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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA


Il Dittamondo
di: Fazio degli Uberti 

LIBRO QUINTO 

Capitoli XVI - XXX



CAPITOLO XVI 
“Figliuol mio, disse, allo strolago piace 
che per vertú de la luna si mova 
lo mare e qui suoi argomenti face. 
Il fisico quanto piú può il riprova 
per questo modo: che vuoi dir che ’l mondo 5 
fatto di quattro alimenti si trova, 
ond’ello è animato, e che, secondo 
ha nare, aviene come in noi si mira: 
e propio dove il mare è piú profondo. 
E però, quando il fiato fuori spira, 10 
cresce e rallarga; ancor similemente 
dice che manca, quando a sé lo tira. 
Ma sí com’io t’ho detto, a chi pon mente, 
pur la Somma Potenza guida il tutto 
e le altre fanno poi come consente”. 15 
Cosí parlando, mi trovai condutto, 
nel paese Beronico, a un fiume 
che bagna quel terreno caldo e asciutto. 
“Dimmi, diss’io e volsimi al mio lume, 
questo qual è, che sí forte s’avanza 20 
e fa sí grandi e torbide le schiume?” 
Ed ello a me (con ridente sembianza 
mi riguardò e disse): “Questo è Lete, 
ch’è interpretato a noi dimenticanza. 
Assai t’è chiar, per le genti poete, 25 
ch’egli eran molti che credeano allora 
che l’alma, uscita fuor de la sua rete, 
perdesse, qui bevendo, la memora 
e che, perduta, senz’altro governo 
tornasse in altro corpo a far dimora. 30 
Ancor diceano che venia d’Inferno. 
Ma passiam oltre, ché a far troppo avrei 
a dir di lui ciò ch’io n’odo e dicerno”. 
Cosí per Libia rimovendo i piei 
e spiando d’alcuna cosa bella, 35 
che fosse da notar ne’ versi miei, 
io fui dove si mostra e si novella 
come ’l beato Giorgio uccise il drago 
e che scampò da morte la donzella. 
Molto è il paese dilettevol, vago 40 
di verso noi e abondevol d’acque; 
ma in verso il mezzodí non vale un ago. 
Da Foroneo, figlio di Cam, nacque 
la prima gente di questo paese: 
tanto l’Africa a lui allora piacque. 45 
Questo si scrive e tra loro è palese; 
e poi un fiume il manifesta quivi 
che ’l nome tiene ancor, che da lui prese. 
D’oro, d’argento e di gemme son divi 
coloro che vi stanno e han gran copia 50 
di biada, dico, di vigne e d’ulivi. 
“Come a Italia, Solin disse, s’appropia 
provincie assai, cosí date ne sono 
a Libia, tra l’Egitto e l’Etiopia. 
Ma pon mente a quel ch’ora ti ragiono, 55 
a ciò che, se ti vien mai caso o destro, 
lo sappi ragionar sí come il sono. 
Tanto è questo paese aspro e silvestro 
in verso l’Etiopia, ch’a passarvi 
impaccio pare a ogni gran maestro: 60 
perché le selve e ogni bosco parvi 
formiculare di vari serpenti, 
con diversi veleni, grandi e parvi. 
E perché sappi con quanti tormenti 
altrui offendan, ti dirò d’alcuno 65 
e quanto al viver loro hanno argomenti. 
In fra gli altri piú principale è uno: 
cerasta è detto; ha otto cornicelli, 
co’ quai si pasce allora ch’è digiuno. 
Dico che a inganno sa prender gli uccelli: 
e, se udissi dire a che partito, 
ben ti parrebbon gli argomenti belli”. 
E io: “Per altro tempo l’ho udito 
come la coda fuora al gioco tene 
e l’altro corpo asconde e sta romito”. 75 
“Se ’l sai, rispuose, dir non me ’l convene”. 
E seguí poi: “Ancora vi si vede 
in molta copia de l’amfisibene. 
Questi han due teste: l’una, ove si chiede; 
l’altra hanno ne la coda e van bistorti, 80 
però che con ciascuna morde e fiede. 
Giaculi v’ha tanto securi e forti, 
che, trapassando lungo ai lor procinti, 
gli altri animai da lor son lesi e morti. 
Li scitali son tanto ben dipinti, 85 
che spesso a chi li mira torna danno: 
sí dal piacer de lo splendor son vinti, 
che presi son, ché partir non si sanno”. 

CAPITOLO XVII 
Non lassò per l’andar, che non seguisse 
la guida mia pur dietro a la sua tema 
e, in questo modo ragionando, disse: 
“Figliuolo, in questa parte oscura e strema 
aspidi sono d’una e d’altra spezia, 5 
dispari in opra e di ciascun si gema. 
La dipsa è un che fra gli altri si prezia, 
che, cui morde, con la sete uccide: 
gran senno fa chi fugge le sue screzia. 
L’inale è l’altro: col sonno divide 10 
l’alma dal cuor succiando e Cleopatra 
testimone di questo giá si vide. 
Non senza morte colui ancora latra 
cui il cencro giunge o mordono i chersidri, 
ma sí come uomo arrabbiato si squatra. 
Ancora vo’ che per certo considri 
che l’elefanzio e l’ammodite quanti 
ne giungon, tanti convien che n’assidri. 
Camedragonti, di questi son tanti 
quante bisce in Maremma; e cui el punge, 20 
una mezz’ora nol tene in bistanti. 
E vo’ che sappi che colui che giunge 
l’emorrois di subito si langue: 
tosto la vena li disecca e munge. 
Lo prestero, e questo si è un angue 25 
che, per natura, uccide l’uom gonfiando, 
pur che l’assanni il morso in fine al sangue. 
Lucan, d’alcun di questi poetando, 
conta sí come Sabello e Nasidio 
fun punti e trasformati, indi passando. 30 
Ma sopra quanti ne noma il Numidio 
o l’Etiopio, è reo il badalischio 
e che fa peggio al mondo e piú micidio. 
Sufola, andando, con orribil fischio 
per che gli altri animai, che ’l temon forte 35 
istupon sí, che caggion nel suo rischio. 
Non pur de l’uomo e de le fere è morte, 
ma quella terra diradica e snerba, 
ne la quale usa per sua mala sorte. 
Gli alberi secca e consumavi l’erba; 40 
l’aire corrompe sí, che qual vi passa 
pruova, ne l’alitare, quanto è acerba. 
E a ciò che morto col suo morso lassa 
(pensa se ’l tosco è crudo e temperato) 
niuna bestia la testa v’abbassa. 45 
Bianco è del corpo, alquanto lineato; 
la sua lunghezza è poco piú d’un piede, 
le gambe grosse, crestuto e alato. 
Quando si move, sempre andar si vede 
la parte innanzi ardita, fiera e dritta; 50 
quella di dietro qual serpe procede. 
De gli occhi accesi fuori un velen gitta, 
che l’uom che ’l mira perde e cade in terra: 
cosí l’alma nel cuor è tosto afflitta. 
Sopra quanti animai, che a lui fan guerra, 55 
è la mustela che l’uccide e vince, 
portata con la ruta ove s’inserra. 
D’ogni serpente questo è re e prince; 
dove n’ha piú è dietro a l’Etiopia, 
per quelle selve disviate e schince”. 60 
Cosí andando, ancor mi fece copia 
d’alcuna pietra, che di lá si trova, 
e cominciommi a dir de l’elitropia: 
“Questa, nel mondo, è molto cara e nova, 
di color verde, salvo che un poco 65 
è piú oscura che ’l verde non prova, 
gottata di sanguigno a loco a loco, 
e, se si pone in acqua u’ sol non traggia, 
par ch’essa bolla come fosse al foco. 
E chi la mette lá, dove il sol raggia 70 
in chiara fonte, l’aire intorno oscura 
e ’n sanguigno color par che ritraggia. 
Util si crede a colui che fura; 
similemente voglio che tu sappia 
che ’l sangue stringe a l’uom per sua natura. 75 
Ancor mi piace che nel cuor ti cappia 
ch’al nostro viso, fuggendo, si vela 
chi con l’erba sua sora l’accalappia. 
Cosí tra questa gente non si cela 
la pietra corno Ammon, la qual risprende 80 
in color d’oro, senza alcuna tela. 
Sí come ha ’l nome, la forma s’intende; 
qual, dormendo, la tien sotto la fronte, 
veraci sogni si dice che rende”. 
Pur seguitando le parole conte, 
“Un’altra ci è, mi disse, e ’l nome piglia 
dal suo paese, detta nasamonte. 
E questa quasi di color somiglia, 
con certe vene di nero aombrata, 
qual vivo sangue, tanto par vermiglia; 90 
cara e bella par molto a chi la guata”. 

CAPITOLO XVIII 
O tu che leggi, imagina ch’io sono, 
tra quel di Libia e l’Etiopo, giunto 
nel mezzo, per la via ch’altrove pono. 
Io ho rivolto i piedi e ’l volto appunto 
in vèr ponente, per voler cercare 5 
Getulia e Garama di punto in punto; 
poi penso dar la volta e ritornare, 
per l’Etiopia, a levante, in Egitto: 
ché meglio non ci veggio a ben cercare. 
Questo cammin non segue tutto dritto 10 
e poi è disviato a loco a loco 
sí per lo sole e i gran boschi ch’io ho ditto. 
Qui mi disse Solin: “Sí come il foco 
vuol temprato colui che fa l’archimia, 
convien l’andare temperar piú e poco”. 15 
“Io veggio bene come ’l ciel biastimia 
questa contrada; ma tanti animali 
diversi in forma, e c’han volti di scimia, 
dimmi chi son, diss’io, ché ci ha di tali 
che a riguardare pare una paura; 20 
poi tempra i passi e piú e meno iguali”. 
Ed ello a me: “Imagina e pon cura 
che di specie di scimie son per certo 
quanti ne vedi di simil figura. 
E poi che mi dimandi essere esperto 25 
di lor condizioni e sí de’ nomi, 
io tel dirò com’ io lo scrivo aperto. 
Quelle che vedi andar su per le somi 
per Grecia, per Italia e per la Spagna, 
e che sanno ballare e fare i tomi, 30 
sono con piú piacere e men magagna; 
e maggior copia di queste si trova. 
L’odore ha tal, come ’l tatto la ragna; 
rallegra sé quando la luna è nova, 
e ’n altro tempo cambia la sua faccia; 35 
ciò che far vede, contraffar le giova. 
E quando avièn che ’l cacciator la caccia, 
il figliuol ch’ama piú a sé ammicca 
e con quel fugge dentro a le sue braccia. 
L’altro di sotto il corpo le si ficca; 40 
con man, co’ piedi e con tutta sua possa 
di sopra da le reni a lei s’appicca. 
E se avièn che la madre piú non possa, 
vuoi lasciar quel ch’a la schiena si tene; 
ma niente le val, per dar la scossa; 45 
onde abbandona quello a cui vuol bene. 
O miser ricco avaro, se ben miri, 
cosí a te, a la morte, addivene. 
Altre ci son, che si noman satiri, 
inquiete e rubeste ne’ lor moti: 50 
grata han la faccia e con folli disiri. 
Ancor voglio che ne l’animo noti 
i circopetrici e questi hanno coda 
e stanno in minor boschi e men rimoti. 
La lor natura in questo modo annoda: 55 
che per discrezione e per ingegni 
sono di maggior fama e di piú loda. 
Cinocefali piacemi che segni 
nel numer de le scimie: e, senza forsi, 
piú son crudeli fra tutte e men degni. 60 
Questi con piedi, con mani e con morsi, 
con violenti assalti offender sanno 
piú fieramente che se fosson orsi. 
Per le gran selve etiopiche stanno; 
a chi li prende non li val lusinghe, 65 
ché quei che fan lor meglio, peggio n’hanno. 
Similemente voglio che dipinghe 
che un’altra schiatta v’ha, di minor forma, 
le quai di qua son nominate spinghe. 
La lor natura divisa e conforma 70 
abile e dolce e, per quel che si dice, 
chi gli ammaestra bene, stanno in norma. 
Per le foreste, fuor d’ogni pendice, 
si truova ancora, c’hanno coda e barbi, 
un’altra specie, detta calitrice. 75 
Udito or hai le novitá di Garbi, 
che ci son d’animai di questa sorte, 
la lor natura e quai truovi piú arbi”. 
E io a lui: “Le tue parole accorte 
l’animo mio han fatto tanto chiaro, 80 
che rimaso ne son contento forte. 
Ma qui ti prego ancor, lume mio caro, 
ch’alcuna cosa dietro a te non lassi, 
che sia da dire per questo riparo”. 
Ed ello a me: “Non voglio che si passi 85 
trattar del latte sirpico, com’esso 
d’odorate radici al tempo fassi”. 
Per ordine mi divisò apresso 
a quel ch’è buono e sí come si face, 
secondo che nel libro suo l’ha messo. 90 
“E però che per molti non si tace 
l’álbor melopo, che di qua si vede, 
di fartene memoria ancor mi piace. 
Un omor lento di questo procede, 
lo qual si noma armoniaco fra noi: 95 
credo che sai a che s’aopra e chiede”: 
così mi disse e tacquesi da poi. 

CAPITOLO XIX 
Per quel cammin silvestro se ne gia 
Solino ragionando, perché meno 
grave mi fosse la solinga via. 
E qual fu mai, che potesse a pieno 
trattar le novitá, le quai mi disse 5 
e ch’io trovai cercando per quel seno? 
Non credo appena Origenes, che visse 
al tempo d’Alessandro imperadore, 
che sei mila volumi e piú iscrisse. 
Ma poi, che fummo del gran bosco fore, 10 
arrivammo ove i Psilli anticamente 
vissono senza legge e senza amore. 
Incredibile a dir fie questa gente: 
prova facean de le moglie co’ figli; 
sicur vivean da ogni serpente. 15 
Cosí andati noi non molti migli, 
trovammo dove stanno i Nasamone 
presso ai Filen, come l’occhio co’ cigli. 
Un fiume v’è, che si noma Tritone; 
una fontana molto santa e sagra 20 
si trova ancora per quella regione. 
Tant’era quella strada acerba ed agra, 
ch’io dicea fra me: Questa sarebbe 
da chi è grasso e volontier dimagra. 
E poi che la mia guida tratto m’ebbe 25 
fuor di questa contrada piú avanti 
e che s’accorse che ’l cammin m’increbbe, 
m’incominciò a dire: “Fra gli Amanti 
venuti siam, che fan case di sale 
e c’hanno assai carbonchi e diamanti”. 30 
E io a lui: “Il sai poco qui vale, 
per quel ch’io veggia, e par sí nova cosa, 
ch’a dirlo altrui si crederebbe male. 
Ma dimmi, e ’l mio disio qui poni in posa, 
la natura del diamante in prima; 
apresso, del carbonchio ancor mi chiosa”. 
E quello a me: “Di Saturno si stima 
il diamante e sua natura addita 
sí dur, che ferro o foco non ne lima. 
Contro a ogni forza di martel s’aita; 40 
ma chi nel sangue l’aviluppa e caccia, 
sí come vetro in polvere si trita. 
Sicur fa l’uomo e li spiriti scaccia; 
li suoi canton, la punta e la grossezza, 
lo color cristallin, la chiara faccia 45 
mostrano quanto è caro per bellezza: 
innanzi a ogni pietra questa è posta; 
magico incantamento alcun non prezza”. 
Cosí rispuose a la prima proposta. 
E seguí poi; “Sopra quante ne sono, 50 
lo nobile carbonchio a l’uom piú costa. 
Di molte specie trovar se ne pono; 
ma quei che son di maggior valimento 
intender dèi che nel mio dir ragiono. 
Nel fuoco muor, che par carbone spento; 55 
ma poi ne l’acqua torna in suo costume 
e a l’uom porge vertú e ardimento. 
Quel, ch’io ti dico, di notte fa lume; 
dilegua la tempesta per natura; 
dai frutti sperge gli uccelli e consume. 60 
Se al sol lo tien, viene in tanta calura: 
fuor gitta il fuoco e tanto a l’occhio piace, 
quanto alcun’altra, a cui si ponga cura”. 
Qui tacque; e io a lui: “Tanto mi face 
contento il tuo bel dir, ch’io penso ognora 65 
trovar cagion di non lasciarti in pace. 
E però dimmi, e non t’incresca, ancora 
di queste pietre, che sí care poni, 
se intorno a questi alcun’altra s’onora”. 
“Trogoditi, rispuose, e Nasamoni, 70 
ch’abbiam passati, ne han come costoro: 
e cosí il conta, se mai ne ragioni. 
Qui non bisogna, omai, piú far dimoro; 
ma guarda di che fanno i tetti e nota 
sí come vivon ne la vita loro”. 75 
Poi, cosí detto, per quella via vôta 
si mosse e io apresso e, ne la fine, 
gente trovammo in parte assai remota. 
Ecco Getulia, c’ha le sue confine; 
seguita poi coi Garamanti, in parte, 80 
e con il lago, ancor, de le saline. 
E sí come tu leggi in molte carte, 
dai Geti greci, che di qua passaro, 
presono il nome, com’hai in altra parte”. 
E io a lui: “Assai questo, m’è chiaro 85 
e, poi che novitá da dir non veggio, 
s’altro paese cerchi, a me fie caro”. 
Ed ello a me: “A ciò penso e proveggio”. 
Ma piú non disse e prese la strada 
sotto un gran monte, di scheggio in ischeggio; 90 
indi arrivammo in un’altra contrada. 

CAPITOLO XX 
Quanto piú cerco e piú novitá trovo; 
e ’l veder tanto a l’animo diletta, 
che non mi grava l’affanno ch’io provo. 
“Qui non si vuole, andando, alcuna fretta, 
disse Solin, ma porsi mente ai piedi, 5 
ché questa gente è cruda e maledetta; 
poi il paese è maggior che non credi; 
non è cristiano né buon Saracino 
qualunque intorno abitare ci vedi. 
Garamanti son detti in lor latino, 
nominati cosí anticamente 
da Garama, figliuolo d’Apollino. 
La lussuria è comune a questa gente, 
sí come a l’Etiope, e cosí indoma 
e senza legge vive bestialmente. 15 
Colui che primo li castiga e doma 
Cornelio Balbo per certo fu quello 
e che n’ebbe trionfo giunto a Roma”. 
Cosí parlando, trovammo un castello 
non lungi da la strada, sopra un monte: 20 
Debris si noma, molto ricco e bello. 
Qui mi trasse Solino a una fonte 
abondevole d’acqua e d’alte grotte, 
chiusa e serrata da le ripe conte. 
“Guarda, diss’ello, quest’acqua: la notte, 25 
Mungibel mostra o qual piú forte bolla; 
di dí, par ghiaccio sopra l’Alpi Cotte”. 
E come d’un pensier l’altro rampolla, 
diss’io fra me: Di questa Ovidio dice 
la sua natura e come surge e polla. 30 
Apresso disse: “In su questa pendice 
sol per quel prego che già fece Ammone 
a Iupiter, che tanto fu felice, 
fece scolpire un ricco montone, 
sopra un petrone, con due corna d’oro, 35 
che giá fu molto caro a le persone. 
Ed era opinione di coloro 
che veri sogni sognava colui 
lo qual, dormendo, li facea dimoro”. 
Cosí parlando e seguitando lui, 40 
aggiunse: “Non bisogna ch’io ti dica 
de le pecore lor, ché ’l sai d’altrui, 
come e perché, pascendo, vanno oblica”. 
Indi arrivammo a una cittade 
nomata Garama, grande e antica. 45 
Pensa, lettore, che queste contrade 
dal nostro lato col Nilo confina; 
da l’altro par che l’Etiopo bade. 
Andavam da la parte u’ è Cercina 
in verso Gaulea, sempre spiando 50 
d’alcuna novitá lungi o vicina. 
Piú giorni giá eravamo iti, quando 
trovammo un altro popol, molto grande, 
del qual Solino dimandai, andando. 
Ed ello a me: “Questa gente si spande 55 
in fino a lo Esperido oceano 
per gran diserti e salvatiche lande. 
Una isola è in questo luogo strano, 
ch’è ditta Gauleon, onde Gaulei 
si noman quanti in questa parte stano. 60 
In essa alcun serpente, saper dèi, 
viver non può, e sia di qual vuol sorte, 
né li scorpioni, c’han toschi sí rei. 
E piú ancor: se di lá terra porte 
in altra parte, tanto è lor contrara, 65 
che a l’una sorte e a l’altra dá la morte”. 
E poi che la mia vista fu ben chiara 
de l’esser loro, in vèr colui mi trassi 
che dentro al mio pensier col suo ripara. 
Io volea dire; ed el: “Tu vuoi ch’io lassi 70 
questa contrada e cerchi altro paese”. 
“Vero è, diss’io, ché indarno omai qui stassi”. 
Qui non fu piú, se non che la via prese 
pur a ponente, da la man sinestra, 
in verso il mar, come il cammin discese. 75 
Non mi parve che fosse piú silvestra 
la gente ch’i’ trovai nel mar di Sizia, 
che quella che qui vidi a la campestra. 
“O luce mia, se puoi, qui mi indizia 
chi son costoro, in queste parti strane, 80 
che fun creati in tanta tristizia: 
vedi c’han muso e labbra di cane; 
d’andar lor presso m’è una paura; 
per Dio!, fuggiamo in tutto le lor tane”. 
Ed ello a me: “Figliuolo, or t’assicura 
e non temere che ti faccian male; 
vienmi pur dietro e quanto vuoi pon cura: 
questa gente ti dico ch’ella è tale 
e ne la vita lor tanto cattiva, 
che di far danno altrui poco lor cale”. 90 
E io a lui: “A ciò ch’altrui lo scriva, 
dimmi il lor nome e con lievi prologhi 
passa pur oltre e quanto puoi li schiva”. 
“Di qua, diss’el, si chiaman Cenomologhi”. 

CAPITOLO XXI 
La novitá de’ volti, ch’io vedea, 
diletto m’era; e nondimen temenza 
de’ feri denti alan, mirando, avea: 
perché, quando venia in lor presenza, 
digrignavano il ceffo, come i cani 5 
a l’uom, del qual non hanno conoscenza. 
Passato per li poggi e per li piani 
di questa gente, un’altra ne trovai 
di vita e di natura molto strani. 
“O cara spene mia, diss’io, che m’hai 10 
guidato in queste strane regioni, 
dimmi chi son costor, s’a mente l’hai”. 
“Agriofagi li nomo e, se ragioni 
di lor, dir puoi che quei cibi, ch’essi hanno, 
pantere sono e carne di leoni 15 
(cosí rispuose) e loro signor fanno 
colui c’ha solo un occhio ne la testa 
e dietro a lui e a le sue leggi vanno”. 
Fra me pensai allora e dissi: “Questa 
gente fa come lupa in sua lussuria, 20 
che ’l piú cattivo, quando dorme, desta”. 
Poi il domandai se fanno altrui ingiuria. 
Rispuose: “No, se per alcuno oltraggio, 
sí come avièn, non fosson messi in furia”. 
Cercato noi quel paese selvaggio 25 
e visto ch’altro da notar non v’era, 
Solin si mosse e prese il suo viaggio. 
Sempre da la sinistra il Nilo ci era 
ed era da la destra un ricco fiume, 
lo qual porta oro per la sua rivera. 30 
Non molto lungi al cerchio, ove il gran lume 
si truova, da poi che la sera vene, 
gente trovammo con fiero costume. 
“Qui, mi disse Solino, ir si convene 
col cuor sospeso e con gli occhi accorti 35 
a’ piè mirarsi, a voler far bene. 
Gli Antropofagi son questi c’hai scorti, 
tanto crudeli e di sí triste foggi, 
che mangiano de l’uomo i corpi morti”. 
“Per Dio!, diss’io, fuggiam tosto quei poggi 40 
e, se t’incresce sí che non possi ire, 
quanto tu puoi fa che a me t’appoggi”. 
Un poco rise, udendomi ciò dire; 
poi disse: “Non temer, ché giá qui fui 
e senza danno mi seppi partire”. 45 
A l’atto e al parlar, ch’io vidi in lui, 
pensai fra me: Se pericol ci fosse, 
non riderebbe, come fa, costui. 
Poi seguitò: “Quel ch’a ciò dir mi mosse 
si è che fanno una e altra cava, 50 
dove uom riman talora in carne e in osse”. 
Dato le spalle a quella gente prava, 
noi ci trovammo giunti in su lo stremo, 
dove il grande ocean le piagge lava. 
Gente trovammo qui, dove noi semo, 55 
misera tanto ne l’aspetto, ch’io 
fra me, per la pietá, ancor ne gemo. 
Ahi quanto ha bene da lodare Iddio 
colui, che ’n buon paese e degno nascia, 
ed esser suo col cuore e col disio! 60 
Questa gente, ch’io dico, il corpo fascia 
da lo bellico in giú di frondi c’hanno 
e l’altra parte tutta nuda lascia. 
Lo piú del tempo come bestie vanno 
in quattro pie’; di locuste e di grilli 65 
la vita loro i miseri fanno. 
Non san che casamenti sian né villi; 
tane e spilonche sono i loro alberghi; 
or qua or lá ciascun par che vacilli. 
Dietro Atalante e Morocco hanno i terghi; 70 
gli ultimi questi sono nel ponente, 
neri a vedere come corbi o merghi. 
Io dimandai Solino: “Questa gente 
come si noma? E contami ancora 
se cosa da notar ci ha piú niente”. 75 
“Artabatici, mi rispuose allora, 
nomati sono e per questo diritto 
niente piú, che sia da dir, dimora. 
Ma vienne omai, ch’assai di loro è ditto”. 
E qui si volse in verso il mezzogiorno 80 
per quel cammin, ch’è dal sol secco e fritto. 
Sol rena e acqua ci parea d’intorno: 
e ’n questo modo camminammo tanto, 
che in Etiopia entrammo da quel corno. 
Vero è che noi ci lasciammo da canto 85 
li Pamfagi, Dodani e piú molti altri, 
che andarli a ritrovar sarebbe un pianto. 
“Qui si convien passare accorti e scaltri, 
disse Solin, ché ci ha diversi popoli 
ch’a’ lor son crudi e via peggiori in altri. 90 
E fa che quel ch’è bello in fra te copoli”. 

CAPITOLO XXII 
Quanto è maggior la cosa e piú affanno 
per acquistarla soffrir si convene; 
e quanto ha l’uom piú cuor, men li fa danno. 
Pensa come Alessandro con gran pene 
acquistò il mondo e quanto al nobil core 
parve leggeri e poco tanto bene; 
e pensa quanto Glauco pescatore 
s’affaticava e, se prendeva un pesce, 
rimanea stanco e teneasi signore. 
Dunque, se per valor del cuor l’uom cresce 
in fama, non temer, ma prendi ardire 
e fatti forte, quanto piú t’incresce. 
Questo cammino, onde ora dobbiam ire, 
è tanto grave, pauroso e oscuro, 
quanto alcun altro, ch’io sapessi dire”. 
Cosí quel mio maestro caro e puro 
mi disse; e io a lui: “Va pure innanzi, 
ché me vedrai qual diamante duro. 
Ben penso che di’ questo, perché dianzi 
mostrai d’aver paura di coloro, 
dov’io dissi: “Per Dio, che qui non stanzi! –”. 
Non mi rispuose né fe’ piú dimoro; 
prese la strada dritta in vèr levante, 
che giá cercato avea di foro in foro. 
Grande il paese e sonvi genti tante, 
che pare un formicaio e, se ben vidi, 
poveri alberghi v’hanno per sembiante. 
“Tutta Etiopia in due parti dividi, 
disse il mio sol: l’una è questa in ponente; 
l’altra suso in levante par s’annidi. 
Tra l’una e l’altra non abita gente; 
sí v’è la terra rigida e selvaggia, 
ch’a la vita de l’uom non vale niente”. 
Cosí parlando, trovammo le piaggia 
del Negro, un grande e nobile fiume, 35 
che bagna l’Etiopo e che l’assaggia. 
Vero è che, per natura e per costume, 
questo col Nilo un’acqua si crede: 
e tal lo troverai in alcun volume. 
Io vedea per tutto andare a piede 40 
uomini e femine e stare in brigata, 
come fra noi le mondane si vede. 
Mentre io mirava, disse Solin: “Guata 
questa gente bestiale e senza legge 
come al piacer di Venere s’è data. 45 
E sappi che di quante se ne legge, 
non truovi schiatta di questa piú vile: 
niun conosce il padre, ben ch’el vegge. 
E per natura il mondo ha questo stile: 
che ne’ piú stremi i men nobili pone 50 
e per lo dritto suo i piú gentile. 
Al gran calor, che ’l sole qui dispone, 
Etiopi funno primamente ditti, 
secondo che alcun vuole e propone. 
Sotto il cardin meridian son fitti: 55 
assai ci sono i quali, spesse volti, 
lo sol biasteman, sí da lui son fritti. 
Piú popoli diversi, e bestial molti, 
si ponno annoverare in questa parte 
e genti nude, per le piagge sciolti. 60 
Poco si curan di scienza o d’arte; 
la terra han buona e bestiame assai, 
oro e gemme quanto in altra parte. 
Truovi ove funno, s’al mezzodí vai, 
Antipodes da presso a l’oceano, 65 
di cui i poeti parlâr come sai”. 
Cosí cercando il paese lontano 
e ragionando, giungemmo a un lago 
ch’assai mi parve di natura strano. 
“Non si vuol esser di quest’acqua vago, 70 
disse Solin, per sete che l’uom abbia, 
perché quella d’Acon non fa piú smago: 
però che chi ne bee o ello arrabbia 
o che dal sonno egli è si forte preso, 
che come morto il portaresti in gabbia”. 75 
Di lá partiti, io andava sospeso 
tra quelle genti e davami lagno 
di veder quel ch’io vengo a dir testeso. 
Pensa, lettor, se mai fosti in Bisagno 
o in Poncevere, nel tempo del Gemini, 80 
per festa, ch’uom non cerchi alcun guadagno, 
e veduto hai donne, donzelle e femini 
coi volti lor piú neri assai che mora 
e i denti come neve, che ’l ciel semini, 
tali eran quei di questi ch’io dico ora: 85 
e cosí degli azzurri e verdi scuri, 
sí come quivi, non vedesti ancora. 
Barba non hanno o poca i piú maturi; 
le labbra grosse dico e i nasi corti; 
crespi i capelli e ne la vista oscuri. 90 
Assai dei corpi lor son duri e forti, 
freddi del cuore e vil quanto coniglia 
e ne l’atto de l’armi poco scorti. 
Se di guardarli m’era maraviglia, 
minor non parea lor di veder noi: 95 
ridean fra lor, rivolte a noi le ciglia, 
e l’uno a l’altro n’additava poi. 

CAPITOLO XXIII 
Cercato l’Etiopia di ponente, 
che ’l Nilo serra e il grande oceano, 
e giá passati in quella d’oriente, 
vidi che quella è men di questa in piano, 
e questa piú che quella par diserta 5 
e mostruosa da ciascuna mano. 
Io mi rivolsi a la mia guida sperta: 
“Di quel, diss’io, che è scuro a vedere, 
andando noi, quanto piú puoi m’accerta”. 
Ed ello a me: “Figliuol, tu dèi sapere 
che di qua son molti luoghi rimoti 
pieni di genti, di mostri e di fiere. 
Da la parte di Libia vo’ che noti 
uomini lunghi di dodici piedi, 
che nominati son di qua Serboti. 15 
De’ cinocefali i Nomadi credi, 
una gran gente, che vivon di latte: 
poco ne dèi curar, se non li vedi. 
Cosí, per quelle prode ascose e quatte, 
popol bestiali e salvatichi stanno 20 
e, ’n fra gli altri, i Sambari, genti matte. 
Tra lor ti dico che bestia non hanno 
con quattro piedi, ch’abbia orecchia in testa; 
per uso, a chi va ’l can lor signor fanno. 
Li Azachei sono gente da tempesta; 25 
cacciando vanno leofanti e leoni; 
la vita loro è stare a la foresta. 
Ne’ gran diserti di queste regioni 
son fiere molte e velenose assai 
e propriamente infiniti dragoni. 30 
Qui non bisogna dir, ché so che ’l sai, 
la poca forza ch’egli hanno ne’ denti 
e che sol con la coda altrui dán guai. 
Ma quel che non ne sai voglio che senti, 
de la pietra draconica, com’io, 35 
a ciò che ’l sappi dire a l’altre genti. 
Nel celabro del drago acerbo e rio, 
subito morto, la pietra si trova; 
ma se stai punto, non l’andar ratio. 
Bianca la truovi, rilucente e nova; 40 
d’essa giá molti re si gloriaro, 
provate le vertú a ch’ella giova. 
Sotaco, autor discretissimo e caro, 
ti scrive e dice la natura propia: 
però lui truova, se ’l vuoi saper chiaro. 45 
E io ancora assai te ne fo copia; 
ma qui nol conto, ché mi par mill’anni 
ch’io t’abbia tratto fuor de l’Etiopia. 
Per queste selve ancor, piene d’affanni, 
cameleopardi sono e fanno stallo: 50 
nabun lo noman Cirenensi e Fanni. 
Questo ha propio collo di cavallo 
e la sua testa simile al camello 
e qual bufalo ha i piedi, senza fallo. 
Del pelo, a riguardare, è molto bello: 55 
risprende di colori ed è rotato 
d’un bianco tutto, che riluce in ello. 
Questo ti dico che fu pubblicato 
essendo Cesar dittatore, in prima 
per lui, che per altrui, dal nostro lato. 60 
Ancora dentro a queste selve stima 
un animal molto diverso e strano: 
cefos lo noma, se mai ne fai rima. 
Del busto mostra quasi come umano, 
perch’ello ha gambe e pie’ tratti a quel modo 65 
e similmente ciascheduna mano. 
Gneo di Pompeo quivi pregio e lodo, 
però che sol dinanzi dal suo ludo 
questo palesa, ché di piú non odo. 
Un altro animal v’ha fiero e crudo: 70 
quei del paese il chiaman noceronte 
e io il nome suo cosí conchiudo. 
Suso le nara, sotto da la fronte, 
un aspro corno porta per sembiante, 
miracoloso a dir, ben ch’io nol conte. 75 
Odio si porta tal col leofante, 
che spesso si combatton fino a morte: 
non tien l’un l’altro, quando può, in bistante. 
Ancor non è men grande né men forte; 
ne l’acqua si riposa, per costume; 
colore ha busseo e le gambe corte”. 
Dissemi apresso quel mio caro lume: 
“Un animal, ch’è detto catoplepa, 
picciol del corpo, lungo il Negro fiume 
si truova, al quale fuor degli occhi crepa 85 
tanto velen, ch’a colui ch’ello offende 
di subito senz’alma riman l’epa”. 
Allor diss’io fra me: Ben fa chi spende 
e non è scarso a trovar buona guida, 
se va dove ir non sappia e non l’intende. 90 
Che farei io di qua, tra tante nida 
di serpenti e di fiere, se non fosse 
costui che mi consiglia e che mi fida? 
Certo io ci rimarrei in carne e in osse.

CAPITOLO XXIV 
“L’aspido sordo lo balsamo guarda 
sí, che sua vita a la morte dispone: 
veglia e quanto può lo sonno tarda. 
Sotto Rifeo, in quella regione 
lá dove gli Arimaspi fan dimoro, 5 
son li smeraldi a guardia del grifone. 
E cosí per li stremi di costoro, 
dove noi siamo, per la rena molta 
truovi formiche assai, che guardan l’oro. 
O doloroso avaro, anima stolta, 10 
che guardi l’or come bruto animale, 
lo qual non ha ragion né mai l’ascolta, 
dimmi: ecco la morte; che ti vale? 
E dimmi, se pur vivi e non ne hai prode, 
s’altro ne puoi aver che danno e male. 15 
L’oro è buono a colui il qual lo gode 
e fanne bene a’ suoi e dá per Dio 
e che n’aspetta il cielo e, qua giú, lode. 
Ma qui taccio di te, aspido rio, 
per tornar dove lassai, in su la rena, 20 
le tue soror col cupido disio. 
Grandi son come can che s’incatena; 
dente han qual porco e leonine zampi: 
di nascondere l’oro è la lor pena. 
Se ’l dí per torne vai, da lor non scampi; 25 
la notte, quando stan sotto la terra, 
sicur ne puoi portar, ché non v’inciampi”. 
Cosí quel savio accorto, che non erra, 
seguio lo suo parlare, andando sempre, 
come tenea il cammin, di serra in serra. 30 
“Ancora vo’ che ne la mente tempre 
la forma del parandro, a ciò che tue, 
se gli altri noti, questo metti in tempre. 
La sua grandezza è simile d’un bue 
e tal qual cervo mostra la sua testa, 35 
salvo ch’ello ha maggior le corna sue. 
Nel Nilo vive piú ch’a la foresta; 
e tal qual vedi il pel de l’orso fatto, 
di quel propio color par che si vesta”. 
Indi mi disse la natura e l’atto 40 
de la sua vita, sí come la conta, 
ch’assai mi piacque e parvemi gran fatto. 
Poi del polipo e del cameleonta 
m’aperse, come l’uno nasce in mare, 
in terra l’altro: e la vita m’impronta. 45 
“Lo lupo Licaon dipinto pare 
di tanti color nuovi e sí diversi, 
che l’uom, che ’l vede, il pel non sa contare. 
L’istrice truovi in questi luoghi spersi 
sí grande e duro, che, ove lo spin getta, 50 
verretta par che dal balestro versi. 
Però, quando è cacciato e messo a stretta, 
sí forte scocca i colpi e li spesseggia, 
che mal ne sta qualunque can l’aspetta. 
L’uccello pegaseo par che si veggia 
di qua e questo a riguardare è tale 
per novitá, quanto altro che si leggia. 
Ardito, forte e fiero sta su l’ale; 
niuna cosa tien piú di cavallo 
che sol l’orecchia, ché propio l’ha tale. 60 
Io dico struzzi molti, senza fallo, 
e piú altri animal, ciascuno strano, 
puote veder qual va per questo stallo”. 
Alfin mi nominò lo tragipano, 
dicendo: “Questo piú d’aguglia cresce 65 
ed è quanto altro uccel crudo e villano. 
Fuor de la fronte due gran corna gli esce 
simili a quelle ch’a un montone vedi, 
con le quai s’arma e ferir non gl’incresce”. 
Cosí movendo per l’Africa i piedi, 70 
parlando d’una cosa e altra strana, 
giungemmo dove ancor mi disse: “Vedi”. 
E mostrommi in un piano una fontana, 
dicendo: “Al mondo non la so migliore 
a la voce de l’uomo né piú sana”. 75 
E io a lui: “Se quella di Litore 
e questa avesse un musico per uso 
piú li farebbe assai, che ’l vino, onore”. 
La nostra via era come un fuso 
diritta in vèr levante, dove il Nille 80 
percuote Egitto e bagnalo col muso. 
Io vidi fiammeggiar foco e faville 
in tanta quantitá, che ’l monte d’Enna 
non par maggior, quando arde mare e ville. 
Qui mi volsi a colui, lo qual m’impenna 85 
di ciò ch’è il vero, quando sono in dubio, 
e dissi: “O sol, del vero qui m’insenna. 
Quel che foco è? Arde bosco o carrubio 
sopra quel monte, o fallo natura 
sí come vidi giá sopra Vesubio?” 90 
Ed ello a me: “Figliuol, se porrai cura, 
quando piú presso del monte saremo, 
vedrai che fuor ne svampa la calura”. 
E poi che ’n quella parte giunti semo, 
non è si alto il Torraccio a Cremona, 95 
come quel foco andare in suso spremo. 
E, nel forte spirar, tai mugghi sona 
con voci spaventevoli per entro, 
che smarrir vi farebbe ogni persona. 
Allor diss’io: “Ben credo che dal centro 100 
de lo ’nferno questa fiamma procede, 
a gli urli e gridi ch’io vi sento dentro. 
E certo, se la porta qui si vede 
d’andare in esso, non m’è maraviglia, 
ché questa gente non ha legge e fede 105 
e poi dimonio ciascun ci somiglia”. 

CAPITOLO XXV 
“Come s’allegra e canta l’uom salvatico, 
quando il mal tempo e tempestoso vede, 
isperando nel buono, ond’ello è pratico, 
similemente a l’uom far si richiede 
di rallegrarsi e prendere conforto 5 
contro ogni avversitá che ’l punge e fiede. 
E però tu, che per questo bistorto 
paese vai con fatica e con pene, 
conforta e spera alfin trovar buon porto. 
Colui per savio e discreto si tene, 10 
lo qual sa trarre, de l’oscuro, lume, 
quando bisogna; e ancora, del mal, bene”. 
Cosí dal monte, ch’arde per costume, 
dove sta l’aire ognor pallida e smorta 
per la cener che gitta e per lo fume, 15 
confortando m’andava la mia scorta, 
dubitando di me, come fa il fisico 
ch’a maggior rischi lo ’nfermo conforta. 
Quivi passammo un bosco con gran risico, 
però che tanti v’ha mostri e serpenti, 20 
ch’a vederli un ben san verrebbe tisico. 
Li nostri passi erano levi e attenti 
quai son d’un ladro, quando al furto appressa, 
con gli occhi accorti e pieni di argomenti. 
Usciti fuor de la foresta spessa, 25 
trovammo una campagna, che da’ lepri 
non so ch’altrove piú bella sia messa: 
però ch’avea a modo di ginepri 
li suoi cespugli, ma un poco piú bassi, 
presso a un fiume nominato Astepri. 30 
E sí come Solin lá volse i passi, 
senza ch’io domandassi, disse adesso: 
“Non per cacciar questo bel luogo fassi: 
cinnamo è tutto ciò che qui è messo: 
guarda il terreno e guarda la sua forma 35 
con breve ramo, umile e depresso”. 
E io, che gia pur dietro a la sua orma 
ascoltando, dal gran disio sospinto, 
quanto dicea notava e ponea in norma. 
E poi che fummo fuor di quel procinto, 40 
arrivammo in un altro paese, 
dove si truova la pietra giacinto. 
“O luce mia, diss’io, fammi palese 
la natura di questa pietra cara”. 
Per ch’ello, udito ciò, a dir mi prese: 45 
“Questa secondo il tempo è torba e chiara; 
caccia da l’uomo tristizia e sospetto; 
contro a tempesta e folgore ripara. 
Rallegra il cuor, conforta e dá diletto; 
malanconia da l’animo tole; 50 
utile è a’ membri: e questo è il suo effetto. 
Riceve e prende sua vertú dal sole; 
lo granato, in fra gli altri, chi lo trova, 
sempre per lo piú fin prender si vole. 
Lo crisopasso, un’altra pietra nova, 55 
dove truovi il giacinto si riduce, 
secondo che per quei di qua si prova. 
Questa, ch’io dico, nasconde la luce 
per sua natura propiamente e cela; 
oscuritá e tenebre produce. 60 
Odi contrarietá: che ’l dí si vela 
d’un color pallido e la notte scopre, 
che fuoco pare, a mirar, la sua tela”. 
E io a lui: “Questa par che s’aopre 
com lucciola, che la sera risprende: 65 
lo giorno è smorta e la sua luce copre. 
Ancor come carbon, che ’n fuoco accende, 
ho veduto la notte un guasto legno 
lucer da sé e ’l dí tenebre rende”. 
Come colui che ha l’animo e lo ’ngegno 70 
fitto a un pensier, non mi rispose, 
ma seguio il suo parlar pur dritto al segno: 
“Ancor piú altre pietre il ciel dispose, 
forse a ristor del mal, per l’Etiopia, 
che molto son gentili e preziose”. 75 
E qui mi disse la natura propia 
de l’ematite, il colore e la forma; 
poi del topazio cosí mi fe’ copia: 
“Dal sol prende vertute e si conforma; 
a chi ha calde le reni utile è molto 80 
e propio a infermo, che supino dorma. 
Mirandol, mostra con ritroso volto; 
piú d’altra pietra dentro a sé risprende; 
lo sangue stringe e tienlo in sé raccolto. 
L’acqua raffredda, ch’al bollor s’accende; 85 
da fantasia e lunatico morbo, 
da ira e da tristizia l’uom difende. 
L’occhio rallegra e ’l cuore, quando è torbo; 
conserva castitade, acquista onore: 
e però qual n’è degno non è orbo, 
se sua natura segue e ponvi amore”. 

CAPITOLO XXVI 
Per la gran neve e per la nebbia strana, 
chiuso e nascoso il suo corpo nutrica 
l’orso, l’unghia succiando, ne la tana. 
E cosí, nel gran verno, la formica 
si ciba di quel grano, ne la grotta, 5 
c’ha trito e acquistato con fatica. 
Similemente dico la marmotta, 
cui il maschio suo per avarizia caccia, 
poi c’ha la schiena ben pelata e rotta, 
fa nuova tana e tanto si procaccia, 10 
che ritruova il suo cibo, e quivi posa 
in fin che sopra terra sta la ghiaccia. 
E la serpe, che fu sí velenosa 
nel sol del Cancro, sotto terra vive, 
mutando spoglia, e fuori uscir non osa. 15 
E i pesci, che pasciano per le rive 
nel dolce tempo, ne’ pelaghi vanno 
per le gran cave e per le conche prive. 
E quasi tutte quelle piante, c’hanno 
atto di vita, son per lor natura 20 
chiuse e rastrette e come morte stanno. 
E i marinari, che con gran rancura 
cercâr la state i luoghi marini, 
ciascun guarda ora il tempo e ha paura. 
Per questo modo ancora i pellegrini, 25 
che ne la primavera giano a torno, 
in tutto hanno lasciato i lor cammini. 
E io sol sono, che la notte e ’l giorno 
dietro a Solin pellegrinando vado, 
essendo il sole al fin di Capricorno. 30 
O tu che leggi, al quale utili bado 
che siano i versi miei, asempro prendi 
se puoi; non perder tempo in alcun grado, 
ch’io voglio ben che noti e che m’intendi, 
ché l’uom ch’è pigro non fará mai bene, 35 
ché ’l vizio è tristo e tristizia n’attendi. 
E imagina che quanto il mondo tene, 
non è paese piú scuro né reo 
che quello, onde andar or ne convene. 
Un’isola è, che la noman Moreo, 40 
presso al Nilo, in verso l’oriente, 
lungo lo qual Solino il cammin feo. 
Di sopra questa confina una gente, 
la quale udio che son detti Macrobi, 
grande del corpo, bella e intendente. 45 
Ignudi vanno tutti e senza robi; 
legano i membri, adornan di metalli, 
d’oro e di pietre riccamente adobi. 
Qui mi disse Solin: “Non vo’ che falli, 
ma ’l ver ne porti di costor, da poi 50 
che se’ giunto a veder li loro stalli. 
La vita han lunga il doppio piú di noi; 
amano equitá, aman ragione 
quanto altra gente che tu sappia ancoi”. 
Un lago vidi in quella regione, 55 
del quale ancor la natura m’aperse, 
come nel libro suo la scrive e pone. 
Apresso ancor mi disse e mi scoperse 
come lá presso li Popiti sono, 
genti bestiali, crudeli e diverse. 60 
Gustan la carne, quando aver ne pono, 
dico de l’uom, per denari o per forza: 
che qui non è pietade né perdono. 
E io a lui: “S’alcuno non mi sforza, 
non passo lá; d’altro fa che m’avise, 
ch’io non darei, per vederle, una scorza”. 
Un poco me guardando, in fra sé rise; 
poi disse: “Ben hai detto, fuggiam queste”. 
E per altro cammino allor si mise. 
Noi trovammo deserti e gran foreste 
e luoghi solitari e pien di rabbia 
dico di mostri e di altre tempeste. 
Come l’uccel, che cerca per la gabbia 
d’uscirne fuori, cercavamo ognora, 
sempre appressando in verso il sen d’Arabbia. 75 
Per quelli stremi di levante, allora, 
trovammo genti con sí strani volti, 
che a imaginarli me ne segno ancora. 
Io ne vidi in una parte molti 
senza naso, la faccia tutta piana, 80 
che, noi mirando, ridean come stolti. 
E vidivi, passato quelle tana, 
un’altra gente, la quale, a guardarla, 
piú mi parea salvatica e strana. 
Questi han per bocca un foro e mai non parla; 85 
vivon di quel che la terra produce, 
ché fatica non hanno a seminarla. 
E pria che Tolomeo fosse lor duce, 
la maggior parte, per quello ch’i’ udio, 
non conosceano fuoco né sua luce, 90 
e come bestie seguiano il disio. 

CAPITOLO XXVII 
O sommo Padre, al qual di render grazia 
del ben che Tu m’hai fatto e che mi fai 
l’anima mia non sempre n’è sazia, 
Te, Signor, lodo, che non fatto m’hai 
di quei miseri sconci, ch’io dico ora, 5 
e d’altri molti che di lá trovai. 
Solino in verso me si volse allora, 
dicendo: “Vienne, ché, poi che gli hai visti, 
perdesi il tempo, se piú si dimora”. 
E cosí ci partimmo da quei tristi, 10 
passando per luoghi oscuri e solinghi, 
boscosi molto e di paura misti. 
Qui vo’, pintor, s’avièn che pennel tinghi 
per disegnar questo luogo silvano, 
che sopra il Nilo un’isola dipinghi, 15 
ne la fine d’Egitto, il piú lontano, 
che da Canopo, giá quivi sepulto, 
fu nominata pria Canopitano. 
E per ben farti intendente e astulto, 
quanto puoi trova dritto ad Atalante: 20 
per quel paese boscoso e occulto 
abitan genti, una e altra, tante, 
ch’è maraviglia; ma queste non hanno 
ordine o modo alcun d’uom, per sembiante. 
Niun propio vocabolo dir sanno, 25 
niuno special nome; e per lor vita 
sicuri tutti gli animali stanno. 
Questa contrada, la qual qui s’addita, 
posta si vede sotto la zona usta 
e per le grotte la gente è smarrita. 30 
Cosí passando la terra combusta, 
trovammo nel piú stremo altra genti 
ne l’atto assai piú acerba e robusta. 
Qui si fermò Solin con passi attenti, 
dicendomi: “Costor fa che tu noti. 35 
che ’l piú vivon di carne di serpenti. 
Di ogni amor, d’ogni pietá son vôti; 
per le spilonche li vedi abitare 
cosí come orsi e per luoghi remoti. 
Muovon le labbra, nel lor ragionare, 40 
al modo de le scimie e cosí stridi 
gettan fra lor, quando son per parlare. 
E voglio ancor che per certo ti fidi 
ch’una pietra hanno, ch’è tutta lor gloria, 
che execontaliton nomar giá vidi. 
E qui mi fece appunto memoria 
de’ color suoi e sí de la natura, 
come la pone dentro a la sua storia. 
Tanto a l’udir fu nova la figura,che in l’animo pensai: 
Egli è ragione 50 
che l’abbian cara, tanto al dire è scura. 
Ed el, pur seguitando il suo sermone: 
“Trogoditi questa gente si dice, 
come tu puoi saper da piú persone”. 
Così cercando il paese infelice, 55 
tra ’l Nilo e ’l monte, in verso il sen d’Arabia, 
dove Etiopia serra le pendice, 
gente trovammo di sí scura labia, 
ch’a riguardare i corpi e’ lor costumi, 
non so ch’al mondo di piú strani v’abia. 60 
Quando li vidi, tal miracol fumi, 
che stupefatto a Solino mi volsi, 
ch’era la luce di tutti i miei lumi. 
Quel mi guardò, sí come parlar volsi, 
e disse: “Non temer; fa che ’l cuor deste, 65 
che ’l sangue per le vene torni a’ polsi. 
Questa gente, che vedi senza teste, 
e ch’an la bocca e gli occhi dentro a’ petti, 
non son per danno altrui né per tempeste. 
Guarda e passa oltra e fa che ti diletti 70 
d’averli visti e forma in fra te stesso 
l’abito, la grandezza e gli altri aspetti”. 
“Non per tema, diss’io, di loro adesso 
mostrai smarrito; tanto m’hai sicuro, 
ch’alcun non temo, quando ti son presso. 75 
Ma ’l subito vedere e ’l loco scuro 
maravigliar mi fe’; ma non ti grevi 
dirmi il lor nome, ché d’altro non curo”. 
Ed ello a me: “Nominati son Brevi 
per altrui e per me: e questo è giusto, 80 
se ben li guardi e che vuoi dir rilevi”. 
E io: “Se la natura avesse al busto 
la testa aggiunta, parrebbon giganti, 
tanto hanno lungo e lato l’altro fusto”. 
Cosí parlando, passavamo avanti, 85 
andando lungi dai lor freddi stalli, 
che per le grotte ne parean cotanti. 
E come mostran li Tedeschi e i Galli 
comunalmente de la carne bianchi, 
cosí costor come oro sono gialli: 90 
per ch’io non vidi mai sí novi granchi. 

CAPITOLO XXVIII 
O mondo, tu ci tieni a denti secchi 
lo piú del tempo, dandoci speranza: 
e, con questo, si muore o tu c’invecchi. 
Oh, quanto è folle qual prende baldanza, 
Fortuna, ne’ tuoi ben, che sempre giri 5 
la rota e dái e tolli a l’uom possanza! 
Sí come senza spin non cogli o miri 
rosa, cosí non è mortal diletto 
senza fatica, pensieri e sospiri. 
Signor non fu giá mai senza sospetto 10 
di sé o di suo stato; e s’altri è meno, 
vive in temenza, sí come suggetto. 
Dunque, che si dee far, se ’l mondo è pieno 
di vanitá, di lusinghe e di pene, 
e che dolce non ci è, senza veleno? 15 
Dessi fermare l’anima e la spene 
del tutto in Colui, ch’è sommo bono, 
fuggendo i vizi e operando il bene. 
Ed io, che ’n sí lontana parte sono 
e tra gente sí dispettosa e vile, 20 
ricovero a Lui per grazia e perdono: 
e, quanto posso, divoto e umile 
Lo prego che m’aiuti nel cammino 
e ch’io mi truovi, al fin, del suo ovile. 
Cosí dicea fra me, quando Solino 25 
indi si mosse e prese la sua via 
per un sentier boscoso e pellegrino. 
Come andavamo, gente acerba e ria 
trovammo assai di lungi da coloro 
dei quali ragionò la scorta mia. 30 
“Figliuol, diss’ello, sappi che costoro 
adoran li demoni de lo’nferno 
e qui è tutta la speranza loro. 
Fra questi, un’altra novitá dicerno, 
la qual voglio che noti, sí mi piace, 35 
se mai avièn che ne tinghi quaderno. 
Dico, qual prende sposa, ch’ella giace 
le prime notti con quanti ella vole 
e ciò ch’a lei diletta in tutto face. 
Dopo questo, il marito a sé la tole, 40 
lo qual vuol poi che sempre a lui si tegna 
pudica e casta in fatti e in parole”. 
“Certo, diss’io, lo demonio l’insegna, 
a cui son dati, cosí trista legge; 
ma di cui fie il figlio, s’ella impregna?” 45 
“Colui, per cui ella si guida e regge, 
lo tien per suo e come vuol si vada 
né altri nol castiga né ’l corregge. 
Angile detti son per la contrada”. 
“Angili no, diss’io, ma dimoni 50 
e, se piacer mi vuoi, tieni altra strada”. 
Allor si mosse, senza piú sermoni, 
e con gran passi tanto gimmo avanti, 
ch’uscimmo fuori de le lor regioni. 
In questa parte sono i Gamfasanti, 55 
che negan le battaglie a lor podere: 
solo la pace piace a tutti quanti. 
In fra costoro non può rimanere 
né abitare alcuno forestieri; 
fuggon commercia a tutto lor sapere. 60 
Non per dritto cammin, ma per sentieri 
andavam sempre in verso l’oriente, 
ché di strade miglior non han pensieri. 
Noi trovammo, cercando, un’altra gente: 
questi son quei che dipinti veggiamo 65 
bestial del corpo e ciechi de la mente. 
“Oh, diss’io vèr Solin, seme d’Adamo, 
tanto natura di qua ti trasforma, 
ch’a pena mostri frutto del suo ramo!” 
Ond’ello a me: “Figliuol, prendi la forma 70 
de’ modi e de gli aspetti e oltra passa 
e, secondo che gli hai, li poni in norma. 
Da questa gente tanto vile e bassa 
noi ci vedremo in breve disciolti: 
Egipani li noma e star li lassa. 75 
Diretro da costor son quelli stolti 
Satiri, c’han men legge che le serpi, 
strani a veder di costumi e di volti”. 
Poi trovammo, passati boschi e sterpi, 
gli Imantopodi e questi, quando vanno, 80 
portan le gambe e corron come serpi. 
Partiti noi da lor, con grave affanno 
giungemmo al fin di Libia e d’Etiopia, 
dove i Farusi, che fun d’Ercol, stanno. 
Qui mi disse Solin: “Quanto s’appropia 85 
a l’Africa per traverso e per lungo, 
tu n’hai del tutto, sí com’io, la copia. 
Quivi niente scemo né aggiungo; 
ma, perché siam tra l’Oceano e ’l Nilo, 
piú del passare innanzi non ti pungo: 90 
però ch’andando, come andiamo, a filo, 
noi daremmo del becco nel mar Rosso: 
e ciò sarebbe fuor d’ogni mio stilo”. 
E io: “A la tua posta mi son mosso; 
quel cammin prendi che ti par piú destro, 
ché qui miglior consiglio dar non posso”. 
Allor prese la via di vèr sinestro 
e, giunti in su la riva del bel fiume, 
trovammovi una barca col maestro, 
che ne passò di lá per quelle schiume. 100 

CAPITOLO XXIX 
“Io veggio ben, diss’io, come m’hai ditto, 
che questi sono quei termini appunto 
che l’Africa dividon da l’Egitto. 
Ma io ti prego, poi che qui son giunto, 
che mi dimostri dove nasce il Nilo 5 
e la natura sua di punto in punto, 
a ciò che, se di lui versi compilo, 
ch’io abbia il moto suo e la natura 
disegnato col tuo discreto stilo”. 
Ed ello a me: “La tua dimanda è oscura, 10 
perché da molti e per modi diversi 
trovar ne puoi una e altra scrittura. 
Ma, nondimen, ciò che giá ne scopersi 
qui ti dirò e tu cosí lo spiana, 
se mai avièn ch’altrui ne scriva versi. 15 
Questo è Geon, che de l’alta fontana 
e santa scende per molte caverne 
sotto Atalante, presso a Mauritana: 
quivi si mostra e quivi si dicerne 
non lungi a l’Oceano e poi fa un lago 20 
del qual gran gente par che si governe. 
E come per paura e per ismago 
lo coniglio s’intana e si nasconde, 
costui sotterra corre come un drago. 
Nilides costui è detto e per profonde 25 
vene ne va, e non par che si scopra, 
fino a Cesaria, dove spande l’onde. 
Bagnato Delta e Cesaria di sopra, 
come hai udito, di nuovo s’attuffa, 
sí che la terra in tutto par che ’l copra. 30 
E tanto per gran tuffi si rabuffa, 
che surge in Etiopia e quivi rompe 
ed esce fuor coi piedi e con le ciuffa. 
Isole bagna assai, ma di piú pompe 
Meroe si crede, e per le strane lingue, 35 
che ’l fiume truova, il nome suo corrompe: 
onde passammo, il Negro si distingue; 
Astisapes e Astabores altrove 
e quando giro tra gente piú pingue. 
E che questo sia vero, che si move 40 
di Mauritana, il pruova ch’esso cresce 
qui verso Egitto, quando di lá piove. 
La natura de l’acqua e cosí il pesce, 
che lá si truova, chiaro tel disegna: 
ché tal, qual vedi a questo, di quello esce. 45 
Iuba lo scrive, il quale di qua regna, 
Sesostris, Dario e Cambise ancora, 
che ne volson cercar le vere segna, 
e Tolomeo Filadelfo, che allora 
li fe’ un fosso di cinquecento miglia, 50 
cento pié largo e trenta il fondo fora. 
E se vedessi il cammin che si piglia 
da Tolemaide al castel di Latano, 
ben ti parrebbe una gran maraviglia 
come d’Egitto navicando vano 55 
li mercatanti, a far mercatanzia, 
dove Etiopi e Trogoditi stano. 
Or, per mostrarti in tutto la sua via, 
poi ch’è in Egitto, si divide in sette 
e, quindi, in verso Arabia si disvia. 60 
Alfin lo piú nel mar Rosso si mette; 
l’altro di verso il Caro rizza il rostro, 
dove Carisio l’onde sue son dette. 
E questo è quello, che t’insegno e mostro, 
che l’Asia da l’Africa divide, 65 
il qual ne vien diritto nel Mar nostro. 
E sappi, dove la terra ricide, 
che tutto insiem dodici mila passi 
si fa il traverso, per chi meglio il vide. 
Or hai udito dove e di quai sassi 70 
nasce e come due volte si annega 
e due di nuovo sopra terra fassi. 
A la seconda parte che mi priega 
la tua dimanda, in breve ti rispondo 
come per me e per altrui si spiega. 75 
Quel sommo Ben, che move i ciel, secondo 
che girar vedi, con vertú e con lume, 
e che ha dato legge a tutto il mondo, 
vuole che, per natura, questo fiume 
si spanda semel l’anno per Egitto 80 
e che allaghi il paese, per costume. 
Dico nel tempo poi, che ’l sole è fitto 
nel segno de la luna, ch’esso ingrossa 
a dí a dí, come altrove t’è ditto; 
e, poi ch’entra nel suo, prende tal possa, 85 
che la contrada allaga sí del tutto, 
che senza barca non so chi ir vi possa. 
La gente, che di lá fanno ridutto, 
a certi segni c’hanno pongon cura 
e sanno se la terra fará frutto. 90 
Però gli antichi onoravan Mensura 
e i sacerdoti, a’ tredici di agosto, 
lui celebrando, ch’era in sua altura, 
come si va di qua, e non piú tosto, 
a le letane, giano e, per piú lodo, 95 
natalem mundi nome gli avean posto. 
E sí come nel crescer suo tien modo, 
cosí, scaldando il sole a Virgo il petto, 
discrescere si vede a nodo a nodo. 
Per questa forma appunto, ch’i’ t’ho detto, 100 
in fin che ’l sole a le Bilance giunge, 
di grado in grado è tornato al suo letto. 
Ma qui so bene che un pensier ti punge. 
Tu di’: com’è che questo fiume ingorga 
tanto, che spanda quanto par da lunge? 105 
Crede alcuno che tanta rena porga 
il mare in contro, che gli faccia rete, 
sí che a dietro ritorni e che non corga. 
E altri vuole che cosí reflete 
per Etesie ne’ dí canicolari, 110 
forse perché ’l paese ha di lui sete. 
Ed è chi dice che a dietro ripari 
e ingorghi, per gran piova che vi scende. 
Cotali opinion fun ne’ piú chiari 
e qual le due e qual tutte le prende”. 115 

CAPITOLO XXX 
Cosí andando e ragionando ognora, 
giungemmo al Nilo e trovammo una barca, 
dove salimmo senza piú dimora. 
Posti a sedere, io che avea carca 
la mente e grave, dimandai Solino: 5 
“Dimmi qui, mentre che ’l nocchier ci varca, 
a ciò che meno c’incresca il cammino, 
il bo’, che scrivi ch’era in questo fiume, 
chi fu e quare si li disse Apino?” 
“Fra l’altre maraviglie, ch’abbian lume 10 
di qua, rispuose, giá questa fu l’una 
e degna a dire in ogni bel volume. 
Nel destro lato avea una luna 
corniculata, bianca, e questo usciva 
de l’acqua in aire senza altra fortuna. 
Li Egizian correano in su la riva 
con ogni stormento e come saltava 
così ciascuno, cantando, saliva. 
Similemente, quando si posava, 
la gente lá, con ogni melodia 20 
sonando, in su la riva l’aspettava. 
E come ancor di novo su salia, 
danzando andavan per quella rivera 
in fin ch’al tutto da loro sparia. 
Quivi, con molta fede e grande spera 25 
ch’avean nel bo’ che desse legge al Nilo, 
d’or li gettavan dentro una patera. 
Apin fu detto, poi ch’Io, col suo stilo, 
mostrò di qua a lavorar la terra, 
lettere, a tesser lana e far lo filo. 30 
Morto Osiris da le caine ferra, 
suo buono sposo, sette giorni apresso 
lo Nilo cerca e, trovato, il sotterra. 
Nel numer de li dii costui fu messo 
e celebrato, sí com’ella volse, 35 
su per lo Nilo e in ogni tempio espresso. 
Apin da poi per marito tolse, 
che, dopo morte, iddio nominaro: 
tanto l’amaro e tanto a ciascun dolse. 
E, per onor di lui, poi adoraro 40 
il toro, come il corbo per lo sole: 
e bove Apin, quel che tu di’, chiamaro”. 
Qui tacque; e io, che per le tue parole 
ingenerato avea novo pensiero, 
come uom ch’ascolta altrui talor far sole, 45 
li dissi: “Assai il tuo parlar m’è intero, 
però ch’io so chi fu Apino e Io 
e come venner qua giá lessi il vero. 
Ma qui d’udire la cagion disio 
perché il corbo o un altro animale 50 
onoravano in nome d’uno dio”. 
“Se cerchi Ovidio, al qual di dir ciò cale, 
vedrai il vero, dove Calliopé 
le Pierie sforma per cantarne male”: 
cotal risposta a la dimanda fe’. 55 
E io: “Dimmi quale appropiato 
era a ciascuno di quei dei per sé”. 
Ed ello a me: “Questo modo trovato 
di qua fu prima e dato il leone 
a Marte, perch’è fiero e bene armato. 60 
Similmente la pecora a Giunone, 
la cicogna a Cilen, la gatta a Pluto, 
la vacca a Iside e a Giove il montone. 
Ancora avresti in quel tempo veduto 
per Priapus un asino onorare 65 
e spesse volte dimandarli aiuto; 
per Proserpina il nottol, che ’l dí spare; 
per Bacco il becco, che le piante scialpa; 
per l’aire un dio, ch’era detto A’ re. 
A le Furie infernal davan la talpa; 70 
la porca a Cere; a Nettunno il cavallo; 
la testuggin, ch’a terra grave palpa, 
a Saturno, e la scimia, senza fallo, 
veduto avresti onorar per Minerva, 
se fossi stato allora in questo stallo, 75 
e cosí ancor per la Luna la cerva; 
lo pesce per Venus; per Ganimede 
ogni orcio, dentro al qual vin si conserva. 
Per Demetra, nel Nilo ponean fede; 
onoravano il fuoco per Vulcano; 80 
per Vesta la fiamma che ne procede; 
per Esculapio, donde i fisichi hano 
quasi il principio, onoraro il serpente: 
né pare indegno a quei che ’l ver ne sano. 
Onoravano ancora quella gente 85 
e monti e valli e boschi e fiori ed acque 
in nome d’altri iddii similemente”. 
E cosí detto, mi guardò e tacque, 
perché nel volto si conosce il core, 
chi non s’infinge, e, veduto, li piacque. 90 
Poi sopragiunse: “Demonio maggiore 
né con piú inganni si vedea in Egitto 
pien di lusinghe né con falso errore, 
com’era il toro Apin, del qual t’ho ditto”. 
Per ch’io fra me: In Civitate Dei 95 
dice Agustin come costui diritto. 
Indi li dissi: “Volontier saprei 
se altra novitá è qui nel Nilo, 
prima che ’n su la ripa ponga i piei”. 
Allor mi ragionò del coccodrilo 100 
la forma, la sua vita e come, mentre 
che dorme, in bocca li entra lo strofilo. 
Vero è che ’n prima s’immelma che v’entre; 
lusingando lo va, per fin ch’è giunto 
dove gli rode ciò ch’egli ha nel ventre. 105 
Poscia mi disse la natura a punto 
de l’ippopotam, ch’al nitrir somiglia 
cavallo e quello par di punto in punto. 
Marco Scauro per gran maraviglia 
e l’uno e l’altro, per quel che si scriva, 110 
pria li scoperse a la roman famiglia. 
Cosí parlando, discendemmo a riva. 


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Ultimo Aggiornamento:
14/07/2005 23.41