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De Bibliotheca

Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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Un marito

ITALO SVEVO

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PERSONAGGI

 

Avv. FEDERICO ARCETRI

BICE, sua moglie

Professore ALFREDO REALI, fratello di Bice

PAOLO MANSI

AMELIA, sua moglie

ARIANNA PARETI

AUGUSTO, direttore di studio dell'avv. Arcetri

UNA VECCHIA CAMERIERA

UNA DONNA

 

 

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ATTO PRIMO

 

Studio dell'avvocato Arcetri. Ambiente di severa eleganza. Porta di fondo. Il tavolo da scrivere addossato alla parete a destra dello spettatore. Nel mezzo un tavolo e d'intorno il mobilio di un salottino. Sulla parete di fondo un ritratto di donne.

 

 

SCENA PRIMA

AUGUSTO occupato a metter ordine sul tavolo dell'avvocato, poi ARIANNA

 

ARIANNA          (una vecchia dama sofferente vestita in lutto profondo). C’è il signor avvocato Arcetri?

AUGUSTO          (aspetto di vecchio impiegato; giubba d'ufficio consunta ma pulita. Guarda Arianna lungamente prima di riconoscerla). Lei qui, signora Arianna? (Sorpreso e non piacevolmente.)

ARIANNA          (spazientita). C'è il signor avvocato?

AUGUSTO          (umile). No, signora! Non c'è; mi dispiace. Se vuole accomodarsi intanto. È uscito poco fa con suo cognato. Credo sieno insieme con la signora Bice. (Poi aggiunge.) Ritorneranno insieme… credo.

ARIANNA          (borbotta). Allora me ne vado. (S'avvia.) Quando crede che potrò trovarlo solo?

AUGUSTO.         Non lo so. Le assicuro che non lo so. La signora o il cognato sono qui di spesso. Il signor Reali si ferma a scrivere su quel tavolo per delle ore intere.

ARIANNA.         Ciò che mi dite è vero oppure avete ricevuti degli ordini speciali che mi riguardino?

AUGUSTO.         Come può credere una cosa simile oh signora! Il signor Federico le ha portato sempre il massimo rispetto.

ARIANNA          (subito adirata). Pare ch'Ella, caro Augusto, abbia perduto il senno. (Dopo lieve pausa.) Posso sperare di trovarlo solo a mezzodí?

AUGUSTO.         È possibile.

ARIANNA.         E non prima?

AUGUSTO.         Non credo.

ARIANNA          (avviandosi). Dio mio! Che cosa farò sino a mezzodí? (Si ferma dinanzi al ritratto di donna e dà un urlo di sorpresa.) Il ritratto di Clara qui! Vedo bene? È il ritratto di Clara.

AUGUSTO          (con precipitazione). Sí, signora! È il ritratto della signora Clara! Il signor Federico non ha mai voluto separarsene.

ARIANNA          (stupita). Lui? Lui non ha mai voluto separarsene?

AUGUSTO.         Sí! signora! (Poi, timido.) Il signor Federico dice che quel ritratto gli ricorda non una persona, ma bensí un'epoca… (Piú franco.) L'epoca piú felice della sua vita.

ARIANNA          (grida). Ma è un'irrisione cotesta!

AUGUSTO.         Come può crederlo? Il signor Federico irridere…? (Accenna al ritratto.) Se lo vedesse talvolta solo dinanzi a quel ritratto, pensare, serio e triste, non direbbe cosí!

ARIANNA.         E che cosa ne dice la sua seconda moglie di quel ritratto?

AUGUSTO          (pensando). Nulla! Dinanzi a me non ne ha mai parlato. Pare sia d'accordo che resti là.

ARIANNA          (sempre contemplando il ritratto). Guardate, guardate, Augusto! Non c'è in quegli occhi il presentimento, la tristezza della sua fine? (In contemplazione.) Assassino! Assassino!

AUGUSTO.         Signora! Si dia pace, la prego!

ARIANNA.         Oh! avessi potuto prevedere! Come sarebbe stato facile fuggire! (Ad Augusto.) Ma egli mi baciò, mi baciò due ore prima. Oh, Giuda! (Di nuovo in contemplazione mormora dinanzi al quadro.) Sí! Sí! Cara! Sí! Sí! (Promettendo). È bene l'abbia trovata qui! Come mi sento forte, rinfrancata! Posso attendere fino a mezzodí ed oltre! Gli parlerò qui, nevvero? Dinanzi a lei! Lei in questo luogo? Oh! mi parve imbattermi in lei viva.

AUGUSTO.         Vuole dica qualche cosa al signor Federico?

ARIANNA.         No! Niente! Anzi, caro Augusto, mi faccia il piacere di non dirgli ch'io sono stata qui.

AUGUSTO.         Ecco una cosa che non posso fare.

ARIANNA.         Perché?

AUGUSTO.         Perché credo, mi scusi, che questa sua visita, cosí di sorpresa, non debba avere un motivo gradevole per lui.

ARIANNA          (ironica). Ah! lo sapete anche voi?

AUGUSTO          (serio). E chi non lo sa? Oh! signora! Perché non dimenticare, perdonare? Quella povera anima lí non invoca certo vendette! Ricorda quando avevamo lo studio unito al suo quartiere? Io mi permettevo di darle qualche consiglio e lei talvolta m'ascoltava. Purtroppo non m'ha ascoltato quando avevo visto il male e consigliavo di chiudere la porta in faccia a qualcuno.

ARIANNA          (torbida). Come siete ingenuo! Niente sarebbe giovato a niente! Colui voleva sangue e l'ha avuto; Dio sa che l'avrebbe preso in qualunque caso.

 

 

SCENA SECONDA

BICE e DETTI

 

BICE                     (cappellino, veletta, mantellina sul braccio, negligentemente). Mio marito non è ancora di ritorno? (Le due donne si guardano; Bice s'inchina, mentre Arianna la misura da capo a piedi con offensiva curiosità.) Augusto! Fate accomodare la signora! (Augusto offre una sedia mentre Arianna continua a guardare Bice la quale, turbata, con un passo verso Arianna dice) Ella desidera?

ARIANNA          (lentamente). Niente… da voi. (Esce strascicandosi.)

BICE.                    È una pazza costei? Chi è? La conoscete?

AUGUSTO          (evasivo). Una cliente… una vecchia cliente…

BICE.                    Un'usuraia, una malfattrice certo!

AUGUSTO          (rivoltandosi). Signora! È la madre di… (Mostra il ritratto.)

BICE.                    Lei!… (Pentita abbassa gli occhi; un momento di silenzio.) Povera vecchia! Non l'avrei riconosciuta piú! In quella faccia non c'è di vivo che l'occhio e quello cattivo tanto! Che cosa voleva qui?

AUGUSTO.         Non lo so! Non volle dirmelo!

BICE                     Ho inteso dire che una volta tentò di gettare sul viso a mio marito dell'acido solforico! Federico lo nega ma mi pare d'aver capito ch'ella pur abbia tentato qualche cosa di simile contro di lui!

AUGUSTO          (non protesta né afferma; poi). Sarebbe pur bene ch'Ella inducesse il signor Federico a non ricevere da solo quella donna!

BICE                     (sorpresa). Io? (Poi subito.) Glielo dirò! Ma pure l'ha ricevuta spesso da solo!

AUGUSTO.         Ella aveva altro sospetto di oggi. Veniva con carte e documenti sempre accompagnata dal suo avvocato a trattare l'eterna questione della dote della defunta signora. Quale affare fu quello! Gli affari piú semplici furono intricati con un'abilità d'inferno. Sembrava tanto piú avida quanto piú il signor Federico era corrente e infine, a conti fatti, trovammo che la signora Arianna aveva ricevuta la dote della figlia con gli interessi di un mezzo secolo.

BICE.                    E prima? Prima della morte di Clara?

AUGUSTO.         Prima? (Pensando.) È difficile ricordare quale aspetto abbia avuto! Viveva in disparte all'ombra della felicità della figlia, non chiedendo nulla per sé, tutt'intenta ad ammirare il bene altrui e a goderne. Guardi! A me pare come se questa vecchia fosse nata il giorno in cui la giovine è morta.

 

 

SCENA TERZA

PAOLO MANSI e DETTI

 

PAOLO                (vestito elegantemente di chiaro con cappello di paglia). L'avvocato non c'è? Oh! la signora!

BICE.                    Io stessa attendo mio marito. Se tarda ancora un poco addio gita a Villa Luisa.

AUGUSTO          (si rimette a scartabellare fra i documenti sul tavolo). I signori permettono?

PAOLO                (caricato). Ma si figuri! (Gli fa un versaccio dietro la schiena come mettendolo fuori dell'uscio; Bice ride.) Come è pieno d'ostacoli il mondo! I momenti opportuni non sono mai abbastanza opportuni! Maledetto destino! (Comicamente accenna ad Augusto e ridiviene serio allorché questi all'esclamazione si rivolge.) L'avvocato non c'è; gli affari non camminano e la mattina si perde…

AUGUSTO.         Io non so dirle quando l'avvocato ritornerà!

PAOLO.               Grazie, signor Augusto! Sono già rassegnato ad attenderlo. (Si avvicina alla finestra.) Un dolce, signora? (Mostrandole un sacchettino di dolci e con gli occhi invitandola a venire a lui.) Mia moglie me li fa prendere per Guido e poi se li divora. (Stizzito ad Augusto che volge la testa.) Vuole un dolce, signor Augusto?

AUGUSTO          No! grazie! (Si rimette a cercare.)

PAOLO.               Pare che negli studii d'avvocato si dimentichi la cortesia. Non ho offerto una seggiola alla signora. (Gliel'offre e intanto le prende la mano e tenta baciargliela.) Santa pazienza! Bisogna pure che mi distragga! Non vuole? Discorriamo allora! (Ad alta voce.) Bel tempo! Il barometro è alto; mia moglie si vuol vestire di lawn tennis… (Ad Augusto che si rivolge.) Il signor Augusto s'intende di stoffe, mi pare; ha subito teso l'orecchio… (Piano a Bice.) Gli fosse rimasto assordato!

BICE                     (s'allontana e gl'impone scherzosamente di tacere). Non ricordo se siamo rimasti d'accordo con Amelia di attenderla qui o di andarla a prendere.

PAOLO.               Si doveva trovarsi insieme qui. Scommetto che il mio tegame ritarderà come al solito! Oggi bisogna scusarla. Il nostro Guido, che Dio ci ha dato (con esagerato accenno al cielo) si sentiva la gola infiammata stanotte; stette sveglio per mezz'ora, ruppe il sonno ad Amelia e questa avrebbe voluto interromperlo a me… Io dormivo però come un giusto e tanto bastò perché la signora consorte si eccitasse contro la mia insensibilità… Me lo confessò stamane quando si levò con tanto di livido sotto gli occhi.

BICE.                    Pare che il marito non sia dunque un modello e che il padre non valga meglio.

 

 

SCENA QUARTA

FEDERICO e DETTI

 

FEDERICO         (uomo di media età dall'aspetto un po' piú vecchio di quanto la sua età comporterebbe). Mi avete aspettato!

PAOLO.               Finalmente! Non lodo il vento che ti porta perché mi son fatto tener compagnia dalla tua signora.

FEDERICO.        Scusatemi entrambi. Avevo fino adesso le mani legate.

PAOLO.               Stavo spiegando alla signora Bice le mie teorie pedagogiche. A guisa di penitenza starai ad ascoltarle anche tu.

FEDERICO         (s'inchina). Permettetemi soltanto. (Ad Augusto.) Ella cercava qualche cosa?

AUGUSTO.         L'ho trovata. La ricevuta di Verri C. L'hanno mandata a prendere stamane.

FEDERICO.        Altro di nuovo?

AUGUSTO.         È stata qui la signora Arianna. (A bassa voce.)

FEDERICO         (contrariato). E vuole?

AUGUSTO.         Ritornerà a mezzodí.

FEDERICO         (c.s.) A mezzodí! (Augusto, inchinatosi, esce.)

BICE.                    Che cosa ci hai a mezzogiorno? È l'ora del convegno per andare a Villa Luisa.

FEDERICO.        Lo so, lo so. Vuol dire che mi scuserai. Per quest'ora un mio cliente s'è fatto annunciare e devo rimanere ai suoi ordini.

BICE                     (guardando altrove). Non potresti sacrificarci il cliente?

FEDERICO         (sempre inquieto). No, no, impossibile. Del resto ti trovi con Paolo e con la sua signora. Subito, non appena posso, io prendo una vettura e vi raggiungo.

BICE                     (dopo una lieve esitazione, s'avvicina a Federico, a bassa voce alterata da emozione). Federico! Avrei da domandarti un favore.

FEDERICO         (sorpreso la guarda). Un favore? Parla!

PAOLO.               Se disturbo me ne vado! (Nessuno gli dà bada ed egli s'avvicina alla porta con l'intenzione di non uscire.)

BICE                     (supplichevole). Vieni con noi.

FEDERICO.        Perché?

BICE.                    Non ricevere quella donna che ti vuol male.

FEDERICO.        Ah! sai anche tu? (Ridendo con sforzo ad alta voce.) Ma non è mica per essa ch'io resto nello studio. Quella è una visita che non ha importanza. Se essa verrà la riceverò. Non vedi che Paolo sta per andarsene?

PAOLO                (molto seccato). Stimo io! Mi pare di essere di troppo.

FEDERICO.        Quale idea! Resta! Non disturbi nessuno. O anzi non avete da andare a prendere la signora Amelia?

PAOLO.               No! l'appuntamento l'abbiamo qui. Evidentemente ti secchiamo tanto che se non ci fosse di mezzo la tua signora t'offrirei d'attendere in anticamera.

BICE.                    Vuoi che accetti la proposta del signor Paolo e che andiamo ad attendere Amelia in anticamera?

FEDERICO.        Ma che idea! Se vi dico che non mi seccate niente affatto! Anzi attendo con impazienza che Paolo mi spieghi le sue teorie pedagogiche che ho interrotte con la mia venuta. (Siede al suo tavolo.)

PAOLO.               Dove eravamo rimasti?

BICE.                    Mi spiegava quel sistema d'educazione che lo lascia cosí comodamente dormire quando Amelia veglia per il bambino.

PAOLO.               Ah! sí! Vede, signora, tutti gli educatori moderni hanno la grulla idea di abituare i fanciulli alla giustizia, di far credere loro che le piú grandi soddisfazioni stanno nel compiere il proprio dovere. A questo modo il fanciullo che vien fuori dalle sante mani entra nella vita come in un tribunale dove le opere cattive si puniscono e le buone si premiano. Appena poi l'allievo ha compiuto qualche cosa di buono e non trova premio eccolo abbattuto dallo sconforto subito disilluso, sfibrato ed eccovi le imprecazioni dei cattivi poeti e i suicidi dei giovinetti cui la donna amata ha detto di no. Il mio Guido invece è abituato alla piú rigorosa ingiustizia. Quando fa bene trovo sempre di punirlo per motivi insignificanti, quando fa male anche ma non sempre. Lo lodo soltanto quando io mi sento molto bene fisicamente e moralmente. Egli ha già capito con ciò di non poter disporre del suo destino, ma di doversi sottomettere a un capriccioso e irragionevole caso.

BICE.                    Povero figliuolo!

PAOLO.               Tuttavia, finora, egli è sempre attonito di vedersi maltrattato mentre le rare altrettanto ingiuste carezze sono accettate da lui senza dubbi o esitazioni, ciò che mi irrita non poco perché non dimostra in lui molta ragionevolezza. Dovreste vedere quando lo maltratto! Par quasi dubitare ch'io faccia sul serio; ma quando una volta se ne è convinto bisogna vedere come si dispera! Non è di me che gl'importi, non me ne lusingo, ma si dispera alla visione improvvisa di un mondo fosco annebbiato dalla severità e dall'ingiustizia. Di qui a qualche anno avrà perdute gran parte delle illusioni congenite.

BICE.                    Io credo che lei ha torto. Per un'illusione che ammazziamo ce ne nascono cento e verrà il giorno in cui Ella potrà avere il rimorso d'aver amareggiata la piú bella parte dell'esistenza di suo figlio.

PAOLO.               E tu, Federico, che ne pensi?

FEDERICO.        Io? Oh! quelli sono anni che neppure la tua pedagogia può guastare.

PAOLO.               Ve ne prego! Non toccate quest'argomento dinanzi a mia moglie. Essa s'è rassegnata ai miei sistemi ma non vuole che ne venga parlato fuori di casa, come essa dice.

 

 

 

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:14/07/2005 00.13

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