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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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I VICERÉ

di Federico de Roberto

Parte terza

4.

Il principe Giacomo tardò molto a riaversi interamente dal colpo che l'ultima spiegazione col figlio gli aveva procurato. Con la minaccia d'una congestione cerebrale, si condannò da se stesso, pel terrore di morire di subito, a una dieta magra che gli impoverì il sangue. Debole, irritabile, divenne più di prima il terrore della casa e, attribuendo più che mai il proprio male al pestifero influsso del figliuolo, non soffriva più d'udirlo nominare. Nei primi tempi, se Baldassarre o qualcuno dei lavapiatti o della servitù alludeva al principino, egli esclamava, afferrando l'ignobile amuleto, tenendolo stretto come in procinto di naufragare: «Salute a noi!... Salute a noi!...» e ingiungeva alle persone di tacere, di smettere immediatamente, rosso in viso come se davvero fosse per morir soffocato. La gente si faceva il segno della croce udendo parlare di quella paura inumana, di quell'avversione contro natura: Teresa ne soffriva più di tutti. Poiché suo fratello non poteva più venire al palazzo, ella stessa andava a trovarlo, in compagnia della principessa, per la quale Consalvo era tornato d'un'indifferenza quasi serena ed urbana, poco lontana dall'affabilità. La madrigna, di nascosto dal principe, mandava al giovanotto buona parte della roba che i fattori portavano dalla campagna e, quantunque ella stessa disponesse di pochi quattrini, pure metteva a disposizione del figliastro la propria borsa. Consalvo, ringraziandola, non accettava nulla: suo padre gli aveva fatto un assegno, e Baldassarre gli portava ogni primo del mese i quattrini. Erano pochi, ma egli s'ingegnava di farli bastare, soffocava i suoi bisogni costosi, mortificava i suoi desideri di lusso, e non ne soffriva, o ne soffriva come d'una cura dolorosa, necessaria al riacquisto della salute. Quanto al principe, era come se egli non avesse più quel figliuolo: costretto a parlare di lui, non lo chiamava più «mio figlio», né «Consalvo», né «principino», ma «Salut'a noi!...» Diceva, per esempio, a Baldassarre: «Porta la mesata a Salut'a noi...» oppure domandava alla principessa, in qualche raro momento di buon umore: «Che dice quella bestia di Salut'a noi?...» E Teresa non pensava più a Giuliano, dimenticava il proprio dolore, atterrita da quell'odio scellerato. Ella non leggeva più, non sedeva più al pianoforte, col triste pensiero sempre nella mente. L'esilio del fratello era grave al suo cuore; ma perché aveva egli suscitato l'ira del padre? Come aveva osato incolparlo?... Se pure egli avesse avuto ragione? Se era vero?... Allora si nascondeva il viso tra le mani, come nel pauroso momento della rivelazione, per non pensare, per non rammentare. Non rammentava ella la madrigna far da padrona in casa della sua povera mamma? Non rammentava il dolore provato all'annunzio che suo padre sposava quell'altra qualche mese dopo la morte della sua santa mamma?... Ma no! Ma no! Per discacciare i suoi ricordi, per vincere l'orribile pensiero, si segnava, pregava, e usciva fortificata dall'orazione. Era colpa dimorare in quei pensieri, continuar quell'indagine: ella unicamente doveva al padre rispetto, obbedienza ed amore. E credendo suo debito compensarlo della ribellione di Consalvo, lo ubbidiva ciecamente, lo serviva con umiltà. Il principe non le sapeva grado di quella sua inesauribile bontà. Se talvolta, essendo triste, provando il bisogno di sollevare un istante lo spirito oppresso, ella si metteva al pianoforte, i suoni lo irritavano, le ingiungeva che smettesse. Sempre più interessato, litigava sulle spese per le sue vesti; Teresa si contentava di tutto. Ma per solo capriccio di criticare, di esercitare comunque la propria autorità, ed anche per una specie d'invidia che, goffo com'era sempre stato, gli destava l'abilità con la quale ella faceva figurare come un abito di lusso la più modesta vesticciuola, la punzecchiava assiduamente a proposito della sarta o del figurino di mode. Un giorno però, contro il solito, s'occupò dell'abbigliamento della figliuola non per rimproverarne l'eleganza, ma per giudicarlo troppo modesto. «Non hai un abito più grazioso da mettere oggi?» Era una domenica d'estate, e come di consueto la principessa e Teresa andavano fuori in carrozza per prendere il gelato e fermarsi poi dinanzi al cancello del giardino pubblico, a veder la folla pedestre che v'entrava borghesemente durante il concerto. Ma, usciti appena dal portone, donna Graziella, che s'abbottonava ancora i guanti, disse a Teresa: «Andiamo a fare una visita alla zia Radalì. Oggi è il suo onomastico.» Da un pezzo non la conducevano più lì; ma la principessa e la duchessa si salutarono come se si fossero lasciate il giorno innanzi. C'erano i due figliuoli, il duca e il barone, e altri parenti; furono serviti i rinfreschi, la società si sciolse molto tardi. La duchessa restituì la visita coi figliuoli, e le relazioni furono riprese con più intrinsichezza di prima. Il duca Michele, mezzo calvo, grasso, asmatico, trascurato nel vestire, stava male e mal volentieri in società; Giovannino invece vi figurava moltissimo. Salutando la cugina, mettendosi vicino a lei, parlandole, egli faceva mostra di molta grazia, d'una viva premura; il primogenito, più grossolano, più ignorante, apriva di rado la bocca, non parlava se non di quaglie e di conigli, del Biviere e del Pantano, di cani e di doppiette. Teresa, cortese ed amabile con tutt'e due, sentiva risorgere e a poco a poco farsi più forte l'ammirazione per la bellezza del cugino. Ella aveva dimenticato Biancavilla, ma c'era un vuoto nel suo cuore: il pensiero di Giovannino lo colmava. Dopo una lunga mortificazione, l'anima sua schiudevasi ancora una volta all'amore; il canto le fioriva sulle labbra, il pianoforte ridiventava il suo confidente, i libri di poesia i suoi ispiratori. Tra le due famiglie l'intimità si venne stringendo sempre più; c'era un continuo scambio di regali, la voce del matrimonio di Teresa con uno dei cugini tornava ad acquistar nuovo credito; ma né il principe né la principessa si spiegavano con nessuno. Baldassarre però trionfava: il partito che egli aveva destinato alla padroncina era quello che i padroni preferivano! E con un piacere immenso, con una gioia indicibile, vedeva che tra la signorina e il barone la simpatia cresceva ogni giorno. Il duca Michele regalava gran quantità di cacciagione agli Uzeda, ma Giovannino, che si occupava con amore di fioricoltura, mandava enormi mazzi, i quali finivano tutti nella cameretta di Teresa, o piante rare e delicate che ella educava amorosamente. Amante della buona tavola, il primogenito era sempre un po' intorpidito dal cibo e dalle libazioni; se si facevano quattro salti, egli restava sopra una poltrona a sonnecchiare; Giovannino ballava con Teresa. Una delle cose che più facevano piacere alla principessina era l'udir parlare del fratello in quella casa dove non si poteva più nominarlo: farne le lodi, vantarne l'intelligenza, la serietà della conversazione, era il miglior mezzo per guadagnarsi il cuore della sorella. E Giovannino, rammentando i tempi nel Noviziato e le monellate commesse a San Nicola, profetava a Consalvo il più lieto avvenire, andava apposta a fargli visita per riferire a Teresa d'averlo trovato intento allo studio. «Sapete, cugina,» le disse una sera, «Consalvo...» «Sst...!» esclamò piano Teresa, giungendo le mani. «Il babbo...» Infatti il principe passava in quel momento vicino ad essi, dirigendosi verso la duchessa. «Vogliono Consalvo,» rispose Giovannino all'orecchio della cugina, «consigliere comunale. Vedrete che risulterà dei primi...»

Benedetto Giulente, come aveva promesso, fu il padrino del candidato. Egli non sospettava di preparare il terreno ad un rivale. Gli pareva che un posto nella rappresentanza civica bastasse all'attività e all'ambizione del nipote; tutt'al più Consalvo avrebbe potuto prender parte, più tardi, all'amministrazione municipale, essere eletto assessore e, chi sa, un giorno, nominato anche sindaco. Che aspirasse al Parlamento, né sospettava, né credeva possibile. Prima di tutto, lo zio duca gli aveva garantito tante volte che, ritirandosi dalla politica militante, avrebbe ceduto a lui, Benedetto, il proprio posto; e questo ritiro, attesa l'età dell'onorevole, poteva tardare ancora di poco; forse il seggio sarebbe rimasto libero alla prossima legislatura, quando Consalvo non avrebbe neppure compiuti gli anni di legge. Del resto gli mancavano tante altre cose, l'esperienza della vita pubblica, principalmente, e segnatamente il patriottismo. Agli occhi di Benedetto, che si struggeva da tanti anni dal desiderio d'essere mandato alla Camera, aver preso parte alle battaglie dell'indipendenza e dell'unità, aver pagato un tributo di sangue, era il massimo titolo per aspirare alle pubbliche cariche. Ora Consalvo non solo era bambino quand'egli si batteva sul Volturno, ma fino a due anni addietro non aveva nascosto a nessuno l'affezione e il rimpianto per l'antico regime. Giulente credeva che la conversione del nipote fosse in gran parte merito proprio, e ne andava naturalmente altero, e si credeva destinato a guidare ancora per lungo tempo l'erede degli Uzeda nella vita pubblica; L'atteggiamento ossequiente del giovanotto lo confermava in questa fiducia. Ad aprirgli gli occhi non valse l'esito delle elezioni amministrative. Egli stesso era tra i candidati, avendo finito il suo quinquennio, e Consalvo si presentava la prima volta; Consalvo fu eletto il secondo, subito dopo lo zio duca, sempre primo; Giulente ebbe il decimo posto... Alla prima riunione del Consiglio riconvocato, il principino venne severamente vestito d'una redingote tagliata all'inglese, con cravatta scura e cappello alto: mentre già tutti erano ai loro posti, egli s'aggirava per l'angusta sala delle riunioni, salutando i conoscenti, chiacchierando col sindaco, interrogando il segretario e volgendosi di tanto in tanto alla mezza dozzina di curiosi che stavano vicino all'uscio. Sedutosi finalmente in un angolo, per evitar vicinanze, cominciò a sfogliare, con mani inguantate, il volume del bilancio e a prendere appunti, facendo correre l'usciere per spedir biglietti a destra e a manca, come aveva visto che usava a Montecitorio. Appena si presentò l'occasione di parlare, l'acchiappò a volo. Trattavasi dell'inaffiamento stradale che facevano con un metodo troppo primitivo: egli chiese di parlare e spiegò quello che aveva visto all'estero. Raccomandò il sistema di Londra e suggerì al sindaco l'idea di scrivere al Lord Mayor «che è il primo magistrato civico della capitale inglese». Mentre c'era, aggiunse che il Municipio avrebbe dovuto pensare anche ad ordinare un corpo di pompieri. «Nei miei viaggi, non vidi mai città, per piccola che fosse, la quale non avesse simile istituzione, la cui necessità non ho bisogno di far notare agli onorevoli del Consiglio.» Nondimeno, per dimostrare la convenienza di quel servizio, enumerò quante case s'incendiavano a Costantinopoli, in media, ogni anno. «È vero che non siamo in Turchia...» e fece una breve pausa per dar tempo ai colleghi di ridere della facezia, «ma pensate un poco, onorevoli del Consiglio, ai grandi magazzini di zolfo che si trovano ad ogni pié sospinto dentro le mura della nostra città.» Allora spiegò che lo zolfo «è una sostanza eminentemente combustibile, come quella che entra nella composizione della stessa polvere pirica; e se le sue lente combinazioni con l'ossigeno, preparate nelle officine, sono di tanta applicazione nell'industria e nel commercio col nome di acido solforico, una combinazione troppo rapida manderebbe in fiamme la nostra città...» Il discorso ebbe un bel successo: pochi osservarono che quel giovanotto di primo pelo aveva l'aria di far la lezione; quasi tutti ammirarono la facilità della sua parola e giudicarono che il principino di Mirabella era davvero un giovane «istruito». Egli continuò a parlare ogni giorno; per la discussione del bilancio pronunziò una trentina di concioni una più sbalorditiva dell'altra, sulla quistione della dote al Comunale tirò in ballo Sofocle ed Euripide, gli odei della Grecia e i circhi romani; parlando dell'ospedale fece un piccolo corso di clinica distinguendo tutte le malattie per le quali bisognava poter disporre di altrettante sale; a proposito della pescheria citò Darwin e l'Origine della specie, «giacché il pesceluna che s'imbandisce nelle nostre mense e le sardine che alimentano il popolo discendono dagli stessi protozoi». Sul capitolo del camposanto arrischiò questa idea: «Io veramente non sarei alieno dal concetto storicamente più estetico e scientificamente più razionale della cremazione...» ma le unanimi, vivaci proteste di una dozzina di consiglieri clericali lo fecero accorto che sbagliava strada. Lì dentro, e nel paese, i clericali erano una forza con la quale bisognava patteggiare. Già essi avevano notato che il principino, imbandierando e illuminando la sua casa per tutte le feste costituzionali e democratiche, pareva non accorgersi delle solennità religiose, della festa di Sant'Agata specialmente. La celebravano, come sempre, due volte all'anno: in febbraio e in agosto; ma la nuova Giunta libera-pensatrice, giudicato che una sola gazzarra bastasse, aveva soppresso dal bilancio l'assegno per la festa estiva. Questo fu il segnale di una specie di guerra civile. Dal pulpito, nei confessionali, nelle sacrestie i preti incitavano i fedeli alla riscossa; i liberali si ostinavano nel loro proposito, gl'indifferenti erano costretti a prendere un partito, e le cose minacciavano di guastarsi. Il consiglio fu chiamato a decidere. Una folla straordinaria assisté alle tempestose sedute: sagrestani, scaccini, appaltatori e mercantucci interessati alla festa pel guadagno che ne speravano; giornalisti improvvisati badavano a stendere precise relazioni del dibattimento per divulgarle. I campioni liberali facevano grandi sfoggi di eloquenza, ma erano fischiati di santa ragione; i clericali, quasi tutti poveri oratori, erano invece portati alle stelle. Il duca d'Oragua non parlava, come non aveva mai parlato, ma si sapeva che avrebbe votato a favore; Giulente, in cuor suo, era contrario, ma per far la corte allo zio avrebbe votato come lui. Con chi si sarebbe messo il principino? C'era una grande curiosità di saperlo; pertanto, il giorno che egli parlò, una folla tripla del consueto si stipava nella piccola sala e tendeva le orecchie dalle contigue. Egli cominciò a parlare in mezzo a un silenzio profondo. L'esordio accrebbe la curiosità, consistendo al solito nella ripetizione laudativa di tutto ciò che avevano detto «gli egregi preopinanti». Poi: «Ma, signori del Consiglio, consentitemi di lasciare per un momento la quistione che sta sul tappeto e di rivolgere a me stesso una domanda, che parrebbe non avere, ma invece ha diretto rapporto con quella (i cronisti notarono: segni d'attenzione). La domanda è questa: i rappresentanti del paese vengono a sedere nell'aula consiliare per sostenere le idee che passano loro pel capo, e siano pure provvide e giuste, o non piuttosto per eseguire il mandato che ripetono dal popolo sovrano?... Certamente per tutelare gl'interessi, per soddisfare i bisogni del popolo che rappresentano. Ora, di fronte alla quistione che ci occupa, il paese ha una volontà? Se sì, qual è dessa?... Signori del Consiglio, sarebbe vano nasconderlo: il paese, o per lo meno la più gran parte di esso, vuole la festa!» Il silenzio religioso mantenuto fino a quel punto fu rotto da un urlo d'approvazioni: uragano d'applausi, notarono i cronisti clericali, mentre i consiglieri liberi-pensatori scrollavano il capo, facevano atto di protesta, chiedevano di parlare. Calmo in mezzo alla tempesta, data un'occhiata alle cartelle che teneva dinanzi, egli riprese, dominando il tumulto con la voce squillante: «Consideriamo per un momento accertato che la volontà del paese è per la festa: noi, suoi delegati, qual altro obbligo avremo se non quello di tradurla in atto? E mi scusino i miei colleghi che siedono a quei posti (additando i liberali più avanzati). Io comprenderei che a questo concetto si ribellassero tutti gli altri, non mai essi, i quali fanno consistere nell'imperativo categorico uno dei punti più salienti del loro programma!...» Nel silenzio che tornò a regnare tutt'intorno, egli cominciò allora una lezione sul libero arbitrio, citando il «celebre Aristotele», l'«illustre scuola scozzese», e nominando un grande uomo tedesco, inglese o francese ogni mezzo minuto. Il peso di quel discorso schiacciava l'uditorio; ma egli s'era già guadagnato il cuore della folla, e la sua erudizione non poteva se non farlo ammirare di più. Tuttavia, per non dispiacere ai rappresentanti delle idee radicali, quando finì la sua lezione, riappiccò: «Né la persona rivestita d'una procura abdica ai propri princìpi per il fatto che esegue la volontà del mandante. Ho sentito lanciare in quest'aula l'accusa di clericalismo contro tutti coloro che voteranno la festa; ma, signori del Consiglio, chi può essere così ardito da leggere nelle coscienze? Vogliamo forse tornare ai tempi infausti del Torquemada? Voi sapete che qui seggono uomini d'un patriottismo superiore ad ogni discussione» - la piaggeria andava allo zio duca - «i quali, votando la festa, non intendono per nulla cancellare tutto un passato che la storia ha scritto a lettere d'oro nei suoi annali imperituri!... Anch'io voterò la festa (Formidabile scoppio d'applausi), ma il mio voto non pregiudica i miei princìpi (Nuovi applausi). Dei miei princìpi sono responsabile dinanzi alla mia coscienza, e con la mia coscienza io non transigo! (Benissimo!) Né io consiglierei mai agli egregi oppositori di transigere con la loro; ma, o signori del Consiglio, in quest'aula vi possono essere clericali, cattolici, atei, protestanti... ebrei, turchi, se volete (Ilarità), e siete proprio sicuri che io non segua la dottrina di Maometto? (Nuova ilarità) Ho letto il Corano, che è il Vangelo degli islamiti, e se davvero esiste il paradiso delle Urì, forse più d'uno fra voi si convertirebbe alla fede ottomana! (Scoppio di risa generali) Ma anche un turco, siatene sicuri, se venisse in quest'aula mandato dal nostro popolo che vuole la festa, la voterebbe!... Se io ordino al procuratore che amministra i miei feudi di eseguire un certo lavoro, sarebbe per lo meno curioso che il mio procuratore si rifiutasse, perché ostano i suoi princìpi! (Ilarità, applausi) Se costui si rifiuta, sapete che cosa succede? Io lo mando via! E se noi rifiuteremo la festa, che farà il paese? Eleggerà altri consiglieri che ristabiliranno l'assegno!» Oramai ad ogni periodo gli applausi scrosciavano come gragnuola, e quando egli cominciò a dimostrare per quali interessi «legittimi, rispettabili, onesti» tutte le classi della popolazione volevano la festa, l'ovazione si mutò in trionfo: i festaiuoli per poco non lo portarono a braccia per le vie; gli stessi oppositori dovettero riconoscere la sua abilità. Per la festa i suoi balconi furono illuminati a giorno; e poiché la processione della Santa passava sotto casa sua, egli fece dar fuoco a un considerevole numero di bombe e mortaretti. Il Consiglio, il giorno prima, lo aveva eletto assessore.

Giusto per l'occasione ci fu grande ricevimento, in casa del principe. La duchessa coi figliuoli arrivò tra i primi, e Giovannino, presa a parte Teresa, le diede la notizia della nomina del fratello. Ella non potè gustarla, perché il principe era di umor nero da far spavento. Nella mattina, il tribunale aveva pubblicato la sentenza relativa al testamento di don Blasco; la quale, sulla fede del risultato della perizia, dichiarava false le ultime volontà del Cassinese, buon'anima sua. Quel disastro, coincidente con l'assunzione di Consalvo all'assessorato, era parso al principe una nuova prova del potere iettatorio di «Salut'a noi», e tutto il giorno egli aveva smaniato come un pazzo. Ora, perché non si dicesse che era troppo dolente della cosa, sforzavasi di mostrarsi indifferente, di discorrere del più e del meno. Gira e rigira, ogni discorso però finiva con una sfuriata contro i preti corrotti e i giudici birbanti. «Li hanno pagati apposta, per far dire bianco al nero. Se avessi voluto pagarli anch'io, a quest'ora la sentenza direbbe tutto il rovescio...» Teresa aiutava la madre a servire gl'invitati; il duca Radalì non si faceva pregare, sempre pronto a bere ed a mangiare; ma Giovannino aspettava che Teresa avesse finito per servirla egli stesso. Ella assaggiò appena il gelato che il giovane le offrì. Il malumore del padre non le dava cuore di divertirsi, di goder della festa, della compagnia di Giovannino. Questi non la lasciava cogli occhi, pareva cercar l'occasione di restarle vicino un momento. «Che avete, cugina?... Non siete contenta?...» le disse, mentre la folla degl'invitati affacciavasi per veder passare la processione. «No, non ho nulla... Perché?» «Avete una cert'aria... Non per colpa mia, spero?» «Che dite mai!... Venite a veder la Santa.» Ella troncava così ogni volta i colloqui che minacciavano di prendere una piega pericolosa. Era dover suo fare così; non già che le parole tenere, gli sguardi innamorati del cugino le dispiacessero. L'altro fratello, meno riguardoso, senza dirle nulla di gentile, era capace di metterle le mani addosso, di brancicarla, di abbracciarla, voltando poi la cosa in ischerzo, facendo ridere tutti, togliendo a lei il modo di dolersene; ma i tentativi timidi e secreti di Giovannino la turbavano, come qualcosa di proibito, un vero peccato. Al balcone, dove c'era ressa di signore, ella poté appena sporgere il capo per veder la processione: Giovannino le si pose accanto, fingendo anch'egli di guardare. Saliva dalla via un rumore come d'alveare, tanta era la folla, e il campanone del Duomo coi suoi rintocchi lenti e gravi pareva batter la solfa alle campane della badia, della Collegiata e dei Minoriti: «Viva Sant'Agata!...» Tutte le signore s'inginocchiarono; Teresa, prostrata, col capo basso, gli occhi fissi alla Santa, si fece il segno della croce. Cominciava lo sparo dei fuochi d'artificio pagati dal principe; in mezzo al fumo che pareva quello d'una battaglia lampeggiavano i colpi rapidi e frequenti come le scariche di un reggimento; le grida di viva si perdevano in mezzo al fragore degli scoppi e solo vedevansi sul mar delle teste sventolare i fazzoletti come sciami di colombe impazzate. Teresa piangeva a calde lacrime, dalla commozione, pregando la Martire gloriosa di ricondurre la pace in famiglia, di comporre tutti i dissensi, di far felici il padre, il fratello, la madrigna, le zie, tutti, tutti... E a un tratto sentì prendersi, premersi, stringersi forte la destra: era Giovannino, inginocchiato al suo fianco. Ella non ebbe cuore di svincolarsi da quella stretta: le pareva che la Santa benedicesse quell'unione, che le promettesse tutto il suo aiuto. E il crepitìo delle bombe e dei mortaretti, il clamore delle campane e delle grida umane divenivan più assordanti; e in mezzo a quel frastuono le parve d'udire parole soavi, la voce sua che mormorava: «Teresa... Teresa, mi vuoi bene?» I fuochi cessarono a un tratto, e l'urlo degli evviva salì al cielo. Allora, dolcemente, lentamente, dopo aver risposto alla stretta di Giovannino, ella liberò la propria mano... E nel silenzio rifattosi a poco a poco, s'udì una voce che gridava: «Ma siete insorditi?» Era il cavaliere don Eugenio, arrivato allora allora. Egli pareva più morto di fame di quando era partito. L'abito, tutto macchiato e rattoppato, gli piangeva addosso; le scarpe non dovevano veder cerotto chi sa da quanto, la cravatta pareva un pezzo di corda. Il viso del principe, alla vista dello zio, se era già scuro, si fece buio pesto. Dopo la sentenza contraria, ci mancava quest'altro affamato! Ed appunto don Eugenio aveva fatto il viaggio da Palermo per chiedere nuovi quattrini: «Ho un'idea: siccome l'Araldo...» «Volete ancora soldi?...» gli gridò sul muso il principe, mettendo da banda l'Eccellenza. «State fresco! Non vi bastano tutti quelli che vi siete presi? Invece di restituire, chiedete dell'altro?» «Io non ho da restituire nulla; puoi pretendere solo le copie!» «Sicuro che le voglio!» «Dopo che ho rinunziato alla causa?» «Grazie tanto della rinunzia! Dice che il testamento è falso: avete capito? Andate a riscuotere la vostra parte, andate!...» I danari arraffati con l'Araldo sicolo non avevan fatto pro al cavaliere. Prima di tutto, la gente da lui mandata attorno ad incassare il prezzo dei fascicoli si tratteneva, di riffe o di raffe, una buona metà: certuni poi se l'eran battuta col valsente. Provato a far da sé, i guadagni se n'eran andati a spese di viaggio. Il cartaio, l'incisore e il tipografo avevano riscosso da parte loro solo qualche acconto; quindi s'erano accordati per sequestrar le copie dell'opera e non liberarle se non dopo pagamento, talché don Eugenio, se ne volle vendere, dové pagarle quanto costavano e contentarsi di guadagnarci qualche lira. I premi versati dai «branchi» delle «blasonate famiglie» gli eran serviti a fare qualche giorno di buona vita, e adesso egli precipitava di nuovo nella miseria. Per sollevarsi, tentava un altro colpo: il Nuovo Araldo, ossivero Supplimento all'opera storico-nobiliare. Con meno pudore e più fame di prima, egli voleva metterci non solo le famiglie dimenticate, ma anche i nuovi nobili, quelli che non si trovavano nel Mugnòs e nel Villabianca, la gente che si faceva dare del cavaliere senza avere titoli autentici, che sfoggiava stemmi più o meno fantastici. Ma per far questo gli bisognavano altri quattrini... Visto di non poter sperare nulla dal principe, andò da Consalvo, che nella sua qualità di assessore poteva dargli aiuto; ma il principino adesso aveva fatto un altro passo avanti nelle idee politiche. Il 16 marzo di quell'anno 1876, dopo sedici anni, il partito di destra era finalmente capitombolato con grande stupore del moderatume paesano e gioia infinita dei progressisti. In quel frangente i nemici del duca profetarono che il grande patriotta, seguendo la solita tattica, si sarebbe voltato contro gli antichi amici, a favore dei nuovi trionfatori; ma la profezia non s'avverò. Il duca, che non andava più da tanto tempo alla capitale, e non sapeva perciò le ragioni e l'importanza della rivoluzione parlamentare, non credette alla riuscita e alla durata di essa, e si mostrò più che mai saldo nelle proprie idee. Questa fu la sua salvezza; perché i progressisti trionfanti non avevano ancora voce in capitolo, mentre quasi tutta la classe dirigente del paese era contro la strombazzata novità. Sciolta la Camera, un certo avvocato Molara ardì presentarsi contro il duca, facendo un programma quasi rivoluzionario in cui si parlava del «più che trilustre sgoverno», di diritti «conculcati», di rivendicazioni «imminenti», non che di redde rationem. I fautori del duca si strinsero intorno a lui sentendosi con lui minacciati. Per rispondere alla «sfida» del Molara, l'Oragua mise fuori, dopo cinque legislature, una «Lettera ai miei elettori». Benedetto Giulente, che aspettava ancora di poter fare un programma per proprio conto, la scrisse. Essa enumerava i titoli della destra alla gratitudine dell'Italia, la cui unificazione era tutta opera di quel partito: se errori erano stati commessi, questi avevano la loro origine nelle circostanze e non nelle intenzioni. Don Gaspare fu così rieletto con duecento e più voti; Molara poté raggruzzarne appena un centinaio. Uno dei ministri della Riparazione, passando da Catania, fu accolto a fischiate. Ma intanto che il duca s'ubriacava del nuovo trionfo, Consalvo fiutava il vento, si rendeva conto del mutamento operatosi in tutta Italia, dell'imminenza delle riforme liberali. Pertanto, senza prender parte all'agitazione elettorale, dichiarò che la destra era morta e sepolta. Tenendo la gente a distanza, per non contagiarsi, cominciò a dichiarare d'esser «democratico». E lo zio don Eugenio veniva appunto in quel frangente a proporgli l'affare del Nuovo Araldo!... Egli lasciò che quello straccione facesse anticamera un bel pezzo; poi, udita la sua domanda, alzò le spalle. «Ma che araldo e trombettiere! Queste cose hanno fatto il loro tempo! Il comune non può spendere i denari dei contribuenti per incoraggiare pubblicazioni ispirate alla divisione delle classi sociali. Ce n'è una sola: quella dei liberi cittadini!» E la risposta, udita dagli impiegati, ripetuta in tutti gli uffici, gli valse il plauso dei buoni democratici. Il cavaliere andò subito a riferirla al principe, per farsi un merito mettendogli in peggior vista il figliuolo. Ma né la denunzia né le insistenti preghiere gli valsero un soldo: Giacomo anzi pretendeva i quattrini anticipati, e l'accusava di sciocchezza, per soprammercato, a causa del sequestro che s'era lasciato porre dallo stampatore. Il cavaliere tentò un nuovo passo presso la sorella Ferdinanda. Presentatosi in casa sua, gli chiusero l'uscio sul muso. Nondimeno egli fece parlare alla zitellona per ottenere un piccolo prestito che a lei non sarebbe costato nulla ed a lui avrebbe assicurato un pane: la vecchia rispose che neppure a vederlo crepar di fame gli avrebbe dato un soldo per stampare quelle «schifezze». Chiusa quest'altra via, don Eugenio andò dalla nipote Chiara. Trovò il marchese solo: sua moglie, la quale da un certo tempo non gli dava più requie, aveva un bel giorno fatto attaccare di nascosto e se n'era andata al Belvedere col bastardello per non tornarci più. Il cavaliere tentava di esporre i suoi guai al nipote; ma questi non finiva più di narrare i propri, tutto ciò che quella matta gli aveva fatto soffrire; talché il povero Gentiluomo di Camera se ne andò via ancora una volta a mani vuote. Allora, non sapendo più a qual santo votarsi, si rivolse a Giovannino Radalì. Col fiuto d'un bracco affamato, s'era accorto dell'amoretto fra i due cugini, specialmente dai discorsi di Baldassarre. Il maestro di casa era più che mai contento e soddisfatto della piega che prendevano le cose. L'intimità cresciuta tra le due famiglie era indizio che il principe approvava il matrimonio - giacché Sua Eccellenza non faceva nulla senza un secondo fine - e il bene che i due giovani si volevano assicurava la loro unione. Se ancora non se ne parlava, la ragione andava cercata nei dispiaceri che il principe aveva patiti per via del testamento: siccome il padrone trattava gli affari ad uno per volta, bisognava naturalmente aspettare che la lite finisse del tutto perché egli si decidesse a maritar la figliuola. Sciogliendo il riserbo che manteneva scrupolosamente su tutte le faccende dei padroni, Baldassarre dava quindi agli intimi l'assicurazione che, composta la lite, il matrimonio si sarebbe certamente combinato. Il cavaliere pertanto cominciò a strizzar l'occhio a Giovannino, a parlar bene di lui dinanzi a Teresa, la quale si faceva di mille colori. «Quasi non si sapesse che sarà tuo marito!...» sussurrava alla nipote; e al giovane: «Quasi non si sapesse che sarà tua moglie!...» Egli li incoraggiava, dava all'uno notizie dell'altra, riferiva saluti e ambasciate, finché chiese a Giovannino un piccolo prestito di mille lire. Il giovane le diede subito, e allora don Eugenio prese il volo.

5.

«Un sindaco a ventisei anni?... Dove s'è visto?... Bisognerà dargli nello stesso tempo un aio!... Avremo l'amministrazione delle balie!...» Ma le satire non attecchivano, tanto entusiasmo animava i partigiani di Consalvo Uzeda. In un anno che il principino era stato assessore, non s'eran forse visti in città continui miglioramenti, quanti non avevan saputo compierne in diciotto anni i suoi predecessori? I sergenti di città che prima andavano attorno bracaloni, unti e lerci, trascinando le sciabole arrugginite come vecchi spiedi, adesso, per opera sua, sfoggiavano divise nuove fiammanti, tutte mostreggiature, alamari e nappine da farli parere altrettanti ammiragli. E il corpo dei pompieri, con gli elmi lucenti e i pennacchi rossi come quelli dei soldati romani del Santo Sepolcro, non era tutta opera sua?... «Largo ai giovani! Largo ai giovani istruiti come il principino di Mirabella!» Egli adesso non studiava più, giudicando sufficiente la sua preparazione, accorgendosi del resto che nella scienza principale, quella di gettar polvere agli occhi, era già maestro. Sapeva che la grande popolarità della sua casata dipendeva dal fasto esteriore, dalle livree fiammanti, dalle carrozze rilucenti, dal guardaportone maestoso; e quantunque dicessero che i tempi erano mutati, tutte queste cose, i segni visibili della ricchezza e della potenza, non avevano potuto, non potevano perdere mai, per mutar di tempi, il loro valore. I provvedimenti di quella che egli già chiamava, essendo soltanto assessore, «la mia amministrazione» s'erano dunque aggirati su tutto ciò che dava all'occhio, che poteva essere subito apprezzato dalla folla. Quindi egli aveva messo il più grande impegno nel reggimentare, nel vestire di divisa i corpi municipali dei quali era capo e che passava poi in rivista, come un generale: i custodi, gli spazzini e gli accalappiacani. Uscito dalla casa paterna, una delle sue piccole sofferenze, sopportata del resto pazientemente, come tutte le altre, era stata quella di non aver più un drappello di camerieri, di sguatteri, di cocchieri e di famigli che s'inchinassero al suo passaggio; adesso teneva sotto i suoi ordini un piccolo esercito. Il suo tormento era tuttavia il contatto con la gente e le cose. Riceveva tenendo ficcate le mani in tasca per non aver da stringere le altrui, o le stringeva coi guanti che poi gettava via; firmava i fogli tenendo la penna con due dita intanto che un impiegato li tratteneva perché non gli scorressero sotto, e quando lasciava il Palazzo di città faceva chiudere il suo seggiolone in un ripostiglio perché nessuno avesse da sederci sopra. Un giorno che non fu trovata la chiave, restò sei ore in piedi. E il suo terrore erano certi impiegati poco puliti, coi capelli lunghi, le unghie nere. Sbuffava, esclamava: «Non vi buttate addosso alla gente», mentre gli parlavano di cose di servizio, o gli riferivano lo stato degli affari in corso; e, invece di rispondere alle loro domande, usciva inaspettatamente in un: «Ma tagliatevi quella zazzera!» oppure: «Pulitevi un po' le unghie!...» «Come se tutti potessero passar la giornata allo specchio, al par di lui!» mormoravano i rimproverati, dandogli dell'aristocratico, del superbo e dell'infinto, poiché, a sentirlo, tutti gli uomini erano fratelli, fatti per sedersi sopra una stessa panca... Ma le mormorazioni si perdevano nel coro delle lodi degli altri impiegati che egli aveva creati e ai quali aveva fatto aumentare lo stipendio, o concedere gratificazioni, o accordar licenze, o condonar colpe: tutti quelli che gli stavan dinanzi con maggior umiltà e gli davano del Vostra Eccellenza, come servi. Così, il partito che lo voleva innalzare al supremo magistrato, se era forte in città, al Municipio era fortissimo. Tuttavia, egli si schermiva, adducendo l'età immatura, la mancanza di pratica; e a Giulente, il quale faceva il suo giuoco con sempre maggiore ingenuità, aveva confidato che temeva di fare un capitombolo e di chiudersi l'avvenire. «Non cadrai,» assicurava Benedetto, con aria di protezione; «ci siamo noialtri che ti sosterremo, tutto il partito dello zio duca.» Ma egli non s'arrendeva, si faceva pregare dal prefetto, ringraziava «dal profondo del cuore» le commissioni che andavano ad invitarlo, ma dichiarava che il peso era troppo forte per le sue spalle. Continuava a nicchiare, sapendo che c'era una corrente contraria, gl'immancabili brontoloni, i malcontenti invidiosi, tutti quelli che volevano romperla coi soliti signori, con gli eterni Uzeda. E come gl'impiegati municipali gli ripetevano ogni giorno: «Il sindaco ha da esser Vostra Eccellenza: il paese lo vuole...» «Che ne so io?» rispose una volta. «il paese non m'ha detto niente!» Allora fu messa insieme una dimostrazione, con musica e bandiere, per andarlo ad acclamare capo della città. Egli si lasciò strappare una mezza promessa, «se il prefetto proporrà la mia nomina...» La dimostrazione andò a gridare: «Viva il sindaco Mirabella!» sotto i balconi della prefettura. E quando il decreto di nomina fu pronto, egli pose un altro patto: che a comporre la Giunta entrassero tutte le frazioni del Consiglio, dai clericali borboneggianti ai repubblicani. Lo lasciarono libero di dettar egli stesso la lista degli assessori: in capo ci mise Benedetto Giulente. Questi ebbe un bel protestare; Consalvo gli disse: «Se non accettate, tutto va a monte. Io sarò il sindaco di nome, di fatto faremo ogni cosa insieme. Capisco che vi chiedo un sacrifizio, ma voi ne avete fatti ben altri!» Figurarsi Lucrezia! Ella non si potè veramente dar pace. «Da sindaco, assessore! Fa il progresso del gambero! Qualche giorno di questi lo nomineranno bidello! Il mestiere pel quale è nato! E s'è fatto infinocchiare da quel gesuitello! per servirgli da comodino! per fargli da servitore! che non è buono ad altro!» Ella se n'andava a sfogare dalla zia Ferdinanda e tutt'e due erano nervosissime, intrattabili, perché giusto s'aspettava di momento in momento la sentenza della Corte d'appello sull'affare del testamento. Il giorno che essa fu pubblicata e diede ragione al principe, annullando la prima perizia e ordinandone una nuova, zia e nipote, verdi dalla bile, fecero cose dell'altro mondo; il povero Giulente, avvilito dalle tante grida, dai tanti rimproveri, scappò di casa come disperato. Il principe invece, che negli ultimi tempi era tornato a star male, guarì come per incanto, e manifestò il proprio contento parlando quasi urbanamente con le persone, chiedendo perfino notizie di «Salut'a noi». Qualche settimana dopo, nonostante il caldo della stagione, la principessa andò attorno con la figliuola, facendo grandi acquisti di biancheria; poi chiamò operaie che si misero a cucire e a ricamare servizi d'ogni sorta. «Lavoriamo per la principessina!» dicevano esse con tono d'affermazione che voleva tuttavia provocare una conferma; ma la principessa non diceva niente; abbracciava invece più spesso del solito la figliuola, la guardava con una cert'aria come per dire: «Aspetta e vedrai!...» Teresa non le domandava nulla, ma comprendeva che il giorno della sua felicità era vicino. Baldassarre gongolava, annunziava il matrimonio senza tante reticenze: la cosa era certa oramai: il principe non andava tutti i giorni in casa della duchessa, per regolare gl'interessi? Poteva esser quistione di settimane, e tutto il parentado avrebbe ricevuto comunicazione del lieto avvenimento. Infatti, un giorno, a proposito di certe coperte da letto tra le quali non riusciva a scegliere, Teresa disse alla madrigna: «Faccia Vostra Eccellenza. Per me sono tutte belle...» «Debbo forse usarle io? Non capisci che si tratta di te?» rispose la principessa. Una viva fiamma salì alla fronte di Teresa. Ella trattenne il respiro ed abbassò le ciglia. «Vieni qui!...» E, attiratala sul cuore, donna Graziella cominciò: «Si tratta di te, del tuo matrimonio... È venuto il momento di farti felice... Credevi che tuo padre non pensasse a te? Tanti affari, tante cure!... Ma adesso faremo tutto presto, vedrai!...» Stampatole un bacio in fronte mentre le reggeva il capo con tutt'e due le mani, esclamò: «Sei contenta di divenir duchessa?» Un momento, Teresa credé d'aver capito male. Batté le palpebre guardando negli occhi la madrigna, e ripeté come un'eco: «Duchessa?...» «Duchessa Radalì, sicuro, ed anche baronessa di Filici, perché il tuo secondogenito porterà questo titolo! Duchessa, e con molti ducati! Una delle più ricche! Tuo padre, perché Consalvo s'è portato male con lui, ti tratterà bene... Ha già stabilito tutto con la zia... E il mio non sarà poi tuo? E che? Fingi di non sapere?... Perché mi guardi così?... Che hai?...» «Mamma... mamma...» Sempre più pallida come la madrigna veniva dicendo quelle parole, e più smarrita e più tremante, quasi vedesse una cosa di spavento, ella adesso portava una mano alla tempia ed afferrava con l'altra la mano della principessa. «Mamma, no... io non credevo...» «Che cosa?... Figlia mia! Confidati a me!... Non credevi?... Ma io invece ero sicura... Veniva qui quasi ogni giorno!... Ebbene, lo sai adesso!... No?... Dici di no?... E perché? Con qual motivo?... Tuo padre non bada a sacrifizi per assicurarti questo partito!... Trentamila onze, capisci?... Ti dà trentamila onze, capisci?... Ti dà trentamila onze!... E Michele ne possiede quattro volte tante... E tu dici di no?... «Oh, perché?...» «Perché credevo... non credevo... che fosse lui...» «Chi dunque?... Un altro?...» E la principessa parve cercare; a un tratto, quasi rammentandosi: «Suo fratello, forse?» soggiunse. Lasciatasi cadere sopra una seggiola, Teresa nascose il volto tra le mani e scoppiò in pianto. Fin dal primo momento ella aveva sentito, col cuore stretto, che tutti i suoi rifiuti sarebbero stati invano; che se avevano deliberato di darla al primogenito, ella doveva a qualunque costo accettarlo; e le melate parole della madrigna che le diceva, giungendo le mani: «Se avessi saputo!... Perché non hai parlato?... Adesso che tuo padre ha combinato ogni cosa!...» la confermavano in quella sconsolata fiducia, facevano raddoppiare il suo pianto... Parlare? A chi, ed a che scopo? Se in quella casa non c'era confidenza, se tutti stavano in guerra, unicamente curanti del proprio tornaconto? Se l'avevano prima abituata a cedere in tutto e poi cullata nella fiducia che l'avrebbero fatta contenta? Poteva ella supporre che avrebbero scelto da loro, senza consultarla, e che un giorno sarebbero venuti a dirle: «Sai, bisogna che tu sposi chi non ti piace?...» E perché, poi? Perché volevano darle quell'altro e non chi aveva il suo cuore? «Pel tuo meglio!» esclamava la madrigna, «abbiamo deciso così pel tuo meglio! È il primogenito, sarai duchessa, i tuoi figli avranno due titoli da dividersi, mentre con l'altro non ne resterà loro nessuno... Ed è anche più ricco; non molto, è vero; ma c'è tuttavia una differenza!... E la figlia del principe di Francalanza non deve sposare un oscuro cadetto come una qualunque!...» Che le importava di ciò! Se ella aveva dato il suo cuore a Giovannino? Se non aveva mai pensato che l'altro fratello, così grossolano, così brutto, potesse essere suo marito? «Ma tu non sai,» riprendeva la principessa, «che neppure la zia duchessa consentirà al matrimonio di Giovannino, ancora quando noialtri acconsentissimo, come io vorrei acconsentire, per farti contenta? Non sai che la zia vuol dar moglie al solo primogenito? Questa è la legge delle nostre famiglie; ché anzi, se i tempi non fossero mutati, Giovannino non avrebbe neppur pensato a inquietare una ragazza come te, sapendo di non poterla sposare!» «No, no!...» proruppe allora Teresa fra le lacrime; «non l'accusate; sono stata anch'io... gli vo' bene anch'io...» «Andiamo!...» fece la madrigna con un sorriso pieno d'indulgenza. «Fantasie di ragazzi, cose che passano!... No?...» riprese con un altro tono, vedendo che il muto pianto di Teresa ricominciava. «Ti ostini a dare un dispiacere a tuo padre? Come se gliene mancassero?... E allora diglielo, che non lo vuoi!» «Io, mamma?...» «Vuoi dunque che tocchi a me dargli questa grata notizia?... E sia! Anche a me dispiace il tuo rifiuto, sai... Ma, ma, ma... Non sono tua madre!... È giusto che a te, come a tuo fratello, non importi il mio piacere o il mio dispiacere...» «Mamma!... Perché dice così... Non sa che l'ho sempre rispettata ed amata come la mamma mia?...» «E sia!... E sia!...» Ah, perché non aveva accanto la sua mamma vera, in quella triste ora che il bisogno d'un affetto sincero, d'una protezione gelosa era più necessario! La mamma sua non l'avrebbe lasciata sola, piangente, come la lasciava la madrigna, con queste sole parole per tutto conforto: «E sia; dirò tutto a tuo padre! In fin dei conti, ci avrà da pensar lui!...» La principessa non riparlò più a Teresa del matrimonio, come se mai gliene avesse tenuto parola. Neppure il principe le disse nulla; ma dal contegno mutato del padre, ella comprese che sapeva ogni cosa e che gliene voleva. Da un giorno all'altro non le diresse più la parole, non la chiamò più per nome, parve non accorgersi della sua presenza; e, dissipatasi dal suo volto l'aria di contento per le buone notizie della lite, egli si rannuvolò peggio che mai, riprese a montare in bestia per niente. La notizia cominciò a trapelare fra i parenti: i più giudicavano sciocca Teresa, che preferiva il barone al duca; alcuni la sostenevano, Consalvo tra questi. A lui non importava un fico secco della sorella, ma per dar prova di dottrina e di democrazia: «Vedete la forza del pregiudizio?» esclamava. «Vogliono dare mia sorella a un cugino», e giù una lezione sui matrimoni tra consanguinei; «ma tra i due le dànno quello che non vuole, non quello che le piace; e perché? Per una differenza di parole! Duca o barone!... Pazienza ci fossero dietro a questi titoli la ducea o la baronia!» L'avversione della zia Ferdinanda e di Lucrezia ebbe nuovo alimento; quella sciocca preferiva il secondogenito al primo! Si opponeva alla volontà del padre! E il padre che non aveva saputo educarla a un'obbedienza più cieca!... Lo zio duca, coi piedi in due staffe, come sempre, pencolava un po' di qua, un po' di là ma in cuor suo era favorevole al partito voluto dal principe, come più degno della casata. E, del resto, se anche la duchessa non voleva dar moglie al cadetto? La duchessa, infatti, s'era poste le mani in capo. Dopo aver sacrificato tutta la sua vita per amore di quel primogenito, per assicurare una grande ricchezza a lui ed alla sua discendenza, dopo aver tanto aspettato a dargli moglie perché nessuna, a suo giudizio, lo meritava; ora che gli aveva trovato la cugina Teresa, che era alla vigilia di coronar l'opera di trenta lunghi anni, l'amoretto di Giovannino distruggeva a un tratto tutti i suoi piani. Ella non aveva sospettato una cosa simile, tanto le pareva che Giovannino dovesse sentir l'obbligo di restar scapolo affinché solo il primogenito continuasse la casa. «Quando Michele prenderà moglie... Quando Michele avrà figli...» Lo stesso Giovannino non aveva parlato d'altro che del matrimonio di Michele, del duca. I due fratelli si volevano bene, erano andati sempre d'accordo; se dunque Giovannino pareva voler mettere bastoni tra le ruote, la colpa era di lei che non lo aveva avvertito del matrimonio disegnato. La colpa era anche di Michele. Indifferente a tutto, incapace di riscaldarsi per niente, solo amante della bella caccia e della buona tavola, quando la madre aveva lasciato passar gli anni senza dargli moglie, egli non aveva chiesto di prenderla; adesso che gli proponeva la cugina Teresa, si disponeva a sposarla, senza volontà, senza desiderio, come avrebbe fatto un'altra cosa qualunque. Trattava la cugina con la confidenza giustificata dalla parentela, scherzava con lei come scherzava con tutti, un po' grossolanamente; era incapace di dirle una parola tenera: chi poteva dunque sospettare che quello fosse un futuro promesso della ragazza? Non lo sospettava neppure Baldassarre, il quale rimase, udendo che il fidanzato non era più il suo favorito, ma l'altro fratello. Come? Il principe voleva dare quell'altro alla padroncina? Se la signorina non lo voleva! Se lui stesso, Baldassarre, aveva annunziato a tutti che il promesso era il barone Giovannino? «Andiamo! il principe non sa che la padroncina vuol bene al piccolo. Quando vedrà che dice davvero, si persuaderà...» Invece, poiché Teresa aveva sempre gli occhi rossi di pianto, per l'avversione che le dimostrava il padre, per la freddezza che ostentava la stessa madrigna, per la nuova guerra scoppiata in famiglia mentre ella voleva far opera di pace, un giorno la principessa le disse: «Si può finalmente sapere che hai?» «Nulla, mamma; non ho nulla.» «Allora, perché questo broncio continuo? Ti ostini sempre nella tua idea?... Oh, adesso è tempo di parlar chiaro. Tuo padre ha dichiarato che sposerai Michele, o nessuno. Non ho voluto dirtelo prima, credendo che egli si sarebbe piegato, ma tu lo conosci meglio di me... E, del resto, proprio in questo momento vuoi dargli un gran dispiacere? Non sai che è ammalato, molto più gravemente che non sembri?... E non solo tuo padre, ma anche la duchessa? Due famiglie! Avete disturbato due famiglie!... Adesso che sai come stanno le cose, continua pure, se ti piace... Certo, oggidì la volontà dei parenti non ha pei figli forza di legge. Se lo vuoi a qualunque costo, puoi anche scappartene di casa, come fanno le ragazze senza rispetto e senza pudore...» Svolgendo questi argomenti, la voce di donna Graziella si addolciva, quasi ella non potesse credere alle ipotesi che enunziava: «...e potrete anche maritarvi, ma ad altre condizioni beninteso, e senza la benedizione dei vostri parenti... e se tu credi che in tal modo potete esser felici, fa' pure!...» Teresa non piangeva più, adesso; aveva versato tante lacrime in segreto, bagnando il suo guanciale, tutte le notti! Guardava dinanzi a sé, fisso, senza veder nulla, con un tremito nervoso della mascella, con una piega senza fine amara del labbro... E la principessa, smessa la severità, incominciava a persuaderla con le buone, amorosamente, dicendole che i migliori giudici di quel che le conveniva erano i suoi parenti; che ella poteva ingannarsi, come s'era ingannata, per esempio, sua zia Lucrezia. Aveva voluto a qualunque costo sposare Giulente, e adesso come ne parlava? Certo i casi erano diversi, perché tra Michele e Giovannino non passava tanta differenza da rendere l'uno degno di lei e l'altro no; ma c'era una grave ragione che li consigliava a darle il maggiore, una ragione che bisognava pur dire. «Se Michele non è così giovane come Giovannino, ha una salute di ferro; mentre suo fratello è gracile, cagionevole... Senza contare un'altra cosa, più grave ancora: la soverchia irrequietezza dello spirito... Non sai che suo padre era già pazzo quand'egli nacque? Dio disperda la profezia, ma se un giorno anche a lui voltasse il cervello?... Avresti fatto un bell'affare!... Vedi che tuo padre adduce dunque ragioni e non capricci. Contrariarlo importa dargli un dispiacere che gli può riuscire fatale, tanto più che la sua malattia non si sa che cosa sia... Ho pianto tanto, giorni addietro, quando il dottore mi confidò che bisogna pensare alla sua salute!... Non te ne volevo dir nulla; ma è necessario che tu sappia quale sarebbe la tua responsabilità nell'opporti ai suoi desideri, che non mirano ad altro fuorché al tuo bene...» E ricominciò il giorno dopo, e poi l'altro appresso, e così sempre, con le buone, coi ragionamenti, ai quali Teresa non opponeva i ragionamenti contrari che le si affollavano nella mente. Che esempio era quello della zia Lucrezia, se costei aveva mutato sentimento, senza ragione, per stravaganza, come dicevano tutti?... E se temevano per la salute morale di Giovannino, perché le consigliavano di portargli un colpo così forte, come quello di rifiutar di sposarlo, dopo ch'egli le aveva detto di voler bene a lei sola?... No, ella non diceva né questa, né quante altre cose pensava; perché, dovendo manifestare tutto l'animo suo, avrebbe dovuto dire che suo padre voleva sacrificarla ad uno sciocco pregiudizio, che la madrigna fingeva quell'affetto per indurla a fare ciò che voleva il marito; avrebbe dovuto dire che in nessun'altra famiglia la malattia del padre è stata ragione di ordire l'infelicità delle figliuole; e avrebbe dovuto dire ancora che la ribellione di Consalvo si dimostrava ora giustificata, avrebbe dovuto ribellarsi ella stessa... Ma questo era peccato! Il confessore glielo avvertiva, raccomandandole la prudenza, l'obbedienza, l'abnegazione, tutte le virtù cristiane, di cui in famiglia ella aveva luminosi esempi: Suor Crocifissa, che da bambina stava a San Placido, che aveva rinunziato con vocazione esemplare al tristo mondo per darsi allo Sposo Celeste, e adesso, giusto premio delle sue virtù cristiane, era Badessa del monastero; Monsignor Lodovico che anche lui aveva disprezzato il posto spettantegli al secolo per abbracciare lo stato monastico. E la Beata Ximena, nei secoli andati. Proprio quell'anno ricorreva il terzo centenario della sua esaltazione fra gli Eletti: voleva la discendente mostrarsi degenere, proprio mentre Ella la guardava dal Paradiso con più amore e fervore?... E le stesse cose le ripeteva la zia Badessa, a San Placido, dove ora la principessa la conduceva ogni domenica per ordine del marito. La Badessa, col viso color della cera tra i veli bianchi, era rimbambita del tutto, non sapeva far altro che ripetere alla nipotina, dietro le grate del parlatorio, quel che le avevano indettato: «Bisogna fare la volontà di tuo padre e tua madre... Così comanda Nostro Signore, così comanda la Vergine Immacolata, così comanda il patriarca San Giuseppe...» La sua voce aveva il tono che si prende nel recitare le litanie; e lì, tra le mura del monastero, Teresa rammentava la fanciullezza lontana, l'antica paura provata quando la posavano sulla ruota per farla entrare nell'impenetrabile badìa; ma rammentava ancora le lodi delle monache, quand'ella aiutava a ornar di fiori gli altari, ad accendere i ceri dinanzi al Crocifisso: «Monachella santa! Monachella santa!...» E l'istinto del sacrifizio, i moti d'umiltà, la sete di ricompense che l'avevano occupata bambina si ridestavano in lei. Il confessore le metteva un altro scrupolo nell'anima: quello di spingere al peccato un'altr'anima; giacché - ella non lo sapeva, ma era così - il minore dei Radalì minacciava di ribellarsi apertamente alla madre... Era falso: Giovannino non pensava niente affatto a ribellarsi, perdeva soltanto la sua gaiezza, all'annunzio del disegnato fidanzamento del fratello. E Baldassarre, sempre più incaponito a combinare il matrimonio del secondogenito, non capiva più niente di quanto avveniva. Don Giovannino aveva sì o no fatto la corte alla cugina? La signorina aveva sì o no mostrato di gradirla? Il duca Michele era sì o no del tutto indifferente alla cugina come ad ogni altra, e voleva sì o no un gran bene al fratello? Allora tutto quel diavolìo donde veniva? Dal principe, cocciuto come tutti gli Uzeda... - ma Baldassarre, a un certo punto, si turava la bocca per non ripetere i giudizi della gente su quella casata - e dalla duchessa, che non per nulla era un poco Uzeda anche lei!... Il centenario della Beata Ximena fu celebrato con pompa straordinaria. Per il triduo la chiesa dei Cappuccini, tutta rosse drapperie e frange dorate e tappeti fioriti, fu illuminata a giorno; le campane sonavano a festa, le messe che si seguivano a tutti gli altari chiamavano una folla sterminata di fedeli d'ogni stato. I discendenti della Santa vi convennero anch'essi, ma in ore diverse, per evitarsi, dal tanto amore. La principessa e Teresa, il primo giorno, restarono un momento per impetrar dalla gloriosa parente la guarigione del principe Giacomo, da due settimane inchiodato a letto da misteriose sofferenze. Ma la solennità più grande era serbata per il terzo giorno, quando, dopo il Pontificale, il popolo sarebbe stato ammesso a contemplare la salma. Già, per cura del Padre Guardiano, coadiuvato dal Padre Camillo e da Monsignor Vicario, era venuto in luce un opuscolo intitolato: Nel terzo centenario della canonizzazione della Beata Uzeda, e stampato con molto sfoggio di margini e di colori. Tutti i parenti ne avevano ricevuto un esemplare, e Teresa, che s'era confessata e aspettava di comunicarsi il giorno della gran festa, meditava il suo. La leggenda della Santa, che ella aveva udito ripetere, a brani, in diverso modo, era in quel libriccino narrata per filo e per segno. «Ximena, della illustre prosapia degli Uzeda,» così cominciava il primo capitolo, «fu figlia al Viceré Consalvo ed alla nobile Caterina dei baroni di Marzanese. Fin dai suoi teneri anni diede esempio di edificazione alla famiglia, facendo sua delizia delle sacre immagini e degli uffici divini. Quantunque per naturale elezione Essa volesse dedicar la sua vita allo Sposo Celeste, pure le ragioni della politica persuasero il padre suo a farla sposa del conte di Motta Reale, potente signore spagnuolo, ma uomo d'efferato animo e senza timor di Dio.» Seguiva la narrazione dei rifiuti opposti da Ximena, dei lunghi pianti, del contrasto tra l'amor filiale ed il celeste; ma un giorno, essendo la fanciulla in età di quindici anni, avverossi singolare prodigio: un angelo apparve a Ximena, il quale le disse: «il Signore t'ha eletta per redimere un'anima: obbedisci.» Allora la fanciulla aveva accettato il partito. Il secondo capitolo descriveva il castello del conte, posto sopra un luogo eminente, «a cavaliere di più strade battute dai mercatanti», e narrava le scelleratezze del suo signore. «Aggrediva i viandanti, li lasciava nudi, legati ad un albero in mezzo alla strada; oppure li menava prigioni o li spegneva tra spasimi crudeli. La sua vita era un'orgia; egli faceva oltraggio alle donne, gozzovigliava da mane a sera, bestemmiava Dio e i Santi, e si prendeva beffe dei Ministri del Cielo.» E i tormenti inflitti alla sposa erano materia del terzo capitolo. «Schernita tuttodì per le sue pratiche devote, costretta a udire gl'impuri parlari di quel malvagio e dei suoi accoliti, a vedere le loro scelleraggini, ad assistere alle loro turpitudini, Ximena facevasi usbergo sempre più saldo della sua fede, pregando ai traviati il perdono dell'Onnipotente: ma la nequizia di quel tristo suo sposo, irritata da tanta esemplare santità, offesa dalla protezione che la consorte prestava ai poveretti caduti nelle unghie di lui, mise Ximena a tal prova, che la stessa penna arrossisce in narrandola. Una sera, ebro per la gran quantità di vino tracannato, lasciò che i suoi amici penetrassero nella camera nuziale, dove Ximena riposava dopo una giornata tutta spesa nel pregare e nel fare il bene. Desta d'un tratto la meschina e atterrita dagli sguardi disonesti di quegli ubriachi, salta giù dal talamo, cadendo ai piedi d'una Sacra Imagine della SS. Vergine dell'Aiuto che teneva sempre con gran devozione al capezzale; ed ecco nuovo prodigio operarsi: s'arrestano gl'imbestialiti, quasi magico cerchio impedisca loro appressarsi alla donna: e, tornati a un tratto alla ragione, allontanansi facendo il segno della croce dinanzi alla Immagine.» Partito un bel giorno il conte pei suoi possedimenti di Spagna, e restata sola in Sicilia la sposa, tutto s'era a un tratto mutato nel castello di Motta Reale. «Dove prima echeggiavano osceni canti, e ferri incrociati, e colpi di fuoco, e grida selvagge e lugubri lamenti, solo le laudi dell'Altissimo salirono al cielo. Quel luogo, già terrore dei viandanti, divenne ritrovo di derelitti e di infermi, attirati dalla gran fama di carità della contessa. Alloggiava dessa i pellegrini, adottava gli orfanelli, soccorreva i bisognosi, curava gli ammalati, e le sue mani stesse medicavano le piaghe e le ferite e prodigiosamente le risanavano. In quei luoghi dove tanti miseri erano caduti vittime del conte, altari e croci s'alzarono, ad espiazione degli antichi delitti, a conversione dei miscredenti. Tutte le sostanze di Ximena furono spartite alle chiese; Essa viveva vita frugale, dicendo: "Il poco mi soverchia, il molto mi spaventa." Non contentavasi che i poveri venissero a lei ma sì andava ai poveri, sfidando le intemperie e i pericoli, protetta visibilmente dal Cielo...» Nessuna notizia, frattanto, del conte. Che cosa faceva? Dov'era? «Una notte di tempesta, mentre guizzavano i lampi e scoppiavano i tuoni, la contessa, levatasi e destata la sua fantesca, le disse: "Va' ad aprire, qualcuno batte." La donna rispose: "Non battono, è il tuono." E una seconda volta la contessa levossi e disse alla donna: "Va' ad aprire, qualcuno batte," e la donna rispose: "Non battono, è il vento." E una terza volta la contessa levossi e disse alla donna: "Va' ad aprire, qualcuno batte," e la donna rispose: "Non battono, è la pioggia." Ma, comandata che svegliasse i servi, la fantesca levossi anche lei, e dischiusa la porta del castello, un miserabile chiese della signora. Era costui un vecchio, lacero, scalzo, sul cui viso stavano impresse le stimmate del vizio; un terribile male che è la giusta punizione dei dissoluti aveva corroso le sue fattezze, e i suoi occhi s'erano chiusi alla luce del dì. Moriva di fame, non reggevasi in piedi, e un fanciulletto avrebbelo avuto alla propria mercé. Chi era quel vecchio?» Era il conte di Motta Reale. «Dissipate nei bagordi e nei giuochi tutte le sue ricchezze, perduta la salute, abbandonato dagli antichi compagni di gozzoviglie, respinto da tutti per l'orrore del male che lo struggeva, egli trascinavasi di luogo in luogo, blasfemando ed imprecando; finché, tornato in Sicilia, udì della gran carità d'una donna che accoglieva e medicava qualunque infermo, anche i lebbrosi. E nel salire al castello, nel penetrarvi, i suoi morti occhi non avevano potuto riconoscere l'antico suo covo, né le sue orecchie piagate avevano potuto riconoscere la voce della consorte. Ma ben Essa avealo riconosciuto. E ristoratolo di cibo e di bevande, medicate le sue piaghe, lavati i suoi piedi, Ximena lo mise a riposare nel proprio letto... E il miserabile, che insino a qualche ora indietro avea blasfemato e disperato, sentì per la prima volta una dolcezza soave allargargli le vene, e un fuoco di gratitudine sciogliergli il cuore impetrato... Ma l'ora sua era suonata, e il Signore avea stabilito di donargli non l'effimera salute del corpo, ma sì quella dell'anima... Il vecchiardo, tra le cure della Beata, al lieve mormorìo delle preci che Essa mormorava, entrava in agonia. Ma la sua agonia non aveva nulla di terribile; anzi pareva a lui d'esser risanato del tutto, e udire musiche ineffabili, e respirare profumi soavissimi, laddove poco innanzi marciva nel lezzo e avea rotta tutta la persona... E un sorriso di contento gli schiudeva la bocca, mentre le sue labbra mormoravano: "Chi sei tu dunque che non mi respingesti e mi ridoni la vita?..." E la Beata rispose: "Guardami in viso." Allora avvenne più grande prodigio. Gli occhi del cieco si schiusero: egli riconobbe sua moglie, la donna che aveva maltrattata ed offesa, e che sola lo proteggeva nella miseria e nell'infermità; e nel punto che l'anima sua, perdonata e redenta, saliva al cielo, dalle sue labbra uscirono queste parole: "Santa, Signore! Santa!"» Teresa aveva gli occhi bagnati di pianto, dalla commozione; ma il libretto non era finito. L'ultimo capitolo narrava i nuovi e più grandi e più chiari esempi di carità e santità che la Beata aveva dati dopo la morte del marito; da ultimo narrava la morte di lei e i suoi miracoli. «Non era per anco spirata, che stormi d'augelletti scesero sul tetto della sua casa, posaronsi sul davanzale del suo verone, entrarono nella sua cameretta, quasi messaggeri celesti venuti ad incontrarne l'Anima bella. Soave profumo di rose e gelsomini e giacinti sprigionossi, come incenso, dal suo corpo; e un gran numero d'infermi che trassero a contemplarla l'ultima volta sul letto ferale guarirono miracolosamente soltanto per aver baciato il lembo della sua veste. Per prodigio divino, la spoglia terrena di questa Eletta salvossi dalla corruzione: dopo tanti secoli, il frale della Beata conserva ancora la freschezza ed il colore che aveva in vita, sì che pare che Essa sia assopita in un sogno divino. In occasione di pestilenze e d'altre pubbliche e private calamità, la Beata Uzeda ha operato innumerevoli miracoli, come fu provato dinanzi ai Sacri Tribunali di Roma. A tal uopo pubblichiamo qui per la prima volta il processo della Sua canonizzazione, che abbiamo potuto procurarci grazie all'alta intercessione dell'Eminentissimo Cardinale Lodovico Uzeda, preclaro discendente della Beata.» E quella lettura, la solennità del centenario, i discorsi del confessore e della madrigna e della zia monaca, la malattia del padre, la stessa esaltazione dello zio Lodovico alla suprema dignità ecclesiastica avvenuta in quei giorni, tutto concorse a piegare, come cera, il cuore di Teresa... La costringevano forse a sposare un mostro, come avevano costretto, nei tempi, la Santa? Michele non era un mostro, era un buon giovane; e i parenti non la costringevano, le tenevano il linguaggio della persuasione, le consigliavano la virtù dell'obbedienza, parlavano pel suo bene, per la pace delle due famiglie, per la salute di suo padre, ammalato - dicevano - dai tanti dispiaceri. La incitavano a non seguire il tristo esempio di Consalvo; le promettevano ogni ricompensa terrena e celeste... E poi, quella solennità del centenario, la cerimonia del terzo giorno, l'adorazione della salma! Ella s'era accostata all'altare per la comunione, aveva ricevuto l'Ostia, mentre le spire dell'incenso e il profumo dei grandi mazzi di fiori imbalsamavano l'aria, e le campane squillavano a festa, e l'organo cantava, grave e potente. Quante fronti umiliate, quante preghiere mormorate dinanzi alla Santa, a cui ella era stata paragonata! Ma un infinito terrore la stringeva, da lungo tempo, da tanti anni, all'idea di dover vedere la morta, il secolare cadavere, quasi che per un nuovo mostruoso prodigio il corpo esanime potesse sollevarsi dalla bara, infrangere i vetri, afferrarsi ai viventi spandendo attorno l'odore nauseabondo dei balsami corrotti... E in mezzo alla folla che aprivasi rispettosamente sul loro passaggio, mentr'ella avanzavasi verso la cappella tutta lucente, il suo terrore cresceva, l'agghiacciava, le sue gambe piegavansi, brividi di freddo le scendevano dalla nuca giù per la schiena... Ah, quella cassa! Con gli occhi serrati, ella cadde in ginocchio, smarrita, tremante, folle dalla paura. Una voce al suo fianco mormorò: «Pregala per tuo padre... promettile che sarai buona come lei...» Dalla paura, per andar subito via, per non veder quell'orrore, ella rispose con gli occhi serrati: «Sì...»

E passò dell'altro tempo. Il principe migliorò e ricadde, la duchessa venne al palazzo col solo primogenito; la trama dei consigli, delle persuasioni, degli incitamenti si strinse intorno a Teresa. La madrigna le disse che Giovannino, per non esser d'ostacolo alla felicità del fratello, aveva dato l'esempio dell'obbedienza, se n'era andato ad Augusta, dove domiciliavasi per badare alle proprietà. Teresa consideravasi impegnata dinanzi alla Beata: acconsentì. Mise un patto solo: disse alla madrigna: «Farò quel che vorrete, purché il babbo mi prometta una cosa. Che faccia pace con mio fratello e consenta almeno a rivederlo, se non vuole che torni a vivere qui. Che finisca la lite con le zie e venga a un accordo. Non sarà difficile concluderlo, purché ciascuno ceda in qualche cosa. Se volete, parlerò io stessa con le zie.» La sua voce era grave, il suo sguardo velato. «Sei una santa!» esclamò donna Graziella. «Tua madre certo t'ispira! Vedremo così la pace tornare fra tutti!... Parlerò subito a tuo padre, ed otterremo ciò che tu vuoi.» Il domani, infatti, le annunziò: «Tuo padre acconsente. Consalvo verrà qui il giorno in cui ci verrà il tuo promesso. Andremo ad invitare noi stessi le zie; e per la lite speriamo che si venga all'accordo.» Tre mesi dopo, la duchessa venne a presentare il duca in casa della fidanzata. Già Consalvo era arrivato al palazzo, e Teresa, presolo per mano, lo aveva guidato nella camera del padre. «Babbo,» gli aveva detto, «c'è qui suo figlio che viene a baciarle la mano.» Il principe, tenendo la sinistra in tasca, gli porse la destra a baciare, e alla domanda del figliuolo: «Come sta Vostra Eccellenza?» «Benissimo,» rispose, calcando un poco la voce, e senza domandargli: «E tu?» Non avevano ancora barattato quattro parole, che la carrozza di donna Ferdinanda entrò con gran fracasso nel cortile. La principessa baciò la mano alla vecchia, e abbracciò la cognata Lucrezia, la quale portava un abito elegantissimo: seta color d'albicocca con guarnizioni pistacchio... Ella avea fatto sapere a tutti che la lite col fratello s'avviava ad un amichevole compimento e che le bisognava adesso dare molte commissioni alla sarta per lo sposalizio di «mia nipote la principessina con mio nipote il duca». Era piena di debiti, con la sarta, con la modista, il gioielliere: imbrogliava sempre più l'amministrazione del marito, ma la sua parte nell'eredità di don Blasco avrebbe appianato ogni cosa. Tutti gli altri parenti sopraggiunsero: il duca d'Oragua, Giulente, il marchese senza la moglie, la quale non voleva più venire dal Belvedere, dove il bastardello, cresciuto negli anni e rovinato dall'educazione di lei, la picchiava di santa ragione. Il principe, salutando i parenti, guardava con la coda dell'occhio Consalvo e non cavava di tasca la mano sinistra. Arrivò finalmente il promesso con la madre. Il duca, vestito quasi elegantemente, non faceva poi un troppo brutto vedere, e pareva veramente felice. Sua madre gli aveva spiegato che Teresa era innamorata di lui, e che i bronci di Giovannino derivavano dall'idea che questi s'era fitto in capo di sposar la cugina, senza che né la ragazza, né la famiglia, né lei stessa che era sua madre e doveva contare bene per qualche cosa, acconsentissero. Quindi se n'era andato ad Augusta; lì si sarebbe persuaso del proprio torto. Pertanto la duchessa era trionfante: l'opera a cui aveva atteso durante tutta la vita si compiva lietamente: il primogenito accasavasi, continuava la razza; il cadetto, dopo ed a causa di quell'amore contrastato, non le avrebbe dato certamente altre inquietudini. Quanto alla principessa, sfolgorava dalla soddisfazione: il matrimonio di Teresina era tutta fatica sua particolare. È vero che la ragazza aveva dato prova di grande arrendevolezza, e perciò ella la baciucchiava ogni quarto d'ora, in presenza della gente; ma i buoni consigli, le ragioni persuasive chi li aveva dati? Lei, per la felicità della sua cara figliuola, per la soddisfazione del marito, per la pace della famiglia!... Anche il principe mostrava una bella ciera, nonostante l'inquietudine ispiratagli dal figliuolo e le tracce della recente malattia. La transazione per l'eredità di don Blasco era stata discreta: la casa a donna Ferdinanda, la rendita al duca, il quale aveva fatto due grossi regali a Lucrezia ed a Chiara; centovent'onze l'anno a Garino; il Cavaliere col nuovo podere - il più grosso e bel boccone - a lui. Così la pace era generale, e solamente donna Ferdinanda guardava in cagnesco Consalvo per l'apostasia della quale s'era macchiato. Ma Teresa, dopo aver rappattumato il fratello col padre, riprese Consalvo per mano e lo condusse dinanzi alla zia. «Zia,» disse, «Consalvo le vuol baciare la mano.» Egli si chinò subito a prender la zampa rugosa per nascondere il riso che gli solleticava la gola. Quella vecchia che aveva acchiappato senza tanti scrupoli un pezzetto della roba della Chiesa dopo avere sbraitato contro i fedifraghi l'aveva con lui perché egli, a parole soltanto, aveva mutato politica!... E mentre faceva uno sforzo straordinario sopra se stesso per avvicinarsi alle labbra la mano di lei, ella la ritraeva, credendo di fargli cosa sgradita, borbottando un freddo: «Va bene, va bene!...» Egli volse le spalle alla vecchia matta. Ma come chiamar Teresa? Consalvo rideva tra sé, vedendo lo zelo col quale costei andava accoppiando i parenti recalcitranti. Per metter pace tra gente che il domani avrebbe ricominciato ad azzuffarsi, per dar prova d'obbedienza a quei birbanti del padre e della matrigna, perché si dicesse che era una figliuola modello, aveva rinunziato all'amore di Giovannino, sposava quel citrullo del duca! «Sei contenta?» non poté fare a meno di domandarle, a quattr'occhi. «Sì,» ella rispose; e la tristezza del sacrifizio che le velava la fronte si diradò per dar luogo alla serenità del dovere compìto... Ora, mentre questo avveniva nella Sala Gialla, Baldassarre, nell'anticamera, parlava solo, fuori di sé: «Guardate un po'... E io che non credevo!... Adesso anche lei!... Ma allora come sono, tutti pazzi?... Questa no! Non dovevano farmela!...» No, fino all'ultimo momento egli non aveva creduto a quel che gli diceva tutta la città: «Il duca! Sposa il duca!» No, rispondeva egli a tutti con un sorriso di compassione, come uno che la sa più lunga degli altri... Adesso, vedendo tutta quella gente riunita, il duca seduto accanto alla padroncina, la padroncina che riceveva i complimenti di tutti, la testa cominciava a girargli. Il sangue degli Uzeda si risvegliava in lui. Dopo cinquant'anni di devozione sconfinata, di obbedienza cieca, di volontà annichilita, egli aveva espresso un'opinione, annunziato un avvenimento. Tutto lo aveva persuaso a crederlo immancabile; e quando il principe si era opposto, egli aveva fatto assegnamento sulla volontà dei giovani. Invece, il barone se n'era andato ad Augusta, la principessina sorrideva al duca. Allora voleva dire che per il capriccio di coloro, per la loro stramberia, la parola di lui, Baldassarre, non valeva niente? Egli valeva meno, in quella casa, del manico della granata?... E parlava solo, non udiva gli squilli del campanello, dimenticava gli ordini, sbagliava il servizio; ma quando la gente cominciò ad andarsene, un'impazienza febbrile l'animò ad un tratto. Spingeva via le persone con gli occhi, non stava fermo un minuto, e finalmente, quando credette che non ci fosse più nessuno, entrò nella Sala Rossa. «Eccellenza...» C'era ancora il principino. Vedendo entrare il maestro di casa, Consalvo s'alzò e baciò la mano al padre. Ebbe appena voltato le spalle, accompagnato da Teresa e dalla principessa, che il principe, cavata finalmente la sinistra dalla tasca dove l'aveva sempre tenuta, squadrò le corna contro il iettatore. Ma la voce di Baldassarre lo richiamò: «Eccellenza...» «E tu, che vuoi?» «Eccellenza,» disse il maestro di casa, «io me ne vado.» «Dove?» domandò il principe, credendo d'avergli dato qualche commissione della quale s'era dimenticato. «Me ne vado via. Chiedo licenza a Vostra Eccellenza.» Il padrone lo guardò un poco, credendo d'aver frainteso. «Licenza? Perché?» «Per niente, Eccellenza. Sono stato quarant'anni in casa di Vostra Eccellenza, ora me ne voglio andare. Vostra Eccellenza può tenermi per forza? In casa sua, Vostra Eccellenza comanda come le pare e piace; chi le può dir nulla?... Anch'io in casa mia sono padrone. Vostra Eccellenza può procurarsi un altro maestro di casa migliore di me; non ne mancano: il primo del mese io me ne vado.» «Sei impazzito?» «Non ne mancano... In casa sua Vostra Eccellenza è padrone... fa come crede... Io me ne vado... Il primo del mese...»

 

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Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 23.47.26