi "i brevi, ed una superba medaglia d'oro con catena simile".

Fu dipoi cantato un solenne Te Deum "con scelta musica nelle due orchestre state erette nella sala". Durante il Te Deum, la piccola arciduchessa, con lo stesso ordine, fu riportata dalla mamma, che se la strinse al petto teneramente, potendone più il santo affetto di madre che l'etichetta di Corte.

All'intonare del Te Deum fu eseguito lo sparo dell'artiglieria dal forte di Belvedere, e dopo dalla fortezza da Basso.

Durante la cerimonia, rimasero presso la puerpera la maggiordama marchesa Teresa Rinuccini, la dama di compagnia, e la signora di camera Teresa Bonaini.

Dopo il Te Deum i sovrani e l'arciduca Leopoldo tennero circolo per ricevere le congratulazioni dei Ministri esteri, delle cariche, delle autorità e dei componenti le due anticamere.

Appena terminata la funzione del battesimo, partì subito per Verona il conte Guido Della Gherardesca, per recare alle Loro Maestà Imperiali la nuova del battesimo e quelle della salute della puerpera; ed il cavalier Lorenzo Montalvi. fu spedito alla Corte di Sassonia allo stesso oggetto.

Nella sera i sovrani in gran gala andarono al teatro della Pergola, vagamente illuminato, e dove era stato ordinato il servizio delle guardie nobili. Il pubblico appena vide comparire in palco i Sovrani "fece quei triplicati viva" che ormai parevano di prammatica.

Seguendo le regole della etichetta di Corte, il giorno appresso, 21 novembre, alle undici antimeridiane, il maggiordomo marchese Corsi e la maggiordama marchesa Rinuccini, si recarono in gala, nella anticamera delle Stoffe, ove rimasero fino al tocco per dare le nuove dello stato di salute della puerpera e della neonata, alla nobiltà che pure in abito di gala si presentò in gran numero.

I nomi delle persone che a mano a mano si presentarono, venivano scritti in tante note, sotto la sorveglianza del marchese Corsi, dal furiere e dall'usciere di servizio, poiché non usava firmarsi come si fa oggi. Tali note, firmate poi dal maggiordomo e dalla maggiordama, furon portate dal segretario d'etichetta al principe Rospigliosi, affinché le presentasse al Sovrano.

La mattina del dì 22 novembre "tanto il Gonfaloniere che i priori nobili e cittadini della Comunità si adunarono in numero di sei nelle stanze della foresteria del convento della SS. Annunziata, e alle undici si portarono insieme alle altre magistrature nella chiesa di detto convento, ove assistettero alla Sacra funzione per il rendimento di grazie all'Altissimo per il fausto avvenimento del felice parto di S. A. I. e R. l'Arciduchessa Maria Anna Carolina consorte del Principe ereditario, che aveva dato alla luce un'Arciduchessa".

Durante la funzione le milizie che erano schierate sulla piazza eseguirono lo sparo, come farebbe l'organo ad ogni versetto, e ad esse rispondeva l'artiglieria del forte da Basso.

Nel giorno stesso, cominciarono le presentazioni per le congratulazioni officiali. Dopo. mezzogiorno, dal gran ciambellano, furono presentati per i primi al Sovrano, il "gonfaloniere della Comunità" di Firenze, cavaliere conte Iacopo Guidi, e i due priori, marchese Leopoldo Feroni e Bernardo Pepi, i quali tornavano allora dalla chiesa della Santissima Annunziata.

Il 26 di novembre, con la stessa etichetta, venne presentata al sovrano la Deputazione della nazione ebrea di Firenze per felicitare S. A. della "nata prole". La Deputazione era composta del cancelliere Lampronti, e dei deputati Castelnuovo e Usigli, i quali si presentarono dopo al Principe ereditario.

Nel giorno stesso, per ordine della segreteria di Corte, fu incombenzato il segretario d'etichetta di rimettere a monsignore Arcivescovo, per mezzo del primo cappellano e direttore della real cappella canonico Brunacci, le appresso due minute di fedi, dei battesimi eseguiti nel reale palazzo, del tenore che segue:

Venerdì 15 novembre 1822, alle ore dieci di sera, nacque nel Reale Palazzo de' Pitti S. A. S. il Principe di Carignano al sacro fonte Ferdinando, Maria, Alberto, Amedeo, Filiberto, Vincenzio, figlio di S. A. S. il Principe Carlo Alberto del fu Duca Carlo Emanuelle Ferdinando, e di Maria Cristina di Sassonia Principessa di Savoia Carignano; e di Sua Altezza Imperiale e Reale l'Arciduchessa Maria Teresa, figlia di S. A. I. e R. l'Arciduca d'Austria Principe Reale d'Ungheria e di Boemia, Granduca di Toscana Ferdinando Terzo, e della defunta Granduchessa di Toscana Infanta di Spagna Luisa Amalia di Borbone. Fu battezzato solennemente nella sala detta degli Stucchi, nel Reale Palazzo di Residenza della Real Corte di Toscana, da Monsignore Arcivescovo Pier Francesco Morali, circa le ore cinque pomeridiane del dì 16 novembre 1822.

Compare S. A. I. e R. il Granduca di Toscana Principe Reale d'Ungheria e di Boemia, Arciduca d'Austria Ferdinando Terzo del fu Pietro Leopoldo Secondo, Augustissimo Imperatore.

Martedì 19 novembre 1822, alle ore tre e un quarto di mattina, nacque nel Real Palazzo di Residenza detto dei Pitti, S. A. I. e R. l'Arciduchessa Maria, Carolina, Augusta, Elisabetta, Vincenzia, Giovanna, Giuseppa, figlia di S. A. I. e R. l'Arciduca Leopoldo Giovanni, di S. A. I. e R. il Granduca di Toscana Principe Reale, d'Ungheria e di Boemia, Arciduca d'Austria, Ferdinando Terzo, e della defunta Granduchessa di Toscana Infanta di Spagna Luisa Amalia dei Borboni coniugi; e di S. A. I. e R. l'Arciduchessa Maria Anna Carolina di S. A. R. il Principe Massimiliano di Sassonia, e della fu Infanta di Spagna Carolina Maria Teresa di Parma; e fu battezzata solennemente nella sala detta degli Stucchi da Monsignore Arcivescovo di Firenze Pier Francesco Morali. circa le ore undici della mattina del dì 20 novembre 1822.

Li furono Patrini S. M. l'Imperatore Francesco Primo del fu Imperatore Leopoldo Secondo, e S. M. l'imperatrice Carlotta Augusta di S. M. il Re di Baviera Massimiliano Giuseppe. E per Essi fu tenuta al sacro fonte da S. A I. e R. il Granduca Ferdinando Terzo Principe Reale di Ungheria e di Boemia, Arciduca d'Austria del fu Augustissimo Imperatore Leopoldo Secondo, e da S. A. I. e R. la Granduchessa di Toscana Maria Ferdinanda Amalia di S. A. R. il Principe Massimiliano di Sassonia.

Le spese occorse per solennizzare dal Comune così fausto avvenimento, furono di 124 lire per l'assistenza prestata da diversi picchetti nelle sere che furono incendiati i fuochi di gioia e d'artifizio sulla Piazza del Granduca e alla Torre di Palazzo Vecchio; ed altre lire 74,13.4 vennero pagate al magazziniere Bernardino Pratellesi per i fanali accesi ai merli e alla Torre di Palazzo Vecchio e per le fastella incendiate sulla piazza.

La spesa più grossa fu quella per il fuochista Girolamo Tantini, il quale per i fuochi d'artifizio incendiati nelle tre sere dei 20, 21 e 22 novembre presentò un conto piuttosto ardito. Ma avendo il Magistrato incaricato di verificare le note il collega signor Carlo Azzurrini unicamente all'ingegnere Veraci, dopo un rapporto di quest'ultimo e sul parere dell'altro collega Ignazio Carcherelli fu liquidato il conto del Tantini in lire 3920 "non tanto per saldo dei fuochi come sopra incendiati, quanto per tutti gli altri oggetti preparati molto tempo prima di detto parto e da esso (Tantini) asseriti andati a male".

Pare che il Magistrato nel suo eccessivo zelo avesse fatto male i conti sulla gravidanza dell'Arciduchessa!...

Cessate finalmente tutte le cerimonie imposte dalla etichetta, la mattina del 28 novembre il granduca Ferdinando insieme alla Granduchessa, per la via di Bologna andò a Verona a far visita al fratello imperatore Francesco, con un seguito di 34 persone, compresi gli staffieri, il servizio di credenza, di cucina ed altri serventi.

Da questo viaggio tornò a Firenze la sera del dì 11 dicembre alle sei e un quarto, e la mattina del dì 13 furono palesati i regali fatti dall'Imperatore Francesco in occasione del parto. Alla puerpera, Reale Arciduchessa Maria Anna, un finimento da testa e da collo e suoi pendenti di bene scelti smeraldi e grossi brillanti; alla Reale neonata, un grosso filo di brillanti; alla marchesa Teresa Rinuccini, una maniglia da petto di opale contornata di brillanti; all'arcivescovo Morali, una croce d'amatista contornata di brillanti; all'archiatro dottore Torrigiani, un anello con cifra di brillanti; al conte Guido Della Gherardesca, una scatola d'oro contornata di scelti brillanti; al chirurgo Fabbrini, un anello di brillanti; alla signora di camera Bonaini, settantasette zecchini; alle cameriste Werner e Passerini, cinquanta zecchini ognuna; alle donne di guardaroba, Cutani, Angiolini e Wincler, ed ai serventi di camera, Santini e Gambacorti, trentaquattro zecchini per ciascuno. Ai tre staffieri della camera della Reale puerpera, diciannove zecchini ognuno. Alla signora di camera della neonata, trentacinque zecchini. Alla levatrice ed alla prima balia, settantacinque zecchini per una; trenta zecchini alla seconda balia, e trentacinque al clero assistente al battesimo.

La Corte granducale di Toscana passò in quel tempo un periodo di vera felicità, e continue erano le visite dei principi e sovrani esteri. La principale fu quella del Re di Prussia Federico Guglielmo III, che viaggiava sotto il nome di Conte di Ruppin, il quale arrivò in Firenze la sera alle quattro del 14 dicembre e smontò alla piccola locanda di Schneiderff con il suo ciambellano e ministro di Stato Principe di Sayn e Wittgenstein.

Il principe Rospigliosi andò a complimentarlo in nome del Granduca, e fu impostata la guardia d'onore dei granatieri, che fu dal Re accettata.

Alle sette andò ad ossequiarlo in persona il Granduca, e si trattenne con lui circa mezz'ora.

La sera dopo, a Corte, vi fu "ristretta conversazione", e quindi fu apparecchiata una lauta cena, alla quale intervenne pure il Re di Prussia, ed altri principi e personaggi esteri. Il 16 dicembre S. M. andò a far visita alle due puerpere, arciduchessa Maria Anna e principessa di Carignano, presso la quale si trovava a riceverlo anche il principe Carlo Alberto, in compagnia del suo scudiere.

Dopo desinare andò a visitar la galleria, e la mattina del 17 alle sei e tre quarti partì per Bologna, diretto a Venezia.

Nella prima mezza festa di Ceppo, ossia il 26 dicembre, arrivarono i principi Guglielmo e Carlo Alessandro di Prussia, e furono invitati a pranzo a Corte, ove intervennero in abito di confidenza.

La sera del giorno stesso, alle sette e mezzo, le dame di Corte furono ricevute dalla Arciduchessa ereditaria, per complimentarla del termine del suo felice puerperio.

Il 28 dicembre, alle ore undici della mattina, S. A. I. e R. l'arciduchessa Maria Anna scese nella cappella di Corte preceduta dal ciambellano di servizio Ottaviano Compagni, dai due ciambellani fissi cavalier Lorenzo Montalvi e Giovanni Ginori, e servita dal suo maggiordomo marchese Tommaso Corsi e dalla sua maggiordama marchesa Teresa Rinuccini. Quivi l'Arciduchessa privatamente entrò in santo, "avendo fatta una tal funzione il primo cappellano direttore canonico Brunacci, con la sola assistenza di due chierici". Fu presente alla cerimonia il "Reale Arciduca"; ed appena terminata, i due Principi salirono alla consueta tribuna, ove si riunirono alla "Reale Sovrana". Non comparve il "Reale Sovrano" perché era andato a caccia alle Cascine dell'Isola. Dopo ascoltata la messa piana gli Arciduchi e la Granduchessa tornarono ai rispettivi loro quartieri.

      

  

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Ultimo Aggiornamento: 05/01/99 23.23