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Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

 

FIRENZE VECCHIA

STORIA - CRONACA ANEDDOTICA - COSTUMI

(1799-1859)

 di: Giuseppe Conti

  

XIV

La malattia di Ferdinando III

Munificenza sovrana - Caccia sfortunata - Primi sintomi di una febbre gagliarda - Bollettini poco confortanti - Il "pane angelico" - La "Gobbina" - Pubbliche preci - Ferdinando migliora - Funzioni di ringraziamento - La Corte ricomincia a divertirsi - Il re delle Due Sicilie torna a Firenze - Il suo voto alla SS. Annunziata - Regali - La convalescenza del Granduca - Il principe Carlo Alberto e Maria Teresa a Firenze - Omaggi del popolo al Sovrano.

Il 18 gennaio 1821 il Magistrato ebbe dal Gonfaloniere la consolante notizia che S. A. I. e R. per mezzo dell'I. e R. Segretario di finanze partecipava alla Comunità che egli aveva ad essa accordato un sussidio straordinario di L. 70,000. Il Magistrato per dimostrare a S. A. la sua gratitudine per tale atto di munificenza, che aveva "prodotto il vantaggio universale di non aumentare l'imposizione del Dazio", commesse al signor Gonfaloniere di presentarsi a S. A. I. e R. e rendergli in nome del Magistrato stesso i dovuti ringraziamenti per un atto così magnanimo.

Ma par proprio destino che le opere buone non abbian mai la giusta ricompensa, e che debbano quasi sempre scontarsi! Così avvenne a Ferdinando III.

Durante il soggiorno in Firenze del principe di Sassonia e della figlia, futura sposa del Granduca, questi non tralasciava occasione per farli divertire, e si dava moto quanto un giovane per far dimenticare appunto alla fidanzata la grande differenza d'età che esisteva fra loro due. Ma un vecchio che vuol fare il giovane, se non è prima è poi, viene il momento che si fa scorgere. Così avvenne a Ferdinando III, il quale essendo un po' dedito per natura alla caccia, ma anche molto più facendolo per mostrare d'aver meno di quei benedetti cinquantadue anni, si strapazzava tanto, che neanche un uomo assai più giovane avrebbe potuto resistere. Per conseguenza, dopo essere stato il giorno 12 febbraio 1821 a caccia al Poggio a Caiano col principe Rospigliosi, la sera, per quanto fosse anche un po' stanco e non si sentisse troppo bene, volle andare al Teatro del Cocomero coi principi di Sassonia, col figlio e la nuora, e si trattennero tutti a cena.

Anche il giorno dopo, il Granduca non si sentiva a modo suo; ma non voleva parere: lo stesso il giorno dipoi: anzi la sera, che fu il 14 di febbraio, andò con la corte alla festa del Reale Casino de' Nobili; ma quel male che Ferdinando strascicava, credendo di scaponirlo, scaponì invece lui; ed alle undici e mezzo, mentre la festa era nel maggior suo splendore, ebbe una specie di deliquio dopo "un insulto", che lo costrinse a ritirarsi.

Parve la mattina seguente che non fosse altro; ma verso sera, avendo dei leggeri brividi di febbre, i medici lo consigliarono di andare a letto.

La febbre andò sempre più aumentando; e la notte dal 16 al 17, il Granduca non poté chiuder un occhio per la continua tosse che gli spezzava il petto.

Per conseguenza, la mattina gli fu levato sangue, ciò che lo sollevò assai. Ma la sera alle 7, la febbre gli si rimise più gagliarda, e dai medici essendo stato riconosciuto oramai che si trattava d'un mal di petto bell'e buono, prima d'entrar nella nottata gli levaron sangue un'altra volta!

Da quel giorno fu ordinato dal Maggiordomo maggiore che restassero a vicenda, in anticamera, un cameriere e un usciere per ricevere i nomi "dei signori e persone" che si recavano a prender notizie del Sovrano. Si cominciò pure da quel giorno a passare in anticamera, dal medico curante, il bollettino sullo stato di salute del malato.

Le cose andavano facendosi sempre più gravi; tant'è vero che la mattina del 18 alle 5 pomeridiane fu praticata una terza levata di sangue!... Nella notte Ferdinando III non riposò quasi mai e tossì sempre, soffrendo molto per un "dolore costale dalla parte destra". Seguendo perciò i metodi di cura allora in uso in simili circostanze, gli furono applicati due vescicanti; uno al braccio destro, ed uno alla coscia "dalla parte dolente".

Fu pubblicato quindi il secondo bollettino, dal quale resultava che la febbre s'era rimessa un'ora più tardi e più mite; e che il malato dava segni di miglioramento.

Frattanto quando furon le 9 gli vennero medicati i vescicanti "stati trovati avere operato e prodotti buoni sgravi diuretici".

Col bollettino della mattina del 20 si constatava un nuovo miglioramento nell'infermo, avendo riposato tranquillamente nella nottata ed avuta febbre più mite.

Alle 9 antimeridiane il viceparroco di corte Brunacci, confessore del Granduca, per espressa volontà di lui, "che ricercò di fare le sue devozioni" disse messa nella sua camera e privatamente "gli fu recato il pane angelico".

La messa fu detta ad un piccolo altare eretto provvisoriamente, con un crocifisso e quattro candelieri. Al momento di comunicare il Granduca fu chiusa la porta della camera e non furono presenti che il principe Rospigliosi, il quale tenne l'ombrellino e recitò il confiteor, il gran ciambellano ed il cavallerizzo maggiore con un torcetto ciascuno, che accompagnarono il viatico fino al letto del malato.

Dopo la comunione fu riaperta la porta e continuata la messa, alla quale assisté privatamente in una stanza accanto la figlia del Granduca, arciduchessa Maria Luisa. Il popolo più per malinconico vezzeggiativo che per dispregio, poiché l'amava vivamente per la sua bontà, e per la sua infelicità, chiamava costei "la gobbina" a causa della deformità della persona statale causata da piccola per una caduta dalla carrozza mentre si affacciò allo sportello che imprevedutamente si aprì, essendo stato un vero miracolo se non rimase schiacciata sotto le ruote.

Nella cappella di corte, onde, ottenere la guarigione del Sovrano fu esposto il Sacramento per tre giorni dalla mattina alle sette fino all'Ave Maria della sera.

Fu ordinato altresì che si facesse allo stesso oggetto un triduo in Duomo all'altare di San Zanobi, ed alla Santissima Annunziata a quello della Madonna.

A quei tempi, nonostante tutta la religiosità della corte e le pompe esterne delle funzioni sacre alle quali interveniva il Granduca e le cariche dello Stato, l'autorità ecclesiastica filava come un fuso, e stava sottomessa all'autorità sovrana senza tante smargiassate. Perciò nella malattia di Ferdinando III "dalla Segreteria del Regio Diritto" (la bestia nera del Vaticano che non aveva mai potuto ottenerne la soppressione) "fu inculcato ai vescovi del granducato di far dire la colletta nella messa per impetrare la guarigione del Sovrano". Bisogna dire però che fu una gara in tutti gli ordini di cittadini, e perfino nella truppa, a dimostrare l'interesse che ognuno prendeva per la salute di Ferdinando III.

Infatti oltre al vescovo di Fiesole, il quale ordinò che fossero esposte nella chiesa di Sant'Alessandro le reliquie del, Santo, per esprimere al Sovrano "il loro rispettoso affetto implorando da Dio la sua guarigione" fecero tridui ed esposizioni gli impiegati di corte a Santa Felicita; i canonici e i cappellani del Duomo nella Metropolitana; il battaglione dei granatieri in Belvedere; il reggimento dei fucilieri nella Fortezza da Basso; il reggimento dei dragoni, o cacciatori a cavallo, nella chiesa di Sant'lacopo tra' Fossi dalle Colonnine; le monache di Santa Verdiana, quelle di Santa Maria Maddalena, di Ripoli, di Sant'Appollonia, di Sant'Agata, delle Cappuccine in Via de' Malcontenti, e delle Poverine in Via delle Torricelle, lassù dalla Zecca Vecchia, nelle respettive loro chiese; le Guardie nobili, dette Guardie del Corpo, e gli Anziani a San Marco; le cariche di corte, i ciambellani e gli ufficiali in ritiro a Santa Felicita; gli impiegati di Dogana a San Firenze, con una distribuzione di pane a' poveri; le monache degli Angiolini e le scuole di Santa Caterina, e le monache del Conventino nel loro oratorio; e infine gli impiegati delle Segreterie di Stato alla Santissima Annunziata.

Le condizioni del malato cominciarono ad essere ancora più soddisfacenti il 22, nel qual giorno i due bollettini portavano un progressivo miglioramento nonostante la continuazione della febbre; ma questa cominciò a decrescere nei giorni appresso, tanto che nel dì 27 i medici dichiararono che il Granduca procedeva regolarmente alla guarigione. Il bollettino del 28 avendo annunziato che la febbre era totalmente sparita, "portò la maggiore consolazione in tutti i ceti di persone".

Ormai si poteva dire scongiurato ogni pericolo; ai tridui ed alle esposizioni cominciarono a seguire le sacre funzioni di ringraziamento. Il primo a darne l'esempio fu il Comune, il quale fino dal 22 febbraio 1821, accogliendo la proposta del Gonfaloniere, nella fausta circostanza della recuperata salute di S. A. I. e R. "l'amatissimo Sovrano", stimò conveniente che il Magistrato come interpetre della volontà generale dei cittadini stati universalmente costernati dalla fiera e pericolosa malattia, da cui era stata afflitta la prefata A. S., fossero dati "dei contrassegni di vera letizia in ringraziamento all'Altissimo". Ed il Magistrato che aderì a quella proposta, ordinò che fosse fatto "un pubblico ringraziamento all'Altissimo Onnipotente Iddio nella Metropolitana con messa solenne, e l'inno ambrosiano, in quel giorno che fosse creduto più adattato a sì pia funzione, con quello sfarzo e lustro che esigeva la circostanza, con l'intervento del Magistrato e con invito alle altre magistrature, incaricando il Gonfaloniere di concertare l'occorrente con monsignore Arcivescovo e col Capitolo, e quindi dare le disposizioni necessarie per l'esecuzione di quanto sopra".

In seguito a questa deliberazione, la mattina del 4 marzo 1821 "i signori Gonfaloniere e Priori nobili e cittadini della Comunità di Firenze in completo numero di otto, a ore dieci e mezzo di mattina, nelle stanze del R. Ufizio del Bigallo si portarono insieme con le altre Magistrature espressamente invitate nella Chiesa Metropolitana, ove assisterono alla solenne messa cantata in musica, dopo della quale fu cantato l'inno ambrosiano ed esposto l'Augustissimo Sacramento in ringraziamento all'Altissimo per la salute recuperata da S. A. I. e R. l'amatissimo Sovrano e terminata la sacra funzione con la santa benedizione restarono licenziati".

A quella messa intervennero, oltre il gonfaloniere marchese Tommaso Corsi ed i priori, tutti i componenti l'anticamera, il corpo diplomatico, i cavalieri di Santo Stefano, il Ufficialità, la nobiltà e gli impiegati di ciascun dicastero. Tutti gli invitati intervennero "senza etichetta ma in semplice fiacq"! Vi assistettero pure privatamente il principe e le principesse di Sassonia, "senza che vi si mescolassero in alcuna parte gli addetti all'etichetta della Real Corte". Chi scrisse queste parole nel Diario di corte di quel tempo, par che ci provi un sollievo!

La messa la cantò monsignor Morali, arcivescovo di Firenze, che diede poi la benedizione. L'apparato e l'illuminazione del maestoso tempio, furon fatte con grande sfarzo e al solito "con ben intesa simmetria". La funzione "fu benissimo regolata, con piena annuenza del popolo concorsovi". Meno male! perché a contentare il popolo ci vuol poco e ci vuol dimolto.

Le spese occorse per questa cerimonia furono così liquidate nella successiva adunanza del dì 8 marzo: L. 916.13.4 al signor Giuseppe Lorenzi "Prefetto della musica della R. Corte: che L. 779.6.8 per onorario dovuto al medesimo ed ai professori sì di canto che di suono, che eseguirono la musica; e L. 137.6.8 per la copia della musica per formare due cori o orchestra". Quindi L. 113.6.8 al Comando militare della piazza e per esso al signor capitano Augusto Becchi per soldo della truppa che prestò servizio in occasione del rendimento di grazie. La "valuta della cera, noli di lumiere, paratura, opere, ecc., occorse in quella occasione" del rendimento di grazie, importò L. 2159.9.8.

Nella stessa adunanza fu partecipata la lettera del Provveditore della Camera delle Comunità del 24 febbraio contenente la sovrana adesione e annuenza alla deliberazione del Magistrato del 22 del mese stesso pel pubblico ringraziamento, dando ordine che ne fosse contemporaneamente contestato allo stesso Magistrato il suo sovrano gradimento.

Le cose andavano ormai così discretamente, che l'Arciduchessa ereditaria, col padre e le sorelle andarono la sera di quella stessa domenica al teatro della Pergola, dove ebbe luogo la festa da ballo di gala, e cenarono con le cariche "e loro corte nobile" essendo stata servita la tavola "per sedici coperti".

La mattina alla messa solenne, e la sera al veglione. Una cosa compensava l'altra.

In questi giorni intanto "lu re Nasone" lasciò Vienna diretto a Firenze, tutto contento perché gli austriaci gli mettevano in pace lo Stato, e anche perché lo Czar gli aveva regalati alcuni orsi grossissimi "per migliorare la specie d'orsi che ne' boschi d'Abruzzo viene poco feconda e tapina". Questa era la serietà degna di un re come quello!...

Prima di restituirsi alla sua reggia di Napoli, Ferdinando I volle di nuovo fermarsi a Firenze, ove lo precedé di quattro giorni, cioè il 5 marzo 1821, la moglie, duchessa della Florida, che andò ad alloggiare nel palazzo della Crocetta, ove fu complimentata dal principe Rospigliosi a nome del Sovrano, il quale le offrì il servizio degli staffieri di Corte che essa cortesemente rifiutò. La sera andò ad ossequiarla il principe Massimiliano, che le portò i saluti delle sue figlie.

Il giorno dopo, ultimo giorno di carnevale, dopo mezzogiorno, la duchessa della Florida, andò a far visita al Granduca ed "entrò senza veruna etichetta" in camera del Sovrano congratulandosi della sua convalescenza: quindi passò a complimentare l'arciduchessa Maria Luisa; non potendo fare altrettanto con l'arciduchessa ereditaria, perché tanto lei che il principe Massimiliano suo padre, la sorella, sua futura suocera, onoraria, - diciamo così - e l'altra sorella, erano andate al passeggio delle maschere sotto gli Uffizi come nella domenica precedente.

Il giorno andarono in tre mute al corso, e la sera all'ultima festa da ballo alla Pergola ove, per mutare, cenarono, tornando però a Palazzo prima della mezzanotte, perché la quaresima li trovasse a letto.

Il giorno delle ceneri principiò la predicazione nella cappella reale il sacerdote Ranieri Callisto, pievano di Buti nella diocesi di Pisa, e la corte vi doveva assistere per regola d'etichetta tre o quattro volte la settimana, e così scontare i passati divertimenti.

Il 9 marzo arrivò in Firenze il re di Napoli; la sua carrozza fu scortata da un ufficiale e da sei dragoni, e dalle fortezze si spararono i soliti 101 colpi di cannone. Mentre egli entrava in Firenze, gli austriaci s'impadronivano a mano a mano di Napoli, portando la famosa costituzione promessa, e della quale il Re si contentava di veder l'effetto di quaggiù.

E siccome per non scappare da re, era fuggito nel dicembre quasi incognito, così mantenne questa sua qualità e fece licenziare il picchetto dei granatieri di guardia al palazzo della Crocetta, accettando soltanto una tenuissima forza militare ed i soli anziani per vigilare l'interno del palazzo.

Egli pure si recò subito a visitare il Granduca del quale il 13 marzo si pubblicò l'ultimo bollettino constatante la piena convalescenza, sebbene le forze tornassero lentamente.

Con la recuperata salute del Sovrano avvicinandosi sempre più la probabilità delle sue seconde nozze, il cavaliere marchese Tommaso Corsi nella seduta del 22 marzo 1821 espose ai componenti il Magistrato civico che sarebbe stato di "convenienza e decoro che il Magistrato stesso in occasione di pubbliche comparse a funzioni sacre o ad altre feste, avesse un abito di cerimonia più decente dell'attuale che era inferiore a quello usato dalle Magistrature delle città provinciali e di altre Comunità della Toscana".

Ed i priori, commossi da tanta premura del loro Gonfaloniere che non permetteva che facessero brutta figura, deliberarono di autorizzare lo stesso signor marchese Corsi a domandare in nome del Magistrato loro l'opportuna facoltà di valersi nelle pubbliche comparse dell'abito di cerimonia più decoroso dell'attuale, di color nero con rivolte di scarlatto o cremisi, e dell'uso della berretta concertandone la forma col signor Avvocato Regio, e con chi altro occorresse.

Ed il nuovo abito e la berretta ebbero la "sovrana approvazione" e costarono la egregia somma di L. 946.3.4.

Furon pagate poi al sarto Francesco Piacenti altre ventotto lire "per valuta del figurino e per la sua mercede di funzioni" per la esecuzione di quegli abiti, nei quali il Magistrato fu contento come una pasqua di potersi pavoneggiare più bello di prima "nelle pubbliche comparse".

La mattina del 2 di aprile alle undici fu dal Granduca ricevuto in udienza privata l'arcivescovo di Firenze, che gli andò a far la visita di congratulazioni, nel tempo stesso che il re di Napoli metteva il colmo alla sua spudoratezza facendo cantare un solenne Te Deum alla Santissima Annunziata "in rendimento di grazie per i felici successi del suo regno"; ed al Te Deum intervenne a faccia fresca tutto il corpo diplomatico, la nobiltà, l'uffizialità, escluse le dame. Meno male che le signore non furono complici di tanto misfatto!

In memoria di quei "felici successi", Ferdinando I re delle due Sicilie, oltre al Te Deum, ebbe l'empietà di porre un voto alla Santissima Annunziata, consistente in una lampada d'argento ricchissima col motto: Mariae genitrici Dei Ferd. I Utr-. Sic. rex Don. d. d. ann. 1821 ob pristinum imperii decus, ope ejus prestantissima recuperatum.

La risposta al voto dello spergiuro Nasone che passò allora inosservato, perché nessuno è profeta, parve quella quasi miracolosa dell'arrivo in Firenze, che portò molta consolazione ai Sovrani, nella sera di quello stesso dì 2 aprile 1821, del piccolo principe Vittorio Emanuele accompagnato dallo scudiere marchese Torre. dalla camerista, dalla balia, da una donna di guardaroba, da un camerazzo e da due staffieri. Egli fu quel piccolo principe, che quarant'anni dopo entrò da re in Napoli apportatore della vera libertà. Fu lui il fortunato che vendicò l'onta di quell'esercito austriaco col quale Ferdinando nel 1821 s'era fatto precedere per rimangiarsi la costituzione, offrendo in empio ringraziamento una lampada alla Madonna nel giorno stesso che giungeva a Firenze quel fanciullo di cui nessuno presagiva che fatto grande avrebbe riscattata l'Italia dalla servitù straniera.

Finalmente il 14 aprile Ferdinando I si levò di torno, poiché a Firenze, per quanto non lo dimostrassero apertamente, nessuno lo poteva soffrire. Egli partì diretto a Roma ove da due giorni lo attendeva la moglie con la figlia e la nipote.

Prima di abbandonare Firenze, Ferdinando I lasciò i seguenti regali e gratificazioni in contanti:

Una tabacchiera d'oro con dentro cento zecchini al signor Casamorata, primo guardaroba di Corte; un anello di brillanti al segretario Bonaini; una tabacchiera d'oro al signor Morandi, maestro della real casa; un anello di brillanti al segretario d'etichetta, Corsi; un anello simile al furiere Ceccherini; una tabacchiera d'oro al signor Gargaruti, primo ispettore; un oriolo con catena d'oro al signor Ventinove, guardaroba del real palazzo; cento zecchini ai granatieri stati di servizio alla Crocetta; cinquanta zecchini agli anziani; trenta zecchini al custode del palazzo della Crocetta; dodici zecchini al giardiniere; otto zecchini all'aiuto giardiniere ed altri otto al facchino di guardaroba; cento zecchini ai livreati delle scuderie; quarantotto ai quattro staffieri stati alla Crocetta; cinque al giardiniere di Boboli; tre a quello del Museo; otto a quello della villa di Castello; quattro al guardaroba del Poggio Imperiale, e quattro al giardiniere.

Questi soli dissero bene del re Nasone!

Appena partiti i tedeschi, che fecero da battistrada al re di Napoli, al Comune di Firenze piovvero le note delle spese e le domande d'indennità per i danni ricevuti dal passaggio di quelle truppe.

Per conseguenza il 12 aprile 1821 il Gonfaloniere partecipò al Magistrato la rappresentanza da lui fatta al Provveditore della Camera delle Comunità relativa ai danni e guasti arrecati dalle truppe austriache ai locali destinati per il loro accasermamento; e veduta la relazione degli ingegneri che verificarono i danni stessi arrecati a diversi conventi e ad Andrea Lottini "per la devastazione delle piante nei terreni racchiusi fra i chiostri del convento di Santa Croce" fu stabilita la somma di L. 1896 da pagarsi ai superiori dei rispettivi conventi e al Lottini per riparare ai guasti accaduti ed indennizzare il Lottini della perdita delle piante. Le spese poi che accorsero per il solo accasermamento delle truppe austriache ascesero a L. 19,528.15.

La prima volta che il Granduca uscì dal suo quartiere fu la domenica delle Palme. Egli senza invito alla corte, attesa la sua convalescenza, assisté alle funzioni che si facevano in quel giorno nella cappella reale, dal suo coretto, privatamente, insieme alla sola arciduchessa Maria Luisa, alla quale portava una speciale affezione.

La sera della domenica stessa, alle dieci, arrivò a Palazzo Pitti la figlia Maria Teresa, principessa di Carignano, insieme al marito principe Carlo Alberto, che andarono subito nel quartiere loro destinato. La principessa rimase con suo padre fino all'ora della tavola "che in breve fu servita".

Essendo ormai stabilito fra Ferdinando III ed il principe Massimiliano il matrimonio con l'arciduchessa Maria Ferdinanda, il Granduca aveva inviato al re di Sassonia, zio della sua futura sposa, il marchese Carlo Ginori, all'oggetto di ottenere da lui il consenso a queste nozze, che egli accordò con animo lieto per quanto già lo sapesse concluso, e non si trattasse che di una semplice forma d'etichetta e non altro.

Il 17 aprile tornò in Firenze il marchese Ginori col suo segretario Pistoi, i quali erano stati ricevuti dal re di Sassonia con ogni distinzione, avendo loro per di più conferito al Marchese la commenda dell'ordine della Corona ed al Pistoi la croce di cavaliere dello stesso ordine, oltre a cospicui regali.

Il giovedì santo il Sovrano uscì per la prima volta, "ma privatissimamente ed a piedi, per far la visita dei sepolcri, non avendo condotto seco che un solo staffiere, ma in compagnia della principessa di Carignano, dell'arciduchessa Maria Luisa, della contessa Filippi, della baronessa Gebsattel e del conte Opizzoni".

Il popolo che si trovò così inaspettatamente a vedere il Sovrano, si scansava rispettosamente al passaggio di lui, facendogli una dimostrazione di verace affetto, d'una simpatia e di una reverenza non simulata, per quanto non vi fossero né schiamazzanti evviva, né esagerazioni di sorta, le quali spesso falsano il vero sentimento dell'animo. Col cappello in mano e con la gioia nello sguardo commosso, salutavano con un bisbiglio pieno di compiacenza il Granduca, il quale, pur non volendo dimostrarlo, trovandosi così frammisto bonariamente ai suoi sudditi, che gli manifestavano con tanta semplicità e con tanta spontaneità la loro affezione, aveva le lacrime in pelle in pelle, che il sorriso, col quale ricambiava quel muto e rispettoso saluto, non valeva a nascondere.

Anche per un regnante, fosse pure amato, tali momenti erano sempre rari.

     

  

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Ultimo Aggiornamento: 05/01/99 20.11