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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

Dei delitti e delle pene

di Cesare Beccaria

(1763)

Capitolo 21

PENE DEI NOBILI

Quali saranno dunque le pene dovute ai delitti dei nobili, i privilegi dei quali formano gran parte delle leggi delle nazioni? Io qui non esaminer˛ se questa distinzione ereditaria tra nobili e plebei sia utile in un governo o necessaria nella monarchia, se egli Ŕ vero che formi un potere intermedio, che limiti gli eccessi dei due estremi, o non piuttosto formi un ceto che, schiavo di se stesso e di altrui, racchiude ogni circolazione di credito e di speranza in uno strettissimo cerchio, simile a quelle feconde ed amene isolette che spiccano negli arenosi e vasti deserti d'Arabia, e che, quando sia vero che la disuguaglianza sia inevitabile o utile nelle societÓ, sia vero altresÝ che ella debba consistere piuttosto nei ceti che negl'individui, fermarsi in una parte piuttosto che circolare per tutto il corpo politico, perpetuarsi piuttosto che nascere e distruggersi incessantemente. Io mi ristringer˛ alle sole pene dovute a questo rango, asserendo che esser debbono le medesime pel primo e per l'ultimo cittadino. Ogni distinzione sia negli onori sia nelle ricchezze perchÚ sia legittima suppone un'anteriore uguaglianza fondata sulle leggi, che considerano tutti i sudditi come egualmente dipendenti da esse. Si deve supporre che gli uomini che hanno rinunziato al naturale loro dispotismo abbiano detto: chi sarÓ pi˙ industrioso abbia maggiori onori, e la fama di lui risplenda ne' suoi successori; ma chi Ŕ pi˙ felice o pi˙ onorato speri di pi˙, ma non tema meno degli altri di violare quei patti coi quali Ŕ sopra gli altri sollevato. Egli Ŕ vero che tali decreti non emanarono in una dieta del genere umano, ma tali decreti esistono negl'immobili rapporti delle cose, non distruggono quei vantaggi che si suppongono prodotti dalla nobiltÓ e ne impediscono gl'inconvenienti; rendono formidabili le leggi chiudendo ogni strada all'impunitÓ. A chi dicesse che la medesima pena data al nobile ed al plebeo non Ŕ realmente la stessa per la diversitÓ dell'educazione, per l'infamia che spandesi su di un'illustre famiglia, risponderei che la sensibilitÓ del reo non Ŕ la misura delle pene, ma il pubblico danno, tanto maggiore quanto Ŕ fatto da chi Ŕ pi˙ favorito; e che l'uguaglianza delle pene non pu˛ essere che estrinseca, essendo realmente diversa in ciascun individuo; che l'infamia di una famiglia pu˛ esser tolta dal sovrano con dimostrazioni pubbliche di benevolenza all'innocente famiglia del reo. E chi non sa che le sensibili formalitÓ tengon luogo di ragioni al credulo ed ammiratore popolo?

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