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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

I Cinque canti

Di: Luodovico Ariosto


Canto quinto  

(1-23)

1

Un capitan che d’inclito e di saggio

e di magno e d’invitto il nome merta,

non dico per ricchezze o per lignaggio,

ma perché spesso abbia fortuna esperta,

non si suol mai fidar sì nel vantaggio,

che la vittoria si prometta certa:

sta sempre in dubbio ch’aver debbia cosa

da ripararsi il suo nimico ascosa.

2

Sempre gli par veder qualche secreta

fraude scoccar, ch’ogni suo onor confonda:

ché pur là dove è più tranquilla e queta,

più perigliosa è l’acqua e più profonda;

perciò non mai prosperità sì lieta

né tal baldanza a’ suoi desir seconda,

che lasciar voglia gli ordini e i ripari

che faria avendo uomini e Dei contrari.

3

Io ‘l dirò pur, se bene audace parlo,

che quivi errò quel sì lodato ingegno

col qual paruto era più volte Carlo

saggio e prudente e più d’ogn’altro degno:

ma il vincer Cardorano, e vinto trarlo,

glorioso spettacolo, al suo regno,

quivi gli avea così occupati i sensi,

ch’altro non è che ascolti, vegga e pensi.

4

Né si scema sua colpa, anzi augumenta,

quando di Gano il mal consiglio accusi.

Per lui vuol dunque ch’altri vegga o senta,

et ei star tuttavia con gli occhi chiusi?

Dunque l’aloppia Gano e lo addormenta,

e tutti gli altri ha dai segreti esclusi?

Ben seria il dritto che tornasse il danno

solamente su quei che l’error fanno.

5

Ma, pel contrario, il populo innocente,

il cui parer non è chi ascolti o chieggia,

è le più volte quel che solamente

patisce quanto il suo signor vaneggia.

Carlo, che non ha tempo che di gente,

né che d’altro ripar più si proveggia,

quella con diligenzia, che si trova,

tutta rivede e gli ordini rinova.

6

E come che passar possa la Molta

sul ponte che v’è già fatto a man destra,

e sua gente ne li ordini raccolta

ritrarre ai monti et alla strada alpestra;

e ver’ le terre Franche indi dar volta,

o dove creda aver la via più destra:

pur ogni condizion dura et estrema

vuol patir, prima che mostrar che tema.

7

Or quel muro ch’opposto avea alla terra

tra un fiume e l’altro con sì lungo tratto,

fa con crescer di fosse, e legne e terra,

più forte assai che non avea già fatto;

e con gente a bastanza i passi serra,

acciò non, mentre attende ad altro fatto,

questi di Praga, ritrovato il calle

di venir fuor, l’assaltino alle spalle.

8

L’un nimico avea dietro e l’altro a fronte,

e vincer quello e questo animo avea.

L’esercito de’ Barbari su al monte

passò l’Albi, vicino ove sorgea.

Carlo tenea sopra l’altr’acqua il ponte,

ch’uscìa verso la selva di Medea;

e quello alla sua gente, che divise

in tre battaglie, al destro fianco mise.

9

E così fece che ‘l sinistro lato

non men difeso era da l’altro fiume:

si pose dietro l’argine e il steccato,

da non poter salir senza aver piume.

Il corno destro ad Olivier fu dato,

del sangue di Borgogna inclito lume,

che cento fanti avea per ogni fila,

le file cento, con cavai seimila.

10

Ebbe il Danese in guardia l’altro corno,

con numer par de fanti e de cavalli.

L’imperator, di drappo azurro adorno

tutto trapunto a fior de gigli gialli,

reggea nel mezo; e i Paladini intorno,

duchi, marchesi e principi vassalli,

e sette mila avea di gente equestre,

e duplicato numero pedestre.

11

All’incontro, il stuol barbaro, diviso

in tre battaglie, era venuto inanti,

men d’una lega appresso a questi assiso,

e similmente avea i dui fiumi ai canti.

Cento settanta mila era il preciso

numer, ch’un sol non ne mancava a tanti;

e in ogni banda con ugual porzioni

partiti i cavalli erano e i pedoni.

12

Ogni squadra de’ Barbari non manco

ivi quel giorno stata esser si crede,

che tutto insieme fosse il popul franco,

quanto ve n’era, chi a caval, chi a piede:

ma tal ardir e tal valor, tal anco

ordine avean questi altri, e tanta fede

nel suo signor, d’ingegno e di prudenza,

che ciascun valer quattro avea credenza.

13

Ma poi sentir, che si trovar in fatto,

che pur troppo era un sol, non che a bastanza;

né di quella battaglia ebbono il patto

che lor promesso avea lor arroganza:

e potea Carlo rimaner disfatto

se Dio, che salva ch’in lui pon speranza,

non gli avesse al bisogno proveduto

d’un improviso e non sperato aiuto.

14

E non poteron sì l’insidie astute,

l’arte e l’ingan del traditor crudele,

che non potesse più chi per salute

nostra morendo, volse bere il fele:

Gano le ordì, ma al fin l’Alta virtute

fece in danno di lui tesser le tele:

lo fe’ da Bradamante e da Marfisa

metter prigione, e detto v’ho in che guisa.

15

Quelle gli avean già ritrovato adosso

lettere e contrasegni e una patente,

per le quali apparea che Gano mosso

non s’era a tòr Marsiglia di sua mente,

ma che venuto il male era da l’osso:

Carlo n’era cagion principalmente;

e vider scritto quel ch’in mar appresso

per distrugger Ruggier s’era commesso.

16

E leggendo, Marfisa vi trovoro

e Ruggier traditori esser nomati,

perché, partiti da le guardie loro,

in favor di Rinaldo erano andati;

e per questo ribelli ai gigli d’oro

eran per tutto il regno divulgati;

e Carlo avea lor dietro messo taglia,

sperando averli in man senza battaglia.

17

Marfisa, che sapea che alcun errore,

né suo né del fratello, era precorso,

pel qual dovesse Carlo imperatore

contr’essi in sì grand’ira esser trascorso,

di giusto sdegno in modo arse nel core,

che, quanto ir si potea di maggior corso,

correr penso in Boemia e uccider Carlo,

che non potrian suoi Paladin vietarlo.

18

E ne parlò con Bradamante, e appresso

col Selvaggio Guidon, ch’ivi era allora:

ché Mont’Alban gli avea il fratel commesso

che vi dovesse far tanta dimora

che Malagigi, come avea promesso,

venisse; e l’aspettava d’ora in ora

per dar a lui la guardia del castello,

e poi tornar in campo al suo fratello.

19

Marfisa ne parlò, come vi dico,

ai dui germani, e gli trovò disposti

che s’abbia a trattar Carlo da nimico

e far che l’odio lor caro gli costi;

che si meni con lor Gano, il suo amico,

e che s’un par di forche ambi sian posti;

e che si scanni, tronchi, tagli e fenda

qualunque d’essi la difesa prenda.

20

Guidon, ch’andar con lor facea pensiero

né lasciar senza guardia Mont’Albano,

espedì allora allora un messaggiero,

ch’andò a far fretta al frate di Viviano;

e gli parve che fosse quel scudiero

che tratto avea quivi legato Gano;

per narrar lui che la figlia d’Amone

libera e sciolta, e Gano era prigione.

21

Sinibaldo, il scudier, calò del monte

e verso Malagigi il camin tenne;

e noi potendo aver in Agrismonte,

più lontan per trovarlo ir gli convenne.

Ma il dì seguente Alardo entrò nel ponte

di Mont’Albano; e bene a tempo venne,

ché, lui posto in suo loco, entrò in camino

Guidon, senza aspettar più il suo cugino.

22

Egli e le donne, tolto i loro arnesi,

in Armaco e a Tolosa se ne vanno

due donzelle e tre paggi avendo presi,

col conte di Pontier che legato hanno.

Lasciànli andar, che forse più cortesi

che non ne fan sembianti, al fin seranno:

diciam del messo il qual da Mont’Albano

vien per trovar il frate di Viviano.

23

Non era in Agrismonte, ma in disparte,

tra certe grotte inaccessibil quasi,

dove imagini sacre, sacre carte,

sacri altar, pietre sacre e sacri vasi,

et altre cose appartinenti all’arte,

de le quai si valea per vari casi,

in un ostello avea ch’in cima un sasso

non ammettea, se non con mani, il passo.

 

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Ultimo Aggiornamento:
13/07/2005 22.36