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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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Bruto Secondo

Di: Vittorio Alfieri

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ATTO PRIMO

 

 

SCENA PRIMA

 

Cesare, Antonio, Cicerone, Bruto, Cassio, Cimbro, Senatori. Tutti seduti.

 

 

CESARE

Padri illustri, a consesso oggi vi appella

il dittator di Roma. ver, che rade

volte adunovvi Cesare: ma soli

n'eran cagione i miei nemici e vostri,

che depor mai non mi lasciavan l'armi,

se prima io ratto infaticabilmente

a debellargli appien dal Nilo al Beti

non trascorrea. Ma al fin, concesso viemmi,

ci che bramai sovra ogni cosa io sempre,

giovarmi in Roma del romano senno;

e, ridonata pria Roma a se stessa,

consultarne con voi. - Dal civil sangue

respira or ella; e tempo omai, che al Tebro

ogni uom riabbia ogni suo dritto, e quindi

taccia il livor della calunnia atroce.

Non , non (qual grido stolto il suona)

Roma in nulla scemata: al sol suo nome,

infra il Tago, e l'Eufrate; infra l'adusta

Siene, e la divisa ultima ignota

boreale Albione; al sol suo nome,

trema ogni gente: e vie pi trema il Parto,

da ch'ei di Crasso vincitore; il Parto,

che sta di sua vittoria inopinata

stupidamente attonito; e ne aspetta

il gastigo da voi. Null'altro manca

alla gloria di Roma; ai Parti e al mondo

mostrar, che l cadean morti, e non vinti,

quei romani soldati, a cui fea d'uopo

romano duce, che non d'auro avesse,

ma di vittoria, sete. A tor tal onta,

a darvi in Roma il re dei Parti avvinto,

io mi appresto; o a perir nell'alta impresa.

A trattar di tal guerra, ho scelto io questo

tempio di fausto nome: augurio lieto

per noi sen tragga: ah! s; concordia piena

infra noi tutti, omai fia sola il certo

pegno del vincer nostro. Ad essa io dunque

e vi esorto, e vi prego. - Ivi ci appella

l'onor di Roma, ove l'oltraggio immenso

ebber l'aquile invitte: a ogni altro affetto

silenzio impon l'onor per ora. In folla

arde il popol nel foro; udir sue grida

di qui possiam; che a noi vendetta ei pure

chiede (e la vuol) dei temerarj Parti.

Risolver dunque oggi dobbiam dell'alta

vendetta noi, pria d'ogni cosa. Io chieggo

dal fior di Roma (e, con romana gioja,

chiesto a un tempo e ottenuto, io gi l'ascolto)

quell'unanime assenso, al cui rimbombo

sperso fia tosto ogni nemico, o spento.

CIMBRO

Di maraviglia tanta il cor m'inonda

l'udir parlar di unanime consenso,

ch'io qui primo rispondo; ancor che a tanti

minor, tacer me faccia uso di legge.

Oggi a noi dunque, a noi, gi da tanti anni

muti a forza, il parlare oggi si rende?

Io primier dunque, favellar mi attento:

io, che il gran Cato infra mie braccia vidi

in Utica spirare. Ah! fosser pari

mie' sensi a' suoi! Ma in brevit fien pari,

se in altezza nol sono. - Altri nemici,

altri obbrobrj, altre offese, e assai pi gravi,

Roma punire e vendicar de' pria

che pur pensare ai Parti. Istoria lunga,

dai Gracchi in poi, fian le romane stragi.

Il foro, i templi suoi, le non men sacre

case, inondar vedea di sangue Roma:

n' tutta Italia, e n' il suo mar cosperso:

qual parte omai v'ha del romano impero,

che non sia pingue di romano sangue?

Sparso forse dai Parti? - In rei soldati

conversi tutti i cittadin gi buoni;

in crudi brandi, i necessarj aratri;

in mannaje, le leggi; in re feroci

i capitani: altro a patir ne resta?

Altro a temer? - Pria d'ogni cosa, io dunque

dico, che il tutto nel primier suo stato

tornar si debba; e pria rifarsi Roma,

poi vendicarla. Il che ai Romani lieve.

ANTONIO

Io, consol, parlo; e spetta a me: non parla

chi orgogliose stoltezze al vento spande;

n alcun lo ascolta. - mio parere, o padri,

che quanto il nostro dittatore invitto

chiede or da noi, (bench eseguire il possa

ei per se stesso omai) non pure intende

a tutta render la sua gloria a Roma,

ma che di Roma l'esser, la possanza,

la securt ne pende. Invendicato

cadde in battaglia un roman duce mai?

Di vinta pugna i lor nemici mai

impuniti ne andar presso ai nostri avi?

Per ogni busto di roman guerriero,

nemiche teste a mille a mille poscia

cadean recise dai romani brandi.

Or, ci che Roma, entro al confin ristretta

d'Italia sola, assentir mai non volle,

il soffrirebbe or che i confin del mondo

di Roma il sono? E, sorda fosse anch'ella

a sue glorie; poniam, che il Parto andarne

impunito lasciasse; a lei qual danno

non si vedria tornar dal tristo esemplo?

Popoli molti, e bellicosi, han sede

fra il Parto e noi: chi, chi terralli a freno,

se dell'armi romane il terror tace?

Grecia, Illiria, Macedoni, Germani,

Galli, Britanni, Ispani, Affrica, Egitto,

guerriera gente, che oltraggiata, e vinta,

d'ogni intorno ne accerchia, a Roma imbelle

vorrian servir? n un giorno sol, n un'ora.

Oltre all'onor, dunque innegabil grave

necessitade a vol nell'Asia spinge

l'aquile nostre a debellarla. - Il solo

duce a tanta vendetta a sceglier resta. -,

Ma al cospetto di Cesare, chi duce

osa nomarsi? - Altro eleggiamne, a patto,

ch'ei di vittorie, e di finite guerre,

e di conquiste, e di trionfi, avanzi

Cesare; o ch'anco in sol pugnar lo agguagli. -

Vile invidia che val? Cesare, e Roma,

sono in duo nomi omai sola una cosa;

poich a Roma l'impero alto del mondo

Cesare sol rende, e mantiene. Aperto

nemico dunque or della patria, iniquo

traditor n', chi a sua privata e bassa

picciola causa, la comun grandezza

e securt posporre, invido, ardisce.

CASSIO

Io quell'iniquo or dunque, io s, son quello,

cui traditore un traditore appella.

Primo il sono, e men vanto; or che in duo nomi

sola una cosa ell' Cesare e Roma. -

Breve parla chi dice. Altri qui faccia,

con servili, artefatti, e vuoti accenti,

suonar di patria il nome: ove pur resti

patria per noi, su i casi suoi si aspetta

il risolvere ai padri; in nome io 'l dico

di lor; ma ai veri padri; e non, com'ora,

adunati a capriccio; e non per vana

forma a scherno richiesti; e non da vili

sgherri infami accerchiati intorno intorno,

e custoditi; e non in vista, e quasi

ascoltati da un popolo mal compro

da chi il pasce e corrompe. un popol questo?

Questo, che libertade altra non prezza,

n conosce, che il farsi al bene inciampo,

e ad ogni male scudo? ei la sua Roma

nei gladiator del circo infame ha posta,

e nella pingue annona dell'Egitto.

Da una tal gente pria sgombro il senato

veggasi, e allor ciascun di noi si ascolti. -

Preaccennare il mio parer frattanto

piacemi, ed : Che dittator non v'abbia,

poich guerra or non v'ha; che eletti sieno

consoli giusti; che un senato giusto

facciasi; e un giusto popolo, e tribuni

veri il foro rivegga. Allor dei Parti

deliberar pu Roma; allor, che a segni

certi, di nuovo riconoscer Roma

noi Romani potremo. Infin che un'ombra

vediam di lei fallace, i veri, e pochi

suoi cittadini apprestinsi per essa

a far gli ultimi sforzi; or che i suoi tanti

nemici fan gli ultimi lor contr'essa.

CICERONE

 

Figlio di Roma, e non ingrato, io l'amo

pi che me stesso: e Roma, il d che salva

dall'empia man di Catilina io l'ebbi,

padre chiamommi. In rimembrarlo, ancora

di tenerezza e gratitudin sento

venirne il dolce pianto sul mio ciglio.

Sempre il pubblico ben, la pace vera,

la libert, fur la mia brama; e il sono.

Morire io solo, e qual per Roma io vissi,

per lei deh possa! oh qual mi fia guadagno,

s'io questo avanzo di una trista vita

per lei consunta, alla sua pace io dono! -

Pel vero io parlo; e al canuto mio crine

creder ben puossi. Il mio parlar non tende,

n a pi inasprir chi dagli oltraggi molti

sofferti a lungo, inacerbita ha l'alma

gi di bastante, ancor che giusto, sdegno;

n a pi innalzare il gi soverchio orgoglio

di chi signor del tutto omai si tiene.

A conciliar (che ancor possibil fora)

col ben di ognuno il ben di Roma, io parlo. -

Gi vediam da gran tempo i tristi effetti

del mal fra noi snudato acciaro. I soli

nomi dei capi infrangitor di leggi

si andar cangiando, e con pi strazio sempre

della oppressa repubblica. Chi l'ama

davver fra noi, chi cittadin di cuore,

e non di labro, ora il mio esemplo siegua.

Fra i rancor cupi ascosi, infra gli atroci

odj palesi, infra i branditi ferri,

(se pur l'Erinni rabide li fanno

snudar di nuovo) ognun di noi frapponga

inerme il petto: o ricomposti in pace

fian cos quei discorsi animi feri;

o dalle inique spade trucidati

cadrem noi soli; ad onta lor, Romani

soli, e veraci, noi. - Son questi i sensi,

questi i sospiri, il lagrimare questo

di un cittadin di Roma: al par voi tutti,

deh! lo ascoltate: e chi di gloria troppa

carco gi, deh! non la offuschi, o perda,

tentando invan di pi acquistarne: e quale

all'altrui gloria invidia porta, or pensi

che invidia no, ma virtuosa eccelsa

gara in ben far, pu sola i propri pregi

accrescer molto, e in nobil modo e schietto

scemar gli altrui. - Ma, poich omai ne avanza

tanto in Roma a trattar, dei Parti io stimo,

per or si taccia. Ah! ricomposta, ed una,

per noi sia Roma; e ad un suo sguardo tosto,

Parti, e quanti altri abbia nemici estrani,

spariscon tutti, come nebbia al vento.

BRUTO

 

Cimbro, Cassio, e il gran Tullio, hanno i loro alti

romani sensi in s romana guisa

esposti omai, che nulla a dir di Roma,

a chi vien dopo, resta. Altro non resta,

che a favellar di chi in se stesso ha posta

Roma, e neppur dissimularlo or degna. -

Cesare, a te, poich in te solo Roma,

di Roma no, di te parlare io voglio. -

Io non t'amo, e tu il sai; tu, che non ami

Roma; cagion del non mio amarti, sola:

te non invidio, perch a te minore

pi non mi estimo, da che tu sei fatto

gi minor di te stesso; io te non temo,

Cesare, no; perch a morir non servo

son presto io sempre: io te non odio, al fine,

perch in nulla ti temo. Or dunque, ascolta

qui il solo Bruto; e a Bruto sol d fede;

non al tuo consol servo, che s lungi

da tue virtudi stassi, e sol divide

teco i tuoi vizi, e gli asseconda, e accresce. -

Tu forse ancor, Cesare, merti (io 'l credo)

d'esser salvo; e il vorrei; perch tu a Roma

puoi giovar, ravvedendoti: tu il puoi,

come potesti nuocerle gi tanto.

Questo popol tuo stesso, (al vivo or dianzi

Cassio il ritrasse) il popolo tuo stesso,

ha pochi d, del tuo poter ti fea

meno ebro alquanto. Udito hai tu le grida

di popolare indegnazione, il giorno,

che, quasi a giuoco, il regio serto al crine

leggiadramente cingerti tentava

la maest del consol nuovo: udito

hai fremer tutti; e la regal tua rabbia

impallidir te fea. Ma il serto infame,

cui pur bramavi ardentemente in cuore,

fu per tua man respinto: applauso quindi

ne riscotevi universal; ma punte

eran mortali al petto tuo, le voci

del tuo popol, che in ver non pi romano,

ma n quanto il volevi era pur stolto.

Imparasti in quel d, che Roma un breve

tiranno aver, ma un re non mai, potea.

Che un cittadin non sei, tu il sai, pur troppo

per la pace tua interna: esser tiranno

pur ti pesa, anco il veggio: e a ci non eri

nato tu forse; or, s'io ti abborra, il vedi.

Svela su dunque, ove tu il sappi, a noi,

ed a te stesso in un, ci ch'esser credi,

ci ch'esser speri. - Ove nol sappi, impara,

tu dittator dal cittadino Bruto,

ci ch'esser merti. Cesare, un incarco,

alto pi assai di quel che assumi, avanza.

Speme hai di farti l'oppressor di Roma;

liberator fartene ardisci, e n'abbi

certezza intera. - Assai ben scorgi, al modo

con cui Bruto ti parla, che se pensi

esser gi fatto a noi signor, non io

suddito a te per anco esser mi estimo.

ANTONIO

Del temerario tuo parlar la pena,

in breve, io 'l giuro...

CESARE

Or basti. - Io nell'udirvi

s lungamente tacito, non lieve

prova novella ho di me dato; e, dove

me signor d'ogni cosa io pur tenessi,

non indegno il sarei; poich'io l'ardito

licenzioso altrui parlare osava,

non solo udir, ma provocare. A voi

abbastanza pur libera non pare

quest'adunanza ancor; bench d'oltraggi

carco v'abbiate il dittator, che oltraggi

pu non udir, s'ei vuole. Al sol novello,

lungi dal foro, e senza armate scorte

che voi difendan dalla plebe, io, dunque

entro alla curia di Pompeo v'invito

a consesso pi franco. Ivi, pi a lungo,

pi duri ancora e pi insultanti detti,

udr da voi: ma quivi, esser de' fermo

il destino dei Parti. Ove ai pi giovi,

non io dissento, ch'ivi fermo a un tempo

sia, ma dai pi, di Cesare il destino.

 


 


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Edizione HTML a cura di: mail@debibliotheca.com
Ultimo Aggiornamento:
14/07/2005 22.25

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