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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

 

FIRENZE VECCHIA

STORIA - CRONACA ANEDDOTICA - COSTUMI

(1799-1859)

 

di: Giuseppe Conti

  

XV

Il matrimonio del Granduca

Comunicazione ufficiale - Un dubbio risolto dall'Arcivescovo - Appello del principe Massimiliano - Questione di etichetta - Terzo inciampo - Elargizioni di doti - Atto di renunzia - Cerimoniale e notificazioni - L'addobbo della Metropolitana - L'arrivo dei Sovrani - Le nozze - Ritorno a Palazzo Pitti - I fuochi sulla torre di Palazzo Vecchio e I' illuminazione della Cupola del Duomo - Benedizione nuziale - Feste e divertimenti.

Ferdinando III comunicò personalmente al maggiordomo maggiore, principe Rospigliosi ed al gran ciambellano Antinori, che egli avrebbe sposata la principessa Maria Ferdinanda di Sassonia il giorno 6 maggio 1821.

Perciò incaricava essi stessi di dare le necessarie disposizioni per la solenne cerimonia, sottoponendo preventivamente alla sua approvazione tutte le relative proposte.

Frattanto siccome il Comune non poteva rimanere indifferente di fronte a siffatto avvenimento, così nell'adunanza del 21 aprile 1821, dal signor Gonfaloniere fu proposto al Magistrato straordinariamente convocato "di offrire una qualche festa pubblica per esternare la comun gioia, nella fausta circostanza del matrimonio di S. A. I. e R. l'augusto Sovrano con la Principessa Maria Ferdinanda di Sassonia". Il Magistrato "riconosciuta molto plausibile e doverosa una tale proposizione, autorizzò lo stesso signor Gonfaloniere ad offrire in nome pubblico della città alla prefata I. e R. Altezza Sua lo spettacolo della corsa dei cocchi sulla Piazza di Santa Maria Novella, una festa di ballo da darsi nelle stanze dell'Accademia delle Belle Arti dette del Buon Umore e suoi annessi, con l'ingresso ai nobili, cittadini, impiegati ed altre persone decentemente vestite, e contemporaneamente una festa di ballo campestre nella prossima piazza di San Marco coll'illuminazione delle strade contigue alla medesima, per dar luogo anche al basso popolo, che non potrebbe avere accesso a dette stanze del Buon Umore, di rallegrarsi in così fausta ricorrenza. Accettata che fu questa offerta, il signor Gonfaloniere fu autorizzato di dare tutte le disposizioni perché le feste fossero eseguite "con dignità corrispondente all'oggetto".

Ed il 23 aprile il Provveditore della Camera delle Comunità con lettera diretta al gonfaloniere Tommaso Corsi, gli rese nota "la graziosa accoglienza di S. A. I. e R. al contrassegno di devozione e attaccamento verso la sua sacra persona" come risultava dalla deliberazione "con la quale il Magistrato civico esternava il desiderio di potere accompagnare con qualche dimostrazione adeguata la pubblica gioia" in occasione delle imminenti nozze, essendosi degnato il graziosissimo Sovrano di accettare le feste offerte.

Il 1° di maggio l'avvocato Regio annunziò al Magistrato civico, che veniva dispensato dall'assistere nella mattina del dì 6 corrente, giorno natalizio di S. A. I. e R. alla messa dello Spirito Santo nella Metropolitana, ove doveva intervenire nel dopo pranzo del giorno stesso per la funzione del fausto matrimonio dell'I. e R. Altezza Sua.

Ma verificandosi spesso che qualche priore, nobile o cittadino, faceva da sordo non intervenendo alle pubbliche cerimonie, e tale mancanza essendo talvolta attribuita ad opinioni politiche diverse da quelle che i signori priori dovevano avere, nell'adunanza del 3 maggio 1821 fu partecipata dal Gonfaloniere ai signori Priori medesimi la circolare dell'uffizio generale delle Comunità del dì 6 aprile precedente, contenente le sovrane dichiarazioni che i residenti nelle Magistrature comunitative che d'allora in poi mancassero di intervenire alle adunanze votive, ed alle gite per funzioni sacre e feste solenni, si intendessero soggetti alla multa di lire due per ogni mancanza!

Quello intanto era il baleno. Il tuono doveva venir dopo!

Ma non venne: perché, ora quello ora quell'altro dei signori Priori, qualcuno all'adunanze mancava sempre. E quando poi, quasi ognuno ebbe la sua brava dose "di appuntature o multe" fecero al Magistrato, ossia a loro stessi, la domanda del condono, che fu concesso, e così si assolvettero scambievolmente.

Un argomento che diede subito molto da fare al principe Rospigliosi ed al gran ciambellano Antinori, fu quello di sapere se l'inviato straordinario della Corte di Sassonia, conte Einsiedel, come protestante, avrebbe potuto far da testimone "alla dazione dell'anello", secondo il desiderio del principe Massimiliano.

Il Rospigliosi non era di parere uguale all'Antinori: perciò stabilirono di sottoporre il quesito all'Arcivescovo, inviando presso di lui personalmente il segretario d'etichetta.

L'Arcivescovo mandò in risposta, la seguente decisione che egli stesso dettò al segretario inviatogli.

Monsignore, unitamente al Vicario Glardoni, arcidiacono Carlini e canonici Galotti e Cantini, credono che non possa ammettersi per testimone un protestante alla celebrazione del matrimonio, perché dipendendo sostanzialmente la validità del medesimo dalla presenza del parroco e testimoni a forma del Sacro Concilio di Trento; e trattandosi di un sacramento, sarebbe lo stesso che comunicare in divinis con un protestante, lo che è espressamente vietato dalla Chiesa cattolica.

Il principe Rospigliosi, avuta questa risposta, andò immediatamente a Palazzo Vecchio dove alloggiava con le due figlie il principe Massimiliano, e gli fece noto il divieto dell'Arcivescovo ad ammettere per testimone il conte Einsiedel. Il principe, che non ne rimase persuaso, si recò personalmente dall'Arcivescovo per farlo recedere dalla presa determinazione; ma non vi riuscì. Ottenne soltanto che il testimone della sposa sarebbe stato il marchese Piatti, e che l'inviato straordinario avrebbe assistito alla cerimonia, prendendo posto nel genuflessorio dei ministri esteri.

Appianata questa difficoltà, ne sorse un'altra più seria.

Essendo stato stabilito, e dal Granduca approvato, che la sposa, la quale doveva essere accompagnata dal padre, sarebbe stata ricevuta alla porta della Metropolitana dalle dignità ecclesiastiche, che le avrebbero presentata l'acqua santa, e da due ciambellani, i componenti il Capitolo reclamarono subito tutti inviperiti contro l'invito per le quattro dignità ecclesiastiche per ricevere la sposa e il Sovrano, "pretendendo d'andarvi tutti in corpo o almeno con esse i canonici curaioli".

Il segretario d'etichetta rispose che i canonici, secondo il sistema seguìto in circostanze consimili, dovevan restare nei loro stalli in coro, e che soltanto quattro dignità ecclesiastiche dovessero ricevere i Sovrani.

Non persuasi i reclamanti, ricorsero direttamente al maggiordomo maggiore dicendogli a tanto di lettere che i canonici capitolari e curaioli avevan diritto quanto le quattro autorità ecclesiastiche, le quali, volere o non volere, dipendevano in parte anch'esse dal Capitolo; e che la sola consuetudine non bastava a togliere ad essi i diritti di buonificenza stabilita dai regolamenti del Capitolo stesso.

Il Rospigliosi seccato di questo nuovo inciampo, per le solite bizzose vanità e ripicchi, incaricò il segretario di etichetta di portarsi dall'Arcivescovo, pregandolo a sbrigar lui tale faccenda, intendendo però che dovesse rimaner fermo che i canonici a ricevere i Sovrani non dovessero esser più di quattro.

L'Arcivescovo, che conosceva i suoi polli, non volle prendere nessuna risoluzione. Comunicò ai reclamanti la risposta del maggiordomo maggiore, perché se la sbrigassero fra di loro, ché lui non dava nessun voto.

I canonici si riunirono daccapo; ma vedendo che non potevano spuntarla per un verso, vollero spuntarla per un altro. Decisero perciò che stava bene che le sole quattro dignità ecclesiastiche avrebbero ricevuto i Sovrani; con questo però: che nessun altro doveva precederli, come negli altri servizi di chiesa: per conseguenza tutto il corpo diplomatico, le magistrature e la Corte nobile, dovessero restar fermi nell'interno del coro.

E così anche questa difficoltà fu appianata. Ma neanche a farlo apposta, ne sorse un'altra, di poca entità è vero, ma pure ci fu. A questa però venne rimediato con una finzione diplomatica.

Il conte Einsiedel che s'era rassegnato per forza, ma con la bocca amara a non far da testimone, si credeva una specie d'autorità, tanto più che per la cerimonia in chiesa gli venne assegnato il posto tra i ministri esteri. Perciò fece domanda che "le persone di suo servizio potessero assistere al matrimonio fra le persone addette alle due Corti". La domanda parve eccessiva, tanto più che lo stesso Einsiedel era stato così rigoroso, in fatto d'etichetta, da fare assegnare al consigliere Kindermann, contro il parere del marchese Piatti e del Rospigliosi, il posto fra i segretari di Legazione, anziché fra quelli dei ministri esteri, adducendo che il Kindermann era "un semplice incaricato per l'unico atto della renunzia da farsi dalla sposa sulle ragioni del trono di Sassonia".

Voleva perciò che quel posto dovesse spettare invece al barone di Budberg, come segretario aggiunto alla sua missione. Il Kindermann non voleva cedere; ma finalmente fu accomodato anche lui, e fu messo fra i forestieri presentati.

Ma per tornare alla pretesa affacciato dall'Einsiedel, il consigliere segretario di Stato Fossombroni, per non destar la suscettibilità e al tempo stesso non urtar quella delle cariche di Corte, vedendosi messo alla pari delle persone di servizio del ministro sàssone, stabili zitto e cheto col segretario d'etichetta che questi figurasse d'essersi dimenticato della domanda dei biglietti: e così fece.

Il conte Einsiedel si riscaldò rimproverando il segretario d'etichetta della mancanza di riguardo che gli si era usata: ma il segretario, essendosi umilmente accusato d'essersene dimenticato, la cosa finì lì.

Già dal 27 d'aprile era stato dato ordine ai due segretari Corsi e Bonaini di fare il regolamento del cerimoniale da seguirsi nella cattedrale, e di dare le disposizioni per l'addobbo della chiesa e la collocazione "delle differenti classi" che sarebbero intervenute alla funzione.

Frattanto il Commissario degli Innocenti notificò che il Granduca nella fausta occasione del suo matrimonio avrebbe fatto distribuire cinquecentosessanta doti ad altrettante fanciulle dai 18 ai 25 anni, delle quali doti dugentosette a nomina, di scudi venti; e trecentocinquantatré di scudi quindici per estrazione, ciò che fece aumentare le benedizioni dei sudditi, specialmente di quelli che avevan delle figliuole da marito.

Il 4 maggio, a mezzogiorno, ebbe luogo in Palazzo Vecchio l'atto di renunzia della principessa Maria Ferdinanda di Sassonia. Ferdinando III alle undici si partì da Palazzo Pitti in carrozza a pariglia, in compagnia del maggiordomo maggiore e del gran ciambellano. La funzione si fece "nella stanza gialla" del quartiere di Leone X, alla presenza del Granduca, del principe Massimiliano di Sassonia, del ministro di Sassonia, del principe Rospigliosi e del senatore Antinori.

Nel mezzo della sala era stata preparata una tavola "con strato di velluto ricco" sulla quale era stato posto un crocifisso fra due candelieri accesi ed il libro degli Evangeli. Un calamaio d'argento ed una bugia per apporre i sigilli di ceralacca all'atto di renunzia, del quale, appena rogato, ne venne fatta lettura dal Consigliere aulico e tesoriere della Corte di Sassonia Kindermann.

In quei giorni tutta Firenze pareva trasformata. Era un viavai di carrozze di Corte, di principi, di ciambellani e di segretari da Palazzo Pitti a Palazzo Vecchio, all'Arcivescovado, alle case dei ministri esteri, e via dicendo.

Tutto questo per trasmettere ordini, concertare cerimoniali, e stabilire etichette.

Fino dal 2 maggio, furon trasmesse all'Arcivescovo le bolle pontificie di dispensa, i titoli e i nomi dei due reali sposi ed i nomi e titoli dei testimoni.

Nel giorno stesso il segretario d'etichetta, che doveva desiderare, poveretto, d'arrivar presto alla fine di tutta quella baraonda, d'ordine del maggiordomo maggiore e del gran ciambellano, si portò dalle cariche di Corte, maggiordomi e maggiordame dei differenti sovrani, per informarli di ciò che dovevan fare nell'atto della funzione e dei posti che dovevano occupare tanto nelle carrozze "del convoio" quanto nell'interno della chiesa.

A tutte le cantonate e alle colonne del portico degli Uffizi che guarda l'Arno furono attaccate diverse notificazioni fra le quali quella del Gonfaloniere di Firenze che invitava gli abitanti della piazza e sdrucciolo de' Pitti, via Maggio, via de' Legnaioli, via de' Tornabuoni, via de' Rondinelli, via de' Cerretani e piazza del Duomo, da cui sarebbe passato il Granduca, non meno che gli abitanti di via de' Leoni, piazza di San Firenze, via del Proconsolo, via de' Balestrieri e piazza del Duomo dalla parte dell'Opera, di dove aveva a passare la principessa sposa, di ornare il 6 maggio le loro finestre di arazzi o tappeti, dalle quattro pomeridiane fino al ritorno dell'augusta comitiva al Palazzo Pitti.

Con la stessa notificazione si annunziavano le feste che avrebbero avuto luogo nel dì 7 e nel dì 8, e si preveniva il pubblico che nelle sere di quei due giorni e del precedente non sarebbe stato pagato il consueto pedaggio alle porte. Questa forse fu la disposizione più gradita di tutte, come quella che dava agli abitanti dei sobborghi e dei villaggi prossimi a Firenze una tregua di libertà alla schiavitù continua di vedersi chiusi fuori!

Fu affissa pure un'altra notificazione dal Soprintendente generale delle Reali Possessioni, per invitare i parrochi della città, d'ordine del Sovrano, a rimettergli una nota esatta degli indigenti meritevoli della gratuita distribuzione del pane, nella misura di una libbra e mezzo (circa 500 gr.) a testa.

Un'altra notificazione del Presidente del Buon Governo, sempre in esecuzione degli ordini sovrani, annunziava che veniva permesso l'uso delle maschere nei giorni 7 e 8 maggio dopo le ore ventiquattro, non tanto ai teatri quanto in qualunque altro luogo di festa o di pubblico concorso.

Il 3 di maggio 1821, dal gran ciambellano venne ordinato al priore Leonardo Martellini di portarsi personalmente dai reali principi di Danimarca, che si trovavano in Firenze, per renderli notiziati che la funzione dell'anello matrimoniale del real sovrano sarebbe seguìta nella chiesa metropolitana nel dopo pranzo del 6 maggio, alle ore sei.

La vigilia del matrimonio, dal segretario del dipartimento di Corte, Andrea Bonaini, furono consegnati personalmente all'Arcivescovo gli anelli da benedirsi nella celebrazione delle nozze; e dalla segreteria di Stato venne partecipato che a ricevere i ministri esteri ed i forestieri presentati, erano stati destinati il cavaliere Emilio Strozzi e il marchese Girolamo Bartolommei; per ricevere la nobiltà, il cavalier Giovan Battista Gondi, il cavalier Filippo Uguccioni ed il cavalier Luigi Viviani; ed infine per ricevere la cittadinanza, che avrebbe avuto ingresso dalla porta della canonica, i signori Marco Moretti, Giovan Battista Morrocchi ed Emanuele Fenzi. Questi ultimi dovevano essere coadiuvati da due cognitori "per negare il passo a chi non convenga".

Le due porte laterali, sulla piazza, eran riservate "al popolo decentemente vestito".

La direzione dell'addobbo nell'interno della chiesa fu affidata all'ingegnere Bellini "sotto la sorveglianza" dell'arcidiacono Ugolino Carlini, come primo rappresentante il Capitolo del Duomo.

Ed anche prescindendo dalla "sorveglianza" dell'arcidiacono, l'ingegnere Bellini sfoggiò tanto buon gusto, che i principi e il popolo ne rimasero entusiasti.

"Il vasto tempio" così scrive un diarista di Corte con uno stile tanto tronfio, che pare il doppio di Santa Croce "offriva un vago colpo d'occhio, essendo ornato con eleganza e splendore da più migliaia di lumi simmetricamente disposti in lumiere, speroni, candelabri, viticci, e raddoppiati trionfi sì alle pareti, arcate e colonne, non meno che nelle interne cappelle della crociata, state tutte vagamente apparate con diversi drappi in più colori".

"Le pareti delle due navate eran riccamente ornate di superbi arazzi, staccati gli uni dagli altri, che comparire facevano un ornamento di ben disposti quadri, ove lo sguardo spaziare potevasi nelle immense figure rappresentanti varie storie sacre e profane".

Finalmente si giunse al giorno desiderato dalla real coppia - per quanto lo sposo fosse parecchio stagionato - né forse meno desiderato fu dal popolo, ansioso sempre di spettacoli e di divertimenti.

Tutta la città era in festa: ad ogni finestra, ad ogni terrazzo c'eran tappeti ed arazzi bellissimi, specialmente alle case delle vie da percorrersi dal corteggio nuziale; e la folla durava fatica ad esser contenuta dietro le doppie file di soldati, che a mano a mano andavano schierandosi.

Alle sei doveva celebrarsi il matrimonio, ma alle cinque gli invitati ed il popolo avevan già stipata Santa Maria del Fiore, e i granatieri erano allineati facendo spalliera, nella corsia di mezzo, in doppia fila, coi loro uffiziali.

All'interno e all'esterno del coro faceva servizio il corpo degli anziani, ed in semicerchio dietro gli inginocchiatoi dei due sposi, un distaccamento di guardie del corpo a piedi.

Le porte erano state "guarnite" di sufficiente numero di truppa e "sorvegliate" dalle persone incaricate di ricevere gli invitati, e dai "cognitori".

Nelle due grandi orchestre avevan preso posto "i professori di canto e di suono" che dovevan cantare il Te Deum ed eseguire "diverse sinfonie" all'arrivo e alla partenza dei sovrani.

Ad accrescer l'apparato esteriore della solennità contribuirono alcuni reggimenti austriaci che si trovavano di passaggio in Firenze: cosa non insolita, perché con una scusa o con l'altra c'eran sempre i tedeschi tra i piedi! Questa truppa comandata dal luogotenente generale barone Di Stattekeim fu cosi schierata "in doppi ranghi": il reggimento "San Julien", lungo l'Arno dalla parte di tramontana, "presso la locanda di Schneiderff" occupando lo spazio dal ponte a Santa Trinita a quello della Carraia; il reggimento "Arciduca Ferdinando" da quest'altra parte dell'Arno lungo il palazzo Corsini fino al Casino de' Nobili: il reggimento reale "d'Inghilterra" dal palazzo Feroni fino al palazzo Strozzi; e sulla piazza San Gaetano il reggimento "Cacciatori dell'Imperatore".

Alle cinque e mezzo adunatisi gli illustrissimi signori Priori nobili e cittadini della Comunità di Firenze, in completo numero nelle stanze del Regio Ufizio del Bigallo, si portarono insieme con le altre magistrature nella chiesa della metropolitana per assistere alla sacra funzione della celebrazione del matrimonio di S. A. I. e R. "l'amatissimo sovrano" con S. A. R. la principessa Maria Ferdinanda di Sassonia facendo le veci di Gonfaloniere il signor conte Iacopo Guidi primo priore nobile, per essere il Gonfaloniere signor marchese Corsi di servizio in qualità di maggiordomo delle LL. AA. II. e RR. gli Arciduchi.

Alle sei pomeridiane precise i cannoni di Belvedere e quelli da Basso diedero il segno della partenza del Sovrano da Palazzo Pitti. Nel tempo stesso le campane di tutte le chiese suonarono a distesa, facendo la solita gazzarra festosa e anche di confusione.

Mentre da' Pitti partiva il Granduca, da Palazzo Vecchio usciva il principe Massimiliano di Sassonia con la sposa e l'altra figlia. Il corteggio si mosse dalla porta di via de' Leoni e prese per via del Proconsolo, via de' Balestrieri, dall'Opera e piazza del Duomo. Precedeva un plotone di cacciatori a cavallo, un battistrada con livrea di gala, ed una muta a

sei cavalli dov'erano il marchese Emilio Piatti e la contessa Renaud. Agli sportelli uno staffiere e un "garzone di muta". Nella seconda carrozza il principe Massimiliano, la principessa Maria Ferdinanda e la principessa Maria Amalia. Un uffiziale di scuderia, uno staffiere e un garzone di muta stavano agli sportelli. Dietro un altro plotone di cacciatori a cavallo.

Alla porta del Duomo il principe Massimiliano e le figlie furono ossequiati e ricevuti dai due ciambellani senatori Marco Covoni e Silvestro Aldobrandini, e dalle quattro autorità ecclesiastiche; quindi preceduti dal maggiordomo Piatti e dalla dama di compagnia Renaud, furono accompagnati al loro genuflessorio per attendere il Sovrano. Quasi contemporaneamente arrivarono i principi di Danimarca ricevuti dai ciambellani loro destinati.

L'Arcivescovo era già al suo faldistorio, circondato dagli assistenti; e dal segretario d'etichetta venivano accompagnati ai loro posti nell'interno dei coro i ministri esteri, le cariche di Corte, le dame, le magistrature e i canonici.

Da un momento all'altro si attendeva l'arrivo del Sovrano. Nel vasto tempio imperava un silenzio solenne, interrotto a quando a quando da un sommesso bisbiglio allorché arrivava qualche personaggio, ed una commozione generale pareva che andasse adagio adagio prendendo gli animi. Di lassù dall'altar maggiore l'effetto era stupendo. Quelle due file di granatieri col morione alto, di pelo, e le giubbe bianche; quello spazio vuoto fin laggiù alla porta, che tutta spalancata lasciava vedere il San Giovanni e la piazza deserta, poiché la folla era tenuta indietro dai soldati, faceva un effetto straordinario. E più che altro lo facevano l'incessante scampanio delle chiese e le cannonate che rimbombavano sordamente, cupamente per le ampie vòlte della cattedrale.

Ad un tratto le bande suonarono, gli uffiziali diedero dei comandi, ed un fremito scosse le fibre di tutti.

Il Sovrano stava per arrivare. Come una visione si vide passare sullo sfondo fra la porta e il San Giovanni un drappello di dragoni, al trotto, che venendo da parte del Canto alla Paglia, andò a piazzarsi dal sasso di Dante: quindi due battistrada in livrea di gal a e le livree a piedi del duca Strozzi, del balì Martelli, del senatore Antinori. del principe Rospigliosi e del Granduca.

Dalla prima carrozza scese il cavalier Luigi Gerini, il marchese Francesco Guasconi, il cavalier priore Leopoldo Ricasoli, il cavalier Lorenzo Montalvi. Dalla seconda il principe Rospigliosi, il senatore Antinori, il balì Martelli; e dalla terza il Granduca Ferdinando III, solo.

Dopo la carrozza del sovrano passò una brigata a cavallo di guardie del Corpo.

Subito dopo la carrozza del Gran principe Ereditario, il quale scese dando braccio alla consorte arciduchessa Maria Anna. Dalla quinta carrozza scesero il principe Carlo Alberto di Savoia Carignano e la moglie Maria Teresa. Dalla sesta l'arciduchessa Maria Luisa, la marchesa Francesca Riccardi ed il conte Alessandro Opizzoni. Dalla settima la principessa Rospigliosi, il duca Ferdinando Strozzi, il marchese Tommaso Corsi e la marchesa Teresa Rinuccini. Dall'ottava la contessa Filippi, il conte Della Marmora, la baronessa Gebsattel e la contessa Lopuska.

Il distaccamento di cacciatori a cavallo che chiudeva il corteggio si pose in ordine dietro all'ultima carrozza, essendosi tutte le mute disposte in nuovo ordine per il ritorno a Palazzo Pitti.

Prima che giungesse il Granduca, erano state condotte al Duomo, in carrozza a pariglia, le due dame che dovevan prender servizio con la nuova Granduchessa, appena celebrato il matrimonio.

Ferdinando III ricevuto dalle quattro dignità ecclesiastiche e seguito dai principi e dalle cariche, si diresse al suo genuflessorio; ed appena vi si fu inginocchiato, il principe Massimiliano alzatosi dal suo posto prese per mano la figlia ed andò a collocarla accanto al Granduca sullo stesso genuflessorio.

Questa parte dell'etichetta "fu fatta con pausa, per dar luogo a tutte le persone formanti il treno" di prendere i loro posti.

A questo punto, nel grande silenzio del tempio che pareva vuoto, cominciò una specie di mimica. Il segretario di etichetta fece "il segno concertato" al maggiordomo maggiore, il quale alzatosi s'avvicinò al Sovrano che comprese e fece alla sua volta un cenno col capo; ed allora il maggiordomo fece un corrispondente segno al cerimoniere ecclesiastico, ed incominciò la funzione. Nel tempo stesso i due testimoni principe don Giuseppe Rospigliosi per il Sovrano, e marchese Emilio Piatti per la Principessa sposa, salirono al genuflessorio al posto ad essi destinato dietro agli sposi, per esser presenti alla "dazione dell'anello" rimanendo in piedi per tutto il tempo della funzione.

L'Arcivescovo, dopo aver benedetti gli anelli, scese dall'altare con i canonici assistenti, e si fermò dinanzi al Granduca ed alla principessa di Sassonia, per domandar loro se eran contenti di congiungersi in matrimonio. La Principessa, prima di rispondere, si alzò, facendo una profonda riverenza al "reale genitore" come per domandargli in tal modo il suo consenso, che dal padre le fu accordato "con semplice inclinazione di capo". Allora inginocchiatasi di nuovo, rispose alla domanda fattale dall'Arcivescovo dicendo un sì piuttosto sommesso ma chiaro.

La maggiordama maggiore principessa Ottavia Rospigliosi, che già s'era posta accanto alla sposa, stando in piedi, le levò i guanti, "ed il prelato congiunse in matrimonio i reali sposi more solito", dice il cronista di corte, quasi che avesse dovuto sposarli in un'altra maniera!

Mentre l'arcivescovo tornava all'altare, la maggiordama maggiore rimise i guanti alla nuova Granduchessa e le levò il velo di testa.

Appena le Loro Altezze Reali furono proclamate unite in matrimonio, il maggiordomo della reale sposa, duca Ferdinando Strozzi, lasciò il suo posto fra le cariche di Corte ed andò a porsi in piedi dietro la sedia di lei, accanto al marchese Piatti, prendendo la destra.

Dietro a quella del Granduca, stava il gran ciambellano senatore Antinori.

L'Arcivescovo intonò il Te Deum, e dall'artiglieria delle due fortezze fu fatta la seconda scarica.

Terminata la funzione, data la benedizione e letta "la Bolla d'indulgenza", si riformò il corteggio per tornare a Palazzo.

I sovrani eran preceduti dalle livree del duca Strozzi, da quelle del balì Martelli, del senatore Antinori, del principe Rospigliosi e della Corte; venivan poi i cavallerizzi e gli uffiziali di scuderia in uniforme; la nobiltà e l'ufizialità; i paggi e i precettori, gli uscieri e furieri di Corte. Il segretario d'etichetta, i ciambellani, i consiglieri di Stato nella loro precedenza e le cariche di Corte. Venivano quindi gli sposi, e due paggi reggevano il manto alla Granduchessa; dietro, il principe e la principessa ereditari; il principe di Sassonia con l'altra figlia; i principi di Carignano e l'arciduchessa Maria Luisa.

I sovrani erano scortati da quattro guardie del Corpo; e presso gli altri principi si trovavano i loro rispettivi maggiordomi e il gran ciambellano.

Dopo l'arciduchessa Maria Luisa seguivano le due maggiordame della Granduchessa e della sua sorella principessa ereditaria, le dame di servizio e di compagnia: chiudevano, tutte le dame di Corte. Le quattro dignità ecclesiastiche facevano ala agli sposi presso le altre cariche; ed il corteggio reale, preceduto da un distaccamento di dragoni, da due battistrada e, come si è detto, dalle livree delle case Strozzi, Martelli, Antinori e Rospigliosi, si compose di dieci carrozze di gala a sei cavalli.

Quella dov'eran gli sposi, cioè la terza, aveva agli sportelli sei paggi, due cavallerizzi e quattro staffieri; ed era seguìta da una doppia brigata di guardie del corpo a cavallo con gli ufficiali e "il loro tromba".

Per quanto la pioggia avesse guastato un così grandioso preparativo, pure tutte le strade percorse dal corteggio "erano superbamente apparate, ed un immenso popolo, risuonar faceva l'aria di giulivi viva ai reali sovrani".

Tutta la truppa tedesca e quella toscana, la quale era stata schierata su due file dal Bigallo, piazza del Duomo di fronte al Battistero, fino a Via de' Servi, si portarono dopo la funzione sulla Piazza Pitti, ove si schierarono di nuovo.

Appena entrati in Palazzo, dalle fortezze fu fatta la terza salva delle artiglierie, e quando i sovrani passarono ai loro rispettivi quartieri, dal maggiordomo maggiore fu ordinato al segretario d'etichetta di congedare "tutto il militare" al quale certamente non sarà parso vero di tornare in caserma.

La sera alle otto e mezzo vi fu circolo di Corte, che riuscì numerosissimo; e la reale sposa unicamente agli altri principi percorse tutte le stanze "degnandosi di parlare con tutte le dame e diversi distinti soggetti ivi raccolti". Alle dieci precise fu sciolto il circolo; e fu servita "la tavola di famiglia", terminata la quale, tutti si ritirarono nelle loro stanze. E anche ai reali sposi parve che fosse l'ora!

Durante il circolo furono incendiate "diverse macchine di fuochi di letizia, alla Torre di Palazzo Vecchio con una vaga illuminazione di fuoco artificiale, con iscrizione analoga alla fausta circostanza del seguìto sposalizio".

Stupendo fu l'effetto della illuminazione della cupola "con raddoppiate faci" e del campanile, sul quale con pessimo gusto, fu inalzata una cuspide artificiale di lumi, che faceva confronto alla cupola.

La mattina dopo, alle dieci, il Granduca "seguendo i sentimenti di sua religiosa morale" scese in cappella di Corte privatamente in compagnia della reale sposa, per ascoltare la messa che fu celebrata da suo confessore canonico Brunacci, il quale diede agli sposi "le nuziali benedizioni" che non avevano avute il giorno innanzi non essendovi stata la messa.

Alle due pomeridiane nella sala delle Nicchie vi fu gran pranzo per settantacinque invitati, durante il quale "una copiosa banda di istrumenti musicali dei reggimenti tedeschi, eseguirono diverse sonate, con molta eleganza e soddisfazione degli ascoltanti".

I componenti di quella banda, furon poi "trattati di tavola a parte" e venne loro regalata una somma di denaro dalla cassa della Corte, la qual somma fu certamente gradita non meno del pranzo.

Alle sei pomeridiane tanto i sovrani che tutti i principi, col treno di dieci mute di gala e una brigata di guardie nobili si recarono al corso e quindi alla "gran loggia artificiale" costruita in Piazza Santa Maria Novella, per godere dello spettacolo della corsa dei cocchi.

Il concorso dei forestieri e della nobilità ammessi nella loggia stessa fu numerosissimo, ed a tutti, avanti la corsa, furono serviti "copiosi rinfreschi di gelati".

Era stata ridotta la piazza a vago anfiteatro, ed i palchi ornati di statue, vasi e trionfi militari tutti dipinti "in elegante forma, che appagava l'occhio del pubblico spettatore". Tra le due guglie erano state erette due gallerie "che ripiene vennero di scelte persone".

Nel centro poi di queste gallerie, ripiene così sceltamente, sorgeva un vago tempio alla chinese, ove furono riunite le bande musicali delle truppe austriache e toscane, "che a vicenda echeggiar facevano l'arie di galanti sinfonie". La sera alle otto, continuando sempre la gala, andarono i reali sposi e tutti gli altri principi al teatro della Pergola, dove furono accolti "dalla numerosa udienza, con triplici battiti di mano" ciò che venne replicato anche alla loro partenza.

Furono anche lì serviti copiosi gelati ai forestieri presentati, ed alle persone che godevano l'onore dell'anticamera. Due guardie del corpo a vicenda "furono postate" nell'interno della loggia reale presso il caminetto.

Tutto il teatro era sfarzosamente illuminato; "il che faceva risaltare il brillante vestiario in gala delle persone congregate nei così detti palchetti e nella platea".

La sera del seguente dì 8 maggio, alle otto, i sovrani "con le persone del loro seguito nobile" andarono in treno a pariglia, al Casino di San Marco, o della Livia, dove cenarono, e verso le dieci si recarono all'Accademia delle Belle Arti, alla festa di ballo data in loro onore "dalla Comunità" di Firenze nelle stanze dette del Buon Umore.

Una tale festa era stata annunziata dal Gonfaloniere della città con pubblica notificazione, dove si annunziava che le persone alle quali sarebbe stato concesso il biglietto per quella festa potevano intervenirvi gli uomini, in abito da maschera o in flacqu abillié (sic) ed in abito tondo da ballo le dame. Tutte cose - compresi gli spropositi - che potevano esser dette nel biglietto d'invito.

Le strade principali che conducevano alla piazza di San Marco furono illuminate; ma più vaga vista la faceva "la principale, detta Via Larga, poiché due ordini di faci illuminavano le pareti a guisa di fasce".

La piazza di San Marco presentava un bell'aspetto non solo perché alle finestre delle case pendevano bellissimi tappeti, ma sivvero perché anche quella era illuminata "in retta linea orizzontale".

Il contorno della piazza era formato da un recinto quadrilatero, ed ogni lato comprendeva un egual numero di proporzionate arcate, ciascuna delle quali nel suo perimetro e nei pilastri, arricchite erano di due ordini di ben disposti lumi.

Nel mezzo del quadrato, dove ora sorge la statua del generale Fanti, era stata eretta una pagoda turca adorna di fiori e veli, con una quantità di lumi "offuscanti la vista".

Ai due lati, in recinto di cancellata, zampillavano due grandi fontane d'acqua "del gran condotto reale" che ricadeva in due grandiosi bacini artisticamente modellati, e dipinti a marmo come le fontane.

Una bene intesa balaustrata, arricchita di statue dipinte a rilievo, faceva ornamento alla pagoda e sul ripiano di essa, "introdotti vi si erano", come di soppiatto, alcuni suonatori di strumenti a corda ed a fiato, i quali invitavano alla danza ogni ceto di persone ivi concorse per godere "una sì brillante e ricercata festa".

Nella sala del Buon Umore poi, il diarista pare che andasse in visibilio: e tanto, da perdere perfino un po' di quel tono lezioso e ricercato che adopra usualmente. Dice dunque, che le stanze dell'Accademia delle Belle Arti, e quelle del Buon Umore, erano brillantissime e adorne con eleganza; ma più che altro era "meraviglioso un trasparente situato a guisa di tempio nel giardinetto, nel quale scorgevasi Amore e Imene, con le altre deità, e due Fame - una fama per uno perché non ci fossero parzialità - che rammentavano i nomi dei due sovrani sposi. "Copiosa poi era la quantità di vasi d'agrumi e fiori, che ornavano detto giardinetto".

Le persone invitate "presero parte al ballo nelle due sale ornate di veli e tralci di fiori, al suono di bene intese – e questo è il caso - orchestre di suonatori, affascinate da una immensa quantità di lumi che rallegrava i detti locali". "Con più raffinata eleganza e magnificenza" erano state preparate una sala da ballo e tre stanze contigue per il trattenimento dei Sovrani e del seguito.

Abbondantissima fu la distribuzione dei rinfreschi "stati elargiti" a tutti gli invitati durante la festa, che cominciò alle otto e mezzo di sera e finì alle tre e mezzo della mattina.

I Sovrani si trattennero fino al tocco dopo mezzanotte "e vennero serviti di rinfreschi dal Gonfaloniere e Priori della Comune datrice la festa, che riuscì in tutte le sue parti magnifica ed elegante, avendo incontrata la piena approvazione del pubblico concorsovi".

Meno male!... Son cose che non accadono tutti i giorni.

Secondo il solito, finite le feste furon fatti i conti delle spese, le quali ammontarono a L. 68,199.3.8. Il marchese Corsi a motivo della sua nuova carica di maggiordomo delle LL. AA. II. e RR. l'arciduca Principe ereditario e sua augusta consorte, diede le dimissioni da Gonfaloniere. Essendo queste state accettate dal Granduca, nell'adunanza del 2 luglio 1821 lo stesso marchese Corsi lesse al Magistrato civico la partecipazione che gliene veniva fatta "con biglietto del soprassindaco". Perciò "dopo aver passato i suoi convenevoli offici ai suoi colleghi si ritirò, assumendo le veci di gonfaloniere il priore cavalier conte Guidi".

     

  

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Ultimo Aggiornamento: 05/01/99 20.15