De Bibliotheca

Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

Dei delitti e delle pene

di Cesare Beccaria

(1763)

Capitolo 4

INTERPETRAZIONE DELLE LEGGI

Quarta conseguenza. Nemmeno l'autoritÓ d'interpetrare le leggi penali pu˛ risedere presso i giudici criminali per la stessa ragione che non sono legislatori. I giudici non hanno ricevuto le leggi dagli antichi nostri padri come una tradizione domestica ed un testamento che non lasciasse ai posteri che la cura d'ubbidire, ma le ricevono dalla vivente societÓ, o dal sovrano rappresentatore di essa, come legittimo depositario dell'attuale risultato della volontÓ di tutti; le ricevono non come obbligazioni d'un antico giuramento, nullo, perchÚ legava volontÓ non esistenti, iniquo, perchÚ riduceva gli uomini dallo stato di societÓ allo stato di mandra, ma come effetti di un tacito o espresso giuramento, che le volontÓ riunite dei viventi sudditi hanno fatto al sovrano, come vincoli necessari per frenare e reggere l'intestino fermento degl'interessi particolari. Quest'Ŕ la fisica e reale autoritÓ delle leggi. Chi sarÓ dunque il legittimo interpetre della legge? Il sovrano, cioŔ il depositario delle attuali volontÓ di tutti, o il giudice, il di cui ufficio Ŕ solo l'esaminare se il tal uomo abbia fatto o no un'azione contraria alle leggi?

In ogni delitto si deve fare dal giudice un sillogismo perfetto: la maggiore dev'essere la legge generale, la minore l'azione conforme o no alla legge, la conseguenza la libertÓ o la pena. Quando il giudice sia costretto, o voglia fare anche soli due sillogismi, si apre la porta all'incertezza.

Non v'Ŕ cosa pi˙ pericolosa di quell'assioma comune che bisogna consultare lo spirito della legge. Questo Ŕ un argine rotto al torrente delle opinioni. Questa veritÓ, che sembra un paradosso alle menti volgari, pi˙ percosse da un piccol disordine presente che dalle funeste ma rimote conseguenze che nascono da un falso principio radicato in una nazione, mi sembra dimostrata. Le nostre cognizioni e tutte le nostre idee hanno una reciproca connessione; quanto pi˙ sono complicate, tanto pi˙ numerose sono le strade che ad esse arrivano e partono. Ciascun uomo ha il suo punto di vista, ciascun uomo in differenti tempi ne ha un diverso. Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o cattiva logica di un giudice, di una facile o malsana digestione, dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice coll'offeso e da tutte quelle minime forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell'animo fluttuante dell'uomo. Quindi veggiamo la sorte di un cittadino cambiarsi spesse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali, e le vite de' miserabili essere la vittima dei falsi raziocini o dell'attuale fermento degli umori d'un giudice, che prende per legittima interpetrazione il vago risultato di tutta quella confusa serie di nozioni che gli muove la mente. Quindi veggiamo gli stessi delitti dallo stesso tribunale puniti diversamente in diversi tempi, per aver consultato non la costante e fissa voce della legge, ma l'errante instabilitÓ delle interpetrazioni.

Un disordine che nasce dalla rigorosa osservanza della lettera di una legge penale non Ŕ da mettersi in confronto coi disordini che nascono dalla interpetrazione. Un tal momentaneo inconveniente spinge a fare la facile e necessaria correzione alle parole della legge, che sono la cagione dell'incertezza, ma impedisce la fatale licenza di ragionare, da cui nascono le arbitrarie e venali controversie. Quando un codice fisso di leggi, che si debbono osservare alla lettera, non lascia al giudice altra incombenza che di esaminare le azioni de' cittadini, e giudicarle conformi o difformi alla legge scritta, quando la norma del giusto e dell'ingiusto, che deve dirigere le azioni sÝ del cittadino ignorante come del cittadino filosofo, non Ŕ un affare di controversia, ma di fatto, allora i sudditi non sono soggetti alle piccole tirannie di molti, tanto pi˙ crudeli quanto Ŕ minore la distanza fra chi soffre e chi fa soffrire, pi˙ fatali che quelle di un solo, perchÚ il dispotismo di molti non Ŕ correggibile che dal dispotismo di un solo e la crudeltÓ di un dispotico Ŕ proporzionata non alla forza, ma agli ostacoli. CosÝ acquistano i cittadini quella sicurezza di loro stessi che Ŕ giusta perchÚ Ŕ lo scopo per cui gli uomini stanno in societÓ, che Ŕ utile perchÚ gli mette nel caso di esattamente calcolare gl'inconvenienti di un misfatto. Egli Ŕ vero altresÝ che acquisteranno uno spirito d'indipendenza, ma non giÓ scuotitore delle leggi e ricalcitrante a' supremi magistrati, bensÝ a quelli che hanno osato chiamare col sacro nome di virt˙ la debolezza di cedere alle loro interessate o capricciose opinioni. Questi principii spiaceranno a coloro che si sono fatto un diritto di trasmettere agl'inferiori i colpi della tirannia che hanno ricevuto dai superiori. Dovrei tutto temere, se lo spirito di tirannia fosse componibile collo spirito di lettura.

WB01467_.gif (3363 byte)

Edizione HTML a cura di: mail@debibliotheca.com

Ultimo Aggionamento:13/07/05 22.50