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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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I VICERÉ

di Federico de Roberto

Parte prima

4.

«Oggi non si mangia?» Il principino moriva di fame. Da un pezzo l'ora del desinare non arrivava mai: un po' mancava il duca, un po' Raimondo, un po' lo stesso principe; quel giorno eran fuori tutti e tre, più Lucrezia e Matilde. E il ragazzo era la disperazione di tutta la casa: correva su e giù dalla cucina alla scuderia, dalle stalle al giardino, inquietava la servitù vecchia e nuova intenta al lavoro. Come don Blasco aveva annunziato al Babbeo, tutti i servi protetti dalla principessa erano stati mandati via da Giacomo; invece i diseredati, quelli che per aver favorito il figliuolo avevano meritato l'avversione della madre, erano stati da costui riconfermati nel loro posto. Due sole eccezioni aveva fatto il principe: una a favore di Baldassarre e l'altra del signor Marco. Baldassarre, figliuolo d'una antica cameriera, allevato al palazzo e assunto giovanissimo all'ufficio di maestro di casa, sapeva fin da bambino il debole della famiglia, le rivalità, le avversioni e le manìe; aveva perciò badato esclusivamente al proprio servizio lodando tutti i padroni checché facessero o dicessero, tenendo in riga i suoi dipendenti che osavano mormorare dell'uno o dell'altro. Pertanto madre e figlio l'avevano ben visto entrambi, e il legato della principessa non gli procurava il congedo del principe. Quanto al signor Marco, lancia spezzata della morta, molti si meravigliavano che il figlio, da due mesi capo della casa, non se ne fosse ancora sbarazzato. Veramente, fin da quando la principessa era caduta inferma, l'amministratore aveva mutato tattica, prendendo con le buone il padrone nella previsione di doverlo presto servire; morta la madre, se non gli aveva proprio lasciato rubare il numerario, come diceva don Blasco, gli si umiliava certamente in tutti modi. Del resto, un procuratore come lui, che conosceva la casa da quindici anni, che sapeva le condizioni delle proprietà e lo stato delle liti, non si poteva surrogare da un momento all'altro. «Non si mangia più?... Che fate?... Voglio vedere!... Perché non allestite?... A me!» In cucina, tolto di mano a Luciano, il credenziere, un coltello che questi stava nettando, il principino continuò egli stesso l'operazione. «Vostra Eccellenza, che fa mai!...» Il nuovo cuoco, monsù Martino, non sapeva come prenderlo. «Se ne vada di sopra, ci lasci lavorare.» «Lèvati di torno! Voglio far io!» Bisognava lasciarlo fare. Se lo contrariavano, diventava una furia: digrignava i denti, gridava come un ossesso, rovesciava quanto gli capitava fra le mani. In verità il principe educava severamente il figliuolo, non gliene passava nessuna liscia; ma, da un'altra parte, non scherzava neppure con le persone di servizio se queste, messe con le spalle al muro e perduta la pazienza, rispondevano male al padroncino. E giusto adesso, dopo la morte della principessa, il posto di cuoco, in casa Francalanza, era divenuto più importante di prima. Giacomo dava punti alla madre quanto a diffidenza e a vigilanza: teneva tutte le provviste sotto chiave, voleva conto delle cose più miserabili, degli avanzi, delle croste di pane; ma insomma la spesa giornaliera, non contando l'aumento per gli ospiti, era considerevole e il trattamento più lauto: mangiavano adesso quattro piatti; mentre ai tempi della madre se ne facevano tre per lei e per don Raimondo: gli altri dovevano contentarsi, nei giorni ordinari, d'una minestra e d'un po' di carne o di pesce. Anche quando Giacomo era diventato ricco della dote della moglie, la principessa, facendosi dare dal figlio la sua parte di spesa, aveva continuato a ordinare a modo suo, e il principe, fedele al proposito di mostrarlesi obbediente, era rimasto zitto. Così pure egli non aveva potuto eseguire nel palazzo le modificazioni da lungo tempo disegnate; morta donna Teresa, prese finalmente le redini della casa, metteva ora ogni cosa sossopra. S'udivano fino in cucina i colpi di piccone dei muratori, il cigolìo delle carrucole con le quali issavano i materiali dalla corte al piano di sopra; e i guatteri, occupati ad affettar patate e a sbatter uova, scambiavano fra loro osservazioni su quei lavori: «Levano la scala dell'amministrazione per guadagnare spazio...» «Io non avrei chiuso un pezzo della terrazza.» «Il padrone però deve dar conto a suo fratello, essendo eredi tutt'e due.» «Ma il palazzo è del principe! Il contino ha un solo quartiere...» Il principino adesso non perdeva una parola del discorso. «Il contino scapperà subito fuori via... Non è fatto per star qui...» Il lavoro delle salse li faceva tacere tratto tratto. Luciano, con una strizzatina d'occhio, disse dopo un pezzo al compagno: «Ricomincia, eh?» «Lascialo fare! Quello è un vero signore!» E Luciano chinò il capo, in segno d'approvazione ammirativa. Erano tutti pel conte, in cucina, come nelle anticamere, come nelle scuderie; perché il padrone giovane non rassomigliava al maggiore, tanto era dolce di comando e largo di mano. «Signore davvero, di modi e di pensieri. Non come l'amico...» «L'amico è volpe vecchia... com'era l'amica...» «Che dite?» domandò il principino. «Niente, Eccellenza!» rispose il cuoco; e vòlto ai dipendenti: «Lavorate!» ingiunse, «senza tante ciarle...» «Ah, non vuoi dirmelo?» «Ma che cosa, Eccellenza, se parlano così, a vanvera?» «Ah, non vuoi dirmelo?» A un tratto, udendo la carrozza che entrava nel cortile, Consalvo scappò a vedere. Tornavano finalmente le zie Lucrezia e Matilde andate alla badìa di San Placido. Il ragazzo, dimenticati la cucina e il cuoco, corse a raggiungerle di sopra, nella camera della madre, per vedere se gli portavano nulla. La contessa Matilde gli diede infatti un cartoccio di dolci; ma la zia Lucrezia neppure gli badò, con tanta animazione teneva un discorso alla principessa: «Piangeva, capisci!... Abbiamo voluto parlare con la Badessa, che ci ha confermato ogni cosa; è vero, Matilde?... Che modo è questo!... Le messe per nostra madre...» «Sst...» La principessa fece un segno alla cognata di tacere, per riguardo del ragazzo. «Mamma, oggi non si mangia più?...» domandò costui. «Se tuo padre non è ancora venuto!... Va', va' a vedere se arriva.» Il principino comprese che lo mandavano via. A sei anni, era curioso più di don Blasco. I maneggi dello zio monaco, il continuo complottare che si faceva in quella casa, avevano destato di buon'ora la sua attenzione: dopo la morte della nonna, s'accorgeva, dal contegno dei parenti, dai discorsi dei servi, che l'avevano con suo padre, chi per una ragione e chi per un'altra, ma che nessuno ardiva prendersela direttamente con lui. Egli comprendeva tante altre cose: che la zia Ferdinanda non poteva soffrire la zia Matilde; che tra questa e suo marito c'erano dissapori: comprendeva e taceva, fingendo di non accorgersi di nulla, per non incorrere nella collera di nessuno. Infatti, lo zio don Blasco dava solenni scappellotti, la zia Lucrezia giocava anche lei a pizzicargli il braccio, specialmente quando egli andava a rovistarle la camera; ma specialmente suo padre, sempre burbero, gliene dava, alle volte, di quelle che radevano il pelo. Pertanto egli non se la diceva molto con lui, mentre invece non poteva stare lontano dalla mamma. Donna Ferdinanda, veramente, gli usava molte preferenze; ma nessuno come la principessa scusava i difetti del monello. Rabbrividendo, cadendo in convulsione se qualcuno le si metteva troppo dappresso, ella vinceva la manìa dell'isolamento soltanto per amore dei figli, si stringeva al petto e baciava furiosamente il suo Consalvo anche quanto non era troppo netto, e con tanto maggior impeto quando più si difendeva da ogni altro contatto. Da un pezzo, nata la sorellina Teresa, le carezze non erano tutte per lui; nondimeno, solo la principessa riusciva ad ottenere qualche cosa da Consalvo con le buone, per amore. «Va', va' a vedere se il babbo è tornato...» Il principe Giacomo rientrava in quel momento. Aveva una ciera più aggrottata del solito, e neppure salutò, entrando; Lucrezia ammutolì, alla sua vista. Egli domandò se il duca era rincasato, e udendo che no, diede ordine che servissero in tavola appena giunto lo zio. Poi se ne andò a chiudersi nel suo scrittoio col signor Marco. Consalvo restò un poco senza saper che fare, esitando tra il ritorno in cucina e una visita ai manovali. Invece, visto che la zia Lucrezia riprendeva a parlare con la mamma, salì nella camera di lei. Gli aveva proibito di entrarci perché adesso studiava il disegno d'acquarello e non voleva toccate le sue cose, specialmente pel pericolo che scoprissero le lettere di Benedetto Giulente; invece, i pezzi di colore, i piattelli da stemperare, i pennelli, la gomma, facevano gola al ragazzo. E nessuna raccomandazione o minaccia serviva a Lucrezia; se reclamava, le toccavano soprammercato i rimproveri del fratello diventato intrattabile dopo la lettura del testamento; talché il monello, quando carpiva l'occasione, faceva man bassa in camera della zia. Salito dunque lassù, a quell'ora che era sicuro di non essere sorpreso, il principino cominciò a rovistare sul tavolino, in mezzo ai disegni, nella cartiera, nel comodino. Dov'erano nascoste le cose del disegno? Forse nelle cassette più alte di quell'armadio, dov'egli non arrivava. Intanto, dal cortile, s'udì la campana che annunziava l'arrivo del duca. Egli continuò a guardarsi intorno, a cercare febbrilmente sotto il letto, sotto l'armadio, nella specchiera. Questa era una piccola tavola ricoperta di tela ricamata: sollevatone un lembo, apparve la cassetta. Lì dentro, in mezzo ai vecchi pettini, a scatole vuote di pasta di mandorle, c'era un fascio di carte annodate con un nastro rosso. Consalvo disfece il nodo e sciorinò le lettere. Improvvisamente Lucrezia apparve sull'uscio. «Ah!...» gridò, e slanciarsi sul nipote ed allungargli un ceffone fu tutt'uno. Il ragazzo cacciò uno strillo così acuto, come se lo stessero scannando. «T'ho detto mille volte di non toccare le cose mie! Non è possibile serbare più nulla! Sono ridotta come se fossi in piazza...» Accorse Vanna, la cameriera, agli urli disperati, ma aveva appena cominciato: «Signorina... lo lasci andare...» che apparve il principe. «E per questo alzi le mani sul bambino?» «Se non posso essere ubbidita!... Se non sono padrona di serbare uno spillo!...» Egli sollevò Consalvo da terra, lo prese per mano e disse, lentamente, guardandola bene in viso: «Un'altra volta, se t'arrischi di toccare mio figlio, ti piglio a schiaffi; hai capito?» Ella rimase un momento come stordita. Visto uscire il fratello, corse a un tratto alla porta, la chiuse sbattendola violentemente e non rispose più a nessuno dei servi che venivano a chiamarla pel desinare. Dové salire il duca a scongiurarla di aprirgli; alle raccomandazioni, alle ammonizioni dello zio, finalmente proruppe: «E che pazienza! Sono due mesi che mi tratta così!... Perché l'ha con me? Pel testamento di nostra madre? Fa' così per giocar di prima? Ha dunque ragione lo zio don Blasco?... Ha sentito, ha sentito Vostra Eccellenza, che ha fatto adesso?» «Che ha fatto?» «Non vuol riconoscere il legato alla badìa di San Placido!... Abbiamo trovato Angiolina che piangeva e la Badessa che gettava fuoco e fiamme!... Vuol far lui tutte le carte, e ci tratta poi così, d'alto in basso, per avvilirci tutti quanti...» «Piano!... Basta, per ora...» il duca tornava a raccomandarsi, per amor della pace. «Basta!... Vieni a desinare, per ora... Ti prometto che poi gli parlerò io...»

Raimondo non era ancora rientrato quando tutta la famiglia, con l'assistenza di don Mariano, prese posto a tavola. Lucrezia aveva gli occhi ancora rossi, teneva il capo chino, non diceva una parola; ma il principe, fattosi improvvisamente sereno in vista, rivolgeva cortesie allo zio duca. Tutti i giorni così: dopo lunghe ore di mutria, di silenzi, di voltate di spalle al sopravvenire dei fratelli e delle sorelle e più della cognata Matilde, egli smetteva a tavola la ciera accigliata, per corteggiar lo zio. Non era la prima volta che il desinare cominciava senza Raimondo, e al malumore di Lucrezia faceva riscontro, quel giorno, un pensiero molesto sulla fronte di Matilde. Non le facevano festa, in quella casa. Il principe, donna Ferdinanda, don Blasco, un po' anche la cugina Graziella, dovevano trovare in lei colpe imperdonabili, se la punzecchiavano assiduamente, se la trattavano senza riguardi; ma ella perdonava le mancanze di riguardo e gli sgarbi fatti a lei; non soffriva quelli che toccavano a suo marito. Forse era questa la sua grande colpa: l'amore che portava a Raimondo!... Lo amava fin da quando lo aveva visto, da prima ancora; fin da quando, fidanzata per lettera a quel conte di Lumera del quale suo padre, superbo d'imparentarsi coi Viceré, le faceva lodi senza fine, ella aveva lavorato con la fantasia a rappresentarlo bello, nobile, generoso, cavalleresco come un eroe del Tasso o dell'Ariosto. E la realtà aveva superato le sue stesse immaginazioni; tanto era fine, lo sposo suo, e leggiadro, ed elegante, e splendido; ed ella che non aveva conosciuto da vicino altri uomini, che s'era nutrita unicamente di sogni, di poesia, di fantasia alta e pura, gli aveva dato tutta l'anima, per sempre; lo aveva amato ancora nei suoi cari e idolatrato nella figlia nàtale da lui. Ella non aveva altra idea della vita che quella espressa dalla vita sua propria, semplice e piana, tutta trascorsa in mezzo alla sorellina Carlotta, alla mamma loro, soave ed amara ricordanza, ed al padre, uomo di passioni estreme, amico o nemico fino alla morte degli altri uomini, ma cieco e folle d'amore per le sue figlie... Mentre ella adesso si voltava ogni tratto a guardar l'uscio della sala con l'ansiosa aspettativa dell'arrivo di Raimondo, la scena che aveva dinanzi le rammentava, con un effetto di vivo contrasto, un'altra indelebilmente fitta nella sua memoria. La sua memoria le rappresentava il desco familiare, nella grande stanza da pranzo della casa paterna, a Milazzo: la mamma, la sorella, ella stessa intenta ai racconti del padre, sorridenti con lui, con lui tristi o dolenti; il padre tutto loro, coi pensieri e con le opere; e un costante e quasi superstizioso rispetto per le antiche abitudini, e una pace patriarcale, un amore reciproco, una confidenza assoluta. Se ella si guardava ora intorno, che vedeva? La principessa timida e paurosa dinanzi al marito, il ragazzo tremante a un'occhiata del padre, ma superbo dell'umiliazione inflitta alla zia; Lucrezia e il fratello ancora freddi e sospettosi l'uno verso l'altra; il principe ostentante il buon umore col duca dopo una giornata d'accigliato silenzio... Ella neppure sospettava le passioni che dividevano quella famiglia, il giorno che vi era entrata come in un'altra famiglia sua propria: tanto più grande era stato il suo stupore, il suo dolore, nel vedere di che sordo astio la ripagavano. Giudicavano, certo, che fosse indegna di Raimondo perché a lui inferiore: e nessuno quanto lei stessa lo poneva tanto alto; ma non le aveva giovato sentirsi e farsi umile dinanzi a lui e ad essi: l'astio non s'era placato. Allora ella aveva cominciato a comprendere le particolari passioni che, oltre all'orgoglio, animavano ciascuno di quegli Uzeda duri e violenti... La madre di Raimondo, per idolatria del figlio era gelosa di lei: riuscita ad ammogliarlo, ad assicurargli la dote, aveva umiliato la nuora, facendole sentire fin dal primo giorno la sua mano di ferro perché, più d'ogni altro, ella stessa sommessa dinanzi al beniamino; ma la sommessione idolatra, il cieco affetto della sposa, togliendole ogni pretesto d'incrudelire su lei, mettendo nuova esca al fuoco della sorda gelosia materna, l'aveva resa implacabile. Il fratello maggiore, non perdonando a Raimondo i suoi privilegi, non potendo rassegnarsi alla concorrenza che la famiglia di lui faceva alla propria, rovesciava il suo rancore sulla cognata. Tutti gli altri erano stati senza pietà per l'intrusa, o in odio alla principessa che l'aveva voluta in quella casa o in odio a Raimondo che la madre proteggeva. Così ella s'era vista bersaglio di quei parenti ai quali era venuta con animo confidente e cuore affezionato; e lo scoprire che il loro astio era tanto acre contro di lei quanto contro Raimondo, invece di attenuare aveva inacerbito la sua pena; poiché perduta d'amore pel marito, ella soffriva e gioiva in lui e per lui... In quello stesso momento che il principe pareva non veder la cognata o, se volgevasi dalla sua parte, smessa a un tratto la ciera gioconda, le mostrava un viso contegnosamente chiuso, peggio che se fosse una estranea, ella non soffriva tanto di quell'ostentata freddezza, quanto della trascuranza da tutti dimostrata verso suo marito. Il desinare progrediva come se egli non dovesse venire più, nessuno chiedeva di lui. Lucrezia teneva ancora il capo chino sul desco, la principessa badava a suo figlio, il principe parlava dello stato delle campagne, dei prezzi delle derrate, dei pericoli del colera; il duca discuteva della guerra d'Oriente; e solamente un estraneo, don Mariano, diceva tratto tratto: «E Raimondo?... Non si vede più!... Che gli è successo?» Allora, come per virtù dell'eco, quella domanda si ripercoteva nel pensiero di lei: «Non si vede più!... Che gli è successo?...» Perché mai tardava tanto? Perché la lasciava sola tra quegli estranei indifferenti od ostili? «I russi resistono ancora... un osso duro da rodere... Napoleone ne seppe qualcosa...» Di nuovo assorta in pensieri più gravi e molesti, ella udiva brani di frasi, parole di cui non afferrava il senso. Da quanto tempo la lasciava sola, Raimondo! Da quanto, da quanto!... Ella rammentava assiduamente la prima pena che le aveva inflitta, tanto tempo addietro. Buono con lei nei primi tempi del matrimonio, durante il viaggio di nozze ed il soggiorno di Catania, appena giunto a Milazzo dove erano andati per affari, per vedere il padre e la sorella di lei, egli aveva dichiarato di non aver preso moglie per vivere in quella bicocca, per incappare nella tutela del suocero dopo essere uscito da quella della madre. Certo, ella non credeva che la vita nella sua cittadella natale potesse allettarlo molto; certo, lo avrebbe seguito dovunque gli sarebbe piaciuto condurla; nondimeno quel brusco giudizio intorno a cose e persone care al cuor suo le aveva procurato un senso d'angustia indimenticabile. Egli voleva lasciare per sempre la Sicilia, andarsene a vivere a Firenze; né la contraria volontà della madre gli era d'ostacolo; alla moglie, che per non discostarsi troppo dai suoi gliela rammentava esortandolo ad obbedirla, rispondeva bruscamente: «Lasciami fare a modo mio.» Ed ella, sì, aveva riconosciuto le sue ragioni. La Sicilia, la Toscana, qualunque parte del mondo dove sarebbero stati insieme felici, non doveva esser tutt'uno per lei? Il dispotico divieto della suocera poteva avere maggior peso per lei del desiderio del marito? E quel desiderio non era forse legittimo; il suo Raimondo non era chiamato a figurare in mezzo alla società più eletta di una grande città? Giovani e ricchi, non sarebbero stati dovunque segno dell'invidia di tutti?... Ed ella non aveva perseverato nei tentativi di resistenza anche per un'altra ragione, più grave. Raimondo, del quale perdonava, anzi voleva ignorare i modi un po' bruschi, l'insofferenza della contraddizione, tutti i piccoli difetti di un figliuolo troppo vezzeggiato, si mostrava qual era anche col suocero. Il carattere di costui essendo pure molto forte, un dissenso poteva sorgere da un momento all'altro. Sulle prime, il barone aveva fatto una vera festa al genero, trattandolo quasi come la principessa, sedotto anche lui dalla grazia fine del giovane, inorgoglito dalla fortuna di essersi imparentato coi Francalanza; ma Raimondo aveva risposto a tante prevenzioni zelanti, a tante cure affettuose mostrandosi malcontento di tutto, in quella casa, ripeteva ogni quarto d'ora: «Come si fa a vivere qui?...» Il barone aveva da lui la procura per amministrare le proprietà date alla figlia, e in questa amministrazione intendeva seguire i criteri e i sistemi antichi, dei quali sapeva la bontà; Raimondo invece, per occupar gli ozi di Milazzo, quando non passava le intere giornate giocando al casino con gli scapati presto conosciuti, si faceva render conto dal suocero dei suoi provvedimenti, per biasimarli, per suggerir quelli che, a suo giudizio, bisognava adottare. In questa materia, egli dimostrava un'assoluta ignoranza degli affari, una stravaganza di concetti molto simile a quella del fratello Ferdinando: il barone ne rideva, egli se l'aveva a male. Le parti s'invertivano quando il barone gli chiedeva conto dell'impiego dei capitali dotali: allora egli biasimava certe operazioni bislacche del genero, e questi dichiarava al suocero che non ci capiva nulla. Spesso, in quei dibattiti, alle uscite vivaci di Raimondo il barone faceva un visibile sforzo per contenersi, per non dargli sulla voce; allora Matilde interveniva, mutava soggetto al discorso, componendo il lieve screzio coi sorrisi prodigati egualmente alle due persone che più amava al mondo. Il suo grande dolore fu perciò nell'accorgersi che, se voleva vederle in pace, le conveniva evitare che stessero a lungo insieme. Decisa così a secondare il desiderio del marito, ella lo aveva seguito a Firenze, ma quest'ultima risoluzione di Raimondo era stata causa della più viva opposizione del barone che voleva vicina la figlia e, giudicando troppo costosa la stabile dimora in una grande città, consigliava piuttosto brevi viaggi. Raimondo gli aveva risposto seccamente che quel consiglio era stupido, perché i viaggi appunto costano un occhio del capo; e lasciando in asso il suocero aveva dichiarato alla moglie, con brutte parole, troppo dure, ingiuste anche, di non voler più soffrire l'ingerenza di lui negli affari propri. Allora, per vincere l'opposizione del padre, ella aveva dovuto ricorrere all'espediente di cui s'era avvalsa tante volte, bambina: dirgli che il disegno di vivere un pezzo in Toscana era caro a lei stessa e pregarlo di farla contenta!... «Quattrini e vite sprecate!... La guerra a tanta distanza...» Mentre il duca continuava a sviscerare la questione d'Oriente ed a proporre combinazioni diplomatiche, tutti si volsero verso l'uscio d'entrata. La contessa sussultò, sperando che fosse suo marito; s'avanzava invece cerimoniosamente don Cono Canalà: «Sia pro a ciascuno!... Ma non veggio il contino?...» Così, così a Firenze, in una città dove, non che un parente, non aveva da principio neppure una conoscenza, ella era rimasta lunghissime ore, tanti e tanti giorni ad aspettarlo invano. Lì aveva pianto le sue prime lacrime, quando s'era vista trascurata; lì s'era nascosta per piangere, giacché egli o la derideva per quella «stupida» affezione, o dichiarava di non voler essere «seccato»... Avevano un modo radicalmente diverso d'intendere la vita: mentre ella metteva innanzi tutto l'affetto di suo marito e le gioie della famiglia, e non desiderava se non prolungare al fianco di Raimondo, sia pure in altri luoghi, l'ineffabile felicità domestica provata da fanciulla; il giovane viziato dalle preferenze della madre e finalmente uscito dalla sua ferrea tutela, aspirava unicamente ai liberi piaceri mondani. E per questo, dicendo a se stessa che egli aveva il diritto di divertirsi, che non faceva poi nulla di male, che i gusti delle persone sono naturalmente diversi, ella aveva represso il proprio dolore, si era persuasa del proprio torto. Quasi premio di questa sua rassegnazione, aveva finalmente provato le ineffabili gioie della maternità, e allora, come per incanto i tempi felici della luna di miele parve tornassero, tra perché Raimondo divenne veramente migliore, tra perché ella stessa, assorta in soavi pensieri, in cure minute, pose meno mente alla vita di lui. Al padre, che la raggiunse in quell'occasione, ella poté mostrare un viso raggiante di gioia; felice con lei, il barone dimenticò interamente le piccole liti avute col genero, tornò a volergli bene come ai primi tempi... Tutti aspettavano un maschio, tranne lei stessa che, se avesse osato contrastare i desideri altrui e far differenze tra i figli, avrebbe preferita una bambina. Una bambina nacque infatti, e quando si trattò di battezzarla, quantunque ella e il padre avessero desiderato chiamarla come la loro cara perduta, riconobbero tuttavia la convenienza di darle il nome della principessa. Rammentava forse più la madre felice i trattamenti sgraziati della suocera e della parentela? Quell'angioletto venuto a ristringere il nodo che la univa a Raimondo, a dissipare le nubi che minacciavano il suo bel cielo, non parlava unicamente di pace e d'amore?... Ahimè! Più presto che non credesse ella s'era accorta del proprio inganno. Già da quando erano venuti a Firenze, la suocera non le aveva più scritto, né risposto alle sue lettere, né accennato a lei nelle lettere che mandava al figliuolo. Il silenzio continuò durante la gravidanza, e dopo il parto comprese anche la bambina. Quando Teresina fu svezzata, Raimondo deliberò di fare una corsa in Sicilia; e da quel viaggio ella ripromettevasi la fine dell'incomprensibile rancore della principessa; invece, ella ricominciò a piangere allora... Donna Teresa Uzeda, non potendo prendersela con Raimondo per il trasferimento nella remota Toscana, ne aveva rovesciato la colpa sulla nuora; la sua gelosia e il suo odio si erano raddoppiati, le facevano una colpa perfino della nascita della bambina!... Come dimostrare a quella spietata il suo torto? Come persuaderla che suo figlio, contro il piacere di tutti, aveva voluto a forza fare quel che si era proposto? Ingenuamente, il barone non aveva detto che Raimondo era andato a Firenze per far piacere a Matilde?... Ella aveva così apprestato, senza saperlo, una nuova arma alla suocera; per ottenere l'accordo fra il marito ed il padre, aveva scatenato quella furia contro se stessa... «La zia di Vostra Eccellenza!» Annunziata dal maestro di casa, mentre il desinare stava per finire, entrava adesso donna Ferdinanda. Tranne il duca, tutti si levarono; la contessa con gli altri; ma la zitellona salutò tutti fuorché quest'ultima. Pochi minuti dopo sopravvenne don Blasco che per tutto saluto disse: «Ancora a tavola?» e non parve neppure accorgersi di Matilde... Che era mai, pensava ella, la ostentata trascuranza di costoro, a paragone della guerra mossale, anni addietro, dalla principessa? Non era bastato farsi da parte, non esprimere mai volontà, né desideri, né opinioni: l'odio aveva trovato sempre ragioni di sfogarsi. Esso riversavasi ancora contro l'innocente bambina che aveva il doppio torto d'appartenere al sesso disprezzato e d'esser nata da quella madre; e poiché, rassegnata personalmente a quei trattamenti, la madre sanguinava agli sgarbi fatti alla sua creatura, la principessa s'era messa a perseguitare con speciale accanimento la nipotina. Raimondo pareva non accorgersi di nulla, l'abbandonava più a lungo che a Firenze, non credendo di lasciarla sola poiché ella restava «in famiglia»; e il tormento di quella vita era divenuto in breve così acuto, che ella aveva sospirato il momento di tornarsene alla solitudine almeno tranquilla della sua casa di Firenze... «Dov'è quell'altro?...» domandò di botto don Blasco, sbuffante alle elucubrazioni politiche del fratello duca. «Quell'altro» doveva essere Raimondo; tutti lo compresero, rispondendo che non s'era visto, che forse era rimasto a desinare da qualche amico. «Avrebbe potuto avvertire...» osservò il principe. E quantunque quell'osservazione fatta con tono severo, senza riguardo per lei che era sua moglie, ferisse Matilde, un'altra voce ora le diceva: «È vero! Ha ragione!...» Ella stessa, tornata a Firenze, in quell'asilo che le era parso di pace e di felicità, non aveva forse pensato così, quando aspettando lungamente, di giorno e di notte, il ritorno di Raimondo che la lasciava ormai quasi sempre sola, s'era sentita struggere d'ambascia e di paura, non sapendo che cosa gli fosse accaduto, temendo sempre, con l'inferma immaginazione, pericoli e disgrazie? Suo marito, invece, non voleva renderle conto della propria vita, quasi fosse ancora scapolo, quasi ella non avesse nessun diritto su lui, quasi la loro bambina non esistesse! Quella figlia che doveva ancora più stringerli insieme, che per lo meno doveva essere, nel dolore, il gran rifugio della madre, non solo pareva non dir nulla al cuore di Raimondo, ma non bastava neppure a confortare lei stessa, poiché ella non poteva più scusare come nei primi tempi la condotta sempre più sfrenata del marito, poiché non ignorava più che egli la trascurava per altre donne, e poiché questa scoperta le faceva a un tratto sentire il coltello della gelosia... Ancora una volta, le passate sofferenze le erano parse nulla, paragonate a queste altre. Ella lo amava più che mai d'amore, per gli stessi difetti che gli aveva perdonati, per tutto quel che le costava; e le nuove, più brusche, più aperte dichiarazioni con le quali egli respingeva le preghiere di lei e derideva le sue lacrime e le faceva quasi una colpa dell'amor suo, la stringevano a lui sempre più. No, sua figlia non le bastava, la creaturina non poteva consolarla, nessuno al mondo poteva consolarla, ella doveva perfino nascondere le proprie torture al padre, scrivergli che era contenta e felice, perché egli non venisse a chieder conto a Raimondo di quella condotta, perché tra quei due uomini non scoppiasse la guerra!... E ancora una volta s'era messa a sperare nel ritorno in Sicilia; la terribile casa degli Uzeda le parve ancora una volta un'oasi, non avendovi almeno conosciuto il sospetto roditore come un verme. Quando da Catania scrissero a Raimondo di venir presto a casa, quando la stessa madre moribonda lo chiamò, ella fece di tutto per indurlo a partire ma vedendolo sordo alla voce della morente, sordo alle stesse ragioni dell'interesse, restare a Firenze, l'angoscia di lei s'era esacerbata, tanto aveva dovuto credere potenti le ragioni, i legami che lo trattenevano... Giusto in quei giorni le sue viscere avevano avuto un nuovo fremito; ella era madre un'altra volta - fredda, cattiva madre, se non tripudiava a quella scoperta; ma come avrebbe potuto gioirne, quando il padre della sua creatura le cagionava tanta tristezza; quando, all'annunzio della nuova paternità, egli restava indifferente e quasi fastidito come per una nuova molestia?... Repentinamente, giunto il dispaccio che annunziava la morte della principessa, erano partiti, ed ella aveva tratto liberamente il respiro, chiedendo perdono al Signore della gioia che provava per causa d'una morte; ma l'implacata avversione dei parenti l'affliggeva ancora una volta come prova della insospettata malvagità umana; e adesso che Raimondo, senza rispetto per la memoria della madre, faceva ciarlare tutta la città con la sua vita sbrigliata, ella domandava tra sé, con lungo sconforto: «Quando, dove avrò pace?...» Il desinare era già finito e Lucrezia, la principessa e Consalvo s'erano già levati di tavola, quando Raimondo rientrò. Mostrava di esser molto allegro e d'aver buon appetito. Alla domanda del duca, rispose che gli amici lo avevano trattenuto, che non s'era accorto dell'ora tarda. «Del resto, qui desinate spaventevolmente presto! Nei paesi civili non si va a tavola prima dell'ave!» Il principe non rispose. Alzandosi da tavola mentre il fratello divorava la minestra serbata in caldo, disse al duca: «Zio, vuol venire un momento con me?» e lo condusse nel suo scrittoio. Stava di nuovo sull'intonato, come se dovesse stipulare un trattato. Chiuso a chiave l'uscio della stanza precedente, offerta una poltrona allo zio, egli stesso in piedi, cominciò: «Vostra Eccellenza mi scusi se la disturbo dopo tavola, ma dovendo parlare di affari importanti e non volendo portarle via il suo tempo...» «Ma che!...» fece il duca, interrompendo il preambolo. «Tu non mi disturbi affatto... Parla, parla pure...» e accese un sigaro. «Vostra Eccellenza può vedere ogni giorno,» riprese il principe, «che vita fa Raimondo, e come, invece di darmi una mano a sistemar gli affari della successione, pensi a divertirsi lasciando tutto sulle mie spalle. Parlargli d'interessi è inutile: o non mi dà retta, o non capisce... o finge di non capire.» Il duca approvava con un cenno del capo. Tra sé, giudicava veramente un po' strane quelle lagnanze del nipote, che non avrebbe dovuto esser poi tanto scontento se il fratello non s'impacciava nelle quistioni dell'eredità e lo lasciava libero di fare a sua posta. E se Raimondo mostrava poca premura di partecipare agli affari, il fratello maggiore non ne aveva mostrata pochissima di renderne conto al coerede ed ai legatari? Non era forse quella la prima volta che egli teneva a qualcuno della famiglia un discorso di quel genere? «Ora,» continuava frattanto Giacomo, «io credo prima di tutto conveniente, nell'interesse comune, che la divisione si faccia al più presto; in secondo luogo bisogna che tutti sappiano ciò che ho saputo in questi giorni io stesso...» «Che cosa?» «Una bella cosa!» esclamò, con un sorriso amarissimo. E dopo una breve pausa, quasi a preparar l'animo dello zio alla dolorosa notizia: «L'eredità di nostra madre è piena di debiti...» Il duca si cavò il sigaro di bocca dallo stupore. «Vostra Eccellenza non crede? E chi avrebbe potuto credere una cosa simile? Dopo che abbiamo sentito tanto lodare, da tutti, il modo ammirabile tenuto dalla felice memoria nel mettere in piano la nostra casa? Invece, c'è un baratro!... Fin all'altr'ieri, non sospettavo ancora nulla. È vero che nei primi giorni dopo la disgrazia ebbi avviso di alcuni piccoli effetti sottoscritti da nostra madre, i possessori dei quali, durante la malattia, avevano pazientato oltre la scadenza; ma credevo naturalmente che fossero infime somme, di quei debitucci che tutti, in certi momenti, anche i più facoltosi, hanno bisogno di contrarre. Potevo sospettare che invece sono migliaia e migliaia d'onze, e che ogni giorno spunta un nuovo creditore, e che se continua di questo passo, il meglio dell'eredità se n'andrà in fumo?...» «Ma il signor Marco...» «Il signor Marco,» riprese il principe senza dar tempo allo zio di compiere l'obiezione, «ne sapeva meno di me ed è più sbalordito di Vostra Eccellenza. Vostra Eccellenza sa bene che carattere avesse la felice memoria, e come facesse in tutto di suo capo, e si nascondesse non solamente da coloro che dovevano essere i suoi naturali confidenti, ma da quegli stessi nei quali aveva riposto fiducia... Il signor Marco non ha notato nel suo scadenziere neppure la decima parte delle somme di cui adesso siamo debitori. Io non so che pasticci ci sieno sotto. S'immagini che esistono effetti scaduti da tre, da quattro anni, e anche da cinque!... Le confesserò che, sul principio, ho temuto d'esser vittima, come tutti gli altri, d'una truffa spaventevole, d'aver a fare con un'associazione di falsari. Ho dovuto ricredermi: le firme sono lì, autentiche. Debbo dunque supporre che il sistema di ricorrere al credito, di cui la felice memoria faceva una colpa tanto grave a nostro nonno, non le dispiacesse poi troppo... E il peggio è di non poter sapere fin dove si estende il marcio! E questa è la famosa amministrazione di cui abbiamo sentito tante lodi... Ma dice che dei morti non si deve parlare... e basta!... Ora io ho voluto informare Vostra Eccellenza, prima di tutto perché era questo il mio dovere; secondariamente perché Vostra Eccellenza ne tenga parola a Raimondo. Se questi debiti hanno da pagarsi, e purtroppo c'è poca speranza del contrario, a ciascuno bisogna imputarne la sua parte. Io vorrei anche pregare Vostra Eccellenza di avvisare gli altri, perché sappiano che i loro legati saranno anch'essi gravati in proporzione...» Il duca ricominciò a scrollare il capo, ma con espressione diversa. I legatari lagnavansi d'aver avuto troppo poco; adesso bisognava dir loro che avevano anche meno! «Perché non parli loro tu stesso?» suggerì al nipote. «Perché?» rispose il principe, col leggiero fastidio di chi ode rivolgersi una domanda oziosa. «E non sa Vostra Eccellenza come sono, qui in casa? Chiusi, sospettosi, diffidenti? Crede Vostra Eccellenza che io non mi sia accorto di certi maneggi, che non abbia udito certe accuse sorde sorde?... Pare che l'abbiano tutti con me, specialmente quella testa pazza di Lucrezia!... Anche oggi non ha fatto una scena?...» «No, no...» interruppe il duca; «al contrario, t'assicuro. Si lagnava anzi del contrario, che tu l'abbia con lei, che non le parli mai...» «Io? E perché dovrei averla con lei?... Non ho parlato molto in questi giorni, è vero: ma come vuole Vostra Eccellenza che avessi voglia di parlare, con queste belle notizie? Perché dovrei averla con lei, o con altri? Io ho pensato sempre ed ho detto che la cosa principale, nelle famiglie, è la pace, l'unione, l'accordo!... È colpa mia se questo non fu possibile finché visse nostra madre? Vostra Eccellenza sa come fui trattato... meglio, molto meglio non parlarne!... Adesso, quantunque io sia stato spogliato, mi hanno udito esprimere una sola lagnanza? Ho detto primo di tutti: la volontà di nostra madre sarà legge! Invece, che cosa s'è visto? Mutrie a destra e a sinistra, Raimondo che non vuole occuparsi d'affari quasi per punirmi d'avergli preso mezza eredità...» «No, per spassarsi...» corresse il duca. «Lo zio don Blasco,» proseguì il principe, quasi non udendo l'osservazione, «che ho sempre trattato con rispetto e deferenza, come tutti gli altri, istigare contro di me i legatari...» «Quello è un pazzo!...» «O gli altri, dica Vostra Eccellenza, sono forse savi? Che vogliono, che pretendono? Di che m'accusano? Perché non vengono a dire le loro ragioni? Lucrezia ha parlato oggi con Vostra Eccellenza; sentiamo: che ha detto?...» Quantunque deciso a non mantenere la promessa fatta qualche ora prima alla nipote, il duca, costretto dalla domanda, rispose, con un sorrisetto, per temperare quel che vi poteva essere di poco gradito nelle sue parole: «Tu ti lagni d'esser stato spogliato; e invece spogliati si credono essi...» Il principe rispose, con un sorriso più amaro del primo: «Proprio, eh?... E come, perché?» «Perché avrebbero avuto meno di quel che gli spetta... perché c'è la parte di vostro padre...» Giacomo s'accigliò un momento, poi proruppe, con mal contenuta violenza: «Allora perché accettano il testamento? Perché non chiedono i conti? Mi faranno un piacere! Mi renderanno un servizio!» «Tanto meglio, allora...» «Che cosa credono che sia l'eredità di nostra madre? Facciamo i conti, sissignore; facciamoli domani, facciamoli oggi! Anzi, perché non si rivolgono ai magistrati?...» «Che c'entra questo?» «M'intentino una lite! Facciamo ciarlare il paese, diamo questo bell'esempio d'amor fraterno! Raimondo s'unisca a loro; mi accusino di aver carpito il testamento, ah! ah! ah!... Sono capaci di pensarlo! Conosco i miei polli, non dubiti! Questo è il frutto dell'educazione impartita qui dentro, degli esempi che hanno dato, della diffidenza e del gesuitismo eretti a sistema...» Era veramente concitato, parlava violentemente, aveva perduto la solenne compostezza dell'esordio. Il duca, buttato via il sigaro spento, riprendeva a scrollare il capo, quasi riconoscendo che alla fine fine non poteva dargli torto per quelle ultime argomentazioni. Però, levatosi dalla poltrona, messa una mano sulla spalla del nipote: «Càlmati, andiamo!» esclamò. «Non esageriamo né da una parte né dall'altra. La roba è lì...» «Nessuno la tocca!» «Essi vogliono fare i conti, tu sei pronto a darli...» «Ora, all'istante!...» «E dunque l'accordo è immancabile. Farete questi conti, vedrete se la divisione di vostra madre è giusta o no; accomoderete tutto con le buone.» «Ora, all'istante!» ripeteva il principe seguendo lo zio che s'avviava. «Perché non hanno parlato prima? Non sono già lo Spirito Santo per potere indovinare ciò che mulinano nelle teste bislacche!» «C'è tempo! c'è tempo!...» ripeteva il duca, conciliante, senza far notare al nipote la contraddizione in cui cadeva, avendo prima asserito di saper dei complotti. «Non la pigliare così calda! Parlerò con Raimondo, poi con gli altri; la roba è lì; vedrete che non ci saranno quistioni... A proposito,» esclamò, giunto all'uscio e voltandosi indietro, «che cosa è l'affare della badìa?» «Qual affare?...» rispose il principe, stupito. «Il legato delle messe... Le mille onze che non vuoi dare ad Angiolina...» «Le mille onze? Io non voglio darle?...» esclamò allora Giacomo. «Ma non vede Vostra Eccellenza come sono tutti d'una razza, falsi e bugiardi? Io non le voglio dare? mentre invece il legato di nostra madre è nullo, perché importa l'istituzione d'un beneficio, e le istituzioni di beneficio non reggono quando manca l'approvazione sovrana?...» Nella Sala Gialla don Blasco rodevasi le unghie, sapendo quella bestia del fratello in confabulazione col nipote e non potendo udire i loro discorsi. Dalla contrarietà, stronfiava, spasseggiava in lungo e in largo, non udiva neppure quel che dicevano intorno a lui. Era arrivata la cugina Graziella, la quale cicalava con la principessa, con Lucrezia e con donna Ferdinanda; meno con Matilde, per mostrar di partecipare ai sentimenti degli Uzeda verso l'intrusa. Aveva creduto di poter entrare anche lei in casa Francalanza, la cugina; di prendersi anzi il primo posto, come moglie del principe Giacomo, ma l'opposizione della zia Teresa aveva trionfato di lei e del giovane. Invece che «principessa», s'era chiamata semplicemente «signora Carvano», ma quantunque il cugino, presa la moglie che la madre gli destinava, si fosse posto il cuore in pace e paresse perfino aver dimenticato che fra loro due c'erano state un tempo parole tenere, ella aveva continuato a fare all'amore, se non con lui, con la sua casa. C'era venuta assiduamente, aveva stretto amicizia con la principessa Margherita e indotto il marito a fare anche lui la corte agli Uzeda, e tenuto a battesimo Teresina e dimostrato in ogni modo e in tutte le occasioni che le antiche fallite speranze non potevano intepidire in lei l'affezione verso tutti i cugini. Durante la malattia e dopo la morte di donna Teresa, specialmente, donna Graziella era quasi diventata una persona della famiglia; tutti i giorni e tutte le sere a prender notizie, a prodigar conforti, a suggerir consigli, a rendersi utile con le parole e con le opere. La principessa non solo non aveva ragione di esserne gelosa, poiché Giacomo dimostrava tanta indifferenza verso la cugina che certe volte neppure le rivolgeva la parola e, smesso il tu, le dava del freddo voi; ma era perfino incapace di provare gelosia o qualunque altro sentimento per lei come per ogni persona, tanto la naturale indolenza e il bisogno d'isolamento e la soggezione in cui la teneva il marito la rendevano indifferente a tutto ed a tutti fuorché ai propri figli. Quel pomeriggio appunto, dopo tavola, la balia era venuta a dirle che la bambina tossicchiava un poco; cosa da nulla, certo; ma ella se n'era inquietata, e la cugina, trovata quella dispiacevole novità, faceva sfoggio della sua scienza medica, consigliando la somministrazione di polveri e di decotti alla figlioccia, assicurando però che il male non era grave, sgridando nondimeno la balia che aveva dovuto lasciare il balcone aperto. Raimondo, che d'ordinario scappava via appena finito di prendere un boccone, pareva volesse restare in casa, per suo piacere; e Matilde, tutta riconfortata, dimenticata a un tratto la tristezza di un'ora innanzi, lo seguiva con lo sguardo ridente. Era così fatta che una parola, un nulla la turbavano e la rassicuravano: e chiedeva tanto poco per essere felice! Se egli fosse stato sempre così, se avesse dedicato una parte del suo tempo alla famiglia, se avesse prodigato alla sua bambina le carezze che quella sera faceva al principino!... Questi, nel gruppo degli uomini, ripeteva le declinazioni al cavaliere don Eugenio, il quale s'era costituito suo maestro, tra gli applausi dei lavapiatti ad ogni risposta azzeccata; ma cominciando a confondersi, ad imbrogliarsi: «E non lo tormentare più, povero bambino!» esclamò donna Ferdinanda. «Qui, con la zia! Ti rompono la testa con tutte queste storie, eh? Rispondi loro: "Debbo forse fare il mastro di penna?"» Don Eugenio, udendo disprezzare le belle lettere, rispose: «Bisogna studiare, invece!... L'uomo tanto più vale quanto più sa! E poi bisogna che tu faccia onore al nome che porti; tra i tuoi antenati c'è don Ferrante Uzeda, gloria siciliana!» «Don Ferrante?» esclamò la zitellona. «Che fece don Ferrante?» «Come, che fece? Tradusse Ovidio dal latino, commentò Plutarco, illustrò le antichità patrie: templi, monete, medaglie...» «Aaah!... Aaah!...» Donna Ferdinanda era scoppiata in una risata che non finiva più, che si risolveva in spruzzi di saliva tutto in giro. Il cavaliere rimase a bocca aperta, don Cono non sapeva che viso fare. «Aaah!... Aaah!...» continuava a ridere donna Ferdinanda. «Don Ferrante! Aaah!... Don Ferrante sai che fece?...» spiegò finalmente, rivolta al nipotino. «Teneva quattro mastri di penna, pagati a ragione di due tarì il giorno, i quali lavoravano per lui; quando essi avevano scritto i libri, don Ferrante ci faceva stampare su il proprio nome!... Aaah! Che sapesse leggere, ci ho i miei bravi dubbi!...» Allora s'impegnò una gran discussione. Don Cono e il cavaliere sostenevano, a vicenda, che se l'antenato non aveva scritto materialmente le sue opere, ne aveva però dettato il contenuto; tanto è vero che le accademie di Palermo, Napoli e Roma lo avevano annoverato tra i loro soci; ma la zitellona interrompeva: «Fatemi il piacere!...» intanto che la cugina, scrollando il capo, affermava che, veramente, gli studi non erano stati il forte dell'antica nobiltà. «Il forte?» esclamava la zitellona. «Ma fino ai miei tempi era vergogna imparare a leggere e scrivere! Studiava chi doveva farsi prete! Nostra madre non sapeva fare la propria firma...» «Era forse una bella cosa?» obiettò don Eugenio. «Non mi parlare anche tu del progresso!» saltò su donna Ferdinanda. «Il progresso importa che un ragazzo debba rompersi la testa sui libri come un mastro notaio! Ai miei tempi, i giovanotti imparavano la scherma, andavano a cavallo e a caccia, come avevano fatto i loro padri e i loro nonni!...» E mentre don Mariano approvava, con un cenno del capo, la zitellona si mise a tesser l'elogio di suo nonno, il principe Consalvo VI, il più compito cavaliere dei suoi tempi. Aveva avuto una così grande passione pei cavalli, che, d'inverno, ogni anno, si faceva costruire un passaggio coperto in mezzo alla pubblica via, affinché i suoi nobili animali restassero sempre all'asciutto. «E le altre persone potevano passarci?» domandò il principino. «Potevano passarci quando non era l'ora della passeggiata del principe,» rispose donna Ferdinanda. «Se usciva lui, tutti si tiravano da parte!... Una volta che il capitano di giustizia con la carrozza propria ardì passar innanzi alla sua, sai che fece mio nonno? Lo aspettò al ritorno, ordinò al cocchiere di buttargli addosso i cavalli, gli fracassò il legno e gli pestò le costole!... Si facevano rispettare i signori, a quei tempi... non come ora, che dànno ragione agli scalzacani!...» La botta era tirata al duca che rientrava in quel momento nella Sala Gialla insieme col principe. Don Blasco, interrotta finalmente la sua corsa, piantò gli occhi addosso al fratello e al nipote. «Che diavolo hai fatto?» disse al principe. «Nulla... avevo certe notizie da domandare allo zio...» Sopravvennero in quel momento Chiara e il marchese. Lucrezia, ancora imbronciata, salutò freddamente la sorella; ma costei non s'accorgeva di nulla, nervosa com'era, tutta piena d'una secreta idea. «Margherita,» sussurrò alla cognata, in confidenza, «questa volta credo sia per davvero!...» Erano quelli i sintomi? Poteva ingannarsi? Tante volte aveva sperato d'apporsi e festeggiato invano l'avvenimento, che adesso non ardiva più annunziare apertamente la gravidanza se non prima la vedeva confermata. Poi, lasciata la principessa, prese a parte Matilde e ricominciò a dirle: «La levatrice n'è certa! Tu che cosa provi?... Come ti sei accorta?...» Matilde non l'udiva. Adesso che don Blasco non misurava più la sala da un'estremità all'altra, Raimondo aveva ricominciato l'armeggio dello zio monaco, non stava fermo un momento, chiedeva continuamente che ora fosse. Voleva andar fuori? Aspettava qualcuno? Ella era inquieta della sua inquietudine... Frattanto arrivavano nuove visite: la duchessa Radalì e il principe di Roccasciano, donna Isabella Fersa col marito. L'entrata di quest'ultima mise sottosopra la società: il principe, che ordinariamente non era molto galante con le signore, le andò incontro fino nell'anticamera; Raimondo anche lui l'ossequiò tra i primi. Ella portava, come sempre, un abito nuovo fiammante che Lucrezia esaminava ora con la coda dell'occhio, e la principessa, Chiara, tutte le altre, giudicavano a una voce elegantissimo. «Manifattura di Firenze, è vero, donn'Isabella?» domandò Raimondo. «Si vede che vostro marito se ne intende, contessa!» rispose ella indirettamente, volgendosi a Matilde. Don Mariano parlava della parata della Regina, di cui quel giorno era il natalizio; Fersa del colera, della quarantena di dieci giorni decretata allora allora contro le provenienze da Malta, della fiera di Noto rimandata, del pericolo che correva un'altra volta la Sicilia; e il vocione di don Blasco rispondeva: «Questa è l'impresa di Crimea! Il regalo dei fratelli piemontesi, capite?» Il duca, quasi non comprendesse che l'allusione era diretta a lui, ripigliava il discorso della guerra interrotto a tavola, diceva che Cavour l'aveva sbagliata. La via era un'altra, raccogliersi, restarsene tranquilli, curare le piaghe del '48. Con lo stato indebitato fin agli occhi, come poteva pensare a fare nuovi debiti? «È un principio d'economia politica...» e qui, col tono d'autorità portato da Palermo, un discorsone che faceva inghiottire botti di veleno a don Blasco, lardellato com'era di citazioni giornalistiche e parlamentari, infettato da teorie liberalesche. Il principe, udendo Fersa esprimere ancora una grande paura del colera, scrollava il capo: «Se a Napoli hanno ordinato di spargerlo un'altra volta...» Come credeva alla iettatura, era incrollabile nell'opinione che il colera fosse un malefizio, un espediente di governo inteso a sfollare le popolazioni, a incutere un salutare timore nei superstiti. Dinanzi allo zio duca, sapendolo dell'opinione contraria, più «progressista», cioè che la peste venisse per correnti atmosferiche, taceva prudentemente; ma con Fersa si sbottonava, derideva le quarantene e tutti gli altri amminnicoli fatti per darla a bere ai gonzi. «Non date retta a queste malinconie!» diceva frattanto Raimondo a donn'Isabella, a fianco della quale s'era seduto. «Andrete alla serata di gala?» «Sì, conte; abbiamo il palco.» «Che rappresentano?» domandò la principessa. «L'Elvira di Holbein e Un'eredità in Corsica di Dumanoir. Peccato che voi non possiate sentire Domeniconi, principessa. Che artista! E che compagnia!» Anche don Eugenio rammaricavasi di non poter recarsi al Comunale, per far sapere che, in qualità di Gentiluomo di Camera, era stato invitato nei palchi dell'Intendente. Ma egli aveva da concludere un affare, quella sera: la vendita di certe terrecotte «importantissime», sulle quali avrebbe fatto un bel guadagno: aspettava anzi per questo il principe di Roccasciano, anche egli intenditore ed amatore di roba antica. «S'ha un bel dire, quindicimila uomini,» perorava il duca da canto suo. «E se la guerra dura un altro anno? Altri due, altri tre anni? Bisognerà mandar nuove truppe, far nuove spese, accrescere il deficit...» «A Messina aspettano l'arciduca Massimiliano.» «Verrà anche da noi?» Raimondo, a quella domanda di don Mariano, saltò su come morso da una vespa: «E che volete che venga a fare? Per vedere l'elefante di piazza del Duomo? Voialtri vi siete fitto in capo che questa sia una città, e non volete capire che invece è un miserabile paesuccio ignorato nel resto del mondo. Donn'Isabella, dite voi: quando mai l'avete udito nominare, fuori?...» «È vero, è vero!...» Ella agitava con moto graziosamente indolente il ventaglio di madreperla e merletti, dando ragione a Raimondo contro il paese nativo; e la contessa Matilde non sapeva perché la vista di quella donna, le sue parole, i suoi gesti, le ispirassero una secreta antipatia. Forse perché l'udiva approvare il sentimento di Raimondo che ella perdonava al marito ma biasimava negli altri? Forse perché scorgeva in tutta la persona di lei, nella ricchezza immodesta degli abiti, nell'eleganza degli atteggiamenti, qualcosa di studiato e d'infinto? Forse perché tutti gli uomini le si mettevano intorno, perché ella li guardava in un certo modo, troppo ardito, quasi provocante? O perché, una volta al suo fianco, Raimondo non si moveva più, pareva non volesse più andar fuori, non aspettar più nessuno?... Ingolfato nel suo tema prediletto, egli parlava adesso a vapore, enumerando tutti i vantaggi della vita nelle grandi città, interrompendosi tratto tratto per domandare a donn'Isabella: «È vero o no?» oppure: «Parlate voi che ci siete stata!...» ripigliando a descrivere la grande società, gli spettacoli sontuosi, i piaceri ricchi e signorili. E donna Isabella a chinare il capo, ad aggiungere argomenti: «Quando vedremo, per esempio, le corse fra noi?» Giusto in quel momento, don Giacinto entrò nella sala. Era così turbato in viso e si capiva così chiaramente che portava una cattiva notizia, che ognuno tacque. «Non sapete?» «Che cosa?... Parlate!...» «Il colera è scoppiato a Siracusa!...» Tutti lo circondarono: «Come! Chi ve l'ha detto?» «Mezz'ora fa, alla farmacia Dimenza... Notizia sicura, viene dall'Intendenza!... Colera di quello buono: fulminante!...» Subito, come se l'annunziatore lo portasse addosso, la conversazione si sciolse in mezzo ai commenti spaventati, alle esclamazioni dolenti: Raimondo accompagnò giù alla carrozza donna Isabella dandole il braccio; don Blasco vociava, in mezzo alla scala, sotto il naso del duca che andava a verificar la cosa: «Il regalo dei fratelli!... Ah, Radetzky, dove sei?... Ah, un altro Quarantanove!...»

5.

Ogni altro interesse cedé come per incanto dinanzi all'universale inquietudine per la salute pubblica, giacché della notizia portata da don Giacinto, sulle prime smentita, poi confermata, non fu possibile più dubitare quando, di lì a qualche giorno, non si parlò più di casi sospetti a Siracusa, ma del divampare del morbo a Noto. Il duca, deliberato di tornarsene a Palermo prima che le cose incalzassero e la via fosse chiusa, resisté ostinatamente agli inviti del principe, il quale s'apparecchiava a partire pel Belvedere all'annunzio del primo caso in città. L'anno innanzi, come nel '37, gli Uzeda erano scappati alla loro villa sulle pendici della montagna, e poiché il colera non arrivava mai lassù, erano certi di liberarsene. Il principe, smessa a un tratto l'acredine, riparlava d'accordo e di unione, voleva tutti con lui al sicuro, tutti gli zii, tutti i fratelli. Quantunque non fosse tempo di trattar d'affari, nondimeno, per dimostrare al nipote d'aver preso a cuore i suoi interessi, il duca, prima di partire, riferì a Raimondo il discorso delle cambiali e lo esortò a mettersi d'accordo col fratello. Raimondo lo ascoltò distrattamente, e gli rispose quasi infastidito: «Va bene, va bene; poi se ne parlerà...» Anch'egli s'era mutato, ma al contrario di Giacomo, in peggio; era diventato nervoso, irascibile, verboso e di buon umore solo quando donna Isabella veniva al palazzo. I Fersa non sapevano ancora dove fuggire il colera: il principe consigliava loro di prendere in affitto una casa al Belvedere, per esser vicini; e a donna Isabella sorrideva molto quel partito, benché sua suocera preferisse rifugiarsi a Leonforte come l'altr'anno. «Voi dove andrete?» domandava a Raimondo; e il giovane che le si trovava sempre a fianco: «Dove andrete voi stessa!» Ella chinava gli occhi, con una severa espressione di biasimo, quasi offesa. «E vostra moglie? Vostra figlia?» «Parliamo d'altro!» Nonostante l'allarme cagionato dalla pestilenza, l'intrinsichezza delle due famiglie si strinse ancora più in quei giorni. Fersa, che era stato sempre lieto e superbo di venire al palazzo Francalanza, adesso godeva nell'esservi ricevuto con segni di particolare gradimento; non solo Raimondo, ma anche e forse più Giacomo dimostrava molto piacere in compagnia di lui e di donna Isabella: quando sua moglie andò fuori la prima volta, dopo il lutto, egli volle che facesse loro una visita; la contessa, per desiderio del marito, accompagnò la cognata. Da sola, Matilde forse non sarebbe andata in casa di quella donna. Non voleva chiamare gelosia il sentimento che le ispirava: se Raimondo, galante con tutte, stava attorno a costei che tutti gli uomini accerchiavano, non era già meraviglia; ella stessa non ne riceveva continue proteste di calda amicizia?... Pure, tutte le volte che donna Isabella l'abbracciava e la baciava, ella doveva farsi forza per non sottrarsi a quella dimostrazione d'affetto. Non sapeva bene rendersi conto della repulsione quasi istintiva che provava ogni giorno più forte; quando tentava di spiegarla a se stessa, l'attribuiva più che ad altro alla radicale diversità del loro carattere; alla leggerezza, all'affettazione, alla mancanza di schiettezza che le pareva scorgere in lei. Non l'aveva anch'ella udita lagnarsi, a mezze parole, con allusioni velate, dei parenti del marito e dello stesso marito; mentre ella vedeva bene, quasi invidiandola, la devozione portatale da Fersa, e udiva ripetere che la suocera la trattava meglio d'una figliuola? Andata a farle visita in compagnia della principessa, non poté accertarsene coi propri occhi? Donna Mara Fersa era una donna un po' all'antica, senza ombra d'istruzione, poco fine d'educazione anche; ma molto accorta, e semplice, alla mano come una buona massaia. Aveva sperato d'ammogliare il figliuolo a modo suo; ma questi, andato una volta a Palermo e vista l'Isabella Pinto, orfana di padre e di madre, l'aveva chiesta su due piedi, innamoratissimo, allo zio materno dal quale era stata educata. Nobilissima, la Pinto; ma senza dote; aveva però ricevuto un'educazione oltremodo signorile in casa dello zio facoltoso. I Fersa, invece, benché ammessi tra i signori, nascevano mediocremente; donna Ferdinanda, estimatrice ed amica di donna Isabella, li chiamava Farsa - farsa tutta da ridere -; ma possedevano gran quantità di quattrini. Donna Mara, sulle prime, aveva tentato di opporsi a quel matrimonio; ma poiché suo figlio era cotto dell'Isabella, e questa pareva più cotta di lui, aveva finalmente consentito. Così la nuora palermitana, elegante, istruita e nobile, venne a mettere nella sua casa una rivoluzione, che ella sopportò con molta buona grazia, per amore del figlio, comprendendo di non potersi opporre ai gusti ed anche alle fantasie dei giovani. Donna Isabella, chiamandola «mamma», dimostrandole il rispetto che le doveva, pareva scontenta di lei, vergognosa della sua ignoranza e della sua semplicità. Era una cosa tanto sottile, che Matilde quasi incolpavasi di cattiveria, notandola: una specie di condiscendente compatimento verso le opinioni della suocera come per quelle di un bambino o d'un inferiore; una impercettibile esagerazione d'obbedienza, una cert'aria di sacrifizio che pareva volesse ispirare l'altrui compianto, ma che riusciva molto antipatica alla contessa. Per altro, questa era sicura di non dover sopportare troppo a lungo la compagnia di lei. La necessità di sistemare gl'interessi poteva solo trattenere Raimondo in Sicilia, ma forse egli avrebbe affrettata la partenza per fuggire il colera. Già alle prime voci di pestilenza, inquieta per la lontananza del padre e della bambina, ella gli aveva domandato che volesse fare; ma suo marito non si era ancora deciso. L'anno innanzi, in Toscana, udendo le notizie delle stragi di Sicilia, del pazzo terrore che regnava nell'isola, dello scioglimento d'ogni civile consorzio, aveva espresso la propria soddisfazione per essere lontano dalla «selvaggia» terra natale, dove, diceva, non lo avrebbero sicuramente capitato in tempo d'epidemia; pertanto ella era quasi sicura che sarebbero presto passati nel continente, prendendo con loro la bambina per via. Raimondo invece pareva esitante; se la pigliava, sì, con la cattiva stella che lo aveva fatto cogliere dalla pestilenza nella trappola isolana, ma diceva di non potersi mettere in viaggio adesso che il male era scoppiato, anche per riguardo della gravidanza di lei. Frattanto il barone le scriveva da Milazzo di raggiungerlo lassù, poiché il colera veniva dal Mezzogiorno, e di far presto a lasciar Catania, di non dar tempo alla gente spaventata di sbarrar tutte le strade. Così, secondo che le notizie incalzavano, che le lettere del padre le facevano maggior premura, che il pericolo di restar divisa dalla sua bambina diveniva più grave, il cuore di lei si chiudeva, dal terrore, dall'ambascia, quasi ella fosse sul punto di perdere per sempre i suoi cari; allora esortava più caldamente Raimondo a prendere una decisione qualunque, ad andar subito via: «Andiamo via!... Andiamo per adesso a casa mia! Non voglio lasciar sola Teresina... Saremo anche più lontani dal focolaio della peste...» «Ho da chiudermi in un paesuccio di mare, in tempo di colera? Per crepare come un cane? Bisognerebbe che fossi impazzito! Scrivi piuttosto a tuo padre e a tua sorella di portar qui la bambina.» Il barone invece tempestò, di risposta, che per niente avrebbe commesso quella sciocchezza, giacché il colera era alle porte di Catania, e ingiunse alla figlia di non perder tempo e anche di lasciar solo Raimondo se costui rifiutavasi di accompagnarla... Allora ella non seppe più che fare né chi ascoltare, smaniando all'idea di restar divisa dalla figlia e dal padre, non tollerando neppure d'abbandonare Raimondo, poiché non poteva vivere lontana né dall'uno né dagli altri, in quella triste stagione. Il giorno che il duca, fatte le valige, partì per Palermo, ella si vide perduta... Fino all'ultimo momento il principe aveva insistito presso lo zio affinché venisse con lui al Belvedere; il duca aveva continuato a rifiutare, adducendo gli affari che lo chiamavano alla capitale, la maggior sicurezza che c'era lì. «Non pensate a me,» disse ai nipoti; «io non correrò pericolo, mettetevi piuttosto in sicuro voialtri...» «Vostra Eccellenza stia tranquillo anche per me; ho tutto pronto per andar via al primo allarme,» rispose Giacomo. Rivolto al fratello, al quale aveva già fatto un primo invito, ripeté, in presenza di Matilde: «Se volete venire anche voi, mi farete piacere.» Raimondo non rispose. Voleva dunque davvero restar diviso da sua figlia? Poteva così tranquillamente viverne lontano, nei terribili giorni che si preparavano? Matilde piangeva, scongiurandolo di non far questa cosa; egli le rispose, seccato: «Non so ancora ciò che farò. A Milazzo non vado di sicuro.» «Lasceremo dunque sola quella creatura? Se impediranno il transito, se non potremo più vederla?» «Prima di tutto tua figlia non è abbandonata in mezzo a una via, ma sta col nonno e la zia. Poi se quella testa dura di tuo padre m'avesse ascoltato, a quest'ora l'avrebbe portata qui, e saremmo pronti ad andarcene tutti insieme al Belvedere, dove non c'è neppure l'ombra del pericolo... Insomma a Milazzo non vengo; già si parla di casi sospetti a Messina. Vattene sola, se vuoi.» E tutti gli Uzeda, quasi godendo dell'ambascia di lei, quasi per non lasciarla scappare dalle loro unghie, approvavano, dicevano che oramai ciascuno doveva restar dov'era. E suo padre la rimproverava acremente di ostinazione e d'egoismo, mentre ella credeva d'impazzire, sognando tutte le notti sogni spaventosi di lente agonie, di separazioni senza ritorno, di spietate torture; piangendo come morta la sua bambina, l'altra creatura che s'agitava nelle sue viscere; vedendo suo padre e Raimondo avventarsi l'uno contro l'altro... E un giorno terribile come una notte d'incubo il principe venne a dire che il primo caso s'era manifestato in città, che le strade si chiudevano, che bisognava subito partire pel Belvedere, dove anche i Fersa sarebbero venuti...

La villa Francalanza, al Belvedere, era tuttavia nello stato in cui trovavasi tre mesi addietro, al momento della morte della principessa. Là si riunirono, con la rispettiva servitù, la famiglia del principe ed i suoi ospiti, cioè Chiara e il marchese, donna Ferdinanda, il cavaliere don Eugenio, Raimondo e sua moglie. Ferdinando non aveva voluto sentirne di lasciar le Ghiande: c'era rimasto pel colera dell'altr'anno, voleva restarci anche per quest'altro, dichiarando che nessun luogo offriva maggiori garanzie d'immunità. Don Blasco e il Priore don Lodovico erano già scappati, con tutti i monaci di San Nicola, a Nicolosi. La villa degli Uzeda era tanto grande da capire un reggimento di soldati, non che gl'invitati del principe; ma come il palazzo in città, a furia di modificazioni e di successivi riadattamenti, pareva composta di parecchie fette di fabbriche accozzate a casaccio: non c'erano due finestre dello stesso disegno né due facciate dello stesso colore; la distribuzione interna pareva l'opera d'un pazzo, tante volte era stata mutata. Altrettanto avevano fatto dell'annesso podere. Un tempo, sotto il principe Giacomo XIII, questo era quasi tutto un giardino veramente signorile; amante dei fiori, il principe aveva sostenuto per essi una delle tante spese folli che erano state causa della sua rovina: aveva fatto scavare un pozzo per trovare l'acqua, a traverso le secolari lave del Mongibello, fino alla profondità di cento canne; lavoro tutto di braccia, di colpi di piccone, durato qualcosa come tre anni. Trovata finalmente l'acqua, che un bindolo tirava su, egli giudicò che la coltura della vigna poteva vantaggiosamente esser sostituita da quella degli agrumi: quindi sradicò, in quel tratto del podere non ancora trasformato in giardino, tutte quante le viti per piantare aranci e limoni. Così le spese sostenute da suo nonno per costruire il palmento e la cantina andarono perdute. Ma, venuta donna Teresa, ogni cosa fu messa nuovamente sossopra. I fiori essendo «robe che non si mangia», rose e gelsomini furono divelti, i pilastri ridotti a mattoni, la serra trasformata in istalla pei muli; e il vino avendo maggior prezzo degli agrumi, i bei piedi d'aranci e di limoni, tirati su con tanta fatica, furono sacrificati alle viti. Restò appena quattro palmi di giardino, tra il cancello e la casa, e tanti piedi d'agrumi quanti bastavano a far la limonata d'estate. Così tutte le somme buttate nel pozzo furon buttate nel pozzo davvero. Ora, appena giunto, il principe ricominciava anche qui l'opera innovatrice iniziata al palazzo. Per verità, egli non toccava il podere, giudicando, come la madre, che le rose tisicuzze arrampicate sull'inferriata e sui muri della villa bastassero pel godimento della vista e dell'olfatto, e che i cavoli, le lattughe e le cipolle stessero molto meglio nelle antiche aiuole fiorite: ma, chiamati i manovali, ordinò che buttassero giù muri e dividessero stanze e condannassero porte e forassero nuove finestre. Era d'eccellente umore e trattava benissimo i suoi ospiti; faceva una corte devota alla zia Ferdinanda, usava molte cortesie al fratello ed alle sorelle, al cognato marchese ed alla stessa cognata Matilde; naturalmente, considerata la stagione, nessuno parlava d'affari. Molto più contenta di lui era Lucrezia, poiché i Giulente che in città non avevano casa propria, possedevano una delle più graziose ville del Belvedere, e venuto lassù con la famiglia alle prime voci del colera, Benedetto passava e spassava ad ogni ora del giorno dinanzi al cancello dei Francalanza. Contentone era anche il marchese, e Chiara non capiva nella pelle, poiché i sintomi della gravidanza si confermavano; marito e moglie s'angustiavano soltanto per non poter preparare il corredo del nascituro. La stessa donna Ferdinanda si mostrava più accostabile, addomesticata dall'ospitalità che il principe le accordava, contenta di poter risparmiare la spesa dell'affitto d'un villino, non quella del vitto, perché ciascuno degli ospiti ci stava a suo costo. Ma il più contento di tutti era il principino; mattina e sera nella vigna, nel giardinetto, a zappare, a trasportar terra, a costruire case di creta; poi, quand'era stanco di queste occupazioni, su a cavallo d'un asino o d'una mula a scorrazzare di qua e di là, e se il cameriere, o il fattore o le altre sue guide non lo lasciavano andare dove gli talentava, dava all'uomo le frustate che sarebbero toccate alla bestia. Solamente la vista del padre l'infrenava, perché il principe lo aveva educato a tremare a un'occhiata; ma tutti gli altri parenti lo lasciavano fare. La principessa lo contentava ad un cenno; la zia Ferdinanda contribuiva anche a viziarlo, come erede del principato; ma don Eugenio lo contristava, adesso, peggio che in città con le sue lezioni. Il ragazzo, quando stava attento, comprendeva tutto, però il difficile era appunto che stesse tranquillo. «Studia adesso, se no tuo padre ti metterà in collegio!» ammoniva lo zio; e infatti il principe aveva più d'una volta espresso l'intenzione di mandar via di casa il figliuolo, di metterlo o al collegio Cutelli fondato per educare la nobiltà «all'uso di Spagna», oppure al Noviziato dei Benedettini, dove i giovani che non volevano pronunziare i voti ricevevano un'educazione non meno nobile. Consalvo non voleva andare né all'uno né all'altro posto, e la minaccia era tale che egli si decideva a fare asteggiature e a recitare le declinazioni; in premio, don Eugenio lo conduceva con sé per le campagne di Mompileri, dove, pochi giorni dopo il suo arrivo al Belvedere, aveva cominciato a fare certe gite misteriose. Circa due secoli prima, nel 1669, le lave dell'Etna avevano coperto, da quelle parti, un villaggetto chiamato Massa Annunziata del quale, più tardi, s'eran per caso trovate alcune vestigia. Ora don Eugenio, che dal commercio dei cocci non ricavava molti guadagni, aveva concepito, pensando sempre a un gran colpo capace di arricchirlo, il disegno d'iniziare una serie di scavi come quelli visti ad Ercolano e a Pompei, per discoprire il sepolto paesuccio ed arricchirsi con le monete e gli oggetti che avrebbe sicuramente rinvenuti. Il secreto era necessario, affinché altri non gli portasse via l'idea; perciò, solo o accompagnato dal ragazzo, che andava per conto suo a caccia di lucertole e di farfalle, il cavaliere gironzava nei campi di ginestre e di fichi d'India sotto Mompileri, con antichi libri in mano, orientandosi per mezzo dei campanili di Nicolosi e di Torre del Grifo, studiando la posizione, pigliando misure, a rischio di farsi accoppare come untore dai mulattieri e dai pecorai che lo scorgevano in quelle attitudini sospette. Ma non bastava mantenere il secreto sull'idea; bisognava anche spender molti quattrini per tradurla in atto. Un giorno perciò don Eugenio chiamò il principe in disparte e gli comunicò con gran mistero il suo disegno, chiedendogli di anticipargli le spese degli scavi. «Vostra Eccellenza scherza, o dice davvero? Scavar la montagna, per trovar che cosa? Scodelle dell'altr'ieri e qualche pezzo di rame? Bisognerebbe esser matti!...» Indirettamente, il principe dava del matto a lui stesso con quella risposta che non si sarebbe mai sognato di rivolgere al duca o a donna Ferdinanda. Ma don Eugenio, in famiglia, godeva poca considerazione per le stramberie commesse a Napoli e soprattutto per l'assoluta mancanza di quattrini... Il cavaliere non riparlò più della sua idea. Mutata via, deliberò di scrivere al governo perché facesse gli scavi a spese dell'erario e con la speranza che affidassero a lui la direzione. Il principino respirò liberamente, perché le lezioni furono interrotte: appena finito di desinare, don Eugenio si chiudeva in camera sua, a lavorare alla memoria, e non si vedeva più per tutta la sera, mentre gli altri chiacchieravano o giocavano. A poco a poco una società numerosa s'era venuta raccogliendo in casa del principe: tutti i signori rifugiati al Belvedere, tutti i personaggi ragguardevoli del luogo venivano alla villa Francalanza, dove, con un trattamento d'acqua e anice, il principe si faceva fare la corte. C'era mezza Catania, al Belvedere, e gli Uzeda, che in città erano molto severi, facevano adesso larghe concessioni, atteso il luogo e la stagione, ricevendo gente di minuscola od anche di nessuna nobiltà, tutti coloro che donna Ferdinanda derideva o disprezzava, dei quali storpiava i nomi o ai quali assegnava bislacche armi parlanti: gli Scilocca, che chiamava «Si loca»; i Maurigno che si facevano dare del «cavaliere» e che la zitellona chiamava «cavalieri a piedi»; i Mongiolino che, discendendo da fornaciai arricchiti, dovevano portare nello scudo tegoli e mattoni. Solo i Giulente, di quella casta dubbia, non venivano alla villa, per via del figliuolo; ma il principe, quando incontrava Benedetto, o suo padre, o suo zio, al casino pubblico, rivolgeva loro la parola molto affabilmente; e il giovane, che non aveva interrotto la corrispondenza con Lucrezia, le riferiva tutto contento quelle amabili dimostrazioni. Ma la gioia invece di scemare accresceva l'abituale distrazione della ragazza: ella chiedeva notizie ai vedovi della salute delle mogli defunte, scambiava le persone, non rammentava nulla; una sera fece ridere tutta la società domandando allo speziale del Belvedere che aveva una sorella in convento: «E vostra sorella monaca con chi è maritata?...» Il tema obbligato di tutti i discorsi erano naturalmente le notizie della città dove il colera si diffondeva, lentamente però, senza divampare con la forza spaventosa dell'anno innanzi. Poi ciascuno dava notizie dei parenti e degli amici rifugiati qua e là pel Bosco etneo: la cugina Graziella, che era alla Zafferana, mandava biglietti o ambasciate coi carrettieri quasi tutti i giorni, per sapere come stavano i cugini, e dir loro come stava ella stessa e il marito, e salutarli caramente, e mandar regali di frutta e di vino; la duchessa Radalì Uzeda, dalla Tardaria, non scriveva, perché il duca, nel trambusto dell'improvvisa scappata, era diventato furioso. La pazzia, nel ramo dei Radalì, era una malattia di famiglia; il duca aveva dato nelle prime smanie tre anni innanzi, alla nascita del suo secondo figlio Giovannino. E la duchessa, fin da quel tempo, vistosi cadere sulle spalle il peso della casa, aveva rinunziato al mondo per tener luogo di padre ai figliuoli. Li voleva bene entrambi, ma le sue preferenze erano pel duchino Michele: non contenta dell'istituzione del maiorasco, lavorava a migliorare le proprietà, faceva una vita di economie e di sacrifizi per lasciarlo ancora più ricco. Ella non dava ombra a nessuno degli Uzeda; la stessa donna Ferdinanda, che si credeva la sola testa forte, l'approvava. Al Belvedere, nonostante il colera, la zitellona s'occupava d'affari, appartandosi con gli uomini che se ne intendevano, parlando di mutui, d'ipoteche, di crediti da poter accordare, di fallimenti da temere; e mentre il principe di Roccasciano esponeva alla speculatrice i piani laboriosi coi quali costruiva pazientemente e lentamente l'edifizio della propria fortuna, la principessa sua moglie, di nascosto da lui, si giocava con Raimondo e con altri appassionati delle carte tutto quel che aveva in tasca. Il principe Giacomo vedeva qualche volta giocare senza metter fuori un baiocco, ma il più del tempo discorreva con quelli del paese. Venivano a fargli la corte il medico, lo speziale, i possidenti più grossi, la gente la cui ciera gli andava a verso, perché quanti tra i familiari della madre gli parevano iettatori erano stati da lui messi fuori. Non mancavano il vicario, il canonico, tutte le sottane nere del villaggio. Come in città, la casa Uzeda era qui frequentata da tutto il clero regolare e secolare, per la sua fama di devozione, pel bene sempre fatto alla Chiesa. Il rifiuto del principe di riconoscere il legato alla badìa di San Placido non lo pregiudicava presso i Padri spirituali: in vita era umano che egli cercasse di tener per sé la più parte della roba; così pure aveva fatto sua madre; morendo, avrebbe poi largheggiato con la Chiesa per assicurarsi la salute dell'anima. Come capo della casa, egli aveva del resto la facoltà di nominare i sacerdoti celebranti in tutte le cappellanie e benefizi fondati dai suoi antenati; lì al Belvedere, specialmente, ce n'era uno molto pingue, quello del Sacro Lume. Un Silvio Uzeda, dolce di sale, vissuto un secolo e mezzo addietro, era stato sempre attorniato da preti e frati: i monaci del convento di Santa Maria del Sacro Lume l'avevano persuaso che la Madonna voleva sposarsi con lui. Ed egli non era entrato nei panni, dal contento. La tradizione narrava che avevano compito la cerimonia con tutte le formalità: lo sposo, dopo essersi confessato e comunicato, era stato condotto, in abito di gala, dinanzi alla statua di Maria Santissima, e il sacerdote gli aveva regolarmente domandato se era contento di sposarla. «Sì!...» aveva risposto l'Uzeda; poi la stessa domanda era stata fatta alla Regina del cielo; e per bocca del guardiano del convento, anche Ella aveva risposto sì. Poi s'erano scambiati gli anelli: la statua portava ancora al dito quello dello sposo, il quale aveva naturalmente lasciato alla consorte tutti i suoi beni. Una lunga lite ne era seguita, non avendo voluto gli eredi naturali riconoscere il testamento del matto; finalmente, per via di transazione, s'era istituita nel convento, con metà dei beni, una cappellania laicale, sulla quale gli Uzeda avevano esercitato il giuspatronato. Così tutti i monaci venivano la sera a fare la corte al principe, discutevano con lui gli affari del monastero. Tra tutta quella gente egli papeggiava, sputava tondo, ascoltato come un Dio; dimenticava il resto della società, le signore e le signorine che giocavano a tombola, o a spiegar sciarade, o combinavano escursioni per la montagna, e passavano il tempo così allegramente che, senza le notizie del colera e i paesani armati per tener lontani i tardi fuggiaschi, nessuno avrebbe pensato che quelli fossero tempi di pestilenza. Solo la contessa Matilde, fra le comuni distrazioni, non riusciva a nascondere il proprio dolore. Ella era venuta via dalla città quasi fuori di sentimento, tanto forte era stata la prova a cui l'avevano messa. Con l'animo pieno di spavento e di rimorso, sul punto di partire per la campagna, aveva riconosciuto che la pena meno sopportabile non le veniva più dalla lontananza della sua bambina, ma dal tradimento di Raimondo. Come poteva più metterlo in dubbio? La verità non le si era improvvisamente svelata, all'annunzio che egli andava al Belvedere, dove andava la Fersa? Perché mai, tanto insofferente di vivere in Sicilia, s'era rifiutato a partire pel continente, se non perché voleva restare vicino a colei? E aveva finto di non sapersi decidere, per aspettare che si decidesse quell'altra; ed aveva mendicato pretesti, e accusato il suocero, e così bene temporeggiato che allo scoppio della pestilenza aveva fatto a modo suo!... Né in quelle finzioni, in quelle menzogne, ella vedeva più la conferma dei brutti lati del suo carattere; esse non l'accoravano perché egli ne era stato capace: solo il pensiero che le aveva adoperate per amor di quell'altra era il suo cruccio. Che non amasse la figlia, che fosse ingiusto verso il suocero e prepotente, capriccioso, sgraziato, non le faceva nulla: ella non voleva che fosse d'altri! A Firenze, la gelosia di lei non aveva avuto oggetto determinato, o aveva continuamente mutato d'oggetto, poiché egli faceva la corte a quante donne vedeva; ella stessa poi s'era fino ad un certo punto assicurata, giacché, galante a parole con le signore, la mutabilità e l'impazienza dei suoi desideri gli facevano preferire quell'altre, le donne che si pagano... Che vergognoso dolore era stato il suo nel vedersi ridotta al punto di doversene rallegrare! Eppure, ella invidiava ora le sofferenze passate, giudicando intollerabile l'idea di saperlo così pieno d'un'altra da abbandonar la figlia in quei terribili giorni per starle vicino! Poi il suo cruccio cresceva, misurando la rapidità con la quale egli progrediva nella via del tradimento. A Firenze aveva messo un certo pudore nelle sue tresche; s'era quasi studiato, a momenti, di farsele perdonare, tornando ad ora ad ora buono con lei; adesso sfrenavasi fino a costringerla d'essere spettatrice dell'infamia. Questo, soprattutto, la feriva: che potessero essere così tristi da darsi un simile convegno, sotto gli occhi di lei, mentre i cuori umani tremavano al pensiero della morte!... Che giorno, quello della fuga al Belvedere, per le vie arroventate dal sole, in mezzo a nugoli di polvere calda e soffocante! Ella era nella stessa carrozza con Chiara, Lucrezia e il marchese, e la vista delle cure che questi prodigava alla moglie faceva più acuto il suo dolore. Raimondo non s'era voluto metter con lei, l'aveva lasciata sola in quella corsa pei villaggi dove gente armata fermava ogni persona ed ogni veicolo, contrastando il passo; ma comprendeva ella nulla di tutto questo? Vedeva nulla sul suo cammino? Ella vedeva, con gli occhi della mente, Raimondo sorridente e felice a fianco di quella donna, come l'aveva visto in realtà tante volte senza che la sua nativa fiducia la insospettisse! Ora però tutte le cose che non aveva saputo spiegare acquistavano un senso evidente: le lunghe uscite di Raimondo, le sue attese impazienti, il piacere che gli si leggeva negli occhi appena entrava colei, lo stesso misterioso istinto di repulsione che quella donna le aveva ispirato fin dal primo momento... Come doveva esser falsa e malvagia, se le dava il tenero nome d'amica e l'abbracciava e la baciava mentre le portava via il marito? Egli stesso non era falso altrettanto? Quante menzogne! Aveva anch'addotto la gravidanza di lei per non lasciar la Sicilia, e non s'accorgeva d'attentare in quel modo alla vita della creatura che ella portava in grembo!... Che giorno terribile! Nella carrozza scottante come un forno, al cui sportello s'affacciavano visi sospettosi di contadini brutali, piena del nauseante odore della canfora che Chiara e Lucrezia tenevavano alle narici contro la mefite, ella sentiva mancarsi il respiro. Non sapeva dov'era, dove andava; voleva gridare al cocchiere, alle compagne di viaggio: «Tornate indietro!... Non voglio venire!»; affrontar suo marito, buttargli in faccia il tradimento, scongiurarlo di non condurla vicino a quella donna, di non farla morire, di salvare la creatura che s'agitava nelle sue viscere, di ridar la pace al suo cuore, l'aria al suo petto. Aveva perduto i sensi, infatti, prima d'arrivare al Belvedere, non rammentava più come e quando fosse entrata alla villa... Lì era cominciata per lei una vita di trepidazione continua. Ad ogni istante aveva creduto di vedersi comparire dinanzi la Fersa: tutte le volte che Raimondo era andato fuori, aveva pensato: «Adesso è con lei...» e il non vederla, il non udirne parlare, accresceva il suo spavento, lo rendeva più oscuro, le procurava non sapeva ella stessa quali orribili sospetti di cospirazioni ordite da tutti a suo danno. Aveva trovato, sì, la forza incredibile di nascondere i suoi sentimenti per non insospettire il marito, per non dare buon giuoco ai nemici; ma il silenzio imposto a se stessa, rendendo più acuto il suo tormento, le aveva tolto il mezzo di saper nulla. Perché nessuno nominava quella donna? Perché non veniva alla villa, con tutti gli altri visitatori del principe? Dov'era andata a star di casa?... E intenta a vagliare le mille supposizioni paurose che l'inquieta fantasia le suggeriva, ella dimenticava il colera, quasi non pensava alla figlia lontana, quasi non s'accorgeva del silenzio di suo padre. Questi doveva volergliene, credere che avesse abbandonato la bambina per smania di divertirsi al Belvedere! Non le era accaduto sempre così, che tutto quanto aveva fatto contro voglia per obbedire agli altri, le era poi stato addebitato, da tutti, come capriccio e come colpa? Non era ella una di quelle creature disgraziate che non riuscivano a nulla di bene, destinate a spiacere ad ognuno? Però non piangeva: non pianse neppure quando, invece del padre, le scrisse la sorella Carlotta, per dirle che Teresina stava bene e che erano tutti al sicuro. Non pianse, ma si sentì vinta da una cupa tristezza che non riuscì a nascondere. Raimondo stesso se ne accorse; le domandò: «Che scrive tua sorella?» «Nulla... che stanno tutti bene, che non corrono pericolo...» «Hai visto?... Quando io ti dicevo?...» e le voltò le spalle. Erano passate due settimane dal loro arrivo e ancora non aveva udito parlare della Fersa. La sera di quel giorno, appena cominciò a venir gente, ella andò a chiudersi nella sua camera. Stava male, non solo di spirito, ma anche fisicamente; la lunga agitazione travagliava alla fine anche il suo corpo. Era da un pezzo buttata sul letto, con gli occhi e la mente fissi nelle tristi visioni del passato, nelle paurose previsioni dell'avvenire, quando fu picchiato all'uscio. «Cognata?...» era la voce del principe. «Che fate? Perché non venite giù? C'è molta gente, stasera... si giuoca...» Ella levossi, s'acconciò con mano tremante i capelli scomposti e discese. Certo, quell'altra era finalmente venuta! Certissimamente Raimondo le stava al fianco! La chiamavano per farla assistere a quello spettacolo e per goderne!... Guardò rapidamente nel salone zeppo: non c'era. Però, aveva appena preso posto accanto alle cognate, che la udì nominare: qualcuno diceva: «...la villetta affittata a donna Isabella...» «Un guscio di noce!» rispose un altro. «I Mongiolino ci stanno come le acciughe in un barile.» Ella non comprendeva. «Ma i Fersa dove se ne sono andati?» Era proprio Raimondo che faceva questa domanda? Non sapeva dunque dov'era colei? «Nella campagna di Leonforte; donna Mara ha preferito....» Ella comprese a un tratto; la gola le si strinse convulsamente. Andata via senza dir nulla, traversò la casa con gli occhi gonfi e il cuore tumultuante; giunta nella sua camera, cadde ai piedi dell'imagine della Vergine, scoppiando in pianto dirotto; pianto di gioia, di gratitudine di rimorso anche: poiché ella aveva sospettato degli innocenti... Le parve di tornare da morte a vita; coi sospetti, cessarono i dolori dell'anima e quelli del corpo; partecipò alla vita della famiglia, assaporò finalmente la dolcezza del riposo. Anche le notizie del colera non le davano timore pei cari lontani; dopo le stragi dell'anno innanzi la pestilenza pareva non trovasse più dove apprendersi, serpeggiava qua e là senza forza. Alla villa Francalanza continuava la vita allegra; tutte le sere conversazione e giuoco. Raimondo era adesso il più assiduo alla tavola verde; quand'egli prendeva le carte, le poste aumentavano, il rischio cresceva. Molti s'alzavano, intendendo svagarsi e non lasciarvi la borsa; la principessa di Roccasciano, invece, non chiedeva di meglio, molte volte restava sola col conte a far la bazzica da dodici tarì. Si nascondeva dal marito, il quale, come tutti i parsimoniosi, biasimava ogni specie di giuoco: amici compiacenti stavano alle vedette per farle un segno appena egli s'avvicinava; allora ella e il suo complice facevano sparire i gettoni, interrompevano la partita e si lasciavano sorprendere intenti a una scopa innocente. Raimondo ci si spassava, incitava la principessa al giuoco forte, la tirava in una stanza fuori mano dove restavano più a lungo a contendersi i quattrini, mettendo poi in mezzo, con l'aiuto di tutta la società, il principe sospettoso. Matilde, sorridendo anche lei di quelle scene da commedia, giudicava tuttavia che suo marito facesse male a fomentare così il vizio della principessa; ma non le bastava il cuore di rimproverarlo, tanto la rinata fiducia la faceva indulgente. Purché egli non la tradisse, che le importava del resto? Tra le signore che venivano alla villa, Raimondo pareva non apprezzarne alcuna; stava poco in loro compagnia, si dava tutto al giuoco: il giorno al casino, la sera in casa. Non che biasimarlo, pertanto, ella avrebbe quasi voluto spingerlo in quella via che lo distoglieva da un'altra infinitamente più dolorosa. Il cuor suo lo avrebbe voluto senza nessun vizio, solo amante di lei, della famiglia, della casa; ma lo prendeva com'era, anzi come lo avevano fatto, giacché ella addebitava quel che trovava in lui di men bello alla soverchia indulgenza, al cieco amore della madre. Lontano dalle carte, Raimondo s'annoiava. Se non poteva combinare una buona partita, smaniava contro la noia di quel villaggio, contro la conversazione dei villani, contro gli stupidi divertimenti della tombola e delle gite sugli asini. Ella poteva dirgli: «Con chi te ne lagni? Non volesti venirci tu stesso?» Però taceva, affinché egli non prendesse quelle parole come un rimprovero. Invece, vedendolo di cattivo umore, gli domandava dolcemente che avesse. «Ho che mi secco, non lo sai?» le rispondeva. «Che vuoi farci!... Quando il colera cesserà torneremo a Firenze... Perché non vai al casino?» Egli non se lo faceva ripetere. A poco a poco, il giuoco diveniva indiavolato; nel giro di poche ore facevano differenze di centinaia d'onze. Nessuno, in casa, diceva nulla a Raimondo; il principe, già più alla mano con tutti, pareva studiarsi di non pesare per nulla sul fratello. Un giorno questi, poiché da Milazzo, per via del colera, tardavano a mandargli denari, gli chiese, in conto delle rendite ereditate, qualche centinaio d'onze: il principe mise la propria cassa a sua disposizione; egli tornò ad attingervi a più riprese. Naturalmente, se il colera non finiva, non si poteva far nulla per la sistemazione dell'eredità; nondimeno, il principe ne parlava adesso direttamente al coerede, gli comunicava i propri disegni. Avevano dato a intendere ai legatari che erano stati trattati male dalla madre, ma la dimostrazione del contrario sarebbe stata facile e pronta. Già, né Ferdinando né Chiara davano ascolto ai sobillatori; la stessa Lucrezia si sarebbe subito convinta del proprio torto. Quindi, per amore della pace, per mettere in chiaro ogni cosa, quantunque avessero ancora tanto tempo a pagar le sorelle, non era meglio togliersi al più presto quel peso di su le spalle? Avrebbero fatto un poco di economia per raccogliere le sedicimila onze occorrenti, giacché se Lucrezia doveva averne diecimila, a Chiara ne toccavano soltanto sei, dovendosi sottrarre le quattro da lei «avute» nel maritarsi. Prima, però, bisognava pagare i creditori, metter tutto in pulito. Frattanto, per guadagnar tempo, potevano intendersi loro due, circa la divisione. E a nessuno di quei ragionamenti del fratello, Raimondo trovava nulla da obiettare. «Va bene, va bene,» era la sua risposta. In mezzo a questa pace, piombò un bel giorno don Blasco da Nicolosi, a cavallo a un gigantesco asino della Pantelleria. Scappato con tutto il convento, il monaco non aveva messo fuori neppure il naso, nelle prime settimane, per paura di prendere il colera con l'aria che respirava; ma visto che per la campagna prosperavano uomini e bestie, rassicuratosi sul pericolo del contagio, udito finalmente che al Belvedere facevano baldoria, non stette più alle mosse. Arrivò lì, fra colazione e desinare, annunziandosi con grandi vociate perché nessuno gli apriva il cancello; visto poi il principino che gli veniva incontro con una bacchetta in mano la quale spaventava la cavalcatura, gridò al ragazzo, come se volesse mangiarselo: «Vuoi star fermo, che il diavolo ti porti?» e entrò finalmente nella villa esclamando: «Non c'è nessuno, qui dentro?... Che stillate?...» Al principe che voleva baciargli la mano, spiattellò: «Lascia stare queste smorfie...» e senza salutar nessuno, lo prese pel bottone dell'abito, lo trasse in disparte e gli domandò a bruciapelo: «È vero che tuo fratello si giuoca la camicia che ha indosso? Com'è che puoi permettere una cosa simile?» «Vostra Eccellenza non conosce Raimondo?» rispose il principe, stringendosi nelle spalle. «Chi può dirgli nulla? Provi Vostra Eccellenza a dissuaderlo...» «Io? Ah, io? A me importa un mazzo di cavoli di lui e degli altri! Questo è il frutto dell'educazione che gli hanno data! E quell'altra buona a nulla di sua moglie? Tutto il giorno a grattarsi la pancia piena? E tua sorella? E quei pazzi? E tuo figlio?...» Non risparmiò nessuno: i discorsi di Chiara e del marchese relativi al corredo del nascituro gli fecero montare la mosca al naso, le notizie dei Giulente lo imbestialirono; ma quel che gli fece perdere il lume degli occhi fu la lettura del Giornale di Catania portato dal principe di Roccasciano nel pomeriggio, quando cominciarono a venire le prime visite. Subito dopo il bollettino del colera si leggeva in quel foglio: «La generosità dei nostri cospicui patrizi non poteva mancare, in tempi tanto calamitosi, di venire in soccorso della sventura. L'Illustrissimo don Gaspare Uzeda duca d'Oragua, benché lontano dai suoi concittadini, pure ha fatto tenere al nostro Senato la somma di ducati cento da distribuirsi in soccorso dei più bisognosi...» Cento ducati buttati via, per soccorrere i bisognosi? Dite piuttosto per fregola di popolarità! Cento ducati buttati a mare, quasi che quella bestia avesse molto da scialare? A furia di largizioni un bel giorno avrebbe battuto il... capo sul lastrone, come meritava la sua sciocchezza: bestia, bestione, tre volte bestionaccio!... Il monaco era talmente fuori della grazia di Dio, che quando Roccasciano gli chiese notizie di suo nipote don Lodovico, si voltò come una furia: «Di che nipote m'andate nipotando?... Non li conosco!... Li rinnego tutti quanti!...» E preso anche quest'altro pel bottone della giacca, gli gridò all'orecchio: «Vedete un po' quel che fanno?... Non sono tre mesi che han perduta la madre, e intanto se la spassano, senza un riguardo al mondo!...» Qualche giorno dopo ci fu la visita del Priore. Arrivò in carrozza, riposato e sereno: salutò ed abbracciò tutti, volle entrare nella camera dov'era spirata la principessa, parlò della pestilenza attribuendola al corruccio del Signore per le nequizie dei tempi. Tutti lagnavansi dell'ostinata siccità, perché in tre mesi di torrida estate non era caduta una goccia d'acqua: egli riferì d'aver disposto un triduo, a Nicolosi, e una processione per impetrare la pioggia; altrettanto consigliò che facessero al Belvedere. «Non bisogna stancarsi di pregare l'Altissimo. Solo la preghiera e la penitenza potranno indurre la Divina Clemenza a perdonare i peccatori.» Poi annunziò che la cugina Radalì gli aveva scritto per avvertirlo che, appena cessato il colera, voleva mettere il secondogenito Giovannino al Noviziato: provvedimento lodevole poiché, col marito in quello stato, la povera duchessa non poteva badare all'educazione di entrambi i figliuoli. Il principe disse che anch'egli forse avrebbe fatto altrettanto per Consalvo. La principessa chinò gli sguardi a terra, non osando replicare, ma non potendo soffrire di esser divisa dal suo bambino. Così zio e nipote tornarono a venire, soli, in giorni diversi, incapaci di stare insieme, come cani e gatti. Però tutti riconoscevano che la colpa era di don Blasco: don Lodovico, con la sua natura veramente angelica, non avrebbe chiesto di meglio che far la pace; quell'altro invece non gli perdonava ancora l'assunzione al priorato. Comunque, la scissura era dispiacevole: gli amici di casa, i frequentatori del convento ne parlavano con dolore. Non ne parlava affatto fra' Carmelo, il quale venne anch'egli a far visita alla principessa ed a portarle le prime nocciuole e le prime castagne. Non voleva parlare della nimistà tra zio e nipote per amore della buona fama del convento, per rispetto ai Padri che, a suo giudizio, erano tutti buoni e bravi egualmente; ma in modo particolare per la venerazione che portava ai due Uzeda. Quei suoi sentimenti comprendevano tutta la parentela. Quando la principessa, in cambio della frutta che egli recava, gli faceva apprestare uno spuntino, il frate, sparecchiando rapidamente, esaltava la nobile casata, casata di signoroni come ce n'eran pochi. E la principessa gli voleva bene pel bene che egli dimostrava al piccolo Consalvo, per le carezze che gli faceva, per gli speciali regalucci che gli portava, singolarmente perché, narrandogli il Noviziato degli zii don Lodovico e don Blasco, gli diceva: «Ce n'è stati tanti degli Uzeda, a San Nicola! Ma Vostra Eccellenza non l'avremo! Vostra Eccellenza è figliuolo unico, e non lo metteranno certamente al monastero!...» Tutti i parenti, invece, tranne Chiara, che se avesse avuto un figliuolo se lo sarebbe cucito alla gonna, erano dell'opinione del principe, che per l'educazione e l'istruzione del ragazzo convenisse mandarlo fuori di casa. Don Blasco specialmente, alle monellate del pronipote, all'indulgenza della principessa, vociava: «Ma come cresce, cotesto squassaforche!... Che educazione è questa qui!...» Donna Ferdinanda, quantunque giudicasse soverchia ogni istruzione, pure riconosceva anche lei che mettere il ragazzo in un nobile istituto sarebbe stato secondo le tradizioni della casa: tanto il collegio Cutelli quanto il Noviziato benedettino avevano visto molti di quegli antenati di cui ella leggeva e spiegava al nipotino la storia. Quando Consalvo era stanco di molestare le persone e le bestie, se ne veniva infatti dalla zitellona e le diceva: «Zia, vediamo gli stemmi?» Gli stemmi erano l'opera del Mugnòs, illustrata con le armi delle famiglie di cui il testo ragionava; e donna Ferdinanda passava intere giornate leggendola e commentandola al nipotino. Gli aveva già fatto un piccolo corso di grammatica araldica, spiegandogli che cosa volesse dire scudo partito e diviso, inquartato e soprattutto; mettendo il dito adunco sul rame che rappresentava quello di casa Uzeda gliene faceva ogni volta la descrizione perché la mandasse a memoria: «Inquartato, al primo e al quarto partito, d'oro all'aquila nera, linguata e armata di rosso, e fusato d'azzurro e d'argento; al secondo e al terzo diviso, d'azzurro alla cometa d'argento e di nero al capriolo d'oro; sopra il tutto d'oro con quattro pali rossi che è d'Aragona; lo scudo contornato da sei bandiere d'alleanza.» Poi gliene spiegava la formazione: la cometa voleva dire chiarezza di fama e di gloria; il capriolo rappresentava gli sproni del cavaliere. Lo stemma piccolo in mezzo al grande era quello dei Re aragonesi; gli Uzeda lo avevano ottenuto a poco a poco, non tutto in una volta: il primo palo al tempo di don Blasco II. «Seruendo egli,» la zitellona leggeva nel suo testo, «all'inuitto Re don Giaime nella gverra ch'hebbe col conte Vguetto di Narbona e coi Mori nell'acquifto di Maiorca, non n'hebbe remvneratione uervna, perilche ritiratofi dal Real feruiggio fenne andò coi fvoi al fuo Stato, et iui uedendo che il Re mandaua vna groffa fomma di denari alla Reina, con dvcento caualieri fvoi uaffalli in un celato paffo fi pvofe, et agvatando i real carriaggi gli tolse i denari e quanto di fopra portauano, mandando a dire al Re ch'era lvi obbligato di pagar prima i feruiggi perfonali, e doppo fodiffar gli appetiti della Reina: ma fdegnatofi di qvefte attioni il Re moffe contra di Blafco graue gverra, che per l'interpofitione di molti baroni piaceuolmente fi disftaccò, et ottenne la baronia di Almeira nonché poteftà di poter imporre alle fve Arme vn palo roffo d'Aragona.» La zitellona gongolava, leggendo quella storia, e dopo averla letta la ripeteva al nipotino con linguaggio meno fiorito perché egli ne intendesse meglio il senso: «Bel Re, quello, eh? che si faceva servire dai suoi baroni e poi non voleva dar loro niente! Ma la pensata di don Blasco Uzeda non fu più bella? "Ah, non date niente a me che ho combattuto per voi, e pensate invece a mandar regali alla Regina? Aspettate che vi accomodo io!..."» La sua voce tremava di commozione nel ripetere la storia della rapina, e i suoi occhi furaci come quelli dell'antenato s'infiammavano della secolare cupidigia della vecchia razza spagnuola, dei Viceré che avevano spogliato la Sicilia. «E gli altri pali?» domandava il principino, che pendeva dalle labbra della zia meglio che se gli raccontasse le fiabe di Betta Pelosa e della Mamma Draga. La zitellona sfogliava rapidamente il libro e piombava sul passaggio cercato. «A cagion di ciò auuenne ch'il predetto Gonzalo de Vzeda, effendo eccellente cacciatore, fv inuitato dal Re Carlo di andare a caccia nei bofchi fvoi, il qvale inuito fv dal Gonzalo accettato, e mentre ognvno fi procacciaua e'l Re medefmo di fegvire i Daini, Cinghiali, e Lepri, andò folo il Re appreffo vn groffo cinghiale, il quale aftvtamente fi trattenne nel corfo, ma perché il cauallo del Re fvriofamente di fopra gli correua, nel paffar impedito da quello, cafcò con tvtto il Re in vn fafcio per terra, il qvale reftò con vna gamba di fotto di cauallo, uedendo ciò il cinghiale, f'auuentò fopra il Re per vcciderlo, il qvale per non hauerfi potvto difbrigare fi difendeua folamente con vn pvgnale, e ne reftaua fenz'altro morto fi non che auuedvtofi da lvnge Gonzalo del pericolo del fuo Re, corfe per soccorrerlo, et al primo incontro vccife il cinghiale, e scendendo poi da cauallo, l'aivtò poi a forgere e'l fè montar fopra il fuo cauallo, e tvtta via il Re ringratiandolo e lodandolo il chiamò: "Bon figlio!" perilche fvrono poi fempre i fignori di Vzeda chiamati dai Regi Siciliani col titolo di confangvinei, e portarono fovra l'arme l'Arme Regia di Aragona con tutti i fuoi poteri, come in effetto al prefente fpiegano, dicendo anche il cronista madrileno: "Los feruicios de los Vzedas fveron tantos, y tan buenos que por merced de los Reyes de Aragona hazian la mefmas armas que ellos..."» Chi poteva più arrestare donna Ferdinanda, una volta cominciato? Ella non aveva un uditore più attento del ragazzo, gli voleva bene appunto per questo, giacché gli altri parenti le prestavano un orecchio distratto, badavano alle loro «sciocchezze», o lavoravano ad offuscar lo splendore della casa, come quel volpone del duca amoreggiante coi repubblicani, come quella pazza da legare di Lucrezia che non voleva smetterla d'aspettare al balcone il passaggio del Giulente!... Solo fra tutti don Eugenio, quando non lavorava alla memoria per disseppellire la nuova Pompei, assisteva alla lettura del Mugnòs, citava altri storici della famiglia. Allora fratello e sorella passavano a rassegna il lungo ordine di avi, recitavano la cronaca delle loro gesta, il secolare sforzo per afferrare e mantener la fortuna; i tradimenti, le ribellioni, le prepotenze, le liti continue che gli scrittori narravano velatamente, e che essi magnificavano. Artale di Uzeda, «giornalmente dal suo castello con i suoi armigeri uscendo, signoreggiava tutto il paese»; Giacomo, vissuto al tempo del Re Lodovico, «dominò Nicosia e ne fu alla perfine rimosso per i molti dazi che impose»; don Ferrante, «cognominato Sconza, che nel siculo idioma suona il medesimo che Guasta», perdé tutti i suoi feudi, «mercé l'inobbedienza che usò col suo Re; ne ottenne quindi il perdono, ma non per questo dimorò nella fedeltà, poiché per sue cagioni si discostò di bel nuovo della Regia obbedienza, e preso e condannato a morte ebbe per Grazia Sovrana salva la testa», don Filippo fu celebrato «pel valore che mostrò in favor del suo Re don Ferdinando contro al Re di Portogallo, di maniera, ch'essendo bandito della Corte per cagion d'omicidio, fu liberato e venne in Grazia del suo Re»; Giacomo V «perché aveva venduto suoi feudi a Errico di Chiaramonte, pretese poi ricuperargli dal poter di quello, e gli tentò lite»; Don Livio «si delettò di vendicarsi acerbamente degli oltraggi che gli furono fatti»; ecc. ecc. Questi erano, per donna Ferdinanda, atti di valore e prove d'accortezza. Né gli Uzeda avevano litigato coi sovrani e coi rivali soltanto, ma anche tra loro stessi: don Giuseppe, nel 1684, «si casò con donna Aldonza Alcarosso, colla quale procreò a don Giovanni e a don Errico, che per la morte dei loro padri innanzi l'avo pretesero succedergli negli Stati di quello e litigarono lungo numero d'anni innanzi la Regia Corte»; don Paolo ebbe «lunghe e criminose contese con suo padregno»; Consalvo, conte della Venerata «per la morte del padre fu spogliato dal suo zio, e per aver repudiato l'infertile moglie combatté alcuni anni con suo cognato»; Giacomo VI «cognominato Sciarra, che Rissa nel tosco idioma diremmo, non puoche differenze ebbe col padre». Consalvo III, «cognominato Testa di San Giovanni Battista, dolorò la fellonia dei figli che seguirono Federico conte di Luna, bastardo del Re Martino»; ma il più terribile di tutti fu il primo Viceré, il grande Lopez Ximenes, «che perdette l'animo dei suoi soggetti, per i vizi d'un figliuol naturale molto prepotente e di sciolti costumi: onde il padre, avendolo trovato reo et incorreggibile, con somma severità lo condannò a morte, sentenzia che si sarebbe eseguita, se il Re don Ferdinando, che ritrovavasi in Sicilia, non avesse ordinato che non si effettuisse...» Don Eugenio, di tanto in tanto, per edificazione del ragazzo, giudicava conveniente fare qualche dissertazione morale; donna Ferdinanda invece lodava tutto, ammirava tutto. Col tempo, con l'esercizio del potere, la razza battagliera erasi infiacchita: il secondo Viceré, sfidato a duello da un barone ribelle, «non puose prudentemente orecchio all'invito che questo sconsigliato giovane avevagli fatto»; la condotta dell'imbelle antenato, per la zitellona, era altrettanto lodevole quanto quella degli altri che avevano attaccato lite con tutti per niente. Ed a proposito di duelli, dove lasciare il famoso decreto di Lopez Ximenes? «Aveva mandato bandi sopra bandi,» narrava la zitellona al nipotino, «per proibire le sfide; ma a chi diceva, al muro? Non gli davano retta! Ah, no? Allora fece una pensata; aspettò il primo duello, che fu tra Arrigo Ventimiglia conte di Geraci e Pietro Cardona conte di Golisano, e confiscò tutti i loro beni: glieli tolse, hai capito?» «E chi se li prese?» «Tornavano al Re,» spiegò don Eugenio; «ma poi la faccenda s'accomodò: Ventimiglia se ne andò fuori Regno, e Cardona regalò al Viceré il suo castello della Roccella, per ottener perdono...» A furia di simili pensate, il Viceré venne però in uggia a tutto il mondo, tanto che il Parlamento mandò deputazioni in Spagna perché il sovrano lo rimovesse dal posto: opera dei baroni invidiosi e birbanti a giudizio della zitellona -, ma lui più fino di loro, che fece? Offrì al Re un dono di trentamila scudi, e così restò al suo posto; per poco, però. Era naturale che non lo potessero soffrire, giacché nessun altro aveva tanta potenza, tanta ricchezza e tanta nobiltà. C'erano stati prima molti altri governatori della Sicilia che tenevano il luogo del Re, ma si chiamavano Presidenti del Regno, o Viceré non proprietari, e dovevano consultare Sua Maestà prima di eleggere qualcuno alle cariche di Mastro Giustiziere, d'Ammiraglio, di Gran Siniscalco, ecc.; e non potevano dare feudi o burgensatici che oltrepassassero la rendita di onze duecento castigliane, né somme di denaro superiori a duemila fiorini di Firenze; era loro egualmente proibito di nominare i castellani di Palermo, Catania, Mozia, Malta, ecc., ecc., mentre l'Uzeda esercitava lo stesso preciso potere del Re, potendo, come diceva il rescritto: «emanar leggi durature a suo piacere, condonare la pena di morte, conferire dignità, far tutto ciò che avrebbe fatto lo stesso Re, esercitare tutti gli atti riserbati alla suprema regalìa ed alla regia dignità, ancorché avessero ricercato un mandato SPECIALE O SPECIALISSIMO...» Chi poteva dunque star loro a fronte? Che avevano da invidiare alle famiglie più nobili di Napoli e di Spagna? Si gloriavano perfino d'una santa in cielo: la Beata Ximena. Era vissuta tre secoli e mezzo addietro; maritata dal padre, per forza, al conte Guagliardetto, terribile nemico di Dio e degli uomini, aveva ottenuto la conversione del colpevole e compiuto grandi miracoli in vita e dopo morte: il suo corpo, portentosamente salvato dalla corruzione, conservavasi in una cappella della chiesa dei Cappuccini!... E come, sfogliando il volume per vedere gli altri stemmi, quelli dei Radalì, dei Torriani, il ragazzo domandava alla zia perché non c'era quello della zia Palmi, la zitellona rispondeva, secco secco: «Lo stampatore dimenticò di mettercelo; ma è così: suo padre che, con una zappa in mano, pianta un piede di palma...»

Verso la fine di settembre il colera crebbe d'intensità; il 25 il bollettino segnò trenta morti, ma si diceva che fossero più e che gl'infetti superassero il centinaio e che qualche caso sparso inquietasse le campagne. Ci fu una nuova scappata di gente; la vigilanza al Belvedere era continua perché non entrassero i fuggiti da luoghi sospetti: contadini e cittadini, armati di schioppi, carabine e pistole, facevano la guardia in tutte le vie che mettevano capo al paesello, esercitando una specie di polizia arbitraria e inappellabile; e poiché, ad ogni passaggio di fuggiaschi, avvenivano scene tra comiche e tragiche, Raimondo per vincer la noia - essendo il giuoco interrotto per quel nuovo spavento - gironzava spesso per i posti di guardia. Un giorno, saputosi che a Màscali c'era gente ammalata di colera, i carri e le carrozze provenienti di lì non furon lasciati passare. Mentre quelli del Belvedere intimavano il dietro-front con gli schioppi spianati, e gli emigranti facevano valere le loro ragioni, mostrando certificati, pregando, minacciando, gridando, Raimondo che se la godeva s'udì a un tratto chiamare: «Don Raimondo!... Contino! Contino!...» e guardatosi intorno vide due donne che dallo sportello d'una polverosa carrozza gli facevano cenni disperati. «Donna Clorinda!... Voi qui?...» Donna Clorinda era la vedova del notaio Limarra, famosa per l'allegria dimostrata in gioventù ed ora, nella maturità prossima al disfacimento, per la bellezza della figliuola Agatina, la quale, seguendo le orme della madre, aveva civettato, ragazza, con tutti i giovanotti che le si erano stropicciati alle gonne; maritata più tardi col patrocinatore Galano, gli procurava clienti d'ogni genere. Donna Clorinda, con un debole pei giovanotti nobili, era stata, più di dieci anni addietro, la prima conquista di Raimondo; lasciata la madre, egli aveva poi ruzzato con la figliuola, ma senza molto profitto, in verità, perché costei uccellava al marito; ammogliato egli stesso e andato via di Sicilia, le aveva perdute di vista. Adesso le due donne, ed anche il marito che se ne stava rannicchiato più morto che vivo in fondo alla carrozza, si mettevano sotto la sua protezione per ottenere un rifugio al Belvedere. Grazie a lui le lasciarono entrare; ma le difficoltà ricominciarono subito dopo, giacché, avendo i fuggiaschi invaso ogni buco, non c'erano in paese altro che le stalle dove poter mettere nuova gente. Nondimeno, per donna Clorinda e l'Agatina, che incontravano un nuovo amico ad ogni piè sospinto, tutto il Belvedere si mise in moto, finché trovarono loro due camerette terrene, un poco fuori mano, ma con un piccolo giardinetto. Appena stabilite, ridussero una di quelle scatole a salottino da ricevere, e cominciò subito l'andirivieni di tutta la colonia cittadina messa in rivoluzione da quell'arrivo. Donna Clorinda, che non s'arrendeva ancora, dava udienza a tutti; ma il posto accanto alla figliuola fu serbato a Raimondo. Per la libertà che regnava in quella casa, pel buon umore delle due donne, anche i rimasti a bocca asciutta ci venivano a passare la sera meglio che al casino, giocando, ciarlando, cantando. E Raimondo, smessa la noia, smessa la mutria, non rincasava più, si faceva ancora una volta aspettare lunghe e lunghe ore dalla moglie triste ed inquieta pel rinnovato pericolo della pestilenza, pei sospetti che quel repentino cambiamento rievocava, accorata più tardi dalle allusioni con le quali donna Ferdinanda, il principe, le stesse persone di servizio le rivelavano gli antichi amori del marito. Poteva ella credere alla nuova tresca con la figlia dell'antica amante? Non era questo un peccato mortale, una mostruosità che la mente di lei rifiutavasi di concepire? Non doveva ella credere, piuttosto, che l'astio dei parenti contro Raimondo e lei stessa ordisse l'accusa maligna?... Bruscamente ritolta alla pace, ella tornava a struggersi, a lottare contro se stessa, contro i sospetti che la riassalivano non appena scacciati, a passar le lunghe notti autunnali tremando nell'attesa del ritorno di lui, a piangere per gli sgarbi coi quali egli rispondeva alle sue inquietudini. «Perché resti fuori così tardi? Ho paura per la tua salute...» «Non sono più libero di restar fuori quanto mi piace?» «Sei libero, sì... Ma non andare in quella casa, tra quella gente che tuo fratello si vergogna di ricevere...» «Dove vado? Tra quale gente? Io vado al casino; vuoi anche spiarmi?» No, ella gli credeva, voleva e doveva credergli. Ma perché pesavano su lei gli sguardi tra ironici e compassionevoli di tutta la famiglia e della servitù? Perché il discorso moriva in bocca alle persone alle quali ella s'avvicinava?... Una notte, dopo quattro mesi di siccità, scoppiò un terribile temporale; il cielo scuro fu solcato da saette lucenti come spade, le strade si mutarono improvvisamente in fiumane limacciose, la grandine strosciò sulle vetrate e sui tetti. Ella che aveva sperato di veder tornare Raimondo ai primi accenni dell'uragano, aspettava ancora tremante di paura. Non una voce, non un rumore di passi. Il temporale cessò dopo un'ora, Raimondo non tornava ancora... Non gli altri maligni, ma egli stesso era bugiardo e incestuoso: poteva più dubitarne? Quella spudorata non l'aveva anche lei guardata arditamente in viso, in atto di sfida, quasi dicendole: «Sono più bella di te, perciò egli mi preferisce?...» Ed era vero: la sua gelosia era tanto più umiliata, quanto più ella riconosceva di non piacere a suo marito, ora specialmente che la gravidanza inoltrata la disformava. Ma aveva egli veramente giurato di attentare alla vita dell'essere che ella portava in grembo, infliggendole torture sopra torture, lasciandola così, nella notte oscura e tempestosa, con quello spasimo del peccato orribile, del nuovo tradimento, con l'anima piena di dolore e di vergogna e di spavento?... Egli rincasò a mezzanotte, fradicio intinto, con gli abiti talmente fangosi come se si fosse rotolato nella mota. «Maria Santissima!...» esclamò ella, giungendo le mani. «Come ti sei conciato così?» «Pioveva; sei sorda? Non hai sentito l'acqua?» «Ma la pioggia è finita da un pezzo...» «Mi son inzuppato prima!...» gridò quasi egli. «Ho da sentire anche te, adesso?» Improvvisamente, ella ebbe conferma dei propri sospetti: rispondeva così quand'era colto in fallo, replicava con le violenze alla ragione; troncava la discussione coi gridi... Appoggiata la fronte a un vetro sul quale la nuova pioggia fine fine tirava umide righe, ella si mise a piangere silenziosamente. Il bene che gli voleva, l'obbedienza che gli prestava, la devozione sommessa di cui gli dava prova ogni giorno non bastavano, dunque: tutto era inutile, egli la sfuggiva, la tradiva, per chi?... E l'aveva costretta ad abbandonare la sua bambina e l'aveva esposta ai rimproveri di suo padre, per questo, per questo!... Un dolore sopra l'altro, sempre, sempre, anche adesso che ella avrebbe dovuto esser sacra per lui, perché i dolori potevano uccidere la creatura che stava per nascere!... La voce di Raimondo, rauca, che chiamava il cameriere, la strappò all'alba di lì. S'era messo a letto, il ribrezzo della febbre gli faceva battere i denti. Allora ella asciugò le lacrime, corse ad assisterlo. Per tre giorni non lasciò un momento il suo capezzale, gli fece da infermiera e da cameriera, dimenticando la propria ambascia pel terrore che quel male degenerasse nella pestilenza influente, restando sola presso di lui quando, insospettiti, nessuno della famiglia volle più entrarci. Tremavano all'idea del contagio, avevano tutti paura di prenderlo. Raimondo più di tutti, nonostante le risate confortative del dottore, nonostante le assicurazioni di lei. Guarito dell'infreddatura, egli non ebbe più nulla; però non era ancora del tutto ristabilito che pretese andar fuori. «Fàllo per noi!» scongiurò Matilde, a mani giunte; «per nostra figlia! Non t'esporre a un altro malanno!...» Non gli aveva detto nulla dei suoi sospetti, per non irritarlo mentr'era infermo, ma ora gli buttava le braccia al collo, gli diceva, guardandolo negli occhi, passandogli una mano sui capelli: «Dove vuoi andare? Perché mi lasci? Resta con me!» «Voglio far due passi; mi sento bene...» rispose, solleticato da quelle carezze, da quella sommessione di cane fedele. «Li faremo insieme nella vigna. Non c'è bisogno di andar fuori, se è vero che mi vuoi bene... me sola!... e che non pensi ad altri...» «A chi dovrei pensare?...» esclamò Raimondo, con un sorriso fatuo di compiacimento. «A nessuna?... A nessuna?... A colei?» «Ma a chi?» «Alla Galano?...» quel nome le bruciava le labbra. «Io?» rispose con tono di protesta. «Ma neanche per sogno!... Vorrei un po' sapere chi ti mette in capo queste cose!» «Nessuno! Le temo io, perché ti voglio bene, perché sono gelosa...» Egli rideva di tutto cuore, rassicurandola. «Ma no! Che ti salta in capo!... E poi, l'Agatina!... Una che è di tutti, di chi la vuole!...» «È vero? È vero?... Allora, perché ci vai?» «Ci vado perché mi diverto, perché è come andare al caffè, al circolo...» «Allora, la sera che prendesti l'infreddatura...» «M'inzuppai perché l'acqua mi colse alla Ravanusa; puoi domandarne, se non mi credi!» Sì, ella gli avrebbe creduto, se la dolcezza con cui la trattava non fosse stata nuova, innegabile prova che aveva qualcosa da farsi perdonare... Ebbene, che le importava, se era per questo? Qualunque fosse il sentimento che gli dettava quelle parole, esse erano buone, la toglievano, almeno per poco, al suo cordoglio. E con l'anima che riaprivasi alla speranza, ella lo udiva proporle: «Del resto, ora che il colera sta per finire, andremo via tutti. Quando avrò sistemato gli affari della divisione con Giacomo, ce ne torneremo a Firenze. Ma per ora, se vuoi, faremo una corsa a Milazzo. Partorirai a casa tua; ti piace?»

 

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Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 23.39.00