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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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Bruto Primo

Di: Vittorio Alfieri

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ATTO SECONDO

 

SCENA PRIMA

 

Bruto, Tito.

 

TITO

 

Come imponevi, ebber l'invito, o padre,

tutti i patrizj per consesso augusto.

Giá l'ora quarta appressa; intera Roma

tosto a' tuoi cenni avrai. Mi cape appena

entro la mente attonita il vederti

signor di Roma quasi...

BRUTO

Di me stesso

signor me vedi, e non di Roma, o Tito:

né alcun signor mai piú saravvi in Roma.

Io lo giurai per essa: io che finora

vil servo fui. Tal mi vedeste, o figli,

mentre coi figli del tiranno in corte

io v'educava a servitú. Tremante

padre avvilito, a libertá nudrirvi

io nol potea: cagione indi voi siete,

voi la cagion piú cara, ond'io mi abbelli

dell'acquistata libertá. Gli esempli

liberi e forti miei, scorta e virtude

saranvi omai, piú che il servir mio prisco

non vel fosse a viltá. Contento io muoio

per la patria quel dí che in Roma io lascio

fra cittadini liberi i miei figli.

TITO

Padre, all'alto tuo cor, che a noi pur sempre

tralucea, non minor campo era d'uopo

di quel che immenso la fortuna or t'apre.

Deh possiam noi nella tua forte impresa

giovarti! Ma, gli ostacoli son molti,

e terribili sono. È per se stessa

mobil cosa la plebe: oh quanti aiuti

ai Tarquinj ancor restano!...

BRUTO

Se nullo

ostacol piú non rimanesse, impresa

lieve fora, e di Bruto indi non degna:

ma, se Bruto gli ostacoli temesse,

degno non fora ei di compirla. - Al fero

immutabil del padre alto proposto,

tu il giovenile tuo bollore accoppia;

cosí di Bruto, e in un di Roma figlio,

Tito sarai. - Ma il tuo german si affretta...

Udiam quai nuove ei reca.

 

 

 

SCENA SECONDA

 

Tiberio, Bruto, Tito

 

TIBERIO

Amato padre,

mai non potea nel foro in miglior punto

incontrarti. Di gioja ebro mi vedi:

te ricercava. - Ansante io son, pel troppo

ratto venir: da non mai pria sentiti

moti agitato, palpitante, io sono.

Visti ho dappresso i rei Tarquinj or ora;

e non tremai...

TITO

Che fu?

BRUTO

Dove?...

TIBERIO

Convinto

con gli occhi miei mi son, ch'egli è il tiranno

l'uom fra tutti il minore. Il re superbo,

coll'infame suo Sesto, udita appena

Roma sommossa, abbandonava il campo;

e a sciolto fren ver la cittá correa

con stuolo eletto: e giunti eran giá quivi

presso alla porta Carmentale...

TITO

Appunto

v'eri tu a guardia.

TIBERIO

Oh me felice! io 'l brando

contro ai tiranni, io lo snudai primiero. -

Munita e chiusa la ferrata porta

sta: per difesa, alla esterior sua parte,

io con venti Romani, in sella tutti,

ci aggiriamo vegliando. Ecco il drappello,

doppio del nostro almen, ver noi si addrizza,

con grida, urli, e minacce. Udir, vederli,

ravvisargli, e co' ferri a loro addosso

scagliarci, è un solo istante. Altro è l'ardire,

altra è la rabbia in noi: tiranni a schiavi

credean venir; ma libertade e morte

ritrovan ei de' nostri brandi in punta.

Dieci e piú giá, morti ne abbiamo; il tergo

dan gli altri in fuga, ed è il tiranno il primo.

Gl'incalziamo gran tempo; invano; han l'ali.

Io riedo allora all'affidata porta;

e, caldo ancor della vittoria, ratto

a narrartela vengo.

BRUTO

Ancor che lieve,

esser de' pur di lieto augurio a Roma

tal principio di guerra. Avervi io parte

voluto avrei; che nulla al pari io bramo,

che di star loro a fronte. Oh! che non posso

e in foro, e in campo, e lingua, e senno, e brando,

tutto adoprare a un tempo? Ma, ben posso,

con tai figli, adempir piú parti in una.

TIBERIO

Altro a dirti mi resta. Allor che in fuga

ebbi posti quei vili, io, nel tornarne

verso le mura, il suon da tergo udiva

di destrier che correa su l'orme nostre;

volgomi addietro, ed ecco a noi venirne

del tirannico stuolo un uom soletto:

nuda ei la destra innalza; inerme ha il fianco;

tien con la manca un ramoscel d'olivo,

e grida, e accenna: io mi soffermo, ei giunge;

e in umil suon, messo di pace, ei chiede

l'ingresso in Roma. A propor patti e scuse

viene a Bruto, e al senato...

BRUTO

Al popol, dici:

che, o nulla è Bruto; o egli è del popol parte.

Ed era il messo?...

TIBERIO

Egli è Mamilio: io 'l fea

ben da' miei custodir fuor della porta;

quindi a saper che far sen debba io venni.

BRUTO

Giunge in punto costui. Non piú opportuno,

né piú solenne il dí potea mai scerre

per presentarsi de' tiranni il messo.

Vanne; riedi alla porta, il cerca, e teco

tosto lo adduci. Ei parlerá, se l'osa,

a Roma tutta in faccia: e udrá risposta

degna di Roma, io spero.

TIBERIO

A lui men volo.

 

SCENA TERZA

 

Bruto, Tito

 

BRUTO

Tu, vanne intanto ai senatori incontro;

fa che nel foro il piú eminente loco

a lor dia seggio. Ecco, giá cresce in folla

plebe; e assai de' senator pur veggo;

vanne; affrettati, o Tito.

 

SCENA QUARTA

 

Bruto, Popolo, Senatori e Patrizj,

che si van collocando nel foro

 

 

BRUTO

- O tu, sovrano

scrutator dei piú ascosi umani affetti;

tu che il mio cor vedi ed infiammi; o Giove,

massimo, eterno protettor di Roma;

prestami, or deh! mente e linguaggio e spirti

alla gran causa eguali... Ah! sí, il farai;

s'egli è pur ver, che me stromento hai scelto

a libertá, vero e primier tuo dono.

 

 

SCENA QUINTA

 

Bruto, salito in ringhiera, Valerio, Tito

Popolo, Senatori, Patrizj.

 

BRUTO

A tutti voi, concittadini, io vengo

a dar dell'opre mie conto severo.

Ad una voce mi assumeste or dianzi

con Collatino a dignitá novella

del tutto in Roma: ed i littori, e i fasci,

e le scuri (fra voi giá regie insegne)

all'annual nostro elettivo incarco

attribuir vi piacque. In me non entra

per ciò di stolta ambizione il tarlo:

d'onori, no, (benché sien veri i vostri)

ebro non son: di libertade io 'l sono;

di amor per Roma; e d'implacabil fero

abborrimento pe' Tarquinj eterno.

Sol mio pregio fia questo; e ognun di voi

me pur soverchi in tale gara eccelsa;

ch'altro non bramo.

POPOLO

Il dignitoso e forte

tuo aspetto, o Bruto, e il favellar tuo franco,

tutto, sí, tutto in te ci annuncia il padre

dei Romani, e di Roma.

BRUTO

O figli, dunque;

veri miei figli, (poiché a voi pur piace

onorar me di un tanto nome) io spero

mostrarvi in breve, ed a non dubbie prove,

ch'oltre ogni cosa, oltre a me stesso, io v'amo. -

Con molti prodi il mio collega in armi

uscito è giá della cittade a campo,

per incontrar, e in securtá raccorre

quei che a ragion diserte han le bandiere

degli oppressori inique. Io tutti voi,

plebe, e patrizj, e cavalieri, e padri,

nel foro aduno; perché a tutti innanzi

trattar di tutti la gran causa io stimo.

Tanta è parte or di Roma ogni uom romano,

che nulla escluder dal consesso il puote,

se non l'oprar suo reo. - Patrizj illustri;

voi, pochi omai dal fero brando illesi

del re tiranno; e voi, di loro il fiore,

senatori; adunarvi infra una plebe

libera e giusta sdegnereste or forse?

Ah! no: troppo alti siete. Intorno intorno,

per quanto io giri intenti gli occhi, io veggo

Romani tutti; e nullo havvene indegno,

poiché fra noi re piú non havvi. - Il labro

a noi tremanti e mal sicuri han chiuso

finora i re: né rimaneaci scampo:

o infami farci, assenso dando infame

alle inique lor leggi; o noi primieri

cader dell'ira lor vittime infauste,

se in voi l'ardir di opporci invan, sorgea.

VALERIO

 

Bruto, il vero tu narri. - A Roma io parlo

dei senatori in nome. - È ver, pur troppo!

Noi da gran tempo a invidíar ridotti

ogni piú oscuro cittadino; astretti

a dispregiar, piú ch'ogni reo, noi stessi;

che piú? sforzati, oltre il comune incarco

di servitú gravissimo, a tor parte

della infamia tirannica; ci femmo

minori assai noi della plebe; e il fummo:

né innocente parere al popol debbe

alcun di noi, tranne gli uccisi tanti

dalla regia empia scure. Altro non resta

oggi a noi dunque, che alla nobil plebe

riunir fidi il voler nostro intero;

né omai tentar di soverchiarla in altro,

che nell'odio dei re. Sublime, eterna

base di Roma, fia quest'odio sacro.

Noi dunque, noi, per gl'infernali Numi,

sul sangue nostro e quel dei figli nostri,

tutti il giuriam ferocemente, a un grido.

POPOLO

Oh grandi! Oh forti! Oh degni voi soltanto

di soverchiarci omai! La nobil gara

accettiam di virtú. Non che gl'iniqui

espulsi re, (da lor viltá giá vinti)

qual popol, quale, imprenderia far fronte

a noi Romani e cittadini a prova?

BRUTO

Divina gara! sovrumani accenti!...

Contento io moro: io, qual Romano il debbe,

ho parlato una volta; ed ho con questi

orecchi miei pure una volta udito

Romani sensi. - Or, poiché Roma in noi

per la difesa sua tutta si affida

fuor delle mura esco a momenti io pure;

e a voi giorno per giorno darem conto

d'ogni nostr'opra, o il mio collega, od io;

finché, deposte l'armi, in piena pace

darete voi stabil governo a Roma.

POPOLO

Romper, disfar, spegner del tutto in pria

tiranni fa d'uopo.

BRUTO

A ciò sarovvi,

ed a null'altro, io capo. - Udir vi piaccia

un loro messo brevemente intanto:

in nome lor di favellarvi ei chiede.

Il credereste voi? Tarquinjo, e seco

l'infame Sesto, ed altri pochi, or dianzi

fin presso a Roma a spron battuto ardiro

spingersi; quasi a un gregge vil venirne

stimando; ahi stolti! Ma, delusi assai

ne furo; a me l'onor dell'armi prime

furò Tiberio, il figliuol mio. Ne andaro

gl'iniqui a volo in fuga; all'arte quindi

dalla forza scendendo, osan mandarvi

ambasciator Mamilio. I patti indegni

piacevi udir quai sieno?

POPOLO

Altro non havvi

patto fra noi, che il morir loro, o il nostro.

BRUTO

Ciò dunque egli oda, e il riferisca.

POPOLO

A noi

venga su dunque il servo nunzio; i sensi

oda ei di Roma, e a chi l'invia li narri.

 

SCENA SESTA

 

Bruto, Tito, Tiberio, Mamilio. Valerio,

Popolo, Senatori e Patrizj.

 

BRUTO

Vieni, Mamilio, inoltrati; rimira

quanto intorno ti sta. Cresciuto in corte

de' Tarquinj, tu Roma non hai visto:

mirala; è questa. Eccola intera, e in atto

di ascoltarti. Favella.

MAMILIO

... Assai gran cose

dirti, o Bruto, dovrei: ma, in questo immenso

consesso,... esporre... all'improvviso...

BRUTO

Ad alta

voce favella; e non a me. Sublime

annunziator di regj cenni, ai padri,

alla plebe gli esponi: in un con gli altri,

Bruto anch'egli ti ascolta.

POPOLO

A tutti parla;

e udrai di tutti la risposta, in brevi

detti, per bocca del gran consol Bruto.

Vero interprete nostro egli è, sol degno

di appalesar nostr'alme. Or via, favella;

e sia breve il tuo dire: aperto e intero

sará il risponder nostro.

BRUTO

Udisti?

MAMILIO

Io tremo.

- Tarquinjo re...

POPOLO

Di Roma no.

MAMILIO

- Di Roma

Tarquinjo amico, e padre...

POPOLO

Egli è di Sesto

l'infame padre, e non di noi...

BRUTO

Vi piaccia,

quai che sian i suoi detti, udirlo in pieno

dignitoso silenzio.

MAMILIO

- A voi pur dianzi

venía Tarquinjo, al primo udir che Roma

tumultuava; e inerme, e solo ei quasi,

securo appien nella innocenza sua,

e nella vostra lealtá, veniva:

ma il respingeano l'armi. Indi ei m'invia

messaggero di pace; e per me chiede,

qual è il delitto, onde appo voi sí reo,

a perder abbia oggi ei di Roma il trono

a lui da voi concesso...

POPOLO

Oh rabbia! Oh ardire!

Spenta è Lucrezia, e del delitto ei chiede?...

MAMILIO

Fu Sesto il reo, non egli...

TIBERIO

E Sesto, al fianco

del padre, anch'ei veniva or dianzi in Roma:

e se con lui volto non era in fuga,

voi qui vedreste.

POPOLO

Ah! perché in Roma il passo

lor si vietò? giá in mille brani e in mille

fatti entrambi gli avremmo.

MAMILIO

- È ver, col padre

Sesto anco v'era: ma Tarquinjo stesso,

piú re che padre, il suo figliuol traea,

per sottoporlo alla dovuta pena.

BRUTO

Menzogna è questa, e temeraria, e vile;

e me pur, mal mio grado, a furor tragge.

Se, per serbarsi il seggio, il padre iniquo

svenar lasciasse anco il suo proprio figlio,

forse il vorremmo noi? La uccisa donna

ha posto, è vero, al soffrir nostro il colmo:

ma, senz'essa, delitti altri a migliaja

mancano al padre, ed alla madre, e a tutta

la impura schiatta di quel Sesto infame?

Servio, l'ottimo re, suocero e padre,

dal scelerato genero è trafitto;

Tullia, orribile mostro, al soglio ascende

calpestando il cadavero recente

dell'ucciso suo padre: il regnar loro

intesto è poi di oppressioni e sangue;

senatori e i cittadin svenati;

spogliati appieno i non uccisi; tratto

dai servigi di Marte generosi,

(a cui sol nasce il roman popol prode)

tratto a cavar vilmente e ad erger sassi,

che rimarranno monumento eterno

del regio orgoglio e del di lui servaggio:

ed altre, ed altre iniquitá lor tante:...

quando mai fin, quando al mio dir porrei,

se ad uno ad uno annoverar volessi

de' Tarquinj i misfatti? Ultimo egli era,

Lucrezia uccisa; e oltr'esso omai non varca,

né la loro empietá, né il soffrir nostro.

POPOLO

L'ultimo è questo; ah! Roma tutta il giura...

VALERIO

Il giuriam tutti: morti cadrem tutti,

pria che in Roma Tarquinjo empio mai rieda.

BRUTO

- Mamilio, e che? muto, e confuso stai?

Ben la risposta antiveder potevi.

Vanne; recala or dunque al signor tuo,

poich'esser servo all'esser uom preponi.

MAMILIO

- Ragioni molte addur potrei;... ma, niuna...

POPOLO

No; fra un popolo oppresso e un re tiranno,

ragion non havvi, altra che l'armi. In trono,

pregno ei d'orgoglio e crudeltade, udiva,

udiva ei forse allor ragioni, o preghi?

Non rideva egli allor del pianger nostro?

MAMILIO

- Dunque, omai piú felici altri vi faccia

con miglior regno. - Ogni mio dire in una

sola domanda io stringo. - Assai tesori

Tarquinjo ha in Roma; e son ben suoi: fia giusto,

ch'oltre l'onore, oltre la patria e il seggio,

gli si tolgan gli averi?

POPOLO

- A ciò risponda

Bruto per noi.

BRUTO

Non vien la patria tolta

dai Romani a Tarquinjo: i re non hanno

patria mai; né la mertano: e costoro

di roman sangue non fur mai, né il sono.

L'onor loro a se stessi han da gran tempo

tolto essi giá. Spento è per sempre in Roma

e il regno, e il re, dal voler nostro; il seggio

preda alle fiamme, e in cener vil ridotto;

né di lui traccia pure omai piú resta.

In parte è ver, che i loro avi stranieri

seco in Roma arrecar tesori infami,

che, sparsi ad arte, ammorbatori in pria

fur dei semplici nostri almi costumi;

tolti eran poscia, e si accrescean col nostro

sudore e sangue: onde i Romani a dritto

ben potrian ripigliarseli. - Ma, Roma

degni ne stima oggi i Tarquinj soli;

e a lor li dona interi.

POPOLO

Oh cor sublime!

Un Nume, il genio tutelar di Roma

favella in Bruto. Il suo voler si adempia...

Abbia Tarquinjo i rei tesori...

BRUTO

Ed esca

coll'oro il vizio, e ogni regal lordura. -,

Vanne Mamilio; i loro averi aduna,

quanto piú a fretta il puoi: custodi e scorta

a ciò ti fian miei figli. Ite voi seco.

 

SCENA SETTIMA

 

Bruto, Popolo, Valerio, Senatori Patrizj.

 

BRUTO

Abbandonare, o cittadini, il foro

dovriasi, parmi; e uscire in armi a campo.

Vediam, vediam, s'altra risposta forse

chiederci ardisce or di Tarquinjo il brando.

POPOLO

Ecco i tuoi scelti, a tutto presti, o Bruto.

BRUTO

Andiam, su dunque, alla vittoria, o a morte.

 


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Edizione HTML a cura di: [email protected]
Ultimo Aggiornamento:
13/07/2005 22.45

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