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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA


Il Dittamondo
di: Fazio degli Uberti 

LIBRO QUARTO 

Capitoli I - XIII


CAPITOLO I 
In forma quadra era il loco ch’io dico, 
disabitato tutto e senza porte, 
messo in dispregio per vecchio e antico. 
E, poi che dentro fui con le mie scorte, 
vidi una loggia fatta per memoria, 5 
a volte tutta, intorno a una corte. 
In ogni quadro suo avea una storia 
con gran figure di marmo intagliato 
sí belle, che ’l veder mi fu gran gloria. 
Quivi era nel principio storiato 10 
Cres, figliuolo di Nembrot, del cui nome 
apresso Creti fu cosí chiamato; 
poi Cielo, poi Saturno, e seguia come 
Giove cacciava il padre fuor del regno 
con poca compagnia e con men some. 15 
Seguia di Giove ancor, sí come a ’ngegno 
con Almena giacea e quanto Giuno 
ebbe il figliuol ne la culla a disdegno. 
Sí mirando gl’intagli a uno a uno, 
seguir vedea come Ercules conquise 20 
Anteo gigante, che vincea ciascuno; 
similemente come a morte mise 
Busiris, le tre Arpie e Gerione 
e come Cacco ne la cava uccise. 
Quivi era ancora del fiero dragone, 25 
che guardava il bel pome, l’aspra morte 
e quella de la cerva e del leone; 
poi come entrava per le infernal porte 
e ’ncatenava Cerber con tre teste, 
e sostenea il ciel, tant’era forte. 30 
Seguia, apresso, il danno e le tempeste 
del fiero porco, ch’Arcadia guastava, 
e come l’uccidea ne le foreste. 
Quivi era ancor come la morte dava 
a Diomedes, a Nesso e al centauro 35 
e la cagion perché ben loro stava. 
Quivi era in terra Acheloo il gran tauro; 
quivi tollea lo scudo e la lorica 
a Menalippa, che lucean com’auro. 
Quivi era Iole, l’ultima sua amica; 40 
quivi parea tagliar le teste a l’idra 
e rotare ad un sasso il tristo Lica. 
E sí come uom, che mirando disidra 
di piú vedere e che quel che ha veduto 
ne la sua mente imagina e considra, 45 
facea io; e poi che proveduto 
ebbi la prima parte, gli occhi porsi 
a l’altra, e, come gli occhi, il passo muto. 
Carano re con molta gente scorsi 
sí come Agar edificar facea 50 
e l’agurio del sito non trascorsi. 
Cinus, Tiramans, Perdiccas vedea, 
Archelao, Filippo e, dopo lui, 
Aeropus, Alceta e Amintas parea; 
poi seguiva Alessandro e di costui 55 
prima parea che statua d’oro 
Apollin ricevesse che d’altrui. 
Nove n’annoverai dopo costoro, 
tra’ quali vidi Archelao secondo 
piú dato a studio ch’ad altro lavoro. 60 
Aspero e fiero quanto fu al mondo 
nel suo aspetto quivi si mostrava 
Filippo armato e d’animo profondo. 
Quivi era come Olimpia sposava 
con molta festa e, apresso, seguia 65 
come Atenes e Tessaglia acquistava. 
Quivi era come in rotta si fuggia 
la gente sua, ferito ne la coscia, 
lasciando la gran preda per la via. 
Quivi era il gran martiro e quell’angoscia 
che sofferson da lui le genti grece, 
per che suggette e ferme li fun poscia. 
Quivi era come sedici anni e diece 
regnato avea allora che fu morto 
tra’ suoi e la vendetta che sen fece. 75 
Non vidi lá tra quelli intagli scorto 
come Arruba a la morte condusse 
e tolse il regno falsamente e a torto. 
Non vidi lá, né credo che vi fusse, 
sí come i suoi fratelli ancora uccise 80 
né la cagion che a tanto mal l’indusse. 
Non vidi lá quel fallo che commise 
per aver Cappadocia al suo dimino, 
e quando i due signori a morte mise. 
Quivi era com Natanabo fuggio 85 
di Egitto a Filippo e cosí come 
Alessandro era tal, che nel disio 
piú non cercava latte né idiome. 
Allor pensai e dissi: “Oh quanto è falso 
chi incolpa altrui a torto e dá mal nome 90 
e quanto è giusto se ’l compra poi salso!”. 

CAPITOLO II 
Compreso le due fronti de la loggia, 
con le mie guide a la terza mi trassi, 
ch’era piú degna assai e d’altra foggia; 
e vidi, come quivi fermai i passi, 
una reina seder sopra un letto 5 
sí come donna quando in parto stassi. 
Questa parea mirar con gran diletto 
un suo figliuol co’ capei crespi e adorno, 
ch’era dinanzi al suo vago cospetto.
Piú e piú donne vi parean d’intorno 10 
per lui servire e per tenerlo ad agio 
e per darli diletto notte e giorno. 
Due aquile parean sopra ’l palagio: 
l’una guardava in verso l’oriente, 
l’altra a ponente, ma con men disagio. 15 
Parea, come piú lá puosi poi mente, 
Aristotile star per suo maestro, 
Natanabo gran mago e intendente. 
Bucifal v’era, indomito e silvestro, 
legato con catene, come quello 20 
che mordea e rompea ogni capestro. 
Il giovinetto sicuro e isnello 
n’andava a lui e cosí ne facea 
come il pastore fa del suo agnello. 
Vedea sí come il regno prendea, 25 
morto Filippo, e sí come assalio 
Nicolao re, vincendo quanto avea. 
Vedea con quanti fuor di Grecia uscio 
e, giunto in Asia, la bella proposta 
che fece, quando il suo tra’ suoi partio. 30 
Vedea Dario far beffe de la tosta 
impresa sua e ’l papaver mandare: 
ed ello a lui il pepe, per risposta. 
Vedea il magno core e ’l gran donare; 
vedea quant’era sollicito e presto 35 
e rettorico bel nel suo parlare. 
Vedea come salio aspro e rubesto 
sul mur di Tiro e poi dentro gittarsi, 
quando da’ suoi di fuori era piú chiesto. 
Parea in vesta e in atto trasformarsi 40 
per veder Dario e nasconder la coppa 
e, conosciuto, fuggire e scamparsi. 
Parean le schiere, parea com s’intoppa 
l’un re con l’altro e Dario fuggire, 
benché la gente sua fosse piú troppa. 45 
Parea la crudel caccia e ’l gran martire; 
parea la ricca preda e ’l grande arnese 
e come largo e giusto fu il partire. 
Parea quant’era benigno e cortese 
a quelle donne pallide e ismorte, 
che nel bel padiglion di Dario prese. 
Parea l’altra battaglia acerba e forte 
e come Dario, essendo sconfitto, 
dai suoi tradito ricevette morte. 
Lá vidi i traditori e vidi scritto 55 
la lor dimanda e la risposta ancora, 
seguendo la giustizia, dopo il ditto. 
Lá vidi com l’antica madre onora 
del morto re e la bella Rossena, 
ch’era una dea, a riguardare, allora. 60 
Lá vidi come la grand’oste mena 
vincendo Ircani, Siti e Armini 
e come Gog e Magog incatena. 
Lá vidi adorna, e sopra i biondi crini 
una corona, Talestris reina 65 
venire a lui, oltre le sue confini. 
Lá vidi come a forza e per rapina 
Iberia prese, Albania e Paflagona, 
i Battri e i Seri, in fino a la marina. 
Seguia Dionides, del qual si sona 70 
che ’l mar rubava e che parlò sí vivo, 
che acquistò terra e scampò la persona. 
Seguia del pover misero e cattivo 
che dimandò ’l bisante e quel li diede 
una cittá di che fu sempre divo. 75 
Seguia come in fra l’altre sue gran prede 
Bersana prese, onde Ercules nacque 
lo qual cortese v’era e stava in piede. 
Seguia quant’era bella e quanto piacque 
Isifile venendo incontro a lui; 80 
ma del piú dir l’intagliator si tacque. 
Seguia come al giogo di costui 
vennero Arabi, Siri, Medi e Persi, 
disperati d’ogni soccorso altrui. 
Quivi eran vinti gl’Indian diversi 85 
e di sotto da lui disteso Poro 
e morto Bucifal poi vi scopersi. 
Quivi vedea una tavola d’oro 
e vescovi e giudei in bianche veste 
ed esso inginocchiato star fra loro. 90 
Quivi pareano i mostri e le tempeste 
che vide per trovar la luna e ’l sole, 
dico per l’India e per le sue foreste. 
Quivi parea turbar de le parole 
che li rispuose l’uno e l’altro lume, 95 
e l’atto come altrui coprir le vole. 
Quivi parea mandar su per lo fiume 
a cercar nuovo mondo e qual li porse 
pietra il vecchio da le bianche piume. 
Parea isconosciuto e come corse 100 
a forte rischio e sí come Candace, 
per l’asempro ch’avea, di lui s’accorse. 
Parea regnar con tutto il mondo in pace; 
in Babilona parea il tosco bere. 
Oh, mondo cieco, quanto se’ fallace! 105 
Lá pianto e morto me ’l parea vedere.

 
CAPITOLO III 
Fiso mirava per avere indizio 
se fosse in quella grande e ricca storia 
del magnanimo re alcun suo vizio. 
Ma, poi ch’io vidi ch’alcuna memoria 
di quel non v’era, mi volsi a Solino, 5 
che era il mio consiglio e la mia gloria, 
e dissi lui: “Livio, tu e Giustino 
e molti scrivon che costui fu vinto, 
che vinse il tutto, da ira e da vino. 
E qui non è intagliato né dipinto 
la mortal furia, che si vide in lui 
quando da questi vizi era sospinto”. 
Ed ello: “Ciò ch’è scritto, di costui 
fu vero e propio, da sí fatti autori: 
e caro alfin li costò per altrui. 15 
Ma questo uso e natura hanno i signori: 
che vaghi son che si dica e dipinga 
le lor magnificenze e i loro onori. 
Similemente voglion che si stringa 
le labbra a ragionare i lor difetti 20 
e che d’udire e di veder s’infinga. 
Però, se a star con alcun mai ti metti, 
nel tuo parlar di loro abbi riguardo, 
perché i piú troverai pien di sospetti. 
E se vuoi dire che ’l buon re Adoardo 25 
fece del vero pagare il buffone, 
pagatol prima, se parve bugiardo, 
dico che di cotale opinione 
ne troverai men di diece tra cento”: 
cosí seguio apresso il suo sermone. 30 
Io era a le figure tutto attento, 
quando l’altro mi disse: “In che t’abbagli? 
Non se’ tu d’esse ben chiaro e contento?” 
Rispuosi: “Sí, ma guardava gl’intagli, 
che son sí belli, che gli archi trionfali, 35 
ch’io vidi a Roma, non par che gli agguagli. 
Poi i porfidi e i marmi naturali 
che in San Lorenzo ha Genova, a la porta, 
sarebbon vili in vèr questi cotali”. 
Ed ello a me: “È la tua vista accorta 40 
ch’alcun come topazio il volto ha giallo, 
l’altro ha la carne qual cenere smorta, 
e chi qual rubin rosso over corallo 
e tal par diamante o nera mora, 
qual bianco come perla over cristallo? 45 
Similemente ce ne vedi ancora 
in indaco color tratto a zaffiro 
e tal come smeraldo si colora”. 
E io a lui: “Ben veggio chiaro e miro 
che isvariati sono in forma e in visi; 50 
ma la cagion perch’è saper disiro”. 
Ed ello: “A ciò che, andando, te ne avisi, 
se cerchi l’universo tutto a tondo, 
è buon che com’è il ver qui ti divisi. 
Qui son le forme d’uomini secondo, 55 
e quelle di animali, com le vide 
costui, che miri qui, che vinse il mondo. 
Poi, come l’occhio tuo cerne e divide, 
di far la storia tanto bella e propia 
da diversi maestri si provide. 60 
Ma muovi i piedi omai, se tu vuoi copia 
di quei che sono nel quarto compasso 
e vedrai signorie cadere inopia. 
Io vidi, come mossi gli occhi e ’l passo, 
que’ re, che funno al grande testamento, 65 
tenere i regni, che nomar qui lasso. 
Li spregionati e ’l lor raunamento, 
superbia, invidia e avarizia 
parean cagion del gran distruggimento. 
Vedeva Olimpia a l’ultima tristizia 70 
forte e viril del cuor; quivi parea 
Cassander d’ira pieno e di nequizia. 
Quivi armato Eumenes vedea 
uscir di Cappadocia e come uccise 
Neoptolemus e i colpi che facea. 75 
Quivi era, apresso, come si divise 
Antigonus di Frigia e sí com’esso 
tradito Eumenes a morte mise. 
Quivi era come Leonato apresso, 
combattendo in contro a quei d’Atena, 80 
fu con la gente sua a morte messo. 
Seguia come fuor di Media mena 
Perdiccas la sua gente e come alfine 
in Egitto si sparse ogni sua vena. 
Seguia l’agguato e ’l bosco e le confine 85 
dove Antipater, morta la madre, 
morto rimase in su le triste spine. 
Vedea come piangea il suo buon padre 
Demetrius, ricordando il valore 
e le battaglie sue forti e leggiadre. 90 
Vedea vecchio morire a gran dolore 
Lisimacus: e questo parea degno, 
tanto crudel mostrava e senza amore. 
Vedea sí come a forza e con ingegno 
Nicanor morto giacea in su la terra 95 
e come Tolomeo si tollea ’l regno. 
Poi vidi scritto: “Dodici anni in guerra 
visse Alessandro e trentadue n’avea, 
quando morte crudel gli occhi suoi serra”. 
Poi seguitar, dopo questo, vedea 100 
dico scolpito in lettere grece, 
che da Adam fino a lui esser potea 
quattro mila anni novecento diece. 

CAPITOLO IV 
Sí come mossi un poco innanzi il passo, 
vidi quindici re seguire apresso, 
ciascun, qual fu, regnar nel suo compasso. 
Filippo Arideo quivi era messo 
dinanzi a tutti e l’ultimo poi vidi 5 
Perseo in atto d’uom che piange adesso. 
Lettor, non vo’ che, leggendo, ti fidi 
ch’io divisi le storie tutte a punto 
ne le figure, com’io le providi, 
però che sí mi stringe, a questo punto, 10 
la lunga tema, ch’io fo come ’l sarto, 
che per fretta trapassa spesso il punto. 
Venuto al fin di questo quadro quarto, 
Antedamas domandai se v’era 
che fosse da notare altrove sparto. 15 
Rispuose: “No; ma di questo t’avera: 
che pria che Roma n’avesse il dominio, 
di nove cose assai da notar c’era: 
i’ dico quando Paulo e Muminio 
acquistaro il paese, per che allora 20 
arso e guasto fu ogni bel minio”. 
“Indarno omai, diss’io, qui si dimora; 
buono è il partire e ritrovar la via, 
ché c’è del dí ben da sette ore ancora”. 
E colui, ch’era in nostra compagnia, 25 
ci disse: “In fine al fiume di Strimone 
con esso voi la mia venuta sia”. 
Noi, dopo questo, senza piú sermone, 
indi partimmo e trovammo la strada 
buona e diritta a la mia intenzione. 30 
“A ciò che senza frutto non si vada, 
disse la guida mia, è buon trattare 
alcuna cosa di questa contrada. 
Dico nel tempo, che piú vecchio pare, 
questo paese Emazia si disse 35 
da Emazio, che il prese ad abitare. 
Apresso, Macedonia sí si scrisse 
da Macedo di Deucalion nepote, 
che tenne il regno tanto quanto visse. 
Per queste piagge e pendici remote 40 
a chi sa l’arte e far ne vuol la prova 
oro e argento assai trovar ne puote. 
Qui la pietra peanite non è nova 
e propio in quella parte ov’è la tomba 
di Tiresia molte se ne trova. 45 
Quando ’l torbo aire per gran tron rimbomba, 
e l’acqua versa sí forte e rubesta, 
che sassi per le rive move e spiomba, 
la battaglia crudel ci è manifesta 
dove fun morti li giganti in Flegra, 
perché grandi ossa scopre la tempesta”. 
E poi che ’l dí, andando noi, s’annegra, 
Antedamas ad un ostel ci guida, 
dove stemmo la notte tutta integra. 
Ma come il sol sopra ’l cerchio si snida 55 
che si chiama orizzonte, il cammin presi 
con la mia compagnia onesta e fida. 
Forse otto miglia era ito, ch’io compresi 
un monte innanzi a me, ch’era alto tanto, 
che indarno l’occhio a la cima sospesi. 60 
Allor mi volsi dal mio destro canto 
e dimandai Solin: “Che monte è questo, 
che sopra ogni altro si puote dar vanto?” 
Ed esso a me rispuose accorto e presto: 
“Olimpo è detto, lo quale ololampo 65 
interpretato trovi in alcun testo”. 
E io a lui: “Di salir suso avampo 
sí per la fama sua, sí per coloro 
che lá su, per veder, giá puosen campo”. 
Qui non fun piú parole né dimoro: 70 
le guide mie si misono a salire 
su per lo monte e io apresso loro. 
Lettor, tu dèi pensar che senza ardire, 
senza affanno soffrire l’uom non puote 
fama acquistar né gran cosa fornire. 75 
Io non fui su per quelle vie rimote, 
ch’ogni mio poro si converse in fonte 
e acqua venni dal capo a le piote.9 
Ma poi ch’io fui al sommo del gran monte, 
dove posar credea e prender lena, 80 
io mi sentio gravar gli occhi e la fronte, 
e ’l sangue spaventar per ogni vena, 
tremare il cuore, e venni freddo e smorto 
come chi giunge a l’ultima sua pena. 
Solino allora, sí come uomo accorto, 85 
misemi al naso una bagnata spunga, 
per la qual presi subito conforto: 
“Piú non temer che l’accidente giunga, 
però che qui trovâr questo argomento 
quei buon che veder volsono a la lunga”. 90 
Come fuor mi sentio d’ogni spavento, 
con le mie guide e con la spunga al naso 
mi mossi tutto ancor debole e lento. 
Io vidi un fiumicel, che raso raso 
passava per lo monte tanto chiaro, 95 
che mi sovenne di quel di Parnaso. 
Poi un divoto loco mi mostraro 
somigliante a la Verna, ove giá fue 
l’altar di Giove e ’l tempio santo e caro. 
Cosí andando sol con questi due, 100 
Solin mi disse: “Or puoi veder che Omero 
non ignorava il sito di qua sue, 
e che Virgilio ancor ne scrisse il vero: 
vedi i nuvol che cuopron l’altre poggia 
e qui è l’aire chiaro, puro e intero. 105 
Grandine mai non ci cade né pioggia 
e di quattr’ore pria che porti il giorno 
il sol fra noi lá giú, qua su s’appoggia”. 
Cosí cercammo quel monte d’intorno. 

CAPITOLO V 
Cercato il monte alpestro e romito 
con le mie guide, cosí per quei sassi 
discesi giuso, ond’io era salito. 
E poi ch’al piano con que’ due mi trassi, 
dimandai lor: “Quale è la nostra strada?”, 
senza dar posa a’ membri, ch’eran lassi. 
E colui ch’era nosco: “Se vi aggrada 
d’essere in Tracia, questa da sinestra 
tien dritto lá sí come un fil di spada. 
E quest’altra, che ci è da la man destra, 
va in verso Acaia ed è piú presso al mare 
e l’una e l’altra è sicura e maestra”. 
“Questa, disse Solin, si convien fare”. 
E io a lui: “Poi che far si convene, 
qui non bisogna, omai, di piú pensare”. 
Allor si mosse la mia cara spene 
e l’altro e io seguitavamo il passo, 
istretti sempre dietro a le sue rene. 
Io andava col capo un poco basso, 
ascoltando que’ due che dicean cose 
belle e antiche, che a scrivere qui lasso. 
E poi che fin ciascuno al suo dir pose, 
trovammo un fiume, che gran letto stende, 
grave a guadar per le pietre noiose. 
“Solin, diss’io, questo fiume onde scende?” 
Ed ello a me rispuose: “Del monte Ida 
surge una fonte, onde il principio prende. 
A volte, come l’uom la ridda guida, 
passando se ne vien per Macedona, 
in fino che nel mar Egeo s’annida. 
Partus ha nome, del qual si ragiona 
che Io, per li poeti, fu sua figlia, 
per la quale Argus perdeo la persona”. 
E io: “Dimmi, il guado ove si piglia?” 
Ed ello a me: “A la nave si varca, 
ch’esser suol presso qui forsi a tre miglia”. 
Cosí su per la ripa, che s’inarca, 
andavam ragionando, in fin che noi 
giungemmo ov’era a la piaggia una barca. 
Passati lí, disse ’l nocchier: “Se voi 
ite in Acaia, di salir la collina 
e di tenere ad austro non vi noi”. 
Per quella via solinga e pellegrina, 
che ci additò il nocchier, andammo in fine 
che ci vedemmo intorno la marina. 45 
“Qui, disse Solin, sono le confine 
d’Acaia, che da Acheo prese il nome, 
che re ne fu in fino a la sua fine. 
E guarda ch’ella è tutta nel mar, come 
isola fosse, salvo che la terra, 50 
dove noi siamo, la tien per le chiome. 
Ricca è per pace e forte per guerra 
per lo buon sito e per la molta gente 
e perché ’l mar, come vedi, la serra. 
Ma passiam oltra e, andando, poni mente, 55 
perch’è piú ver ciò che l’occhio figura, 
che quel che s’ode o imagina la mente”. 
Secondo che mi disse, io ponea cura 
or qua or lá, ciascuna novitade 
addimandando, quando m’era oscura. 60 
Io vidi e fui ne l’antica cittade 
che ’l nome prese dal figliuol d’Oreste 
e dove Polo di fama non cade. 
E vidi Stix che move le rubeste 
e grosse pietre con tanto furore, 65 
che pare, a chi vi passa, che tempeste. 
E vidi dove surge ed esce fore 
Alfeo del nido e come la sua via 
va dritto al mar Cerauno, dove more. 
Vidi Chiarenza e vidi Malvasia 70 
famosa e nominata piú al mondo 
per lo buon vin, che per cosa che sia. 
Cosí, cercando per quadro e per tondo 
questo paese, Inacus trovai 
largo di ripe e cupo nel fondo. 75 
“Da poi, disse Solin, che veduto hai 
questa provincia, è buono d’aver copia 
come confina, ché altrove non l’hai. 
Lo mar Cerauno a levante s’appropia, 
dal mezzodí lo Ionio e da ponente 
l’Africo giunge e l’isola Casopia. 
Ma vienne omai e troviamo altra gente”. 
E io: “Va pur, ch’i’ sono a la tua posta 
e ogni indugio è grave a la mia mente”. 
Allor si mise propio per la costa, 85 
ché noi venimmo in vèr settentrione, 
lá dov’io dico che la terra è posta. 
A la man destra, senza piú sermone 
andava io diretro a le mie guide, 
in fin che fummo al fiume di Strimone. 90 
“Ecco l’acqua ed il ponte che divide 
– disse Antedamas e fermò il passo –
Macedona da Tracia”, come ’l vide. 
“Qui rimango io e qui è ’l vostro passo”: 
onde Solin la man li porse allora, 95 
dicendo: “Amico mio, a Dio ti lasso”. 
E cosí li feci io e dissi ancora.

CAPITOLO VI 
Qui segue ’l tempo a ragionar di Trazia, 
però che giunti in su la proda semo, 
e dir di quel che dentro vi si spazia. 
“Questo fiume, che vedi, di monte Emo, 
disse Solino andando noi, discende 5 
né perde in fine al mar vela né remo. 
Tiras fue da cui il nome prende, 
creato da Iafet, questa provincia, 
ben che per altro modo alcun lo ’ntende. 
Questo paese, quando s’incomincia 10 
il mondo ad abitar, molti e diversi 
popoli tenne per traverse e schincia: 
i’ dico Massageti, Siti e Bersi, 
Sarmati e piú e piú barbara gente, 
de’ quali i nomi i piú sono ora persi. 15 
E se tu leggerai e porrai mente 
non pur nel mio, ma in molti altri volumi, 
come viver soleano anticamente, 
vedrai ch’eran di modi e di costumi 
sí svariati da que’ che s’usan ora, 20 
quanto è un corbo dal cigno di piumi. 
La natura de’ gru mi disse allora, 
come la scrive, e i bei provedimenti 
c’hanno al volare e al dormire ancora; 
e quanto sonvi con grandi argomenti 25 
le rondini, lo stino e ’l bisanteo 
e nel viver solleciti e attenti. 
Cosí parlando, vidi Rodopeo 
al quale Rodopea di Demofonte 
lo nome dié, quando ’l primo perdeo. 30 
Un fiume surge d’una chiara fonte, 
che Mesto noman quei de la contrada: 
questo passammo su per un bel ponte. 
Io udii ancora pur per quella strada 
che un altro v’era tanto grosso d’acqua, 35 
che la state e il verno mal si guada: 
per lungo corso gran terreno adacqua 
e bagna di Pangeo la radice; 
poi corre in mare, dove si scialacqua: 
Ebrum, secondo ch’io udio, si dice; 40 
e cosí me ’l nomò la scorta mia, 
andando sempre per quelle pendice. 
Poi ci traemmo per la dritta via, 
dove trovammo lo stagno Bistonio, 
ch’assai famoso par che di lá sia. 45 
Un luogo v’è che si chiama Sitonio, 
ove Orfeo nacque, che col dolce sono 
lusingava in inferno ogni demonio. 
E cosí sopra il mare giunto sono, 
lo qual si stringe tra Abidos e Sesto 
sí, che da sette stadi esser vi pono. 
“L’occhio aguzza, Solino disse, a questo 
punto e nota ben ciò che io diviso, 
ché senza chiosa qui val poco il testo. 
Elles dal padre accomiatata e Friso, 55 
colpa de la crudel noverca loro, 
che non soffria mirarli per lo viso, 
con un monton la madre e con molto oro 
apparve lor, dicendo: “Questo mare 
qui su passate e non fate dimoro, 60 
e, per la vita, a dietro non guardare”. 
Saliti in su la bestia forte e doma, 
entrâr ne l’acqua e misonsi a passare. 
Volsesi Elles lasciando corna e coma, 
onde giú cadde e annegata quivi 65 
per lei quel luogo Ellesponto si noma. 
Passato Frisso e giunto sopra i rivi, 
forte piangendo la bella sorore, 
bagnava gli occhi suoi grami e cattivi. 
Con grande avere e con molto dolore, 70 
come detto li fu, passò in Colco 
per fare a Marte, in quella parte, onore. 
A piè d’un arbor puose, sopra il solco, 
il drago e ’l tauro e suvvi l’aureo vello, 
per lo qual poi Ianson si fe’ bifolco. 75 
Ancor per questo mar, ch’io ti favello, 
Aleandro, nuotando ov’Ero adora, 
perdeo la forza e affogò in ello. 
Similmente per questa stretta ancora 
Serses fe’ far di navi il forte ponte, 80 
onde passò di qua in sua malora. 
Ma movi i piedi e drizza la tua fronte 
per ritrovare l’isole Ciclade, 
che cinque volte diece e piú son conte, 
ché piú non veggio per queste contrade 85 
da notar cosa alcuna e, se giá fue, 
venuta è meno per la lunga etade”. 
Per questo modo andando noi due, 
trovammo un legno a punto su la riva, 
sopra il quale ello e io salimmo sue. 90 
Seguita ora ch’io divisi e scriva 
le novitá, ch’io vidi e ch’io udio 
per questo mar, di che la fama è viva, 
poi che da piaggia in tutto mi partio. 

CAPITOLO VII 
L’isola prima, che ci diede porto, 
quella di Creti fu, sí come piacque 
ch’io dovessi arrivare al mio conforto. 
Dal temperato ciel, la terra e l’acque. 
Macaronneson in prima si disse; 5 
ma da Cres re il propio nome nacque. 
Io fui dove nascoso Giove visse, 
benché fra lor n’è or poca memoria, 
quando ’l suo padre volse che morisse. 
E fui ancor dove Dedalo storia 10 
la cosa ch’è ritrosa al Minotoro 
di cui Teseo prese poi vittoria. 
Fama è per quelli che vi fan dimoro 
che giá si vide con cento cittade, 
onde Centopol si dicea fra loro. 15 
Qui fu, in prima che in altre contrade, 
ragion trovata e ordinata legge, 
arme, saette e altre novitade; 
qui per Pirrico domi e messi in gregge 
prima cavai, che in alcun’altra parte, 20 
secondo che si conta e che si legge; 
qui prima si trovò lo studio e l’arte 
de la musica e qui prima fun remi 
fatti a le navi e vela con sarte. 
Solino andando e io per quelli stremi, 
mi disse: “Guarda Ida, ch’è sí alto 
che prima vede il sol che su vi tremi. 
Cadisto e Ditinneo di minor salto 
non credo: onde la gente navicante 
per nuvol gli hanno nel lor primo assalto. 30 
D’ogni buon frutto qui vedi le piante; 
similemente ancora ci si trova 
d’un’erba e d’altra, che son sane e sante. 
Lupo né volpe alcuna ci cova, 
nottol né serpe e, s’alcun ci si porta, 35 
come pesce senz’acqua ci fa prova. 
Ma se di questi la vita ci è morta, 
di pecore e di capre grandi stuoli 
trovar ci puoi e di simile sorta 
e qual per piú salvatico ci toli. 40 
La terra è sí de la natura amica, 
che tutta è buona da far prati e broli. 
Quelle cittá, che ne l’etate antica 
eran di maggior nome, fun Gortina, 
Cnoso, Teranna, Cilisso e Cidonica. 45 
De’ fiumi, che ne vanno a la marina, 
al tempo d’ora piú chiari ci sono 
Gortina e Lipisso, che di qua china. 
Di tutti i vermi, c’han tosco, ragiono 
solo il falangio, che di ragno ha forma, 50 
la cui puntura è il piú senza perdono. 
Qui si trova una gemma, e scrivi in norma 
Idaeus dactylus, di color ferrigna, 
che di pollice umano mostra forma. 
La pianta d’ogni vin, ch’è buon, vi alligna 55 
quanto in altro luogo e qui t’insegno 
che l’erba alimo nasce e c’ingramigna. 
Al modo che giacer vedesi un legno 
d’abete, lungo e grosso, in su la terra, 
co’ rami tronchi, l’isola disegno. 60 
Diciotto volte diece miglia serra 
la sua lunghezza e cinquanta in traverso, 
se l’antica misura qui non erra. 
Le sue confine son per questo verso: 
Libico mar dal mezzodì la cinge, 65 
sí come legger puoi in alcun verso. 
A Carpatos da levante si stringe; 
poi da ponente e da settentrione 
l’Egeo, overo il Cretico, costringe”. 
Posto ch’ebbe silenzio al suo sermone, 70 
io dimandai: “Dopo Giove chi tenne 
e fu signore di questa regione?” 
Ed ello a me: “Apresso re vi venne 
Minos, che nacque di lui e d’Europa, 
per lo qual Silla lodola divenne. 75 
Atenes prese e ’l suo paese scopa 
per la vendetta d’Androgeo suo figlio; 
franco fu in armi e giustizia s’appropa”. 
Così parlando, giungemmo sul ciglio 
del mare, ove trovammo un legno a punto, 80 
nel quale entrammo senza piú consiglio. 
Lo nostro indugio, apresso, non fu punto: 
prendemmo il mare e navigammo tanto, 
ch’io mi trovai ov’è Carbasa giunto. 
Di quest’isola udio contar cotanto: 85 
che fu la prima che rame ci diede 
e Calidonio le dá questo vanto, 
antichissimo autor da darli fede. 

CAPITOLO VIII 
“Omai per questo mar gli occhi disvela, 
disse la guida mia, se tu disii 
trovar del filo a tesser la tua tela”. 
E come da Carbasa mi partii, 
io vidi Eubea, dove Titano regna, 
che fu fratel del padre de gli dii. 
Questa a Boezia sí presso si segna, 
che crede, quando alcuno stran vi passa, 
che l’una e l’altra insieme si tegna. 
Poi fui in quella, la qual si compassa 
tra le Ciclade che piú sia nel mezzo: 
e questo vede qual di lá trapassa. 
Al tempo che s’ascose sole e rezzo 
pel diluvio, che fu sí tenebroso 
ch’a ricordarlo ancor pare un riprezzo, 
lo sol, che tanto era stato nascoso, 
perché prima i suoi raggi lá su sparse, 
Delos si scrisse e io cosí la chioso. 
Ancor perché la cotornice apparse 
in prima lí, che ’n greco ortigia è detta, 
Ortigia il loco giá nomato parse. 
La scorta mia non lasciò, per la fretta, 
di dirmi com la cotornice è strana 
e iusta a ciò che sua natura aspetta. 
Apollo, in questa isola, e Diana 
fun partoriti insieme da Latona, 
fuggita qui per iscampar piú sana. 
Poi fui in Chio, del qual si ragiona 
che ci abbonda di mastice per tutto: 
e chio, in greco, mastice a dir sona. 
E ben che degna sia per sí buon frutto, 
piú per Omero li do pregio e fama, 
ché quivi il corpo suo giace del tutto. 
In questo loco ancor rimase grama 
Adriana da Teseo tradita, 
cui ella troppo ed ello lei poco ama. 
Non pur con l’ago e con la calamita 
e con la carta passava quell’acque, 
ma come quel, ch’era meco, m’addita. 
Vidi Paros e il veder mi piacque 40 
per lo nobile marmo che vi cova; 
Paros fu detto quando Minoia tacque. 
La sarda pietra quivi ancor si trova, 
la qual tra l’altre gemme è compitata 
sí vil, che non so dire a che si giova. 45 
“Vedi Naxon, disse Solino, e guata 
ch’a Delos otto e diece miglia è presso: 
questa per nobil vin fu giá pregiata”. 
Io la mirai ridendo fra me stesso, 
ricordandomi come Ovidio pone 50 
che, andando Bacco per quel luogo stesso, 
vide Ofelte e vide Etalione 
cader nel mare ed ebbri andare a gioco 
Libis, Proreus, Licabas, Medone. 
E vidi, ricercando a poco a poco, 55 
Citerea, la quale è cosí scritta 
per Venus, che d’amor vi pare un foco. 
Tra Samo e Miconum io vidi fitta 
Icaria, a la quale Icaro diè ’l nome: 
porto non ha, tanto è da’ sassi afflitta. 60 
Vidi Melos, dove si dice come 
nacque Iansone, Filomeno e Pluto: 
e quest’isola è tonda come un pome. 
E vidi Samo e quest’è conosciuto 
per Giuno, per Pitagora e Sibilla, 65 
piú che per cosa ch’io v’abbia veduto. 
Vidi Coos, dove la gran favilla 
nacque che fece lume a Galieno, 
per cui al mondo tanto ben distilla. 
E vidi, ricercando questo seno, 70 
Lenno, de la quale ancora si scrive 
come ogni maschio giá vi venne meno. 
Piú in vèr levante trovammo le rive 
di Rodo, dove quel de lo Spedale 
co’ Turchi in guerra il piú del tempo vive. 75 
Qui sospirai e dissi: “Ecco gran male: 
ché questi pochi son qui per la Fede 
ed a chi può di loro poco cale”. 
Di lá partiti, sí come procede, 
navigavamo e io ponea in norma 80 
sempre il piú bello che quivi si vede. 
Noi trovammo uno scoglio in propia forma 
di nave e per novella dire udio 
che da quella d’Ulisse prese l’orma. 
Un sasso sta tra Tenedon e Chio, 85 
che Antandro è detto per quei del paese: 
capra mi parve, quando lo scoprio. 
Solino qui a ragionar mi prese 
l’altezza e la natura di monte Atto 
e durò in fin che de la nave scese. 90 
E seguia poi: “De la Grecia t’ho tratto; 
ma, perché chiaro ciascun punto copoli, 
è buono udir come ’l paese è fatto. 
Cinque ci son linguaggi e sette popoli 
con quei del mar, che vedi che son due: 95 
l’un le Ciclade e l’altro è Centopoli”. 
E qui fe’ punto a le parole sue. 

CAPITOLO IX 
Seguita ora a dir del quarto seno 
che da Bisanzo Europa racchiude 
in fin al Tanai, dove vien meno, 
overo a le Meotide palude, 
lo qual con sette stadii divide 5 
l’Asia da noi con le ripe crude. 
Il nostro mar, che la terra ricide 
fino a la Tana, a dietro ritorna, 
perché strada non v’è che piú lá il guide. 
Il Tanai, che nasce de le corna 10 
di Rifeo, per la Sizia profonda 
passa a la Tana, ma piú dí soggiorna. 
Or ciò che chiudon, da la nostra sponda, 
lo mare e ’l Tanai, Europa è detta 
con quanto l’Oceano la circonda. 15 
Sopra ’l golfo di Trazia, in su la stretta 
che chiude il mare in cinquecento passi, 
del qual Costantinopol tien la vetta, 
giunti eravamo, e io pur dietro a’ passi 
de la mia guida; e trapassammo Pera, 20 
che terra e porto di Genova fassi. 
Cosí cercando per questa rivera 
andavam noi e riguardando sempre 
s’alcuna novitá da notar c’era. 
Qui mi disse Solin: “Quando tu tempre 25 
la penna, per trattar di questo mare, 
ricordera’ ti, e fa che tu l’assempre, 
di quel ch’or dico”. E presemi a contare 
la forma del delfino e la natura 
e quanto è velocissimo il suo andare, 30 
e come ancor gli piace la figura 
umana di vedere e propio quella, 
ch’a riguardare è piú pargola e pura. 
Apresso questo, disse la novella 
come un s’innamorò giá d’un fanciullo, 35 
ch’assai mi fu miracolosa e bella. 
Sopragiunse: “Di tutti i pesci, nullo 
è da notar per maggior maraviglia 
de l’echin, ch’a vederlo è poco e brullo. 
Questo ha la schiena ch’un arco somiglia, 40 
piena di squame agute e paion ferra, 
con cui in mezzo il mar la nave piglia. 
E poi che bene a essa s’afferra, 
remi o vento a muoverla han men forza, 
che s’ella fosse in su la ferma terra. 45 
E questo avièn quando il mare si sforza 
di muover forti venti e gran tempesta; 
poi sen va, come il mal tempo s’ammorza”. 
Per quelle vie, che m’eran sí foreste, 
trovammo un serpe, che per sette porte 
passa nel mare con sette sue teste. 
E, quando giunge, è sí feroce e forte, 
che ben quaranta miglia dentro corre, 
prima che ’l mar gli possa dar la morte. 
E sí come ’l discepol, che ricorre 55 
al suo maestro, quando in dubbio vive 
d’alcuna cosa che voglia comporre, 
dimandai il mio: “Di’ come si scrive 
il nome di costui e dove nasce 
e quant’è grande in fine a queste rive”. 60 
“De’ germanici monti, tra le fasce 
di Soapia, rispuose, par si spicchi 
e quivi come agnel prima si pasce. 
Poi, cercando Baviera e Ostericchi, 
truova il fratello di gran signoria 65 
e l’uno in corpo a l’altro par si ficchi. 
Indi da Buda cerca l’Ungheria, 
Burgaria, Pannonia, Mesia e Trazia, 
e tre isole forma ne la via. 
Seicento miglia di terra nol sazia: 70 
da sessanta figliuoi seco conduce, 
qual Drava, Ordesso, dove qui si spazia. 
Istro lo chiamo e dove si riduce, 
per lo cammino, Danoia si dice; 
e qui Vicina il suo nome riluce”. 75 
Cosí parlando, per quelle pendice 
Costanza vidi, Laspera e Mauro Castro, 
Barbarisi che ’n mar tien la radice. 
E vidi, ricercando per quel nastro, 
Pagropoli e Caffa del Genovese, 80 
Soldana, Vespro, Gabardi e Palastro. 
E poi che ’n verso il Tanai discese 
presso a Porto Pisan, sopra la Tana, 
la scorta mia a ragionar mi prese: 
“Qui la pontica gemma è molto strana: 85 
alcuna in color d’oro, chiara e bella, 
e qual sanguigna, quasi come grana, 
e dentro il mezzo lor luce una stella”. 
Apresso questo mi disse del fibro 
come e perché si caccia, la novella, 90 
cosí come la scrive nel suo libro. 

CAPITOLO X 
Ora passiamo tra popoli barberi, 
bestiali, mostruosi e salvatichi 
quanto le scimmie che stanno tra gli alberi. 
“Qui si convien ch’accortamente pratichi, 
disse Solin, ché ne’ tempi preteriti 5 
ismarriti ci son di ben grammatichi. 
E però fa, ch’andando, chiaro averiti 
per me o per altrui d’ogni tuo torbido, 
se de la gran fatica aspetti meriti”. 
“Non dubbiare, diss’io, che sia sí orbido 10 
ch’io scriva cosa, onde non abbia copia 
per te o per autor sentito o morbido; 
ché matto è quel che sí nel cuor s’appropia 
una cosa, che solo a sé vuol credere, 
veggendo che fa male e follia propia”. 15 
Qui non fu piú né ’l dimandar né ’l chiedere; 
la strada prese per la nostra Sizia 
su da levante, come dee procedere. 
Noi fummo dove Meotide ospizia 
con la figliuola, che vincea di correre 20 
ciascun, secondo che di lá s’indizia. 
Questo è paese a non voler trascorrere: 
acquoso è molto, ma, dove tu ’l semini, 
frutta sí ben, ch’altrui ne può soccorrere. 
Non lungi qui fu il regno de le femini 25 
che co’ mariti lor negavan vivere, 
salvo ch’al tempo del Toro e del Gemini. 
E se le lor confine deggio scrivere, 
sí l’Europa e l’Asia le dividono, 
che da niuna parte son dilivere. 30 
E con tanta franchezza giá si vidono, 
che Greci e Persi, quando n’han memoria, 
per danno antico e per vergogna stridono. 
Piú secoli regnaro in questa gloria; 
l’ordine loro assai fu bella e strania, 35 
come’ veder si può ’n alcuna storia. 
Di sotto a queste è ’l paese d’Albania, 
dove si truova gente senza novero; 
acerbi, ch’a passarvi è una smania. 
Cosí, seguendo dietro al mio ricovero, 40 
attraversando vidi il fiume d’Ipano 
tal, ch’ogni altro appo lui di lá par povero. 
Lungo ha sí il corso, che quei che s’arripano 
al suo principio, de la fine ignorano; 
ed e converso quei ch’al fin si stipano. 45 
In questa parte gli Auceti dimorano, 
ai quali il fiume pare un gran rimedio: 
navican quello piú che non lavorano. 
Utile è molto in fine a Callipedio, 
dove trova Exampeo, che, nel suo giungere, 50 
di natura il trasforma e fassi tedio. 
“Qui non bisogna ch’io ti debba pungere, 
disse Solin, perché a’ luoghi domestichi 
mille anni ognor ti dee parer di giungere. 
Maraviglia udirai, se tu lo investichi, 55 
de’ Neuri che in lupi si figurano 
la state, e vanno silvani e rubestichi. 
In fin che ’l sole è in Leo, cotali oscurano; 
poi ciascun torna in sua figura ed essere: 
non so il peccato, onde tal pena durano”. 60 
“Qui si conviene, a lui diss’io, compessere 
la lingua”; e, se non fossi il testimonio, 
non l’ardirei nei miei versi tessere. 
Tra questi corre il fiume Boristonio, 
abondevol di pesce buono e nobile, 65 
del qual le spine tenerume conio. 
Vidi i Geloni, gente ferma e immobile, 
e queste genti i corpi lor dipingono 
e piú e men com’hanno onore e mobile. 
Qui presso gli Antropofagi si stringono 70 
i quali vivon tanto crudelissimi, 
che d’usar carne umana non s’infingono. 
Qui passai boschi d’animai fierissimi 
che’n fin al mare di Tabi si stendono: 
piú e piú dí penai, sí son lunghissimi. 75 
Qui sono i Seres, che ’n Asia s’intendono, 
onde Solin mi disse: “Buono è volgere 
come a settentrion le strade scendono”. 
Le prime genti, che qui seppi sciolgere, 
Calibi e Dachi fun, che senza regola 80 
vivon crudei, né mai li puoi rivolgere. 
Una gente non lungi a lor s’impegola, 
gli Esidoni, sí piena d’ogni vizio, 
ch’a riveder quanto la morte negola. 
Qui fui ed ebbi di ciò vero indizio: 85 
che tanto sono acerbi li Scitauri, 
che squartan l’uom per farne sacrifizio. 
Li Numadi si pascon come tauri; 
li Satarcei, nemici d’avarizia, 
negan l’argento o cosa che s’inauri. 90 
Tutti i diletti e tutta la letizia 
de’ Georgi è quando i campi lavorano 
e che n’abbian ricolta con dovizia. 
Gli Asiati qui presso dimorano: 
costor non han de l’altrui desiderio 95 
né per ricchezza piú fra lor s’onorano. 
Albergo od ospidale o monasterio 
non vi trovai e però nel mio vivere 
usar mi convenia gran magisterio. 
Qui non val saper leggere né scrivere; 100 
né qui per cenno alcun ti sanno intendere; 
quivi non giova aver fiorin né livere, 
onde a’ bisogni tuoi li possi spendere. 

CAPITOLO XI 
Tu dèi creder, lettor, ch’io non iscrivo, 
in questi versi, cosa che non abbia 
verace testimonio o morto o vivo. 
Qui fui tra due confin, dov’è tal rabbia 
di genti, d’animai, d’acque e foreste, 5 
che qual v’entra può dir ch’è in una gabbia. 
Qui vid’io tali che fan de le teste 
de gli uomin coppe e bevono con quelle 
come Albuino usava a le sue feste. 
Quivi udii io diverse novelle, 10 
quivi cercai di strane regioni, 
quivi trovai di nove favelle. 
Io fui lá dove guardan li grifoni 
li nobili smeraldi e son come aspi, 
ti dico, fiere tigri over leoni. 15 
Questi nemici son de gli Arimaspi 
che han solo un occhio e tolgon gli smeraldi, 
ché altra gente non v’è che quivi raspi. 
Dietro a monte Rifeo son questi spaldi, 
nuvolo e ghiaccio, ond’io non vi passai, 20 
perché stella né sol par che vi scaldi. 
Ne la fine di Europa poi trovai 
gl’Iperborei, che hanno il dí sei mesi 
e sei la notte: e ciò non falla mai. 
Settanta miglia, per quello ch’io intesi, 25 
erano o piú da lo golfo di Trazia 
a l’isola Apollonita, ov’io scesi. 
Qual vivo scampa a Dio de’render grazia, 
ché va per l’ocean settentrione, 
dove ’l mar Morto over ghiacciato spazia. 30 
Ne l’isola Albacia son persone 
che vivon d’uova d’uccelli marini; 
e qui il mar Cronio e ’l Boristen si pone. 
Ne l’oceano, per quelle confini, 
in fra l’altre isole, una ve ne vidi 35 
tal che, pensando, ancor ne arriccio i crini. 
“O luce mia, diss’io, che qui mi guidi, 
che gente è questa, c’ha piè di cavallo?” 
Ed ello a me: “Que’ son detti Ippopidi”. 
“Questi non son, diss’io, d’andare a ballo; 40 
e però quanto puoi pur t’apparecchia 
partir da loro e cercare altro stallo”. 
Indi passammo a un’altra piú vecchia, 
dicendo: “Ecco i Fanesi, che le membra 
si veston, come vedi, con le orecchia”. 45 
“La gente di queste isole mi sembra 
che Dio e la natura gli abbia in ira, 
diss’io, né di piú trista mi rimembra.” 
Ed ello a me: “Passa pur oltre e mira 
che, come son bestiali in apparenza, 50 
cotai l’anime pensa che li gira”. 
Presa di questi vera esperienza, 
tornammo a terra ferma, in su lo stremo 
silvano, freddo e con poca semenza. 
Si com’io il vidi, dissi: “Ecco lo scemo, 55 
in fra me stesso, dove Lincus volse 
uccider, per rubar, giá Trittolemo”. 
La guida mia, parlando, a me si volse: 
“Vedi ’l paese che la Fame graffia 
e donde l’Oreade giá la tolse. 60 
E come leggi in molte pataffia, 
quest’è sí fuor d’ogni dolce pastura, 
che poco giova se pioggia l’annaffia”. 
Cosí cercando la secca pianura, 
ed eravamo volti in verso sera, 
mi ragionò del cervo la natura, 
la vita e la beltá de la pantera, 
e quanto i pardi e i tigri sono destri, 
secondo che nel libro suo gli avera. 
Usciti fuor di quei luoghi silvestri, 70 
venimmo in Dacia, ove gli uomini vidi 
piú belli, piú accorti e piú maestri. 
Esperto de’ costumi e de’ lor nidi, 
passammo in Gozia, dove l’oceano 
da tre parti percuote ne’ suoi lidi. 75 
De le Amazone funno, al tempo strano, 
mariti e da Magog il nome scese; 
piú regni acquistâr giá con la lor mano. 
Imperando Valente, del paese 
Gotti, Ipogotti, Gepidi e Vandali 80 
passâr Danubio con poche difese. 
Poi, dopo gravi affanni e molti scandali, 
presono Italia e in Africa ancora 
entrâr con navi, con galee e sandali. 
Sotto la tramontana, ov’ero allora, 85 
vidi Isolandia, de la qual mi giova 
che memoria ne sia per me ora, 
sí per lo bel cristallo, ch’uom vi trova, 
sí che i bianchi orsi sotto il ghiaccio sale 
pescano in mare il pesce che vi cova. 90 
Io non vi fui, ma per certo da tale 
autor l’udio, che senz’altro argomento 
lo scrivo altrui e far non mi par male: 
io dico lungo il mar, che qui rammento, 
uomini e femine magiche sono 95 
ch’a’ marinai col fil vendono il vento 
e quanto piace a loro aver ne pono. 

CAPITOLO XII 
Tanto son vago di cercare a dentro, 
ch’io mi lascio Solino alquanto a dietro 
ed esco fuor del suo segnato centro. 
E ciò ch’io veggio e per vero odo, impetro 
ne la mia mente, e poi cosí lo noto 
in questi versi con ch’io sono e cetro. 
Io son su l’ocean ghiaccio e rimoto, 
e a la fine di Suecia io sono 
in luogo pauroso, oscuro e vôto. 
Un’isola è apresso, ov’io ragiono: 
Scandelavia di lá nomar l’udio, 
onde Ibor fu, che giá fe’ sí gran trono. 
E sí come da quella mi partio, 
venendo in verso noi ne vidi un’altra 
piú dimestica assai al parer mio. 
La gente è quivi molto accorta e scaltra; 
vendono e compran pelli e cose strani, 
che mandan poi d’una provincia in altra, 
diversi uccei, gran penne di fagiani: 
Gottolandia da’ Gotti si dice, 
che prima l’abitâr ne gli anni strani. 
Dietro da me, lungo quella pendice, 
lassai Livalia, ove il fiume di Narve 
bagna il paese in fine a la radice. 
Per quel cammin, che piú dritto mi parve 
sotto ’l settentrion, vèr la marina, 
Norvegia lungo Isolandia m’apparve. 
Dal mezzodí con Dacia confina; 
da levante Galazia e da ponente 
l’Ibernico ocean li s’avvicina. 
Bianca, robusta e grande v’è la gente 
e il paese alpestro e con gran selve 
e freddo sí, che poco caldo sente. 
Assai v’è pesce, selvaggina e belve 
onde han la vita lor, ché da la terra 35 
biada, olio e vin non si divelve. 
Il mare intorno a tre parti la serra; 
pescator sono e cacciatori isnelli 
e, quai pirati, altrui per mar fan guerra. 
Girfalchi bianchi e novitá d’uccelli 40 
e diversi animai vi sono assai, 
orsi canuti e fibri grandi e belli. 
Un’acqua v’è, ch’a l’Elsa assomigliai. 
Da poi che ’l sole è giunto in Capricorno, 
passan piú dí, che non v’è giorno mai. 45 
Norvegia lascio e a Isolandia torno; 
prendo il cammino, a seguir la mia tema, 
dove il lago di Scarse dá del corno. 
Per molte isole si naviga e rema 
in quella parte, com son Lite e Edia 50 
e Silia nigra, Sanso e Finema. 
E come quel che volentier si spedia 
del suo cammin, Vetur, Chitan e Nu 
passai con gran fatica e con gran tedia. 
In questa parte, sotto il freddo piú, 55 
si passa in Prussia, ove Lettan si trova; 
senza fé son, quanto mai gente fu. 
La legge che hanno è sí bestiale e nova, 
ch’adoran ciò che prima il giorno vede, 
pur che sia cosa che con vita mova. 60 
E qual fa sacramento di gran fede, 
uccide un bo e, sul sangue di quello 
giurando, ’l giuro per fermo si crede. 
Cosí per questa strada, ch’io favello, 
entrai nel paese di Apollonia: 65 
pover mi parve in vista e poco bello. 
In Vandalia fui e per Graconia 
e da lá Turon e molti altri fiumi 
passai, che quella terra riga e conia. 
Poi chiara e nota la Buemmia fumi, 70 
copiosa d’argento e di metalli, 
con bella gente e di novi costumi. 
Praga v’è grande e con nobili stalli; 
l’Albia l’adorna e quel paese onora 
sí come corre per piani e per valli. 75 
Abeti e pini assai vi sono ancora, 
e orsi e pardi e diversi animali, 
che ne’ gran boschi stanno e fan dimora. 
Erbe aromatiche e medicinali 
molte si trovano e gran pro ne fanno 80 
la gente quivi in diversi mali. 
Fra l’altre fiere, una bestia v’hanno 
grande, che chiaman bo, crudele e dura, 
con lunghe corna, che ferir non sanno. 
D’altro l’ha proveduto la natura: 85 
ché sotto il mento ha come una borsa, 
che d’acqua l’empie e scalda in gran calura. 
E poi ch’egli è cacciato e messo in corsa, 
volgesi a dietro e l’acqua fuori getta 
e ciò che giunge pela e i nervi attorsa. 90 
E quanto piú è messo a grave stretta, 
piú scalda l’acqua e con piú ira torna 
in contro a quei che piú presso l’aspetta: 
e cosí i cani e i cacciatori iscorna. 

CAPITOLO XIII 
Con gli occhi de la mente a te convene, 
che leggi, imaginar di punto in punto, 
se vuoi la via ch’io fo comprender bene. 
Sizia ho cercato e sono, alfine, giunto: 
sempre dal destro, l’oceano e i monti 5 
Iperborei e Rifei e qui fo punto; 
dal sinistro, il Danubio e le sue fonti: 
or ciò ch’è in mezzo a queste due confini, 
in fino a qui, Sizia par che si conti; 
poi quanto dal principio pellegrini 
del Danubio, com’io ti scrivo altrove, 
Pannonia è detta in fino a le sue fini. 
Dal monte Apennin lo nome move; 
copiosa è molto di metalli 
e marmi di piú guise ancor vi trove. 15 
Sale ha sí bel, che par che sien cristalli, 
larghe pasture e ubertose molto 
e, per cacciar, dilettevoli stalli. 
Lungo è il paese e in piú parti sciolto 
di gente, ond’elli isvarian di costumi 20 
e cosí fan di linguaggio e di volto. 
Divisi sono i regni da gran fiumi; 
ma sopra tutti l’Ungaria notai, 
la qual Mesia si scrive in piú volumi. 
Degna è d’onor, quanto reina mai, 25 
Isabetta, che fe’ al marito scudo 
del corpo, onde la man ne sentí guai. 
Ma, perché non rimanga passo ignudo 
in queste parti, che sia da notare, 
Burgari, Rossi e Bracchi qui conchiudo. 30 
Vidivi Sevo, che non minor pare 
di Rifeo, sopra questa provincia: 
alto è sí, che par che passi l’a’re. 
Dove ’l Danubio il suo corso comincia, 
e dove il Ren ne l’ocean s’annega, 35 
German son detti in lungo e per ischincia. 
Qui ritornai a quel, che non mi nega 
cosa che possa e dissi: “Li Buemmi 
sono per loro o col German si lega?” 
“Come ’l rubino e ’l zaffir son due gemmi 40 
per sé ciascuna, questi son divisi”: 
cotal risposta a la domanda femmi. 
“La lingua il dice e i lor costumi e i visi, 
i monti e i fiumi, apresso mi disse, 
come tu puoi veder se ben t’avisi”. 45 
Poi, prima ch’io del paese uscisse, 
volsi sapere chi n’era signore 
per un che meco a ragionar s’affisse. 
“Un nipote d’Arrigo imperadore, 
figliuol del re Giovanni, il regno tene, 50 
poco del corpo e men troppo del core: 
Carlo si scrive e Cesar si contene. 
Ben so che sai chi è, ché per Italia 
quant’è di gran valor si dice bene. 
Menato fu come un fanciul da balia, 55 
patteggiato, a Melano a incoronarsi, 
dove acquistar potea piú lá che Galia. 
Quel che fece in Toscana ancora parsi 
e ’l trionfar di Puglia e di Fiorenza 
fu tôr danari e via pensar d’andarsi”. 60 
“Or cosí va che la Somma Potenza, 
rispuosi a lui, consente signoria 
oggi nel mondo a sí fatta semenza!” 
Da lui partito, in vèr la Germania 
mi trassi, avendo l’occhio in vèr ponente, 65 
come Solino mi facea la via. 
German son detti per la molta gente 
che germina il paese e Alemanni 
da Leman, fiume ruvido corrente. 
Robusti, grandi e forti a tutti affanni 70 
gli uomini sono e ne le armi impronti, 
leali altrui e buon, se non l’inganni. 
Io vidi, per que’ boschi e per li monti, 
diverse fiere e con nuovi costumi, 
alce e uri, dico, e gran bisonti. 75 
E vidi gli erquinei che fanno lumi 
la notte, tal che mi fu maraviglia, 
tanto mi risplendean le vive piumi. 
Ne l’isola Gresana ancor si piglia 
d’un arbore il succin, c’ha le sue rama 80 
sí fatte e tal, ch’al pino s’assomiglia. 
Vidi una gemma: gallaico si chiama 
e, secondo ch’udio, la sua bontade 
passa l’arabe per nome e per fama. 
E vidi ancor, tra l’altre novitade, 
lo ceraunio, lo qual candido è quive 
come che ’l truovi in altre contrade. 
Di ciò che ho conto, ch’è per quelle rive, 
indi Solin mi disse la natura 
di punto in punto come la descrive, 90 
e la propia forma e la figura. 


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Ultimo Aggiornamento:
14/07/2005 23.36