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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

LE FACEZIE

Di: Poggio Bracciolini

 

 

CCXXIV

DI UN GELOSO CHE SI CASTRO' PER CONOSCERE

L'ONESTA DELLA MOGLIE

Un tale di Gubbio che aveva nome Giovanni, ed era uomo molto geloso, non sapeva trovar certo modo per conoscere se sua moglie avesse avuto relazioni con altri. E il geloso pensò ad una furberia degna di se stesso, e si castrò, con questo scopo, che, se sua moglie si fosse poi incinta, egli sarebbe stato sicuro del suo adulterio.

CCXXV

CHE COSA UDI' UN SACERDOTE ALL'OFFERTORIO

Un giorno di festa, all'offertorio, un prete di Firenze riceveva i doni che i fedeli sogliono fare; e, come e costume, a chi offriva diceva parole: «Avrete per uno cento e possederete la vita eterna». Un vecchio nobile, che dava un soldo, udite queste parole: «Sarei contento», disse, «se mi si rendesse soltanto il capitale».

CCXXVI

DI UN PRETE CHE PREDICAVA E SBAGLIO' IL NUMERO E DISSE «CENTO»

QUANDO DOVEVA DIR «MILLE»

Nello stesso modo, un sacerdote che predicava a' suoi parrocchiani l'Evangelo, narrava come il nostro Salvatore con cinque pani sfamò cinque mila uomini; e in luogo di cinque mila disse cinquecento. II chierico piano gli disse che aveva sbagliato nel numero, perché di cinquemila parla il Vangelo. «Taci, sciocco», gli disse il prete, «che dureranno fatica credere a cinquecento soli».

CCXXVII

SAGGIA RISPOSTA DEL CARDINALE D'AVIGNONE

AL RE DI FRANCIA

Mi piace di raccontare tra queste facezie anche la mordace risposta del Cardinale d'Avignone, che era uomo di molta prudenza. Quando i Pontefici furono in Avignone, faceansi precedere da molti cavalli riccamente bardati e senza cavalieri per maggior pompa; e il Re di Francia, sdegnato della cosa, gli chiese un giorno se gli Apostoli avessero mostrato tanto splendore; e il Cardinale rispose: «Giammai, ma gli Apostoli vissero in un tempo nel quale anche i Re avevano altri costumi, poiché erano pastori e custodi di armenti».

CCXXVIII

TERRIBILE FATTO AVVENUTO IN SAN GIOVANNI LATERANO

Non per scherzare, ma per far sentire spavento delle scelleratezze, si racconta questa storia mostruosa. In questa quaresima un frate dell'ordine degli Agostiniani predicava al popolo (ed io era presente) e lo esortava alla confessione dei peccati, e narrava il seguente miracolo che gli era avvenuto sei anni prima. Una volta erasi alzato con gli altri a mezzanotte per cantar mattutino in San Giovanni Laterano, e udirono una voce uscire da un sepolcro, dove era stato deposto diciotto dì prima un cittadino romano; e lo udirono più volte; spaventati alla prima, poco per volta si riebbero, poiché il morto diceva che di nulla temessero, che portassero il calice e togliessero la pietra. E fatto ciò, il morto sorse e sputò nel calice l'ostia consacrata che aveva ricevuto prima della morte; disse che era dannato ed afflitto dalle più atroci pene, perché aveva avuta la madre e la figlia e non se ne era mai confessato; e detto ciò, il cadavere ricadde.

CCXXIX

COME FU CONFUSO UN PREDICATORE CHE GRIDAVA MOLTO

Un frate che predicava spesso al popolo, aveva, come è degli sciocchi, uso di gridar molto, e una delle donne che eran presenti piangeva con così alti gemiti che parean muggiti. S'accorse più volte di questa cosa il frate, e credendo che la donna fosse commossa dalle sue parole, dall'amor di Dio e dalla coscienza, la chiamò a sé e la richiese della ragione di quei gemiti, e, se erano le sue parole che le avevano agitato lo spirito, le disse che spargesse pure quel pianto che era cosa pia. E la donna rispose che per il suo vociare e per le sue grida era commossa e dolente; che era vedova e il suo povero marito le aveva lasciato un asino dal quale traeva di che vivere; e che quest'asino spesso soleva, di giorno e di notte, ragliare come il frate faceva; e l'asino era morto e l'aveva lasciata senza pace; e quando udiva le grandi grida del predicatore, simili alla voce dell'asino suo, gli tornava questo in memoria, anche senza volerlo, sì che era costretta a piangere. E così quello sciocco, più che predicante, latrante, se ne andò confuso della sua stoltezza.

CCXXX

DI UNA GIOVANE CHE FU BURLATA DA UN MARITO VECCHIO

Un Fiorentino, già vecchio, condusse in moglie una giovine, che aveva appreso dalle matrone a resistere la notte alle prime violenze del marito, ed a non cedere la fortezza al primo assalto. E rifiutò. E l'uomo, che a navigar per quel mare aveva spiegate tutte le vele, quando la vide così ritrosa, le chiese del perché non fosse docile seco. E la vergine disse che ciò era dolor di capo, e l'uomo, ritirati gli ordegni, si volse sull'altro lato e dormì fino all'alba. La ragazza, quando s'accorse che ei non la cercava, dolente del consiglio che le avevano dato, destò il marito e gli disse che il capo più non le doleva. Ed egli: «Ora mi duole la coda», rispose, e lasciò la moglie vergine com'era. Perché è ben fatto ricevere le cose buone tosto che vengono offerte.

CCXXXI

LE BRACHE DI UN FRATE MINORE DIVENTANO RELIQUIE

Un fatto molto ameno, e che trova luogo fra queste storielle, avvenne tempo fa ad Amalia. Una donna maritata, mossa, come credo, da ragione di bene, andò a confessare i suoi peccati ad un frate dell'ordine dei Minori. Costui, parlando, mosso dal desiderio, fece tanto con la donna, che finalmente la trasse alla sua voglia e insieme cercarono il modo di far la cosa; e si combinò fra di loro che la donna si sarebbe finta malata ed avrebbe a sé chiamato il confessore; con questi è costume lasciar solo il malato, che così più liberamente apregli l'anima sua. E la donna finse una malattia, si mise a letto, simulando un grave dolore, e chiese del confessore, il quale, essendosi tutti gli altri ritirati, rimase con lei e giocò seco più volte. Ed essendo stati molto tempo insieme, entrò alcuno nella stanza, e il frate se ne andò, dicendo che il dì dopo sarebbe tornato a ricevere la fine della confessione. Tornò, e levatesi le brache e postele sul letto della donna, continuò la confessione nello stesso modo del dì prima. Il marito, che di nulla sospettava, meravigliato della lunghezza di quel sacramento, entrò nella stanza, e il frate, sorpreso da quella venuta, se ne andò dimenticando le brache; e il marito, vistele, gridò che quello non era un frate, ma un adultero, e andò al priore del convento, protestando, lamentandosi del fatto indegno e minacciando di morte il reo. Il priore, che era vecchio, calmò l'ira dell'uomo, dicendo che quelle grida tornavano anche a disonore della sua famiglia; che era meglio metter tutto in silenzio e coprire la cosa. E il marito disse che essa era manifesta per modo delle brache e che non si poteva nascondere; e il vecchio trovò rimedio anche a questo; disse che quelle poteano passare per le brache di San Francesco, che, per guarire la moglie, quel frate aveva portate; che egli verrebbe con pompa e processione a riprenderle. Così fu convenuto, e il Priore convocò i frati, e vestiti degli indumenti sacri, colla croce in testa, si recarono alla casa di quell'uomo, presero divotamente le brache, e come se fossero sante reliquie le recarono su un cuscino di seta, e le fecero baciare al marito, alla moglie e a tutti quelli che incontrarono per la via, e con gran canti e cerimonie le portarono al convento e le collocarono nel Santuario fra le altre reliquie. Ma poi l'affare fu scoperto e vennero a Roma inviati di quella città a chieder ragione dell'ingiuria.

CCXXXII

DI UN BREVE CONTRO LA PESTE DA PORTARSI AL COLLO

Andai, di recente, a Tivoli, per vedere i figliuoli che io avevo colà mandati dalla città per causa della peste, e udii là narrare una cosa che non è indegna di riso e di esser messa fra queste fiabe. Pochi giorni prima, un frate, di quelli che vanno attorno (si cominciava già a temere della peste) prometteva di dare un di quei che chiamano brevi da portare al collo, e chi l'aveva non sarebbe morto di peste. Quella sciocca plebe, mossa da questa speranza, spesero i danari che avevano a comprare i brevi e se li attaccarono al collo con un filo. Il frate aveva prescritto di non aprire il breve che dopo quindici giorni; se l'avessero fatto prima, avrebbe perduta la sua virtù; e dopo aver fatti molti denari, se ne andò. I brevi poi furono letti, per desiderio che gli uomini hanno di conoscere le cose celate; ed in essi era scritto in volgare:

Donne, se fili e cadeti lo fuso

Quando te fletti tien lo culo chiuso.

Questo supera tutte le prescrizioni dei medici e tutte le medicine.

CCXXXIII

DEL CARDINALE ANGELOTTO CUI APRIRONO LA BOCCA

INVECE DI CHIUDERLA

Angelotto Romano, uomo loquace e mordace, non la perdonava ad alcuno. Quando per colpa dei tempi, per non dire per la stoltezza degli uomini, egli fu fatto Cardinale, una volta, come è costume, nel concistoro segreto dei cardinali tacque; e volgarmente si dice che i nuovi Cardinali hanno chiusa la bocca fino a che il Papa, dando loro permesso di parlare, glie la apra. Un giorno chiesi al Cardinale di San Marcello che cosa avessero fatto nel Concistoro: «Abbiamo» rispose, «aperta la bocca ad Angelotto». «Oh», risposi, «era assai meglio chiudergliela con un forte catenaccio».

CCXXXIV

IN QUAL MODO RIDOLFO PRESTO' UN BUON CAVALLO

AD UNO CHE GLIE LO CHIESE

A Ridolfo di Camerino, del quale abbiamo più sopra detto, fu chiesto una volta da un nobile Piacentino un cavallo in dono, che doveva riunire tante buone qualità e tanta bellezza, da non potersene trovar uno sì fatto nelle stalle del principe. E Ridolfo, perché quell'altro fosse contento, gli mandò una cavalla ed uno stallone de' suoi, aggiungendovi che gli spediva quegli ordegni perché potesse con essi fare un cavallo a suo modo, perché come egli lo aveva richiesto non l'aveva. Queste parole insegnano a non chieder cose così squisite, che o siano troppo difficili, o si possono onestamente negare.

CCXXXV

LA CONTESA DI DUE DONNE FA DARE UNA

RISPOSTA DEGNA DI RISO

Una donna di Roma, che io conobbi, che guadagnava la vita col suo corpo, aveva una figlia maggiore molto bella, che aveva dedicata a Venere. Sorta una volta contesa fra lei e una vicina che facea lo stesso mestiere, vennero a ingiurie e contumelie di ogni maniera. E avendo la vicina minacciata la madre e la figlia, parlando di non so quale alta protezione, quella, toccando la figliuola sotto il ventre: «Che Iddio», disse, «salvi e custodisca questa e me; che io disprezzerò le tue parole e le tue minacce». E rispose bene; perché si confidava ad un ottimo patrocinio, nel quale molti avevano diletto.

CCXXXVI

UN PRETE INGANNO' UN LAICO CHE VOLEVA SORPRENDERLO

Un prete era di gran giorno in letto con la moglie di un villano, e questo era nascosto sotto per sorprenderlo. Forse pel troppo lavoro, come caduto in delirio, e non sapendo del villano che era nascosto sotto il letto, saltò su il prete a dire: «Oh! si dispiega sotto i miei occhi tutto quanto il mondo». E il villano che il dì prima aveva perduto l'asino: «Ehi, vi prego», disse, «guardate se in qualche parte non vedeste l'asino mio».

CCXXXVII

DI UN TINTORE INGLESE CHE EBBE UN'AVVENTURA

MERAVIGLIOSA CON LA MOGLIE

Quando io era in Inghilterra, accadde ad un tintore una cosa molto da ridere e che merita di trovar luogo qui. Questi aveva moglie e in casa aveva molti garzoni e serve, e sopra una di costoro gittò gli occhi che più delle altre pareva bella; egli più volte le chiese di venir seco, ed essa alla padrona riferì ogni cosa, e per consiglio di questa accondiscese. Nel giorno e nell'ora stabiliti la padrona andò invece dell'ancella nel luogo segreto ed oscuro; e l'uomo venne e compì l'opera sua, non dubitando ch'ella fosse la moglie; e quando ebbe finito ed uscì, narrò la cosa ad uno de' suoi giovini dicendogli, che se voleva, poteva anch'egli servirsi della ragazza. E quegli vi andò, e la moglie che lo credette il marito lo prese senza dir verbo; e dopo quello andò un terzo, e la donna, sempre credendo che fosse il marito, si assoggettò per la terza volta al sacrifizio. Quando finalmente poté, uscì la donna di nascosto dal luogo e alla notte rimproverò il marito, che verso di lei si mostrava così tranquillo e colla serva tanto acceso da ripetere per tre volte un giorno seco la stessa cosa. E il marito fe' finta di non saperne e del suo errore e del peccato della moglie, del quale egli era stato la causa.

CCXXXVIII

CONFESSIONE TOSCANA CHE FU POI FRANCA

Un tale, che non aveva risparmiato né anche il pudore di sua sorella, venne a Roma per confessar quel peccato e cercò un confessore toscano. E quando glie ne indicarono uno, egli vi andò chiedendo prima di tutto se egli fosse toscano. E quegli rispose che era, e l'altro incominciò la confessione, e fra le altre scelleratezze narrò che un giorno, essendo nella stanza di sua sorella e aveva l'arco pronto, le scoccò una freccia; e il confessore: «Scellerato!», esclamò, «forse hai uccisa la sorella?». «No», rispose l'altro, «ma voi non capite il toscano». «Lo comprendo benissimo, se son nato in Toscana, ora tu mi dici che tesa la balestra saettasti tua sorella». «Non intendo in questo modo», soggiunse, «ma che avevo l'arco teso, che vi posi una freccia e che colpii la sorella». E il confessore: «E la feristi o nella faccia o in altra parte del corpo». «Oh!» rispose il penitente, «voi non sapete parlar toscano». «Ma se ho capito le tue parole»», riprese il confessore; «guarda piuttosto che tu non sia quello che non sa parlare in quel sermone». «Non dico», aggiunse l'altro, «di aver ferita la sorella, ma di aver scoccata una freccia dall'arco teso». E avendo il confessore concluso che non capiva quel che si dicesse, e l'altro ripetendo che egli non capiva il toscano, e rinnovando la storia della balestra e della saetta: «Se non ti servi di altre parole», disse il confessore, «io non arrivo a capire». E l'altro, dopo avere così a lungo tergiversato per il pudore, disse finalmente con parole proprie tutto ciò che aveva fatto. «Ora», disse il confessore, «tu parli toscano a un toscano, e capisco perfettamente», e datagli la penitenza lo assolse. È davvero segno di cattivo animo dimostrare il pudore con le parole, mentre nei fatti si è impudico e scellerato.

CCXXXIX

DI UN COMBATTIMENTO FRA GAZZE E CORNACCHIE

In quest'anno l45l, nel mese di aprile, è avvenuta una cosa meravigliosa fra la Gallia e quella che ora si chiama Britannia. Gazze e cornacchie, schieratesi in aria con acute grida, combatterono accanitamente per tutto un giorno. E la vittoria fu delle cornacchie, e furono trovate morte per terra duemila di loro e quattromila gazze. Vedremo che cosa ci recherà questo prodigio.

CCXL

DETTO GRAZIOSO DI FRANCESCO SU I FIGLI DEI GENOVESI

Francesco Quartente, mercante fiorentino, dimorava a Genova con la moglie e la famiglia; e i suoi figliuoli erano macilenti e di corpo gracile; e i figli dei Genovesi sono invece più forti e robusti. Un giorno un Genovese chiese a Francesco per qual ragione fossero i figliuoli suoi tanto deboli e magri, mentre che per i loro figli non era in quel modo. Ed egli: «La ragione è facile», rispose. «Io faccio i figli miei da me solo, mentre voi altri per farli avete bisogno che molti vi aiutino». Perché i Genovesi, appena hanno preso moglie, vanno subito sul mare e le mogli abbandonate lasciano, come essi soglion dire, alla custodia degli altri per moltissimi anni.

CCXLI

GESTO DI UN FIORENTINO, GIUSTO MA BRUTALE

Uno de' miei amici raccontò una volta che egli aveva conosciuto un Fiorentino, il quale aveva la moglie bella che era perseguitata da molti amatori. E alcuni di quelli, alla notte, sulla via vicino alla casa venivano con le fiaccole a fare la serenata, come si dice. Il marito, che era uomo molto arguto, spesse volte destato dal suono delle trombe e dai canti, s'alzò una notte dal letto e venne alla finestra con la moglie, e vista la turba degli amanti che facean baccano, con gran voce li pregò di stare un poco a vedere. Tutti a quell'invito alzarono gli occhi, ed egli espose fuori della finestra un arnese molto abbondante, in funzione, dicendo loro, che per quanto essi ne avessero egli ne aveva anche di più per contentare la donna, che era quindi vano ed inutile che si dessero tanto attorno, sperava adunque che non gli avrebbero più dato noia. E questo grazioso discorso li distolse dall'inutile cura.

CCXLII

GRAZIOSA DOMANDA DI UN VECCHIO IMPOTENTE

Un altro narrò una storia simile di un Fiorentino, che era suo vicino, il quale in età avanzata aveva sposata una donna giovine. Questa, Riccardo degli Alberti, giovine nobile e bello, prese ad amare e similmente alla notte con molti sonatori e cantanti sulla via destava l'uomo che dormiva. Questi finalmente andò da Benedetto, che era padre del giovane, e invocata l'antica amicizia, e i servizi che s'eran resi, dopo molti lamenti concluse che e' non s'era meritato che suo figlio lo uccidesse. A queste parole meravigliato il padre rispose che ciò non avrebbe egli mai sopportato e che avrebbe impedito il delitto, e chiese in che modo potesse meglio punire suo figlio. E l'altro: «Tuo figlio è innamorato di mia moglie, e spesso la notte con suoni e con canti desta me e la moglie dal sonno, e per questo avviene che io, sveglio, più di quello che possa, e perché ella non pensi ad altri, debba dare opera seco. E poiché ciò accade assai spesso, così mi mancano le forze, e se tuo figlio non smette, io sono presso a morire». E con questa facezia Riccardo, ammonito dal padre, non gli fu più molesto.

CCXLIII

DETTO FACETO DI UNA CORTIGIANA ALLE

SPALLE DEI VENEZIANI

Ai bagni di Petriolo udii da una dotta persona narrare di una faceta risposta di una meretrice, che non è indegna di essere registrata fra queste facezie. Eravi a Venezia una cortigiana da bassa gente, alla quale andavano uomini di tutti i paesi; uno di questi un giorno le chiese quali fra gli uomini del mondo le paressero meglio forniti. E la donna tosto rispose che erano i Veneziani. E chiestane la ragione: «L'hanno tanto lungo», disse, «che per quanto siano in mare e in lontani paesi, arrivano fino alle loro mogli e fanno loro fare fanciulli». Scherzava in questo modo sulle mogli dei Veneziani, che, quando questi vanno lontano, sono lasciate alle cure degli altri.

CCXLIV

FACEZIA DI UN IGNORANTE CHE CONFUSE I PIU' DOTTI

Molti frati conversavano sulla età e sulle opere di nostro Signore e come Egli al trentesimo anno incominciasse la predicazione. Un tale, che non sapeva di lettere e che era presente, li richiese di ciò che avesse fatto Gesù dopo aver compito il trentesimo anno. E poiché alcuni dei frati tacevano, e altri in diversa guisa rispondevano: «Con tutta la vostra sapienza», soggiunse, «non sapete una cosa che è tanto facile». E domandando quegli che cosa fatto egli avesse dopo il trentesimo anno, disse l'altro: «Entrò nel trentunesimo». E tutti scoppiarono in riso e lodarono la facezia di quell'uomo.

CCXLV

MORDACE RISPOSTA DI UN TALE CONTRO UN MERCANTE

CHE DICEVA MALE DEGLI ALTRI

Carlo Gerio, mercante fiorentino, uno di quei banchieri che seguono la Curia Romana, venne in Avignone, com'è costume dei mercanti che fanno commercio in varie province; poi, tornato a Roma, e in un pranzo di amici, parlando, un giorno fu richiesto del come vivessero i Fiorentini che ad Avignone si trovavano; ed egli rispose che erano contenti ed allegri come matti, perché, soggiunse, a stare un anno in quel paese si diventava matti. Allora un convitato, che si chiamava Allighieri ed era un uomo arguto, chiese a Carlo per quanto tempo fosse egli rimasto in Avignone. E Carlo rispose che solo per sei mesi ci aveva fatta dimora. E l'altro: «Tu hai dunque molto ingegno, Carlo», gli disse, «perché in soli sei mesi hai fatto ciò che gli altri fanno in un anno». E tutti ridemmo del mordace detto di quel tale.

CCXLVI

BELLA RISPOSTA DI UNA DONNA AD UN GIOVANE CHE

ARDEVA D'AMORE PER LEI

Un giovane di Firenze bruciava d'amore per una donna nobile ed onesta, e spesso la seguiva in chiesa o in qualunque luogo ella andasse. E soleva dir con gli amici che e' desiderava di trovar luogo e tempo per dirle poche parole, che egli aveva già pensato e composte. Un dì di festa venne la donna alla chiesa di Santa Lucia, e uno degli amici disse al giovane che era quella l'occasione per parlarle, quando la vedesse andare al santo fonte a prendere l'acqua benedetta. Ed egli, istupidito, come se avesse perduta ogni forza, cedendo agli incitamenti dell'amico, andò vicino alla donna: e dimenticate le parole che aveva pensate, non osava né anche parlare; e poiché l'amico gli ripeteva che era tempo di dirle qualche cosa: «Signora», disse finalmente, «io sono vostro servitore». Alle quali parole rispose la donna sorridendo: «A casa ho abbastanza e anche troppi servitori, che spazzano le camere e lavano il vasellame; perciò non ho io bisogno di voi». E tutti risero e della stupidaggine del giovane e della bella risposta della donna.

CCXLVII

DI UN NOBILE DEL TEMPO DELL'IMPERATORE FEDERICO CHE

AVEVA MOLTA PRESUNZIONE NELLE ARMI

MA CHE NULLA FECE

Quando l'imperatore Federico (che morì a Buonconvento su quel di Siena) pose, come nemico, gli accampamenti a due miglia da Firenze, molti nobili presero le armi per difendere la loro città e uscirono ad attaccare i nemici nel loro campo; un millantatore, di nobile famiglia, montò armato a cavallo e si slanciò di galoppo fuori dalle porte della città, rimproverando la lentezza degli altri, che venivano dietro come se avesser paura, e urlando che sarebbe anche solo andato contro ai nemici. Quando correndo, e buttando le forze in queste millanterie, ebbe trascorso un miglio e vide alcuni che ritornavano coperti di ferite avute dai nemici, prese ad andar più piano e ad allentare il passo. E quando udì le grida dei nemici che combattevano co' suoi concittadini, e vide di lontano la battaglia, si fermò. E quando uno, che aveva udite le sue millanterie, gli chiese perché non si spingesse innanzi e non entrasse nella mischia, egli, dopo essere stato per qualche tempo in silenzio, rispose: «Non mi sento così forte e valoroso nelle armi come credevo». Si devono pesare le forze del corpo e dell'animo per non promettere mai più di quello che si possa dare.

CCXLVIII

DI UN UOMO CHE PER DUE ANNI NON PRESE

NE' CIBO NE' BEVANDA

Temo, che ciò che sto per raccontare non sembri una favola, perché ripugna alla natura e pare che si possa facilmente negare. Un tale, che aveva nome Giacomo, e che al tempo di Papa Eugenio era nella Curia Romana, nel posto chiamato di copista, tornò a Noyon in Francia, che era il suo paese natale, e qui cadde in grave e lunga malattia. Il mio racconto sarebbe troppo lungo se dovessi dire tutte le cose che egli disse e che gli erano durante quella malattia accadute. Finalmente, dopo molti anni, al sesto anno del pontificato di Niccolò V, tornò alla Curia, per andare al sepolcro di nostro Signore, nudo e povero, perché per la via i ladri lo avevano spogliato; e andò da alcuni della Curia, miei vicini, uomini onestissimi che lo avevano prima conosciuto. E raccontò loro, che già da due anni dopo la malattia non aveva né mangiato né bevuto, per quanto avesse provato spesso. È un uomo magrissimo, ed è prete; ha la mente perfettamente sana, dice l'ufficio, ed io ne ho udita la messa. Molti teologi e fisici hanno lungamente parlato con lui, e dicono che è cosa contro natura, ma talmente stabilita che sarebbe ostinazione non crederla. Ogni giorno vengono moltissimi a vederlo e ad interrogarlo; e si hanno su di ciò diverse opinioni. Alcuni credono che il suo corpo sia abitato dal demonio; ma egli non ne dà alcun segno, e pare uomo prudente, probo e religioso, e anche ora lavora al suo mestiere di copista. Altri affermano che il suo umore malinconico gli sia di nutrimento. Io stesso ho molte volte parlato seco, ed egli crede false queste opinioni; e confessa che ne è più meravigliato degli altri. Ma non venne a questa consuetudine tutt'in una volta, ma a poco a poco. Io mi meraviglierei di più di questo prodigio, se sfogliando certi annuali che copiai in Francia, non avessi letto che similmente ciò avvenne al tempo di Lotario imperatore e di Papa Pasquale, nell'anno 822. Una fanciulla di dodici armi a Commercv, nel territorio di Toul, dopo avere avuta la comunione pasquale, si astenne dal mangiar pane per dieci mesi prima, poi per tre anni da qualunque cibo e bevanda; poi tornò alla consuetudine di prima; ed egli spera di far lo stesso.

CCXLIX

DETTO GRAZIOSO DI UN TALE CHE AVEVA PROMESSO

DI EDUCARE UN ASINO

Un signorotto, allo scopo di rapire i beni di un vassallo, che si vantava di saper fare molte cose, gli comandò sotto grave pena di insegnar a leggere a un asino. E quello rispose che ciò era impossibile, se non gli avesse lasciato molto tempo per educar l'asino a far quella cosa; e poiché il signore gli concesse di chieder quanto tempo voleva, così e, chiese un decennio. Tutti lo deridevano perché si era assunto di fare una cosa impossibile, ed egli consolava in questo modo gli amici: «Non temo nulla», diceva, «perché in questo tempo, o io muoio, o muor l'asino, o muore il signore». Con queste parole dimostrò che è saggio trarre alle lunghe e differire una cosa difficile.

CCL

DI UN PRETE CHE NON SAPEVA SE L'EPIFANIA

ERA MASCHIO O FEMMINA

Un amico mio nel giorno dell'Epifania mi narrò di una stoltezza di un certo prete, suo compaesano: «Fuvvi», disse, «un prete che annunziò in questo modo al popolo la festa del dì dopo: «Domani», disse, «veneriamo con molta divozione la Epifania; perché questa è una delle principali feste. Non so davvero se fosse uomo o donna; ma in qualunque modo è necessario osservare questo giorno con la massima riverenza».

CCLI

DI UN USURAIO CHE FINSE DI PENTIRSI E FECE PEGGIO

Venne una volta ad un vecchio usuraio, che simulava di avere smesso il mestiere, un tale a cercare denaro ad usura, e gli portò in pegno una croce d'argento, nella quale era una particella del legno della croce di nostro Signore; e avendo chiesto al vecchio il danaro: «Io», disse questi, «ho già smesso di commettere questo peccato di dare ad usura; ma va' da mio figlio, (e gli disse il nome), il quale vuol perdere l'anima sua e domanda a lui il prestito». E mandò seco un servo perché gli insegnasse la casa dove abitava il figliuolo; erano già lontano, quando il vecchio richiamò il servo: «Ohè tu», gli disse, «di' a mio figlio, che si ricordi di detrarre dalla croce il peso del legno». E quest'uomo, che pareva pentito, non volle che suo figlio stimasse per argento il legno della croce, credendolo di minor prezzo. Ognuno torna facilmente alla sua abitudine.

CCLII

FAVOLA DEGLI UCCELLETTI CHE PARLAVANO RETTAMENTE

Un tale prendeva degli uccelletti che erano chiusi in una gabbia e li uccideva stringendo loro la testa. E mentre ciò faceva, prese per caso, a gemere lacrime dagli occhi. Allora uno degli uccelli carcerati disse agli altri: «State di buon animo, perché ora lo vedo lacrimante, ed avrà compassione di noi». E il più vecchio rispose: «Figlio mio, non guardargli agli occhi, ma alle mani». E mostrò come non si debba por mente alle parole, ma bensì alle opere.

CCLIII

UN TALE SI CINSE IL COLLO CON VARIE CATENE E FU RIPUTATO PIU' STOLTO

Un tale di Milano, soldato millantatore, di stirpe di cavalieri, venne a Firenze ambasciatore, e tutti i giorni per ostentazione portava al collo catenelle di vario genere. Vide la sciocca vanità di costui Niccolò Niccoli, che fu uomo dottissimo e arguto: «Quegli altri matti», disse, «soffrono di essere legati ad una catena sola; costui invece è tanto matto, che di una catena non si contenta».

CCLIV

FACEZIA DI RIDOLFO SIGNOR DI CAMERINO CONTRO UN AMBASCIATORE CHE INVEI' CONTRO I SIGNORI

Nella guerra che si fece fra Papa Gregorio XI e i Fiorentini, il Picentino e quasi tutte le province Romane abbandonarono la causa del Pontefice. L'ambasciatore di Recanati, mandato a Firenze, venne a ringraziare i Priori della libertà che i Recanatesi avevano avuto per aiuto dei Fiorentini ed inveì con gravi parole contro il Pontefice e i suoi ministri, e principalmente contro tutti i Signori e i tiranni, detestando il loro cattivo governo e i loro delitti, non avendo alcun rispetto né anche per Ridolfo, che allora era capitano dei Fiorentini, il quale per questo assisteva alle udienze degli ambasciatori e udì la lunga detrazione che di lui si fece. Allora Ridolfo chiese all'ambasciatore di che facoltà o arte fosse, e quegli rispose esser dottore in diritto civile, e Ridolfo gli chiese ancora per quanti anni avesse studiate le leggi. E avendo risposto quello, che per più di un decennio aveva data opera a quegli studi: «Come vorrei», esclamò Ridolfo, «che tu per un anno solo avessi studiata la discrezione!». E rispose degnamente con quelle parole a quello stolto, che essendo egli presente aveva tanto detto male de' Signori.

CCLV

DI UN PORCO CHE ROVESCIO' UN VASO D'OLIO IN CASA DI UN GIUDICE

Un tale che era giudice di un litigio, ebbe da uno dei litiganti un orcio d'olio, con la promessa che la sentenza sarebbe a quello favorevole; quando l'altro seppe la cosa, mandò al giudice un porco grasso, pregandolo che lo favorisse. Ed egli dié la sentenza in favore di quello del porco, e all'altro che si lamentava seco e della mancata promessa e dell'olio mandato, disse il giudice: «Venne in mia casa un porco, e quando trovò il vaso dell'olio lo ruppe, e sparse l'olio; ed è così che io ho dimenticato». E questa per quel giudice venale fu un'eccellente risposta

CCLVI

RISPOSTA FACETA DI UN UOMO CALVO A DUE GIOVANI

Due ragazze erano alla finestra della loro casa che dava su di un orto, e in quel mezzo uscì l'ortolano, vecchio e calvo, per mangiare; e avendolo visto deforme per la calvizie, gli chiesero se desiderava sapere il modo di far nascere i peli. Ed avendo risposto che ciò desiderava, dissero le giovani per giuoco che si lavasse il capo coll'urina della moglie. Ed egli, voltosi verso di loro: «Questa vostra medicina», disse ridendo, «non è punto buona; e lo provai col fatto: poiché da trent'anni lavo in quel modo questo amico mio (e lo additò con la mano) e pur tuttavia né anche un pelo gli è spuntato sul capo».

CCLVII

DI «MESSER PERDE IL PIATO»

Enrico da Monteleone era procuratore delle cause nella Curia Romana, ed era assai vecchio, e assai ignorante nell'arte sua; e per questo aveva il soprannome di Messer perde il piato. Una volta che gli chiesero per qual ragione perdesse sempre le sue cause: «Perché», rispose, «tutti quelli che chiedono il mio patrocinio voglion le cose ingiuste, e per questo in qualunque causa sono inferiore». E questa fu una graziosa risposta di quell'uomo ignorante.

CCLVIII

DI UNA CANZONE CHE PIACE AGLI OSTI

Un viaggiatore affamato si fermò ad una taverna e riempì il ventre di cibo e di vino; e quando l'oste gli chiese il denaro, rispose che non aveva un soldo, ma che gli avrebbe cantato delle canzoni. E il taverniere soggiunse che non ci volevano canzoni, ma denari. E l'altro: «Se ti dirò una canzone che ti piaccia, la prenderai tu pe' il denaro?». E l'oste acconsentì, e il viandante ne cantò una. Chiese all'oste se gli piacesse, e questi scosse il capo; e il viaggiatore ne disse un'altra ed un'altra ancora; e l'oste disse che non gli piaceva: «Ora», disse l'altro, «te ne dirò una che ti piacerà». E cavata la borsa, come se la volesse aprire, intonò la canzone dei viaggiatori: «Metti mano alla borsa e paga l'oste» . E; quando ebbe finito, chiese se gli piacesse: «Questa mi piace», rispose. E il viandante: «Per il patto che abbiam fatto, tu se' pagato; perché questa canzone ti è piaciuta». E se ne andò senza pagare.

CCLIX

FACETA RISPOSTA RIGUARDO AD UN UOMO MAGRO

Un nostro concittadino, mio amicissimo, è di corpo molto magro e macilento. Un giorno uno se ne meravigliava e ne chiedeva la ragione, ed un altro argutamente gli rispose: «Perché meravigliate di così semplice cosa? egli sta mezz'ora a tavola a mangiare, e a metter fuori le materie del corpo perde due ore». Alcuni hanno davvero costume di perdere molto tempo a sgombrarsi il ventre.

CCLX

FACETA RISPOSTA DI UNA DONNA CHE AVEVA IL CALAMAIO VUOTO

Una signora, nostra concittadina, onestissima donna, era richiesta da un messaggero se non avesse ella lettere da consegnargli per suo marito, che era lontano, ambasciatore della Repubblica: «Come mai», rispose, «potrei io scrivere, se mio marito ha portato seco la penna ed ha lasciato vuoto il calamaio?». Faceta ed onesta risposta.

CCLXI

RISPOSTA GRAZIOSA SULLA SCARSITA DEGLI AMICI DI DIO

Uno dei nostri concittadini, che era uomo molto arguto, era da molto tempo tormentato da grave malattia. E venne a lui un frate per esortarlo alla pazienza e, fra le altre parole di consolazione, gli disse che Dio soleva infliggere dei mali a coloro che egli amava: «Non mi meraviglio», disse il malato, «che Iddio abbia così pochi amici; ché se li tratta in questo modo, ne avrà anche meno».

CCLXII

DI UN FRATE DI SANT'ANTONIO DI UN LAICO E DI UN LUPO

Uno di quei frati che vanno intorno e chieggono la elemosina per Sant'Antonio, persuase un contadino a dargli non so qual frumento, con la promessa che tutte le cose sue, e specialmente le pecore, sarebbero per un anno immuni da danno qualsiasi. E il villano, fidando sopra questa promessa, lasciò liberamente vagare le sue pecore, e un lupo glie ne mangiò molte. Sdegnato per questa cosa, quando, l'anno dopo, il frate tornò pel frumento, negò di darglielo, e si lamentò anche che fossero state vane le sue promesse. E chiestane il frate la ragione, rispose il villano che il lupo gli aveva rapito le pecore: «Il lupo», disse l'altro; «oh! oh! è esso una cattiva bestia, e non te ne fidare; non solo ingannerebbe Sant'Antonio, ma lo stesso Cristo se potesse». Ed è cosa stolta aver fede in coloro che fanno mestiere della frode.

CCLXIII

MERAVIGLIOSA COMPENSAZIONE FRA PENITENTE E CONFESSORE

Un tale, o sul serio o per ingannare il prete, andò da questo, dicendogli che voleva confessare i suoi peccati. E invitato a dire ciò che si ricordasse, disse che aveva rubata non so che cosa di nascosto ad un altro, ma aggiunse che quello aveva molto più rubato a lui. E il sacerdote: «Una cosa», disse, «si computa coll'altra e siete pari»,. Poi aggiunse che aveva bastonato qualcuno, ma che aveva ricevuto anch'egli qualche colpo; e nella stessa guisa, disse il prete, che uguale era la colpa e la pena. E avendo nello stesso modo parlato di molte cose, il sacerdote dissegli che una cosa coll'altra si compensava. E il penitente: «Ora», disse, «rimane un peccato del quale mi vergogno ed arrossisco, con voi specialmente che ne siete offeso». E avendolo il sacerdote esortato a lasciar la vergogna e a dire liberamente dove avesse peccato, egli resistette lungamente, poi mosso dall'insistenza del sacerdote: «Io», disse, «ho avuto tua sorella». «Ed io», disse il prete, «ho più volte avuta tua madre, e come per le altre cose, l'una compensa l'altra». E per questa eguaglianza di peccato lo assolse.

CCLXIV

DETTI ARGUTISSIMI DI DUE FANCIULLI FIORENTINI

Un fanciullo di Firenze portava nell'Arno di quelle reti che servono per lavar le lane; un altro fanciullo che incontrò, gli chiese per giuoco: «A che caccia vai con coteste reti?». E l'altro: «Vado all'uscita del lupanare per vedere di prender tua madre». «Ah!», rispose l'altro, «sta' ben in guardia e fa' con diligenza, che troverai anche la tua». E ambedue furono argute risposte.

CCLXV

CONFUSIONE DI UN GIOVANE CHE PISCIO' SULLA TAVOLA DA PRANZO

Un giovane nobile ungherese, invitato a pranzo da un parente di maggior nobiltà, vi andò a cavallo, seguito dai servi; e quando vi giunse, disceso da cavallo, si fecero incontro gli uomini e le donne, e tosto, poiché l'ora era tarda, lo portarono alla tavola che era preparata. Lavate le mani, lo posero a mensa fra due belle fanciulle, figliuole dell'ospite. Il giovane che sentiva bisogno di mingere, taceva per pudore, e non essendovi pretesto di alzarsi durante il pranzo, aveva così forte dolore alla vescica, che si dimenticava di prendere cibo. Tutti s'erano accorti di questa sua sospensione di animo, e che andava lento a mangiare, e tutti lo eccitavano, quando egli, mosso dal dolore, pose la destra sotto la tavola, e di nascosto quell'affare gonfio introdusse in uno degli stivali, per lasciar finalmente andare quel liquido. In quel punto, la giovane ch'egli aveva alla destra gli disse: «Su dunque! mangiate!». E in questa gli prese il braccio, e trasse sulla tavola la mano, con quel che c'era, in modo che tutta la tavola ne fu inondata. A questo insolito spettacolo risero tutti e il giovane si fe' rosso di vergogna.

CCLXVI

UNA DONNA FIORENTINA COLTA SUL FATTO

Una donna che abitava nei dintorni di Firenze, moglie di un oste, e che era molto liberale, giaceva un giorno con l'amante suo; venne frattanto improvvisamente un altro, per far quello che l'altro faceva, e la donna che lo sentì salir le scale gli andò incontro, e prese a rimproverarlo e a impedirgli di andar oltre, dicendo che non aveva tempo per contentarlo e pregandolo di andarsene subito. Quegli non voleva, ed essendo durati qualche tempo nella contesa, in questa sopravvenne il marito, che volle sapere la ragione del litigio: «Costui», rispose la donna, «è adirato e vuol andar di sopra, per ferire un tale che si è rifugiato nella casa e che io ho nascosto perché non avvenga questo delitto». Colui che stava nascosto, udite queste parole, prese a proferir minacce e a dire che voleva vendicar l'affronto. E l'altro simulò di minacciare e di far forza contro quello. E il marito, sciocco, cercò la causa del dissenso di que' due, e si assunse l'impegno di metter pace fra loro, e dopo aver parlato con entrambi, la concluse e fece bere loro del suo vino, e all'adulterio la donna aggiunse anche il danno della bevuta. Perché le donne prese sul fatto sono sempre molto astute per rimediarvi

CCLXVII

DI UN MORTO CHE ERA VIVO E CHE PORTATO AL SEPOLCRO PARLO' E FECE RIDERE

Eravi a Firenze uno stoloto, chiamato Nigniaca, che non era furioso e anzi abbastanza giocondo. Alcuni giovani allegri, per averne da ridere, vollero persuaderlo che aveva molto male, e concertata la cosa, quando uno di loro uscì di casa la mattina e incontrò il matto e gli chiese che male avesse, perché aveva la faccia stravolta e pallida: «Nessuno», rispose il matto. Poi, dopo essere andato un poco innanzi, un altro della congiura lo interrogò se avesse egli la febbre, da quel che si vedeva dalla faccia smorta e da ammalato. E lo stolto prese a dubitarne, come se quel che e' dicevano fosse vero. E andava timidamente e a passo lento, quando s'imbatté in un terzo che, come era stabilito, appena vistolo: «Hai una faccia», disse, «che mostra che sei gravemente malato ed hai una violentissima febbre». E quello temé sempre di più, e fermatosi, stava pensando se realmente si sentisse in febbre. E sopraggiunse un quarto, che affermò che egli era infermo, e si meravigliò che e' non fosse in letto e lo persuase ad andarsene subito a casa, e si offerse come amico, e promise che l'avrebbe curato come un fratello. Lo sciocco tornò indietro, come se fosse preso da grave malore, ed entrò nel letto, che parea che spirasse. E gli altri amici vennero tutti alla casa e dissero che aveva ben fatto quello che l'aveva messo a letto. Poco dopo venne un tale che si spacciava per medico, e toccato il polso, disse che il malato poco dopo sarebbe per quel male morto. E i circostanti diceansi gli uni agli altri: «Già incomincia a morire, già gli si freddano i piedi, già balbetta, già si fan di vetro gli occhi». E tutti in una volta: «È spirato. Chiudiamogli dunque gli occhi e componiamolo e portiamolo a seppellire». E poi: «Oh! che disgrazia è per noi questa perdita! Egli era buono e nostro amico». E si consolavano a vicenda. Lo stolto, come se fosse morto, persuase se stesso di esser morto. Postolo sul feretro, quei giovani lo portarono per la città, e quando i passanti chiedevano che ciò fosse, rispondevano che era Nigniaca che essi portavano al sepolcro. E lungo il viaggio molti presero parte al giuoco. Ad un punto saltò su un taverniere: «O che cattivo animale fu egli mai, e che pessimo ladro, degno di essere appiccato!». Allora lo stolto, udite queste parole, alzò il capo: «Se fossi vivo», rispose, «come son morto, ti direi, furfante, che tu menti per la gola». E coloro che lo portavano diedero in un gran riso e lasciarono l'uomo nel feretro.

CCLXVII

DI UN SOFISMA

Due amici, al passeggio, discutevano se fosse maggiore la voluttà nel fare all'amore o nello sgombrarsi il ventre, e videro una donna che non aveva mai disprezzato di trovarsi con gli uomini: «Chiediamolo a costei», disse uno, «che è esperta in entrambe le cose». «No», rispose l'altro, «costei non può giudicare la cosa; perché fece all'amore di più che non abbia cacato».

CCLXIX

DI UN MUGNAIO CHE FU INGANNATO DALLA MOGLIE CHE GLI DIE' A MANGIARE CINQUE UOVA

È da aggiungersi alle altre storielle anche questa, che è molto conosciuta a Mantova. E' vicino alla città un mulino il cui padrone era nominato Cornicula. Una sera di estate stava seduto sul ponte, e vide passare una giovane contadina che pareva senza asilo, e la invitò, poiché l'ora era tarda, e il sole tramontava, ad entrare in casa da sua moglie. Avendo ella acconsentito, chiamò un servo e gli ingiunse di accompagnarla dalla moglie, di darle da cena, e di metterla a letto. Rimandato il servo, la moglie, che aveva capito che il marito faceva la voglia della giovane, la pose nel suo letto, e nel letto che egli le aveva destinato andò essa a dormire. Il marito stette per il suo mestiere alzato tutta la notte, e tornato di nascosto a casa entrò nella stanza, e non sapendo dell'inganno, in silenzio si servì della moglie, che non disse parola. E quando uscì, raccontò la cosa al servo, dicendo che se voleva, entrasse; e questo ebbe la moglie del padrone. Cornicula, poi, andò nella camera solita e andò in letto zitto per` non destar la moglie, come credeva Alla mattina sorse pel primo e se ne andò senza parlare, credendo di avere avuta la ragazza. Quando tornò a casa all'ora del pranzo, la moglie gli si fe' incontro e gli diede cinque uova da bere. Meravigliato l'uomo della novità della cosa, le chiese che volesse ciò significare, ed essa tutta allegra disse che gli offriva tante uova quante miglia quella notte aveva seco fatte. Capì l'uomo di essere stato preso al laccio che egli aveva teso, e fingendo di essere stato egli solo nella camera con la moglie, bevve le uova. Accade spesso che i malvagi siano puniti con la loro stessa malvagità.

CCLXX

GRAZIOSO DETTO PER NEGARE LA BELLEZZA

Andavano per le vie di Firenze due amici parlando, e uno di questi era bislungo e corpulento, e brutto e nero di faccia. Questi, veduta una giovinetta che passeggiava con la madre: «Costei», disse per scherzo, «è una giovinetta bella e molto graziosa». L'altra, fatta insolente da tali parole: «Non si potrebbe», rispose, «dire altrettanto di voi». «Oh, sì anzi», disse l'altro, «se uno volesse mentire come ho fatto io con voi».

CCLXXI

RISPOSTA FACETA MA POCO ONESTA DI UNA DONNA

Uno Spagnuolo amico mio mi raccontò di un motto arguto di una donna, il quale mi pare debba aggiungersi a queste nostre storie. Un tale, di età matura, condusse in moglie una vedova, e nella prima notte, servendosi del matrimonio, trovò la stanza più larga di quel che credeva: «Amica mia», le disse, «questa tua stalla è più grande di quello che abbisogni al mio armento». E la donna: «Ma questa», rispose, «è colpa tua; poiché il marito mio che morì (e che Dio gli abbia misericordia) la riempiva così bene, che spesso i becchi non trovavan posto e stavano di fuori». Risposta arguta e graziosa.

CCLXXII

OSCENO CONFRONTO COI DENTI CHE CIONDOLANO

Un vescovo, che io ho conosciuto, aveva perduto qualche dente e ne aveva altri che ciondolavano, e temeva della loro caduta. Un giorno gli disse un amico: «Non temete, i denti non cadranno». E chiestane la ragione: «I miei testicoli», rispose, «già da quarant'anni ciondolano, pare che cadano, e non son mai caduti».

CONCLUSIONE

Ho io in animo, prima di chiudere la serie di queste nostre storielle, di aggiungere anche in qual luogo la maggior parte di esse, come il teatro fosse, furon dette; e questo fu il nostro Bugiale, specie di officina di menzogne che fu da' Segretari fondata per ridere. Fin dal tempo di Papa Martino avevamo abitudine di scegliere un luogo in disparte, in cui ci comunicavamo l'un l'altro le nuove, e dove si parlava di varie cose, sia sul serio, sia per distrarre l'animo. Ivi non la si perdonava ad alcuno, e si diceva male di tutto ciò che ci dispiaceva; e spesso lo stesso Papa dava materia alle critiche nostre; ed era per questo che molti venivano in quel luogo per paura di non essere i primi colpiti. E fra i narratori il primo era Razello da Bologna, dal quale ho raccolto molte delle storie narrate. E anche Antonio Lusco, del quale spesso si parla, era uomo molto arguto, e anche Cencio Romano, dato anch'egli alla burla. E pure qualcuna delle mie vi aggiunsi, che non sono del tutto sciocche. Ora i miei amici sono morti e il Bugiale non è più, e per colpa de' tempi e degli uomini si va perdendo il buon uso dello scherzo e del conversare.

Traduzione in lingua italiana di autore ignoto, pubblicata dall'editore Sommaruga di Roma nel l884.

 

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Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 23.31.11