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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

I Cinque canti

Di: Luodovico Ariosto


Canto secondo  

(28-54)

28

E come quel che gran tesori uniti

avea d’esazioni e di rapine,

et avea i sacri argenti convertiti

in uso suo da le cose divine;

con doni e con proferte e gran partiti

colligò molte nazion vicine,

come già il conte di Pontier gli scrisse

prima che da la corte si partisse.

29

Tutta avea Gano questa tela ordita,

che ‘l Longobardo dovea tesser poi;

e quella poi non era oltre seguita,

e fin qui stava ne’ principii suoi.

Or la mente, d’un stimolo ferita

piggior di quel che caccia asini e buoi,

conchiuse e fece nascer com’un fungo

quel che più giorni avea menato in lungo.

30

Fe’ in pochi dì che Tassillone, ch’era

suo genero e cugin del duca Namo,

tutta la stirpe sua fuor di Bavera

cacciò, senza lasciarvene un sol ramo:

fe’ similmente ribellar la fera

Sansogna, e ritornar a re Gordamo;

e trasse, per por Carlo in maggior briga,

con gli Ungheri Boemi in una liga;

31

e ‘l re di Dazia e il re de le due Marche

pór tra la Frisa e il termine d’Olanda

tante fuste, galee, carache e barche,

per gir ne l’Inghilterra e ne l’Irlanda,

che per fuggir avean le some carche

molte terre da mar da quella banda.

Da un’altra parte si sentiva il vecchio

nimico in Spagna far grande apparecchio.

32

Tutto seguì ciò ch’avea ordito Gano,

ch’era d’insidie e tradimenti il padre.

Fu suscitato Unnuldo l’aquitano

a soldar genti faziose e ladre:

mettendo terre a sacco, capitano

di ventura era detto da le squadre;

nascosamente da Lupo aiutato,

di Bertolagi di Baiona nato.

33

Fér queste nove, per diversi avisi

venute, a Carlo abbandonar le feste,

e a donne e a cavallieri i giochi e’ risi,

e mutar le leggiadre in scure veste.

De’ saccheggiati populi et uccisi

per ferro, fiamme, oppressioni e peste,

le memorie percosse ad ora ad ora

prometteano altrotanto e peggio ancora.

34

O vita nostra di travaglio piena,

come ogni tua allegrezza poco dura!

Il tuo gioir è come aria serena,

ch’alla fredda stagion troppo non dura:

fu chiaro a terza il giorno, e a vespro mena

sùbita pioggia, et ogni cosa oscura.

Parea ai Franchi esser fuor d’ogni periglio,

morto Agramante e rotto il re Marsiglio;

35

et ecco un’altra volta che ‘l ciel tuona

da un’altra parte, e tutto arde de lampi,

sì che ogni speme i miseri abbandona

di poter frutto cor de li lor campi.

E così avvien ch’una novella buona

mai più di venti o trenta dì non campi,

perché vien dietro un’altra che l’uccide;

e piangerà doman l’uom ch’oggi ride.

36

Per le cittadi uomini e donne errando,

con visi bassi e d’allegrezza spenti,

andavan taciturni sospirando,

né si sentiano ancor chiari lamenti:

qual ne le case attonite avvien, quando

mariti o figli o più cari parenti

si veggon travagliar ne l’ore estreme,

ch’infinito è il timor, poca è la speme.

37

E quella poca pur spegnere il gelo

vuol de la tema, e dentro il cor si caccia:

ma come può d’un piccolin candelo

fuoco scaldar dov’alta neve agghiaccia?

Chi leva a Dio, chi leva a’ Santi in cielo

le palme giunte e la smarrita faccia,

pregandoli che, senza più martìre,

basti il passato a disfogar lor ire.

38

Come che il popul timido per tema

disperi, e perda il cor e venga manco,

nel magnanimo Carlo non iscema

l’ardir, ma cresce, e nei paladini anco:

ché la virtù di grande fa suprema,

quanto travaglia più, l’animo franco;

e gloria et immortal fama ne nasce,

che me’ d’ogn’altro cibo il guerrier pasce.

39

Carlo, a cui ritrovar difficilmente,

la terra e ‘l mar cercando a parte a parte,

si potria par di santa e buona mente,

e d’ogni finzion netta e d’ogn’arte

(e lasso ancor oltre l’età presente

volgi l’antique e più famose carte);

a Dio raccomandò sé, i figli e il stato,

né più curò ch’esser di fede armato.

40

Né men saggio che buono, poi ch’avuto

ebbe ricorso alla Maggior Possanza,

che non mancò né mancherà d’aiuto

ad alcun mai che ponga in lei speranza,

fece che, senza indugio, proveduto

fu a tutti i luoghi ov’era più importanza:

gli capitani suoi per ogni terra

mandò a far scelta d’uomini da guerra.

41

Non si sentiva allor questo rumore

de’ tamburi, com’oggi, andar in volta,

invitando la gente di più core,

o forse (per dir meglio) la più stolta,

che per tre scudi e per prezzo minore

vada ne’ luoghi ove la vita è tolta:

stolta più tosto la dirò che ardita,

ch’a sì vil prezzo venda la sua vita.

42

Alla vita l’onor s’ha da preporre;

fuor che l’onor non altra cosa alcuna:

prima che mai lasciarti l’onor tòrre

déi mille vite perdere, non ch’una.

Chi va per oro e vil guadagno a porre

la sua vita in arbitrio di fortuna,

per minor prezzo crederò che dia,

se troverà chi compri, anco la mia.

43

O, com’io dissi, non sanno che vaglia

la vita quei che sì l’estiman poco;

o c’han disegno, inanzi alla battaglia,

che ‘l piè gli salvi a più sicuro loco.

La mercenaria mal fida canaglia

prezzar li antiqui imperatori poco:

de la lor nazion più tosto venti

volean, che cento di diverse genti.

44

Non era a quelli tempi alcun escluso

che non portasse l’armi e andasse in guerra,

fuor che fanciul da sedici anni in giuso,

o quel che già l’estrema etade afferra:

ma tal milizia solo era per uso

di bisogno e d’onor de la sua terra:

sempre sua vita esercitando sotto

buon capitani, in arme era ognun dotto.

45

Carlo per tutta Francia e per la Magna,

per ogni terra a’ suoi regni soggetta,

fa scriver gente, e poi la piglia e cagna

secondo che gli par atta et inetta;

sì che fa in pochi giorni alla campagna

un esercito uscir di gente eletta,

da far che Marte fin su nel ciel treme,

non che a’ nimici l’impeto non sceme.

46

Gli elmi, gli arnesi, le corazze e scudi,

che poco dianzi fur messi da parte,

e de lor fatte ampie officine ai studi

de l’ingegnose aragne era gran parte,

sì che forse tornar in su gli incudi

temeano, e farsi ordigni a più vil arte;

or imbruniti, fuor d’ogni timore,

godeano esser riposti al primo onore.

47

Sonan di qua, di là tanti martelli,

che n’assorda di strepito ogni orecchia:

quei batton piastre e le rifanno, e quelli

vanno acconciando l’armatura vecchia;

altri le barde torna alli penelli,

coprirle altri di drappo s’apparecchia:

chi cerca questa cosa, e chi ritrova

quell’altra; altri racconcia, altri rinuova.

48

Poi che Carlo al tesor ruppe il serraglio,

ebbon da travagliar tutti i mestieri:

ma né maggior né più commun travaglio

era però, che di trovar destrieri:

ché gli disagi e de le spade il taglio

tolto n’avean da le decine i zeri:

quali si fosson (ché i buon eran rari),

come il sangue e la vita erano cari.

49

Carlo, oltra l’ordinario che solea

aver d’uomini d’armi alle frontiere,

e de la gente che a piè combattea,

che per pace era usato anco tenere,

de l’un canto e de l’altro fatto avea

che pieno era ogni cosa di bandiere:

trenta sei mila armati in su l’arzoni,

e quattro tanto e più furo i pedoni.

50

E per gli molti esempi che già letto

de’ capitani avea del tempo veglio,

com’uom ch’amava sopra ogni diletto

d’udir istorie e farne al viver speglio;

e più perché vedutone l’effetto

per propria esperienzia, il sapea meglio;

conobbe al tempo la prestezza usata

aver più volte la vittoria data;

51

e ch’era molto meglio ch’egli andasse

i nimici a trovar ne la lor terra,

e sopra gli lor campi s’alloggiasse,

e desse lor de’ frutti de la guerra;

che dentro alle confine gli aspettasse

che l’Alpi e ‘l Pireneo fra dui mar serra.

Fatta la mostra, i populi divise

in molte parti, e a’ suoi capi i commise.

52

In quel tempo era in Francia il cardinale

di Santa Maria in Portico venuto,

per Leon terzo e pel seggio papale

contra Lombardi a domandarli aiuto;

ché mal era tra spada e pastorale,

e con gran disvantaggio combattuto.

L’imperator, dunque, il primier stendardo

che fe’ espedir, fu contra il Longobardo.

53

Era Carlo amator sì de la Chiesa,

sì d’essa protettor e di sue cose,

che sempre l’augumento e la difesa,

sempre l’util di quella al suo prepose:

però, dopo molt’altre, questa impresa

nome di Cristianissimo gli pose,

e dal santo Pastor meritamente

sacrato imperador fu di Ponente.

54

Mandò il nipote Orlando, e mandò fanti

seco, a cavallo e una gran schiera d’archi.

Subito Orlando a pigliar l’Alpi inanti

fece ir gli suoi più d’armatura scarchi;

ma trovar ch’i nemici vigilanti

avean prima di lor pigliato i varchi,

e fur constretti d’aspettar il Conte

con tutto l’altro campo a piè del monte.

 

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Ultimo Aggiornamento:
13/07/2005 22.36