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Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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Un marito

ITALO SVEVO

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ATTO PRIMO

 

 

SCENA QUINTA

AMELIA e DETTI

 

AMELIA               (di fuori). Si può?

PAOLO.               Lupus in fabula.

BICE                     (va ad incontrare Amelia). T'aspettiamo da un pezzo.

AMELIA.              Ma io non potevo venire prima. Ho dovuto aspettare il dottore. Avevo pregato Paolo di attendere anche lui ma lui… (Accennando l'indifferenza del marito.)

PAOLO.               Io sono corso qui per un affare della massima premura.

FEDERICO         (stupito). Per un affare?

PAOLO.               Te ne parlerò dopo; è fatto in un momento.

AMELIA.              L’affare ha potuto attendere fino adesso e fino adesso potevi attendere anche tu.

PAOLO.               Ma io avevo due affari; questo e un altro che ho già liquidato.

AMELIA               (brontola). E se non bastassero due ne inventeresti tre.

PAOLO.               E che cosa disse di Guido il dottore?

AMELIA.              Che non ha nulla e che lo si porti all'aria. (Subito decisa.) Perciò verrà con noi a Villa Luisa.

PAOLO.               Capisco che il tono non ammette replica. Io però se fossi in te ci penserei prima di rischiare un tanto. Abbiamo potuto capire tutt'e due che questa notte il bambino aveva la febbre; non fidiamoci della parola di un dottore cui non duole la testa. E se gli ritorna la febbre? (Bice e Federico ridono.)

AMELIA               (adirata). Già si capisce; tu non puoi soffrire che ti stia accanto.

BICE.                    Oh! venga, venga con noi! Per me il divertimento ne è raddoppiato. Quando un bambino mi saltella dinanzi, io capisco meglio il verde, i fiori, gli alberi, tutte le cose dei poeti.

AMELIA.              Brava, Bice!

PAOLO.               Andiamo allora. Giacché le due signore sono convinte che la salute di Guido non corre alcun pericolo, non ho nulla piú da obbiettare. Tu, Federico, ci raggiungi, nevvero?

FEDERICO.        Sicuramente.

PAOLO.               E allora moviamoci. E vostro fratello? È forse già ripartito?

 

 

SCENA SESTA

Dottor REALI e DETTI

 

REALI.                 Buon giorno. Siete incamminati? Tanto piú facilmente farete senza di me che ho da parlare a lungo con Federico.

PAOLO.               Non potresti rimandare questo colloquio a stasera?

REALI.                 Eh! capisco! Tu hai parlato e adesso vorresti impedire a me di agirti contro.

PAOLO.               Io? Mi credi troppo furbo! Ti do la mia parola d'onore ch'io con Federico non parlai ancora. In quest'istante avevo risolto di rimandare il tutto a questa sera. Fai anche tu cosí e vieni a festeggiare il nostro armistizio a Villa Luisa.

REALI.                 Io parto domattina e voglio prima regolare con Federico quest'affare.

PAOLO.               E allora senti! Che bisogno c'è che parliamo ambedue dello stesso affare a Federico? Parla tu solo! È la migliore risposta ch'io possa fare a quella tua accusa di doppiezza. Promettimi soltanto che metterai una buona parola anche in vantaggio del mio patrocinato.

REALI.                 No! Questo non posso promettere!

PAOLO.               E non occorre neppur questo allora! Io so già di aver vinto la mia causa perché conosco il modo di pensare di Federico.

BICE.                    Di che si tratta?

REALI.                 Un affare legale qualunque.

BICE.                    E che a te preme tanto?

REALI.                 È il mestiere di noi medici di appassionarci per gli affari altrui.

BICE                     (lo guarda indagando e non comprendendo niente, lo saluta). Ci raggiungi poi con Federico? Vieni qui per trovarci e tanto poco sei stato con noi.

REALI.                 Scusami sai povera Bice. Sempre quel mestiere di cui ti parlavo. Arrivato qui mi saltarono addosso amici e conoscenti a confidarmi tutti i loro affari e per i miei, che siete voi due, non mi restò tempo. Non potrò venire da voi neppure piú tardi.

AMELIA.              Ella parte domani… già? (Timidamente e dispiacente.)

PAOLO.               A proposito degli affari altrui… Essa desidera che tu guardi un po' in gola a nostro figlio.

REALI                  (compiacente). Signora! Se le è comodo verrò questa sera.

AMELIA               (commossa). Oh! grazie! È da tanto tempo che desideravo di sentire la sua parola. Lei potrebbe dirmi come debba comportarmi con Guido. Ho talvolta di tali angoscie! Paolo dice che Guido è tanto malaticcio causa la mia bontà.

REALI.                 Oh! la bontà non crea mai la malattia.

AMELIA               (a Paolo). Vedi?

PAOLO.               Bisogna saper distinguere.

REALI.                 Seccatore! Vorrai lasciare la signora in pace? Arrivederci dunque questa sera.

BICE.                    Tanta fretta hai di parlare con Federico che ci congedi?

REALI.                 No! Non vi congedo! (A bassa voce.) Te ne prego! Vattene e conduci teco tutta questa gente! (A voce alta.) Perderete le piú belle ore di campagna.

BICE.                    Hai ragione! Andiamo! Addio, Federico!

FEDERICO         (s'alza e va a congedare Amelia, Paolo e Bice). Addio! Buon divertimento!

AMELIA.              Arrivederci, professore!

PAOLO                (a Reali). Vedrai come perdi il fiato e come lo risparmi a me.

 

 

SCENA SETTIMA

REALI e FEDERICO

 

REALI                  (guardando dietro a Paolo). Strana la mia relazione con quest'uomo. Non lo posso digerire e mi tocca fare come se lo amassi e solo perché egli dice di amarmi e crede di averne il diritto. Fui tanto stupido da studente da ammirare il suo spirito e da trovarmi bene con lui nelle baldorie. Lo trovo sempre uguale! Affetta un carattere, ne affetta un altro, solo per farti ridere. Auff!

FEDERICO.        Bice ci si diverte. (Senz'alcun accento.)

REALI.                 Pensa che come lo vedi ha nelle sue mani la vita di un uomo, di un congiunto! Ed egli se ne va a Villa Luisa a fare dello spirito anche a spalle della propria moglie e del proprio figlio. Ora a noi! (Siede accanto al tavolo di Federico.)

FEDERICO.        La vita di un uomo affidata a Paolo! Di che si tratta? (Siede al proprio tavolo.)

REALI.                 Io ho da parlarti dello stesso argomento di cui egli era incaricato d'intrattenerti. Egli è incaricato di officiarti a difensore di Vincenzo Cerigni suo cugino; io poi sono incaricato di pregarti di non commettere una corbelleria simile.

FEDERICO         (attento e attonito). Non capisco niente! Chi è questo Vincenzo Cerigni e che cosa ha commesso?

REALI.                 Io ho da parlarti dello stesso argomento di cui da due settimane s'occupa la città intera? Ma dove vivi tu?

FEDERICO.        Nei miei affari.

REALI.                 E non leggi giornali?

FEDERICO.        Di rado e superficialmente.

REALI.                 E allora devo cominciare coll'esporti il delitto commesso dal Cerigni. Esso non ebbe altri testimoni che il suo autore e quindi te lo racconto come lo racconta lui stesso. Dieci giorni or sono, invitato a cena da alcuni amici, Cerigni di sera tardi saluta la giovine moglie, non so se piú o meno affettuosamente, ed esce. Un accidente toccato alla sua carrozza lo inzacchera, leggermente lo ferisce ad una mano, insomma lo obbliga a ritornare immediatamente in casa. Trova la cameriera dinanzi alla porta della camera da letto la quale, vedendolo, si smarrisce, urla: “Il padrone, il padrone!” e fugge. Cerigni, dopo lunghi sforzi, riesce a forzare la porta che non vuole aprirsi. Entra. La moglie mezzo svestita gli corre incontro, cade in ginocchio e domanda perdono di una colpa ch'egli ancora non ha indovinata. Cerigni come un forsennato si mette alla ricerca dell'amante, sotto il letto, nella stanza da bagno, persino negli armadii. Vuole che la moglie gli dica dove si trovi e poiché costei vi si rifiuta egli le spacca la testa con un colpo di rivoltella.

FEDERICO         (ch'è stato ad ascoltare attentamente). E tu?

REALI                  (stupito). Ed io?

FEDERICO.        Volevo domandarti se eri incaricato tu d'impedirmi d'assumere la difesa di questo disgraziato.

REALI.                 Sí! Hai capito esattamente di che si tratti.

FEDERICO.        E perché vuoi impedirmi tale difesa?

REALI                  (quasi timidamente). Te lo dirò. Hai capito perché il padre di Cerigni, quella vecchia volpe, ci tenga tanto a conquistare te a difensore del figlio?

FEDERICO.        Sí!

REALI.                 Capisci bene che non vogliono in te l'avvocato dotto od eloquente! Tu non godi neppure piú di questa fama. Da molti anni il tuo nome non appare che in cause d'indole economica. Vogliono dunque attrarti in un campo che non è neppure il tuo e perché?

FEDERICO.        Si capisce!

REALI                  (con calore). Essi sperano che tu dal tuo pulpito faccia allusione al tuo proprio caso. Sperano che tu abbia a gridare ai giurati: Come potreste condannare costui se io nel caso medesimo sono stato assolto? Insomma ti mettono sul pulpito perché tu a un dato momento ne scenda e ti ponga da te alla gogna accanto all'accusato.

FEDERICO         (offeso). Alla gogna? A un posto d'onore! Non solo da buon avvocato ma anche da uomo convinto io non respingerò alcuno degli argomenti che potrebbero favorire il mio difeso. Non farò soltanto quello che il Cerigni spera. Farò di piú. Dirò ai giurati: Io commisi lo stesso misfatto dieci anni or sono e mi vedete tanto convinto di quanto ho fatto che vengo a difendere me stesso in altrui perché se voi condannerete costui avrete condannato con lo stesso verdetto anche me e qualunque si sia trovato obbligato di difendere il proprio onore con un'azione crudele.

REALI.                 Ma forse ingannerai cosí i giurati. Chi ti dice che il caso di Cerigni sia tanto simile al tuo?

FEDERICO.        Mi pare identico.

REALI.                 A me vien detto che al Cerigni si attribuiscano ogni sorta di mancanze verso la moglie.

FEDERICO         (con calore ed ira). Vedi, Alfredo! Mi offendi, mi torturi! Da ogni tua parola io capisco che tu stesso includi me e il Cerigni nel medesimo giudizio e che con un'ipocrisia veramente indegna di te lo celi per non offendermi, per non turbarmi. (Tenta di calmarsi invano.) Ma fratello! Leva la maschera; è l'unico modo per non ferirmi. Questa è la barriera sollevatasi fra noi. Prima del mio matrimonio con tua sorella, eravamo piú amici che dopo. Adesso ne capisco il perché. Stimo io! Con me tu non sai piú parlare come pensi. (Ancora s'arresta e poi) Io sarei stato sincero con te! Te lo giuro! Nel caso tuo, se avessi avuto da discutere il fatto Cerigni ma io… io… (iroso) io avrei preso il toro per le corna, proprio per le corna (con gesto analogo sulla propria testa) giacché ci sono. T'avrei detto: Tu, fratello, facesti male in allora e perciò fai male adesso.

REALI.                 Barriere fra noi! Io amo Bice e amo te. Non sono venuto qui solo per passare qualche giorno fra voi? Io non posso parlare come tu mi suggerisci semplicemente perché cosí non penso.

FEDERICO.        E allora parlami come pensi ma esattamente come pensi. Mi conosci dacché son nato, si può dire! All'intellettualità siamo nati insieme! Puoi credermi una coscienza semplice che dopo commessa un'azione, e quale azione!, riposi inerte e non la disamini e non la discuta? Tutto quello che potrai dirmi me lo sarò già detto da me stesso. Una cosa sola non posso tollerare ed è di vedermi trattato come un pazzo che bisogna secondare. Può avvenire che un uomo come te, il quale visse solitario in compagnia della sola, pura, secca scienza mi consideri quale… come dirò?, quale un semplice assassino. Da te tollererò anche questa parola ma non che tu abbia a pensarla senza dirmela. La discuterò!

REALI.                 E io non pensai mai una parola simile, ma niente che le avvicini neppure, per gettarla addosso alla tua persona sempre nobile e generosa. Sai! La scienza non è mai secca quando è vera scienza. Io posso comprendere tutte le passioni, anche quelle ch'io non ho provate. Io, per essere sincero, del tutto sincero, posso riferirti la mia esclamazione quando dieci anni or sono appresi la sventura che ti era toccata: “Quale disgrazia!” esclamai. E volli definire cosí tanto il fatto che la donna che amavi t'aveva tradito quanto quello che tu l'avevi uccisa. Altra lesione alla nostra amicizia non vi fu perché io non m'opposi al tuo matrimonio con Bice mentre se t'avessi stimato meno non l'avrei permesso. Ma tu ora vuoi codificare le azioni che la passione commette, vuoi renderle addirittura legali!

FEDERICO         (sorridendo). La passione! Quella ha da scusarci! Come mi capisci male! Come è allora che l'azione commessa nella passione non lascia rimorsi? Bisognerebbe concludere che da me la passione continui eterna. Perché adesso, a mente serena, rifarei quello che ho fatto. Vedi pure! Io difenderò Cerigni e con una certa voluttà, anzi, te lo confesso. Mi vendico una seconda volta.

REALI                  (scorato). Se la passione continua tuttavia, allora povera la mia sorella.

FEDERICO         (accalorandosi). Comprendimi, te ne prego! Non è di amore che parlo! È di odio! Dell'odio per un delitto di cui io ho sofferto tanto! Tu mi trovi mutato, nevvero? Sappi che dacché ci siamo visti l’ultima volta nulla di nuovo è avvenuto nella mia vita. No! Ogni anno che passa conta per me per due, per cinque e invecchio e avvizzisco nell'odio, nel livore. Oh! Avessi potuto ammazzare anche lui sarei piú giovine, piú forte; potrei dimenticare, rivolgere tutta la mia intelligenza ad altre cose, alla scienza che, tu lo sai, fu la mia pura vera felicità.

REALI                  (costernato). Povera la mia sorella.

FEDERICO.        Ma tu ripeti una cosa che non pensi, che non pensi che non puoi pensare. Tutto quello ch'io dico a te sono pronto a ripetere a Bice e vedrai ch'essa non se ne sentirà lesa.

REALI.                 Se cosí fosse, avrei qualche cosa a ridire sull'amore coniugale di mia sorella.

FEDERICO.        Oh! tu non ci conosci! Io guardo costantemente dietro di me ed essa che cominciò ad amarmi proprio per avermi visto tanto energico prima alla difesa del mio onore e poi di me stesso, m'ama come sono e sono sempre quegli ch'ella amò.

REALI.                 Ma lasciamo stare voi ch'io vorrei escludere da quest'argomento. È anzi questo ch'io da te esigo. Abbiamo da trattare il fatto Cerigni e non il tuo. Io mi appello al legale, allo scienziato. Spogliati delle tue passioni e comprendi tutti i diritti degli altri, il diritto d'amare e di vivere prima di tutto.

FEDERICO         (con voce roca). Non comprendo neppure quello che tu vuoi dire!

REALI.                 Federico! Federico! T'ho già offeso proclamando il diritto d'amare degli altri? Ma dove è la possibilità che ci sia offesa per te nel fatto che la moglie del Cerigni abbia amato altri che il proprio marito?

FEDERICO         (c.s.). Tu non la vedi?

REALI                  (deciso). No! Senti! Tu sai che all'amore io ci ho pensato poco. Già da giovine incominciai a teorizzare a considerare la mia vita quale una vita a parte, da contemplatore. Oggi poi invecchiato, all'amore non ci penso che con la curiosità che può sentire un altro sentendo parlare di paesi che non vedrà giammai. Ebbene! Io muterei il mio destino tanto sereno pieno del godimento della mia inerzia contemplativa che non mi turba e che mi svaga, col fosco destino del giovine Arbe il quale seppe ispirare e sentire un tale amore.

FEDERICO.        Chi è costui?

REALI.                 L'amante della Cerigni.

FEDERICO         (ironico). A quest'ora naturalmente tutti sanno ch'egli è il fortunato mortale che costò la vita ad una donna e l'onore ad un uomo.

REALI.                 Non è certo lui che lo divulgò!

FEDERICO         (c.s.). Ma tutti lo sanno meno il marito probabilmente.

REALI.                 Non tutti! Io, però, lo so esattamente e sta a sentire come. Ero a trovare all'ospitale tempo fa il dottor Emmo. Volle consultarmi sull'opportunità di precipitare l'amputazione di due arti lesi gravemente. Sai che cosa sia una lesione grave? (A un gesto ripulsivo di Federico.) Lascia che te lo spieghi. Quando nel nostro corpo un osso si spezza, talvolta esso diventa un'arma micidiale. Taglia muscoli, carne e pelle e si sporge ad offrire al contatto dell'aria contaminata il proprio midollo. Il possessore delle due gambe sfortunate era il povero Arbe. (A Federico che alza le spalle.) Oh! non ebbi a commuovermi alla vista delle gambe. Io credo d'aver visto in vita mia tutto quello di peggio che può avvenire a questo nostro povero corpo! L'Arbe era perfettamente in sé dopo aver passato varii giorni in delirio in seguito alla scossa cerebrale riportata. Oramai si sa esattamente tutto quello che gli è avvenuto. Destato dal suo sogno d'amore dal grido d'allarme gettato dalla cameriera egli senz'altro si gettò dalla finestra. Tentò di giungere al primo piano almeno sulle sporgenze decorative del ricco palazzo; ne fanno fede le sue mani orribilmente escoriate. Non poté e precipitò pesantemente al suolo producendosi quelle ferite che t'ho detto. Ma egli non fu trovato al posto ove cadde. Con una forza veramente sovrumana con le sole mani che si trovavano nello stato che t'ho detto s'allontanò da quel palazzo quanto poté. Pochi passi, è vero, e fu facile capire da quale punto egli giungesse perché un filo di sangue marcava il suo passaggio. Quale viaggio dovette essere quel breve percorso! Dall'infermiera, una suora, seppi il resto. Il delirio lo ricondusse immediatamente all'amore da cui era stato strappato in modo sí rude. La suora, cui l'amore è interdetto, lagrimava riferendoci le espressioni d'amore ch'essa aveva udite. Lo trovarono col fazzoletto in bocca per impedirsi di gridare. Anche ora diffida di tutti e la madre che passa anch'essa la vita al suo letto non poté ancora avere una confessione da lui. Tutti sanno tutto ma non possono dirglielo. Sarebbero obbligati di dirgli nello stesso tempo che Elena Cerigni per colpa sua fu uccisa e ciò significherebbe forse ammazzarlo.

FEDERICO.        Un bravo giovine, ma ciò non prova nulla.

REALI.                 Lo conosci tu? Una testa d'adolescente corretta da un maschio sguardo aperto. Si anima quando vede una faccia nuova. Procura di ciarlare per spingere alla ciarla gli altri. Ti ficca gli occhi neri in faccia e tu che sai tutto indovini la domanda che ti fa. A me domandò quali famiglie frequentassi qui. Aveva cominciato col dirmi che la parte piú grave della sua malattia era la noia che provava. Dimenticava le sue gambe spezzate! Poi s'interessò dell'esser mio e con una politica meravigliosa arrivò a chiedermi in modo che non poteva destare sospetti quali famiglie io qui frequentassi. E di ognuna s'intrattenne con uno spirito che veramente sarebbe stato a posto in un salotto di conversazione. Era uno sforzo il suo per arrecarmi diletto e farmi ciarlare. Senza malizia, te lo assicuro, io nominai i Cerignola. Lo misi a dura prova. Accortomi della somiglianza del nome, sulla seconda sillaba mi fermai e fu peggio. Se tu avessi visto quel volto emaciato come si contrasse nello sforzo di non tradire l'ansia. Avrei voluto liberarlo almeno da quello sforzo doloroso e gridargli: Ma a che serve il tuo eroismo? Il marito ha già divulgato tutto.

FEDERICO         (con ironia). Già. Se non ci fosse stato il marito, nulla di male sarebbe avvenuto.

REALI.                 Oh! Federico! Una volta io dicevo di te che le piú alte intelligenze dovevano inchinarsi alla tua. Oggi io dico che a te manca il piú comune buon senso. (S'avvia, poi s'arresta.) No! il mio dovere m'impone di dirti tutto. Senti! Se tu accetterai la difesa del Cerigni vedrai comparire il tuo nome non solo quale avvocato difensore. Sarai tirato in causa in tutti i modi: Quale marito che uccise la moglie e quale scienziato che scrisse in modo da non far supporre in lui un difensore dell'odio e della violenza.

FEDERICO.        Si fa allusione a quei miei opuscoli giovanili dimenticati da tutti e da me stesso.

REALI.                 Sí e specialmente ad uno: La Morale Scientifica moderna, un opuscolo tenuto in stile quasi arido scientifico ma di cui ogni pagina appare animata dalla fiducia nella bontà umana. È tuo quel detto: Il delinquente può meritar castigo ma non odio. All'epoca in cui pubblicasti quell'opuscolo l'idea parve audace. Oggi è ammessa da tutti meno che da te… a quanto pare.

FEDERICO.        La minaccia di ripubblicare quella raccolta di bestialità ch'è quel mio opuscolo non mi spaventa. Chi fece tale minaccia?

REALI.                 Un congiunto della Cerigni indignato d'apprendere per quali vie subdole si voglia arrivare all'assoluzione del marito che non è, te lo ripeto, degno del tuo appoggio.

FEDERICO         (calmo e risoluto). Non è di lui che si tratta e non di Arbe; di me solo si tratta qui. Difenderò Cerigni per ottenere una seconda volta la mia assoluzione. Come puoi credere che le tue parole per quanto ben confezionate non abbiano ad apparirmi quale una condanna del mio passato? T'invito al processo Cerigni; è là che discuterò la mia causa. Può essere ch'io manchi di senso comune; vedrai però come saprò soggiogare il senso comune altrui.

REALI                  (con disdegno). Della retorica!

 

 

 

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:17/07/2005 20.19

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