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De Bibliotheca

Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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Appendice prima
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Con la penna d'oro

ITALO SVEVO

[TERZO]

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ATTO TERZO

 

SCENA PRIMA

TERESINA e MARIA

 

MARIA.                Ve lo dico e ve lo ripeto: Non era arrabbiata ma soltanto spazientita. Aveva solo l'aria di mandar me a quel paese e non voi. M'interruppe gridando: Parlerò io oggi con la zia. E poi: Ho capito! Avete capito che ho capito?

TERESINA.         Ma io ti dissi di dirle che mi trovavo tanto bene in questa casa e che se volevo uscirne era soltanto per andar a stare in quell'altra casa, pur sua, a Tricesimo perché avevo tanto desiderio di verde e di aria. Tutto questo tu non le dicesti.

MARIA.                Glielo direte voi se ne sarete capace. La signora Alberta non ha tempo; dico che per noi non ha tempo. Io andavo spiegandole che non volevate lasciare questa casa… assolutamente non lo volevate… perché non potevate neppur pensare di restare priva di tutte queste comodità… che però e volevo cominciare a parlare di Tricesimo. Durante il mio discorso sentivo che qualcuno si dilettava di battere il tempo al mio discorso. Era il piede della signora Alberta impaziente e nervosa. Feci finta di non accorgermene ma dovetti tacere quando essa cominciò anche a picchiare il tavolo con le mani. Piccoli piedi e piccole mani ma quanto maleducate! A me fa un po' specie di vedermi tagliata la parola da chi mi stava a sentire tanto volontieri finché ero in casa della signora Alice.

TERESINA          (commossa con voce profonda). Abbiamo trattato male con quella poverina!…

MARIA.                Perché? Che male gliene è derivato?

TERESINA.         Io spero che non gliene sia derivato alcuno e se fosse altrimenti non saprei perdonarmelo mai.

MARIA.                Eppure non vedevate l'ora di lasciare la sua casa.

TERESINA.         C'era tanto disordine in quella casa… e c'era anche tanto disordine nel mio cuore. Non potevo aiutarla e perciò mi pareva di dover volgerle la schiena, al piú presto, al piú presto. (Piangendo.) Era stata sempre la mia prediletta e non capisco perché e per tanto tempo io mi sia trattenuta dal volerle bene.

MARIA.                Non piangete, voi, che avete da piangere tanto per voi stessa.

TERESINA.         Ma queste lagrime, sparse per affetto, sono dolci lagrime. Quelle che spargo per me o per le mie povere gambe o per questa sedia mi soffocano. Queste invece mi danno sollievo. Ecco che senza che nessuno abbia bisogno di spingermi o di portarmi io varco col pensiero lo spazio e sono presso di lei, la poverina. Ecco che torno a vivere perché voglio bene. Io non sono piú solo la Teresina che ha paura di tutti coloro da cui il suo destino dipende. Io sono anche qualche cosa d'altro… (Godendosi intimamente.)

MARIA                 (sorridendo). Che cosa siete? Ditemelo che veda se posso essere anch'io questo qualche cosa d'altro.

TERESINA.         No! Tu non lo puoi! Vedi, per Alice io saprei anche dimenticare tutti i riguardi che mi sono imposta. Se Alice avesse bisogno di me… io credo che saprei anche camminare. Sí! Lo credo! Io sono anche una mamma!

MARIA.                A me non piacerebbe di essere mamma… almeno finché non sono sposata.

TERESINA          (ridendo con sforzo). Ah! Ah! Hai fatto uno scherzo bellissimo! Sí! bellissimo.

MARIA.                In fondo quella signora Alice è meno disgraziata di quanto voi sembrate di credere. Ci si divertiva tanto noi a quel gioco. Figuratevi come doveva divertirsi lei.

TERESINA.         So che vuoi ridere. Anche tu intendevi com'era infelice! Dí!

MARIA.                Vedevo che piangeva molto ma ciò non m'impediva di invidiarla. Certo che anche a me era piú simpatica di questa signora piena di pretese. D'altronde è vero che questa casa è meglio tenuta di quella e che ci si sta bene. Pare di vivere in un orologio tanto è ben tenuta.

TERESINA.         Bella bravura con tutti quei denari. Io non dico che Alberta non sia buona. Dicono che faccia molta carità. Ma come affetto tutta la sua carità non vale le lagrime di cui Alice irrora le teste dei suoi bambini. Povera mammina infelice! Eppoi se Alice non si curava di me era scusabile perché tanto preoccupata. Invece Alberta… Già! Ha molto da fare. Ecco due giorni che non la vedo. M'allontanò dalla sua tavola… Non dico che non abbia fatto bene. Io non mi vi trovavo bene con quel Carlo tutto assorto nei suoi affari. Parlavano molto di denari, centomila, duecentomila e anche piú. Per me è un argomento doloroso quello. E pensavo: Se ne avessi soli diecimila andrei in Friuli… naturalmente con te.

MARIA.                Ma io non ci verrei. Che cosa volete fare con diecimila franchi? Bisognerebbe vivere di sola polenta.

TERESINA.         Tu non sai come sia buona la polenta in certi casi. Eppoi è sana, sai? Io credo che questi cibi raffinati mi rendano malata.

MARIA.                Perché non lo dite alla signora Alberta?

TERESINA.         Io già glielo dissi. Essa chiamò il dottore, mi fece visitare ed ora mi dà quello che disse il dottore.

MARIA.                È una donna seria quella. In casa della signora Alice mi era parsa tutt'altra cosa.

TERESINA.         Eh! già! In casa d'Alice essa non intendeva mica di portare ordine.

 

SCENA SECONDA

ALBERTA, CHERMIS e DETTE

 

ALBERTA.          Eccomi qua con Lei, zia. Sta bene? Ho portato con me Chermis perché egli se ne intende bene delle condizioni in cui Lei troverebbe ora la casa di Tricesimo. Dille tu, Chermis. Può essa ora andare a Tricesimo?

CHERMIS             (declama come una lezione appresa). Impossibile! Aspettiamo di giorno in giorno il momento di poter seminare. Dunque quando cessasse questa pioggia dovrebbero essere impiegate tutte le persone che abbiamo disponibili, anche i bambini. Ella rimarrebbe in casa del tutto abbandonata… a meno che non volesse aiutare alla semina. (Ride.)

TERESINA.         Eh! so, so, come vanno queste cose… Io di campagna me ne intendo.

ALBERTA.          Ella dovrebbe ritardare perciò la sua andata a Tricesimo. Anche i tempi cattivi dovrebbero indurla a mettersi in quella casa ch'è umida. È una casa che non si può abitare che di pieno estate.

TERESINA.         Lo so… lo so… Te lo dicevo eh, Maria.

MARIA.                A me?

TERESINA.         Ma sí! Ricorda! A te. È vero che dicevo anche che avendo vissuto sempre in campagna in quelle case dalle mura sottili, dalle finestre meno riparate, l'umidità della buona aria aperta non avrebbe potuto farmi tanto male. Ma poi c'è quell'altra quistione. Quando il tempo è stato quello di quest'anno se il sole una buona volta, finalmente, riesce ad asciugare il suolo, bisogna essere tutti… tutti ai campi. Lo avevo detto anche a Maria. È vero che quando tutti vanno al campo Maria resterebbe con me.

ALBERTA.          Ma chi cucinerebbe, chi terrebbe in ordine le vostre stanze?

TERESINA.         Brava! Non ci sarebbe nessuno… nessuno.

ALBERTA.          Perciò restiamo d'accordo, cara zia. Io le dirò quando Ella potrà partire. Non abbia impazienze. Poi resterà a Tricesimo finché dura il buon sole. Addio zia! Ritorno ai miei conti.

TERESINA.         Te ne prego, Alberta, avrei da dirti qualche cosa. (Giungendo le mani.)

ALBERTA.          Giusto ora? Giusto ora non posso. Di qui a mezz'ora sono con Lei. Venite, Chermis! (Esce con Chermis.)

 

SCENA TERZA

TERESINA e MARIA

 

TERESINA          (guarda lungamente dietro ad Alberta).

MARIA.                Che cosa volevate dirle?

TERESINA.         Avrei voluto domandarle notizie di Alice. Sono otto giorni che non viene qui e mai mi riuscí di restare sola per un istante con lei. Avrei da dirle tante cose. Oh! potessi ritornare da Alice almeno finché non si va a Tricesimo.

MARIA.                Ho paura che se ritornate dalla signora Alice dopo pochi giorni desiderereste un'altra volta di lasciare quella casa per ritornare in questa. Anche a me piacerebbe di vedere come vanno le cose in quella casa. Ma vorrei continuare ad essere qui a pranzo e a cena. Quella roba cruda o bruciata che si riceveva in casa della signora Alice!

TERESINA.         Già, per te il mangiare è cosa essenziale. Per me, per quel poco che mangio…

MARIA.                Ma quel poco vi piace ben preparato.

TERESINA.         Avrei tanto desiderato di parlarle di Alice. Giacché non posso parlare con Alice avrei potuto parlare di lei e per lei. Io ero preparata a dirle con tutta chiarezza: Fa dunque tu il primo passo, tu che sei la piú ricca, tu che certo di Alice non hai bisogno. Se sei la benefattrice che credi stendile per prima la mano.

MARIA.                Non avreste avuto il coraggio di dirle tante cose.

TERESINA.         Oh! certo, certo! Vi ero preparata. Forse quello della benefattrice non lo avrei detto. Sarebbe stata anche cattiva politica. Ma il resto… Non c'è niente di male del resto.

 

SCENA QUARTA

CARLO e DETTE

 

CARLO.                Non c'è Alberta?

TERESINA.         Buon giorno, signor Carlo.

CARLO.                Buon giorno, signora! Come sta? Ha una buona cera quest'oggi. Me ne congratulo! Arrivederci. (Scappa a sinistra.)

 

SCENA QUINTA

TERESINA e MARIA

 

MARIA.                Com'è curioso di sapere come Ella stia.

TERESINA.         È tutto assorto nei suoi affari. Ogni giorno mi dice la stessa frase e poi corre via.

MARIA.                Ma davvero che domani voglio andargli incontro subito non appena lo vedo e gridargli: La signora sta bene! Non si scomodi!

 

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:17/07/2005 20.19

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