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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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IL DUELLO

Di: GIACOMO CASANOVA

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Parte Terza

Il principe Stanislao Lubomirski allora Strasnik, ora gran maresciallo della corona, dotto e dolcissimo signore, portossi alla stanza del veneziano al cominciar della notte, e narrogli la scena ancor più tragica avvenuta dopo il duello. Il furioso Bissinscki quando, giunto a Vola, vide l'amico in quello stato, e seppe che il veneziano se n'era andato, diè nelle smanie; rimontò a cavallo determinato di andarlo a cercare ne' più cupi ripostigli, non già per isfidarlo a duello, ma per ucciderlo di presenza in qualunque luogo fosse per ritrovano. S'immaginò dunque, tornando in Varsavia, ch'egli si fosse ricoverato in casa del conte Tomatis, italiano anch'esso, del quale sapea che il veneziano era amico. Si figurò anzi che dal Tomatis medesimo poteva il veneziano esser stato spronato a chiamare il Postòli in duello, per vendicarlo di una vilissima ingiuria che avea dovuto soffrire dal Postòli poco tempo avanti, e per la quale avrebbe meritato che il Tomatis l'avesse ucciso sul fatto. Ma se anche il Bissinscki non avesse pensato a ciò, egli dovea certamente credere che gratissimo fosse riuscito al Tomatis il modo con cui il veneziano avea abbassata e punita l'insolenza del troppo ardito cavaliere, onde gli parve indegno di vivere ed andò determinato di uccider lui, se in di lui casa non ritrovasse l'altro.

Scese da cavallo nella corte, montò furibondo le scale, e, trovato il Tomatis in bella compagnia di donne e di cavalieri, dimandò che gli si desse subito tra le mani il veneziano, alla qual dimanda avend'egli risposto che non sapea dove la persona ch'egli volea si trovasse, l'altro si trasse di tasca una pistola e gliela sparò alla testa. Il colpo andò a vuoto. Il conte Mozinski, Stolnik della corona, amabile, dotto, generoso e vigorosissimo, che trovavasi là presente, corse ad afferrare a traverso il furioso per gettarlo dalla finestra; ma avend'egli per disgrazia libero il braccio dritto, lanciò al Mosinski due fendenti, con uno de' quali gli ferì il braccio sinistro, e con l'altro tagliogli la faccia imprimendogli una lunga ferita che dall'alto della guancia sinistra scendevagli fin sotto la bocca alla destra, avendogli tagliato il labbro e quattro denti con grave ferita nelle gingive. Fatto ciò, rapidamente corse sul principe Stanislao Lubomirski che trovavasi parimenti in quella compagnia e, presentandogli al petto una pistola, il prese pel braccio e 'l minacciò di morte, se nol conducea subito salvo fino al suo cavallo, che avea lasciato nella corte. Era colui un diavolo determinato, di cui non era permesso eludere i cenni; il principe il condusse a salvamento al suo cavallo, e lasciò che egli andasse alla malora. Grande intanto era divenuto lo strepito e lo spavento in Varsavia. Erasi sparsa la voce che il veneziano avea ucciso il Postòli, onde correvano a cavallo gli Ulani ed i suoi ben affetti per tutte le strade cercando l'uccisore, che non conosceano, e lanciando colpi di sciabola a tutti quelli che incontravano non vestiti alla polacca. Avevan presto tutti i mercadanti chiuse le loro botteghe, come se avessero temuto un armata di turchi, che fosse per entrar vittoriosa e dare il sacco alla città. Fortunata fu la combinazione che la notte non tardasse molto a sopraggiungere.

Questo fu il racconto che al veneziano, cagione di tutti questi accidenti, fe' il principe che, in virtù d'una pistola al petto, fu quello che aiutò l'assassino ad uscir salvo dalla casa del conte Tomatis. Giunse allora nella stanza un frate, che venne a dire che il convento era tutto circondato da guardie. Disse il principe che ciò erasi fatto per ordine del gran maresciallo della corona, che temea a ragione che non andassero gli Ulani a forzare il convento per impadronirsi della persona del veneziano e vendicar, facendone strage, l'ucciso loro colonnello.

Il tribunale del gran maresciallo della corona, cui compete tutto il criminale e che, non soggetto ad appellazione, condanna i malfattori a morte, padrone di negar la grazia della vita di qualcuno anche allo stesso re, pubblicò contro il Bissinski, che andò a ricoverarsi a Kônigsberg, un severo bando sotto pena capitale e con taglia, con confiscazione di beni e degradamento di nobiltà.

Giunse in quegl'istanti un uffiziale del principe Czartoryski palatino di Russia, che consegnò al veneziano un biglietto nel quale trovavasene incluso un altro. Quello del principe dicea così: Lisez, mon ami, ce que le roi m'écrit, et mettez votre esprit en repos: leggete, amico, ciò che il re mi scrive, e ponetevi l'animo in calma. L'incluso biglietto era del re, e dicea: J'ai donné ordre, mon cher oncle, a mes chirurgiens d'avoir grand soin de Braniski, mais j'ai su toute l'affaire, et je n'ai pas oublié le pauvre C....... Vous pouvez lui faire savoir que je lui fais grâce. - Ordinai, mio caro zio, ai miei chirurghi di aver gran cura di Braniski, ma ho saputo tutto l'affare, e non dimenticai il povero C....... Voi potete fargli sapere che gli accordo grazia. Il veneziano baciò ambi i biglietti, e bisognoso di riposo congedò la compagnia e si mise a letto.

Nel giorno seguente il Postòli mandò un suo uffiziale a complimentarlo, a portargli la sua spada, ad informarsi di sua salute ed a fargli sapere che la ferita da lui riportata non era giudicata mortale, ma bensì bisognosa di lunga cura, poiché v'era gran laceramento di tegumenti. Fu fatto dal veneziano il contraccambio, e questa reciproca visita si fece ogni giorno.

Visibile in tutte le combinazioni è la divina provvidenza, ed ingrato è colui che non vi riflette e non vuol riconoscerla. Il Postòli non perì in quel duello per aver fatto ciò che il veneziano non fece, e questo sarebbe probabilmente restato sul suolo, se avesse fatto ciò che al Postòli parve bene di fare. Tosto che il Braniski appuntò con l'altro l'ora del combattimento, e che ne fu certo, andò a confessarsi ed a comunicarsi ed udì messa con la più profonda divozione, poi stette due ore solo e non volle prendere cibo di sorte alcuna. L'evento dimostrò ch'ei dovette la vita al non aver desinato; se avesse mangiato, la palla gli avrebbe forato a traverso i tumidi intestini, e sarebbe morto. Il veneziano a digiuno avrebbe parlato in guisa affatto diversa, e non avrebbe fatto nell'altro quella impressione che, per poco che l'abbia alterato, diminuì in lui l'altra abilità, nota a tutti, ch'egli avea per colpire con palla di pistola nel taglio d'un coltello ogni volta che volea, sicché la palla rimanea tagliata. Il veneziano con la pistola non si era mai esercitato, e ad altro non si affidò, quando si risorse a cimentarsi, che alla scienza che avea, che altra linea la palla espulsa non potea descrivere che la retta; sicuro dunque di mirar dritto e di aver impedito con un buon pranzo la possibilità del tremito del suo polso, andò a battersi ed ottenne vittoria.

Discorse assai inconsideratamente un certo ragionatore, che volea sostenere che il veneziano avrebbe fatto un'azione più che eroica e forse anche una assai brillante fortuna, se avesse tirato il suo colpo non al corpo del Postòli ma all'aria.

A me pare che quando questo caso di tirar il colpo all'aria sopravvenne a questo mondo, sia sopravvenuto condotto dalla combinazione, e mai premeditato; e se premeditato ei fu, sostengo che qualunque uomo, che andò a battersi covando in sua mente questo progetto, fu un pazzo da catena, poiché il primo precetto che si dà a chi va a cimentarsi è di procurar più presto che può di ridurre il nemico impotente ad offendere.

L'arte di ridur l'avversario a scaricar le sue armi per divenir di lui padrone, appartiene a chi si batte a colpo di pistola a cavallo, dove non si può scaricare che guadagnando la groppa, poiché la testa del cavallo copre il cavaliere, ed uccidere il cavallo è una viltà, ma a piedi il giuoco è diverso. Egli è come alla spada: afferrate l'armi, ciascuno pensa a sé, ma il cortese non spara se non vede l'avversario in atto di appostar la sua, poiché appostare e tirare è un solo tempo. Il veneziano disse all'altro, tenendo la bocca della sua pistola contro terra, che tirasse il primo, per confonderlo, dandoli in quel critico momento un segno di rispetto, il quale pochi uomini hanno la forza di pensare, ma il riporsi il cappello, l'appostar e 'l tirare fu un sol tempo: e l'altro avrebbe certamente tirato il primo, se non avesse perduto il tempo ad allungar la sua guardia: tempo che il veneziano sarebbe stato uno sciocco se glielo avesse concesso.

Che se poi il Postòli avesse tirato subito e fallato il colpo, allora posso, io che conosco il veneziano, assicurare il lettore che, nell'istante, quello di correre sopra lui sparando il colpo all'aria ed abbracciandolo amichevolmente sarebbe stato in lui un solo movimento. Queste circostanze tutte eventuali dimostrano che il tirar il colpo all'aria non può ragionevolmente mai esser l'effetto di un progetto premeditato. Ma chi può sapere che il Postòli, dopo veduto il colpo tirato all'aria, non avesse preteso di ricominciar il duello! Con certa superba gente le eroiche azioni vanno in danno di chi le fa. Saggio è colui che schiva tutte le occasioni di pari cimenti, ma chi vi si mette, a nessuna cosa dee tanto pensare quanto a disfarsi del nemico.

Resta ad esaminarsi qual sia quello di questi due combattenti che abbia, prima di battersi, dato segno di maggior religione cristiana. Il gran panattiere andò a confessarsi; ma, se disse tutto, non capisco come possa essere stato assolto; e se non disse tutto, non intendo come egli possa essere rimasto in sua coscienza soddisfatto di una assoluzione carpita. Mi fu detto che ad un uomo di guerra si trova facilmente confessore, che permette ch'ei vada a battersi e modo provisionis gli dà anche innanzi tratto l'assoluzione in articulo mortis. Questo può forse essere; ma il duello tra questi due era affatto fuori della sfera di quelli che la religione una volta permettea, cioè quando regnava lo spirito della cavalleria errante; spirito che in certi bravi regna ancora. M'immagino che il Braniscki abbia detto al confessore che il suo onore esigea che andasse a battersi, e dovendo l'onore essere dal guerriero preferito alla stessa vita, egli avrà trovato un confessore assai docile. Così la cosa debb'essere; ma resto attonito di quella coscienza che persuade di aver legittimamente ottenuta l'assoluzione.

Seppi poi in qual guisa ragionò il veneziano, il quale, cristiano cattolico, amava per lo meno quanto il Postòli l'anima sua, ed il quale non sarebbe certamente andato a battersi se fosse stato sicuro di restar morto, certissimo poi essendo che l'anima sua sarebbe andata nel foco eterno uscendo del suo corpo. Ecco la breve giaculatoria ch'ei fece a Dio nel suo pensiero. Io so, o Dio, che non posso andarmi a battere che in disgrazia vostra, poiché vado ad espormi alla prossima occasione di divenir omicida; abbiate dunque misericordia dell'anima mia, facendo ch'io non rimanga ucciso; poiché, se perissi sul fatto, conosco che non mi è neppure lecito di pregarvi ora di esentarmi dalle pene eterne dell'inferno. Concedetemi, o Dio, il tempo e la forza di pentirmi di quel peccato che per superbia vado adesso spontaneamente a commettere.

Anche questa preghiera è assurda e contraddicente; prima, perché è cosa ridicola che un uomo preghi il sovrano dei sovrani di una grazia nel tempo medesimo che sa esser a lui nota l'intenzione che ha di offenderlo; poi, perch'egli non ha bisogno di domandar perdono di un delitto ch'è padrone di non commettere; onde ne segue che commettendolo divien doppiamente reo, se temerario aspira a quel perdono. Ciò non ostante, la religione del veneziano mi sembra meno irragionevole di quella dell'altro.

      Nel giorno seguente si presentò al convento un gesuita; egli si nominò confessore di Monsignor Czartoryski vescovo di Posnania, e domandò di abboccarsi con lui da solo a solo. Fatto dar luogo agli astanti, gli disse che veniva a nome di Monsignore per assolverlo dalle censure ecclesiastiche, nelle quali era incorso avendo fatto duello. Il veneziano il ringraziò, e gli disse che non si credea scomunicato, poiché sapea di non aver fatto duello. Qui vi fu una non breve seria contestazione tra lui e 'l gesuita sulla questione, se avesse fatto duello o no, la quale non si sarebbe facilmente terminata, se il gesuita non avesse escogitato un mezzo termine, che non dispiacque al preteso scomunicato. Ecco la formula con la quale confessò il suo delitto. Se ad onta che a me non sembra duello, il mio conflitto col gran panattiere della corona fu veramente duello, me ne confesso, me ne pento e domando dalla santa madre chiesa l'assoluzione del mio peccato e la riabilitazione della mia persona nella comunione de' fedeli. Detto ciò il discreto padre l'assolse, e se ne andò. Il veneziano, per buone ragioni, comunicò per lettera questo fatto al principe palatino di Russia. Gli premea che il suo affare non potesse rigorosamente essere riconosciuto per duello; ed in fatti egli a rigore non ne avea tutti i requisiti.

Il chirurgo intanto non era contento del progresso della ferita. Era nera, non gli piacea la suppurazione, il braccio era gonfio, e vedea imminente la cancrena. Il quinto giorno dopo la sfasciatura disse chiaramente che convenia ricorrere all'amputazione della mano; giunsero nel medesimo istante due chirurghi di corte, che dopo un serio esame decisero che indispensabil era il taglio. Vous consentirez donc, Monsieur, (disse il chirurgo, ch'era francese, al veneziano, che dopo cinque giorni trovavasi esinanito dalla fame) à vous laisser couper la main, nous ferons cela avec une adresse étonnante, et cela ne sera pas long; en deux minutes vous serez servi. - Monsieur (rispose l'ammalato), je n'y consens pas. - Et pourquoi, s'il vous plait? disse l'altro, ed ei rispose: - Parce que je veux garder ma main; et personne ne peut y trouver rien à redire, puisque je suis son maître souverain.

Chir. - Mais Monsieur, la gangréne va s'y mettre.

Venez. - Y est elle?

Chir. - Pas encore, mais elle est imminente.

Venez. - Fort bien. Je veux la voir; j'en suis curieux. Nous parlerons de ceci après son apparition.

Chir. - Ce sera trop tard.

Venez. - Pourquoi?

Chir. - Parce que ses progrès sont extrêmement rapides, et il sera pour lors nécessaire de vous couper le bras.

Venez. - Très bien, vous me couperez le bras; mais en attendant remettez-moi mes bandeaux, et allez-vous en.

 

Chir. - Voi consentirete, signore, a lasciarvi tagliar la mano. Vi faremo questa operazione con una destrezza che v'incanterà, e l'affare non sarà lungo; in due minuti sarete servito.

Ven. - Signor mio, non v'acconsento.

Chir. - Ditemi di grazia il perché.

Ven. - Perché voglio tenermi la mia mano, e non v'è alcuno che a ciò possa opporsi, poiché sono d'essa il sovrano padrone.

Chir. - Ma la cancrena...

Ven. - Dov'è?

Chir. - È imminente.

Ven. - Benissimo: io intanto voglio vederla; ne sono assai curioso. Parleremo del taglio della mano dopo la sua apparizione.

Chir. - Sarà troppo tardi.

Ven. - Perché?

Chir. - Perché fa rapidissimi progressi, ed allora sarà necessario di tagliarvi il braccio.

Ven. - Bravissimo. Mi taglierete il braccio. Fasciatemi intanto, e poi andate via.

 

Due ore dopo ei seppe dal principe Czartoryski, che il re gli avea detto ch'egli era un pazzo a non voler lasciarsi tagliar la mano, poiché avrebbe dovuto poi lasciarsi tagliar il braccio. Egli rispose al principe (pregandolo di ringraziar il re), che non sapea che fare del suo braccio senza la mano, onde che perdonasse se, prima di veder la cancrena, non potea risolversi a lasciarsela tagliare, ma che veduta che l'avesse, non sarebbe per opporsi all'amputazione del braccio. Vennero i tre chirurghi la sera, disposti di far l'operazione; avevano per ciò l'aria contenta e vittoriosa. Levate le fascie, la ferita fu veduta bella e netta. Si smarrirono a tal vista. Il più accorto d'essi, ch'era polacco, sostenne ch'erasi votato a qualche santo. In tre settimane egli uscì di là col braccio al collo e molto smagrito; ma sano. Era il giorno di Pasqua.

Dopo ch'egli andò a fare il suo dovere con santa chiesa, andò a corte per baciar la regia mano, e non trovò S. M. Avendo saputo che stavasi in casa Oghinski, vi si portò ed al regio aspetto baciò la real destra ponendo un ginocchio a terra; il re sollevandolo gli domandò come andasse quel reumatismo, che l'obbligava a tener il braccio al collo; e senza dargli tempo di rispondere, vi consiglio, disse, a schivar per l'avvenire tutte le occasioni di contrarre simili malattie, poiché sono mortali. L'ascoltatore rispose col silenzio ed abbassando il capo. Fatto questo, andò a fare una visita al Postòli all'appartamento ch'egli occupava in casa del gran ciambellano, e vide rimaner tutti attoniti nell'anticamera, quando domandò di esser annunziato. Entrò timidamente un uffiziale polacco, che tutt'altro s'immaginava fuori ch'egli potesse essere ricevuto, ma s'ingannò. Uscì, ordinando ad un servo di spalancare le imposte, e fu fatto entrare. Egli trovò il Postòli coricato, estenuato in ciera, ma che cortesemente gli porse la destra; accostandosi egli a lui, gliela prese e baciò a forza, e gli disse: Mi dispiace, signore, d'esser io il primo a far una visita a V. E.; vengo a dirle che riconosco d'essere stato da lei mille volte più onorato che offeso, e le domando perdono se non ho potuto nel giorno di San Casimiro dissimulare quel sentimento, che fu cagione del presente suo male. Ella mi onori per l'avvenire della sua grazia e della sua protezione. La prima era una bugia, tutte le altre erano verità e veri desiderj. Egli rispose: Je suis charmé de vous voir, Monsieur; je vous demande pour le temps à venir votre amitié; je crois d'avoir assez bien payé de ma personne pour la mériter. Je vous prie de vous asseoir. Qu'on porte à Monsieur du chocolat. - Mi rallegro di vedervi, signore; vi domando pel tempo a venire la vostra amicizia. Credo di avervi assai ben soddisfatto con la mia persona per meritarmela. Vi prego di sedere. Portate a questo signore la cioccolata.

Si trattennero in varj discorsi testa a testa, ma per pochi istanti. Non passò un quarto d'ora che giunsero a quella casa più di dieci carrozze di signori che, avendo saputo che il veneziano, uscendo dal palazzo Oghinski, aveva ordinato al suo cocchiere di condurlo dal Postòli, erano accorsi, curiosi di sapere e vedere quali conseguenze dovesse avere una visita, che pareva a tutti assai strana e troppo ardita. Entrarono tutti e si rallegrarono di vedere que' due in contegno della più sincera riconciliazione. Il veneziano dovea al Postòli quella visita per tutti i riguardi, e pure non avrebbe osato fargliela solo, se il medesimo non avesse costantemente mandato ogni giorno uno de' suoi per aver nuove della di lui salute. La sua quarta visita fu fatta al rispettabile vecchio Bielinski, gran maresciallo della corona. Approssimandosi a lui gli baciò la mano.

Quel grand'uomo gli domandò s'era stato dal re; voi dovete, egli disse, a sua Maestà la vita, poiché se il re non mi avesse persuaso a farvi grazia, io vi avrei condannato a morte. Il veneziano, benché non persuaso, seppe abbassar la testa e tacere.

Egli passò due mesi in Varsavia dopo questo avvenimento, godendo di tutti gli onori, ma non tranquillo, poiché, avend'egli rifiutato molti palliati inviti di persone sospette, che dovevano terminarsi con effusione di sangue, aveva molti nemici e gran ragione di temere notturni agguati. Erano state scritte al re ed a molti grandi varie lettere anonime, che ponevano il povero veneziano nella vista la più abbominevole. Il rappresentavano esule dalla sua patria non solo, ma da quasi tutti i paesi d'Europa, qua per intacchi di caffè, là per tradimenti, per ratti, per scelleraggini infami, e dalla sua patria poi per cose nefande, giacché non poteano sapersi. Queste erano tutte calunnie, ma l'effetto delle calunnie non è fors'egli lo stesso che quello delle accuse fondate sul vero? La giustificazione le dilegua; questo è vero: ma chi ignora quanto arduo sia il giustificarsi? Tutti sanno che ad un povero calunniato non riuscì mai l'uscire dal purgatorio della giustificazione senza portar seco indelebile la macchia, che la falsa accusa gli impresse. Ciò che saggiamente oprando dee fare chi si vede preso di mira dalla perseguitatrice invidia, è di cambiar cielo. Vir fugiens denuo pugnabit. Ma dura cosa è l'andarsene, e lasciare il campo libero a' scellerati, ed accordar la vittoria alla colpa: questo è vero, ma così dee fare colui che non previde che pericoloso è sempre l'eccitare l'invidia, e che spesso chi l'eccitò dovette farne la penitenza. Non si dee però per non isvegliarla lasciar la virtù. Invidiam placare paras virtute relicta? Contemnere miser. Vitanda est improba Siren desidia.

Il veneziano si determinò ad andar a vedere la Podolia, la Volinnia, la Pocuzia e quelle Russie polacche, che con un altro nome vivono oggi sotto la disciplina di uno scettro assai più saggio del vecchio. Impiegò egli in questo giro tre mesi, né spese molto in alberghi, poiché fu sempre da per tutto dove andava con molta generosità accolto da que' grandi, che detestando il nuovo sistema tenevansi lontani dalla corte, i quali poi furono della loro indocilità puniti dall'imperatrice di Russia, quando osarono in dieta apertamente opporsi a' suoi desideri. Se il veneziano non avesse veduto que' paesi, avrebbe assai male conosciuta l'antica Polonia.

Col suo braccio, che avea ricuperato tutto il vigore, egli ritornò in Varsavia. Vide il Postòli che guarito uscìa di casa, né avealo invitato ad andare seco lui alla corte. Cenò con la principessa Lubomirski, trovandosi a tavola il re, ch'è suo cugino, e non ebbe l'onore di udir la regia voce a lui diretta. Dal principe palatino di Russia non gli fu più offerto quell'appartamento che quel signore splendido e generoso gli aveva fatto ammobigliare. Denigratum est aurum, ei disse, e ben previde ciò ch'era per avvenirgli.

Quel medesimo ajutante generale, ch'era stato presente al suo duello, venne a comandargli a nome di Sua Maestà di uscire dalla starostia di Varsavia in otto giorni di tempo. Il veneziano scrisse al principe Adamo Czartoryski una lettera di doglianza, nella quale gli rappresentava quanto ingiusto fosse il complimento che Sua Maestà gli aveva mandato a fare, ma altro il principe Adamo non gli rispose che queste tre parole: Invitus invitum dimitto. Egli scrisse allora al conte Mozinski, quello cui il Bissinski tagliò la faccia, signore ch'era sempre al fianco del re; gli scrisse che non potea ubbidire, poiché avea molti debiti e in qualità d'uomo onesto dovea pensare a pagarli pria di partire. Corse in persona quel signore alla casa del congedato per sapere a qual somma ascendevano que' suoi debiti; della qual cosa da lui istrutto con un'informazione per iscritto il lasciò, dopo avergli detto che tre lettere anonime scritte contro di lui erano state le cagioni della sua disgrazia.

Non so decidere qual de' due personaggi merita maggior correzione; se il vile che scrive contro un uomo qualunque una lettera anonima, o l'incauto che, dandole retta, fa che il perfido che l'ha scritta, ottenga il suo intento. I veleni, i coltelli, le occulte insidie non avrebbero mai fatto male ad alcuno, se non avessero trovato quelli che con l'opera loro ne fecero uscire i malvagi effetti. Colui che scrisse una lettera anonima è in somma sempre un traditore, se anche l'effetto di quella lettera possa essere un bene.

Il generoso Mozinski si portò in persona nel dì seguente alla casa nella quale il veneziano abitava e gli diede mille zecchini e 'l buon viaggio. Con parte di questi ei pagò tutti i suoi creditori, le quittanze de' quali mandò a quel nobilissimo uomo, e partì per Breslavia capitale della Slesia, dove stette otto giorni a goder della dotta conversazione e dell'ospitalità dell'abbate Bastiani veneziano, che nel capitolo di quella cattedrale gode di un posto assai distinto e d'una assai ricca prebenda.

Da Breslavia ei passò a Dresda, ed andò poi alla fiera di Lipsia, indi a Praga ed a Vienna, dove gli avvenne un assai strano accidente, del quale, se dovesse chi è assai bene informato delle particolarità scriver l'istoria, sarebbe per castigo de' lettori un volumetto poco differente da questo.

Il veneto ambasciatore, che per riguardi politici credette di non dover accogliere in sua casa il veneziano, ebbe core di salvarlo con due parole, che si lasciò a bella posta uscir di bocca trovandosi col principe Kaunitz. Quell'ambasciatore fu sempre uomo grande, ed oggi è grandissimo. L'implacabile Schrottembak  ebbe quella volta una mentita. Da Vienna passò in Baviera e poi in Augusta, dove conservava particolari aderenze, e dove stette fermo sino che seppe che la principessa Lubomirski, nata Czartoryski, dovea trovarsi a Spa nel mese di Agosto. Incamminossi allora il veneziano verso quella parte, fermandosi però nel Palatinato e nel Wintemberg, a cagione di varie avventure, ed un giorno a Colonia sulla sinistra riva del Reno per finire un affare che gli stava molto a cuore e che, riguardando la materia del duello, non dee passarsi sotto silenzio.

Standosi il veneziano a Dresda, un mese dopo la sua partenza dalla Polonia leggendo sulla gazzetta di Colonia l'articolo di Varsavia, ritrovò la storia del congedo ch'egli ebbe da quella corte, in uno stile e con certe circostanze che gli dispiacquero assai. Tutte le gazzette insieme unite compongono la storia del mondo, ed i lettori d'esse, che non sanno le cose particolarmente, (e questi sono il maggior numero) si attengono, per essere informati di tutto, a quello che da esse è loro riferito: que' personaggi, che vi sono commendati, pajon loro eroi, ed hanno assai brutta idea di quelli che rappresentati vi sono ingiusti e fraudolenti, e non avendo altre a ciò contrarie notizie, quelle idee supposte da essi tratte dal vero rimangono nella loro memoria scolpite.

Non è dunque maraviglia, che siasi sdegnato il povero veneziano, trovandosi in quella gazzetta dipinto con colori che non erano i suoi, e vestito dalla menzogna in modo, in cui pareagli ingiusto, che si trovasse al mondo chi volesse ch'ei passasse al tempio della memoria. Egli non si sarebbe offeso, se avesse letto che un uffizial generale il congedò per ordine del re dalla corte, e non da tutta la Polonia, e non che ciò gli avvenne dopo che il monarca fu informato del suo vero nome, e della falsità di quelle qualità ch'egli erasi attribuite, all'ombra delle quali avea rappresentato alla corte un personaggio affatto differente da quello che dovea rappresentare. Queste oltraggiose bugie furono dal veneziano registrate nella propria sua mente con interno proposito di andare a suo agio a disingannare l'imprudente gazzettiere.

Giunto egli dunque a Colonia alla metà di Luglio, poco meno di un anno dopo la sua partenza dalla corte di Varsavia, si fece indicar la casa del gazzettiere suo panigirista, ed andò poi al suo albergo, fece porre i cavalli al suo legno, e partì prendendo la strada di Giuliere, che conduce in Aquisgrana; ma appena uscito dalla città fece alto, ordinò al servo che l'aspettasse là, e tornò solo ed a piedi alla città, dove andò a fare una visita al signor Jacquier, gazzettiere francese colà domiciliato. Entrato in casa, una serva, cui dimandò di lui, gli mostrò la stanza in cui stavasi egli solo componendo la sua gazzetta. Vi entrò il veneziano bruscamente, chiuse la porta col chiavistello, imbrandì una grossa canna che avea nella mano dritta, e cavò di sua saccoccia con la sinistra una pistola, e si avvicinò al gazzettiere, che levato da sedere stavasi immobile e tremante.

Se fate strepito siete morto, gli disse il veneziano: ascoltatemi, e fate subito quello che vi ordino di fare, perché ho fretta, e badate a non mentire, poiché la vostra vita me la pagherebbe. Appena dette queste parole a quell'uomo che non battea palpebra, gli presentò la sua gazzetta, e mostrandogli l'articolo di Varsavia gli ordinò di leggerglielo chiaramente. Appena gettativi gli occhi sopra, egli volea parlare, ma il veneziano, levando la canna, leggi, dissegli, e non parlar poi che per rispondermi il vero, se vuoi che ti conceda la vita. Egli lesse tutto l'articolo, ma con voce sì curiosamente ora tremante, ora languente, ed ora sospirosa, che il buon veneziano si sentì tutto ad un tratto colto da un sentimento di pietà, e da un tal prurito di ridere, ch'ebbe bisogno di tutta la sua forza per ritenerne lo scoppio. Finito ch'egli ebbe di leggere, il veneziano gli disse: mostrami da qual fonte hai preso questa storia, e sappi ch'io son l'uomo che con questa gazzetta tu infamasti. Egli gittossi allora ginocchione, e, chiamandosi incauto, disse che egli avea tratto l'articolo da una lettera di Varsavia: se questa lettera, gli rispose l'altro, non si trova per tua mala sorte in questa stanza, tu sei morto, e gli presentò al petto la pistola: sì, signore, egli soggiunse, cadendo a braccia aperte, debb'esser qui in questa stanza, e m'impegno di trovarvela subito. Presto trovala. Egli levossi, e si mise, standogli il veneziano a fianco, a cercare e scartabellare pacchetti in una scansia, ma tutto ad un tratto divenne pallido, andò in sudore, e si lasciò cader sopra una sedia. Il veneziano trovossi allora in un fastidioso imbroglio e quasi pentito, ma resistette ed aspettò senza parlare che quel misero si riavesse. Si riebbe, ritrovò la lettera, il veneziano la lesse, non riconobbe né nome, né carattere, se la mise in tasca, e poi ordinò al gazzettiere di scrivere sotto la sua dettatura un articolo, che si fece promettere, (e gli mantenne parola) di porlo tal quale nella sua prima gazzetta. Fatto questo, gliela fece copiare, e ritenne per sé la duplicata. Ordinogli poi di andar seco, e non gli permise di andar a prendersi un ferrajuolo, che disse di aver in un'altra stanza, per ripararsi da una pioggia che cadea dirotta. Si fece da lui condurre alla sua sedia da posta, e dopo avergli detto di guardar bene dal non meritarsi una seconda visita, gli regalò due luigi, e così fu terminata questa scena. Il gazzettiere fu puntuale, ma il veneziano non rimase appieno soddisfatto, poiché non poté mai sapere chi sia stato colui che con quel nome a tutti ignoto scrisse quelle bugie. Il gazzettiere meritava d'essere ben bastonato, nulla per altro se non perché credea che l'ostensione di quella lettera bastasse a dichiararlo innocente; ma il veneziano è bravo per ruminar vendette, debole poi quando si viene al punto di eseguirle, poiché per sua buona sorte è sottoposto al sentimento di pietà, sentimento eroico, che è gran peccato, che quando il pensatore l'esamina, lo scorga procedente da debolezza d'animo. Oggi poi quest'uomo è divenuto tale, che non v'è avversità per lui sopra la terra capace di alterarlo che per brevi istanti. Egli si concentra a compatire chi il condanna, a deplorare chi confida negli uomini, a disprezzare i superbi, ed a desiderare di divenir utile a tutti quelli che gli sono stati di nocumento, vendetta sublime ed eroica, se pure non vada accoppiata con un poco di superbia, il che è da temersi. Le persone, che nella sua patria egli stima, sono poche, ma ha il piacer di vedere che quelle poche sono munite di quel vero merito, che non si lascia discernere che dagli occhi del saggio. Del solo suffragio di queste egli va in traccia, e disgustato del mondo, poiché non gli somministra più voluttà alcuna, aspetta senza desiderarla e senza temerla, la natural dissoluzione della sua macchina, procurando di mantenerla tranquilla e sana. Tra i suoi difetti non è il minore quello ch'egli ha di voler far conoscere certe verità di mondo a persone che, prevenute troppo in proprio favore, non sono suscettibili di documento, o non possono soffrire che scaturisca da chi riguardano come loro subalterno. Quando il veneziano sarà divenuto ben saggio, se pure avrà tempo di divenirlo, contento di ciò che sa e disposto sempre ad imparare da chi ha più esperienza di lui, lascerà che tutti credano quello che vogliono, e non vorrà a forza istruire del vero chi ricalcitrante ripugna a spogliarsi delle false idee e notizie che nutrisce. Gli uomini per natura son tali che non si possono disporre ad imparare cosa alcuna da quelli che vogliono far loro da maestri a forza: ed hanno tanta ragione quanto han torto i primi.

Ma è tempo di terminare. Il veneziano andò a Spa, poi a Parigi, dove fermossi tre mesi per convincere il re di Polonia della falsità di una lettera anonima, poi in Ispagna, dove soffrì massime disavventure ed insidie alla propria vita per cagioni che, s'egli fosse stato saggio, non si sarebbero verificate: resistendo però costantemente, superò tutte le difficoltà, uscì di quel regno, attraversò il Linguadocche, la Provenza e 'l Piemonte, e andò a scrivere la confutazione di una maligna istoria in un paese di cui non sarebbe uscito se un ministro di stato non l'avesse scosso, svegliando in lui l'ambizione di entrare nella spedizione de' russi sul mare contro il re de' turchi. Fu egli a Livorno dove il suo destino fe' che il conte Alessio Orloff non l'accettasse con le condizioni ch'egli volea. Andò allora a Napoli, e indi a passare un anno a Roma e poscia a Firenze; ma in capo a sei mesi dovette uscirne per sovrano comando, e per ragioni che saranno certamente state legittime, poiché saggia è quella mente cui erano note, ma che il veneziano non fu mai degno di sapere né di immaginare. Lasciata la Toscana, andò a Bologna dove soggiornò nove mesi, poi andò in Ancona per farsi trasportare di là dal mare. Stette due anni in Trieste, e ritornò verso la fine dell'anno 1774 per sovrana clemenza nella sua patria, del favor della quale s'ei fosse degno, troverebbe in essa facilmente il proprio sostegno.

Questo pezzo della storia del veneziano serva a disingannare quelli che bramano ch'egli la scriva tutta. Sappiano che s'ei si disponesse a servirli, non potrebbe mai risolversi a farlo in stile ed in metodo differente da quello di cui questa narrazione offre loro il saggio. Prospetti, riflessioni, digressioni, minute circostanze, osservazioni critiche, dialoghi, soliloquî, tutto dovrebbero soffrire da una penna che non ha né

 vuole aver freno, poiché è sicura di non spargere reo o bugiardo inchiostro, atto a macchiar le convenienze della società, a render sospetto l'umil sentimento di suddito fedele, a far rivocare in dubbio i doverosi pensamenti dell'uomo cristiano.

 

IL FINE.

 

 [1] Da chevalier in francese a cavaliere in italiano passa una gran differenza. Perdonino quelli che non hanno bisogno di quest'avviso.

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:13/07/2005 23.45

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