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Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

 

FIRENZE VECCHIA

STORIA - CRONACA ANEDDOTICA - COSTUMI

(1799-1859)

 

di: Giuseppe Conti

  

XIII

Notizie di Corte: Tedeschi per le vie

Ferdinando III vuol riammogliarsi - La sorella della nuora - La futura sposa a Firenze - Re Ferdinando al Congresso - Passaggio di soldati tedeschi - La "lista dei tre colori" - Il generale Guglielmo Pepe e il generale Ruffo - Disfatta e fuga paurosa.

Il matrimonio del Principe ereditario non era stato fecondo, e ciò mise in serio imbarazzo il Granduca, che temeva compromessa seriamente la successione al trono. Ed essendo questa per lui una faccenda della massima importanza, e della quale forse ebbe a tener parola col fratello Imperatore quando venne a Firenze, decise di passare a seconde nozze per vedere se lui, già quasi vecchio, sarebbe stato più fortunato, diciamo così, del figliuolo Leopoldo. Perciò non sapendo dove battere il capo, si risolvé di domandare in sposa la sorella della propria nuora, principessa Maria Ferdinanda Amalia di Sassonia, nata il 27 aprile 1796, e perciò più giovane ventisette anni di lui. Ma la necessità non ha legge. Presa dunque una simile risoluzione, Ferdinando III espose il suo desiderio al principe Massimiliano, padre della principessa Ferdinanda. E così, la domanda del Granduca di Toscana essendo stata accolta con giubbilo dal principe di Sassonia, una sorella sarebbe diventata suocera dell'altra.

L'arciduca Leopoldo rimase per vero dire un po' mortificato di fronte ai sudditi ed alle altre Corti, nel veder costretto il canuto genitore a riprender moglie per causa sua.

La futura sposa arrivò in Firenze il 26 ottobre 1820 alle undici di notte, col proprio padre e con la sorella principessa Amalia ed il seguito in cinque legni ed un brancard. Appena giunti, andarono a Palazzo Pitti ove furono ricevuti nel quartiere della Meridiana dal Granduca, dai Principi ereditari, dal principe e dalla principessa Rospigliosi e dal cavallerizzo Martelli.

Immediatamente passarono a tavola insieme al marchese Emilio Piatti, maggiordomo del principe di Sassonia, e alla contessa di Peralta, dama d'onore della principessa.

Quindi ognuno dei personaggi fu condotto nelle stanze loro assegnate, ed anche le persone del seguito furono provvisoriamente alloggiate a' Pitti. Quando però fu concluso il matrimonio, il Principe e le due figlie passarono ad abitare in Palazzo Vecchio.

La celebrazione del matrimonio sembra che si protraesse un poco a causa dei fatti di Napoli, e certamente per la morte della principessa Maria Anna, sorella del re di Sassonia e zia della futura sposa del Granduca, essendo sorella pure del principe Massimiliano. La nuova della morte fu portata inaspettatamente da un corriere straordinario della Corte di Sassonia la sera del 3 dicembre al Teatro del Cocomero, dove si trovava il Sovrano insieme con i principi.

Il Re di Napoli primo suocero del Granduca fece, nella circostanza del suo passaggio da Firenze, la conoscenza del nuovo suocero di suo genero e della futura Granduchessa di Toscana con la quale si rallegrò, incitando al tempo stesso il gran principe Leopoldo a non lasciarsi vincer la mano dal padre.

Re Ferdinando come abbiamo detto, si era recato al Congresso onde sistemar meglio i suoi sudditi, e frattanto il reggente duca di Calabria ed i Ministri stavano in apprensione non ricevendo lettere del re. Quando finalmente ne ebbero una, rimasero stupiti. In quella lettera, che Ferdinando I scrisse al figliuolo, anziché parlargli degli affari di Stato, gli dava la preziosa notizia che i suoi cani "agli esperimenti di caccia in Gorizia" avevano superato i bracchi dell'imperatore di Russia. Nelle altre, che una volta rotto il ghiaccio, continuò a mandare, si fingeva intimorito dalle minaccie delle tre monarchie alleate, le quali, secondo lui, e sarà stato anche vero, lo trattavano come un sottoposto.

Poco dipoi si cominciarono a vedere in Firenze i primi capitoli di quella tale costituzione che il re delle Due Sicilie era andato a farsi dare a Vienna. E questi primi capitoli sotto forma di 3000 soldati austriaci che eran diretti a Napoli precedendo un corpo di oltre 45,000 uomini, arrivarono nel pomeriggio del 12 febbraio 1821. Tutta la gente era accorsa a veder quelle truppe che quando discorrevano, pareva che leticassero, perché nessuno intendeva nulla; e sembrava impossibile che parlando quella lingua dovessero intendersi fra di loro. Il popolo fiorentino ha sempre delle uscite curiose!

I ragazzi, al solito, andavano avanti, a passo; ma con le gambe corte non potendo farlo lungo quanto i soldati, si sentivano spesso arrivare qualche incitamento con un di que' piedi che parevan gastighi, ed allora eran risate da non credersi. E quei soldati che sembravan di legno, duri, intirizziti, co' baffi lunghi insegati, il naso a can mastino, si voltavano verso la gente, guardandola con certi occhi chiari di gatto, in aria di minaccia.

Siccome era di carnevale, così anche quel passaggio di truppe diventò un divertimento di più.

Ma il Magistrato, in considerazione appunto di tale circostanza, per evitare possibili sconcerti che avrebbero potuto nascere dal battere i tamburi di giorno, permesso in tempo del carnevale, e volendo per quanto dipendeva dal Magistrato stesso prevenire tali sconcerti, deliberò di incaricare il Gonfaloniere di scrivere opportunamente al Presidente del Buon Governo "perché si compiaccia qualora lo riconosca utile e proficuo alla Polizia, dare gli ordini necessari per la cessazione di questo uso, specialmente nel tempo che saranno alloggiate in questa città le truppe estere".

Le truppe s'accamparono in parte sulle piazze ed altre a Santa Verdiana.

I vagabondi, i ragazzi, ed anche qualcun altro, si spassavano a stare a veder fare da cucina negli accampamenti; e si disse anche dalle persone serie, e l'ho sentito più volte raccontare dai vecchi, che nelle pentole nere e affumicate dove cuocevan la minestra, ci tuffavan nel brodo qualche candela di sego per farlo più grasso, e ne levavano il lucignolo di bambagia, che strisciavan fra due dita per non perder neanche una stilla del delizioso sugo!

Una delle cose più gradite che quei soldati trovarono in Firenze fu il vino, al quale si buttavano con una voluttà singolare. E per mostrare che coi fiorentini non avevano rancore né odio, non intendevan di pagarlo. E i fiorentini, in ricambio di tanta cordialità, ne bastonarono parecchi, e se qualcuno di quei soldati andando verso le conce, prossime a Santa Verdiana e a Santa Croce dove erano accampati, bevevano e non pagavano, stavan freschi! Quei conciatori li rincorrevano, lapidandoli addirittura sotto una grandinata di forme da bruciare. E chi c'era passato una volta non ci si riprovava, e girava largo appena sentiva da lontano l'esalazione acuta del tannino.

Ma pagato o no, il vino quand'è bevuto dà alla testa; per quanto quei tedeschi non capissero come mai bevendo il fino per bocca, potesse essere scenduto alle gambe. E allora, quando montavano in bestia era un affar serio; urlando e sbraitando nella loro lingua, pareva che dicessero anche peggio di quello che avranno detto: mentre i fiorentini, con la pura e soave lingua italiana di cui rilevano tutte le finezze, dicevan loro cose che, se le avessero capite, li avrebbero ammazzati.

I sussurri però duravan poco, perché appariva quasi subito un graduato di loro, sergente o caporale, i quali portavano legato alla sciabola un bacchetto di nocciuolo, e con quello, anche nel mezzo di strada, bastonavano il soldato ubriaco e lo rimandavano in quartiere. E siccome con le buone maniere s'ottien sempre ogni cosa, così tutto tornava in calma, ed ognuno commentava per conto proprio quella forma di civiltà applicata, alla quale non erano abituati.

La sera, alla ritirata in Piazza di Santa Croce, ci sarà andata mezza Firenze. Folle di maschere che chiassavano, capiscarichi che figuravano di parlar sul serio con qualche soldato dicendogli i più grandi improperi, e quello ad accennare di sì, facendo scoppiar dal ridere chi li vedeva.

Il 14 febbraio, sulla sera, arrivarono nuove colonne d'austriaci ed occuparono le caserme e le piazze lasciate libere dai primi; ed anche queste seconde truppe cederono il posto ad una terza colonna "forte di 9000 uomini", ed il 17 alla quarta di 11,600 uomini: il 19 poi arrivò l'artiglieria con 3000 uomini e oltre trenta pezzi e carriaggi a quattro cavalli, e tutti andarono ad accamparsi negli stradoni interni e nei prati delle Cascine. Il giorno seguente arrivò nuova artiglieria e treno, che sostituì l'altra, partita la mattina.

Così, a poco a poco, la costituzione che dava il re Nasone era completata con quella razza d'interpetri, che avrebbero parlato forte è chiaro.

I patriotti fiorentini si sentivano stringere il cuore a veder tutte quelle masse di truppe che andavano a soffocare ogni sentimento di libertà nei poveri napoletani, e puntellare con le loro armi il trono del re spergiuro, che in Austria si occupava di tutto fuori che di mantenere la costituzione.

Intanto, alle prime colonne delle truppe austriache che eran passate da Firenze dirette a Napoli, andavano incontro sotto il comando di Guglielmo Pepe, il vanitoso e codardo generale, sempre nuovi soldati; ed era più di ogni altra "ammirata la guardia reale per bello aspetto, ricco vestimento e grida di libertà e di fede". Ogni drappello che partiva, il duca di Calabria lo passava in rassegna, ed incitava tutti con promesse e minaccie. Per fare anche più effetto, la Principessa sua moglie alla bandiera napoletana annodò la "lista dei tre colori", dicendo che quei ricami eran lavoro delle mani delle sue figlie. Ma i discorsi del Principe che salutava con parole marziali i soldati, come se quelle sole bastassero, perché dette da lui, a farli vincere, e la lista dei tre colori ricamati dalla Principessa, non portaron fortuna.

E come sempre, le sorti del regno e le speranze dei liberali andarono in fumo, per la incapacità dei generali e per la viltà boriosa del condottiero generale Pepe, che a Rieti, il 6 luglio, ingaggiò battaglia con gli austriaci, i quali s'accorsero subito con chi avevan che fare.

Per certi raffronti, la storia è la maestra più convincente.

Il general Pepe, causa principale del disastro, fu il primo dei fuggitivi; le milizie civili, nuove al combattimento, assalite "da un superbo reggimento di cavalleria ungherese", da prima trepidarono, poi fuggirono, trascinando con l'esempio qualche compagnia dei più vecchi soldati.

Solo il generale Ruffo, impotente a rattenere i fuggenti, con un piccolo drappello affrontò il vittorioso nemico, e dopo breve combattimento lo costrinse a battere in ritirata. Qualche eroe, nella nostra storia, si trova sempre. Magra soddisfazione a tanti disastri che fatalmente si rassomigliano!

Ed il general Pepe, tale e quale come qualcun altro più moderno, senza esser ritenuto neppure dal bisogno di mangiare né di riposare, ma cacciato sempre dalla paura, continuò a scappare finché non si fermò a Napoli. Quivi la seppe rigirar tanto bene, da farsi dar l'incarico, dall'inesperto reggente, della ricomposizione del secondo esercito!

1 soldati, rimasti così senza il generale e col nemico alle spalle, diedero, com'era naturale, il miserando spettacolo di buttar via le armi e le insegne, di "rovesciare e spezzare le macchine di guerra, inciampo al fuggire". Così quell'esercito che pochi giorni innanzi metteva in pensiero il nemico, ne divenne il ludibrio. Fra tanta vergogna rimasero soli attorno alle bandiere pochi uffiziali attoniti e sdegnati, non potendo credere alla subitanea rovina dell'esercito, che pareva "non opera umana, ma catastrofe della natura".

Tanto sfacelo, tanta vergogna prostrò gli animi ed avvilì i cuori. I più animosi e fedeli all'ideale della libertà fuggirono in America o si rifugiarono in Spagna; coloro, come accade sempre, che fallito un colpo ne tentano un altro purché il conto torni, si nascosero provvisoriamente per sbucar fuori poi a cose più calme, pentiti e dolenti come peccatori ravveduti, cercando di guadagnar dopo ciò che non avevano ottenuto prima.

    

  

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Ultimo Aggiornamento: 05/01/99 20.08