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Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

LE FACEZIE

Di: Poggio Bracciolini

 

 

CLXXIV

DI UN POVER'UOMO CHE GUADAGNAVA COLLA BARCA

Un povero che traeva il viver suo traghettando il fiume, una sera, che non vi aveva passato alcuno, tornava tardi a casa, mesto, quando di lontano vide uno che gridava perché lo passasse; e sperando nel piccolo guadagno, passò all'altra riva quell'uomo. Ma avendogli chiesto il denaro, quegli giurò che non ne aveva affatto e gli promise di dargli buoni consigli in premio dell'opera sua: «Come», disse il barcaiuolo, «mentre la mia famiglia muore di fame, dovrò darle de' consigli a mangiare?». «E questo soltanto», rispose, «io posso dare». Il barcaiuolo, molto adirato, chiese che cosa dicessero questi consigli: «Che tu», disse il viaggiatore, «non devi mai trasportare alcuno senza aver prima avuto il denaro; e che tu non dica mai a tua moglie che un altro lo ha più abbondante». Udite queste cosee e' tornò afflitto a casa. E alla donna, che gli chiese denaro per comprar del pane, disse, che in luogo di denaro egli recava dei buoni consigli, e le narrò la cosa, e le disse i consigli che aveva ricevuti. La donna quando sentì parlar d'abbondanza, drizzò le orecchie: «Forse che», chiese, «voi uomini non ne avete tutti la stessa quantità?». «Che! «rispose, «vi sono fra di noi grandi differenze; il nostro prete ne ha forse più del doppio», e stendendo il braccio, le mostrò la misura. La donna, tosto accesa di voglia, volle il più presto che poté esperimentare se suo marito avesse detto il vero. Così mutata in stoltezza quella che doveva esser sapienza, imparò il pover'uomo che non si hanno a dire le cose che ci sono nocive.

CLXXV

DI UNO SCIOCCO MILANESE CHE PORTO' AL CONFESSORE

IL MANOSCRITTO DEI SUOI PECCATI

Un certo milanese, sia per sciocchezza, sia per ipocrisia, sia per paura di dimenticarli, aveva scritto in un grosso quaderno i suoi peccati, e andò con questo una volta da un uomo molto dotto e perito in sì fatta materia, chiamato Antonio Randanense di Milano dell'ordine dei Minori, per confessare i peccati suoi; e pòrtogli il quaderno, lo pregò di leggerlo, ché esso conteneva tutta la confessione de' suoi peccati. L'uomo avveduto e saggio, che vide che la lettura di quel volume richiedeva molto tempo, conosciuta la stoltezza dell'uomo, lo interrogò sommariamente, poi gli disse: «Io ti assolvo compiutamente di tutti i peccati che sono qui scritti». E poi che l'altro gli chiese qual penitenza fosse per infliggergli: «Per un mese», gli disse, «tu leggerai questo codice sette volte il giorno». E per quanto dicesse che ciò non si potea fare, il confessore rimase sull'avviso. E così la prolissità dello sciocco fu vinta dalla risposta.

CLXXVI

DI UN TALE CHE ANDANDO A VISITARE I PARENTI DELLA MOGLIE

VOLEVA ESSERE LODATO DA UN AMICO

Un tale che era di poco ferma salute, e poco ricco, aveva preso moglie; andò, d'estate, una sera a cena dai parenti di questa, e condusse seco un amico, pregandolo di aggiungere sempre col discorso a ciò che egli avrebbe detto. Quando la suocera lodò la veste che egli indossava, disse che ne aveva un'altra più bella, e l'amico che esso ne aveva una il doppio più bella ancora. E quando il suocero gli chiese se avesse dei possedimenti, ed ei rispose che aveva un fondo fuori del paese, che gli rendeva abbastanza per vivere: «Non ricordi dunque», disse l'amico, «l'altro fondo che possiedi e che ti produce tanto denaro?» E così via, di tutte le cose che egli vantava, l'amico aggiungeva il doppio. E poi che il suocero gli diceva che mangiava poco e lo pregava di prender cibo: «Io», disse, «all'estate non sto bene»; e l'amico, per mantenere le cose come aveva cominciato: «Egli è», soggiunse, «assai più di ciò che egli dica; perché, se sta male all'estate, sta assai peggio nell'inverno». A queste parole tutti scoppiarono dalle risa, e la esagerazione dell'uomo, indirizzata a false lodi, ebbe il premio che si conviene alla stoltezza.

CLXXVII

DI PASQUINO DA SIENA CHE DISSE AD UNO DEL CORPO

DI STATO CHE QUESTO CREPASSE

Pasquino da Siena, che fu uomo gioviale e faceto, quando la città mutò governo, si recò esule dalla patria a Ferrara; venne qui per vederlo un cittadino senese, uomo di poco valore, che da Venezia tornava a Siena; fu ricevuto cordialmente da Pasquino, e nella conversazione promisegli l'opera sua se egli in favor suo potesse qualche cosa e mostrando per vanità che egli a Siena era molto potente, aggiungendo che egli faceva parte del corpo di Stato: «Che Dio voglia», disse Pasquino, «che questo presto crepi affinché tu e i pari tuoi ne possano il più presto uscire». E così giocondamente punì la vanità di quel tale.

CLXXVIII

DI UN DOTTORE CHE ALLA CACCIA PARLAVA IN LATINO

ED ERA IGNORANTE

Un dottore di Milano, uomo sciocco ed ignorante, un dì che vide un tale che con una civetta andava alla caccia, lo pregò di condurlo seco, perché desiderava di vedere. Il cacciatore acconsentì e nascose il nostr'uomo sotto le frondi vicino alla civetta, col patto che non proferisse parola, perché gli uccelli non si spaventassero. Ed essendo venuti molti uccellini, quello sciocco lo gridò subito, perché l'altro tirasse le reti. E gli uccelli, udita la voce, scapparono. Ma sgridato acerbamente dal cacciatore, promise il silenzio; ed essendo gli uccelli tornati, quello stolto lo disse prontamente con parole latine: «Aves permulta sunt», credendo in questa lingua gli uccelli non avrebbero compreso. E questi fuggirono di nuovo, e il cacciatore, smarrita la speranza di far buona preda, rimproverò anche più acerbamente il dottore di aver parlato. E questi: «Forse che», disse, «gli uccelli sanno il latino? « Credeva egli che se ne fossero andati non pel suono, ma per il significato delle parole, come se le avessero capite.

CLXXIX

DI UNA DONNA CHE SI CREDEVA LODATA UDENDO DIRE

CHE ERA MOLTO APERTA

La moglie di un tale di Siena era coll'amante nel giuoco, e, dopo questo, avendogli egli detto per contumelia che non aveva mai trovato donna meglio aperta, ella credendo che ciò le tornasse a lode: «Questo che dici», gli rispose, «è per bontà tua, non per merito mio; magari che quello che mi hai detto fosse vero! che io per questo mi riputerei più nobile e degna di maggior stima».

CLXXX

FACEZIA DETTA DA UNA GIOVANE CHE ERA SOTTO

IL DOLORE DEL PARTO

Una giovane di Firenze, un po' vuota di testa, era nel parto e soffriva atroci dolori; e duravano già da molto tempo, quando la comare, con un lume, andò ad osservare di sotto se il bambino non stesse per uscire, e la partoriente le disse di guardare anche dall'altra parte, perché qualche volta il marito aveva preso quella via.

CLXXXI

DI UNO CHE LODO' GRANDEMENTE UN GIOVANE ROMANO

Uno de' miei amici lodava assai un giovane romano di bellissime forme, e oltre ogni dire virtuoso, che coltivava le buone lettere, e ne esaltava la bellezza e il costume. E infine, dopo averne fatte molte lodi: «Io penso», disse, «che nostro signor Gesù Cristo alla sua età non fosse altrimenti». Enorme elogio della bellezza, che né Cicerone né Demostene avrebbero saputo dire!

CLXXXII

DI MOLTE PERSONE CHE AVEVANO DIVERSI DESIDERI

Un giorno, a Firenze, erano in molti che parlando fra di loro mostravano di avere diversi desiderii, come avviene. Uno diceva di voler esser Papa, un altro Re, un altro non so che cosa; allora un fanciullo un po' loquace che era presente: «Ed io», disse, «vorrei esser popone». E chiestagli di ciò la ragione: «Perché», rispose «tutti mi fiuterebbero di dietro« Perché è costume di fiutare in quel luogo i poponi quando si comprano.

CLXXXIII

DI UN MERCANTE CHE PER FAR L'ELOGIO DELLA SUA DONNA

DICEVA CHE NON AVEVA MAI FATTO RUMORI PER DI DIETRO

Un mercante faceva una volta, dinanzi al padrone dal quale dipendeva, l'elogio di sua moglie, e fra le altre diceva che non l'aveva mai udita mandar fuori rumori disaggradevoli di ventre. Il padrone se ne meravigliò, e negando che ciò potesse essere, scommise una cena che, prima che fossero passati tre mesi, la moglie avrebbe lasciato andare qualcuno di que' rumori; e il dì dopo mandò a chiedere in prestito al mercante cinquecento ducati, dicendo che li avrebbe restituiti fra otto giorni; eragli piuttosto grave di dare così somma in prestito; tuttavia consentì, per quanto di malavoglia. E mandò il denaro. E atteso con impazienza il giorno convenuto, andò al padrone e lo richiese della somma; e questi, come se fosse oppresso da più grave cura' pregò il mercante che per essa gli prestasse altri cinquecento ducati, che dentro il mese prometteva di restituirgli. Il buon uomo negò lungamente, per causa della sua povertà, ma infine, per non perdere gli altri cinquecento, con molti sospiri li portò. Tornato a casa afflitto, con la testa smarrita, pensando molto, dubitando moltissimo, passava le notti insonni. Ed essendo spesse volte desto, udì molte volte la moglie, che dormiva, mandar fuori que' rumori. Trascorso il mese, il padrone chiamò a sé il mercante e gli chiese se dopo quel giorno non avesse mai udito sua moglie a fare rumore. Allora egli confessò il suo errore: «L'ho udita tante volte», disse, «che non una cena, ma dovrei perderci il patrimonio». E ciò detto, riebbe il denaro suo e pagò la cena. Molte cose non s'intendono da coloro che dormono.

CLXXXIV

SAPIENTISSIMA RISPOSTA AD UN CALUNNIATORE

Luigi Marsili, frate dell'ordine degli Agostiniani e uomo di eccellente ingegno e dottrina, abitò di recente a Firenze. Da vecchio aveva educato ed istruito nelle umane letture un povero giovane di nome Giovanni, che io ho conosciuto e che era del mio paese, e lo fece diventare poi uomo assai dotto. Un Fiorentino suo condiscepolo (poiché molti per apprendere venivano da quel vecchio), mosso da invidia, prese a dir male di nascosto di Giovanni col maestro, dicendogli che molta ingratitudine e' pensava e diceva male di lui. Questo fece molte volte, ed il vecchio, che era uomo di grande prudenza: «Da quanto tempo», gli chiese, «conosci tu Giovanni ? «E il detrattore gli rispose che non lo conosceva da più di un anno: «Mi meraviglio», soggiunse, «che tu stimi te stesso tanto sapiente e me creda tanto stolto da credere di avere tu meglio conosciuto la natura e i costumi di Giovanni in un anno, di quello che io in dieci». Sapientissima risposta che rimproverava la malvagità del detrattore e lodava la fede del giovane. E se così molti facessero, vi sarebbero meno invidiosi malevoli.

CLXXXV

FACETA RISPOSTA CHE SI PUO' APPLICARE A DIVERSI VESCOVI

Lo stesso, interrogato da un amico, che cosa volessero significare le due punte che sono nelle mitre dei vescovi, rispose che quella dinanzi esprimeva il Nuovo Testamento, quella di dietro l'Antico, i quali essi devono sempre avere in mente. E continuando l'altro ad interrogarlo, gli chiese ancora che cosa volessero dire i due nastri di velluto che cadono dalla mitra di dietro sulla schiena: «Che i vescovi», rispose, «non sanno né l'uno né l'altro». Faceta risposta che si può applicare a diversi vescovi.

CLXXXVI

DETTO FACETO DI UN TALE SU FRANCESCO FILELFO

Una volta, nel palazzo apostolico, nella riunione de' segretari, alla quale per solito venivano molti dotti uomini, cadde il discorso su la impura e turpe vita del più scellerato degli uomini che fu Francesco Filelfo, e avendo molti narrate molte malvagità di lui, chiese uno se il Filelfo fosse di nobile stirpe. Allora uno de' suoi compatriotti, buon uomo assai gioviale, composto il volto a molta gravità: «Per verità», disse, «e' rifulge di gran nobiltà, perché suo padre alla mattina vestiva sempre vesti di seta». Voleva dire che egli era figliuolo di prete; perché i preti nelle funzioni usano per lo più vestimenti di seta.

CLXXXVII

FACEZIA SULLO STESSO

E allora sorse a dire un altro, che pure era uomo gioviale: «Non è da maravigliarsi se nipote di Giove egli abbia imitate le imprese del nonno, e abbia rapita un'altra Europa e un altro Ganimede». Il nostro amico ricordava con queste parole il ratto che Filelfo aveva fatto di una fanciulla greca, figlia di Giovanni Chrysoloras, che mandò poi in Italia quando se ne fu servito, e la storia di un certo giovinetto di Padova che per la sua bellezza egli avea condotto seco in Grecia.

CLXXXVIII

DI UN NOTAIO CHE SI FECE LENONE

In Avignone eravi un notaio francese molto conosciuto alla Curia Romana, il quale innamoratosi di una donna pubblica, lasciò l'arte sua e campava facendo il lenone. Costui' in principio dell'anno, indossò una veste nuova e scrisse sulla manica in parole francesi con lettere d'argento: «Di bene in meglio». Voleva dire che il suo nuovo mestiere riputava più onorevole di quello del notaio.

CLXXXIX

ISTORIA FACETA DI UN TAL PETRILLO CHE LIBERO'

UN OSPEDALE DALLA CANAGLIA

Il cardinale di Bari, che era napoletano, aveva un ospedale a Vercelli, che è nella Gallia Citeriore, dal quale ritraeva poco guadagno, per causa delle spese che bisognava fare ai poveri. E vi mandò uno de' suoi' che aveva nome Petrillo' per far denaro. Quando costui trovò l'ospedale pieno di malati e di oziosi, che consumavano tutte le rendite di quel luogo, vestito di un abito da medico, entrò nell'ospedale, e dopo aver visitato ogni sorta di piaghe: «Non vi è», disse, «alcuna medicina che sia atta a sanare le vostre piaghe, fuor che un unguento fatto col grasso d'uomo. Così oggi fra di voi si tirerà a sorte chi per risanar gli altri debba esser posto vivo nell'acqua ed esser cotto». Tutti fuggirono, atterriti da queste parole, temendo ognuno di dover per la sorte morire. E così liberò l'ospedale dalla spesa che si faceva per tutta quella gentaglia.

CXC

STORIA PIACEVOLE DI UN TALE CHE SI SERVI'

DI TUTTA UNA FAMIGLIA

Un Fiorentino aveva in casa sua un giovane che insegnava le lettere a' suoi figliuoli. Costui, colla continua dimora nella casa, ebbe prima la cameriera, poi la nutrice, quindi la padrona e finalmente gli stessi discepoli. Quando il padre, che era uomo molto gioviale, se ne accorse, chiamò segretamente il giovane nella sua stanza: «Poiché», gli disse, «vi siete servito di tutta la mia famiglia (e che buon pro vi faccia) voglio che ora di me stesso usiate».

CXCI

DEL SUONO

Una volta, al tempo di Bonifazio nono, venne fra alcune persone il discorso, su quale fra tutti i suoni fosse il più giocondo e il più soave. I pareri eran vari, quando Lito da Imola' che era segretario del cardinale di Firenze e che fu di poi cardinale, disse che fra tutti i suoni quello della campanella era il più giocondo per chi aveva fame. Perché è costume dei cardinali di far chiamare la famiglia a pranzo ed a cena al suono di una campanella, la quale spesso suona assai più tardi di quello che la desiderino certi appetiti e che è molto gradita agli orecchi di chi abbia fame. Tutti dissero che egli aveva risposto bene, e quelli in specie che si erano spesso trovati in quel caso.

CXCII

DEL FIGLIO DI UN PRINCIPE CHE IN CAUSA DELLA SUA

CATTIVA LINGUA DOVETTE RESTAR MUTO

PER COMANDO DEL PADRE

Un principe spagnuolo aveva una volta un figlio che per la sua lingua maledica e ingiuriosa erasi procurato molto odio; e per questa cagione il padre gli aveva comandato a tacer sempre, ed egli ubbidiva. Avvenne che entrambi andassero un giorno ad un solenne pranzo del Re, al quale era presente la Regina, e il giovane serviva attentamente come un muto il padre. La Regina, che poco onesta era, credendolo davvero sordo e muto, e sperando che le giovasse, chiese al padre di averlo al suo servizio e l'ottenne; e lo ebbe seco nelle più segrete cose, in modo che fu spesso testimonio delle sue oscenità. Dopo due anni fuvvi di nuovo il convito e il Re frattanto aveva spesse volte veduto il giovane che tutti credevano muto. Questi stava servendo la Regina, e il Re chiese a suo padre se per caso o per nascita fosse il figlio senza favella; rispose il padre che non era per l'una o per l'altra cosa, ma che ciò era per comando suo, in causa della cattiva lingua che aveva; e il Re lo pregò di dare a suo figlio licenza di parlare. Il padre resisté lungamente, dicendo che ne sarebbe venuto qualche scandalo, ma finalmente, per la preghiera del Re, comandò al figlio di parlare; e questi al Re tosto rivoltosi: «Voi avete», disse, «una donna tale, che non vi è donna pubblica né più lasciva né più impudente». II Re, confuso, gli proibì di continuare. È di fatti costume di certa gente, che per quanto parlino poco, parlano sempre male.

CXCIII

STORIA DI UN TUTORE

Daccono degli Ardinghelli, cittadino di Firenze, chiamato ad essere tutore di un pupillo, ne amministrò per lungo tempo i beni, e tutti li consumò a mangiare ed a bere; quando finalmente gli vennero chiesti i conti, il magistrato gli ordinò di presentare i libri dell'entrata e dell'uscita, come si dice; ed ei mostrò la bocca e il sedere, dicendo che non aveva fuori di quelli alcun libro di entrata e d'uscita.

CXCIV

DI UN FRATE CHE EBBE UNA COMARE

CON UNA GRAZIOSA ASTUZIA

Un frate dell'ordine dei mendicanti aveva gittati gli occhi su di una giovane comare assai bella, e si consumava di grande amore per lei. Ma poiché avea vergogna di chiederle cosa disonesta, pensò d'ingannarla con un'astuzia; e si fece vedere per molti giorni col dito indice fasciato, fingendo di essere tormentato da grave dolore. Finalmente, dopo che glie ne ebbe chiesto molte volte, la donna gli domandò se aveva provato qualche rimedio: «Moltissimi», rispose, ma non avevano giovato; uno solo ve ne era, indicatogli dal medico, ma del quale egli non si poteva servire, ché era di natura tale che solo a dirlo avrebbe arrossito; e poiché la donna lo esortava a dirlo, che per guarire di così grave male non doveva arrossire, egli con molta timidezza rispose o bisognava tagliarlo, o tenerlo per qualche tempo nel taglio di una donna, e che in quel calore sarebbesi ammorbidito il gonfiore; e per ragione di onestà non osava chiederlo. La comare, mossa a compassione, offri l'opera sua; ed egli, per verecondia, chiese di andare in un luogo oscuro, perché alla luce non avrebbe mai osato; e la donna acconsentì in buona fede. Il frate, quando fu al buio, fe' coricare la donna e, prima il dito, poi l'altro membro introdusse, e fece l'affare suo; poi disse che l'ascesso erasi rotto e che ne era uscito l'umore. Ecco come quel dito fu risanato.

CXCV

MOTTO FACETO DI ANGELOTTO SU DI UN CARDINALE GRECO

CHE ERA BARBUTO

Angelotto, cardinale romano, che in molte cose fu giocondissimo, un dì che vide venire alla Curia un cardinale greco che, come è costume del suo popolo, aveva una lunghissima barba, ad alcuni che si meravigliavano ch'ei non l'avesse tolta secondo la consuetudine degli altri: «Egli fa assai bene», disse, «perché fra tante capre è comodo che rimanga un becco».

CXXVI

DI UN CAVALIERE CORPULENTO

Un cavaliere, che era molto corpulento, entrò in Perugia, dove molti gli si fecero incontro (gli abitanti di quella città sono per natura pronti alla facezia), e presero a farsi beffe di lui, perché contro l'uso, dicevano, portava le valige dinanzi, ed egli rispose argutamente: «Io le porto dinanzi, perché ciò è necessario in una città di briganti e di ladri come è questa».

CXCVII

MOTTO FACETO DI UN GIUDICE AD UN AVVOCATO CHE CITAVA

LA «CLEMENTINA «E LA «NOVELLA «

Dinanzi ad una curia secolare, a Venezia, trattavasi di una causa testamentaria. Erano presenti gli avvocati delle parti, ognuno dei quali difendeva il diritto del suo cliente. Uno di questi, che era prete, citò in appoggio della sua difesa la Clementina e la Novella, riportando certi passi di quelle. Allora, uno de' più vecchi dei giudici, al quale quei nomi erano sconosciuti e che poca aveva della sapienza di Salomone, si volse con viso severo verso l'avvocato: «Che diavolo», disse, «non arrossisci di nominare in presenza di uomini come noi, donne impudiche e meretrici, e di portarci le loro parole come massime di legge?». Credeva quello sciocco che Clementina e Novella non fossero leggi, ma bensì nomi di donne, che l'avvocato come concubine avesse in casa.

CXCVIII

RIMEDIO PER EVITARE IL FREDDO

Io una volta chiesi come poteasi di notte evitare il freddo nel letto: «In quel modo» disse uno che era presente, «che usava un amico mio quando era agli studi. Imperocché, essendo egli solito di sgombrarsi il ventre dopo cena, quando da questo uso si asteneva, asseriva che la materia ch'egli tratteneva gli riscaldava il corpo». Rimedio questo, contro il freddo, che non è più usato

CXCIX

DI UN PREDICATORE

Uno che predicava al popolo nella festa di San Cristoforo faceva con molta eloquenza il panegirico del Santo, ripetendo spesso questa interrogazione: «E chi mai ebbe l'onore di portare il Salvatore? «e con molta noia continuava a chiedere: «Chi mai ebbe una consimile grazia?» Uno degli astanti, uomo allegro, stanco del lungo interrogare: «L'asino», rispose, «che portò insieme il figlio e la madre».

CC

DI UNA GIOVANE SEPARATA

DAL MARITO

Un giovane di Verona di belle forme condusse in moglie una giovinetta, e perché si abbandonava con troppo fervore al matrimonio, ne venne che fece il viso pallido e debole il corpo. La madre, che amava molto il figliuolo e che temeva un male più grave, condusse il figlio in villa, lontano dalla moglie. Questa, piangendo pel desiderio del marito, vide due passeri che facevano all'amore: «Andate», disse «andate via subito, ché se vi vede la suocera, vi manda uno in un luogo e l'altro in un altro».

CCI

CONTESA DI DUE UOMINI PER LA STESSA

FIGURA NEGLI STEMMI

Un Genovese, padrone di una grossa nave che per conto del re di Francia faceva la guerra contro gli Inglesi, aveva uno scudo sul quale era dipinta una testa di bue. Lo vide un nobile francese e disse che quella era la sua impresa e, venuti a contrasto, il Francese invitò a duello il Genovese; e questi accettata la sfida, discese in campo senza alcun apparato; l'altro con grandissima pompa venne. E allora disse il Genovese: «Per qual ragione siamo noi qui per combattere?» E l'altro: «Io affermo che il tuo stemma è mio e fu de' miei prima che de' tuoi fosse». E siccome il Genovese domandò che cosa portasser le armi sue: «Una testa di bue», rispose. «Allora», riprese, «non ci è bisogno di batterci, perché sul mio non è una testa di bue, ma di vacca». E col detto faceto fu delusa la vana esagerazione del Francese.

CCII

DETTO FACETO DI UN MEDICO CHE DAVA

LE MEDICINE A CASO

È costume in Roma che gli infermi mandino le urine ai medici con una o due monete d'argento perché conoscano e curino la malattia. Un medico, che io stesso conobbi, alla notte scriveva sulle carte (ch'essi chiamano ricette) vari rimedi per diversi mali, poi le poneva tutte in un sacco; e al mattino, quando gli portavano le urine per richiedergli il rimedio, egli metteva la mano nel sacco e prendeva su quella che per caso gli veniva, e diceva, dandola al cliente: «Prega Dio te la mandi buona». Misera condizione quella di coloro che e' curava non secondo ragione ma secondo fortuna.

CCIII

CONSIGLIO AD UN UOMO CHE ERA AFFLITTO PEI DEBITI

Uno di Perugia passeggiava per un vicolo, triste e cogitabondo, e incontrò un tale che lo interrogò sulla causa del suo dolore. Ed egli rispose che aveva molti debiti che non poteva pagare: «Va , dunque, sciocco», gli disse l'altro, «e lascia queste afflizioni a' tuoi creditori».

CCIV

PENA CHE FU INFLITTA AD OMICIDI GRECI E GENOVESI

Alcuni Genovesi che abitavano Pera (che è una città dei Genovesi vicino a Costantinopoli) essendo venuti a Costantinopoli per ragioni di commerci, ebbero contesa con dei Greci, e in essa alcuni rimasero morti, altri feriti. Essendosi chiesto all'imperatore di far giustizia di quegli omicidi, egli promise di farla tosto e ordinò che in pena del delitto fosse rasa ai Greci la barba, cosa che presso di loro è molto ignominiosa. Il Podesta de' Genovesi, che era a Pera, credendo di essere burlato, promise a' suoi compatriotti che egli stesso avrebbe vendicata l'ingiuria che era stata a loro fatta; e dopo qualche tempo entrò con altri Genovesi in Costantinopoli, ed uccisero e ferirono molti Greci. Allora l'Imperatore presentò vivissimo richiamo al Podestà di Pera, chiedendo pena del delitto; e questi promise che avrebbe puniti i colpevoli; e quel giorno che per la pena fu stabilito, prese gli uccisori e gli altri, e li condusse sulla piazza, come se li volesse far decapitare. Ed era accorso a quello spettacolo tutto il popolo di Pera, e tutti aspettavano la punizione; e v'erano ancora i sacerdoti parati con le croci, come se dovessero trasportare i cadaveri; allora il Podestà, imposto il silenzio per mezzo del banditore, fece radere il deretano a tutti i colpevoli, dicendo che i Genovesi portavano la barba non sulla faccia ma sulle natiche. Così fu resa uguale pena ad uguali delitti.

CCV

DETTO GIOCOSO SU I ROMANI CHE MANGIANO LE «VIRTU'

Ai primi di maggio i Romani raccolgono varie specie di legumi che chiamano virtù, le cociono e le mangiano alla mattina. Francesco Lavegni, di Milano, per ridere parlandosi fra amici di questo costume: «Non è da meravigliare», disse, «che i Romani abbiano degenerato dai loro maggiori, perché ogni anno le loro virtù hanno consumato mangiandole».

CCVI

DI UN TALE CHE VOTO' UN CERO ALLA VERGINE MARIA

Quando mi trovavo in Inghilterra, udii un motto faceto di un tale che era capitano di una nave mercantile, di Irlanda. In alto mare, una volta era la sua nave agitata e percossa dai flutti, e scossa dalla tempesta in modo che si disperava di salvarla; il capitano fece voto che, se la sua si salvasse dalla tempesta, avrebbe donato ad una certa chiesa della Vergine Maria, che era insigne per simili miracoli, una candela di cera grossa come l'albero maestro; e poiché l'amico gli disse che quel voto era di impossibile attuazione, perché in tutta Inghilterra non v'era tanta cera per fare una simile candela: «Oh!» disse il capitano, «taci; e lasciami promettere quel che mi piace alla madre di Dio; ché, quando l'avremo scampata, si contenterà di una candela da un soldo».

CCVII

ALTRA FACEZIA DI UNO CHE FECE VOTO A SAN CIRIACO

Fu dello stesso avviso un mercante d'Ancona verso San Ciriaco, che è il patrono della città e che si dipinge con una lunga barba. Una volta che la sua nave era combattuta dalla tempesta e che egli temeva la morte, fe' voto di donare una casa a San Ciriaco. Sfuggito il pericolo, confessò il voto a] curato della parrocchia, e questi (perché gli sarebbe venuto guadagno) lo esortava a compiere il voto, ed ei rispose che si sarebbe levato di dosso quel peso; e qualche volta fu anche ripreso e sempre trasse in lungo la cosa; finalmente, essendo di continuo richiesto, o per empietà o perché il sacerdote lo avesse annoiato: «Ohé!» gli disse un giorno, «non mi tediate più con questo affare; ché io ho ingannato al mondo molta gente che aveva la barba anche più lunga di quella di Ciriaco».

CCVIII

DI UNA VEDOVA CHE DESIDERAVA

UN MARITO DI ETA' AVANZATA

Una vedova diceva ad una vicina sua che, per quanto essa non curasse più le cose del mondo, avrebbe tuttavia desiderato un uomo tranquillo, di età matura, più per vivere assieme e per aiutarsi scambievolmente nella vita, che per altra ragione, perché meglio alla salute dell'anima doveva porsi pensiero che alle miserie della carne; e quella promise di trovarle un uomo di tal fatta, e il dì dopo venne a casa della vedova e disse che glie l'aveva trovato, e che aveva tutte le buone qualità che ella desiderava, e specialmente quella da lei preferita, ossia ch'egli era privo di ciò che hanno gli uomini. E la vedova allora: «Costui io non voglio ad alcun patto; che se manca il piacere (con questo nome chiamava il generante) poiché io voglio vivere in pace col marito, chi si farà mediatore, se quando, come avviene, nato un grave alterco fra di noi, ci sia bisogno di alcuno che faccia ritornar la concordia?».

CCIX

DI UN FRATE CHE INGROSSO' UN'ABBADESSA

Un frate dell'ordine dei Minori amava un'abbadessa di un convento di Roma, la quale io ho conosciuta, e la richiedeva spesso di giacer seco; e la donna non voleva, per timore di concepire; e spaventata per la pena che ne avrebbe avuta; e il frate le promise un breve (come li chiamano) che ella avrebbe portato appeso al collo con un filo di seta e per virtù del quale non avrebbe potuto aver figli e così potea ella accondiscendere alla sua voglia. Ed ella, che desiderava che ciò fosse, lo credette; e il frate si godé molte volte la donna; dopo tre mesi, quando s'accorse che la donna si faceva più rotonda, il frate scappò, e l'abbadessa vedendosi ingannata, scucì il breve e lo aprì per vedere ciò che dentro vi fosse scritto; e v'erano queste parole in cattivo latino: Asca imbarasca non facias te supponi et non implebis tascam. Che vuol dire, che non lasciandosi fare, non si sarebbe riempita. E questo è il migliore incanto contro la gravidanza.

CCX

MERAVIGLIOSA RISPOSTA DI UN FANCIULLO

AL CARDINALE ANGELOTTO

Angelotto, cardinale Romano, che era uomo mordace e sempre pronto alla satira, aveva assai poca prudenza. Quando Papa Eugenio fu a Firenze, venne a lui per visitarlo un giovinetto decenne, molto astuto, che gli si presentò con un discorso di poche ma assennate parole. Angelotto, meravigliato della gravità del fanciullo e della eleganza con la quale e' parlava, gli fece molte domande, alle quali prontamente il fanciullo rispose; e voltosi verso gli astanti: «Questi fanciulli», disse, «che hanno ingegno e coltura alla loro età, quando crescono con gli anni calano di intelletto, e quando son vecchi si fanno stolti». E allora il fanciullo, senza turbarsi: «Voi, per verità, dovevate essere il più sapiente di tutti nella tenera età». Il Cardinale rimase meravigliato della pronta ed arguta risposta, e la sua stoltezza fu castigata da un fanciullo.

CCXI

DEL GARZONE DI UN CALZOLAIO CHE SI SERVIVA

DELLA MOGLIE DEL PADRONE

Il garzone di un calzolaio di Arezzo veniva spesso alla casa del padrone, dicendo che ivi era più comodo di cucire le scarpe. Questa sua frequenza fe' nascere il sospetto nel marito, che tornato un giorno inaspettato a casa, trovò il garzone con la moglie nel fatto, e rivoltosi a lui: «Per questa fattura», gli disse, «non ti pagherò certamente, ma ti mando al diavolo».

CCXII

RACCONTO GRAZIOSO DI UNA GIOVANE

CHE TIRAVA PETI

Una giovane maritata andava a visitare i parenti, e attraversava col marito un bosco. In questo vide alcune pecore che avean di sopra i maschi, e chiese perché questi piuttosto l'una che l'altra scegliessero, e l'uomo le rispose per gioco: «La pecora che manda un peto, quella è subito coperta dal maschio». E la donna chiese se questo fosse anche il costume degli uomini. E avendo l'uomo detto che questo era, ella tosto diede in un gran rumore; e l'uomo, preso al suo giuoco, fe' l'affar suo con la moglie. Dopo avere per un poco continuato il cammino, la donna di nuovo dié un colpo. E il marito ripeté la cosa. Ed erano insieme venuti al limite della foresta, che la donna, godendone, tonò per la terza volta. Ma l'uomo, che era stanco del viaggio e del giuoco, disse: «Neanche se cacassi le viscere io ti rinnoverei quell'ufficio».

CCXIII

SE A DIO SIANO PIU' ACCETTE LE PAROLE O LE OPERE

Un tale che io conosceva, uomo assai arguto, chiese una volta a un frate, se a Dio fossero più accette le parole dei fatti; e avendo il frate risposto, i fatti: «Allora», disse, «è assai più meritorio fare un Pater noster che dirlo».

CCXIV

DI UN EGIZIANO CHE ERA ESORTATO

A CONVERTIRSI ALLA FEDE

Un Cristiano esortava un infedele Egiziano, che aveva lunga abitudine di vita seco e che era venuto in Italia, a entrare in una chiesa un giorno che vi si celebrava la messa solenne. E quegli accondiscese, e insieme co' Cristiani fu alla messa. Interrogato poi, che cosa gli paresse delle cerimonie e della solennità di quell'ufficio, rispose che tutto gli era piaciuto, fuori di una cosa sola; che in quella messa non si osservava carità alcuna, perché mentre tutti avevan fame, uno solo mangiava e beveva, non lasciando né un briciolo di pane né una goccia di vino.

CCXV

DI UN VESCOVO SPAGNUOLO CHE MANGIO'

LE PERNICI PER I PESCI

Un vescovo spagnuolo che viaggiava in venerdì, discese ad un albergo, mandò il servo a comprargli de' pesci, e questi, non ne avendo trovati, gli comprò due pernici. II vescovo gli comandò di cuocerle e di servirgliele a mensa. Meravigliato il servo, che le aveva comprate per la domenica, ricordò al vescovo, mentre stava per mangiarle, che in quel giorno le carni sono proibite. E il vescovo a lui: «Le mangio come se fossero pesci». E poiché il servo rimase molto meravigliato di quella risposta: «Non sai tu», gli disse, «che io sono prete? Quale ti par cosa maggiore, mutare il pane nel corpo di Cristo, o le pernici
in pesci?». E fatto il segno della croce, e ordinato che esse si mutassero in pesci, come se pesci fossero, le mangiò.

CCXVI

DI UN MATTO CHE DORMI' COLL'ARCIVESCOVO DI COLONIA

E DISSE CH'EGLI ERA UN QUADRUPEDE

L'Arcivescovo di Colonia, che è morto, amava molto un matto ch'egli faceva spesso dormir seco in letto. Una volta che in quel letto era anche una donna, il matto, che stava nella parte inferiore, sentì che i piedi erano più del solito ; e ne toccò uno e chiese di chi fosse; e l'Arcivescovo rispose che era suo; poi ne toccò un altro, e un terzo e un quarto infine, e tutti disse l'Arcivescovo che erano suoi. Allora si alzò in furia e andò alla finestra ad urlare con quanto fiato aveva: «Venite tutti ad ammirare un prodigio strano e nuovo. Il nostro Arcivescovo è diventato quadrupede». Così svelò la turpitudine del padrone; ché è più matto di un matto chi di questi si diletta.

CCXVII

ARGUZIA DI PAPA MARTINO CONTRO UN

AMBASCIATORE IMPORTUNO

Un inviato del Duca di Milano chiedeva non so che cosa a Papa Martino V, che questi non voleva concedere. E l'oratore, insistendo con molta importunità, seguì il Pontefice fino alla sua camera da letto. Allora egli, per togliersi la molestia, portò le mani alle guance: «Ho», disse, «un gran dolore ai denti»; e lasciato l'Ambasciatore, entrò nella camera.

CCXVIII

DI UN TALE CHE SPARLAVA DELLA VITA

DEL CARDINALE ANGELOTTO

Un tale con acerbe parole diceva male della vita e dei costumi del Cardinale Angelotto, quando questi fu morto; e fu di fatti uomo rapace e violento, che non aveva alcuna coscienza. Allora sorse uno degli astanti a dire: «Io penso che il diavolo lo abbia divorato e cacato già, per i suoi grandi delitti». E un altro, che era uomo argutissimo: «Fu», disse, «di carne così cattiva, che niun demonio, per quanto abbia buono stomaco, oserebbe mangiarne per paura del vomito».

CCXIX

DI UN PAZZO CHE IRRIDEVA UN CAVALIERE FIORENTINO

Eravi una volta a Firenze un Cavaliere, da me conosciuto, che era molto piccolo di statura e portava la barba assai lunga. Un pazzo lo prese a schernire per la statura e per la barba quante volte lo incontrava per la via, e con tanta importunità da riuscire molesto. Venuto ciò all'orecchio della moglie del Cavaliere, questa chiamò a sé il matto, lo rimpinzò di buon cibo, gli diede un vestito e lo pregò di non burlarsi più del marito; e quegli lo promise, e avendolo qualche volta incontrato, passava senza nulla dire. Quelli che erano presenti, meravigliati, lo incitavano a parlare, e gli chiedevano perché non dicesse quello che prima diceva. Allora il matto, postosi un dito sulla bocca: «Egli», disse, «ha chiuso la mia bocca in modo che non potrò più parlarne». È di fatti un ottimo mezzo, il cibo, per conciliarsi la benevolenza.

CCXX

COME UNA FIGLIA SCUSO' COL PADRE LA SUA STERILITA

La moglie di un signore fu, dopo qualche anno di matrirnonio, reietta e ripudiata per la sua sterilità. Tornata alla casa del padre, questi segretamente la richiese perché non avesse fatto ciò che poteva, magari con altre persone, per aver figlioli. Ed ella: «Padre mio», disse, «io non ho alcuna colpa di ciò; perché mi son servita di tutti i camerieri e perfino degli uomini di stalla, per poter concepire, e tutto questo a nulla mi è giovato». E il padre si dolse della sfortuna della figlia, che non aveva alcuna colpa della sua sterilità.

CCXXI

SI RIPRENDE L'ADULTERIO DI GIOVANNI ANDREA

Giovanni Andrea, dottore Bolognese, uomo di molta fama, fu una volta sorpreso dalla moglie mentre cavalcava su di una donna di casa. Meravigliata la donna del fatto strano, voltasi verso il marito: «Ma Giovanni», disse, «dov'è dunque la vostra sapienza?». Ed egli, senza turbarsi: «In questo buco», rispose, «che è un luogo assai adatto per essa».

CCXXII

DI UN FRATE DELL'ORDINE DE' MINORI CHE FECE

IL NASO AD UN FANCIULLO

Un Romano, che era uomo molto arguto, mi raccontò una storia molto amena, che era avvenuta ad una sua vicina: «Un frate», disse, «dell'ordine dei Minori, che aveva nome Lorenzo, aveva posti gli occhi su di una bella giovine che era moglie di un vicino mio (e ne fece il nome). E volendo andar più oltre, chiese al marito di essere padrino del primo figlio che gli sarebbe nato; e il frate, che osservava di continuo la giovine, s'accorse ch'ella era gravida, e alla presenza del marito, come se fosse un indovino, disse e che essa era gravida e che partorendo avrebbe avuto grande mestizia. E la donna, credendo che egli parlasse di una femmina che doveva nascere: «Anche se fosse una femmina», disse, «io l'avrei graditissima». Ma il frate disse che era cosa più grave, tutto afflitto nel viso, e fece nascere nella donna il desiderio di sapere che cosa fosse; ma quanta maggiore insistenza poneva ella a chiedergli ciò che sarebbe avvenuto, altrettanta ostinazione egli metteva a non dirlo. Finalmente, desiderosa di sapere qual male le sovrastasse, la donna, di nascosto del marito, chiamò il frate e con molte preghiere lo scongiurò a dirle che mostro avrebbe ella dato alla luce; ed egli, sempre dicendo che su questo conveniva mantener il silenzio, finalmente le confessò che avrebbe partorito un maschio, ma senza naso, cosa che è la più deforme nella faccia di un uomo. Spaventata la giovine e richiestolo di un rimedio, annuì il frate, ma le disse era d'uopo stabilire un giorno nel quale egli, per supplire alla mancanza del marito, avrebbe aggiunto il naso al bambino. E per quanto questa paresse dura cosa alla moglie' tuttavia, perché il figlio non nascesse imperfetto, si dié al frate; ed egli, dicendo che il naso non era ancora ben formato, fu spesso con la donna, e le ingiungeva di muoversi perché coll'attrito meglio si attaccasse. Finalmente nacque un maschio e per caso aveva un naso voluminoso; e alla donna, che se ne meravigliava, il frate disse che per far quel membro aveva lavorato troppo; e questo narrò al marito, dicendogli che aveva stimata oscena cosa se il fanciullo fosse nato senza naso e il marito la lodò e non disprezzò l'opera del compare».

CCXXIII

DI UN FIORENTINO CHE DICEVA SEMPRE MENZOGNA

Eravi a Firenze un tale talmente abituato alla menzogna che mai dalla sua bocca usciva la verità. Uno che andava spesso seco e si era avvezzo a tutte quelle bugie, una volta che incontrò il bugiardo, prima che questo aprisse bocca: «Tu menti» gli disse. «Come mento», rispose l'altro, «se non ho detto alcuna cosa?». «Intendevo di dire», aggiunse il primo, «se tu avessi parlato».

 

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Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 23.25.43