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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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IL BUGIARDO

Di: Carlo Goldoni

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ATTO SECONDO


SCENA PRIMA

Camera in casa del Dottore.



(Il DOTTORE e FLORINDO).

Florindo: Creda, signor Dottore, glielo giuro sull'onor mio. In casa questa notte non è venuto nessuno.

Dottore: So di certo che alle mie figlie è stata fatta una serenata.

Florindo: E' verissimo, ed esse l'hanno goduta sul terrazzino, modestissimamente. Le serenate non rendono alcun pregiudizio alle figlie oneste. Far all'amore con onestà è lecito ad ogni civile fanciulla.

Dottore: Ma ricevere di notte la gente in casa? Cenare con un forestiere?

Florindo: Questo è quello che non è vero.

Dottore: Che ne potete saper voi? Sarete stato a letto.

Florindo: Sono stato svegliato tutta la notte.

Dottore: Perché svegliato?

Florindo: Per causa del caldo io non poteva dormire.

Dottore: Conoscete il signor Ottavio?

Florindo: Lo conosco.

Dottore: Egli mi ha detto tutto ciò, ed è pronto a sostenere che ha detto la verità.

Florindo: Il signor Ottavio mentisce. Lo troveremo; si farà che si spieghi con qual fondamento l'ha detto, e son certo ritroverete esser tutto falso.

Dottore: Se fosse così, mi spiacerebbe aver date tante mortificazioni alle mie figliuole.

Florindo: Povere ragazze! Le avete ingiustamente trattate male.

Dottore: Specialmente Rosaura piangeva dirottamente, né si poteva dar pace.

Florindo: Povera innocente! Mi fa compassione. (si asciuga gli occhi).

Dottore: Che cosa avete, figliuolo, che sembra che piangiate?

Florindo: Niente: mi è andato del tabacco negli occhi. (mostra la tabacchiera).



SCENA SECONDA


(COLOMBINA e detti).


Colombina: Presto, signor padrone, presto. La povera signora Rosaura è svenuta, e non so come fare a farla rinvenire; correte per carità ad aiutarla. (al Dottore) Florindo: (Smania).

Dottore: Presto, un poco di spirito di melissa.

Colombina: Se sentiste come le palpita il cuore! Avrebbe bisogno d'una cavata di sangue.

Dottore: Signor Florindo, andate a vederla, toccatele il polso, e se vi pare che abbia bisogno di sangue, pungetele la vena. So che siete bravissimo in queste operazioni. Io intanto vado a prendere lo spirito di melissa. (parte).

Colombina: Per amor del cielo, non abbandonate la povera mia padrona.

Florindo: Ecco l'effetto de' rimproveri ingiusti di suo padre. La soccorrerò, se potrò. (parte).



SCENA TERZA

Camera di Rosaura con sedie.

(ROSAURA svenuta sopra una sedia; poi COLOMBINA, poi FLORINDO, e poi il DOTTORE).

Colombina: Ecco qui, poverina! non è ancor rinvenuta; e sua sorella non la soccorre, non ci pensa; vorrebbe che ella morisse. Queste due sorelle non si amano, non si possono vedere.

Florindo: Dove sono? Io non ci vedo.

Colombina: Come non ci vedete? se siamo in una camera così chiara?

Guardate la povera signora Rosaura svenuta.

Florindo: Oimè! non posso più. Colombina, andate a prendere quel che bisogna per cavarle sangue.

Colombina: Vado subito. Per l'amor del cielo, non l'abbandonate.

(parte, e poi ritorna).

Florindo: Son solo, nessuno mi vede, posso toccar quella bella mano.

Sì, cara, ti tasterò il polso. Quanto è bella benché svenuta! (le tocca il polso) Ahimè, ch'io muoio. (cade svenuto in terra, o sopra una sedia vicina).

Colombina: Oh bella! Il medico fa compagnia all'ammalata. (portando il cerino e qualche altra cosa per il sangue).

Dottore: Son qui, son qui; non è ancor rinvenuta?

Colombina: Osservate. Il signor Florindo è venuto meno ancor esso per conversazione.

Dottore: Oh diavolo! Che cos'è quest'istoria? Presto, bisogna dargli soccorso. Piglia questo spirito e bagna sotto il naso Rosaura, ch'io assisterò questo ragazzo.

Colombina: Ecco, ecco, la padrona si muove. (bagnandola collo spirito).

Dottore: Anche Florindo si desta. Vanno di concerto.

Rosaura: Oimè! Dove sono?

Dottore: Via, figlia mia, fatti animo, non è niente.

Florindo: (Povero me! Che mai ho fatto?) (s'alza, vede il Dottore, e si vergogna).

Dottore: Che cosa è stato, Florindo? Che avete avuto?

Florindo: Signore... non lo so nemmen io... Con vostra buona licenza.

(parte confuso).

Dottore: Se ho da dire la verità, mi sembra un pazzerello.

Colombina: Animo, signora padrona, allegramente.

Rosaura: Ah signor padre, per carità...

Dottore: Figlia mia, non ti affligger più. Sono stato assicurato non esser vero ciò che mi è stato detto di te. Voglio credere che sia una calunnia, un'invenzione. Verremo in chiaro della verità.

Rosaura: Ma, caro signor padre, chi mai vi ha dato ad intendere falsità così enormi, così pregiudicievoli alla nostra riputazione?

Dottore: E' stato il signor Ottavio.

Rosaura: Con qual fondamento ha egli potuto dirlo?

Dottore: Non lo so. Lo ha detto e s'impegna di sostenerlo.

Rosaura: Lo sostenga, se può. Signor padre, si tratta dell'onor vostro, si tratta dell'onor mio: non vi gettate dietro le spalle una cosa di tanto rimarco.

Dottore: Sì, lo ritroverò e me ne farò render conto.

Colombina: Aspettate. Anderò io a ritrovarlo. Io lo condurrò in casa e, cospetto di bacco, lo faremo disdire.

Dottore: Va, e se lo trovi, digli che io gli voglio parlare.

Colombina: Or ora lo conduco qui a suo dispetto. (parte).



SCENA QUARTA


(ROSAURA e il DOTTORE).


Rosaura: Gran dolore mi avete fatto provare!

Dottore: Orsù via, medicheremo il dolore sofferto con una nuova allegrezza. Sappi, Rosaura, che io ti ho fatta sposa.

Rosaura: A chi mai mi avete voi destinata?

Dottore: Al figlio del signor Pantalone.

Rosaura: Deh, se mi amate, dispensatemi per ora da queste nozze.

Dottore: Dimmi il perché, e può essere che ti contenti.

Rosaura: Una figlia obbediente e rispettosa non deve celar cos'alcuna al suo genitore. Sappiate, signore, che un cavalier forestiere, di gran sangue e di grandi fortune, mi desidera per consorte.

Dottore: Dunque è vero che vi è il forestiere, e sarà vero della serenata e della cena.

Rosaura: E' vero che un forestiere mi ama, e che mi ha fatta una serenata, ma mi ha parlato una sol volta sotto del terrazzino, e mi fulmini il cielo s'egli ha posto piede mai in questa casa.

Dottore: E' un signor grande, e ti vuole per moglie?

Rosaura: Così almeno mi fa sperare.

Dottore: Guarda bene che egli non sia qualche impostore.

Rosaura: Oggi si darà a conoscere a voi. Voi aprirete gli occhi per me.

Dottore: Senti, figlia mia: quando il cielo ti avesse destinata questa fortuna, non sarei sì pazzo a levartela. Con Pantalone ho qualche impegno, ma solamente di parole; non mancheranno pretesti per liberarmene.

Rosaura: Basta dire ch'io non lo voglio.

Dottore: Veramente non basterebbe, perché son io quello che comanda:

ma troveremo una miglior ragione. Dimmi, come si chiama questo cavaliere?

Rosaura: Il marchese Asdrubale di Castel d'Oro.

Dottore: Capperi! figlia mia, un marchese?


SCENA QUINTA


(BEATRICE che ascolta, e detti).


Rosaura: E' un anno ch'è innamorato di me, e solo ieri sera si è dichiarato.

Dottore: Ti vuole veramente bene?

Rosaura: Credetemi, che mi adora.

Dottore: Sei sicura che ti voglia prender per moglie?

Rosaura: Me ne ha data positiva parola.

Dottore: Quando è così, procurerò di assicurare la tua fortuna.

Beatrice: Signor padre, non crediate sì facilmente alle parole di mia sorella. Non è vero che il marchese Asdrubale siasi dichiarato per lei. Egli ama una di noi due e, senza troppo lusingarmi, ho ragione di credere ch'egli mi preferisca.

Dottore: Oh bella! Come va questa storia? (a Rosaura).

Rosaura: Dove appoggiate le vostre speranze? (a Beatrice).

Beatrice: Dove avete appoggiate le vostre. (a Rosaura).

Rosaura: Signor padre, io parlo con fondamento.

Beatrice: Credetemi, ch'io so quel che dico. (al Dottore).

Dottore: Questa è la più bella favoletta del mondo. Orsù, sentite cosa vi dico per concluderla in poche parole. Intanto state dentro delle finestre, e non andate fuori di casa senza licenza mia. Se il signor marchese parlerà con me, sentirò se sia vero quello m'avete detto, e chi di voi sia la prediletta; se poi sarà una favola, come credo, avrò motivo di dire, senza far torto né all'una, né all'altra, che tutt'e due siete pazze. (parte).



SCENA SESTA

(ROSAURA e BEATRICE).


Beatrice: Signora sorella, qual fondamento avete voi di credere che il signor marchese si sia dichiarato per voi?

Rosaura: Il fondamento l'ho infallibile, ma non sono obbligata di dirvi tutto.

Beatrice: Sì, sì, lo so. Siete stata fuori di casa in maschera. Vi sarete ingegnata di tirar l'acqua al vostro mulino; ma giuro al cielo, non vi riuscirà forse di macinare.

Rosaura: Che pretensione avete voi? Ha egli detto essere per voi inclinato? Ha dimostrato volervi?

Beatrice: Ha detto a me quello che ha detto a voi; e non so ora con quanta franchezza lo pretendiate per vostro.

Rosaura: Basta, si vedrà.

Beatrice: Se saprò che mi abbiate fatta qualche soverchieria, sorella, me la pagherete.

Rosaura: Mi pare che dovreste avere un poco di convenienza. Io finalmente son la maggiore.

Beatrice: Di grazia, baciatele la mano alla signora superiora.

Rosaura: Già, l'ho sempre detto. Insieme non si sta bene.

Beatrice: Se non era per causa vostra, sarei maritata che sarebbero più di tre anni. Cinquanta mi volevano. Ma il signor padre non ha voluto far torto alla sua primogenita.

Rosaura: Certo, gran pretendenti avete avuti! Fra gli altri il garbatissimo signor Ottavio, il quale forse per vendicarsi de' vostri disprezzi, ha inventate tutte le indegnità raccontate di noi a nostro padre.

Beatrice: Ottavio n'è stato inventore?

Rosaura: Testé me lo disse il genitore medesimo.

Beatrice: Ah indegno! Se mi capita alle mani, vo' che mi senta.

Rosaura: Meriterebbe esser trucidato.




SCENA SETTIMA


(COLOMBINA, poi OTTAVIO, e dette).


Colombina: Signore padrone, ecco qui il signor Ottavio che desidera riverirle.

Ottavio: Son qui pien di rossore e di confusione...

Rosaura: Siete un mentitore.

Beatrice: Siete un bugiardo.

Ottavio: Signore, il mentitore, il bugiardo, non sono io.

Rosaura: Chi ha detto a nostro padre che abbiamo avuta una serenata?

Ottavio: L'ho detto io, ma però...

Beatrice: Chi gli ha detto che abbiamo ricevuto di notte un forestiere in casa?

Ottavio: Io, ma sappiate...

Beatrice: Siete un bugiardo.

Rosaura: Siete un mentitore.

Ottavio: Sappiate che Lelio Bisognosi...

Rosaura: Avete voi detto che siamo state sul terrazzino?

Ottavio: Sì, signore, ascoltatemi...

Beatrice: Avete detto che siamo state trattate dal forestiere?

Ottavio: L'ho detto, perché egli stesso...

Beatrice: Siete un bugiardo. (parte).

Rosaura: Siete un mentitore. (parte).



SCENA OTTAVA


(OTTAVIO e COLOMBINA).


Ottavio: Ma se non mi lasciate parlare... Colombina, ti raccomando l'onor mio. Va dalle tue padrone, di' loro che, se mi ascolteranno, saranno contente.

Colombina: Che cosa potete dire in vostra discolpa?

Ottavio: Moltissimo posso dire, e che sia la verità, senti e giudica tu, se ho ragione...

Colombina: Veniamo alle corte. Voi avete detto al padrone che il forestiere è entrato in casa di notte.

Ottavio: Ma se...

Colombina: Voi avete detto che ha dato loro una cena.

Ottavio: Sì, ma tutto questo...

Colombina: L'avete detto, o non l'avete detto?

Ottavio: L'ho detto...

Colombina: Dunque siete un mentitore, un bugiardo. (parte).



SCENA NONA


(OTTAVIO, poi il DOTTORE).


Ottavio: Anche la cameriera si burla di me? Vi è pur troppo il bugiardo, ma non sono io quello, e non posso giustificarmi. Il signor Florindo mi assicura non esser vero che Lelio sia stato introdotto in casa, e molto meno che abbia seco loro cenato. Una serenata non reca pregiudizio all'onestà d'una giovine, onde mi pento d'aver creduto, e molto più mi pento d'aver parlato. Lelio è l'impostore, Lelio è il bugiardo, ed io, acciecato dalla gelosia, ho avuta la debolezza di credere, e non ho avuto tempo di riflettere che Lelio è un giovinastro, venuto recentemente da Napoli. Come l'aggiusterò io con Beatrice? E quel che più importa, come l'aggiusterò con suo padre?

Eccolo ch'egli viene; merito giustamente i di lui rimproveri.

Dottore: Che c'è, signor Ottavio? Che fate in casa mia?

Ottavio: Signore, eccomi a' vostri piedi.

Dottore: Dunque mi avete raccontate delle falsità.

Ottavio: Tutto quello ch'io ho detto, non fu mia invenzione, ma troppo facilmente ho creduto, e troppo presto vi ho riportato, quanto da un bugiardo mi fu asserito.

Dottore: E chi è costui?

Ottavio: Lelio Bisognosi.

Dottore: Il figlio del signor Pantalone?

Ottavio: Egli per l'appunto.

Dottore: E' venuto a Venezia?

Ottavio: Vi è giunto ieri, per mia disgrazia.

Dottore: Dov'è? E in casa di suo padre?

Ottavio: Credo di no. E' un giovine scapestrato, che ama la libertà.

Dottore: Ma come ha potuto dire questo disgraziato tutto quello che ha detto?

Ottavio: L'ha detto con tanta costanza, che sono stato forzato a crederlo, e se il signor Florindo, che so essere sincero e onorato, non mi avesse chiarito, forse forse ancora non ne sarei appieno disingannato.

Dottore: Io resto attonito come colui, appena arrivato, abbia avuto il tempo di piantare questa carota. Sa che Rosaura e Beatrice sieno mie figlie?

Ottavio: Io credo di sì. Sa che sono figlie d'un medico.

Dottore: Ah disgraziato! Così le tratta? Non gli do più Rosaura per moglie.

Ottavio: Signor Dottore, vi domando perdono.

Dottore: Vi compatisco.

Ottavio: Non mi private della vostra grazia.

Dottore: Vi sarò amico.

Ottavio: Ricordatevi che mi avete esibita la signora Beatrice.

Dottore: Mi ricordo che l'avete rifiutata.

Ottavio: Ora vi supplico di non negarmela.

Dottore: Ne parleremo.

Ottavio: Ditemi di si, ve ne supplico.

Dottore: Ci penserò.

Ottavio: Vi chiedo la figlia, non vi disturberò per la dote.

Dottore: Via, non occorre altro, ci parleremo. (parte).

Ottavio: Non mi curo perder la dote, se acquisto Beatrice. Ma vuol essere difficile l'acquistarla. Le donne sono più costanti nell'odio, che nell'amore. (parte).



SCENA DECIMA

Camera in casa di Pantalone.



(LELIO ed ARLECCHINO).

Lelio: Arlecchino, sono innamorato davvero.

Arlecchino: Mi, con vostra bona grazia, no ve credo una maledetta.

Lelio: Credimi che è così.

Arlecchino: No ve lo credo, da galantomo.

Lelio: Questa volta dico pur troppo il vero.

Arlecchino: Sarà vero, ma mi no lo credo.

Lelio: E perché, s'è vero, non lo vuoi credere?

Arlecchino: Perché al busiaro no se ghe crede gnanca la verità.

Lelio: Dovresti pur conoscerlo ch'io sono innamorato, dal sospirar ch'io faccio continuamente.

Arlecchino: Siguro! perché non savi suspirar e pianzer, quando ve comoda. Lo sa la povera siora Cleonice, se savi planzer e suspirar, se savi tirar zo le povere donne.

Lelio: Ella è stata facile un poco troppo.

Arlecchino: Gh'avì promesso sposarla, e la povera romana la v'ha credesto.

Lelio: Più di dieci donne hanno ingannato me; non potrò io burlarmi di una?

Arlecchino: Basta: preghè el cielo che la ve vaga ben e che la romana non ve vegna a trovar a Venezia.

Lelio: Non avrà tanto ardire.

Arlecchino: Le donne, co se tratta d'amor, le fa delle cosse grande.

Lelio: Orsù, tronca ormai questo discorso odioso. A Cleonice più non penso. Amo adesso Rosaura, e l'amo con un amore straordinario, con un amore particolare.

Arlecchino: Se vede veramente che ghe volì ben, se non altro per i bei regali che gh'andè facendo. Corpo de mi! Diese zecchini in merlo.

LELIO (Ridendo): Che dici, Arlecchino? come a tempo ho saputo prevalermi dell'occasione?

Arlecchino: L'è una bella spiritosa invenzion. Ma, sior padron, semo in casa de vostro padre, e gnancora no se magna?

Lelio: Aspetta, non essere tanto ingordo.

Arlecchino: Com'èlo fatto sto vostro padre, che no l'ho gnancora visto.

Lelio: E' un buonissimo vecchio. Eccolo che viene.

Arlecchino: Oh, che bella barba!



SCENA UNDICESIMA


(PANTALONE e detti).


Pantalone: Fio mio, giusto ti te cercava.

Lelio: Eccomi a' vostri comandi.

Arlecchino: Signor don Pantalone (Affetta di parlar toscano), essendo, come sarebbe a dire, il servo della mascolina prole, così mi do il bell'onore di essere, cioè di protestarmi di essere, suo di vussignoria!... Intendetemi senza ch'io parli.

Pantalone: Oh, che caro matto! Chi èlo costù?

Lelio: E' un mio servitore, lepido ma fedele.

Pantalone: Bravo, pulito. El sarà el nostro divertimento.

Arlecchino: Farò il buffone, se ella comanda.

Pantalone: Me farè servizio.

Arlecchino: Ma avvertite, datemi ben da mangiare, perché i buffoni mangiano meglio degli altri.

Pantalone: Gh'av rason. No ve mancherà el vostro bisogno.

Arlecchino: Vederò se sì galantomo.

Pantalone: Quel che prometto, mantegno.

Arlecchino: Alle prove. Mi adesso gh'ho bisogno de magnar.

Pantalone: Andè in cusina, e fèvene dar.

Arlecchino: Sì ben, sì galantomo. Vago a trovar el cogo. Sior padron, una parola. (a Lelio).

Lelio: Cosa vuoi?

Arlecchino: (Ho paura che nol sia voster pader). (a Lelio, piano).

Lelio: (E perché?) (ad Arlecchino).

Arlecchino: (Perché lu el dis la verità, e vu sì busiaro). (parte).

Lelio: (Costui si prende troppa confidenza). (da sé).



SCENA DODICESIMA


(PANTALONE e LELIO).


Pantalone: L'è curioso quel to servitor. E cussì, come che te diseva, fio mio, t'ho da parlar.

Lelio: Son qui ad ascoltarvi con attenzione.

Pantalone: Ti ti xe l'unico erede de casa mia, e za che la morte del povero mio fradello t'ha lassà più ricco ancora de quello che te podeva lassar to pare, bisogna pensar alla conservazion della casa e della fameggia: onde, in poche parole, voi maridarte.

Lelio: A questo già ci aveva pensato. Ho qualche cosa in vista, e a suo tempo si parlerà.

Pantalone: Al tempo d'ancuo, la zoventù, co se tratta de maridarse, no pensa altro che a sodisfar el caprizio, e dopo quattro zorni de matrimonio, i se pente de averlo fatto. Sta sorte de negozi bisogna lassarli manizar ai pari. Eli, interessai per el ben dei fioi più dei fioi medesimi, senza lassarse orbar né dalla passion, né dal caldo, i fa le cosse con più giudizio, e cussì col tempo i fioi se chiama contenti.

Lelio: Certo che senza di voi non lo farei. Dipenderò sempre da' vostri consigli, anzi dalla vostra autorità.

Pantalone: Oh ben, co l'è cussì, fio mio, sappi che za t'ho maridà, e giusto, stamattina ho stabilito el contratto delle to nozze.

Lelio: Come! Senza di me?

Pantalone: L'occasione no podeva esser meggio. Una bona putta de casa e da qualcossa, con una bona dota, ha d'un omo civil bolognese, ma stabilio in Venezia. Te dirò anca, a to consolazion, bella e spiritosa. Cossa vustu de più? Ho chiappà so pare in parola, el negozio xe stabilio.

Lelio: Signor padre, perdonatemi: è vero che i padri pensano bene per i figliuoli, ma i figliuoli devono star essi colla moglie, ed è giusto che si soddisfacciano.

Pantalone: Sior fio, questi no xe quei sentimenti de rassegnazion, coi quali me avè fin adesso parlà. Finalmente son pare, e se per esser stà arlevà lontan da mi, no avè imparà a respettarme, son ancora a tempo per insegnarvelo.

Lelio: Ma non volete nemmeno che prima io la veda?

Pantalone: La vederè, quando averè sottoscritto el contratto. Alla vecchia se fa cussì. Quel che ho fatto, ho fatto ben: son vostro pare, e tanto basta.

Lelio: (Ora è tempo di qualche spiritosa invenzione). (da sé).

Pantalone: E cussì, cossa me respondeu?

Lelio: Ah, signor padre, ora mi veggo nel gran cimento, in cui mi pone la vostra autorità; non posso più a lungo tenervi celato un arcano.

Pantalone: Coss'è? Cossa gh'è da niovo?

Lelio: Eccomi a' vostri piedi. So che ho errato, ma fui costretto a farlo. (s'inginocchia).

Pantalone: Mo via, di' su, coss'astu fatto?

Lelio: Ve lo dico colle lagrime agli occhi.

PANTALONE Destrighete (Spicciati.), parla.

Lelio: A Napoli ho preso moglie.

Pantalone: E adesso ti me lo disi? E mai no ti me l'ha scritto? E mio fradello no lo saveva?

Lelio: Non lo sapeva.

Pantalone: Levete su: ti meriteressi che te depennasse de fio, che te scazzasse de casa mia. Ma te voio ben, ti xe el mio unico fio, e co la cossa xe fatta, no gh'è remedio. Se el matrimonio sarà da par nostro se la niora me farà scriver, o me farà parlar, fursi fursi l'accetterò. Ma se ti avessi sposà qualche squaquarina (Donna di mal affare)...

Lelio: Oh, che dite mai, signor padre? Io ho sposato una onestissima giovane.

Pantalone: De che condizion?

Lelio: E' figlia di un cavaliere.

Pantalone: De che paese?

Lelio: Napoletana.

Pantalone: Ala dota?

Lelio: E' ricchissima.

Pantalone: E d'un matrimonio de sta sorte no ti me avvisi? Gh'avevistu paura, che disesse de no? No son miga matto. Ti ha fatto ben a farlo.

Ma perché no dir gnente né a mi, né a to barba (Zio)? L'astu fursi fatto in scondon (Di nascosto) dei sòi?

Lelio: Lo sanno tutti.

Pantalone: Ma perché tàser con mi e co mio fradello?

Lelio: Perché ho fatto il matrimonio su due piedi.

Pantalone: Come s'intende un matrimonio su do piè?

Lelio: Fui sorpreso dal padre in camera della sposa...

Pantalone: Perché geristu andà in camera della putta?

Lelio: Pazzie amorose, frutti della gioventù.

Pantalone: Ah desgrazià! Basta, ti xe maridà, la sarà fenia. Cossa gh'ala nome la to novizza?

Lelio: Briseide.

Pantalone: E so pare?

Lelio: Don Policarpio.

Pantalone: El cognome?

Lelio: Di Albacava.

Pantalone: Xela zovene?

Lelio: Della mia età.

Pantalone: Come astu fatto amicizia?

Lelio: La sua villa era vicina alla nostra.

Pantalone: Come t'astu introdotto in casa?

Lelio: Col mezzo d'una cameriera.

Pantalone: E i t'ha trovà in camera?

Lelio: Sì, da solo a sola.

Pantalone: De dì, o de notte?

Lelio: Fra il chiaro e l'oscuro.

Pantalone: E ti ha avudo cussì poco giudizio de lassarte trovar, a rischio che i te mazza?

Lelio: Mi son nascosto in un armadio.

Pantalone: Come donca t'ali trovà?

Lelio: Il mio orologio di ripetizione ha suonate le ore, e il padre si è insospettito.

Pantalone: Oh diavolo! Coss'alo dito?

Lelio: Ha domandato alla figlia da chi aveva avuta quella ripetizione.

Pantalone: E ella?

Lelio: Ed ella disse subito averla avuta da sua cugina.

Pantalone: Chi ela sta so cugina?

Lelio: La duchessa Matilde, figlia del principe Astolfo, sorella del conte Argante, sopraintendente alle caccie di S. M.

Pantalone: Sta to novizza la gh'ha un parentà strepitoso.

Lelio: E' d'una nobiltà fioritissima.

Pantalone: E cussì, del relogio cossa ha dito so pare? S'alo quietà?

Lelio: L'ha voluto vedere.

Pantalone: Oh bella! Com'èla andada?

Lelio: E' venuta Briseide, ha aperto un pocolino l'armadio, e mi ha chiesto sotto voce l'orologio.

Pantalone: Bon; co ti ghel davi, no giera altro.

Lelio: Nel levarlo dal saccoccino, la catena si è riscontrata col cane d'una pistola che tenevo montata, e la pistola sparò.

Pantalone: Oh poveretto mi? T'astu fatto mal?

Lelio: Niente affatto.

Pantalone: Cossa hai dito? Cossa xe stà?

Lelio: Strepiti grandi. Mio suocero ha chiamata la servitù.

Pantalone: T'hai trovà?

Lelio: E come!

Pantalone: Me trema el cuor. Cossa t'ali fatto?

Lelio: Ho messo mano alla spada, e sono tutti fuggiti.

Pantalone: E se i te mazzava?

Lelio: Ho una spada che non teme di cento.

Pantalone: In semola ("Mettere la spada nella crusca", detto burlesco derisorio), padron, in semola. E cussì, xestu scampa?

Lelio: Non ho voluto abbandonar la mia bella.

Pantalone: Ella coss'ala dito?

Lelio: Mi si è gettata a' piedi colle lagrime agli occhi. (tenero).

Pantalone: Par che ti me conti un romanzo.

Lelio: Eppure vi narro la semplice verità.

Pantalone: Come ha fenio l'istoria?

Lelio: Mio suocero è ricorso alla giustizia. E' venuto un capitano con una compagnia di soldati, me l'hanno fatta sposare, e per castigo mi hanno assegnato ventimila scudi di dote.

Pantalone: (Questa la xe fursi la prima volta, che da un mal sia derivà un ben). (da sé).

Lelio: (Sfido il primo gazzettiere d'Europa a inventare un fatto così bene circostanziato). (da sé).

Pantalone: Fio mio, ti xe andà a un brutto rischio, ma za che ti xe riuscio con onor, ringrazia el cielo, e per l'avegnir abbi un poco più de giudizio. Pistole, pistole! Cossa xe ste pistole? Qua no se usa ste cosse.

Lelio: Da quella volta in qua, mai più non ho portate armi da fuoco.

Pantalone: Ma de sto matrimonio, perché no dirlo a to barba?

Lelio: Quando è successo il caso, era gravemente ammalato.

Pantalone: Perché no scriverlo a mi?

Lelio: Aspettai a dirvelo a voce.

Pantalone: Perché no astu menà la sposa con ti a Venezia?

Lelio: E' gravida in sei mesi.

Pantalone: Anca gravia? In sie mesi? Una bagattella! El negozio no xe tanto fresco. Va là, che ti ha fatto una bella cossa a no me avvisar.

Dirà ben to missier (Suocero), che ti gh'ha un pare senza creanza, non avendoghe scritto una riga per consolarme de sto matrimonio. Ma quel che non ho fatto, farò. Sta sera va via la posta de Napoli, ghe voggio scriver subito, e sora tutto ghe voggio raccomandar la custodia de mia niora (Nuora) e de quel putto che vegnirà alla luse, che essendo frutto de mio fio, el xe anca parto delle mie viscere. Vago subito...

Ma no me arrecordo più el cognome de don Policarpio. Tornemelo a dir, caro fio.

Lelio: (Non me lo ricordo più nemmen io!) (da sé) Don Policarpio Carciofoli.

Pantalone: Carciofoli? Non me par che ti abbi dito cussì. Adesso me l'arrecordo. Ti m'ha dito d'Albacava.

Lelio: Ebbene, Carciofoli è il cognome, Albacava è il suo feudo: si chiama nell'una e nell'altra maniera.

Pantalone: Ho capio. Vago a scriver. Ghe dirò, che subito che la xe in stato de vegnir, i me la manda a Venezia la mia cara niora. No vedo l'ora de véderla: no vedo l'ora de basar quel caro putello, unica speranza e sostegno de casa Bisognosi, baston della vecchiezza del povero Pantalon. (parte).



SCENA TREDICESIMA


(LELIO solo).


Lelio: Che fatica terribile ho dovuto fare per liberarmi dall'impegno di sposare questa bolognese, che mio padre aveva impegnata per me!

Quand'abbia a far la pazzia di legarmi colla catena del matrimonio, altre spose non voglio che Rosaura. Ella mi piace troppo. Ha un non so che, che a prima vista m'ha colpito. Finalmente è figlia di un medico, mio padre non può disprezzarla. Quando l'avrò sposata, la napolitana si convertirà in veneziana. Mio padre vuol dei bambini? Gliene faremo quanti vorrà. (parte).



SCENA QUATTORDICESIMA

Strada col terrazzino della casa del Dottore.


(FLORINDO e BRIGHELLA).


Florindo: Brighella, son disperato.

Brighella: Per che causa?

Florindo: Ho inteso dire che il dottor Balanzoni voglia dar per moglie la signora Rosaura ad un marchese napolitano.

Brighella: Da chi avì sentido a dir sta cossa?

Florindo: Dalla signora Beatrice sua sorella.

Brighella: Donca no bisogna perder più tempo. Bisogna che parlè, che ve dichiarè.

Florindo: Sì, Brighella, ho risolto spiegarmi.

Brighella: Sia ringrazià el cielo. Una volta ve vederò fursi contento.

Florindo: Ho composto un sonetto, e con questo penso di scoprirmi a Rosaura.

Brighella: Eh, che no ghe vol sonetti. L'è meio parlar in prosa.

Florindo: Il sonetto è bastantemente chiaro per farrni intendere.

Brighella: Quando l'è chiaro, e che siora Rosaura el capissa, anca el sonetto pol servir. Possio sentirlo anca mi?

Florindo: Eccolo qui. Osserva come è scritto bene.

Brighella: No l'è miga scritto de vostro carattere.

Florindo: No, l'ho fatto scrivere.

Brighella: Perché mo l'avì fatto scriver da un altro?

Florindo: Acciò non si conosca la mia mano.

Brighella: Mo no s'ha da saver che l'avì fatto vu?

Florindo: Senti, se può parlare più chiaramente di me.


SONETTO.

Idolo del mio cor, nume adorato,

Per voi peno tacendo, e v'amo tanto

Che temendo d'altrui vi voglia il fato,

M'esce dagli occhi, e più dal cuore il pianto.


Io non son cavalier, né titolato,

Né ricchezze o tesori aver mi vanto;

A me diede il destin mediocre stato,

Ed è l'industria mia tutto il mio vanto.


Io nacqui in Lombardia sott'altro cielo.

Mi vedete sovente a voi d'intorno.

Tacqui un tempo in mio danno, ed or mi svelo,


Sol per vostra cagion fo qui soggiorno.

A voi, Rosaura mia, noto è il mio zelo,

E il nome mio vi farò noto un giorno.


Florindo: Ah, che ne dici?

Brighella: L'è bello, l'è bello, ma nol spiega gnente.

Florindo: Come non spiega niente? Non parla chiaramente di me? La seconda quaderna mi dipinge esattamente. E poi, dicendo nel primo verso del primo terzetto: "Io nacqui in Lombardia", non mi manifesto per bolognese?

Brighella: Lombardia è anca Milan, Bergamo, Bressa, Verona, Mantova, Modena e tante altre città. Come ala mo da indovinar, che voia dir bolognese?

Florindo: E questo verso, "Mi vedete sovente a voi d'intorno", non dice espressamente che sono io?

Brighella: El pol esser qualchedun altro.

Florindo: Eh via, sei troppo sfistico. Il sonetto parla chiaro, e Rosaura l'intenderà.

Brighella: Se ghel darì vu, la l'intenderà meio.

Florindo: Io non glielo voglio dare.

Brighella: Donca come volì far?

Florindo: Ho pensato di gettarlo sul terrazzino. Lo troverà, lo leggerà, e capirà tutto.

Brighella: E se lo trova qualchedun altro?

Florindo: Chiunque lo troverà, lo farà leggere anche a Rosaura.

Brighella: No saria meio...

Florindo: Zitto; osserva come si fa. (getta il sonetto sul terrazzino).

Brighella: Pulito! Sè più franco de man, che de lengua.

Florindo: Parmi di vedere che venga gente sul terrazzino.

Brighella: Stemo qua a goder la scena.

Florindo: Andiamo, andiamo. (parte).

Brighella: El parlerà, quando no ghe sarà più tempo. (parte).



SCENA QUINDICESIMA

(COLOMBINA sul terrazzino, poi ROSAURA)


Colombina: Ho veduto venire un non so che sul terrazzino. Son curiosa sapere che cos'è. Oh ecco un pezzo di carta. Che sia qualche lettera?

(l'apre) Mi dispiace che so poco leggere. "S, o, So, n, e, t, Sonet, t, o to, Sonetto". E' un sonetto. Signora padrona, venite sul terrazzino. E' stato gettato un sonetto. (verso la casa).

Rosaura: Un sonetto? Chi l'ha gettato? (viene sul terrazzino).

Colombina: Non lo so. L'ho ritrovato a caso.

Rosaura: Da' qui, lo leggerò volentieri.

Colombina: Leggetelo, che poi lo farete sentire anche a me. Vado a stirare, sin tanto che il ferro è caldo. (parte).

Rosaura: Lo leggerò con piacere. (legge piano).


SCENA SEDICESIMA

(LELIO e detta).

Lelio: (Ecco la mia bella Rosaura; legge con grande attenzione: son curioso di saper cosa legga). (da sé) Rosaura: (Questo sonetto ha delle espressioni, che mi sorprendono).

(da sé) Lelio: Permette la signora Rosaura, ch'io abbia il vantaggio di riverirla?

Rosaura: Oh perdonatemi, signor marchese, non vi aveva osservato.

Lelio: Che legge di bello? Poss'io saperlo?

Rosaura: Ve lo dirò. Colombina mi ha chiamato sul terrazzino: ha ella ritrovato a caso questo sonetto, me lo ha consegnato, e lo trovo essere a me diretto.

Lelio: Sapete voi chi l'abbia fatto?

Rosaura: Non vi è nome veruno.

Lelio: Conoscete il carattere?

Rosaura: Nemmeno.

Lelio: Potete immaginarvi chi l'abbia composto?

Rosaura: Questo è quello ch'io studio, e non l'indovino.

Lelio: E' bello il sonetto?

Rosaura: Mi par bellissimo.

Lelio: Non è un sonetto amoroso?

Rosaura: Certo, egli parla d'amore. Un amante non può scrivere con maggior tenerezza.

Lelio: E ancor dubitate chi sia l'autore?

Rosaura: Non me lo so figurare.

Lelio: Quello è un parto della mia musa.

Rosaura: Voi avete composto questo sonetto?

Lelio: Io, sì, mia cara; non cesso mai di pensare ai vari modi di assicurarvi dell'amor mio.

Rosaura: Voi mi fate stupire.

Lelio: Forse non mi credete capace di comporre un sonetto?

Rosaura: Sì, ma non vi credeva in istato di scriver così.

Lelio: Non parla il sonetto d'un cuor che vi adora?

Rosaura: Sentite i primi versi, e ditemi se il sonetto è vostro:

"Idolo del mio cor, nume adorato, Per voi peno tacendo, e v'amo tanto..." Lelio: Oh, è mio senz'altro. "Idolo del mio cor, nume adorato, - Per voi peno tacendo, e v'amo tanto. Sentite? Lo so a memoria.

Rosaura: Ma perché "tacendo", se ieri sera già mi parlaste?

Lelio: Non vi dissi la centesima parte delle mie pene. E poi è un anno che taccio: e posso dir ancora ch'io peno tacendo.

Rosaura: Andiamo avanti:

"Che temendo d'altrui vi voglia il fato, M'esce dagli occhi, e più dal cuore il pianto".

Chi mi vuole? Chi mi pretende?

Lelio: Solita gelosia degli amanti. Io non ho ancora parlato con vostro padre, non siete ancora mia, dubito e dubitando io piango.

Rosaura: Signor marchese, spiegatemi questi quattro versi bellissimi:

"Io non son cavalier, né titolato, Né ricchezze o tesori aver mi vanto; A me diede il destin mediocre stato, Ed è l'industria mia tutto il mio vanto".

Lelio: (Ora sì, che sono imbrogliato). (da sé).

Rosaura: E' vostro questo bel sonetto?

Lelio: Sì, signora, è mio. Il sincero e leale amore, che a voi mi lega, non mi ha permesso di tirar più a lungo una favola, che poteva un giorno esser a voi di cordoglio, e a me di rossore. Non son cavaliere, non son titolato, è vero. Tale mi finsi per bizzarria, presentandomi a due sorelle, dalle quali non volevo esser conosciuto.

Non volevo io avventurarmi così alla cieca, senza prima esperimentare se potea lusingarmi della vostra inclinazione: ora che vi veggo pieghevole a' miei onesti desiri, e che vi spero amante, ho risoluto di dirvi il vero, e non avendo coraggio di farlo colla mia voce, prendo l'espediente di dirvelo in un sonetto. Non sono ricco, ma di mediocri fortune, ed esercitando in Napoli la nobil arte della mercatura, è vero che l'industria mia è tutto il mio vanto.

Rosaura: Mi sorprende non poco la confessione che voi mi fate; dovrei licenziarvi dalla mia presenza, trovandovi menzognero: ma l'amore che ho concepito per voi, non me lo permette. Se siete un mercante comodo, non sarete un partito per me disprezzabile. Ma il resto del sonetto mi pone in maggiore curiosità. Lo finirò di leggere.

Lelio: (Che diavolo vi può essere di peggio!) (da sé).

Rosaura: "Io nacqui in Lombardia sott'altro cielo".

Come si adatta a voi questo verso, se siete napoletano?

Lelio: Napoli è una parte della Lombardia.

Rosaura: Io non ho mai sentito dire, che il regno di Napoli si comprenda nella Lombardia.

Lelio: Perdonatemi, leggete le istorie, troverete che i Longobardi hanno occupata tutta l'Italia: e da per tutto dove hanno occupato i Longobardi, poeticamente si chiama Lombardia. (Con una donna posso passar per istorico). (da sé).

Rosaura: Sarà come dite voi: andiamo avanti.


"Mi vedete sovente a voi d'intorno" .

Io non vi ho veduto altro che ieri sera:

come potete dire, mi vedete sovente?


Lelio: Dice "vedete"?

Rosaura: Così per l'appunto.

Lelio: E' error di penna, deve dire "vedrete"; "mi vedrete sovente a voi d'intorno".

Rosaura: "Tacqui un tempo in mio danno, ed or mi svelo".

Lelio: E' un anno ch'io taccio, ora non posso più.

Rosaura: All'ultima terzina.

Lelio: (Se n'esco, è un prodigio). (da sé).

Rosaura: "Sol per vostra cagion fo qui soggiorno".

Lelio: Se non fosse per voi, sarei a quest'ora o in Londra, o in Portogallo. I miei affari lo richiedono, ma l'amor che ho per voi, mi trattiene in Venezia.

Rosaura: "A voi, Rosaura mia, noto è il mio zelo".

Lelio: Questo verso non ha bisogno di spiegazione.

Rosaura: Ne avrà bisogno l'ultimo.

"E il nome mio vi farò noto un giorno".

Lelio: Questo è il giorno, e questa è la spiegazione. Io non mi chiamo Asdrubale di Castel d'Oro, ma Ruggiero Pandolfi.

Rosaura: Il sonetto non si può intendere, senza la spiegazione.

Lelio: I poeti sogliono servirsi del parlar figurato.

Rosaura: Dunque avete finto anche il nome.

Lelio: Ieri sera era in aria di fingere.

Rosaura: E stamane in che aria siete?

Lelio: Di dirvi sinceramente la verità.

Rosaura: Posso credere che mi amiate senza finzione?

Lelio: Ardo per voi, né trovo pace senza la speranza di conseguirvi.

Rosaura: Io non voglio essere soggetta a nuovi inganni. Spiegatevi col mio genitore. Datevi a lui a conoscere, e se egli acconsentirà, non saprò ricusarvi. Ancorché mi abbiate ingannata non so disprezzarvi.

Lelio: Ma il vostro genitore dove lo posso ritrovare?

Rosaura: Eccolo che viene.



SCENA DICIASSETTESIMA

(Il DOTTORE e detti).

Dottore: E' questi? (a Rosaura, di lontano).

Rosaura: Sì, ma...

Dottore: Andate dentro. (a Rosaura, non sentito da Lelio) Rosaura: Sentite prima...

Dottore: Va dentro, non mi fare adirare. (come sopra).

Rosaura: Bisogna ch'io l'obbedisca. (entra).

Lelio: (Veramente mi sono portato bene. Gil Blas non ha di queste belle avventure). (da sé).

Dottore: (All'aria si vede ch'è un gran signore; ma mi pare un poco bisbetico). (da sé).

Lelio: (Ora conviene infinocchiare il padre, se sia possibile). (da sé) Signor Dottore, la riverisco divotamente.

Dottore: Le fo umilissima riverenza.

Lelio: Non è ella il padre della signora Rosaura?

Dottore: Per servirla.

Lelio: Ne godo infinitamente, e desidero l'onore di poterla servire.

Dottore: Effetto della sua bontà.

Lelio: Signore, io son uomo che in tutte le cose mie vado alle corte.

Permettetemi dunque, che senza preamboli vi dica ch'io sono invaghito di vostra figlia, e che la desidero per consorte.

Dottore: Così mi piace: laconicamente; ed io le rispondo, che mi fa un onor che non merito, che gliela darò più che volentieri, quando la si compiaccia darmi gli opportuni attestati dell'esser suo.

Lelio: Quando mi accordate la signora Rosaura, mi do a conoscere immediatamente.

Dottore: Non è ella il marchese Asdrubale?

Lelio: Vi dirò, caro amico...




SCENA DICIOTTESIMA.

(OTTAVIO e detti).

Ottavio: Di voi andava in traccia. Mi avete a render conto delle imposture inventate contro il decoro delle figlie del signor Dottore.

Se siete un uomo d'onore, ponete mano alla spada. (a Lelio).

Dottore: Come? Al signor marchese?

Ottavio: Che marchese! Questi è Lelio, figlio del signor Pantalone.

Dottore: Oh diavolo, cosa sento!

Lelio: Chiunque mi sia, avrò spirito bastante per rintuzzare la vostra baldanza. (mette mano alla spada) Ottavio: Venite, se avete cuore. (mette mano egli ancora).

Dottore: (Entra in mezzo) Alto, alto, fermatevi, signor Ottavio, non voglio certamente. Perché vi volete battere con questo bugiardaccio?

Andiamo, venite con me. (ad Ottavio).

Ottavio: Lasciatemi, ve ne prego.

Dottore: Non voglio, non voglio assolutamente. Se vi preme mia figlia, venite meco.

Ottavio: Mi conviene obbedirvi. Ad altro tempo ci rivedremo. (a Lelio).

Lelio: In ogni tempo saprò darvi soddisfazione.

Dottore: Bello il signor marchese! Il signor napoletano! Cavaliere!

Titolato! Cabalone, impostore, bugiardo. (parte con Ottavio).



SCENA DICIANNOVESIMA

(LELIO, poi ARLECCHINO).

Lelio: Maledettissimo Ottavio! Costui ha preso a perseguitarmi: ma giuro al cielo, me la pagherà. Questa spada lo farà pentire d'avermi insultato.

Arlecchino: Sior padron, cossa feu colla spada alla man?

Lelio: Fui sfidato a duello da Ottavio.

Arlecchino: Avì combattù?

Lelio: Ci battemmo tre quarti d'ora.

Arlecchino: Com'ela andada?

Lelio: Con una stoccata ho passato il nemico da parte a parte.

Arlecchino: El sarà morto.

Lelio: Senz'altro.

Arlecchino: Dov'è el cadavere?

Lelio: L'hanno portato via.

Arlecchino: Bravo, sior padron, sì un omo de garbo, non avì mai più fatto tanto ai vostri zorni.



SCENA VENTESIMA

(OTTAVIO e detti).

Ottavio: Non sono di voi soddisfatto. V'attendo domani alla Giudecca:

se siete uomo d'onore, venite a battervi meco.

Arlecchino: (Fa degli atti di ammirazione, vedendo Ottavio).

Lelio: Attendetemi, che vi prometto venire.

Ottavio: Imparerete ad esser meno bugiardo. (parte).

Arlecchino: Sior padron, el morto cammina. (ridendo).

Lelio: La collera mi ha acciecato. Ho ucciso un altro invece di lui.

Arlecchino: L'immagino che l'averì ammazzì colla spada d'una spiritosa invenzion. (starnuta, e parte)


SCENA VENTUNESIMA

(LELIO solo).

Lelio: Non può passare per spiritoso, chi non ha il buon gusto dell'inventare. Quel sonetto però mi ha posto in un grande impegno.

Potea dir peggio?

"Io non son cavalier né titolato,

- Né ricchezze o tesori aver mi vanto!"


E poi:


"nacqui in Lombardia sott'altro celo!"


Mi ha preso per l'appunto di mira quest'incognito mio rivale, ma il mio spirito, la mia destrezza, la mia prontezza d'ingegno supera ogni strana avventura. Quando faccio il mio testamento, voglio ordinare che sulla lapide mia sepolcrale sieno incisi questi versi:


Qui giace Lelio. per voler del fato,

Che per piantar carote a prima vista

Ne sapeva assai più d'un avvocato,

E ne inventava più d'un novellista.

Ancorché morto, in questa tomba il vedi:

Fai molto, passeggier, se morto il credi.


(parte).

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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:13/07/2005 23.47

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