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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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IL DUELLO

Di: GIACOMO CASANOVA

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 Parte Prima

Animum rege, qui, nisi paret, Imperat

hunc frenis, hunc tu compesce catena.

ORAZIO, Ep. I, 2, 62-63

 

 

Un uomo nato a Venezia da poveri parenti, senza beni di fortuna e senza nessuno di que' titoli che nelle città distinguono le famiglie dalle ordinarie del popolo, ma educato, come piacque a Dio, nella guisa di quelli che sono destinati a tutt'altro fuorché a mestieri coltivati dal volgo, ebbe la disgrazia, nell'età di ventisett'anni, di incorrere nell'indignazione del governo; e, nell'età di vent'otto, ebbe la fortuna di fuggire dalle sacre mani di quella giustizia, della quale non soffriva di buona voglia il castigo. Fortunato è quel reo che può in pace soffrire la pena che meritò, aspettandone il termine con rassegnata pazienza; infelice è l'altro che, dopo aver errato, non ha il coraggio di compensare le sue colpe e cancellarle, soccombendo puntualmente alla sua condanna. Questo veneziano era un intollerante; fuggì, malgrado che avesse preveduto che, fuggendo, si esponea al rischio di perdere la vita, della quale senza la libertà non sapea qual uso fare; e forse egli non ragionò tanto, ma fuggì ascoltando solamente, come fanno i più vili animali, la semplice voce della natura. Se quel governo, dalla disciplina del quale egli fuggia, avesse voluto, l'avrebbe sicuramente fatto arrestare in viaggio, ma non se ne curò e lasciò in tal guisa che il mal avveduto giovine andasse ad esperimentare che, per vaghezza di libertà, l'uomo si espone spesso a vicende assai più crudeli di una passaggera schiavitù. Un prigioniero che fugge non sveglia mai nella mente che il condannò sentimento d'ira, ma bensì di pietà, poiché fuggendo accresce, cieco, i propri mali, rinunzia al bene del proprio ristabilimento in patria, e resta reo, com'era avanti che cominciasse ad espiare il suo delitto.

Questo veneziano, in somma, in preda del fuoco della sua età, uscì dello Stato per la via più lunga, poiché sapea che la più corta è per lo più fatale a chi fugge, ed andò a Monaco in Baviera, dove stette un mese per ristabilirsi in salute e provvedersi di denaro e di onesto equipaggio, e poi, attraversando la Svevia, l'Alsazia, la Lorena e la Ciampagna, giunse a Versailles il giorno 5 di Gennaio dell'anno 1757, mezz'ora avanti che il fanatico Damien desse la coltellata al re Luigi XV di felice memoria.

Quest'uomo, divenuto avventuriere per forza, poiché tale è chiunque va non ricco pel mondo in disgrazia della sua patria, provò in Parigi i straordinari favori della fortuna e ne abusò. Passò in Olanda, dove condusse a fine affari che gli produssero rilevanti somme, che consumò; ed andò poi in Inghilterra, dove una malnata passione gli fe' quasi perdere il cervello e la vita. Lasciò l'Inghilterra nell'anno 1764, e per la Fiandra francese entrò ne' Paesi Bassi austriaci, passò il Reno, e per il Vesel entrò in Vestfalia, scorse i paesi di Annover e di Brunsvich, e giunse per Magdeburgo a Berlino, capitale del Brandeburgo. In due mesi che vi soggiornò, e nei quali si abboccò due volte col re Federico, grazia che facilmente S. M. accorda a tutti que' forastieri che gliela dimandano per iscritto, conobbe che servendo quel re non avea luogo di sperar gran fortuna, onde partì con un servo e con un lorenese ben istrutto nelle matematiche, che prese seco in qualità di suo segretario: avend'egli intenzione di andar a cercar fortuna in Russia, un uomo tale gli era necessario. Si fermò egli pochi giorni a Danzica, pochi in Königsberg capitale della Russia ducale, e costeggiando il mar Baltico giunse in Mitavia capitale della Curlandia, dove passò un mese, molto onorato dall'illustre duca Gio. Ernesto de Birhen, a spese del quale egli scorse tutte le miniere di ferro del ducato; onde partì poi generosamente ricompensato, attesoché egli suggerì a quel sovrano e dimostrò i modi di stabilire in quelle utilissimi miglioramenti. Lasciata la Curlandia, si fermò poco in Livonia, scorse la Carelia e l'Estonia e tutte quelle provincie, ed arrivò nell'Ingria a Pietroburgo, dove avrebbe trovato quella fortuna che bramava, se vi fosse andato chiamato. Non isperi di far fortuna in Russia chi vi si porta per semplice curiosità: cosa è egli venuto a far qui è una frase che tutti pronunziano e tutti ripetono; sicuro poi di essere impiegato e proveduto di pingue stipendio è colui che a quella corte arriva dopo aver avuto la destrezza di presentarsi in qualche corte di Europa al ministro russo, il quale, se rimane persuaso del merito della persona, ne dà parte all'imperatrice, dalla quale riceve ordine di spedirle l'avventuriere pagandogli il viaggio. A questo tale non può mancar fortuna, poiché non dee poter dirsi che non portava la spesa di gettar via i denari del viaggio in un soggetto di niuna capacità: il ministro che il propose si sarebbe ingannato, e nemmen questo può essere, poiché i ministri se ne intendono d'uomini moltissimo; il solo uomo, alla fine, che non ha e non può avere merito alcuno, è il buon uomo che va là a proprie spese; e questo avviso serva a quello de' miei lettori che ruminasse il progetto di andarvi non chiamato, sperando di divenir ricco all'imperial servigio.

Il nostro veneziano però non perdette il suo tempo, poiché fu sempre suo costume d'impiegarlo in qualche cosa, ma non fece fortuna; sicché in capo ad un anno, provveduto al suo solito se non di lettere di cambio, di buone raccomandazioni, andò in Varsavia. Egli partì da Pietroburgo nel suo legno tirato da sei cavalli da posta e con due servi, ma con poco danaro, di modo che quando incontrò in un bosco dell'Ingria il maestro Galuppi detto Buranello, che andava colà chiamato dalla Czarina, avea la sua borsa già vuota; ciò non ostante ei corse felicemente novecento miglia che dovea fare per arrivare nella capitale della Polonia. In que' paesi chi ha l'aria di non averne bisogno trova facilmente denaro, e non è difficile là l'aver quest'aria, com'è difficilissimo l'averla in Italia, dove non v'è alcuno che supponga una borsa piena d'oro, se prima non l'ha veduta aperta. Italiam! Italiam!

Il veneziano in Varsavia fu molto bene accolto. Il principe Adamo Czartoryski, cui si presentò con una valida comendatizia, il presentò al principe palatino di Russia suo padre, al principe zio gran cancelliere di Lituania e dottissimo giureconsulto, ed a tutti que' grandi del regno che trovavansi allora alla corte. Egli non fu presentato con altro nome che con quello che trasse dall'umile sua nascita, né potea esser ignota a' polacchi la di lui condizione, poiché da una gran parte di que' grandi era stato veduto a Dresda quattordici anni prima, dove avea servito con la sua penna il re Augusto III, e dove avea madre, fratelli, cognati e nipoti. Abbiano pazienza i signori mendacissimi gazzettieri; sono però i poverini degni di compatimento, poiché gli articoli falsi, principalmente quando sono maledici, mettono in voga le loro gazzette molto più dei veri. Il solo aggiunto straniero, che decorava l'esteriore della non mal piantata persona del veneziano, era il troppo strapazzato ordine della cavalleria romana, che appeso ad un brillante vermiglio nastro egli portava al collo en sautoir, cioè come i monsignori portano la croce. Egli aveva avuto quell'ordine dal papa Rezzonico, di felice ricordazione, quando ebbe la bella sorte di baciargli in Roma il sacro piede nell'anno 1760. Un ordine di cavalleria, qualunque ei sia, quando è brillante, è molto giovevole ad un uomo che, viaggiando, ha occasione di comparir nuovo in varie città quasi ogni mese: egli è un ornamento, una rispettabile decorazione che impone a' sciocchi; ond'è necessario, poiché di sciocchi il mondo è pieno, ed inchinati sono tutti al male, sicché quando il calmarli dipende da un bell'ordine di cavalleria che li rende estatici, confusi e rispettosi, è bene lo sfoggiarlo. Il veneziano poi finì di portare quest'ordine nell'anno 1770 a Pisa dove, trovatosi in bisogno di denaro, vendette la sua croce, ch'era adorna di brillanti e di rubini: era egli d'essa già da molto tempo disgustato, poiché decorati della medesima avea veduto varj ciarlatani.

Otto giorni dunque dopo ch'egli giunse in Varsavia ebbe l'onore di cenare in casa del principe Adamo Czartoryski con quel monarca, di cui tutta l'Europa parlava, e ch'egli ardentemente bramava di conoscere.

Alla rotonda tavola, cui sedevano otto persone, tutti poco o molto mangiarono, fuori che il re ed il veneziano, poiché ragionarono sempre e della Russia, molto conosciuta dal monarca, e dell'Italia ch'egli, quantunque d'essa assai curioso, non vide mai. Ciò non ostante molte persone a Roma, a Napoli, a Firenze, a Milano mi dissero di averlo trattato nelle loro case, e lasciai che così dicessero e credessero, poiché corre gran pericolo a questo mondo chi intraprende il difficil mestiere di disingannar gl'ingannati.

Dopo quella cena il veneziano passò tutto il rimanente di quell'anno ed un pezzo del seguente a far omaggio a S. M., a que' principi ed a que' ricchi prelati, essendo egli sempre convitato a tutte le brillanti feste, che si facevano alla corte e nelle magnifiche case de' magnati, e principalmente in quelle della famiglia (così era chiamata per eccellenza l'inclita casa Czartoryski), dove regnava, ben superiore a quella della corte, la vera magnificenza.

Giunse in quel tempo in Varsavia una ballerina veneziana che, con le sue grazie e co' suoi vezzi, si cattivò l'animo di molti, e fra gli altri del gran panattiere della corona Xaverio Braniscki. Questo signore, che oggi è gran Generale, era nel fiore della sua età, bell'uomo che, inclinato fin dalla sua adolescenza al mestier della guerra, avea servito sei anni la Francia. Avea là imparato a sparger il sangue de' nemici senza odiarli, ad andarsi a vendicar senza ira, ad uccidere senza discortesia, a preferire l'onore, ch'è un bene imaginario, alla vita, ch'è l'unico bene reale dell'uomo. La carica dell'ordine equestre di gran Postòli della corona, vocabolo che significa panattiere, l'avea ottenuta dal re Augusto terzo; era decorato dell'ordine insigne dell'Aquila Bianca, ritornava allora dalla corte di Berlino alla quale era stato accreditato dal nuovo re suo amico per certa secreta commissione nota a tutti. Di questo re egli era il favorito, ed a lui dovette in seguito la sua fortuna, poiché ricolmato ei fu di benefici. Vero è anche che il gran favore cui era asceso l'avea meritato col proprio suo valor guerriero, con la fedeltà con la quale gli era stato compagno, quando, qualche anno prima ch'egli fosse eletto re, era stato alla corte di Pietroburgo, dove divenne adoratore delle eminenti qualità, dello spirito e della avvenenza della gran duchessa di Moscova, ora gloriosissima imperatrice. Questo cavaliere meritava realmente la predilezione dell'amico monarca, poiché, come l'era stato quand'egli era suo eguale, così, quando giunse allo splendor del trono, fu sempre pronto e quasi cieco esecutore de' suoi ordini ad ogni occasione, e non con men di fervore, quando si trattava di esporre pei di lui servigio ad evidente rischio la propria vita. Ei fu quell'intrepido, che combatté e si fe' nemica tutta la nazione polacca, e da principio quella considerabil parte, che malcontenta si armò, quando la dieta di convocazione stabilì di porre il diadema reale sulla testa di Stanislao ora regnante, ch'egli adorava. Verso la metà dell'anno 1766 il re gli conferì la molto utile carica di Lofcig, o sia gran cacciatore della corona, mentre giacea ferito dalla pericolosa pistolettata che il veneziano gli die' nel duello di cui siamo per parlare. Per ottenere tal carica, ei lasciò quella di gran panattiere, abbenché di due gradi fosse alla nuova superiore; ma non era lucrativa: il lucro è una sostanza che molti preferiscono ad ogni altra superiorità.

La veneta ballerina non avea bisogno, per farsi rispettare, della protezione del Braniski Postòli della Corona, poiché tutti l'amavano, e godea anche di altre più segnalate protezioni, ma pure il favore dell'intrepido e bravo Postòli, cavaliere risoluto e di non facile accesso, accresceva il di lei credito, e tenea forse in freno quelli che in divisi partiti teatrali sono qualche volta cagioni alle virtuose di non piccioli disgusti.

Il veneziano era per genio e per dovere amico della veneta ballerina, ma non in guisa che per applaudire alla sua danza fosse divenuto nemico di quella di un'altra prima ballerina, fra gli amici della quale esser egli solea, avanti che la veneziana arrivasse alla corte di Varsavia. Ciò era di mal animo da questa danzatrice sofferto. Le sembrava che non le convenisse il soffrire in pace che l'unico suo compatriotta, che trovavasi in Varsavia, fosse nel drappello di quelli che applaudivano alla sua rivale, piuttosto che nel suo. Una donna di teatro, che sostiene una concorrenza, aspira alla vittoria con tanta ansietà, che è nemica dichiarata di tutti quelli che non le prestan mano a soggiogare chi vuol starle in competenza ed a trionfare. Questo e' il modo di pensare di tutte le eroine della scena; dominate dall'ambizione e dall'invidia, non sanno perdonarla a quelli che sostengono l'emula, siccome non v'è favore che non sieno pronte ad accordare in premio dell'abbandono a chiunque riescano ad allontanare da' ferri dell'altra, se possano imaginarsi contribuire molto quel tale a mantenere l'altalena della bilancia.

Erasi ella molte volte lagnata col suo Postòli, alla testa allora del suo partito, dell'ingratitudine del veneziano; ma egli non sapea che fare: solamente le promise che, se l'occasione se gli presenterà, saprà mortificarlo, nel modo medesimo che ne' passati giorni avea mortificato altra persona che non potea naturalmente esser d'essa parziale. L'occasione, benché strascinata pel collo, non tardò molto a presentarsegli.

Il 4 di Marzo, giorno di San Casimiro, fu solennizzato da gala di corte, per chiamarsi con questo nome il principe gran ciambellano fratello del re. Dopo il pranzo S. M. disse al veneziano che avrebbe piacere di udire cosa egli pensasse della commedia polacca che per la prima volta avea fatto che in quel giorno con attori, come già s'intende, polacchi, venisse rappresentata sul suo teatro di Varsavia. Il veneziano promise al re di essere tra' spettatori, supplicandolo a non voler poi ch'egli ne dia parere, poiché quella lingua gli era affatto ignota. Sorrise il monarca, e tanto bastò perché il veneziano abbia in quell'augusta assemblea ricevuto un grande onore. Quando i monarchi si trovano corteggiati in pubblico dalla numerosa assemblea de' loro ministri, degli ambasciatori e de' forestieri, hanno attenzione ad indirizzare una qualche domanda a tutti quelli che vogliono che sieno sicuri che la maestà loro si avvede che trovansi a lei presenti; quindi pensano a quale specie di questione possan fare a questo o a quello cui vogliono fare l'onore del colloquio, la quale sia non suscettibile di seria riflessione, non equivoca, non tale che l'interrogato possa rispondere che non sa; e sopratutto parlano schietto e preciso, poiché non dee mai avvenire che la persona, chiamata dalla voce regia a parlare, abbia a rispondere: Sire, non ho inteso ciò che V. M. mi ha detto; questa risposta farebbe ridere l'assemblea, poiché assurda è l'idea che offre o un re che non fu inteso per non aver saputo spiegarsi, o un cortigiano che non intende un re che gli parla. Il cortigiano, nel caso che non abbia inteso, o abbassa con un gesto di riconoscenza il capo, o risponde ciò che gli viene in bocca, e, a proposito o no, va sempre bene.

Le parole poi che il sovrano dice in pubblico a qualcuno debbono esser freddure; ma qualche cosa dee dire; se no l'affare è notato, e tutta la città sa, la mattina seguente, che un tale è mal veduto in corte, poiché il re a cena non gl'indrizzò mai il discorso. Queste bazzecole sono notissime a tutti i sovrani, compongono anzi uno de' più importanti articoli del loro catechismo, poiché con occhi d'Argo fino al più piccolo de' loro gesti è attentamente dagli astanti esaminato; le loro parole poi, per poco che ne siano suscettibili, sono soggette a cento differenti interpretazioni.

Mi trovai, nell'anno 1750, a Fontanablò nel circolo di quelli che assistevano al pranzo, o (per meglio dire) guardavano la regina di Francia a mangiare. Il silenzio era profondo. La regina, sola alla sua tavola, non guardava che le vivande, che le veniano poste innanzi dalle sue donne, quando, gustando essa di un piatto a segno di volerne la replica, alzò maestosamente lo sguardo, ed accompagnando gli occhi col girar lento del capo, a differenza di certe signore poco accorte del nostro paese, che non girando che i soli occhi sembrano spiritate, scorse in un istante tutto il circolo; poi fermatasi sopra un signore, il più grande di tutti, e quello forse al quale solo era a lei conveniente di fare tanto onore, dissegli in chiara voce: Je crois, monsieur de Lowendal, que rien n'est meilleur d'une fricassée de poulets. - Io credo, signor Lowendal, che una fricassea di polli sia il migliore di tutti i cibi. Egli (avanzatosi già di tre passi tosto che udì la regina a pronunziar il suo nome), rispose con voce sommessa, serio, e guardandola fisso, ma col capo chino: Je suis de cet avis-là, Madame. - Tale, o Madama, è il mio parere. Detto questo, ei ritornò, tenendosi curvo, in punta di piedi e camminando all'indietro, al luogo dov'era, e 'l pranzo si terminò senza che si pronunziasse più parola.

Io ero fuori di me. Tenevo gli occhi fissi su quel grand'uomo, che pria non conoscevo se non per nome e pel famoso espugnatore di Berg-op-Zoom, e non potevo concepire come avesse egli potuto tenersi dal ridere, egli, maresciallo di Francia, a quella frase da cuoco, che la regina si era degnata d'indrizzargli, ed alla quale egli avea risposto con lo stesso serioso tono e con quella gravità con la quale in un consiglio di guerra avrebbe opinato per la morte di un uffiziale colpevole. Più vi pensavo, e più sentivo a venirmi meno la forza, che impiegavo per trattenere lo sbruffo del riso che mi strangolava. Guai a me, se non avessi avuto il vigore di trattenerlo! mi avrebbero preso per un solenne pazzo, e Dio sa cosa mi sarebbe avvenuto. Da quel giorno in poi, cioè per un intero mese che passai a Fontanablò, trovai ogni giorno in tutte le case dove andai a pranzo, la fricassea di polli che cuochi e cuoche componevano a gara, sostenendo che la regina avea detto il vero, ma che vero altresì era, che non v'era nella cucina francese piatto più difficile di quello. Io poi non seppi mai intendere come quel piatto potesse in fatti esser tanto difficile, mentre il trovavo dapertutto, e dapertutto egualmente perfetto, ma mi guardavo di spiegarmi, poiché, dopo che la regina ne aveva fatto l'elogio, mi avrebbero fischiato. Fu deciso che non v'era che il cuoco della regina che potesse vantarsi di comporlo alla perfezione.

Quella parola che quel giorno il re di Polonia disse al veneziano per non sapergli che dire, fu cagione del duello, poiché, se il re non gliel'avesse comandato, è cosa certa che egli non sarebbe mai andato ad annojarsi alla commedia polacca. Egli vi andò, e, dopo il primo ballo ch'ei vide, stando dietro alla sedia del re nel palchetto proscenio, avendo osservato che S. M. avea battuto le mani alla ballerina Casassi, gli venne voglia di andar in scena a complimentarla, poiché il re quel giorno non era stato generoso del suo applauso che ad essa sola. Egli andò prima in passando a fare una visita alla ballerina veneziana nel suo camerino, dove stavasi alla sua teletta per il secondo ballo, ma non v'era entrato appena, che videsi comparire d'innanzi il Postòli assai torbido in ciera. Il veneziano, vedendolo comparire accompagnato dal Bissinski vestito alla polacca e tenente colonnello del suo reggimento, se ne andò facendogli umilissima riverenza. Que' cortigiani galanti, che fanno al di là de' monti cortesi visite ne' loro camerini alle sedicenti virtuose, usano andarsene allorquando un nuovo visitatore arriva; e questa si chiama urbana civiltà, poiché è impiegata per far piacere a due, ed il patto tacito è reciproco. In Italia la cosa si fa altrimenti. Chi arriva il primo non se ne va mai più. Ei sa che fa rabbia; ma ha piacere. Uscendo dallo stanzino, il veneziano incontrò dietro una quinta Madama Casassi e si trattenne con essa, facendole complimento sull'applauso che avea riscosso dal monarca e scherzando con lieti motteggi su varie cose. Ma ecco improvvisamente il Postòli, il quale dovea esser uscito dal camerino dove l'avea lasciato nulla per altro che per inseguirlo ed attaccarlo. Se gli piantò d'innanzi, e, guardandolo incivilmente come fanno i sartori da capo a piedi, gli domandò cosa facesse là con quella donna. Il veneziano, che con quel signore non avea mai parlato, non poco sorpreso gli rispose che trattenevasi là con essa per farle complimenti. Il Postòli allora gli domandò se la amava, ed ei gli rispose che sì. L'interrogatore soggiunse che l'amava anch'esso e che non era suo costume il soffrir rivali. Il veneziano gli rispose che di questo suo gusto egli non era informato. Dunque, disse il Postòli, voi dovete cederla a me. Il veneziano, con tuono alquanto scherzoso: benissimo, signore, gli rispose; ad un bel cavaliere come voi non v'è uomo che non debba cedere: io vi cedo dunque questa amabile signora pienamente, e con tutti i diritti che posso aver sopra di lei. Così mi piace, soggiunse il Postòli con faccia brusca, ma un poltrone che cede, quando ha ceduto f..t le camp. Queste parole, che scrissi in francese, perché in francese parlavano, e perché mal si possono tradurre, sono quelle vilissime che per dir va via impiega un uomo altero, superiore ed incivile verso un uomo vilissimo al quale, servendosi di questo stile, non solo vuol dar segno di sommo disprezzo, ma vuol minacciare di subitanea risoluzione a via di fatto, se pronto non ubbidisse.

Il veneziano, che per sua mala o buona sorte intendeva il francese, e che fin dalla sua più tenera età si era avvezzato a resistere al primo moto, il quale, veramente indegno dell'uomo che ragiona, il trasforma in bestia, e per il quale io rido che le leggi abbiano stabilito di aver misericordia, seppe moderarsi, frenar la tentazione fortissima che gli venne di uccider sul fatto il brutale ed incamminarsi tosto verso la scaletta, che conduceva giù dalla scena, avendo solamente detto al superbo insultatore, prima di muovere il primo passo per andarsene, guardandolo fisso in faccia e ponendo la sua mano sinistra sulla guardia della sua spada: c'en est trop: - questo è troppo. La disfida non era dubbiosa, poiché poteva essere ancora più laconica: la mano sulla guardia della spada dovea bastare, un movimento, un gesto, un batter d'occhio. Mentre il veneziano con lentissimo passo se ne andava, il Postòli disse ad alta voce, sicché l'intesero anche due ufficiali ch'erano di là poco distanti: Quel poltrone veneziano prende, andandosene, il buon partito; j'allais l'envoyer se faire f....e: - Ero per mandarlo a farsi, etc., alle quali parole l'altro, senza voltarsi, rispose: Un poltron vénitien enverra dans un moment à l'autre monde un brave polonais: - un veneziano vigliacco, da qui a un pochetto, manderà all'altro mondo un valoroso polacco. - Se al termine, benché grossolano, di poltron, egli non avesse accoppiato l'epiteto di veneziano, avrebbe forse l'altro sofferto l'affronto; ma una parola che vilipende la nazione, non v'è, a mio credere, uomo che possa soffrirla. Dopo aver così detto andò sulla porta del teatro ad aspettarlo, con intenzione di andar sul fatto, benché la notte fosse molto oscura, in qualche luogo, a dare o a ricevere qualche stoccata e terminar così l'affare; ma si trattenne in vano per mezz'ora senza veder alcuno, e la pioggia agghiacciata cadea sulla neve, onde mezzo intirizzito si determinò a far avanzare la sua carrozza e ad andarsene alla casa del principe palatino di Russia, dove sapea che il re dovea portarsi a cena.

Il veneziano fu prudente a soffrire nel loco in cui si trovava l'insolente ingiuria del Postòli, poiché il re trovandosi con le guardie a quel loco molto vicino, ogni di lui moto violento, benché picciolo, sarebbe divenuto di gran conseguenza; ma egli non potea dissimular l'affare. Due uffiziali furono presenti alla scena ed il Bissinski fido amico del Postòli, sicché egli rimase immerso nella più seria perplessità.

Senza determinarsi a nulla giunse a gran trotto alla casa del principe palatino, dove trovò alla assemblea il fiore della nobiltà.

Il principe, tosto che il vide, fece la partita di tresette, e, come solea, sel prese per compagno; ma egli giocando non facea che spropositi, de' quali rimproverato dal principe, gli rispose ch'era con la testa quattro leghe lontano dal loco in cui giocava. Il principe, dicendo con aria serena che bisogna aver la testa non altrove che là dove si gioca, gettò le carte sulla tavola, e la partita finì. Arrivò allora un uffiziale di corte a dire che il re non sarebbe venuto a cena, onde il palatino ordinò che le tavole fossero subito imbandite.

Dispiacque molto al povero forastiere ingiuriato che il re non venisse, poiché avrebb'egli comunicato a S. M. l'ingiuria che il Postòli aveagli fatta, ed il sovrano avrebbe accomodato tutto, obbligando l'ingiusto insultante a dare all'offeso qualche sufficiente risarcimento; ma l'affare dovea definirsi in modo assai diverso.

Sedettero tutti a cena, ed al capo della tavola bislunga egli sedea presso il principe palatino, alla sua sinistra. Parlavasi di cose liete, ed a tutt'altro egli pensava fuori che a parlare della sua disgrazia, che avrebbe desiderato che potesse rimanere occulta a tutta la terra, allorquando a mezza la cena arrivò il principe Gaspare Lubomirski generale al servigio di Russia, che andò a sedere al capo opposto della tavola, alla quale trenta in circa potevano esser quelli che mangiavano. Quando questo principe si vide in faccia di lui all'altro capo, gli disse ad alta voce che gli dispiacea della lacrimevole avventura ch'eragli sopravvenuta al teatro; a tal complimento, che andò a ferirgli l'anima, e ch'egli buonamente sperava che non avesse ad essergli fatto da alcuno, per non essersi l'affare ancora divulgato, non ebbe la forza di rispondere, ma nulla di meno il principe Gaspare seguitò, forse malignamente, a confortarlo, dicendogli che l'offensore era ubriaco, che convenia sprezzar la cosa, che la stima, che tutti faceano della sua persona, non sarebbe a cagione di ciò per diminuirsi, e cento simili crudelissimi conforti che, invece di calmarlo, l'accendevano, della qual cosa il palatino avvedendosi, gli domandò con bontà a bassa voce, che affare era quello: egli pregò Sua Altezza ad aspettare fino dopo cena, che testa a testa glielo comunicherebbe. Vedevasi però tutti all'altro capo della tavola a parlare e ad ascoltare il principe Gaspare, mentre l'altro moria di vergogna, vedendo fissi sopra di lui gli occhi di tutta la compagnia da quel lato.

Terminatasi la cena, il principe palatino il trasse in disparte, e da esso fedelmente circonstanziata intese tutta la miserabile istoria. Avea quel principe, ascoltandolo, il dolore dipinto sul maestoso suo volto, ed arrossia che fosse in Varsavia un uomo onesto sottoposto a simili vigliaccherie. Terminata la sua narrazione, ei domandò al principe cosa il consigliasse di fare nel caso in cui si trovava; alla qual domanda rispose ch'era suo costume di non dar mai ad alcuno il suo consiglio in pari casi: conviene all'uomo onesto in simili frangenti, diss'egli sospirando, far molto, o nulla affatto. Così dicendo il principe si ritirò, e l'altro, fattosi dare la sua pelliccia, uscì dal palazzo, entrò nel suo legno, e si avviò alla sua casa, dove coricossi subito e dormì saporitamente sei ore. Svegliato prese certa medicina, che erano già due settimane che prendea, per guarire da certo male che allora l'affliggea e che l'obbligava dopo presa a starsene per lo meno sei ore a letto. Fatto ciò, si accinse a spicciare le lettere sue e quelle che indispensabilmente dovea in quel giorno di mercordì, giorno in cui partia il regio dispaccio per l'Italia, mandar alla corte. Accingendosi a questo lavoro, ricapitolò ciò che gli era avvenuto col Postòli la sera della non ancor scorsa notte; riandò il proprio contegno e ponderò le parole che il principe palatino di Russia gli avea detto, richiesto di consiglio, ed in quelle sagge parole, che glielo negavano, ei lo trovò. Molto, o nulla.

Pensò prima al nulla, e si ricordò che Platone nel Gorgia dicea che l'eroismo consiste nel non far ingiuria ad alcuno, onde ne segnia che dovea più pregiarsi colui ch'era capace di soffrirla, che l'altro che impunemente avea saputo farla. Che non essendo egli uomo di guerra, mestiere che chi il professa dee convincere il mondo che non fa caso della vita, e fuggir la nota di spauroso come fugge l'infamia, era dispensato dalla sovrana legge di uccidere chi l'insultò o di farsi dallo stesso uccidere; onde potea con intrepida ed altera fronte dichiararsi seguace del gran filosofo, che dice chiaro nell'ep. VII, ch'è meno disonore sopportar gravissime ingiurie che farle. Pensò poi anche che era questa la massima di un cristiano, e si rimproverò che Platone si fosse presentato alla sua mente un momento prima del Vangelo. Ma, riflettendo poi col maledetto orgoglio attaccato alla natura umana, esaminò il modo del pensare de' filosofi della corte, li quali espressamente o tacitamente vogliono che l'onor regni e che l'onore sia modellato dal codice militare, per accelerare il trionfo del quale i monarchi medesimi ne portano addosso pomposamente le insegne. Egli vide che, se l'avesse fatta alla platonica, sarebbe stato un buon cristiano ed un bravo filosofo, ma non meno perciò disonorato, e vilipeso, e forse cacciato via dalla corte, o escluso dalle nobili assemblee con maggior obbrobrio.

Tale è il nostro secolo. Tocca alla filosofia a lagnarsene, e quelli che vogliono seguire le di lei massime debbono abitare da per tutto fuori che nelle corti.

Se il povero oltraggiato avesse preso il partito di pacificamente ingoiare l'amara pillola, tacendo o palesando la cosa a quella neutra torma d'oziosi che sfoggiano il freddo e vuoto titolo di comuni amici, avrebbe trovato in folla mediatori che, con l'apparenza del maggior zelo, si sarebbero impegnati di riconciliare i discordi; ma egli sapea qual era ordinariamente de' mediatori il costume: tutti per massima preliminare più favorevoli all'offensore che all'offeso; tale essendo la malignità dell'umana natura, che gode sempre del male avvenuto, ed è perciò portata sempre a favorire chi l'ha fatto, ridendo in sé di chi ha sofferto l'oltraggio e studiando di sminuirlo con sofistiche ragioni, sotto lo specioso pretesto del desiderio del bene della pace.

Un vero amico d'un uomo oltraggiato, o lo aiuta a vendicarsi, o fa come fece il principe palatino di Russia, il deplora e lascia ch'ei faccia ciò che gli viene suggerito dal sentimento d'onore ch'egli ha, che non è dato ad alcuno l'indovinare di qual calibro sia. Il mediatore in generale fa sempre più o meno di ciò che l'offeso può desiderare. Un uomo che opera così non ha d'amico altro che il nome; nome che non merita quando pretende che l'amico voglia, non ciò che vuole, ma ciò che a parer suo dee volere, e che non si contenta di consigliare, ma, ergendosi, affetta superiorità di mire e di prudenza. Queste sono parole di Cicerone; e per questo le distinsi.

Fattesi dall'oltraggiato queste riflessioni in tempo assai minore di quello ch'io ho impiegato a scriverle, si determinò a far molto. Si risolse a sfidare a duello quel cavaliere che l'avea vilipeso, unico modo in que' paesi ed in altri ancora col quale un uomo onesto, offeso da chi non ha sopra di lui diritto alcuno, può lavare la macchia che la ricevuta ingiuria gl'impresse.

Se gli offesi, chiamando in giustizia gli offensori, potessero lusingarsi di esser per ottener dal giudice una pingue sentenza in loro favore, potrebbe darsi che i duelli non avvenissero tanto di frequente, malgrado le infelici massime del punto d'onore; ma l'esperienza fa che non possano sperar niente più di una fredda scusa o di una ridicola ritrattazione, che secondo il parer di certi pensatori sembra più atta ad accrescere la macchia che a toglierla. In Inghilterra però un uomo che ha detto ad un altro una parola offensiva, se tradotto in giustizia non può provare di avergli detto il vero, è mezzo rovinato.

Questa riflessione è quella che porta certuni a chiamar in duello chi li insultò ed a farsi anche spesso da' medesimi uccidere.

Rousseau il moderno a questo proposito ne dice una delle sue: dice che i veri vendicati non sono già quelli che uccidono, ma quelli che costringono i loro offensori ad ucciderli. Confesso di non aver lo spirito abbastanza elevato per esser in questo del parer del sublime ginevrino, quantunque il pensiero sia peregrino, nuovo e suscettibile, per chi volesse giustificarlo, di sottili ed assai eroici ragionamenti; di quelli de' quali vanno in traccia i pensatori moderni, che propriamente sono beati quando possono con sofismi fare che paradossi diventino aforismi. - O il Postòli, discorrea il veneziano, accetta la mia sfida, o la rifiuta; se l'accetta, eccomi risarcito, qualunque sia per essere la sorte del duello; se la rifiuta, sono ciò non ostante vendicato, poiché sfidandolo gli dimostro che non lo temo e che chiudo in seno un core intrepido ed un animo che m'induce a non far più caso della propria vita, dopo che fu ottenebrata da un insulto; e con tal passo lo sforzo a stimarmi ed a pentirsi di aver oltraggiato un uomo ch'egli non può più spacciare per vile, perché il vede pronto ad immolarsi al proprio onore. Si aggiunga che, se il Postòli rifiutava il duello, il veneziano divenia padrone di accusarlo di poltroneria e di dire apertamente che non si credea più macchiato da quell'ingiuria, dacché avea scoperto che l'ingiuriatore era un vil poltrone, dal quale un uomo d'onore non può mai essere offeso, poiché il disprezzo lo pone nella linea de' pazzi.

Lo sfidar a duello chi offese è un natural impulso di un animo, che l'educazione seppe rendere moderato e padrone di frenar la brutalità de' primi moti. Un animo barbaro, che una nobil educazione non avvezzò a reprimere i primi impulsi, rispinge offesa con offesa, e tenta, condotto dalla sua passione e da natural disio di vendetta, di privar di vita chi il vilipese, senz'esporsi al rischio di divenir esso medesimo la vittima del suo proprio diritto.

In conseguenza di questo ragionamento, fondato sulla conoscenza del core umano e sulla forza de' dominanti pregiudizi, egli si dispose senza frapporre tempo alcuno a scrivere al cavaliere un biglietto, il quale in fatti lo sfidasse, ma che di tal tempra non potesse essere giudicato dalla giustizia, in ogni caso che potesse sopraggiungere, in un paese nel quale sotto pena di morte erano vietati i duelli. Questo è quanto contenea il biglietto, di cui la fedel copia originale esiste tra le mani di chi ora scrive questo fatto.

 

Monseigneur,

Hyer au soir, sur le théâtre, Votre Excellence m'a insulté de gaieté de coeur, et elle n'avoit ni raison, ni droit d'en agir ainsi vis-à-vis de moi. Cela étant, je juge, Monseigneur, que vous me haïssez; et que par conséquent vous voudriez me faire sortir du nombre des vivants. Je puis et je veux contenter Votre Excellence.

Ayez la complaisance, Monseigneur, de me prendre dans votre équipage, et de me conduire où ma défaite ne puisse pas vous rendre fautif vis-à-vis des lois de la Pologne, et où je puisse jouir du même avantage, si Dieu m'assiste au point de tuer Votre Excellence.

Je ne vous ferais pas, Monseigneur, cette proposition, sans l'idée que j'ai de votre générosité.

J'ai l'honneur d'être, Monseigneur, de Votre Excellence le très humble et très obéissant serviteur.

G.C.

ce mercredi, 5 mars 1766, à la pointe du jour.

 

 

Eccellenza,

Jeri sera dietro alla scena Ella mi offese senza motivo e senza dritto alcuno di procedere verso di me in simil guisa. Ciò essendo, giudico che V. E. mi odj e che, per conseguenza, brami di farmi uscire dal numero de' vivi. Posso e voglio contentarla.

V. E. si compiaccia di prendermi seco nella sua carrozza e di condurmi in luogo nel quale, uccidendomi, Ella non abbia a divenir reo violatore delle leggi della Polonia, e nel quale io possa goder dello stesso vantaggio, se con l'assistenza di Dio mi riuscisse di uccider Lei.

Se non sapessi quanto sia grande la sua generosità, non farei a V. E. questa proposizione.

Ho l'onor d'essere, oggi mercordì 5 Marzo allo spuntar del giorno,

Di V. E.

L'umil. dev. oss. Servitore G. C.

 

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Ultimo Aggiornamento:13/07/2005 23.32

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