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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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I VICERÉ

di Federico de Roberto

Parte prima

6.

«Abbas!... Abbas!...» disse il fratello portinaio, inchinandosi. «Che significa?» domandò, allo zio Priore, Consalvo che il padre conduceva per mano. «Vuol dire che l'Abate è in convento,» spiegò Sua Paternità. Su per lo scalone reale, tutto di marmo, il ragazzo guardava le pareti decorate di grandi quadri a mezzo rilievo di stucco bianco sopra fondo azzurrognolo: San Nicola da Bari, il martirio di San Placido, il battesimo del Redentore, con sciami d'angeli in giro, corone, festoni e rami di palme sulla vòlta. Lo scalone sbucava nel corridoio di levante, dinanzi alla grande finestra che metteva nella terrazza del primo chiostro. «È là,» disse il Priore, inchinandosi verso un'ombra nera che passava dietro i vetri. L'Abate, dall'esterno, attaccò il viso al finestrone e riconosciuti i visitatori esclamò, gestendo: «Apri, apri, Ludovì...» Il Priore fece girare la spagnoletta e presa la mano del superiore la baciò rispettosamente; il principe e il principino seguirono l'esempio. «Benedetti, figliuoli, benedetti!... Questo è dunque il nostro monachino? Oh, che bel monachino ne vogliamo fare!... Consalvo, eh?» domandò rivolto al principe; poi, al ragazzo: «Consalvo, tu sei contento di stare con noi, che?...» «Rispondi!... Rispondi a Sua Paternità...» Il ragazzo disse, guardandolo in viso: «Sì.» «Bravo!... Che bel ragazzo!... Che occhi!... Tu starai qui con lo zio, crescerai buono e santo come lui, che?...» e mise affabilmente una mano sulla spalla del Priore, il quale mormorò, arrossendo: «Padre Abate!...» Questi s'avviò, appoggiandosi al bastone. Il Priore gli stava alla destra, il principe alla sinistra: Consalvo era andato ad affacciarsi all'inferriata, guardava giù nel chiostro contornato da un portico che reggeva la terrazza superiore, pieno di statue, di vasche dove l'acqua cantava, di sedili distribuiti fra le aiuole simmetriche, con un padiglione in centro, di stile gotico, a quattro archi, la cui vòlta di lastre lucide faceva specchietto al sole. Il ragazzo curiosava ancora quando suo padre lo chiamò: la comitiva dirigevasi al quartiere dell'Abate, posto accanto a quello del Re, nel corridoio di mezzogiorno, dove ogni uscio era sormontato da grandi quadri rappresentanti le vite dei santi. Giunto dinanzi alla sua porta, l'Abate diede qualche ordine al cameriere, poi tutti si diressero al Noviziato, pel corridoio dell'Orologio lungo più di cento canne, il cui finestrone di fondo pareva piccolo, dall'opposta estremità, come un occhio di bue. Passarono dapprima accanto al secondo chiostro, il quale aveva il portico al primo piano e la terrazza al piano superiore come l'altro; anch'esso coltivato: tutt'un boschetto di aranci e di cedri dal fogliame scuro che i frutti d'oro punteggiavano. Poi si lasciarono dietro il Coro di notte dove sbucava un'altra scala, poi l'orologio; né il corridoio finiva ancora. L'Abate, tra il principe e il Priore, chiacchierava con una volubilità straordinaria, seminando il discorso di «che?...» aspirati ai quali non lasciava dare risposta. I fratelli che incontravano lungo il loro cammino si fermavano tre passi innanzi alla comitiva, chinavano il capo giungendo le mani sul petto al passaggio dei superiori. E sulla porta del Noviziato stava fra' Carmelo, che scorto il ragazzo gli aprì le braccia con aria festosa, esclamando: «C'è venuto!... C'è venuto!...» Padre Raffaele Cùrcuma, il maestro dei novizi, venne incontro all'Abate, e gli fece strada fino alla sala delle lezioni dov'erano riuniti tutti i fanciulli, Giovannino Radalì fra gli altri, da sei mesi a San Nicola. «Questo è il nostro nuovo monachino,» spiegava Sua Paternità. «Abbraccia il cuginetto!... La tua camera è pronta, or ora ci andremo. Adesso tu lascerai il tuo nome; ti chiamerai Serafino. Il tuo cuginetto si chiama Angelico, che?... Questo qui è Placido, questo Luigi...» Erano frattanto arrivati due camerieri con vassoi pieni di dolci, ai quali i novizi facevano festa. «Vedrai che è bello, qui,» diceva il maestro al nuovo arrivato, accarezzandolo. «Ti divertirai, con tanti compagni...» Consalvo chinava il capo, lasciava che dicessero. La curiosità del primo momento gli era passata, sentiva adesso una gran voglia di piangere; nondimeno guardava tutti in viso, quasi in atto di sfida, per non darla vinta a suo padre che aveva per forza voluto ficcarlo lì dentro. E fra' Carmelo era stupito della sua franchezza: tutti gli altri ragazzi, il primo giorno, avevano gli occhi rossi, dicevano che non volevano starci, piangevano immancabilmente quando il barbiere recideva le loro chiome, quando lasciavano gli abiti secolari per vestire la nera tonacella. Invece il principino, andato via suo padre dopo l'ultimo predicozzo, li lasciava fare, vedeva cadere i capelli sotto le cesoie senza dir nulla, indossava il saio come se l'avesse portato fin dalla nascita. «Bravo!... Sempre così contento ha da starci!... Vedrà poi quanti giuochi, quanti spassi...» Il ragazzo rispose, duramente: «Io sono il principe di Francalanza; non sempre ci starò.» «Sempre?... Chi l'ha detto?... Ci starà qualche anno, finché imparerà... Sempre ci stanno i suoi zii... Adesso, adesso andremo da Padre don Blasco...» E presolo per mano, gli fece rifare la via tenuta al venire, fino alla camera del Decano, che era nel corridoio di mezzogiorno, col quadro di San Giovanni Boccadoro sull'uscio. «Deo gratias?...» «Chi è?» rispose il vocione del monaco. L'uscio s'aperse un poco, ed egli comparve, in pantaloni e maniche di camicia, con la pipa in bocca, in mezzo alla camera sottosopra come un campo lavorato. «Qui c'è il nipotino di Vostra Paternità, che viene a baciar la mano alla Paternità Vostra.» «Ah, sei qui?» esclamò il monaco, nettandosi le labbra col rovescio d'una mano. «Va bene, tanto piacere!» aggiunse senza fargli neppure una carezza; poi, rivolgendosi al fratello: «Conducetelo a spasso nella Flora.» Dopo tante grida contro l'ignoranza e la mala educazione del pronipote, il monaco era montato in bestia quando il principe aveva deciso di metterlo a San Nicola. Ce lo mettevano per educazione? Voleva dire che non erano buoni di educarlo in casa! Allora aveva ragione lui quando diceva che davano al ragazzo di begli esempi? Ma Giacomo voleva mettere il figlio a San Nicola anche per gli studi: come se gli Uzeda avessero mai saputo fare di più della loro firma! E poi ci voleva molto a dargli qualche maestro, se avevano la fregola di farne un letterato? I maestri, però, poco o molto, bisognava pagarli, e questo era il solo e vero motivo della deliberazione: risparmiare i baiocchi; perché ai Benedettini non solamente non si pagava nulla, ma le stesse famiglie degli scolari ci guadagnavano qualcosa!... Le camere del Noviziato aprivano tutte in un giardino destinato unicamente al diporto dei ragazzi; non c'erano soltanto fiori, ma alberi fruttiferi, aranci, limoni, mandarini, albicocchi, nespoli del Giappone, e la mattina un pigolìo assordante di passeri svegliava i novizi prima ancora che fra' Carmelo venisse a chiamarli per le divozioni che andavano a dire nella cappella. Finito di pregare tornavano tutti nelle loro camere, facevano una colazione frugale perché il pranzo era a mezzogiorno, e ripassavano le lezioni per trovarsi pronti all'arrivo dei lettori che insegnavan loro l'italiano, il latino e l'aritmetica, più la calligrafia e il canto corale, le domeniche. A terza, dopo le lezioni, c'era la messa, che scendevano ad ascoltare in chiesa; la più grande di Sicilia, tutta marmo e stucco, bianca e luminosa, con la cupola che sfondava il cielo e l'organo di Donato del Piano costato tredici anni di lavoro e diecimila onze di denari. Subito dopo la messa, i novizi andavano al refettorio, certe volte in quello grande insieme coi Padri, certe altre da soli, nel piccolo, secondo prescriveva la Regola; ma lo spasso cominciava più tardi, dopo il desinare, quando si sparpagliavano per il giardino, dove si mettevano a giocare a rimpiattino, alle bocce, ai castelletti, oppure zappavano o coltivavano ciascuno i propri alberi, oppure mandavano per aria aquilotti e palloni. Oltre il muro di cinta distendevasi un terreno incolto, tutto lava e sterpi, fino alla Flora - il giardino grande destinato al diporto dei monaci, dove i ragazzi andavano di tanto in tanto, a rincorrersi pei grandi viali - e il principino che aveva subito preso le abitudini del convento ed era il più diavolo di tutti, spesso arrampicavasi su quel muro, tentava di scavalcarlo e andarsene nella sciara; ma allora il Padre maestro e fra' Carmelo ammonivano: «Di là non si passa!... Non t'arrischiare da quella parte che ci bazzicano gli spiriti: se t'afferrano ti portano via con loro...» «Li hai visti tu, cotesti spiriti?» domandò una volta Consalvo a Giovannino Radalì. «Io, no; ci vanno la notte, dicono.» E la notte non potevano guardarci perché, dopo la passeggiata vespertina che facevano giù in città, e dopo la cena, rientravano per lo studio e per le preghiere della sera. Fra' Carmelo teneva loro compagnia, badava che non mancassero di nulla, e quando non c'era da fare, li svagava parlando dei novizi d'un tempo, che adesso erano monaci o alle case loro, narrando le storie antiche, il famoso furto della cera nella notte del Santo Chiodo; la rivoluzione del Quarantotto, quando San Nicola era servito di quartier generale a Mieroslawski; la venuta di Re Ferdinando e della Regina nel 1834; ma diffondendosi più che altro intorno alle vicende del monastero. Nel primo principio non si sapeva bene chi lo avesse fondato, ma il 1136 certi santi Padri Benedettini s'eran ritirati, per meditare e far penitenza, nei boschi dell'Etna, e lì, coll'aiuto del conte Errico, avevano eretto il primo convento di San Leo. San Leo era uno dei tanti crateri spenti del Mongibello, tutto coperto di boschi e sei mesi dell'anno ammantato dalla neve; una vera solitudine adatta al santo scopo. In inverno la tramontana turbinava intorno al povero e rustico fabbricato, tagliava la faccia, scottava le mani, gelava ogni cosa: tanto che molti dei monaci s'eran buscate gravi malattie, non resistendo all'intemperie. Pertanto avevano ottenuto di poter mandare gl'infermi più giù, in un ospizio fabbricato nel bosco di San Nicola; e lì, come ci si stava meno a disagio, cominciarono ad andare anche parte dei monaci sani. A San Leo, intanto, oltre il freddo c'era un altro spavento, quando la montagna s'apriva, vomitando fuoco e cenere ardente: i terremoti sconquassavano la fabbrica, la lava distruggeva gli alberi e disseccava le cisterne, la cenere infocata bruciava ogni verdura. «Potevano sopportare tanti guai, i poveri Padri?» La meditazione stava bene, ma se il suolo mettevasi a ballar la tarantella, chi poteva più riconcentrarsi e pregare? La penitenza stava ancora meglio; ma bisognava pure evitare che, a furia di mortificazioni, i penitenti non se ne andassero difilato all'altro mondo prima d'aver purgato i loro falli. Per conseguenza, impetrarono ed ottennero di stabilirsi definitivamente a San Nicola, intorno al quale venne crescendo un paesetto che, dal Santo, si chiamò Nicolosi per l'appunto. Lì, il convento fu costruito con qualche comodo, più grande dell'antico, e i monaci vi restarono molti anni; però Nicolosi non scherzava neppur esso: la neve, se non per sei mesi, vi cadeva copiosa in inverno, e il freddo era ancora troppo pizzicante; tanto che gli ammalati bisognò mandarli in un altro ospizio fabbricato apposta più giù, alle porte di Catania; senza dire che i ladri infestavano quelle campagne. Veramente i monaci, che avevano fatto voto di povertà, non avrebbero dovuto temerli; perché «cento ladri», come dice il proverbio, «non possono spogliare un nudo»; ma Re, Regine, Viceré e baroni avevano cominciato a donar roba al convento; e a furia di raccoglier legati i Padri si trovavano possessori di un gran patrimonio. Ora, chi doveva godersi quelle ricchezze? i topi? Perciò nel 1550, i Benedettini pensarono di venirsene definitivamente in città, mettendo la prima pietra d'un magnifico edifizio alla presenza del Viceré Medinaceli. Certuni volevan dire che San Benedetto fosse crucciato perché i suoi figli avevano lasciato i boschi e s'erano accasati da signori in città: menzogna patente, poiché, finito che fu il convento, il glorioso fondatore dell'Ordine lo preservò dal fuoco del vulcano: la lava dei Monti Rossi, discesa fino a Catania, preciso in direzione del convento, giunta dinanzi ad esso girò dalla parte di ponente e andò a gettarsi in mare senza fargli alcun danno. È vero che nel 1693 il terremoto rovinò l'edificio dalle fondamenta; però il castigo, se mai, non fu inflitto ai soli Padri, ma a mezza Sicilia che se ne cascò come un castello di carte. E allora finalmente cominciarono la costruzione che adesso ammiravasi sopra un piano tanto grandioso che non si poté eseguir tutto: per portarne a compimento una metà, i lavori durarono fino al 1735. La ricchezza dei Padri era pervenuta al sommo: settantamila onze l'anno, e certi feudi erano così vasti, che nessuno ne aveva fatto il giro! Quando parlava di queste cose, fra' Carmelo non ismetteva più, perché egli aveva passato più di cinquant'anni fra quelle mura, e voleva bene a' Padri, ai novizi, alle immagini della chiesa ed agli alberi della Flora, come se tutti fossero parte della sua famiglia. Conosceva i feudi, le tenute e i poderi meglio di tutti i Cellerari di campagna, ciascuno dei quali era preposto al governo d'una sola proprietà; e quando bisognava rammentar qualcosa, la data d'un avvenimento molto lontano, la misura d'un antico raccolto, tutti ricorrevano a lui. Il principino era adesso la sua più grande affezione: egli se lo teneva vicino più che poteva, gli regalava dolci e balocchi, lo vantava all'Abate, al maestro dei novizi, agli zii ed a tutti. Il ragazzo, veramente, era troppo vivace, faceva il prepotente, attaccava lite coi compagni; fra' Carmelo, paziente ed indulgente, sapeva scusarlo presso il maestro, se commetteva qualche monellata, e raccomandava prudenza agli altri fratelli se di queste monellate essi scontavan la pena. «Bisogna lasciarli fare, i ragazzi; e poi sono signori, e a noi tocca obbedirli.» I fratelli, infatti, erano addetti alle grosse bisogne, servivano i Padri al refettorio, mangiavano alla seconda tavola; e quando i monaci dicevano l'uffizio in Coro, essi recitavano in un cantone il solo rosario. Per entrar novizi e diventar monaci bisognava esser nobili, e fra' Carmelo, fanatico di quelle cose quanto donna Ferdinanda, celebrava la nobiltà riunita a San Nicola. Vi si trovavano infatti i rappresentanti delle prime famiglie, non solo della Val di Noto, ma di tutta la Sicilia, perché in tutta la Sicilia c'era solo un altro convento di Cassinesi, a Palermo, e così inferiore in grandezza, ricchezza ed importanza, che mandavano lì da Catania i monaci stravaganti, per punizione. L'Abate era un gran signore napolitano, il secondogenito del duca di Cosenzano; da Monte Cassino era venuto anche il Padre Borgia, romano, di quella famiglia che aveva dato un Papa alla cristianità; e poi c'erano gli isolani, i Gerbini, che discendevano da Re Manfredi per via di donne; i Salvo, venuti in Sicilia con gli Svevi; i Toledo, i Requense, i Melina, i Currera spagnoli come gli Uzeda, i Cùrcuma e i Sagonti, di nobiltà longobarda; i Grazzeri, discesi di Germania; i Corvitini, fiamminghi; i Carvano, i Costante, francesi; gli Emanuele, appartenenti ad un ramo de' Paleologhi, imperatori d'Oriente. «Basta essere ai Benedettini, o monaco o novizio, per significare che uno è signore,» spiegava fra' Carmelo al principino. «Qui entrano soltanto quelli delle prime case, come Vostra Paternità.» Ai ragazzi toccava il «Vostro Paternità» e il «don» come ai monaci, e tutte le volte che un Padre o un novizio passava dinanzi ai fratelli questi dovevano inchinarsi, piegandosi in due, incrociando le braccia sul petto; e se erano seduti, alzarsi in piedi per salutare. C'era uno di questi fratelli, fra' Liberato, vecchissimo, quasi centenario, non più buono a nulla, il quale usciva dalla sua camera per tremare al sole sopra una sedia a bracciuoli; un giorno il principino gli passò dinanzi e il vecchio non s'alzò. Allora il ragazzo riferì la cosa al maestro, il quale fece al fratello una lavata di capo coi fiocchi. «È istolidito, poveretto,» disse fra' Carmelo, scusandolo. «Quando ci facciamo vecchi, torniamo peggio di quand'eravamo bambini!» Consalvo riceveva così le stesse lezioni che gli aveva fatte donna Ferdinanda, le digeriva meglio che non l'altre del latino e dell'aritmetica. Esse gli davano un'idea straordinaria di quel che valeva, ma gli procuravano anche di solenni scapaccioni dai compagni, specialmente dai maggiori d'età, pel disprezzo col quale li trattava. Michele Rocca si gloriava d'avere anche lui un Viceré tra gli antenati; ma Consalvo correggeva: «Viceré? Presidente del Regno!...» E l'altro: «No, Viceré...» E Consalvo: «No, Presidente...» finché Michelino, infuriato, gli si slanciava addosso. Allora, piuttosto che venire alle mani, egli gridava al soccorso e a fra' Carmelo toccava comporre la lite. Ma ricominciava con gli altri, attaccava brighe sopra brighe. Quasi tutte quelle famiglie baronali avevano un nomignolo spesso ingiurioso o avvilitivo, col quale erano conosciute in città più che col vero nome. I Fiammona si chiamavano i Caratelli, perché corpacciuti come mezze botti; i San Bernardo Piange le fave, allusione alla miseria in cui erano ridotti; i Currera Tignosi perché tutti con le teste calve come palle da bigliardo; i Salvo Mangia Saliva, altri peggio ancora. Il principino, a corto di argomenti, gridava ai compagni: «Oh, dei Pancia-di-crusca!... Oh, dei Cute-di-porco!...» e quelli, non potendogli rendere pane per focaccia, giacché il nomignolo degli Uzeda, i Viceré, diceva la loro antica potenza, se lo mettevano sotto, quando riuscivano ad agguantarlo, e lo pestavano bene. Fra' Carmelo accorreva, con le mani in testa, per liberare il suo protetto e predicar la pace, l'amore reciproco, l'attenzione allo studio. Durante le lezioni, quando si dava la pena di stare attento, Consalvo capiva tutto e raccoglieva lodi e premi; ma del resto non c'erano castighi, ché i maestri lettori, tutti preti di bassa estrazione, non osavano neppure dar dell'asino agli scolari. Il Priore, in segno di soddisfazione pei buoni rapporti del maestro, veniva a trovare qualche volta il nipote al Noviziato, portandogli regali di dolci e di libri sacri; don Blasco, al refettorio, gli dava qualche scappellotto, a modo di carezze; ma la prima volta che fra' Carmelo lo condusse al palazzo, in permesso, per mezza giornata, tutta la famiglia, riunita per la circostanza, gli fece gran festa. «Che bel monachino!... Che bel monachino!...» La principessa, dolente di non averlo più con sé, ma rassegnata come sempre ai voleri del marito, se lo mangiava dai baci, l'abbracciava stretto stretto con tanta maggior forza quanto maggiore repulsione le ispiravano gli altri; donna Ferdinanda anche lei, venuta apposta al palazzo, gli prodigò molte carezze; Lucrezia, placatasi ormai che non correva più pericolo di vederselo in camera, gli diede confetti e biscotti; il principe, senza smettere l'abituale severità, lodò i figli obbedienti. Don Eugenio fece una predica intorno ai benefizi dell'istruzione; perfino lo zio Ferdinando scese dalle Ghiande per assistere a quella visita. Mancavano però la zia Chiara e il marchese: sicuri d'avere il tanto aspettato e desiderato figliuolo, un triste giorno la gravidanza era andata in fumo; essi portavano da quel momento il lutto della speranza perduta. C'era invece una bambina di sei anni che guardava il monachino con grandi occhi curiosi e una balia che teneva in braccio un lattante. «Le tue cugine, figlie dello zio Raimondo,» spiegò la principessa. «E la zia Matilde?» «Sta poco bene...» Ma donna Ferdinanda troncò quegli stupidi discorsi, e prese a interrogare il nipotino intorno ai compagni, alla vita del monastero, all'impiego della giornata, intanto che fra' Carmelo tesseva l'elogio del ragazzo alla madre. «Ti faresti monaco?» gli domandò il principe, per chiasso. «Ci staresti sempre, al convento?» «Sì,» rispose egli, per non dargliela vinta. «È bello stare a San Nicola!...» I monaci infatti facevano l'arte di Michelasso: mangiare, bere e andare a spasso. Levatisi, la mattina, scendevano a dire ciascuno la sua messa, giù nella chiesa, spesso a porte chiuse, per non esser disturbati dai fedeli; poi se ne andavano in camera, a prendere qualcosa, in attesa del pranzo, a cui lavoravano, nelle cucine spaziose come una caserma, non meno di otto cuochi, oltre gli sguatteri. Ogni giorno i cuochi ricevevano da Nicolosi quattro carichi di carbone di quercia, per tenere i fornelli sempre accesi, e solo per la frittura il Cellerario di cucina consegnava loro, ogni giorno, quattro vesciche di strutto, di due rotoli ciascuna, e due cafissi d'olio: roba che in casa del principe bastava per sei mesi. I calderoni e le graticole erano tanto grandi che ci si poteva bollire tutta una coscia di vitella e arrostire un pesce spada sano sano; sulla grattugia, due sguatteri, agguantata ciascuno mezza ruota di formaggio, stavano un'ora a spiallarvela; il ceppo era un tronco di quercia che due uomini non arrivavano ad abbracciare, ed ogni settimana un falegname, che riceveva quattro tarì e mezzo barile di vino per questo servizio, doveva segarne due dita, perché si riduceva inservibile, dal tanto trituzzare. In città, la cucina dei Benedettini era passata in proverbio; il timballo di maccheroni con la crosta di pasta frolla, le arancine di riso grosse ciascuna come un mellone, le olive imbottite, i crespelli melati erano piatti che nessun altro cuoco sapeva lavorare; e pei gelati, per lo spumone, per la cassata gelata, i Padri avevano chiamato apposta da Napoli don Tino, il giovane del caffè di Benvenuto. Di tutta quella roba se ne faceva poi tanta, che ne mandavano in regalo alle famiglie dei Padri e dei novizi, e i camerieri, rivendendo gli avanzi, ci ripigliavano giornalmente quando quattro e quando sei tarì ciascuno. Essi rifacevano le camere ai monaci, portavano le loro ambasciate in città, li accompagnavano al Coro reggendo loro le cocolle, e li servivano in camera se le LL. PP. si sentivano male, o si seccavano di scendere al refettorio. Lì il servizio toccava ai fratelli: a mezzogiorno, quando tutti erano raccolti nell'immenso salone dalla vòlta dipinta a fresco, rischiarato da ventiquattro finestre grandi come portoni, il Lettore settimanario saliva sul pulpito e alla prima forchettata di maccheroni, dopo il Benedicite, si metteva a biascicare. Il giro della lettura cominciava dai più piccoli novizi fino ai monaci più vecchi, per ordine d'età; ma una volta arrivato ai Padri di fresca nomina, ricominciava per evitare quel fastidio ai grandi, i quali se ne stavano comodamente seduti dinanzi alle tavole disposte lungo i muri, sopra una specie di largo marciapiedi; l'Abate, nel centro del gran ferro di cavallo, aveva una tavola per sé. I fratelli portavano intanto attorno i piatti, a otto per volta, sopra un'asse chiamata «portiera» che reggevano a spalla. Distinguevansi i pranzi e i pranzetti, questi composti di cinque portate, quelli di sette, nelle solennità; e mentre dalle mense levavasi un confuso rumore fatto dell'acciottolio delle stoviglie e del gorgoglio delle bevande mesciute e del tintinnio delle argenterie, il Lettore biascicava, dall'alto del pulpito, la Regola di San Benedetto: «... 34° comandamento: non esser superbo; 35°: non dedito al vino; 36°: non gran mangiatore; 37°: non dormiglione; 38°: non pigro...» La Regola, veramente, andava letta in latino; ma al principino e agli altri novizi, aspettando che la potessero comprendere in quella lingua, la spiegavano nella traduzione italiana, una volta il mese. San Benedetto, al capitolo della Misura dei cibi, aveva ordinato che per la refezione d'ogni giorno dovessero bastare due vivande cotte e una libbra di pane; «se hanno poi da cenare, il Cellerario serbi la terza parte di detta libbra per darla loro a cena»; ma questa era una delle tante «antichità» - come le chiamava fra' Carmelo - della Regola. Potevano forse le Loro Paternità mangiare pane duro? E la sera il pane era della seconda infornata, caldo fumante come quello della mattina. La Regola diceva pure: «Ognuno poi s'astenga dal mangiare carne d'animali quadrupedi, eccetto gli deboli et infermi»; ma tutti i giorni compravano mezza vitella, oltre il pollame, le salsicce, i salami e il resto; e in quelli di magro il capo cuoco incettava, appena sbarcato, e prima ancora che arrivasse alla pescheria, il miglior pesce. Molte altre «antichità» c'erano veramente nella Regola: San Benedetto non distingueva Padri nobili e fratelli plebei, voleva che tutti facessero qualche lavoro manuale, comminava penitenze, scomuniche ed anche battiture ai monaci ed ai novizi che non adempissero il dover loro, diceva insomma un'altra quantità di coglionerie, come le chiamava più precisamente don Blasco. Articolo vino, il fondatore dell'Ordine prescriveva che un'emina al giorno dovesse bastare; «ma quelli ai quali Iddio dà la grazia di astenersene, sappiano d'averne a ricevere propria e particolare mercede». Le cantine di San Nicola erano però ben provvedute e meglio reputate, e se i monaci trincavano largamente, avevano ragione, perché il vino delle vigne del Cavaliere, di Bordonaro, della tenuta di San Basile, era capace di risuscitare i morti. Padre Currera, segnatamente, una delle più valenti forchette, si levava di tavola ogni giorno mezzo cotto, e quando tornava in camera, dimenando il pancione gravido, con gli occhietti lucenti dietro gli occhiali d'oro posati sul naso fiorito, dava altri baci al fiasco che teneva giorno e notte sotto il letto, al posto del pitale. Gli altri monaci, subito dopo tavola, se ne uscivano dal convento, si sparpagliavano pel quartiere popolato di famiglie, ciascuna delle quali aveva il suo Padre protettore. Padre Gerbini, la cui camera era piena di ventagli e d'ombrellini che le signore gli davano ad accomodare, cominciava il giro delle sue visite; Padre Galvagno se ne andava dalla baronessa Lisi, Padre Broggi dalla Caldara, altri da altre signore ed amiche. Tornavano all'ave, per entrare in chiesa, ma quelli che venivano un poco più tardi, o a cui doleva il capo, se ne salivano direttamente in camera; e non già per dormire, ché la sera, fino a tre ore di notte, quando si serravano i portoni, c'erano visite di parenti e d'amici, si teneva conversazione, molti Padri facevano la loro partita. Un tempo, anzi, per colpa di Padre Agatino Renda, giocatore indiavolato, c'era stato un giuoco d'inferno: in una sola sera Raimondo Uzeda aveva perduto cinquecent'onze, e più d'un padre di famiglia s'era rovinato; tanto che i superiori dell'Ordine, dopo aver chiuso un occhio su molte marachelle, avevano dovuto finalmente prendere qualche provvedimento. Era appunto allora venuto da Monte Cassino, in qualità di Abate, Padre Francesco Cosenzano, e per un po' di tempo, con l'autorità della fresca nomina, aiutato dai buoni monaci, che non ne mancavano, quel bravo vecchietto era riuscito a infrenare i peggiori; ma, poi, coll'andare del tempo, zitti zitti, a poco a poco, questi erano tornati alle abitudini di prima: giuoco, gozzoviglie, il quartiere popolato di ganze, i bastardi ficcati nel convento in qualità di fratelli - dei Padri - nuovo genere di parentela! E i timidi tentativi di resistenza dell'Abate gli avevano scatenato contro un'opposizione violenta. Don Blasco fu dei più terribili. Egli aveva tre ganze, nel quartiere di San Nicola: donna Concetta, donna Rosa e donna Lucia la Sigaraia, con una mezza dozzina di figliuoli: e l'Abate lasciava correre, sebbene fosse uno scandalo che tutte quelle mogli e quei figliuoli della mano manca, anzi di nessuna mano, venissero a udir la santa messa recitata dallo stesso monaco. Poi, tutte le mattine, egli scendeva in cucina, ordinando che mandassero i migliori bocconi alle sue amiche, e i giorni di magro si metteva sul portone per aspettar l'arrivo dei cuochi col pesce, in mezzo al quale faceva la sua scelta, ordinando: «Taglia un rotolo di questa cernia e portalo a donna Lucia!» E l'Abate lasciava correre. Ma un giorno finalmente i nodi vennero al pettine, per causa di costei. Il convento possedeva una buona metà del quartiere in mezzo al quale sorgeva: i tre palazzotti della piazza semicircolare dinanzi alla chiesa e una quantità di case terrene tutt'intorno alle mura. Da queste fabbriche ricavava una magra rendita, perché parte erano affittate a prezzi di favore a vecchi fornitori o sagrestani ritirati, parte erano addirittura concesse come elemosina a povera gente, a famiglie nobili cadute in bassa fortuna. Ora don Blasco, con una particolare affezione per donna Lucia Garino, la Sigaraia, le aveva fatto concedere un bel quartierino di abitazione nel palazzotto di mezzogiorno e una bottega sottoposta dove suo marito teneva il negozio dei tabacchi. L'Abate, visto che questa donna Lucia non era né indigente né nobile decaduta e che non vantava altro titolo, per godersi la casa, fuorché l'amicizia scandalosa di don Blasco, mentre poi tanti e tanti poveri diavoli non sapevano dove dar del capo, pensò di ordinarle che o pagasse regolarmente l'affitto del quartiere e della bottega, oppure che sgomberasse. Don Blasco, a cui già il fare da moralista del nuovo Abate aveva dato ai nervi, tanto che non aspettava se non l'occasione per aprire il fuoco, a questa intimazione riferitagli dall'amica piangente diventò una bestia, salvo il santo battesimo, e fece cose dell'altro mondo, gridando pei corridoi del convento, sotto il muso dei Decani e dietro l'uscio dell'Abate, che se qualcuno avesse osato dar lo sfratto o pretendere un baiocco dalla Sigaraia, l'avrebbe avuto a far con lui. E disciplinata l'opposizione ancora incerta e tentennante, raccolto intorno a sé la schiuma del convento, i monaci che non potevano digerire le austere ammonizioni del superiore e la fine del giuoco e di tutti gli scandali, se prima era stato lo spavento del Capitolo, da quel giorno divenne un diavolo scatenato. Per amor della pace, il povero Abate dové rimangiarsi il suo provvedimento, ma l'Uzeda senior non si placò per questo, ché dove poté trovare argomento da suscitare mormorazioni e liti, non diede tregua al suo «nemico». Giusto, l'Abate, ammirato dei severi costumi e della scienza di don Lodovico, s'era messo a proteggerlo, fino a sostenerne poi l'elezione al priorato; perciò don Blasco, il quale voleva aver egli quel posto, accomunò il nipote e il superiore nell'odio feroce e inestinguibile. C'erano stati sempre numerosi partiti, a San Nicola; perché, trattandosi d'amministrare un patrimonio grandissimo, e di maneggiare grossi sacchi di denaro, e di distribuire larghe elemosine, e di dar lavoro a tanta gente, e d'accordar case gratuite e posti non meno gratuiti al Noviziato, e d'esercitare insomma una notevole influenza in città e nei feudi, ciascuno ingegnavasi di tirar l'acqua al suo mulino; ma, al tempo dell'ammissione del principino, i contrasti erano quotidiani e violenti. L'Abate aveva, prima di tutto, i suoi partigiani; ma non tutti i buoni monaci erano per lui, non garbando a qualcuno che il supremo potere fosse in mano d'un forestiere. Don Blasco col suo codazzo cercava d'attirar costoro, gridando che bisognava mandare a casa sua quel «napolitano mangiamaccheroni»; ma, benché d'accordo su ciò, l'opposizione si divideva poi novamente, quando aveva da scegliere il successore. Non mancava il partito di quelli che dichiaravano non aver partito; e don Lodovico, modello del genere, tenendosi da parte, navigando sott'acqua, era riuscito ad agguantare il priorato. Parecchi sostenevano anzi che, in fin dei conti, egli era il solo meritevole d'aspirare alla dignità abaziale; ma allora suo zio, per evitare che quel «gianfottere» si ponesse in capo la mitra, quasi sosteneva l'Abate Cosenzano. Né lo stesso don Lodovico ammetteva che gli parlassero della promozione: se qualcuno gliela prediceva, protestava: «L'Abate per ora è Sua Paternità ed a me tocca obbedirlo prima d'ogni altro.» L'Abate in persona, stanco di quella galera, gli confidava di volersi ritirare per cedergli il posto: quando pure non avesse pensato a mettersi da canto, presto o tardi la morte non ci avrebbe pensato per lui? E il Priore: «Vostra Paternità non parli di queste cose!... Sono cose che contristano il cuore d'un figlio devoto, Padre Reverendissimo.» Il vecchio lo prendeva allora a suo confidente, si lagnava del poco rispetto dei monaci, dello scandalo che molti continuavano a dare con la loro vita libertina. Il Priore scrollava il capo, in atto dolente: «Il glorioso nostro fondatore, Padre dei monaci, ci insegna qual è il rimedio contro gli errori dei traviati: l'orazione dei buoni, acciocché il Signore, che tutto può, dia salute agli infermi fratelli...» Pertanto egli non riprendeva nessuno, non dava corso ai richiami che spesso venivano a fargli, lasciava che ognuno cocesse nel proprio brodo. Fra quella trentina di cristiani non c'era mai un momento di pace e di accordo. Se la quistione delle persone divideva il convento in un certo modo, i partiti erano poi scompigliati dalla politica che raggruppava i Padri in ordine tutto diverso. V'erano i liberali, quelli che al Quarantotto avevano parteggiato pel governo provvisorio e ospitato la rivoluzione in persona dei suoi soldati; e v'erano i borbonici, che i liberali chiamavano sorci. Don Blasco capitanava questi ultimi, in mezzo ai quali stavano molti amici del Priore; i liberali, che nelle quistioni d'ordine interno erano quasi tutti con l'Abate effettivo, borbonicissimo, obbedivano politicamente all'Abate onorario Ramira, quello del Quarantotto. Quindi, se spesso s'udivano le voci dei Padri che dicevano male parole ai fratelli e mandavano a quel paese i camerieri, gli strepiti salivano al cielo appena cominciavano le discussioni sugli avvenimenti pubblici, all'ombra dei portici o dinanzi al portone: liberali e borbonici quasi venivano alle mani, a proposito della fine della guerra di Crimea, del Congresso di Parigi, della parte che vi sosteneva il Piemonte. Don Blasco era violento contro quel «piemontese mangiapolenta» di Cavour e lo colmava d'improperi, rammentando la storia della rana e del bue, profetando che sarebbe scoppiato a furia di gonfiarsi come una vescica. Era più terribile ancora contro il sistema costituzionale di cui i liberali avevano l'uzzolo: esclamava che il miglior atto compiuto da Ferdinando II era stato il 15 maggio, quando aveva fatto prendere a baionettate «i buffoni e i ruffiani» di palazzo Gravina. E se i liberali dicevano che avrebbero dato il ben servito al Re un'altra volta, gridava: «Lo manderete via voi altri, se mai; ché ve ne basta l'animo, con quei pancioni!» E quando sentiva esaltare la bontà del giovane Re di Sardegna, alzava le braccia sul capo, scotendo le mani come alacce di pipistrello, con un gesto d'orrore disperato: «Passa Savoia!... Passa Savoia!...» Nel 1713 quando Vittorio Amedeo, assunto al trono di Sicilia, era venuto nell'isola, in pompa, traversandola da un capo all'altro, il passaggio del nuovo sovrano era stato seguito da una mala annata come da un pezzo non si rammentava l'eguale; e nelle popolazioni spaventate ed ammiserite era rimasto in proverbio quel detto: «Passa Savoia! Passa Savoia!...» come il sintomo d'una sciagura, d'un castigo di Dio. «E volevano un altro dei loro, al Quarantotto, come se non fosse bastato il primo! Ci volevano ridurre peggio di quel Piemonte morto di fame che spoglia i conventi!...» Anche tra i novizi v'erano partiti politici: i liberali, rivoluzionari, piemontesi; e i borbonici, napolitani, sorci; ma se fra i monaci i due campi disponevano di forze quasi eguali, qui i liberali erano in maggioranza. «Sono tutti i morti di fame,» spiegava don Blasco al principino; «quelli che a casa loro non hanno di che mangiare, e qui disprezzano il ben di Dio e le lasagne che gli piovono in bocca bell'e condite!» Questo non era vero del tutto, perché capitanava i novizi liberali Giovannino Radalì Uzeda, il quale apparteneva ad una famiglia che per nobiltà e ricchezza veniva subito dopo gli Uzeda del ramo diritto: quantunque secondogenito, se fosse rimasto al secolo gli sarebbe toccato il titolo vitalizio di barone. Ma il principino seguiva egualmente le opinioni degli zii don Blasco e donna Ferdinanda: amico e compagno di giuoco del cugino, era suo avversario in politica; e quando i rivoluzionari parlavano fra di loro, quando complottavano per sollevare il convento e scendere in piazza con una bandiera di carta tricolore, egli stava alle vedette e interrogava i più ingenui, e poi andava a ripetere le notizie allo zio, perché li denunziasse all'Abate; tanto che don Blasco ebbe presto in tutt'altra considerazione il pronipote. «Questo gianfottere non è poi tanto minchione quanto pare... Sì, sì,» approvava, lodando lo spionaggio di Consalvo; «ascolta quel che dicono e poi vieni a riferirmelo.» Anche tra i fratelli la politica metteva dissidi e nimistà; i più furbi, veramente, non s'impicciavano né di Cavour né di Del Carretto, e badavano a ingrassare le loro famiglie con le racimolature del monastero, ma parecchi parteggiavano o pel governo o per la rivoluzione. Uno specialmente, fra' Cola, capo rivoluzionario, parlava sempre di ricominciar la giocata del Quarantotto; i novizi liberali gli facevano raccontare la storia di quel tempo; e quando egli li serviva, a tavola, quando versava in giro l'acqua od il vino dal gran boccale di cristallo che reggeva con la destra, faceva di nascosto, con l'indice e il medio della sinistra, il segno d'una forbice che taglia. Il principino domandò un giorno a Giovannino Radalì che volesse dire; il cugino rispose: «Vuol dire che ai sorci bisogna tagliargli le code.» Consalvo riferì la cosa allo zio, e fra' Cola, in punizione, fu mandato alla casa di Licodia, in mezzo alla malaria. Fra' Carmelo, pertanto, non s'occupava mai di politica e quando gli domandavano se era liberale o borbonico, faceva il segno della santa croce: «Vi scongiuro per parte di Dio! So molto di queste cose! Queste sono opere del Nemico!» Per lui non c'era altro mondo fuori di San Nicola, né altra potestà fuor di quella dell'Abate, del Priore e dei Decani. Bisognava sentirlo, quando enumerava tutti i diciotto titoli dell'Abate, quando nominava i Re, le Regine, i Principi reali, i Viceré, i baroni che avevano dotato il convento. Ogni domenica, in Capitolo, l'Abate leggeva la litania di quei reali o principeschi donatori, in suffragio delle cui anime andavano dette altrettante messe quotidiane; ma spesso ne recitavano una sola all'intenzione di tutti quanti: il ristoro dei morti era lo stesso, e i vivi non stavano a perdere tanto tempo. In generale, i Padri avevano fretta di sbrigarsi, e intendevano fare il comodo loro. Per non scendere giù in chiesa, a mattutino, quando faceva freschetto, essi avevano ordinato, molti anni addietro, la costruzione di un altro Coro, chiamato Coro di notte, in mezzo al convento; ed anzi era costato parecchie migliaia d'onze, tutto di noce scolpito; ma adesso i Padri non si levavano neppur per andar lì, a due passi; restavano a covar le lenzuola fin a giorno chiaro, e il mattutino lo facevano recitare per loro conto ai Cappuccini, dietro pagamento. Viceversa poi, nelle grandi solennità religiose, a Natale, a Pasqua, per la festa del Santo Chiodo, tutti prendevano parte alle cerimonie la cui magnificenza sbalordiva la città.

Le prime a cui assistette il principino furono quelle della Settimana Santa. Durante un mese la chiesa fu sossopra, per la costruzione del Sepolcro, in fondo alla navata di sinistra: chiusa da un grande impalcato, con le finestre sbarrate, tutta adorna di candelabri di cristallo splendenti come blocchi di diamanti, e di vasi col grano lasciato crescere al buio perché non prendesse colore, e popolata di statue rappresentanti la Sacra Famiglia e gli Apostoli, era veramente irriconoscibile. Il giovedì, a terza, tutto il monastero scese in chiesa, pel Pontificale, con l'Abate alla testa, a cui i novizi portavano il bacolo, la mitra e l'anello e i caudatari reggevano lo strascico. L'apparato era quello della Regina Bianca, tutto di drappo rosso ricamato d'oro, e sull'organo maestoso di Donato del Piano, tenori, bassi e baritoni scritturati a posta cantavano il Passio che la folla pigiata stava a sentire come al teatro. Dirimpetto al soglio dell'Abate, nei posti migliori, c'erano tutti gli Uzeda: il principe e il conte con le mogli, donna Ferdinanda, Lucrezia, Chiara col marito; i quali, scorto Consalvo, gli facevano segno col capo, sua madre e la zitellona specialmente, ammirando la sua cotta candida e insaldata a mille piegoline, lavoro speciale delle Suore di San Giuliano. S'udiva per tutta la chiesa, quando la voce potente dell'organo taceva, un ronzìo come d'alveare, un urtarsi di seggiole, lo stropiccìo dei passi; luccicavano i fucili e le sciabole dei soldati disposti dinanzi alle tre porte e lungo le navate per aprire il varco alla processione, più tardi. Intanto dodici poveri, rappresentanti i dodici Apostoli, erano entrati nel Coro; l'Abate, inginocchiato, lavava loro i piedi - seconda lavatura; essendo la prima già fatta in sagrestia affinché Sua Paternità per lavar quei piedi non s'insudiciasse le mani. Un mormorìo venne in quel momento dal fondo della chiesa; Consalvo, dall'altare maggiore, si voltò e vide che lo zio Raimondo, lasciato il suo posto, si faceva largo tra la folla dirigendosi verso una signora. Era donna Isabella Fersa. Come tutte le altre dame, per la tristezza della Passione, vestiva di nero; ma il suo abito era così ricco, tanto guarnito di gale e di merletti, da parere un abito da ballo. Arrivata tardi, non trovava un buon posto; Raimondo, raggiuntala, le diede il braccio e la condusse, in mezzo a una doppia ala di curiosi, alla propria seggiola, accanto a quella di sua moglie. La contessa Matilde, che usciva quel giorno la prima volta dopo l'infermità, era tutta bianca in viso, e l'abito di lana nera contribuiva a farla parere ancora più pallida. Poi, giusto in quel punto Gesù moriva: la chiesa oscuravasi repentinamente, i fratelli rovesciavano i candelieri sugli altari, toglievan via le tovaglie bianche e le sostituivano con quelle violacee, avvolgevano d'un velo la croce; e i monaci anch'essi, lasciati i paramenti di festa, indossavano quelli del corrotto. Nella penombra, i ceri risplendevano con fiamma più viva, e il Santo Sepolcro era una raggiera, dalle tante torce, dalle tante lampade, dai tanti riflessi dei cristalli e degli ori. Donna Isabella guardava con l'occhialetto lo spettacolo, mentre il conte, chino su lei, le nominava ad uno ad uno i monaci e i novizi. «Quello lì non è il vostro nipotino?... Che bel chierichetto, contessa!...» Matilde fece col capo un gesto ambiguo. L'organo intonava il Miserere, e il canto doloroso era pieno di sospiri profondi, di lunghi lamenti che facevano echeggiare ogni angolo della chiesa scura, di schianti terribili per cui l'aria tremava, di gemiti lunghi come quelli del vento invernale. Pareva che il mondo dovesse finire, che non vi fosse speranza più per nessuno; Gesù era morto, era morto il Salvatore del mondo; e i monaci, a due a due, con l'Abate a capo, scendevano dall'abside, giravano per l'immensa chiesa tra due file di soldati che contenevano la folla e presentavano le armi capovolte; poi l'Abate deponeva l'Ostia al Sepolcro. Inginocchiata col capo sulla seggiola e il viso nascosto dal fazzoletto, la contessa singhiozzava pianamente; donna Isabella esclamava: «Che effetto produce questa funzione!...» Aveva anch'ella gli occhi un po' arrossati, ma quando il conte le ridiede il braccio per condurla in sagrestia s'appoggiò a lui languidamente. «Per legge, non potrei venire...» protestava. «Sono ammesse le sole famiglie...» «Ma che!... Siete con noi! Diremo che siamo cugini...» Nella sagrestia ai parenti dei monaci e dei novizi era offerto un lauto rinfresco: giravano i vassoi con le tazze di cioccolata fumante, con le gramolate e i dolci e il pan di Spagna. Consalvo, in mezzo alla mamma e a donna Isabella, riceveva carezze e complimenti pel modo esemplare col quale aveva preso parte alle funzioni; Padre Gerbini, senza avere ancora lasciato i paramenti mortuari, salutava le signore, le invitava per la cerimonia del domani. E il venerdì gli Uzeda arrivarono coi Fersa; il conte dava il braccio a donna Isabella, che portava un altro abito nero, più galante del primo. I sagrestani avevano serbato loro gli stessi posti, facendovi la guardia in mezzo alla folla burrascosa. Ma i soldati la frenavano e quando l'organo accompagnava il canto lugubre delle Tre Ore d'agonia, il silenzio era profondo; solo Raimondo, seduto accanto a donna Isabella, le diceva all'orecchio cose che la facevano sorridere. Intanto l'Abate eseguiva la cerimonia della Deposizione della Croce: preso il Crocifisso velato, lo deponeva per terra, sopra uno dei gradini dell'altare, dove un cuscino di velluto, tutto trapunto d'oro, era preparato apposta. I monaci se ne andavano via, il Sepolcro restava un momento vuoto; a un tratto, mentre l'organo riprendeva più triste le sue lamentazioni, tutti riuscivano dalla sagrestia, in processione, a due a due, col Superiore alla testa; erano senza scarpe, coi piedi nelle calze di seta nera, per l'Adorazione della Croce. Inginocchiandosi a ogni passo, in mezzo alla siepe dei soldati, scendevano fino alla porta maggiore, risalivano fino all'altare, lì ad uno ad uno si buttavano per terra dinanzi al cuscino del Cristo morto e lo baciavano. La folla saliva sulle seggiole, per godersi meglio tutta la vista, donna Isabella e Raimondo si passavano il cannocchiale, intanto che la contessa, genuflessa, pregava piangendo. Alla fine della cerimonia, altro rinfresco in sagrestia; il principino, vezzeggiato da tutti, fece servire prima i suoi parenti: don Eugenio beveva cioccolata come fosse acqua, si ficcava in tasca i dolci che non poteva mangiare; ma la zia Matilde non prese nulla. Il Sabato Santo, per la funzione della Resurrezione, Consalvo non la vide; lo zio Raimondo dava sempre il braccio alla signora Fersa. 7.

Ogni sera, al capezzale della bambina, tenendola per la manuccia fredda e bianca come di cera, senza fare alcun moto col braccio irrigidito per non destare la piccola dormiente, la contessa vegliava fino a tardi. A notte alta serravano i portoni e nella casa addormentata non s'udiva più alcun rumore; solo dallo stanzino attiguo veniva il lieve russare della balia accanto al letticciuolo di Teresina. Raimondo non rientrava. Sul comodino stavano schierate le bottiglie dei medicamenti, i vasetti di pomata, tutta la farmacia prescritta dal dottore per la povera malatuccia. Era erpete quell'infermità, dicevano; cattivo umore che si sfogava con eruzioni cutanee, con ingorghi di glandole: tutti sintomi rassicuranti, poiché volevan dire che l'organismo espelleva il principio morboso. Ella s'era votata alla Madonna delle Grazie, le aveva promesso di vestire il suo abito fino alla guarigione di Lauretta; in cuor suo aveva chiesto un'altra grazia alla Madonna: di illuminare Raimondo, di ridestare il suo affetto di marito e di padre. Fin da quando erano andati a Milazzo, secondo la promessa fattale al Belvedere dopo il colera, egli aveva ricominciato a smaniare, a mostrarsi infastidito e crucciato, a dichiarare che non poteva restare a lungo lontano da casa sua per gli affari della divisione. Ed ella s'era appena sgravata, stava ancora tra vita e morte dopo un parto difficilissimo, quando, addotta una chiamata del fratello, egli se ne partì. Rimase lontano pochi giorni, ma era la prima volta che l'abbandonava giusto nel momento che la compagnia e l'assistenza di lui le erano più necessarie. La nuova tristezza non giovò certamente a darle forza per vincer presto il male; ma un dolore più grande l'aspettava e i suoi presagi dovevano tutti avverarsi, poiché la creatura che ella aveva portata in grembo mentre il suo cuore agonizzava era venuta al mondo così debole e stremata e cagionevole che pareva da un momento all'altro dovesse mancare. Lunghi e lunghi mesi erano così passati, quasi un anno intero, senza che ella potesse lasciar la casa paterna e il capezzale della bambina: durante quell'anno Raimondo era andato e venuto, partito e ritornato parecchie volte, ed ella aveva a poco a poco fatta l'abitudine a quelle assenze, non potendo seguirlo né opporsi alle ragioni d'affari che le adduceva. Quando i medici ordinarono il mutamento di aria alla creatura convalescente, egli volle condurre tutti a Catania. Anche il barone lasciava Milazzo, andava a Palermo con l'altra figlia Carlotta; perciò Teresina, non potendo restar sola, venne col babbo. Non era parso vero a Matilde di vedere Raimondo premuroso per le figlie, ed ella aveva quasi benedetto le sue sofferenze, se per esse godeva di quella tregua; ma appena arrivata in casa degli Uzeda, aveva visto ricadere la sua figliuolina e Raimondo trascurarla, lasciarla sola in mezzo a quei «parenti» che la guardavano come prima di traverso e, cosa più dura al suo cuore di madre, la ferivano nelle sue bambine. Della più piccola deridevano le sofferenze e predicevano la morte; ma le maggiori ostilità erano contro Teresina. La bambina, vivace, curiosa, inquieta, commetteva spesso qualche monelleria, guastava qualche cosa nei suoi giuochi, gridava allegramente correndo per le stanze; allora la rimproveravano, la mandavano via; il principe diceva d'aver messo Consalvo ai Benedettini giusto per star tranquillo in casa, e invece gli disordinavano tutto, gli toccava udire strilli peggio di prima... Egli era più indulgente per la propria figlia, l'altra Teresina, e tutta la famiglia e gli stessi servi trattavano diversamente le due cuginette, dando il primo posto alla principessina. La stessa principessa Margherita, sola buona e dolce, non poteva nascondere la preferenza per la figliuola; e Matilde, benché riconoscesse che avevano ragione, soffriva di questa disparità di trattamento. Teresina sua, a sei anni, era vana come una donnina: si guardava a lungo allo specchio, assisteva all'acconciarsi della mamma sgranando tanto d'occhi, andava matta pei nastri, per gli spilloni, per le pezze vecchie; e la zitellona se la prendeva con la civetteria di sua madre, scoteva la testa predicendo male dell'avvenire, faceva piangere la contessa a quella specie di malìa operata contro l'innocente. Incrudelivano su lei per un'altra ragione, adesso; perché il viaggio del barone a Palermo aveva lo scopo di combinare il matrimonio dell'altra figlia Carlotta. Pretendevano che questa non si maritasse, che ella s'opponesse ai disegni del padre, alla felicità della sorella, affinché tutta la sostanza paterna restasse un giorno a lei! E poiché simili calcoli non capivano nella sua mente, la guardavano in cagnesco, la martoriavano nelle sue bambine, quasi ella avesse loro portato via qualcosa... Raimondo, in verità, non mostravasi per nulla crucciato dei disegni di matrimonio; ma ricominciava a trascurarla, scappava via subito dopo colazione, tornava al finire del desinare per andar fuori un'altra volta fino a notte tarda. A veder maltrattare le sue figlie, Matilde sentiva le lacrime salirle agli occhi; si chiudeva in camera con Teresina, la scongiurava di star buona, si studiava di trattenerla quanto più a lungo era possibile perché non tornasse di là; né quando Raimondo rincasava ella accusava i parenti di lui, per evitargli un dispiacere, perché non dicessero che veniva a seminar zizzania in famiglia: lo pregava soltanto di non lasciarla sempre sola... L'ostilità degli Uzeda verso di lei, i rimproveri e gli scherni rivolti alle sue creaturine, tutto le sarebbe parso nulla, se la gelosia non fosse tornata a roderla. Egli aveva ripreso a corteggiare la Fersa, andava a trovarla in casa, tutte le domeniche in chiesa s'incontravano alla stessa messa: ed ella non poteva più pregare, vedendosi dinanzi costei, comprendendo che egli non l'aveva dimenticata, che era di nuovo sedotto dalla sua eleganza, dalla languidezza dei suoi atteggiamenti, dai gesti studiatamente graziosi coi quali portavasi il fazzoletto profumato alle labbra, o agitava il ventaglio di piume, guardandosi attorno, o chinava il capo sul libro delle preghiere senza voltarne mai una pagina!... In chiesa! Nella casa di Dio!... Ella non poteva comprendere quella commedia, le pareva un continuo, enorme sacrilegio. E a San Nicola, per le cerimonie della Passione, era venuta con abiti di gala, come ad un allegro spettacolo, facendo voltar la gente con la sconvenienza del suo contegno!... Perché dunque Raimondo doveva metterle vicino costei, far notare anche lui alla gente un'assiduità che già dava argomento a mormorazioni?... Il giorno di Pasqua, piangendo di dolore e di tenerezza, ella s'era confessata con suo marito, al capezzale di quell'innocente: «Per questo giorno solenne, per amore di questa innocente, giurami che non mi farai più soffrire...» Ed egli le aveva domandato: «Che ti faccio? Di che mi accusi?...» «Mi lasci, trascuri le tue figlie, non pensi a noi, non ci vuoi più bene...» Scrollando il capo, Raimondo aveva esclamato: «Le tue solite fissazioni, le tue solite fantasie!... Ti trascuro? Come ti trascuro? Quando, perché, per chi ti dovrei trascurare?...» Per chi?... Per chi?... E con più calore egli aveva ripreso: «Sicuro, per chi? Ricominci, colla tua sciocca gelosia? Ti sei messa qualche altra fisima in testa?... Per donn'Isabella, eh?...» L'aveva nominata lui! «Ho capito! Perché le ho ceduto la mia sedia, perché l'ho invitata con noi!... Ma queste, cara mia, sono regole di buona creanza. Bisognava venire in questa bicocca miserabile per sentirsi rimproverare una cosa simile!...» E in quell'estate del '57 fu visto più assiduo coi Fersa; al teatro, dove andava tutte le sere, nella barcaccia, saliva spesso nel loro palco quand'era la loro volta d'abbonamento; li incontrava anche dalla zia Ferdinanda, dalla quale donna Isabella andava spessissimo; al Casino dei Nobili giocava quasi sempre col marito, dal quale si lasciava vincere ogni giorno. Quantunque potesse servirsi della carrozza del fratello, aveva comperato una magnifica pariglia di purosangue e un phaeton nuovo fiammante col quale andava dietro alla carrozza dei Fersa: alla Marina, quando c'era musica, scendeva, lasciando le redini al cocchiere, per mettersi al loro sportello e chiacchierare con donna Isabella, con la suocera e col marito. Vestiva con maggiore ricercatezza del solito, non stava mai in casa se non, come per una coincidenza tutta fortuita, quando essi venivano a far visita alla principessa. Il tema del suo discorso era continuamente Firenze, la vita delle grandi città, l'eleganza e la ricchezza degli altri paesi; egli si metteva vicino a donna Isabella, esclamando: «Voi sola mi capite!» quando se la prendeva con la sorte che l'aveva fatto nascere in quella bicocca e ve l'inchiodava, mentre non avrebbe voluto metterci i piedi, mai più: «Ma che proprio ho da lasciar qui l'ossa? Non credo! Non è possibile!...» E udendolo parlare a quel modo, Matilde chiedeva a se stessa perché, dunque, egli non andava via e non manteneva l'altra parte della promessa fattale un anno e mezzo addietro, quella di tornare alla loro casa fiorentina. Per gli affari, forse? Ma quantunque Raimondo non le tenesse discorso di queste cose, ella sapeva che della divisione non si parlava ancora e non si sarebbe parlato per un pezzo. Prima il colera, poi lo strascico d'inquietudini che la pestilenza aveva lasciato, poi la partenza del fratello, erano state ragioni per le quali il principe non aveva parlato della divisione. Adesso quel nuovo lusso costava a Raimondo; egli chiedeva continuamente a Giacomo somministrazioni in denaro, e questi non gli faceva ripetere le richieste, dimostrando tuttavia che era ormai tempo di procedere alla sistemazione definitiva dell'eredità; ma a Raimondo tornava comodo prendere i quattrini senza stare a far conti, a citare i pagatori morosi, o ad impacciarsi in tutte le noie grosse e piccole dell'amministrazione. Quando il fratello gli esponeva un dubbio, o chiedeva il suo parere intorno alla proroga d'un affitto, alla conclusione d'una vendita, egli rispondeva: «Fa' tu, fa' come credi...» L'importante, per lui, era aver denari; alle volte, richiedendone con troppa frequenza, il principe gli diceva: «Veramente, i fattori non hanno ancora pagato; abbiamo avuto molte spese: però, se vuoi, posso anticiparti quel che ti bisogna...» ed egli prendeva i quattrini a titolo d'anticipo o di prestito. Non s'occupava insomma di nulla fuorché di spendere, con una cieca fiducia nel fratello, la quale faceva andare in bestia don Blasco. Già il monaco, saputo l'affare delle cambiali, aveva gettato fuoco e fiamme contro il principe, dichiarandolo capace di aver falsificato la firma della madre, perché «quella bestia di mia cognata era una testa di cavolo, sì, ma non al punto di piantar debiti da una parte e di serbar quattrini dall'altra». E aveva ricominciato ad aizzare gli altri nipoti contro «quell'imbroglione», spingendoli ad impugnare la validità di quegli effetti che chiamava «cavalli di ritorno» perché, se non erano falsi del tutto, dovevano essere vecchie cambiali ritirate dalla principessa, trovate da Giacomo tra le carte e rimesse a nuovo per la circostanza! Ma poiché quell'altre bestie di Chiara, del marchese, di Ferdinando, di Lucrezia facevano orecchio da mercante - come non si trattasse dei loro propri interessi! -, il monaco quasi quasi era stato sul punto di dimenticare l'antica avversione per Raimondo e di andare a svelargli le magagne del coerede e fratello, a gridargli: «Apri gli occhi, se no ti metterà nel sacco e ti mangerà!...» Vedendo ora che erano tutt'una cosa, si rodeva il fegato notte e giorno, e un ultimo fatto l'aveva inviperito e indotto a strepitare contro quei «pazzi e birbanti» al convento, nelle farmacie, anche per le pubbliche strade con la prima persona capitata. Alla zolfara dell'Oleastro gli Uzeda, scavando scavando, avevano oltrepassato, sotterra, il confine della proprietà superficiale: i proprietari limitrofi iniziavano quindi una lite. Raimondo, a cui l'apposizione d'una semplice firma in coda alle ricevute ed ai contratti già pesava, mostrò in quell'occasione al signor Marco, che veniva per fargli leggere gli atti della lite, il proprio fastidio per tutte quelle continue «seccature»; allora il signor Marco gli propose: «Vostra Eccellenza perché non fa una procura al signor principe? Così risparmierà tante noie e le cose anderanno anche più spedite, fin a quando, pagate le sorelle di Vostra Eccellenza, si procederà alla divisione...» Raimondo non se lo fece dire due volte e firmò subito l'atto col quale il principe ebbe mandato d'amministrare l'eredità in nome anche del coerede. Ora Matilde, conosciuto l'accordo, aveva domandato a se stessa perché mai Raimondo restava ancora in Sicilia? Se non s'occupava più degli affari, qual altro interesse ve lo tratteneva? Ed ella ricominciava a struggersi di gelosia, vedendolo ancora una volta accanto a quella donna, non potendo soffrire di vederla trattare da amica mentre una voce interiore l'avvertiva di non fidarsene. Ammalata di cuore e d'imaginazione, con la sensibilità eccitata dai dolori continui, ella adesso credeva ai funesti presentimenti, temeva e sospettava di tutto. Nella felice ingenuità di altri tempi, avrebbe mai accolto il sospetto che il principe lasciasse libero Raimondo di fare quel che più gli piaceva e quasi secondasse i suoi vizi, e lo incitasse a giocare e gli procurasse le occasioni di veder quella donna, per distorglierlo dagli affari ed averne solo il maneggio? Un sospetto così tristo non le sarebbe neppure passato pel capo quando ella credeva tutti buoni e sinceri; adesso, spaventata degli altri e di se stessa, non riusciva a combatterlo... Come respingerlo, se il principe pareva mettere ogni impegno perché quella donna Isabella venisse al palazzo Francalanza, mentre la suocera di lei, donna Mara Fersa, cominciava a mostrare una specie di diffidenza per quelle relazioni divenute troppo intime?... Donna Mara Fersa aveva tollerato molte cose alla nuora palermitana; la rivoluzione mèssale in casa, il mal nascosto compatimento col quale la trattava, i gusti costosi e le opinioni ardite; ma chiusi tutt'e due gli occhi quando ne soffriva lei stessa, non intendeva chiuderne neppure uno se era in giuoco suo figlio. L'amicizia degli Uzeda, sissignore, stava benissimo e le faceva anche tanto piacere: ma che Raimondo stesse sempre alle costole dell'Isabella, in casa propria o in quella di lei, in chiesa, in teatro ed al passeggio, forse usava a Firenze ed era una cosa elegante, di quelle che lei, educata al vecchio modo, non comprendeva; ma non le piaceva nient'affatto e non intendeva che continuasse. Senza addurne la ragione per non mettere il carro avanti ai buoi, aveva fatto capire al figlio ed alla nuora che, trattando da buoni amici gli Uzeda, non c'era poi bisogno che si spartissero il sonno. Ella predicava ai turchi: Mario Fersa era più che mai infatuato del principe e del conte, donna Isabella sempre insieme con la principessa, con Lucrezia e con donna Ferdinanda. Allora, vedendo inutili le proprie esortazioni, poco sofferente di sapersi disobbedita e inascoltata in una cosa che la nuora doveva intendere alla prima, donna Mara s'era mostrata, incapace di nascondere quel che aveva in corpo, inusitatamente acre ed ironica verso di lei, e nello stesso tempo aveva dichiarato al figliuolo il motivo delle proprie inquietudini. Tuttavia, per non precisar troppo, s'era mantenuta sulle generali, dicendo che quella vita in comune era pericolosa, che in casa Uzeda, oltre ai tanti uomini che vi bazzicavano, si trovavano due giovani come il principe e il conte accanto ai quali non istava bene che l'Isabella si lasciasse vedere continuamente... Suo figlio, però, non l'aveva lasciata finire: «Il principe? Raimondo? I miei migliori amici?...» E dall'indignazione passando al riso: «Sospettar di loro? Di due buoni padri di famiglia?...» Né le ragionate insistenze della madre ebbero altra risposta. Frattanto donna Isabella, al piglio severo, ai modi bruschi solitamente adottati dalla suocera, se prima aveva mostrato di stare in quella casa con una specie di prudente ma dolorosa rassegnazione, prendeva adesso decisamente l'attitudine d'una vera vittima. Con Raimondo, quando costui le diceva la noia, l'infelicità della vita di provincia, ella scrollava il capo, approvava, ma soggiungendo che si poteva star bene anche in una campagna o in un deserto, a patto di sentirsi circondati di premure e d'affetto... di vedersi intorno persone care... capaci di comprendervi e d'apprezzarvi... E donna Mara gonfiava, gonfiava, vedendo che niente riusciva, cercando un mezzo più energico per metter fine a quella «commedia». Fersa, per conto suo, continuava a non accorgersi di nulla, perché avrebbe negato la luce del giorno prima di sospettar della moglie e di Raimondo, col quale faceva vita insieme e stava tutto il giorno e tutte le sere a chiacchierare o a giocare al casino o nella barcaccia del Comunale. Egli era più che mai orgoglioso dell'amicizia che gli dimostrava il principe, dei lunghi discorsi che questi gli teneva, mentre Raimondo e donna Isabella discorrevano in un angolo; e cascava poi dalle nuvole quando la madre gli veniva a dire, bruscamente: «Andiamo via, che è tardi!...» Ora un bel giorno Raimondo, andato a far visita in casa Fersa, e dopo aver visto donna Isabella dietro le vetrate, s'udì rispondere dalla cameriera che non c'era nessuno. Lì per lì, egli rimase; a un tratto fu per dare uno spintone alla porta ed entrare a viva forza; ma riuscito a stento a contenersi, scese le scale ed uscì nella via rosso in viso come per un colpo di sole. Subito aveva capito donde veniva la botta, essendosi già accorto della freddezza di donna Mara; e all'idea della contrarietà e dell'ostacolo, il sangue gli ribolliva nelle vene, gli saliva alla testa, gli faceva veder fosco... Fin a quel momento, egli aveva cercato la compagnia di donna Isabella perché gli pareva una delle poche signore con le quali poter discorrere, perché gli rammentava la società di fuori via, perché gli piaceva di persona, anche, ma non molto, non tanto da voltar l'animo alla sua conquista. Non l'idea di cagionare la rovina di lei, non l'amicizia del marito lo avevano distolto da questo proponimento; Fersa anzi, con la sua adorazione per la moglie e la cieca fiducia che dimostrava a lei ed a lui, gli pareva destinato alla solita disgrazia; e donna Isabella, con quel suo contegno da vittima, con l'istinto della civetteria che la dominava, con i suoi eterni discorsi sulle anime fatte per comprendersi, doveva provare troppa voglia d'esser compresa. Egli aveva sempre riso dell'amore, della passione, ed appunto perciò sua moglie lo seccava, perciò non aveva perseguito mai altro che il piacere comodo, pronto e sicuro; perciò la previsione delle noie che l'avventura con la Fersa avrebbe potuto cagionargli l'aveva indotto a non spingere troppo avanti le cose. Al Belvedere, pel colera, dove donna Isabella doveva venire e non era poi venuta, egli s'era quasi rallegrato del mancato ritrovo, divertendosi con l'Agatina Galano, quasi interamente dimenticando la lontana. Rivedutala, la tentazione era risorta, e allora i piagnistei di sua moglie l'avevano resa più forte; poi l'opposizione di donna Mara aveva messo nuova esca al fuoco. Era così fatto, che gli ostacoli lo eccitavano, lo rendevano smanioso e restìo come un puledro che senta il morso. Tuttavia s'era contenuto ancora, pensando all'avvenire, ai fastidi sicuri, ai pericoli possibili; ora, di repente, la consegna che gli vietava il passo in casa di lei gli metteva addosso una gran voglia di sfondare quell'uscio e di portar via quella donna. L'istinto sanguinario dei vecchi Uzeda predoni l'arrovellava; se avesse potuto, avrebbe fatto un eccesso come quell'avo che s'era buttato coi cavalli addosso al capitan di giustizia. Adesso, non tanto i tempi quanto le circostanze erano diverse; egli non poteva fare uno scandalo, gli conveniva piuttosto dissimulare, ricorrere alla politica ed all'astuzia... Appena arrivato a casa, scrisse all'amica per dirle che aveva compreso «gl'ingiusti sospetti» dei suoi parenti, per lagnarsi che «in quell'odioso paese» non fosse possibile stringere e mantenere «le relazioni d'amicizia». La lettera fu recapitata per mezzo di Pasqualino Riso, cocchiere del principe, il quale la diede al cocchiere di donna Isabella, che gli era compare. Donna Isabella rispose immediatamente, per la stessa via, querelandosi della «schiavitù» in cui era tenuta, della sospettosa «cattiveria» esercitata su lei, ringraziandolo frattanto dei suoi «delicati» sentimenti, dell'«amicizia» di cui le dava prova e che ella ricambiava «di tutto cuore»; scongiurandolo però di «rinunziare a rivederla» per non urtare la suscettibilità di «certe persone». Era lo stesso che dirgli: «Fate di tutto per trionfare della loro opposizione...» I due cocchieri compari tornarono a vedersi tutti i giorni, a riferire ambasciate verbali: Pasqualino, di piantone all'angolo di casa Fersa, correva al Casino dei Nobili ad avvertire il padrone, che aveva messo lì il suo quartier generale, delle uscite di donna Isabella: così egli la seguiva egualmente da per tutto. Del resto, l'avvicinava ancora alla carrozza e le faceva visita al teatro le rare volte che non c'era la suocera; perché, sordo agli ammonimenti materni, dolente degli ingiusti sospetti, il marito era con lui come prima, anzi gli faceva maggiori dimostrazioni di amicizia, quasi a scusarsi della condotta della madre, e veniva assiduamente al palazzo. Tutti gli Uzeda pareva si fossero data la voce per proteggere e secondare quei due. Mentre essi parlavano fra loro, in un angolo, il principe o donna Ferdinanda stavano a chiacchierare con Fersa, lo conducevano in un'altra stanza; la zitellona andava attorno con donna Isabella e quando incontrava il nipote si fermava per dargli l'agio di stare con l'amica; meglio, la invitava più spesso a casa e Raimondo non tardava a sopravvenire. Si vedevano anche dagli altri parenti dei Francalanza, dalla duchessa Radalì, dai Grazzeri, più spesso dalla cugina Graziella che era divenuta grande amica di donna Isabella. Tutti poi cospiravano per non lasciare accorgere di nulla la contessa; però, avvertita da una specie di senso divinatore, Matilde comprendeva che suo marito le sfuggiva; e dal dolore si struggeva in pianto. Ora che la sua bambina stava meglio, che ella avrebbe potuto respirare tranquilla, quel pensiero non le dava più pace. Ella sapeva che, a contrariarlo, Raimondo s'incaponiva peggio nei suoi capricci; che, se v'era un mezzo di ridurlo, questo consisteva nel lasciarlo fare di suo capo, ma come rassegnarsi a saperlo pieno di un'altra, a sentirsi un'altra volta guardata con occhio tra curioso e compassionevole da Lucrezia, dalla marchesa, dagli estranei, dai servi? E gli si stringeva al fianco timida e supplice, gli diceva la sua gelosia, lo scongiurava di non farla soffrire se era vero che non pensava a quella donna. «Maledetto paese!» esclamava con voce concitata suo marito. «Chi è che inventa simili infamie? Sei stata tu stessa? Hai messo in piazza i tuoi sciocchi sospetti, di' la verità?» «Io?... Io?...» «Vuoi rovinarla, vuoi farmi ammazzare da suo marito?» E allora un altro terrore l'aveva agghiacciata: se anche Fersa si fosse accorto di qualche cosa? Se avesse voluto vendicarsi?... A un tratto, ella vedeva suo marito freddato in mezzo a una strada, con una palla in fronte, con un colpo di pugnale al fianco: tutte le volte che egli tardava a rincasare, giungeva le mani, si premeva il cuore, quasi udendo le grida delle persone di servizio atterrite all'improvviso arrivo del corpo esanime; e accarezzando le sue bambine piangeva come se già fossero orfanelle. Le coceva sopra ogni cosa di non potersi sfogare con nessuno, di non aver qualcuno che la confortasse almeno di una buona parola. Al padre non poteva dir nulla, e gli Uzeda tenevano il sacco a quell'altra; chi non spingeva fino a tanto il rancore contro l'intrusa, restava neutrale, non s'accorgeva neppure di lei.

Don Eugenio aveva già finito e spedito a Napoli la memoria su Massa Annunziata. Portava per titolo: «Intorno la convenienza - di essere intrapreso il discavo - della Sicola Pompei - ossivero Massa Annunziata -, vetusta terra mongibellese - sepolta nell'anno di grazia 1669 - dalle ignivome lave di quell'incendio vulcanico - con tutte le sue ricchezze che conteneva - memoria sommessa al Real Governo delle Due Sicilie - da don Eugenio Uzeda di Francalanza e Mirabella - Gentiluomo di Camera di Sua Maestà (con esercizio).» La sera, egli leggeva alla società la sua prosa, sulla brutta copia. C'erano espressioni di questo genere: «Quandocchesia nel 1669 tra le più terribili eruzioni la nostra vi cadendo annoverata... Dopoché appiacevolirono alquanto i tremuoti... A quale opera tuttosì in Pompei intentando si viene... Non mi s'impunti in superbia alle conghietture azzardarmi...» Erano il frutto di riforme grammaticali da lui studiate. Perché apostrofare soltanto gli articoli, i pronomi e le particelle? Egli scriveva: «Il flagell' accuorav' i naturali... La lav' avanzavas' incontr' a quel borgo...» Per dar più scioltezza al discorso diceva: «ne continuando» invece di «continuandone» ed anche «gli proporre» invece di «proporgli...» Don Cono soltanto gli dava retta, discutendo se solenne dovesse scriversi con una o con due elle; tutti gli altri voltavano le spalle a quella bestia che, dopo aver perduto per la sua bestialità due impieghi, aspettava d'esser nominato direttore degli scavi! Don Blasco e donna Ferdinanda, fra gli altri, ma ciascuno per suo conto, glielo spiattellavano sul muso, senza riguardi: cantavano ai sordi però, ché il cavaliere era sicuro questa volta d'aver afferrato la fortuna pel ciuffo. Il marchese e Chiara, venendo tutti i giorni al palazzo, era preciso come se non ci fossero; perché, mentre la gente parlava d'una cosa e d'un'altra, essi ad altro non pensavano che alla prole. Ogni mese, in un certo periodo, Chiara pareva proprio nelle nuvole: non rispondeva alle domande che le facevano, o rispondeva a vanvera; poi traeva in disparte tutte le signore, una dopo l'altra, e sottoponeva loro all'orecchio certi suoi quesiti. Pertanto, quando don Blasco andava a casa di lei, aizzandola nuovamente contro il principe e Raimondo, non gli dava retta, con la testa scombussolata dalla continua ed intensa aspettazione. Ferdinando, da canto suo, lasciava più che mai cantare lo zio monaco. Felice d'essere assoluto padrone delle Ghiande, vi s'era sbizzarrito a modo suo; a poco a poco però il podere era caduto in rovina, ed egli se n'era accorto. Tutte le cose lette nei libri d'agricoltura aveva voluto provare: appurato, per esempio, che in ogni albero i rami possono fare da radici e le radici da rami, aveva preso a sperimentar la verità, schiantando gli aranci alti e rigogliosi per ripiantarli capovolti: ad uno ad uno tutti gli alberi erano morti. Nondimeno egli non si sarebbe deciso a smettere quelle sue speculazioni, se non ne avesse pensate altre di diverso genere. Fra i molti libri che comprava glien'erano capitati alle mani alcuni di meccanica; allora, rammentati gli antichi amori con l'orologiaio, aveva preso un fattore per lasciargli in balia il podere, e s'era messo a fabbricare ruote ed ingranaggi. Perché mai l'acqua nelle pompe aspiranti non andava mai più su di cinque canne? Per la pressione atmosferica. Non c'era mezzo di controbilanciarla? Ed aveva costruito un suo trabiccolo dove, per lavorar di manubrio, l'acqua, non che a cinque canne, non saliva neppure ad un pollice. La colpa fu tutta degli operai che non avevano capito i suoi ordini: egli si mise intorno ad un problema molto più vasto: il moto perpetuo... Di quel che avveniva in casa, in quel che operavano gli altri non s'impacciava, diradava sempre più le sue visite al palazzo; se non fosse stato per Lucrezia, non ci sarebbe andato mai. Sua sorella, però, se era occupata a far segnali a Benedetto Giulente, non scendeva giù in sala. L'amoreggiamento continuava più forte di prima, in ogni sua lettera il giovane le diceva che il tempo della domanda si veniva sempre approssimando, che fra un anno il loro voto si sarebbe compiuto. Lucrezia, quantunque non ci fosse più quel diavolo di Consalvo, pure, perché non le frugassero in mezzo alle sue cose, chiudeva a chiave la sua camera quando scendeva al piano di sotto, né il principe diceva nulla pel disordine che ne derivava. Così, nessuno dei legatari s'occupava della divisione; e quanto a Raimondo, egli era più che mai intento alla bella vita e ad inseguire donna Isabella in terra, in cielo e in ogni luogo. Pasqualino Riso non faceva quasi più servizio, occupato com'era a spiar le mosse della signora, a portar lettere ed ambasciate. Gli altri servi ne erano perfino gelosi: il sottococchiere, specialmente, a cui toccava tutta la fatica, e Matteo il cameriere. Essi parlavano a denti stretti della fortuna capitata al compagno, non capivano come il principe continuasse a pagarlo precisamente come prima, lasciandolo a disposizione del fratello; e dal dispiacere quasi voltavano casacca, perché, mentre prima erano contrari alla contessa, adesso la compiangevano, dicevano che non meritava quel tradimento e quel trattamento... L'acredine degli Uzeda contro la Palmi diveniva veramente troppo viva, esercitavasi specialmente sulle figlie, perché i mali tratti usati ad esse addoloravano la contessa più che quelli diretti personalmente a lei. V'erano giorni terribili, quando donna Ferdinanda alzava la mano su Teresina, che ella passava a piangere come una bambina, a bere le sue lacrime perché non cadessero sulle lettere che scriveva al padre per nascondergli il proprio dolore, per dargli a intendere che era felice... Ai primi di settembre, avvicinandosi la villeggiatura, il barone giunse da Milazzo per vedere le nipotine e condurre tutti con sé nelle sue campagne, dov'era venuto anche il promesso di Carlotta: il matrimonio si sarebbe celebrato fra un anno. Il principe lo volle ospite al palazzo, anche gli altri che erano tanto duri per la figlia lo accolsero con un certo garbo, quasi per non lasciargli sospettare la mala grazia usata con lei... Né egli le lesse in viso i lunghi patimenti: superbo di quella parentela, della nobiltà di quella casa, s'affermava nell'idea d'aver assicurato la felicità di Matilde. Questa, all'arrivo del padre, all'annunzio che egli veniva per condurli via tutti, ricominciò a tremare per un'altra ragione: per l'antica paura che tra il padre e il marito scoppiasse la guerra. Raimondo non si sarebbe rifiutato di seguire il suocero?... Invece, improvvisamente, un raggio di sole brillò nella sua lunga tristezza: all'invito del barone Raimondo rispose ordinando i preparativi del viaggio. Era niente, quel consenso; non poteva rassicurarla, giacché in città nessuno sarebbe rimasto, in quella stagione, e la Fersa andava come gli altri anni a Leonforte; pure, nell'angustia a cui era ridotta, l'idea di andar via dalla casa degli Uzeda, di tornar da suo padre, per consenso e in compagnia di Raimondo, le faceva trarre liberamente il respiro. Il principe invitò tutti al Belvedere. Lì però le cose non andavano molto lisce, e i primi a provocare i dissidi furono Chiara e il marchese Federico. Cominciando a perdere la speranza di quel figlio tanto aspettato, quasi vergognosi di aver annunziato ogni momento una gravidanza che non si confermava mai, marito e moglie erano ormai pieni d'una malinconia che a poco a poco diventava una specie d'irritabilità, d'izza latente e senza oggetto determinato. La marchesa, per suo conto particolare, non poteva rassegnarsi alla mancata maternità, se n'accusava come d'una colpa, e per farsi perdonare dal marito, se prima aspettava ogni sua parola come quella d'un oracolo, adesso preveniva i suoi giudizi, intuiva le sue volontà. Egli non aveva il tempo di voltarsi, per esempio, al soffio molesto spirante da una finestra aperta, che Chiara già gridava alle persone di servizio di chiudere ogni cosa, minacciando di cacciar via tutti al rinnovarsi della trascuraggine; in conversazione, quando qualcuno raccontava un fatto o manifestava un'idea, ella leggeva negli occhi al marito se la cosa non gli andava a verso, e allora ribatteva vivacemente prima che egli avesse ancora aperto bocca. Federico, per non esser da meno, si mostrava dello stesso umore di lei, e così tutte le liti che evitavano tra loro le attaccavano invece con gli altri. Ora l'inizio della guerra col principe, del quale erano ospiti, fu l'affare del legato alla badìa di San Placido. Ostinandosi Giacomo a considerarlo nullo per la mancanza dell'approvazione regia, la Madre Badessa aveva chiamato gli avvocati del monastero, i quali ad una voce dichiararono che le ragioni del principe non valevano un fico secco; che la principessa, buon'anima, non aveva niente affatto istituito un benefizio, ma lasciata un'eredità cum onere missarum; quindi che mancava assolutamente la necessità dell'approvazione regia, quindi che il principe doveva metter fuori le duemila onze; questi invece si incaponiva nell'altra interpretazione, e la povera Suor Crocifissa piangeva sera e mattina. In un momento di malumore, viste inutili le trattative amichevoli, la Badessa aveva confidato al marchese ed a Chiara un'altra birbonata del principe: donna Teresa, felice memoria, prima di partire pel Belvedere, donde non doveva più tornare, le aveva affidato, perché la custodisse nel tesoro della badìa e la consegnasse al signor Marco, il quale doveva poi darla a Raimondo, una cassetta piena di monete d'oro e d'oggetti preziosi: appena spirata la madre, Giacomo s'era presentato per ritirare il deposito; e poiché ella aveva opposto qualche difficoltà, era tornato col signor Marco, al quale non aveva potuto rifiutarlo... Marito e moglie restarono un poco scandalizzati, ma non si sarebbero smossi, se la Badessa, per tirarli dalla sua, non avesse loro detto che il glorioso San Francesco di Paola non aveva più reso fecondo il loro matrimonio e che la prima gravidanza era andata in fumo perché essi lasciavano consumare il sacrilegio in danno della badìa. Con questa pulce nell'orecchio, si rivoltarono tutt'e due contro il principe, ma specialmente Chiara persuadeva il marito delle birbonate del fratello. Il marchese chinava il capo alle ragioni della moglie, e a poco a poco dalla fondazione delle messe e dal carpito deposito venivano alle altre quistioni dell'eredità: alla divisione arbitraria, al numerario sottratto, ai conti rifiutati, alla pretesa che la finta epoca dell'assegno facesse fede dell'avvenuto pagamento, a tutte le ragioni di don Blasco, il quale scendeva apposta da Nicolosi per soffiar nel bossolo. Fra sette mesi si sarebbero compiuti i tre anni dalla morte della madre dopo i quali le donne dovevano riscuotere la loro parte, che il principe, quantunque avesse promesso di pagare anticipatamente, teneva ancora per sé; bisognava dunque mettere presto in chiaro tutte quelle cose, stabilire ciò che veramente toccava loro. Ma reciprocamente persuasi che, se non reclamavano, Giacomo li avrebbe messi in mezzo, né la moglie né il marito osavano lagnarsi direttamente col fratello e cognato, tanto era forte l'istinto del rispetto verso il capo della casa. Chiara però volendo dimostrare il proprio zelo, si mise ad istigare Lucrezia, perché poi questa cercasse di trarre dalla sua anche Ferdinando: ella si chiudeva in camera con la sorella, o la tirava in un angolo, per dirle tutte le ragioni dello zio monaco, aggiungendo che lei, Lucrezia, era la più sacrificata di tutti, poiché, continuando la politica della madre, Giacomo non l'avrebbe maritata, o l'avrebbe maritata il più tardi possibile, per restar padrone d'amministrar la dote. Lucrezia, non comprendendo nulla degli affari, la lasciava dire, rispondeva: «La vedremo!... Ho da dire anch'io la mia!...» Non confidava alla sorella di voler bene a Benedetto Giulente, né avrebbe dato retta alle istigazioni di lei, come non ne aveva dato a quelle dello zio monaco, se il principe, accortosi di quei secreti conciliaboli, di quei tentativi di congiura fatti nella sua propria casa, mentre godevano della sua ospitalità, non avesse trattato più freddamente le sorelle e tolto il saluto a Giulente. Lucrezia, risaputolo e consultatasi con la cameriera, la quale disse che era tempo di farsi sentire se il principe si portava male anche col «signorino», aprì l'orecchio alle ragioni di Chiara. La sorda ostilità tra fratello e sorelle s'inasprì al ritorno dal Belvedere, quando Lucrezia cominciò a lagnarsi con Ferdinando, per farlo entrare nella lega. Allora entrò in scena Padre Camillo, il confessore. Tornato da Roma dopo la morte della principessa, il Domenicano era rimasto, con stupore di tutti, confessore del principe come ai tempi della madre. Giacomo non solamente s'accostava al sacramento, ma chiamava in casa il padre spirituale, prendeva consiglio da lui come aveva fatto donna Teresa, e don Blasco fiottava contro «questo collotorto Gesuita» che, dopo aver fatto da spia alla madre, faceva da spia al figliuolo, ragione per cui «quel ladro» di Giacomo non lo aveva preso «a calci nel preterito». Ma Padre Camillo, tutto Gesù e Madonna, neppure udiva le diatribe del Cassinese; e presa un giorno a parte Lucrezia, le cominciò un lungo discorso per dirle che dichiararsi malcontenta del testamento materno era un peccato eguale a quello di disobbedire alla madre morta. La principessa, da madre saggia e giusta, aveva ripartita la sua sostanza «con la bilancia», perché al cuore di una madre tutti i figli dovevano essere «egualmente cari». Certo il principe e il conte avevano ottenuto una parte privilegiata; ma erano appunto il principe, cioè il capo della casa, l'erede del titolo, e il conte, cioè quell'altro dei figli maschi che aveva una famiglia da mantenere con lustro. Per gli altri, la sant'anima aveva fatto le parti eguali «fino all'ultimo baiocco». Le davano a intendere che avrebbe potuto aver terre, invece di moneta? Egli citò l'antichità, i testamenti dei defunti principi di Francalanza, l'istituzione fedecommissaria e la legge salica, portando ad esempio quel che era avvenuto nella generazione precedente. Donna Ferdinanda aveva forse avuto beni stabili? Adesso, sì, ne possedeva, ma perché, dotata di quello spirito di accorta prudenza che era tradizionale nella famiglia, aveva moltiplicato il capitale lasciatole dal padre, investendolo successivamente in case e poderi. C'era anzi di più: chi aveva preso moglie, fra tutti quei figli? Nessuno! Don Blasco, con vocazione «esemplare», aveva rinunziato agli adescamenti del mondo per professarsi. La primogenita si era chiusa a San Placido, né il duca e don Eugenio avevano preso moglie, né donna Ferdinanda marito. Perché? Perché essi si consideravano come semplici depositari della loro parte di sostanza! Nella presente generazione, la regola aveva avuto due eccezioni: il conte che aveva sposato donna Matilde, Chiara che era diventata marchesa di Villardita. Ma qui rifulgeva lo zelante amor materno della principessa. Non tutte le persone son fatte ad un modo, ciò che ad uno pare soverchio od inutile è ad altri conveniente; chi si contenta di uno stato e chi ne soffre. La buon'anima aveva compreso che per la felicità di Raimondo il matrimonio era necessario, quindi gli aveva dato moglie, senza badare a sacrifizi. Per Chiara, una propizia occasione erasi presentata, ed a fine d'assicurare la felicità di quella figlia la principessa le aveva perfino forzato la mano: adesso il tempo dimostrava da qual parte fosse stata la ragionevolezza! Quanto a lei, Lucrezia, Dio aveva permesso che sua madre morisse prima del tempo in cui avrebbe dovuto pensare all'avvenire di lei; ma, se questa era stata una gran disgrazia, non voleva poi dire che l'avvenire di lei non stesse a cuore al fratello maggiore. Era strano parlare a una ragazza di certe cose, ma la necessità lo stringeva. Certo il desiderio della santa memoria, desiderio ragionatissimo, fondato sopra argomenti positivi e non sopra capricci, era che ella restasse in casa, ma se, tutt'al contrario, ella avesse creduto pel proprio meglio di fare altrimenti, le davano forse a intendere che, volendo ella maritarsi, il principe le si sarebbe opposto? Quando si fosse presentata l'occasione di accasarla bene, col decoro conveniente al suo nome, il principe non l'avrebbe lasciata sfuggire. Ma bisognava aver fiducia in lui, esser sicura che egli non poteva desiderare altro che il bene della sorella, considerandosi investito d'una specie di tutela morale. E non dare l'esempio d'un dissidio funesto, che sarebbe stato di scandalo in questo mondo, e d'infinita amarezza alla sant'anima nel mondo di là. Mentre il confessore teneva questo discorso a Lucrezia, il principe ne teneva un altro un poco diverso a donna Ferdinanda. La zitellona, pure vituperando i Giulente, s'era col tempo rassicurata sulle loro pretese; quella bestia del duca non essendo più lì a secondarle, ella credeva che l'amoreggiamento fosse finito del tutto. Invece un giorno che si parlava della responsabilità dei capi di famiglia quando in casa vi sono ragazze da marito, Giacomo disse alla zia che anche Lucrezia avrebbe dovuto un giorno o l'altro accasarsi, che da parte sua l'avrebbe lasciata libera di prendersi chi meglio le piaceva, tanto più che una scelta ella doveva averla già fatta... La zitellona si rivoltò come un aspide: «Ha scelto? Ha scelto? E chi è che ha scelto?» «Chi? Il solito Giulente...» Ella diventò rossa in viso quasi fosse sul punto di soffocare. «Ah sì... Ancora?... E tu l'hai lasciata fare?» «Vostra Eccellenza sa bene come siamo tutti di casa,» rispose il principe, sorridendo. «Quando ci mettiamo qualcosa in capo, è difficile ridurci a mutar sentimento...» «Ah, è difficile? Le farò veder io se è difficile o è facile!...» Da quel momento la zitellona diventò una vipera con la nipote: le sgridate, per una ragione o per un pretesto qualunque, s'udivano fin giù nelle scuderie; le allusioni ironiche ai romanzetti fioccavano acri e pungenti, gl'insulti contro i Giulente si seguivano e non si rassomigliavano. Diceva cose enormi dei vicini, li accusava d'ogni porcheria e perfino di crimini. Non si contentava più di dire che erano ignobili, affermava che il nonno del vecchio Giulente aveva accumulato i primi quattrini facendo il bottinaio a Siracusa, suo figlio aveva rubato il Municipio, suo nipote il governo, tutte le donne erano state altrettante baldracche... Lucrezia la lasciava dire. Non capivano che più s'accanivano contro Giulente più ella pensava a lui, che ogni discorso diretto a distoglierla dal suo proposito glielo ribadiva in capo più saldo. «Sposerò Benedetto, o nessuno,» diceva alla cameriera, dopo quelle sfuriate. «Hanno voglia di gridare; quando sarà l'ora, lo sposerò.» Il principe intanto, dopo averle sciolto contro quel cane, la trattava meno duramente. Un giorno che la donna portava una lettera di Giulente alla padroncina, egli le tolse la carta di mano, ne lesse l'indirizzo, e gliela restituì. Donna Vanna corse dalla signorina per dirle, ansante: «Vostra Eccellenza stia di buon animo! Vuol dire che ci ha piacere, che finalmente s'è persuaso...» Egli aveva anche raggiunto lo scopo di rompere la lega tramata contro di lui, perché il marchese Federico, fanatico della nobiltà quanto gli Uzeda, udendo che la cognatina incaponivasi nel voler sposare Giulente, aveva dimostrato il proprio dispiacere per quel partito; allora sua moglie s'era schierata con la zia contro la sorella, dandole della stravagante, accusandola di pazzia. Lucrezia invece, sfogandosi con Vanna, rammentava le smanie, i pianti, gli svenimenti di Chiara quando l'avevano costretta a sposare il marchese: «E adesso si mette con quelli che vogliono costringere me! Non m'importa della sua opposizione! Una pazza di quella fatta! Una bandiera al vento! Ora è tutt'una cosa col marito che prima non poteva sentir nominare; domani cambierà un'altra volta: vedrai!...»

In mezzo a quella guerra, tornò Raimondo da Milazzo, senza la famiglia. Non s'occupò neppure un quarto d'ora della casa e dei parenti; appena arrivato si chiuse con Pasqualino, il domani fu visto seguire in chiesa la Fersa; le mormorazioni dei servi, dei curiosi, degli scioperati del Casino dei Nobili ricominciarono. Aveva detto a sua moglie che sarebbe rimasto lontano una settimana, per affari, ma dopo due mesi non le annunziava ancora il ritorno. Alle lettere di lei rispondeva chiedendo tempo, o non rispondeva affatto; in carnevale, Matilde lo raggiunse, accompagnata dal padre. Egli l'accolse con tre parole, pronunziate freddissimamente: «Perché sei venuta?» Aveva combinato una serie di divertimenti con gli amici che gli davano mano; il giovedì grasso, in un carro rappresentante un vascello dove tutti erano mascherati da marinai, passò e ripassò sotto la casa di donna Isabella, scagliando fiori e confetti per un quarto d'ora ogni volta contro i suoi balconi; il sabato, a una festa a contribuzione nelle sale del Palazzo Comunale ballò tutta la sera con lei; il lunedì ricominciò, al veglione del Comunale. E Matilde, lasciata sola dal padre che era andato a raggiungere le bambine, ripeteva tra sé quella domanda, le sole parole che egli aveva trovato per rispondere alla premura di lei: «Perché sono venuta?» Per assistere a questo!... Egli dunque continuava a fingere, a mentire, ad ingannarla; anzi, neppure se n'era data la pena! Appena arrivato a Milazzo, aveva smaniato come un pazzo contro la vita di quella spelonca, l'aveva torturata con lagnanze, con rimproveri, con un malcontento quotidiano, con un malumore di tutti i momenti, finché non era riuscito a scappare. Ma ingiustizie, sgarbi, violenze, gli avrebbe perdonato ogni cosa, tanto gli voleva ancora bene; gli perdonava perfino l'indifferenza con la quale trattava le sue figlie, le innocenti creature che erano sangue suo! Ma vederselo sfuggire, ma saperlo tutto d'un'altra, ma ritrovare sulla persona di lui il profumo degli abiti, delle mani, dei capelli di quell'altra; questo no, ella non poteva soffrirlo! «Ah, ricominci? Sei dunque venuta per rompermi di nuovo la testa?» rispondeva egli ai suoi tentativi di rimostranze, ai suoi timidi rimproveri. «Perché non te ne sei rimasta con tuo padre, dunque?» «Perché io debbo stare con te, perché il mio posto è al tuo fianco, e perché nemmeno tu devi lasciarmi!» «E chi ti lascia? Se volessi lasciarti, ti pare che sarebbe troppo difficile? A quest'ora avrei già fatto fagotto, e me ne sarei andato a Firenze, a Parigi, o a casa del...» «Andiamo via insieme! Perché non torniamo a Firenze? Abbiamo là la nostra casa...» «Perché in questo momento ho qui da fare!» «Se hai dato la procura a tuo fratello...» «Ho dato la procura per gli affari ordinari dell'amministrazione; ora bisogna venire alla divisione e pagare le mie sorelle, perché compiscono tre anni dall'aperta successione: hai capito? O vuoi fatto il conto? Mia madre è morta nel maggio del '55 e siamo nel marzo del '58... Sono tre anni, sì o no? Vuoi saper altro?» «Perché mi parli così? Che t'ho detto di male?» «Nulla! Nulla! Nulla! Soltanto, ti pare che sia un bel gusto sentirsi rotto il capo ad ogni poco con questi sospetti continui?» «No, no; non lo farò più... non ti dirò più niente...» Sarebbe stato capace di porre in atto la sua minaccia, di abbandonarla, di abbandonar le sue figlie!... Gli nascondeva quindi il proprio dolore, vedendo che egli continuava peggio di prima, come se ogni rimostranza fosse stata invece un incitamento. Adesso dicevasi che anche Fersa aveva finalmente dato ascolto alla madre, aprendo gli occhi, facendo capire al conte che quelle assiduità non gli piacevano; e infatti non conduceva più sua moglie dagli Uzeda, né si vedeva più Raimondo avvicinare donna Isabella in pubblico; viceversa egli seguiva la carrozza dei Fersa con la propria da per tutto, quasi inseguendoli; e in chiesa, al teatro, le si piantava dirimpetto, senza più lasciarla con gli occhi. Un giorno la cugina Graziella, venuta al palazzo a chieder del principe, si chiuse con lui per dirgli: «Cugino, debbo tenervi un discorso molto grave...» Da molti anni, da quando Giacomo aveva preso moglie, si davano del voi. «Donna Mara Fersa mi ha fatto parlare da un'amica... per questa storia di Raimondo!» «Quale storia?» domandò il principe, quasi non comprendendo. «Non sapete quel che si dice?... Raimondo s'è messo in testa d'inquietare donna Isabella... e se ne accorge ognuno, per dire il fatto della verità...» «Io non mi sono accorto di niente.» «Non importa, cugino; ve lo dico io!... Ed è una cosa che non sta bene e che mi dispiace... Un tempo, s'incontravano spesso in casa mia, ed io li ricevevo a braccia aperte. Potevo sospettar niente di male? Altrimenti non mi sarei prestata ad una cosa simile! Raimondo è padre di famiglia, donna Isabella ha marito anche lei: che vogliono fare?... In casa Fersa c'è guerra scatenata tra suocera e nuora: bisognerebbe persuadere il cugino a farla finita, una buona volta.» «E perché lo dite a me?» rispose Giacomo, stringendosi nelle spalle. «Perché? Perché io non ho molta confidenza con Raimondo... e poi, sarebbe meglio che gli parlaste voi, che siete il capo della casa, e potete...» «Sbagliate. Io non posso nulla: qui ciascuno fa a modo suo. Altro che capo! Persuadetevi che per poco non sono la coda!...» La cugina tornava a invocare l'autorità del cugino, il principe a lagnarsi della mancanza d'accordo che c'era in quella famiglia, mentr'egli invece avrebbe voluto che tutti fossero uniti, affezionati l'uno con l'altro, disposti ad aiutarsi, a consigliarsi vicendevolmente. «Volete che io parli a mio fratello? È capace di rispondermi: "Di che cosa ti mescoli?" E non sarebbe la prima risposta di questo genere... Cara cugina, voi sapete che teste quadre sono le nostre!... No, no, credete a me: sarebbe inutile, se non peggio.» La cugina, a cui non pareva vero di poter mettere le mani in pasta, ricominciò quel discorso con la principessa. «Dici davvero?...» esclamò donna Margherita, la quale non si era avvista mai di niente. «Povera Matilde!... Non meritava questo trattamento!» «È quel che dico io! Con una moglie tanto graziosa, non si capisce perché Raimondo cerchi distrazioni fuori casa... Ma la testa degli uomini: chi sa leggere in questo libro?... Mi dispiace quanto l'anima! Due famiglie disturbate, mentre avrebbero potuto vivere in pace ed armonia!... Basta, il cugino dovrebbe adesso persuadersi di lasciar quieta donna Isabella. Per me, non avrei difficoltà di dirglielo a viso aperto: non ho già paura che mi mangi! Ma sai bene: è vero che siamo cugini; ma che si potrebbe dire, che io cerco di mettere il naso negli affari altrui? che cerco di seminar zizzania? mentre sa Dio se mi dispiace, quanto l'anima!...» La principessa scrollava il capo, sinceramente addolorata, tanto più che non poteva far nulla. Suo marito non le aveva ingiunto di badare ai casi propri, sotto pena di averla a far con lui?... E la cugina Graziella cominciò ad armeggiare intorno a Matilde, deliberata di dire ogni cosa a lei stessa. Non era la moglie? Chi più di lei poteva aver diritto di parlare a Raimondo e interesse a distoglierlo da quella tresca?... Riuscita una sera a capitarla sola nella Sala Rossa, cominciò a chiederle notizie del barone, e del matrimonio della sorella, e della salute delle bambine. «Verranno qui, o andrete voi a raggiungerle?» «Non so,» rispose Matilde, imbarazzata. «Non so che deciderà Raimondo.» «Capisco!» rispose la cugina, sospirando. «Gli uomini vogliono far di loro capo... oggi una cosa, domani un'altra... Voi, naturalmente, vorreste andare al paese vostro, insieme con vostro padre. S'ha un bel dire, la famiglia del marito, sì, sì, sì, ma la propria non si dimentica mai! Anche il cugino dovrebbe persuadersi ad andar via di qui... sarebbe molto meglio... anche per lui...» Matilde chinava il capo, evitando di guardarla, stringendo una mano con l'altra. La cugina continuò: «Anche per lui... si leverebbe dalle tentazioni... penserebbe soltanto alla sua famiglia!... Avete ragione d'essere inquieta, capisco, poveretta... Non meritavate un simile trattamento... Ma voi dovreste dirglielo!.. Siete sua moglie, insomma, la madre dei suoi figli... Potete parlar alto... obbligarlo a finirla, una buona volta!...» Con tutto il sangue alla fronte, la contessa aveva chiuso gli occhi; poi s'era sentita agghiacciare; a un tratto portò le mani al viso e ruppe in singhiozzi. «Oh Signore!... Cugina!... Che avete?... Santo Dio!... Cugina, non fate così!...» «Io!... Io!...» balbettava Matilde, con le labbra amaramente contorte dall'ambascia. «Io che piango da due anni... Io che non ho più figlie... Io che l'ho pregato come si prega Gesù!...» «Bontà divina!... Avete ragione!... Ma zitta, non piangete così... Cugina mia, fatevi animo... Solo alla morte non c'è rimedio!... Del resto io non credo che ci sia stato nulla di male!... Chiacchiere della mala gente!... Raimondo è un po' scapato; ma, questo? Non posso credere! La colpa, com'è vero Dio, è di quell'altra... Le piace farsi corteggiare un poco, ma dal conte di Lumera, figuriamoci! Pura vanità, statene certa e sicura! Ma non piangete!... Queste cose, santo Dio, mi fanno male... Una famiglia così bella, dove avrebbe potuto esserci la pace degli angeli, con due veri angioletti che sembrano scesi dal Paradiso!... Ma vostro marito deve saperlo; vedrete che capirà... Perché non chiamate vostro padre? Tocca a lui aiutarvi...» Il barone, invece, le scriveva rimproverandole l'abbandono delle figlie, accusandola di voler più bene al marito che a quelle creature, chiamandola a casa per assistere al matrimonio della sorella. Ella tentò ancora nascondergli la tempesta scatenatasi su lei, la tortura a cui la poneva con quelle accuse; ma nell'autunno egli venne a trovarla, improvvisamente, solo. «Che cosa succede? Sei ammalata? Che cos'ha tuo marito? Perché non m'hai scritto? Perché non sei venuta?» Ella protestò che non accadeva nulla, che s'era sentita poco bene, che appunto per questo non aveva potuto andar da lui. L'imminenza d'una spiegazione tra suo padre e Raimondo l'atterriva; conoscendo il carattere prepotente, i modi sprezzanti di suo marito, e gli scatti d'ira di cui suo padre era capace, ella viveva con l'animo sospeso, dimenticava i suoi dolori per evitare uno scoppio, tanto più che il barone pareva non aver creduto alle sue proteste, mostrava un viso accigliato in quella casa che prima era stato superbo d'abitare. Adesso stava molto fuori, tornava con ciera più rannuvolata, non rivolgeva la parola a Raimondo. Una sera si chiuse in camera con lei e le disse: «Mi vuoi dire finalmente quando la smetterai? Non negare, è inutile; so tutto...» Ella tremava in tutta la persona, balbettando: «Che sai? Io non capisco... non so nulla...» «So che tuo marito fa una bella vita, ti dimostra un grande amore,» esclamò il barone con voce gravida di sorde minacce. «Ho ricevuto una lettera anonima; sono venuto per questo... La buona gente non manca!... Ma poiché tu non parli... poiché non ti confidi a tuo padre!... Adesso bisogna mettere le carte in tavola, hai capito?» e picchiò forte con una mano contro l'altra. «Sì, sì, non t'inquietare...» Non sapeva adesso donde le venisse quella calma sovrumana, quella forza di negare la cagione del suo lungo cordoglio: «Non t'inquietare, babbo mio caro... non vedi come sono tranquilla?... Te lo giuro, non so nulla... Saranno calunnie... c'è tanta cattiva gente!... Un anonimo!... Prendi sul serio quel che scrive un anonimo?» Il barone passeggiava per la camera facendo scoppiare l'indice contro il pollice, volgendo intorno accigliando gli sguardi. «Tanto meglio!... Tanto meglio!... Ma qui bisogna finirla con questo andirivieni continuo! Bisogna decidersi a stare in un posto qualunque, ma stabilmente, a casa propria, coi figli, come tutti gli altri cristiani...» «È quello che diciamo anche noi... Credi forse che non ne siamo persuasi?... Raimondo vuol tornare a Firenze; ci saremmo già se non fossero gli affari della divisione, il pagamento delle mie cognate...» E sorridendo soggiunse: «Ti pesano forse, le bambine?» «Non far la stupida. Con me, sai, non ci riesci.» Ella sentiva in ogni parola del padre, in quell'impeto a stento frenato, che egli aveva acquistato la certezza del tradimento di Raimondo, di qualche cosa di più grave ancora; e il cuore le si chiudeva, le si chiudeva, come in una morsa, e le forze l'abbandonavano, e un brivido ricominciava a correrle per tutta la persona. Trasalì a un tratto udendo Raimondo che picchiava all'uscio, chiamandoli. «Che fate?» domandò loro entrando, guardandoli curiosamente. «Nulla...» «Nulla,» ripeté il barone. «Si parlava della decisione che dovete prendere... Vuoi continuare a star senza casa, a pagar quella di Firenze per tenerla chiusa?» «Io?» rispose Raimondo, con tono stupito, come cascando dalle nuvole. «Io, se potessi,» proruppe, «a quest'ora sarei scappato anche a piedi da questo fetido paese. Ah, vi pare forse che ci stia per mio gusto, in mezzo a questi sciocchi, presuntuosi, ignoranti, pezzenti, invidiosi, maleducati?...» Nessuno lo teneva, mai s'era scagliato con tanta violenza contro i propri concittadini; gestendo vivacemente, quasi gli contraddicessero, sfilava la litania delle recriminazioni, comprendeva nel proprio disgusto tutta la Sicilia, tutto il Napolitano, l'intera razza meridionale. «Allora, quando hai deciso di partire?» interruppe secco il barone. «Quando?...» ripeté Raimondo, guardandolo un momento. «Non sapete che sono incatenato dagli affari?» «Gli affari, volendo, si sbrigano in otto giorni.» Raimondo tacque un poco; poi esclamò, stringendosi nelle spalle: «Sbrigateli voi, se potete.» Il barone fece per replicare, ma la parola vivace gli rimase in gola. Raimondo, magro, grazioso, elegante, dominava con gli sguardi sprezzanti, con l'espressione sottilmente ironica del viso bianco e delicato, la persona forte e vigorosa del suocero, dalle spalle quadrate, dai polsi nodosi, dalla faccia abbronzata. Si guardarono un istante, mentre Matilde, impallidita, batteva i denti, come per febbre; poi il barone guardò sua figlia, vide lo sguardo smarrito che gli volgeva, e allora chinato il capo, mormorò: «Va bene... va bene... Procura soltanto di far presto... Fra giorni si marita mia figlia; vi aspetto...» Ripartì il domani. Sul punto di andar via, disse a Matilde di tenersi pronta, risoluto com'era a condurla con sé, anche sola, per costringere il genero a raggiungerla. Ella chinò il capo, consentendo, gettandogli le braccia al collo dalla gratitudine, poiché comprendeva che s'era padroneggiato per amore di lei per risparmiarle il dolore d'una triste scena. Ma il barone era appena partito che Raimondo le disse: «Sai che è curioso, tuo padre? Crede forse che tutti debbano fare a modo suo? O che io abbia sposato lui?... Agli affari di casa mia voglio pensare da me, capisci; e andare dove mi pare e piace, quando mi pare e piace!...» Ella gli diede ragione, soggiogata come sempre dalla volontà di lui, allegando appena come scusa dell'assente il bene che voleva ad entrambi. Andarono a Milazzo pel matrimonio di Carlotta; poi, partiti gli sposi e il barone per Palermo, tornarono a Catania, anzi al Belvedere, dov'erano tutti gli Uzeda. Lì ella ebbe qualche mese di tregua: i Fersa non c'erano, gli Uzeda parevano di nuovo rabboniti. Suo padre scriveva un po' da Palermo, un po' da Milazzo, un po' da Messina; andò poi anche a Napoli; finalmente tornò nell'aprile, insieme col duca d'Oragua. Questi diceva d'esser venuto per affari, d'aver affrettata la partenza per viaggiare insieme col barone, ma parlava molto degli avvenimenti pubblici, della guerra di Lombardia, della malattia di Ferdinando II. Il barone pareva un altro, in compagnia del duca; l'intimità che s'era stretta fra loro due durante il viaggio l'aveva placato. Nondimeno ripeté alla figlia l'offerta di condurla via con sé; ma poiché Raimondo le aveva dichiarato che non poteva muoversi ancora, ella rispose: «No, babbo... verremo tutti... presto, fra giorni.»

 

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Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 23.38.53