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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

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I VICERÉ

di Federico de Roberto

Parte prima

1

Giuseppe, dinanzi al portone, trastullava il suo bambino, cullandolo sulle braccia, mostrandogli lo scudo marmoreo infisso al sommo dell'arco, la rastrelliera inchiodata sul muro del vestibolo dove, ai tempi antichi, i lanzi del principe appendevano le alabarde, quando s'udì e crebbe rapidamente il rumore d'una carrozza arrivante a tutta carriera; e prima ancora che egli avesse il tempo di voltarsi, un legnetto sul quale pareva fosse nevicato, dalla tanta polvere, e il cui cavallo era tutto spumante di sudore, entrò nella corte con assordante fracasso. Dall'arco del secondo cortile affacciaronsi servi e famigli: Baldassarre, il maestro di casa, schiuse la vetrata della loggia del secondo piano intanto che Salvatore Cerra precipitavasi dalla carrozzella con una lettera in mano. «Don Salvatore?... Che c'è?... Che novità!...» Ma quegli fece col braccio un gesto disperato e salì le scale a quattro a quattro. Giuseppe, col bambino ancora in collo, era rimasto intontito, non comprendendo; ma sua moglie, la moglie di Baldassarre, la lavandaia, una quantità d'altri servi già circondavano la carrozzella, si segnavano udendo il cocchiere narrare, interrottamente: «La principessa... Morta d'un colpo... Stamattina, mentre lavavo la carrozza...» «Gesù!... Gesù!...» «Ordine d'attaccare... il signor Marco che correva su e giù... il Vicario e i vicini... appena il tempo di far la via...» «Gesù! Gesù!... Ma come?... Se stava meglio? E il signor Marco?... Senza mandare avviso?» «Che so io?... Io non ho visto niente; m'hanno chiamato... Iersera dice che stava bene...» «E senza nessuno dei suoi figli!... In mano di estranei!... Malata, era malata; però, così a un tratto?» Ma una vociata, dall'alto dello scalone, interruppe subitamente il cicaleccio: «Pasquale!... Pasquale!...» «Ehi, Baldassarre?» «Un cavallo fresco, in un salto!...» «Subito, corro...» Intanto che cocchieri e famigli lavoravano a staccare il cavallo sudato e ansimante e ad attaccarne un altro, tutta la servitù s'era raccolta nel cortile, commentava la notizia, la comunicava agli scritturali dell'amministrazione che s'affacciavano dalle finestrelle del primo piano, o scendevano anch'essi giù addirittura. «Che disgrazia!... Par di sognare!... Chi se l'aspettava, così?...» E specialmente le donne lamentavano: «Senza nessuno dei suoi figli!... Non aver tempo di chiamare i figli!...» «Il portone?... Perché non chiudete il portone?» ingiunse Salemi, con la penna ancora all'orecchio. Ma il portinaio, che aveva finalmente affidato alla moglie il piccolino e cominciava a capire qualcosa, guardava in giro i compagni: «Ho da chiudere?... E don Baldassarre?» «Sst!... Sst!...» «Che c'è?» I discorsi morirono ancora una volta, e tutti s'impalarono cavandosi i berretti ed abbassando le pipe, perché il principe in persona, tra Baldassarre e Salvatore, scendeva le scale. Non aveva neppure mutato di abito! Partiva con gli stessi panni di casa per arrivar più presto al capezzale della madre morta! Ed era bianco in viso come un foglio di carta, volgeva sguardi impazienti ai cocchieri non ancora pronti, intanto che dava sottovoce ordini a Baldassarre, il quale chinava il capo nudo e lucente ad ogni parola del padrone: «Eccellenza sì! Eccellenza sì!» E il cocchiere affibbiava ancora le cinghie che il padrone saltò nella carrozza, con Salvatore in serpe: Baldassarre, afferrato allo sportello, stava sempre ad udire gli ordini, seguiva correndo il legnetto fin oltre il portone per acchiappare le ultime raccomandazioni: «Eccellenza sì! Eccellenza sì!» «Baldassarre!... Don Baldassarre!...» Tutti assediavano ora il maestro di casa; poiché, lasciata la carrozza che scappava di corsa, egli rientrava nel cortile: «Baldassarre, che è stato?... E ora che si fa?... Don Baldassarre, chiudere?...» Ma egli aveva l'aria grave delle circostanze solenni, s'affrettava verso le scale, liberandosi dagli importuni con un gesto del braccio e un «Vengo!...» spazientito. Il portone restava spalancato; tuttavia alcuni passanti, scorto lo straordinario movimento nel cortile, s'informavano col portinaio dell'accaduto; l'ebanista, il fornaio, il bettoliere e l'orologiaio che tenevano in affitto le botteghe di levante, venivano anch'essi a dare una capatina, a sentir la notizia della gran disgrazia, a commentare la repentina partenza del principe: «E poi dicevano che il padrone non voleva bene alla madre!... Pareva Cristo sceso dalla croce, povero figlio!...» Le donne pensavano alla signorina Lucrezia, alla principessa nuora: sapevano nulla, o avevano loro nascosto la notizia?... E Baldassarre, Baldassarre dove diamine aveva il capo, se non ordinava di chiudere ogni cosa?... Don Gaspare, il cocchiere maggiore, verde in viso come un aglio, si stringeva nelle spalle: «Tutto a rovescio, qui dentro.» Ma Pasqualino Riso, il secondo cocchiere, gli spiattellò chiaro e tondo. «Non avrete il disturbo di restarci un pezzo!» E l'altro, di rimando: «Tu no, che hai fatto il ruffiano al tuo padrone!» E Pasqualino, botta e risposta: «E voi che lo faceste al contino!...» Tanto che Salemi, il quale risaliva all'amministrazione, ammonì: «Che è questa vergogna?» Ma don Gaspare, a cui la certezza di perdere il posto toglieva il lume degli occhi, continuava: «Quale vergogna?... Quella d'una casa dove madre e figli si soffrivano come il fumo negli occhi?...» Molte voci finalmente ingiunsero: «Silenzio, adesso!» Però quelli che s'eran messi troppo apertamente con la principessa avevano il cuore piccino piccino, sicuri di ricevere il benservito dal figlio. Giuseppe, in quella confusione, non sapeva che fare: chiudere il portone per la morte della padrona era una cosa, in verità, che andava con i suoi piedi; ma perché mai don Baldassarre non dava l'ordine? Senza l'ordine di don Baldassarre non si poteva far nulla. Del resto, neppure gli scuri erano chiusi su al piano nobile; e poiché il tempo passava senza che l'ordine venisse, qualcuno cominciava ad accogliere un timore e una speranza, nella corte: se la padrona non fosse morta? «Chi ha detto che è morta?... Il cocchiere!... Ma non l'ha veduta!... Può aver capito male!...» Altri argomenti convalidavano la supposizione: il principe non sarebbe partito così a rotta di collo, se fosse morta, perché non avrebbe avuto nulla da fare lassù... E il dubbio cominciava a divenire per alcuni certezza: doveva esserci un malinteso, la principessa era soltanto in agonia, quando finalmente Baldassarre affacciossi dall'alto della loggia gridando: «Giuseppe, il portone! Non hai chiuso il portone? Chiudete le finestre della stalla e delle scuderie... Dite che chiudano le botteghe. Chiudete tutto!» «Non c'era fretta!» mormorò don Gaspare. E come, spinto da Giuseppe, il portone girò finalmente sui cardini, i passanti cominciarono ad accrocchiarsi: «Chi è morta?... La principessa?... Al Belvedere?...» Giuseppe si stringeva nelle spalle, avendo perso del tutto la testa; ma domande e risposte s'incrociavano confusamente tra la folla: «Era in campagna?... Ammalata da quasi un anno... Sola?... Senza nessuno dei figli!...» I meglio informati spiegavano: «Non voleva nessuno vicino, fuorché l'amministratore... Non li poteva soffrire...» Un vecchio disse, scrollando il capo: «Razza di matti, questi Francalanza!» I famigli, frattanto, sbarravano le finestre delle scuderie e delle rimesse; il fornaio, il bettoliere, l'ebanista e l'orologiaio accostavano anch'essi i loro usci. Un altro crocchio di curiosi radunati dinanzi al portone di servizio, rimasto ancora aperto, guardavano dentro alla corte dove c'era un confuso andirivieni di domestici; mentre dall'alto della loggia, come un capitano di bastimento, Baldassarre impartiva ordini sopra ordini: «Pasqualino, dalla signora marchesa e ai Benedettini... ma da' la notizia al signor marchese e a Padre don Blasco, hai capito?... non al Priore!... A te, Filippo: passa da donna Ferdinanda... Donna Vincenza? Dov'è donna Vincenza?... Prendete lo scialle e andate alla badia... parlate alla Madre Badessa perché prepari la monaca alla notizia... Un momento! Salite prima dalla principessa che ha da parlarvi... Salemi?... Giuseppe, ordine di lasciar passare i soli stretti parenti... È venuto Salemi?... Lasciate ogni cosa; il principe e il signor Marco v'aspettano lassù, che c'è bisogno d'aiuto. Natale, tu andrai da donna Graziella e dalla duchessa. Agostino, questi dispacci al telegrafo... e passa dal sarto...» Secondo che ricevevano le commissioni, i servi uscivano, aprendosi la via in mezzo alla folla; passavano con l'aria affrettata di altrettanti aiutanti di campo tra i curiosi che annunziavano: «Vanno ad avvertire i parenti... i figli, i cognati, i nipoti, i cugini della morta...» Tutta la nobiltà sarebbe stata in lutto, tutti i portoni dei palazzi signorili, a quell'ora, si chiudevano o si socchiudevano, secondo il grado della parentela. E l'ebanista la spiegava: «Sette figliuoli, possiamo contarli: il principe Giacomo e la signorina Lucrezia che è in casa con lui: due; il Priore di San Nicola e la monaca di San Placido: quattro; donna Chiara, maritata col marchese di Villardita: e cinque; il cavaliere Ferdinando che sta alla Pietra dell'Ovo: sei; e finalmente il contino Raimondo che ha la figlia del barone Palmi... Poi vengono i cognati, i quattro cognati: il duca d'Oragua, fratello del principe morto; Padre don Blasco, anch'egli monaco benedettino; il cavaliere don Eugenio e donna Ferdinanda la zitellona...» Ogni volta che lo sportello si schiudeva per dar passaggio a qualche servo, i curiosi cercavano di guardare dentro il cortile; Giuseppe, spazientito, esclamava: «Via di qua! Che diavolo volete? Aspettate i numeri del lotto?» Ma la folla non si moveva, guardava per aria le finestre ora chiuse quasi aspettando l'apparizione della stampiglia coi numeri. E la notizia correva di bocca in bocca come quella d'un pubblico avvenimento: «È morta donna Teresa Uzeda...» i popolani pronunziavano Auzeda, «la principessa di Francalanza... È morta stamani all'alba... C'era il principe suo figlio... No, è partito da un'ora.» L'ebanista frattanto, in mezzo a un cerchio di gente attenta come alla storia dei Reali di Francia, continuava a enumerare il resto della parentela: il duca don Mario Radalì, il pazzo, che aveva due figli maschi, Michele e Giovannino, da donna Caterina Bonello, e apparteneva al ramo collaterale dei Radalì-Uzeda; la signora donna Graziella, figlia d'una defunta sorella della principessa e moglie del cavaliere Carvano, cugina carnale perciò di tutti i figliuoli della morta; il barone Grazzeri, zio della principessa nuora, con tutta la parentela; e poi i parenti più lontani, gli affini, quasi tutta la nobiltà paesana: i Costante, i Raimonti, i Cùrcuma, i Cugnò... A un tratto s'interruppe per dire: «To'! Guardate i lavapiatti che arrivano prima di tutti!»

Don Mariano Grispo e don Giacinto Costantino arrivavano, come ogni giorno all'ora della colazione, per far la corte al principe, e non sapevano niente: scorgendo la folla ed il portone chiuso, si fermarono di botto: «Santa fede!... Buon Dio d'amore!...» E a un tratto affrettarono il passo, entrarono interrogando costernati il portinaio che dava le prime notizie: «Non mi sembra vero!... Un fulmine a ciel sereno!...» Poi salirono per lo scalone con Baldassarre che risaliva anch'egli in quel punto dalla corte e faceva loro strada mormorando: «Povera principessa!... Non poté superarla!... Il signor principe è subito partito.» Traversando la fila delle anticamere dagli usci dorati ma quasi nude di mobili, don Giacinto esclamava a bassa voce, come in chiesa: «È una gran disgrazia!... Per questa famiglia è una disgrazia più grande che non sarebbe per ogni altra...» E piano anch'egli, don Mariano confermava, scrollando il capo: «La testa che guidava tutti, che aggiustò la pericolante baracca!...» Introdotti nella Sala Gialla, si fermarono dopo qualche passo, non distinguendo nulla pel buio; ma la voce della principessa Margherita li guidò: «Don Mariano!... Don Giacinto!...» «Principessa!... Signora mia!... Com'è stato?... E Lucrezia?... Consalvo?... La bambina?...» Il principino, seduto sopra uno sgabello, con le gambe penzoloni, le dondolava ritmicamente, guardando per aria a bocca aperta; discosta, in un angolo di divano, Lucrezia stava ingrottata, con gli occhi asciutti. «Ma com'è avvenuto, così a un tratto?» insisteva don Mariano. E la principessa, aprendo le braccia: «Non so... non capisco... È arrivato Salvatore dal Belvedere, con un biglietto del signor Marco... Lì, su quella tavola, guardate... Giacomino è partito subito.» A bassa voce, rivolta a don Mariano, intanto che l'altro leggeva il biglietto: «Lucrezia voleva andare anche lei,» aggiunse, «suo fratello ha detto di no... Che ci avrebbe fatto?» «Confusione di più!... Il principe ha avuto ragione...» «Niente!» annunziava frattanto don Giacinto, finito di leggere il biglietto. «Non spiega niente!... E hanno avvertito gli altri... hanno dispacciato?...» «Io non so... Baldassarre...» «Morire così, sola sola, senza un figlio, un parente!» esclamava don Mariano, non potendo darsi pace; ma don Giacinto: «La colpa non è di questi qui, poveretti!... Essi hanno la coscienza tranquilla.» «Se ci avesse voluti...» cominciò la principessa, timidamente, più piano di prima; ma poi, quasi impaurita, non finì la frase. Don Mariano tirò un sospiro doloroso e andò a mettersi vicino alla signorina. «Povera Lucrezia! Che disgrazia!... Avete ragione!... Ma fatevi animo!... Coraggio!...» Ella che se ne stava a guardare per terra, battendo un piede, levò la testa con aria di stupore, quasi non comprendendo. Ma, come udivasi un frastuono di carrozze che entravano nel cortile, don Mariano e don Giacinto tornarono ad esclamare, a due: «Che sciagura irreparabile!» Arrivavano la marchesa Chiara col marito e la cugina Graziella: «Lucrezia, la mamma!... Sorella!... Cugina!...» Subito dopo entrò la zia Ferdinanda, a cui le donne baciarono le mani, mormorando: «Eccellenza!... Ha sentito?...» La zitellona, asciutta asciutta, scrollava il capo; Chiara abbracciava Lucrezia piangendo; il marchese salutava mestamente i lavapiatti; ma la più commossa era donna Graziella: «Non mi par vero!... Non volevo crederci!... Che si muore così?... E il povero Giacomo? Dice che è corso subito lassù?... Povero cugino!... Se almeno avesse potuto arrivare a chiuderle gli occhi!... Che dolore, non aver tempo di rivederla!...» Udendo Chiara singhiozzare in seno alla sorella Lucrezia, esclamò: «Hai ragione, sfogati, poveretta! Mamma ce n'è una sola!...» Ella pareva tanto addolorata della disgrazia dei cugini da dimenticare perfino che la morta era sorella della sua propria madre. Si profferiva alla principessa; le diceva, traendola in disparte: «Hai bisogno di nulla?... Vuoi che ti dia una mano?... Come sta la mia figlioccia?... Che ha lasciato detto il cugino?...» «Non so... Ha ordinato a Baldassarre il da fare...» Baldassarre, infatti, andava su e giù, mandando ancora messi, ricevendo quelli che tornavano dall'aver eseguito le ambasciate. Tutti i parenti, ormai, erano avvertiti: soltanto il famiglio mandato ai Benedettini venne a dire che Padre don Lodovico stava per arrivare, ma che Padre don Blasco non era nel convento. «Va' dalla Sigaraia... a quest'ora sarà da lei... Corri, digli che è morta sua cognata...» Don Lodovico arrivò con la carrozza di San Nicola; e nella Sala Gialla tutti s'alzarono all'apparire del Priore. Chiara e Lucrezia gli andarono incontro, gli presero ciascuna una mano, e la marchesa, cadendo in ginocchio, proruppe: «Lodovico!... Lodovico!... La nostra povera mamma!» Tacevano tutti, guardando quel gruppo: la cugina, con gli occhi rossi, mormorava: «È una cosa che strazia l'anima!» Il Priore, chinatosi sulla sorella, la rialzò senza guardarla in viso, e nel silenzio generale, rotto da brevi singhiozzi repressi, disse, alzando gli occhi asciutti al cielo: «Il Signore l'ha chiamata a sé... Chiniamo la fronte ai decreti della Provvidenza divina...» e poiché Chiara voleva baciargli la mano, egli si schermì: «No, no, sorella mia...» e la strinse al petto, baciandola in fronte. «Perché si nasce!...» esclamò dolorosamente don Giacinto all'orecchio di don Mariano; ma questi, scrollando il capo, si fece innanzi con piglio risoluto: «Basta adesso, signori miei!... I morti son morti, e il pianto non li risuscita... Pensate alla vostra salute, adesso, che è l'importante...» «Coraggio, poveretti!...» confermò la cugina Graziella, prendendo per mano le cugine, costringendole amorosamente a sedere; mentre il marchese baciava sua moglie in fronte, le asciugava gli occhi, le parlava all'orecchio, e donna Ferdinanda, poco portata alle scene patetiche, si metteva il principino sulle ginocchia. Il biglietto del signor Marco passava di mano in mano; il Priore manifestava anch'egli l'intenzione di partire per il Belvedere, ma i lavapiatti protestarono. «Per far che cosa?... Angustiarsi per niente?... Se si potesse dar aiuto...» «Partirei io!» soggiunse la cugina. «Aspettiamo, piuttosto,» propose il marchese. «Giacomo manderà certo a dire qualcosa...» L'arrivo di un'altra carrozza fece infatti supporre che venisse qualcuno dal Belvedere. Era invece la duchessa Radalì. Poiché ella aveva il marito impazzato e non faceva visite a nessuno, il suo pronto accorrere intenerì più che mai la cugina, che la chiamava zia, quantunque non ci fosse parentela tra loro; ma il ritorno di donna Vincenza da San Placido segnò il colmo della commozione. La cameriera non trovava parole per esprimere il dolore della monaca, giungeva le mani dalla pietà: «Figlia mia! Povera figlia!... Come una pazza, fa come una pazza!... E chiama: "Sorelle mie! Sorelle mie!..."» Lucrezia piangeva anch'ella, adesso; Chiara disse tra i singhiozzi: «Io vado alla badìa...» «Vostra Eccellenza farà un'opera santa... Anche la Madre Badessa piangeva: "Povera principessa!... Degna serva di Dio!"» La cugina s'offerse d'accompagnarla; ma poi, visto che la principessa non sapeva dove dar del capo: «Resto piuttosto ad aiutar Margherita,» disse a Chiara; e questa s'alzò, mentre le raccomandavano: «Baciala per me... e per me... Dille che domani andrò a trovarla...» E don Giacinto chiamava: «Marchese, marchese!... accompagnate vostra moglie...» In mezzo alla confusione, mentre la marchesa andava via col marito, spuntò finalmente don Blasco, col faccione sudato che luceva e il tricorno in capo. Entrò senza salutar nessuno, esclamando: «L'avevo detto, eh?... Doveva finire così!...» Non gli risposero. Il Priore, anzi, chinò gli occhi a terra quasi cercando qualcosa; donna Ferdinanda, per suo conto, pareva non essersi neppure accorta dell'arrivo del fratello. Il monaco si mise a passeggiare da un capo all'altro della sala, asciugandosi il sudore del collo e continuando a parlar solo: «Che testa!... Che testa!... Fino all'ultimo!... Andare a crepare in mano di quell'imbroglione!... Io l'avevo profetato, ah?... Dov'è?... Non è venuto?... È lui il padrone, qui dentro!» Poiché nessuno fiatava, la cugina credé d'osservare: «Zio, in questo momento...» «Che vuol dire, in questo momento?...» rispose il monaco, piccato. «È morta, Dio l'abbia in gloria!... Ma che s'ha da dire? Che ha fatto una gran cosa?... E Giacomo?... È andato?... È andato solo?... Perché non va nessun altro?... Ha proibito agli altri di andare?...» «No, Eccellenza...» rispose timidamente la principessa. «È partito appena saputa la notizia.» «Io volevo accompagnarlo...» disse Lucrezia; ma allora il Benedettino saltò su: «Tu? Per far che cosa? Sempre voialtre femmine tra i piedi? Vi pare che sappiate sole aggiustare il mondo?... Dov'è Ferdinando?... Non è venuto ancora?» Sopravvenivano in quel momento il cavaliere don Eugenio e don Cono Canalà, altro dei lavapiatti. Don Cono entrò in punta di piedi, quasi per paura di schiacciar qualcosa, e fermatosi dinanzi alla principessa esclamò, gestendo col braccio: «Immensa iattura!... Catastrofe immensurabile!... La parola spira sul labbro...» mentre il cavaliere leggeva il biglietto del signor Marco. Frattanto don Blasco, girando come un trottolone, soffermavasi dinanzi agli usci, guardava in fondo alla sfilata delle stanze, pareva fiutasse l'aria, borbottava: «Che fretta!... Che affezione!...» ed altre parole incomprensibili. Nel crocchio dei parenti, ciascuno adesso diceva la sua: il Priore, a bassa voce, accanto alla duchessa ed alla zia Ferdinanda, parlava della «dolorosa ostinazione» della madre; ma tratto tratto, quasi pavido di far male discutendo anche rispettosamente la volontà della morta, s'interrompeva, chinava il capo; la cugina era inquieta per la mancanza di notizie dal Belvedere: «Giacomo avrebbe potuto mandar qualcuno!...» Per questo don Eugenio offrivasi di salir lassù, se gli facevano attaccare una carrozza; ma allora la principessa, imbarazzata, confusa, non sapendo che fare, osservò all'orecchio della cugina: «Non so... forse può dispiacere a Giacomo...» E donna Graziella intervenne: «Aspettiamo un altro poco; forse il cugino tornerà egli stesso.» Il Priore e la duchessa tornarono a domandare: «Ferdinando? Non viene più?» I lavapiatti corsero a interrogar Baldassarre; il maestro di casa rispose: «Non ho mandato nessuno dal cavaliere, perché il signor principe m'ha detto che passava lui a chiamarlo.» «Sarà andato anch'egli al Belvedere... Se no a quest'ora sarebbe qui.» Per arrivare dalla Pietra dell'Ovo ci voleva a ogni modo del tempo; tornò infatti prima dalla badìa la marchesa, alla quale la sorella monaca aveva consegnato un abitino della Madonna perché lo mettessero indosso alla morta. «Toccante tratto di pietà filiale!» sussurrò don Cono a don Eugenio. Nessun altro parlava, in quei momenti di commozione; solamente la cugina, asciugandosi gli occhi rossi, propose all'orecchio della principessa: «Io vorrei profittare di questo momento per indurre lo zio Blasco a far pace con la zia Ferdinanda e con Lodovico. Che ne dici, Margherita?» «Come credi... se credi... fa' tu...» E la cugina andò in cerca del monaco. Non si trovava, era scomparso. Baldassarre, incaricato di rintracciarlo, lo scoperse in fondo alla casa, dinanzi all'uscio serrato che metteva nelle stanze della morta. Udendo rumor di passi, il monaco si voltò di botto: «Chi è là?» «Aspettano Vostra Paternità nella Sala Gialla.» Il Benedettino tornò indietro, soffiando, e come la cugina, andandogli incontro con aria di mistero: «Eccellenza,» gli disse, «venga ad abbracciare sua sorella... Lodovico le bacerà la mano...» egli le voltò le spalle, esclamando forte, in modo che lo udirono sino nella corte: «Non facciamo pulcinellate.» Donna Graziella si strinse nelle spalle, con un gesto di rassegnazione dolente. E il monaco, scorto il marchese che era tornato con la moglie dalla badìa, l'andò ad afferrare per un braccio e lo trascinò nella Galleria dei ritratti: «Che stai a far qui?... Perché non parti?... Quell'altro è scappato...» «Per far che cosa, Eccellenza?» «E sarai sempre minchione?... Quell'altro è scappato! A quest'ora fa scomparire ogni cosa!...» «Eccellenza!...» protestò il nipote, scandalizzato. Don Blasco lo guardò nel bianco degli occhi, quasi volesse mangiarselo. Ma, come passava in fretta e in furia Baldassarre, girò sui tacchi, tonando: «Ah, no? E andate un poco a farvi friggere, tutti quanti!...» Finito di dar ordini alla servitù, Baldassarre aveva adesso un altro gran da fare, poiché cominciavano a venire ambasciate dei parenti più lontani, degli amici, dei conoscenti che mandavano ad esprimere le loro condoglianze e a prender notizie dei superstiti. Il maestro di casa riceveva nell'anticamera dell'amministrazione le persone di riguardo, lasciando al portinaio i servitori; ma parecchi fra questi portavano i regali funebri: vassoi pieni di dolci, di forme di marmellata o di cioccolata, di frutta candite, di pan di Spagna, di bottiglie di moscato o di rosolio, e allora Baldassarre si faceva in quattro per riporre quella roba, e annunziare i doni ai padroni, e ringraziare i donatori, e dare udienza ai sopravvenienti. La cugina Graziella, con le chiavi delle credenze alla cintola, faceva da padrona di casa, per risparmiare la principessa; il cavaliere don Eugenio dava anch'egli una mano, e quantunque i lavapiatti che lavoravano come domestici protestassero: «Lasciate fare a noi», egli vuotava i vassoi da restituire, trasportava la roba nella sala da pranzo e tratto tratto si ficcava in tasca una manata di dolci. Per la duchessa Radalì che era andata via, non potendo lasciare a lungo il marito solo, dieci altre visite erano sopravvenute: il barone Vita, il principe di Roccasciano, i Giliforte, i Grazzeri, don Carlo Carvano, marito della cugina. Secondo che la giornata s'inoltrava, lettere e biglietti di condoglianza piovevano da tutte le parti: l'Intendente mandava a esprimere il suo dolore per il lutto d'una famiglia devota al Re ed alla buona causa; Monsignor Vescovo associavasi al dolore dei suoi cari figli; dall'Orfanotrofio Uzeda, dall'Ospizio dei Vecchi, dagli altri istituti di beneficenza che i Francalanza avevano fondato o sussidiato, venivano i rettori, i cappellani, una quantità di tonache nere, oppure i poveri ospitati; ma questi non eran lasciati salire ed esprimevano il loro rammarico al portinaio o al sotto-cocchiere. Il comandante della guarnigione, il presidente della Gran Corte, tutte le autorità, tutta la città si condoleva con la famiglia. Gruppi di mendicanti aspettavano, con la speranza che avrebbero distribuito elemosine; molte persone domandavano con insistenza del signor Marco: udendo che ancora non era sceso dal Belvedere, alcuni andavano via per tornare più tardi; altri si mettevano a passeggiare su e giù dinanzi alla casa, aspettando d'acchiapparlo al varco, pazientemente. I due cortili parevano una fiera, dalle tante carrozze allineate all'ombra: i cavalli, con le teste dentro le coffe, ruminavano raspando tratto tratto il selciato con l'unghia. Ad uno ad uno, poiché imbruniva, arrivavano i servitori dei parenti, aspettando i padroni; e la conversazione della servitù, animatissima, aggiravasi intorno all'avvenimento ed alle sue conseguenze. Le donne, vedendo quella gran confusione, quell'andirivieni di gente, quel succedersi d'ambasciate e di lettere, compiangevano vivamente la principessa nuora: «Povera signora! A quest'ora dev'essere sulle spine!...» Infatti, ella soffriva d'una specie di malattia nervosa per la quale non tollerava di star pigiata tra la gente, di toccar cose maneggiate da altri: fortunatamente la cugina era lì ad aiutarla. E alcuni facevano riflessioni filosofiche: «Se invece d'oggi la madre del principe fosse morta sei anni addietro, la cugina, adesso, invece di aiutar la padrona, sarebbe lei la padrona qui dentro.» Non era stato permesso dalla principessa vecchia, quel matrimonio, e il padrone aveva obbedito alla madre, sposando donna Margherita Grazzeri; però, bisognava dire la verità, la cugina s'era diportata benissimo: maritata col cavaliere Carvano, era rimasta affezionatissima alla zia che non l'aveva voluta per nuora, e aveva trattato come una vera sorella la moglie dell'antico suo innamorato. «E il principe? Forse che pare si rammenti d'averle voluto bene in un certo modo?...» Per tanto, molti lodavano l'opera della morta: ella aveva ben fatto ad opporsi a quel matrimonio, poiché i due antichi innamorati s'eran messo il cuore in pace. «Gran donna, la principessa! Basti dire che rifece la casa già fallita!» E tutti domandavano: «A chi lascerà?...» Ma come saperne nulla se non si era confidata mai con nessuno, neppure coi figli?... «Se ci fosse stato il contino Raimondo, però!...» Allora i partigiani del principe, senza tanti riguardi: «La roba dovrebbe andare al padrone, se quella pazza non ne avrà fatta un'altra delle sue!...» Infatti non aveva potuto soffrire il primogenito, prediligendo il contino Raimondo; e il contino, quantunque chiamato e richiamato dalla madre che sentiva vicina la propria fine, non s'era mosso da Firenze!... All'arrivo di fra' Carmelo, spedito dall'Abate di San Nicola per aver notizie di don Lodovico e di don Blasco, il discorso prese un'altra piega. Fra' Carmelo sapeva la via del palazzo dalle tante volte che ci aveva accompagnato don Lodovico novizio; e tutta la servitù lo conosceva e gli voleva bene, tant'era buono, con quel suo faccione che pareva scoppiare, grasso fin sulla nuca. «Povera principessa!... Che gran disgrazia!» Egli lodava la morta e rammentava i tempi del noviziato di Padre Lodovico, quando, conducendo a casa il ragazzo in permesso, le portava regalucci di frutta che la buona signora degnavasi di accettare. «Alla mano con tutti!... Affezionata con tutti!... Povero Padre Lodovico! Deve aver pianto!» Le donne esclamarono: «Figuriamoci! Un santo come lui!...» E fra' Carmelo: «Un vero santo! Non c'è monaci che gli possano stare a paragone. Non per nulla l'han fatto Priore a trent'anni!» «Suo zio don Blasco non gli somiglia?...» disse improvvisamente il cocchiere maggiore, con una strizzatina d'occhi. «È un'altra cosa. Tutti gli uomini possono esser formati a un modo?... Ma bravo anche lui!... Signore anche lui!...» E giusto il discorso era a quel punto, quando un lontano rumore di carrozza con le sonagliere fece tacer tutti. Giuseppe, guardando dallo sportello, spalancò il portone: il carrozzino della mattina entrò a rotta di collo e ne scesero il principe e il signor Marco che teneva una valigia in mano, mentre tutti si scoprivano e dalla loggia del piano nobile affacciavasi don Blasco. Il ritorno del capo della famiglia, nella Sala Gialla, produsse una nuova commozione: sospiri, singhiozzi, mute strette di mano. Il principe era sempre pallido e parlava a stento, con gesti larghi di sconforto: «Troppo tardi!... Più nulla da fare!... Fino a iersera stava benissimo, mangiò anzi con appetito due uova e bevve una tazza di latte... All'alba di stamani, improvvisamente, chiamò e...» e tacque, quasi non potendo proseguire. Il signor Marco, deposta la valigia, confermava: «Impossibile prevedere questa catastrofe... Nel primo momento, speravo fosse soltanto una sincope... ma purtroppo la triste verità...» Chiara e la cugina piangevano; il Priore deplorava specialmente che nessun sacerdote l'avesse assistita negli ultimi istanti; ma il signor Marco assicurò che ella erasi confessata due giorni innanzi, che il Vicario Ragusa era arrivato in tempo a darle l'assoluzione; mentre il principe da canto suo riferiva: «Abbiamo improvvisato una cappella ardente... tutti i fiori della villa... ne hanno mandati da ogni parte...» «E Ferdinando?» domandò Chiara «Non è venuto?... Ah!» Egli si battè a un tratto la fronte. «Dovevo passar io ad avvertirlo!... Me ne sono scordato!... Baldassarre!... Baldassarre!...» Ma, sul più bello, don Blasco, il quale aveva tenuto d'occhio la valigia quasi ci fosse dentro roba di contrabbando, lo tirò per la manica, domandando: «E il testamento?» Il principe, con un altro tono di voce, non più dolente, ma premuroso, pieno di scrupoli: «Il signor Marco qui presente» rispose, «m'ha comunicato che le ultime volontà di nostra madre sono depositate presso il notaio Rubino. Noi aspetteremo, se credete, l'arrivo di Raimondo e dello zio duca... Frattanto, abbiamo suggellato tutto quel che s'è trovato, per renderne stretto conto, a suo tempo, a chi di ragione... Il signor Marco possiede però un documento che riguarda i funerali... Credo che di questo si debba dar subito lettura...» E il signor Marco, tratto di tasca un foglio, lesse in mezzo a un profondo silenzio: «In questo giorno, 19 maggio 1855, trovandomi sana di mente e non di corpo, io sottoscritta, Teresa Uzeda principessa di Francalanza, raccomando l'anima a Dio e dispongo quanto appresso. Il giorno che piacerà al Signore chiamarmi con sé, ordino che il mio corpo sia affidato ai Reverendi Padri Cappuccini affinché sia da essi imbalsamato e nella necropoli del loro cenobio custodito. Voglio che il funerale sia celebrato, con quel decoro che compete alla famiglia, nella chiesa dei detti Padri in segno della mia devozione alla Beata Ximena, nostra gloriosa parente, la cui salma nella loro chiesa si venera. Durante il funerale e dopo che il mio corpo sarà imbalsamato, voglio, ordino e comando che esso sia vestito della tonaca delle Religiose di San Placido, e che alla cintura mi sia messa la corona del Santissimo Rosario donatami dalla mia diletta figlia Suor Maria Crocifissa il giorno della sua monacazione, e che sul petto mi sia posto il crocifisso d'avorio, memoria del mio amato consorte principe Consalvo di Francalanza. In segno di particolare penitenza ed umiltà, espressamente impongo che il mio capo sia appoggiato sopra una semplice e nuda tegola: così voglio e non altrimenti. Per la necropoli dei Cappuccini ordino che si costruisca una cassa a cristalli, dentro alla quale sarà posto il mio corpo nel modo di cui sopra; essa avrà una serratura con tre chiavi delle quali una rimarrà a mio figlio Raimondo conte di Lumera, la seconda, in segno di speciale benevolenza pei servigi prestatimi, al signor Marco Roscitano, mio procuratore e amministratore generale, e la terza al reverendo Padre Guardiano di esso cenobio dei Cappuccini. Nel caso però che il detto signor Roscitano dovesse lasciare l'amministrazione della mia casa, ordino che la chiave passi all'altro mio figlio Lodovico, Priore nel monastero di San Nicola dell'Arena. Questa è la mia volontà e non altra. Teresa Uzeda»

Il signor Marco, che s'era rispettosamente inchinato al passaggio relativo alla sua persona, abbassò il foglio; il principe disse guardando in giro gli astanti: «Le volontà di nostra madre sono leggi per noi. Sarà fatto secondo ha prescritto.» «In tutto e per tutto...» confermò il Priore, chinando il capo. Don Blasco, che soffiava come un mantice, non aspettò neppure che l'adunanza si sciogliesse. Afferrato il marchese per un bottone del soprabito, esclamò: «Sempre pulcinellate?... Fin all'ultimo?... Per far ridere la gente?...» E il signor Marco era appena salito al primo piano, nelle stanze dell'amministrazione contigue al suo quartierino, per dare ai dipendenti gli ordini opportuni, che le persone venute a cercarlo si presentarono a lui. Il ceraiolo di San Francesco veniva a offrire cera di prima qualità, lavorata all'uso di Venezia, a sei tarì; il maestro Mascione portava una lettera dell'avvocato Spedalotti, il quale pregava il signor Marco di far eseguire la messa di requiem del giovane compositore; Brusa, il pittore, sollecitava l'appalto della decorazione pel funerale solenne della principessa... «Come sapete che ci sarà un funerale solenne?» «Per una signora come la principessa!» «Ripassate domani...» E Baldassarre chiamava: «Signor Marco! Signor Marco!... Il principe!...» Ma nuovi postulanti sopravvenivano. Nessuno l'aveva ancor detto, ma si sapeva che la principessa di Francalanza non poteva andare all'altro mondo senza una gran cerimonia, senza un gran scialacquo di quattrini, e ognuno sperava di guadagnarne. Raciti, il primo violino del Comunale, voleva offrire la messa funebre di suo figlio; saputo che Mascione aveva ottenuto una lettera di Spedalotti, era corso a sollecitare la raccomandazione più valevole del barone Vita; Santo Ferro, che aveva la manutenzione del giardino pubblico, sperava gli commettessero la camera ardente, e poiché Baldassarre, dal cortile, tornava a chiamare: «Signor Marco! Signor Marco!... Il principe!...» il signor Marco si sbarazzò bruscamente dei postulanti: «Ma andate al diavolo!... Ho altro da fare, adesso!»

Un formicaio, la chiesa dei Cappuccini nella mattina del sabato, che neppure il Giovedì Santo tanta gente traeva a visitarvi il Sepolcro. Tutta la notte era venuto dalla chiesa un frastuono di martelli, d'asce e di seghe, e le finestre erano state abbrunate fin dal giorno precedente. A buon'ora, dinanzi alla folla curiosa che gremiva la terrazza e le scalinate, avevano inchiodato sulla porta maggiore il drappellone di velluto nero con frange d'argento, sul quale leggevasi a caratteri d'oro:

PER L'ANIMA DI DONNA TERESA UZEDA E RISÀ PRINCIPESSA DI FRANCALANZA ESEQUIE

Verso sedici ore, don Carlo Canalà, col naso in aria, sotto la porta spiegava al principe di Roccasciano, tra le gomitate di quelli che entravano continuamente: «Veda: all'esterno non giudicai conveniente... dilungarmi del soverchio.. Massima semplicità: per l'anima... esequie... Penso che nella sua concisione... per avventura...» Ma gli urti, le pestate di piedi, le esclamazioni dei curiosi non gli consentivano di filare il discorso; la gente sbucava a torrenti da tutte le parti, sospingevasi in chiesa, calpestava i mendicanti venuti a mettersi accosto alle porte ed ai cancelli per far baiocchi. «Sol esso il nome... onde i concetti, per avventura...» Alla fine, don Cono si decise anch'egli ad entrare; ma, separato dal compagno, fu travolto, come un chicco di caffè nel macinino, dal turbine umano che per il troppo angusto passaggio s'ingolfava nella chiesa. Essa era buia, pei veli delle finestre, pei manti neri che rivestivano le pareti e pendevano dalle arcate delle cappelle e si stendevano lungo il cornicione. Sopra una piattaforma alta sei o sette gradini dal pavimento e girata da una triplice fila di ceri, sorgeva il catafalco: una piramide tronca le cui quattro facce, tappezzate d'ellera e di mortella, portavano nel mezzo, disegnati a fiori freschi, quattro grandi scudi della casa di Francalanza. Al sommo della piramide, due angeli d'argento inginocchiati da una sola gamba aspettavano di reggere il feretro. Ad ogni angolo inferiore del catafalco, su tripodi d'argento, erano confitte quattro torce grosse quanto le stanghe, con uno scudo di cartone legato a mezz'asta; sei valletti con le livree del secolo XVIII, rosse, nere e dorate, impalati come statue, con le facce rase di fresco, reggevano ciascuno una delle antiche bandiere d'alleanza; dopo i valletti dodici prefiche, vestite di neri manti, coi capelli scarmigliati, stavano tutt'intorno al catafalco coi fazzoletti in mano, per asciugarsi le lacrime. Ma bisognava lavorar di gomiti, camminare sui piedi dei vicini, lasciarsi ammaccare le costole e pestare i calli e sudare una camicia prima d'arrivare a quell'apparato, intorno al quale una folla d'operai, di servi, di donnicciuole stava estatica ad ammirare, in attesa del corteo, il finto marmo della piattaforma, le urne di cartone scaglionate sui gradini, le lacrime di carta argentata gocciolanti dai veli neri: «Una galanteria!... Una cosa mai vista!... Per questo sono signoroni!... Lasciate fare a loro!... E dodici piangenti!... Neanche pel funerale del papa!... Ma il cadavere è già posto al colatoio per l'imbalsamazione.» E Vito Rosa, il barbiere del principe, spiegava: «Appena sceso dal Belvedere fu portato a palazzo e gli fecero girare gli appartamenti per l'ultima volta, come usano... Il cataletto era portato a spalla, senza stanghe... e tutta la parentela dietro, la servitù con le torce accese, come una processione!...» Le comari esclamavano: «E una tegola sotto il capo!... Che gli mancavano forse cuscini di velluto?... Anzi, questo è per maggior penitenza, con la tonaca di San Placido: non capite?» Ma la gente incalzava alle spalle e i discorsi s'interrompevano, i primi arrivati dovevano cedere il posto, se ne andavano sotto il palco dell'orchestra, eretto a ridosso dell'organo, con quattro ordini di panche e i manichi dei contrabbassi che spuntavano dal più alto, ma ancora vuoto; o giravano dalla parte opposta, verso la cappella della Beata Uzeda, tutta splendente di lampade votive; e si fermavano, una volta fuor della ressa, a guardare l'altare scavato dove si vedeva, attraverso un vetro, la cassa antica rivestita di cuoio, che racchiudeva il corpo della santa donna; poi tentavano tornare verso il centro della chiesa per leggere le iscrizioni attaccate agli altri altari; ma la folla era adesso compatta come un muro. Don Cono Canalà, data un'occhiata all'apparato, aveva tentato tre o quattro volte, per conto suo, d'avvicinarsi a qualcuno degli epitaffi, ma non era riuscito a spingersi tanto innanzi da leggerli; e col capo rovesciato, il cappello ammaccato dai continui urtoni, i piedi pestati, la camicia in sudore, tangheggiava come una barca in mezzo alla tempesta. Con belle maniere, dicendo: «Di grazia!... La prego!... Mi scusi!...» arrivò finalmente a tiro della prima tabella, dove leggevasi:

SOTTO MULIEBRI SPOGLIE CUORE GAGLIARDO PIETOSO ANIMO ELETTO MUNIFICO SPIRITO SVEGLIATO FECONDO ONNINAMENTE DEGNA DELLA MAGNANIMA STIRPE CHE LA FE' SUA

«Onninamente?....» disse il barone Carcaretta che si trovava a fianco di don Cono. «Che cosa significa?» «Importa interamente, o vogliam dire del tutto... Onninamente degna della stirpe... Come le piace questo concetto?...» «Eh, va bene; ma non capisco perché si divertano a pescar le parole difficili!» «Veda...» spiegò allora don Cono, insinuante: «lo stile epigrafico tiene al sommo grado del nobile e del sostenuto... Io non potevo adoprare...» «Ah, l'avete scritta voi?» «Sissignore... ma non solo, veramente: di unita col cavaliere don Eugenio... Io ho curato sovra tutto la forma... Bramerei vedere le altre: temo non abbian preso un qualche abbaglio, in copiando...» Ma la chiesa era talmente gremita che potevano appena fare due passi ogni quarto d'ora; e tutt'intorno la gente che non riusciva ad andare né avanti né indietro né a veder altro fuorché la cima della piramide, ingannava l'impazienza dell'attesa chiacchierando, dicendo vita, morte e miracoli della principessa: «Adesso i suoi figli potranno respirare! Li ha tenuti in un pugno di ferro...» «I suoi figli: quali?...» «Costrinse don Lodovico, il secondogenito, a farsi monaco mentre gli toccava il titolo di duca; la primogenita fu chiusa alla badìa!... Se campava ancora ci avrebbe messo anche l'altra!... Maritò Chiara perché questa non voleva maritarsi!... Tutto per amor d'un solo, del contino Raimondo...» «Ma il padre?...» «Il padre, ai suoi tempi, non contava più del due di briscola; la principessa teneva in un pugno lui e il suocero!...» Però tutti riconoscevano che, se non fosse stata lei, a quell'ora non avrebbero avuto più niente. Ignorante, sì; ma accorta, calcolatrice! «È vero che non sapeva leggere né scrivere?» «Sapeva leggere soltanto nel libro delle devozioni e in quello dei conti!» Frattanto don Cono avvicinavasi, a passo di formica, alla seconda iscrizione:

ORBATA DEL TUO FIDO CONSORTE NEL MORTALE VIAGGIO VECE FACESTI AL TUOI FIGLI DEL PADRE LORO.

Prima ancora di scorgere i caratteri, don Cono che la sapeva a memoria, recitò l'epigrafe al barone, fermandosi un poco a ciascuna parola, più a lungo ad ogni capoverso, gestendo con la mano come se spruzzasse acqua benedetta, per sottolineare i passaggi salienti: «Ignoro se approvate questo concetto: orbata... vece facesti...» Ma nuove ondate della folla lo divisero la seconda volta dal compagno. Veniva ora dalla terrazza e dalle scalinate un vasto sussurro, perché i rintocchi del mortorio annunziavano finalmente la partenza del corteo dal palazzo. Intorno alla casa Francalanza c'era sempre una fiera, per le tante carrozze aspettanti, pel tanto popolo fremente d'impazienza. Dal portone socchiuso vedevasi un'altra folla ragunata nei due cortili, uno sciame di servi con le livree nere che andavano e venivano, il maestro di casa senza cappello che s'affannava a dar ordini, la carrozza di gala a quattro cavalli che sarebbe servita da carro funebre. Quando finalmente le due pesanti imposte girarono sui cardini, tutte le teste si voltarono, tutte le persone s'alzarono sulle punte dei piedi. Veniva innanzi la fila dei frati Cappuccini con la croce, poi la carrozza funebre, dentro alla quale si vedeva il feretro di velluto rosso, fiancheggiata da tutta la servitù con le torce in mano; poi l'Ospizio Uzeda dei vecchi indigenti, tutti a testa nuda; poi le ragazze dell'Orfanotrofio coi veli azzurri pendenti fino a terra; poi tutte le carrozze di famiglia: altri due tiri a quattro, cinque tiri a due, e poi ancora un altro gruppo di gente: una quarantina d'uomini, la più parte barbuti, con le giubbe di velluto nero, anch'essi coi ceri in mano. «Chi sono?... Di dove spuntano?...» Erano i zolfai delle miniere dell'Oleastro chiamati apposta da Caltanissetta per l'accompagnamento della padrona: quest'ultimo accessorio finiva di sbalordire tutti quanti: ancora non s'era vista una cosa simile!... Ma gli equipaggi che s'avanzavano da ogni parte per mettersi in fila sbaragliavano la calca: tiri a quattro che venivano a prendere i primi posti, tiri a due che rinculavano scalpitando tra un fitto schioccar di fruste; e i curiosi, a rischio di lasciarsi pestare sotto i piedi delle bestie, li venivano riconoscendo dagli stemmi degli sportelli e anche dai cocchieri: «Il duca Radalì... il principe di Roccasciano... il barone Grazzeri... i Cùrcuma... i Costante... non manca nessuno!...» Di repente tutti si volsero a un lontano vocìo: «Che è?... Che cos'è stato?... La carrozza di Trigona!... Il cocchiere non vuole andare in coda, gli altri non cedono il posto... Ha ragione!... Questi sono soprusi!...» Il cocchiere del marchese Trigona, appunto, quantunque guidasse un trespolo tirato da due ronzinanti, non voleva mettersi in coda dove c'erano le carrozze dei non nobili più belle della sua. E Baldassarre, tutto in sudore per la fatica sostenuta nell'ordinare il corteo, nel far rispettare le precedenze, s'avanzava per dar ragione al cocchiere, aprendosi a stento il varco tra la folla, allungando ceffoni ai monelli che gli si mettevano fra i piedi, ingiungendo: «Largo!... largo!...» mentre una buona metà dell'accompagnamento s'era avviata. Il mortorio sonato da tutte le chiese della città chiamava gente da ogni parte sul suo passaggio; ma specialmente il campanone della cattedrale sospingeva a frotte i curiosi. Sonava a morto solo pei nobili e i dottori, e il suo nton nton grave e solenne costava quattr'onze di moneta; talché la gente, udendo la gran voce di bronzo, diceva: «Se n'è andato qualche pezzo grosso!» E ancora buon numero di carrozze, dopo quella di Trigona, aspettavano d'incamminarsi, che già la testa del corteo fermavasi ai Cappuccini. Impossibile portare in chiesa la bara dalle scale. Non già che pesasse molto, ché anzi era vuota; ma la ressa, sulle scale, cresceva, nessuno poteva andare né avanti né indietro, solo il cannone avrebbe potuto far luogo. Bisognò girare la situazione, aprire un varco fra la turma che gremiva la salita del Santo Carcere e di San Domenico e portare il feretro dal convento e dalla sacrestia: trascorse quasi un'ora prima che fosse posto sul catafalco. I sonatori avevano già preso posto sul palco e sfoderato i loro strumenti, i frati accendevano con le canne lunghe i ceri dell'altar maggiore. E i curiosi stipati nella chiesa, continuando a parlar della morta, si rivolgevano insistentemente una domanda e si proponevano una quistione: «Chi sarà l'erede?..» Nobili e plebei, ricchi e poveri, tutti volevano sapere che direbbe il testamento, come se la morta avesse potuto lasciar qualcosa a tutti i suoi concittadini. Aspettavano, al palazzo, l'arrivo del contino da Firenze e del duca da Palermo per leggere le ultime volontà della principessa; e le opinioni, nel pubblico, erano diametralmente opposte: alcuni sostenevano che tutto sarebbe andato al contino; ma, quantunque la defunta odiasse il primogenito, era proprio possibile che lo diseredasse? «Nossignore: tutto andrà al primogenito: è vero che non lo poteva soffrire, ma è il capo della casa, l'erede del principato!...» Un nuovo pigia pigia troncò di botto ogni discorso, infittì la folla in fondo alla chiesa: entravano le orfanelle del Sacro Cuore con le vesti verdi e gli scialletti bianchi; Baldassarre, tutto vestito di nero, le dirigeva verso l'altar maggiore, ingiungendo: «Largo, largo, signori miei!...» Un bambino, mezzo soffocato tra la calca, si mise a strillare; un mendicante, riuscito ad entrare, inciampò contro un gradino d'altare e cadde per terra.

BENEFICENTE COI DERELITTI L'OBOLO DELLA CARITÀ TI FIA RESO CENTUPLICATO CON L'ESPIATORIE PRECI

Don Cono declamava, a bassa voce, l'altra iscrizione al canonico Sortini che aveva pescato tra la folla: «Conciliar l'invenzione del concetto con la venustà della forma: difficoltà precipua dello stile epigrafico... L'obolo... centuplicato... non so se mi appongo...» Adesso l'altar maggiore era tutto una fiamma, dai tanti ceri; il movimento dei frati e dei sagrestani cresceva; sul palco della musica accordavano gli strumenti, un clarino sospirava, gli archetti stridevano, un contrabbasso borbottava; e Baldassarre, aiutato dai camerieri di tutta la parentela, vestiti di nero anch'essi, faceva disporre due file di sedie pei vecchi e le orfanelle: le sedie, tenute alte sulla folla, parevano navigare sul mar delle teste, e poiché sempre nuova gente entrava a furia, la ressa era terribile. I fiati, l'odor di moccolaia, il caldo della giornata facevano della piccola chiesa una bolgia; alcune donne erano già svenute, in due o tre punti si litigava fra chi voleva spingersi avanti e chi non voleva tirarsi indietro; ma nessuno si decideva ad andarsene; e negli angoli, lungo i muri, avanti agli altari, i curiosi, gli scioperati rifacevano la storia della morta e della famiglia, ne commentavano le stravaganze: «La cassa con tre chiavi!... Sarà tanto più difficile tornare a questo mondo!... E la tonaca e il rosario!... Tanta penitenza con un funerale da regina!» A voce più bassa le male lingue aggiungevano: «Dopo l'allegra vita!...» Accanto alla pila dell'acqua santa, in mezzo a un crocchio di nobilastri invidiosi e a corto di quattrini, don Casimiro Scaglisi annunziava: «E il principe? Non sapete che ha fatto il principe? Quand'ebbe la notizia della morte della madre, scappò al Belvedere senza far chiudere il portone, per avere il tempo d'arrivar solo alla villa, e senza avvertir Ferdinando alla Pietra dell'Ovo...» Alcuni protestarono: don Casimiro confermò: «Se ve lo dico io!... Per aver tempo di maneggiarsi, di far sparire carte e denari!» Tutt'intorno scrollavano il capo: don Casimiro parlava così per astio, giacché fin a tre giorni addietro era stato lavapiatti di casa Francalanza, ma fin da quando la principessa era andata in campagna, il principe non l'aveva più ricevuto, credendolo iettatore. «Del resto, scusate,» gli facevano osservare, «che bisogno aveva mai il principe d'allontanare Ferdinando?» «Sissignori, fa la vita del Robinson Crusoe alla Pietra dell'Ovo, non s'occupa d'affari e in famiglia lo chiamano il Babbeo, col soprannome messogli da sua madre. Ma che vuol dire? Babbeo o no, il principe non voleva nessuno dei suoi tra i piedi!... Vi dico che lo so di sicuro!» Un altro osservò: «Non parlate male di Ferdinando; con le sue manìe non fa male a nessuno; è il migliore di tutta la casata.» «Tanto che non parrebbe dello stesso seme...» rispose don Casimiro. «Sst, sst! Siamo in chiesa,» gl'ingiunsero. «Passa don Cono.» Don Cono adesso traversava la chiesa per leggere l'iscrizione posta sulla pila dell'acqua benedetta; come fu giunto vicino al crocchio, lo fermarono: «Don Cono!... Don Cono!... Voi che avete la vista lunga; come dice lassù?» E don Cono compitò:

IN QUESTO TEMPIO OVE IL FRALE SI ACCOGLIE DELLA BEATA UZEDA CORROBORATE FIENO LE PRECI DALL'INTERCESSORA PARENTE

«Bellissimo! Bravo!... Bene l'intercessora...» esclamarono in coro; ma un «sst» prolungato passò di repente di bocca in bocca: il maestro Mascione, appollaiato in cima al palco dell'orchestra, aveva picchiato tre colpi sul leggìo; e le conversazioni morirono, tutte le teste si volsero verso i sonatori. In mezzo all'attenzione generale don Casimiro urtò a un tratto col gomito i vicini, esclamando piano: «Guardate! Guardate!» Entrava in quel punto, protetto contro la folla dal servitore, il vecchio don Alessandro Tagliavia: nonostante l'età, reggeva ancora diritta l'alta persona e dominava la folla con la bella testa bianca e rosea, dagli occhi chiari com'acqua marina e dai baffi bionditi dal tabacco. Non potendo avanzare, guardava da lontano il catafalco, il palco della musica, le tabelle degli epitaffi; e intanto, nel silenzio fattosi come per incanto, l'orchestra intonava il preludio: un lungo gemito, suoni rotti in cadenza come da brevi singulti si diffondevano per la chiesa, e le piangenti riprendevano a lacrimare, mentre i monaci, dinanzi all'altare, cominciavano le genuflessioni. Molti capi si chinarono, al sordo vocìo sottentrò un raccoglimento profondo. «Guardate!...» ripeté don Casimiro, nel gruppo accanto alla pila. «È venuto a dirle l'ultimo addio!» Tutti avevano gli occhi fissi sul vecchio: il lavapiatti a spasso continuò, interrompendosi quando l'orchestra taceva: «Ed io che me lo rammento piangere come un bambino... come un disperato... quando la morta lo lasciò per Felice Cùrcuma... dopo quello che c'era stato fra loro!...Adesso lei è a marcire al colatoio... Lui camperà vent'anni ancora: una salute di ferro...» A voce più bassa, mentre le trombe tratto tratto squillavano e le voci cantavano Requiem aeternam dona eis, aggiunse: «Ed ha la sua brava ragazza, in una villetta al Borgo... Tutte le sere le passa con lei!...» Il vecchio tentava ancora di avvicinarsi ad una iscrizione; ma poiché, principiata la messa, nessuno più si moveva, tornò indietro. Giunto sulla porta della chiesa, colpendogli l'aria fresca la fronte, si calcò il cappello sulla testa che non era ancor fuori. «Sic transit gloria mundi!...» Però, passato il primo effetto della musica, le conversazioni andavano qua e là riappiccandosi; e Raciti, il primo violino del Comunale, borbottava in mezzo agli sconosciuti: «Bell'apparato, non c'è che dire; bella funzione!... La quistione è di sapere chi pagherà!» Era furente, dopo che il signor Marco aveva preferito la messa di Mascione a quella di suo figlio; ma si consolava sparlando della casata: non c'era l'eguale per la stitichezza nel pagare; e Titta Caruso, il bollettinaio del teatro, ne sapeva qualcosa, costretto com'era ogni anno a far cento volte le scale del palazzo prima di vedersi pagato l'appalto del palchetto: oggi non c'era il principe, domani non c'era la principessa, un'altra volta mancava il signor Marco, poi erano tutti in campagna... «Mio figlio Salvatore non voleva offrir loro la sua messa? Meglio sonarla gratis per le anime del Purgatorio; almeno se ne guadagna altrettanta salute all'anima!» E voltò le spalle, furioso, per andarsene, mentre intonavano il Tuba mirum rubato al Palestrina!... Come lui, erano venuti in chiesa quanti eran corsi nei primi momenti al palazzo per offrire i loro servigi; ma i rimasti a mani vuote tiravano adesso in ballo le storie d'avarizia e d'intima spilorceria di quella famiglia il cui lusso era solo apparente: la principessa, una volta, non aveva fatto citare dinanzi al giudice il suo calzolaio perché le restituisse il prezzo di un paio di scarpe non riuscite di suo gradimento? E in cucina, il cuoco non aveva l'ordine di scolar l'olio rimasto nella padella dopo la frittura per riconsegnarlo alla padrona? «Più sono ricchi, cotesti porci, più sono spilorci!...» Un «zitti!» imperioso troncò le chiacchiere: l'orchestra intonava il Che dirò io misero? e la gente che stava attenta alla musica non voleva esser disturbata. Ma dopo un momento le conversazioni si riannodarono. In certi crocchi di liberali, vantavano il patriottismo del duca Gaspare, sottovoce, però, e guardandosi intorno per paura che qualche spia non udisse. «Un colpo al cerchio e un altro alla botte!» esclamava don Casimiro accanto alla pila. «In questa casa chi fa il rivoluzionario e chi il borbonico; così sono certi di trovarsi bene, qualunque cosa avvenga! La ragazza Lucrezia non fa la liberale per amore di quello sciocco di Benedetto Giulente?...» Il barone Carcaretta, unitosi ai maldicenti, protestò: «Non daranno mai un'Uzeda a un Giulente!» E don Casimiro: «Per questo io dico che il Giulente è uno sciocco...» «Silenzio, eccoli lì.» Il giovanotto infatti entrava in quel momento insieme con suo zio don Lorenzo, il celebre liberale lavapiatti del duca. «E così?» domandò don Casimiro, «quando la farete questa rivoluzione?» «Non lo diremmo a voi, in ogni caso», rispose Benedetto sorridendo. Allora l'altro si rivolse allo zio: «E il vostro amico, il duca? Gli muore la cognata, i suoi nipoti l'aspettano, e non parte subito? Che sta macchinando?» «A voi che importa?» «A me? Un fico secco! Io non faccio il lavapiatti a nessuno!» «I lavapiatti» rispose don Lorenzo, «dovete sapere che io li ho tenuti sempre in cucina...» «Silenzio!... Siamo in chiesa.» La preghiera ieratica diceva giustamente: «Serbami un posto nel gregge.» Ma don Casimiro non voleva riconoscere che il dispiacere di non goder più dell'intimità degli Uzeda lo animava contro di loro. «Bestioni!» esclamò, quando i due Giulente si allontanarono. «Mi diranno poi come finirà loro, con quei birbanti!» Il principe di Roccasciano, che aveva girato per la chiesa sballottato dalla folla, fu sospinto in mezzo al gruppo; tutta la sua persona, così piccola e magra che pareva fatta in economia, esprimeva uno straordinario stupore: «Signori miei, che funerale! che spesa!... Ci saranno per lo meno cent'onze di cera! E l'apparato! La messa cantata! Io vi so dire che per la felice memoria di mio padre spesi sessantotto onze e tredici tarì, e che feci? Niente!... Qui vi dico che si sono spese cent'onze di sole torce...» «Sst... il Lux aeterna.» Ad ogni passaggio della messa operavasi un rimescolamento nella folla: alcuni tentavano uscire, la più parte mutavan di posto, giravano intorno al catafalco, andavano a leggere le iscrizioni. Restava a don Cono da verificar l'ultima; don Casimiro gli si pose alle costole, seguito da parecchi della comitiva.

AHI DURA MORTE IL PIANTO D'UNA ILLUSTRE PROSAPIA D'UN POPOLO INTERO A DISARMARE IL TUO BRACCIO NON VALSE

«Benissimo!» fece don Casimiro. «La prosapia è illustre: discende difilato dall'anche d'Anchise. Il popolo piange: non vedete le lacrime?» e mostrava quelle d'argento che frangiavano l'addobbo funebre. «Piangono anche le ragazze dell'Orfanotrofio... pensando che andranno a finir cameriere dell'illustre principe...» «Parmi sconvenga...» obiettò don Cono. «E v'accerto io che sono tutti disperati per bene che si vogliono in casa. Poh! Non possono stare un giorno senza abbracciarsi e baciarsi...» «Parmi sconvenga...» «Prudenza, signori miei... siamo in chiesa!» Giusto, la ripresa del Dies irae assordava tutti; i frati erano scesi verso il catafalco, benedicendo; la musica intonava il Libera me, riprendeva le frasi del principio, implorava il Requiem. «È finito?... Se Dio vuole!» E un rimescolamento generale: chi era rimasto lontano dal catafalco e dalle iscrizioni vi si dirigeva; molti che non reggevansi più in piedi dalla stanchezza, s'avvicinavano alle porte; ma lì la confusione e la ressa ricominciavano più grandi; perché tutta la gente rimasta fuori, credendo che, finita la messa, fosse agevole entrare, s'affollava tumultuosamente, cozzando contro quelli che volevano uscire, travolgendo gli storpi, i ciechi e i mutilati che arrischiavano nuovamente di tender la mano ai passanti. «Adagio!... I piedi!... Che maniera!» e dominando quel vocìo veniva dalla piazza un incessante scalpitar di cavalli: le carrozze del corteo funebre che sfilavano una dopo l'altra andandosene. Il principe di Roccasciano, affacciato dalla terrazza, le veniva numerando: «Sette tiri a quattro, sessantatrè carrozze padronali, dodici di rimessa» disse, quando passò l'ultima. E fece il conto: «A dodici tarì l'una, tolte quelle di famiglia, sono trentaquattr'onze!...» Allora l'onda degli spettatori cominciò a disperdersi. I poveri rimasti accoccolati lungo i muri poterono finalmente trascinarsi ai loro posti; ma oramai non passava più nessuno.

2.

Verso sera, mentre la servitù raccolta nel cortile commentava ancora la magnificenza del funerale, arrivò dalla via di Messina il conte Raimondo con la contessa Matilde. Baldassarre, udendo il tintinnìo delle sonagliere, si precipitò giù per lo scalone e arrivò allo sportello della corriera giusto nel momento che questa arrestavasi e che il padrone saltava giù. «Chi c'è?» domandò il contino, troncando con voce breve le cerimonie di Baldassarre e mostrando le carrozze allineate nella corte. «Visite pel signor principe, Eccellenza...» e subito il maestro di casa prese l'aspetto grave e triste conveniente alla circostanza luttuosa. Il conte s'avviò per lo scalone senza curarsi della moglie né del bagaglio. Baldassarre, a capo chino, offerse il gomito alla signora contessa, ma ella smontò senza appoggiarsi. «Più bella che mai!» giudicavan le donne che le si appressavano rispettosamente, «quantunque un po' dimagrata, in verità...» La moglie del portinaio osservò anche: «Pare più afflitta lei del contino... E con che dolce voce pregava che portassero su le valige e i sacchi da notte, e rispondeva al: "Benvenuta, Eccellenza!" dei servi, informandosi della loro salute, domandando a Giuseppe se il suo bambino stava bene e a donna Mena se la sua figliuola s'era maritata!...» Su, nelle anticamere, il principe e Lucrezia vennero incontro al fratello ed alla cognata. Raimondo si lasciò baciare dalla sorella, e, stretta la mano che Giacomo gli tendeva, entrò nella Sala Gialla, zeppa di gente al pari della Rossa, poiché, tolto il divieto di lasciar salire i soli prossimi parenti, ora i cugini in quarto e in quinto grado, gli affini, gli amici venivano in processione a condolersi della gran disgrazia. Tutti, all'apparire della contessa Matilde, si levarono, ad eccezione di don Blasco e di donna Ferdinanda. Quest'ultima, quando la nipote le baciò la mano, borbottò un: «Ti saluto» freddo freddo; quanto a don Blasco, non le rispose neppure. Egli vociava, gesticolando: «Vogliono il resto? Ah, vogliono il resto? Se vogliono il resto, non hanno da far altro che chiederlo!...» L'incontro del Priore con Raimondo fu osservato da tutti: il Priore che stava seduto accanto a Monsignor Vescovo col Vicario e parecchi canonici, appena scorto il fratello s'alzò e gli aperse le braccia: Raimondo si lasciò abbracciare un'altra volta, ma quelle dimostrazioni d'affetto lo seccavano visibilmente. Poi il principe lo condusse via, e tutti ripresero i loro posti e i discorsi interrotti. In un gruppo di pezzi grossi dove c'erano, fra gli altri, il presidente della Gran Corte, il generale e alcuni senatori municipali, don Blasco continuava a fiottare contro i rivoluzionari e i quarantottisti che minacciavano d'alzar la coda. Non era bastata loro la famosa lezione spiegata da Satriano? Volevano il resto? Sarebbero stati immediatamente serviti! «Ma la colpa più grande credete forse che sia dei sanculotti o di quel ladro di Cavour? È di quei ruffiani che per la loro posizione dovrebbero sostenere il governo e invece si mettono coi morti di fame!» Egli l'aveva principalmente col fratello duca che s'era fitto in capo di fare il liberalone, lui, il secondogenito del principe di Francalanza! Il marchese di Villardita approvava, chinando la testa, giudicando però che i rivoluzionari, con o senza l'aiuto dei signori, sarebbero rimasti cheti almeno per un altro mezzo secolo: la città portava ancora i segni della terribile repressione dell'aprile Quarantanove: non erano del tutto scomparse le tracce del fuoco e del saccheggio, e mezza popolazione piangeva i morti, i condannati all'ergastolo, gli esiliati. Il Priore, tornato a sedere accanto a Monsignore, nel gruppo delle tonache nere, deplorava anch'egli, a bassa voce, l'iniquità dei tempi per via della legge piemontese contro le corporazioni religiose; e don Blasco, nel crocchio opposto: «Adesso fanno la guerra senza denari! Rubando la Chiesa di Cristo! E quel celebre d'Azeglio? Avete letto il suo sproloquio?...» Dalla parte delle donne la principessa se ne stava in un angolo, un po' alla larga, per evitar contatti. Donna Ferdinanda, seduta vicino al principe di Roccasciano, parlava con lui d'affari, del raccolto, del prezzo delle derrate, mentre la principessa di Roccasciano raccontava alla baronessa Cùrcuma un suo sogno, la madre che le era apparsa con tre numeri in mano: 6, 39 e 70, sui quali avea giocato dodici tarì di nascosto del marito. Le ragazze Mortara e Costante, amiche di Lucrezia, parlavano d'abiti a quest'ultima, per divagarla, quantunque ella non desse loro ascolto e rispondesse a sproposito, com'era sua abitudine; ma la cugina Graziella teneva da sola animata la conversazione, rivolgendosi a tutti ed a ciascuno, passando da una sala all'altra chiacchierando d'abiti, di sarte, della Crimea, del Piemonte, della guerra, del colera. Stanca del viaggio, la contessa Matilde parlava poco, aspettando di ritirarsi nelle sue camere; don Cono, venuto a mettersele vicino, le recitava tutte le epigrafi da lui composte pel funerale: «M'è sovvenuto d'una variante; bramo il giudizio della contessa...» E il cavaliere don Eugenio giudicava povertà il lusso dei moderni funerali a paragone di quello di un tempo: «Nel 1692 fu perfino emanato un bando, in via di prammatica, per impedire l'eccedente sfarzo delle cerimonie mortuarie!» Tutti s'alzarono al sopravvenire di donna Isabella Fersa con suo marito don Mario e con Padre Gerbini: il Benedettino reggeva galantemente sul braccio un velo della dama. Questa baciò tutte le Uzeda, fuorché la principessa, la quale, schivandosi, presentò: «Mia cognata Matilde...» Donna Isabella strinse forte la mano alla contessa e le si mise a sedere a fianco, sospirando: «Che grande disgrazia! Ma bisogna fare la volontà di Dio!... Siete stati a Firenze?... Anche noi ci fummo l'anno scorso; ma voialtri allora eravate a Milazzo... Una sola bambina finora?... Il conte aspetta un maschietto, naturalmente. Felice voi che avete una figlia: v'invidio, contessa, sapete...» Padre Gerbini faceva intanto il giro delle signore, discorrendo a lungo con le più giovani e belle, dicendo loro cose galanti e proibite. Egli prendeva le morbide e bianche mani femminili, le teneva un poco fra le sue egualmente bianche e inanellate, poi le baciava. Vedendo rientrare il principe col fratello, lasciò le dame per condurre Raimondo dinanzi alla Fersa. «Il conte di Lumera... donn'Isabella Fersa, la più bella dama del regno...» «Non gli creda, dice a tutte così...» esclamò ella sorridendo. «Sono dolente di conoscerla,» riprese, con altro tono di voce e stringendogli la mano, «in questa triste circostanza...» Sospirò un poco, poi ricominciò: «Giusto, la contessa mi diceva che arrivate da Firenze...» «Direttamente. Ci siamo fermati appena a Messina.» «Per lasciar la bambina a vostro suocero. Avete fatto bene! Com'è questa Milazzo?» «Non me ne parli.» Per fortuna, egli ci stava il meno che poteva, sempre attirato a Firenze, dove aveva tante amicizie. Come egli citava i grandi nomi di Toscana, donna Isabella chinava ripetutamente il capo in atto affermativo: «I Morsini, sicuro... i Realmonte...» La contessa volgeva supplici sguardi al marito, quasi per dirgli: «Portami via...» ma Raimondo non cessava di parlare del suo tema favorito. Fersa gli s'avvicinò un momento per stringergli la mano ed esprimergli il proprio rammarico. «Tuo zio il duca arriva domani?» «Così m'ha detto Giacomo.» «E del testamento?» «Non si sa nulla.» Tra i discorsi di politica, di moda, di viaggi, quella domanda curiosa era sussurrata qua e là, e otteneva sempre la stessa risposta. Il presidente della Gran Corte, testimonio della consegna del testamento segreto fatta dalla principessa al notaio l'anno innanzi, non sapeva nulla intorno al contenuto della carta di cui aveva firmato la busta, e i figli della morta erano al buio peggio degli estranei. Forse, se Raimondo fosse venuto a tempo, quando sua madre lo aveva insistentemente chiamato, egli avrebbe saputo qualcosa; ma il conte, divertendosi a Firenze, aveva fatto orecchio da mercante, quasi non si trattasse dei suoi stessi interessi. Possibile, allora, che la principessa non si fosse confidata proprio a nessuno? a qualcuno dei cognati? a un uomo d'affari, almeno? Di botto don Blasco, lasciando in pace Cavour e la Russia: «E allora, che sugo ci sarebbe stato?» esclamò. «Così fanno tutti coloro che ragionano, eh?... Ma in questa casa la logica era un'altra!... Nessuno doveva saper niente! tutto si doveva fare a loro capriccio; sempre chiusi, sempre misteriosi, come se fabbricassero moneta falsa!» Il presidente scrollava il capo con bonomia, per acquietare il monaco focoso; ma questi proseguiva: «Volete sapere che dirà il testamento? Domandatelo al confessore! Sissignori: al confessore!... Voi al confessore di che parlate? Dei peccati, eh? delle cose di coscienza?... Degli affari, naturalmente, incaricate gli avvocati, i notai, i parenti, sì o no?... Qui invece il confessore scriveva il testamento: forse il notaio impartiva l'assoluzione!» Alcuni sorridevano a quelle sparate, e le supposizioni avevano libero corso. Il presidente era sicuro, checché si dicesse in contrario, che l'erede sarebbe stato il principe, con un forte legato al conte; e il generale confermava: «Sicuramente, l'erede del nome!» ma il barone Grazzeri scrollava il capo: «Se non andarono mai d'accordo?» Don Mario Fersa, infatti, piano al cavaliere Carvano, manifestava la sua opinione, secondo la quale l'erede sarebbe stato Raimondo. Forse il contegno di lui durante la malattia della madre, il costante rifiuto di venire a vederla, potevano avergli un poco nociuto; ma la predilezione dimostrata dalla principessa a quel figliuolo era stata troppo grande perché in un momento ne andassero dispersi gli effetti. «Non dimentichiamo,» rammentava il cavaliere Pezzino, «che la felice memoria non volle mai chiedere l'istituzione del maiorasco appunto per esser libera di fare a modo suo.» Dunque si sarebbe proprio visto questa enormità? Il capo della casa diseredato? erede Raimondo che non aveva figli maschi? diseredato il principe che aveva già nel piccolo Consalvo il successore?... I lavapiatti, come familiari della defunta, erano richiesti della loro opinione, ma essi che ne sapevano meno di tutti rispondevano evasivamente, per non far torto a nessuno. «E gli altri figli? Ferdinando? Le donne?...» La curiosità, benché contenuta ed espressa sotto voce, era vivissima. Il confessore, questo famoso Padre Camillo, non aveva parlato? «Non c'è, è a Roma da parecchi mesi; e anche ci fosse, non parlerebbe: è volpe fina...» E tutti gli sguardi si volgevano naturalmente a Giacomo ed a Raimondo. Questi chiacchierava ancora con donna Isabella, e pareva che il testamento materno fosse l'ultimo dei suoi pensieri, anzi che egli ignorasse perfino la morte della madre; il principe invece aveva un aspetto più grave del consueto, quale conveniva alla tristezza di quei giorni; egli riceveva con espressioni di gratitudine le reiterate condoglianze delle persone che si congedavano. Alcune di queste però non riuscivano a trovarlo, andavano via senza poterlo salutare; e i familiari si guardavano con la coda dell'occhio, comprendendo. Egli aveva una folle paura della iettatura, attribuiva a una gran quantità d'individui il funesto potere; stava sulle spine in loro presenza, evitava di salutarli, con le mani in tasca. Ma il presidente della Gran Corte, appena alzatosi, se lo vide vicino: «Se lo zio arriverà domani, presidente, fisseremo per posdomani la lettura?» «Quando credete, principe mio! Sono agli ordini vostri!...» «Veramente...» aggiunse, abbassando la voce, «io non avrei tanta fretta... anzi mi parrebbe una sconvenienza verso la memoria di nostra madre... Ma sapete come succede quando si è in molti... quando bisogna dar conto a tanti...» E poiché suo fratello il Priore se ne andava anche lui, insieme col Vescovo, li avvertì entrambi, essendo Monsignore un altro dei testimoni. «Fate, fate voialtri...» disse il Priore, disinteressato. «Che bisogno avete di me?» Ma Giacomo protestò: «No, no; che vuol dire! Bisogna fare le cose in regola, per soddisfazione di tutti...» Siccome annottava, molti andavano via. Padre Gerbini, quantunque il Priore avesse dato l'esempio, restò ancora un poco a cicalare con le signore; poi se n'andò anche lui. Restò, sbraitando contro i rivoluzionari e la cognata morta, don Blasco, che rientrava sempre l'ultimo al convento. Adesso i servi accendevano le lampade; e con le finestre chiuse, il calore diveniva intollerabile nella sala. La contessa si sentiva mancare e non vedeva più il marito che aveva seguito donna Isabella nella Sala Rossa a discorrere di Parigi. Ancora una volta aveva accanto lo zio Eugenio e don Cono, i quali continuavano a sviscerare le antiche cronache cittadine e citavano con linguaggio fiorito roba latina. «I funeri di Carlo V furono celebrati a presenza del Viceré Uzeda...» «La real cappella tolse luogo nel nostro Duomo, ove fu eretta un'altissima piramide ornata di busti e personaggi, fra i quali l'Italia, la Spagna, la Germania e l'India...» «Per lo appunto; anzi la epigrafe suonava così:

India mæsta sedet Caroli post funera Quinti...»

«E il disvenamento del corsier favorito?» «Pei funerali di nostro nonno, alla più corta! Quando morì il principe nostro nonno, si svenò il suo cavallo di coscia...» «Uso barbarico anziché no. Il nobile corsiere rigava di sangue la via, finché cadeva spirando l'ultimo fia...» A un tratto don Cono esclamò: «Contessa, gran Dio!» Tutti accorsero. Era pallida e fredda, con gli occhi rovesciati e le labbra dischiuse. Suo marito, accorso anche lui con donna Isabella, disse: «Non è nulla... la fatica del viaggio...» E piano, quasi tra sé, mentre la portavano via: «Le solite smorfie!...»

Giorni di continue novità, quelli! Il domani, come s'aspettava, arrivò il duca. Mancava da cinque anni, e nel primo momento la servitù e gli stessi parenti quasi non lo riconobbero: quand'era partito per Palermo aveva un bel collare di barba alla borbonica, adesso invece s'era lasciato crescere il pizzo che dava un altro carattere alla sua fisonomia. Tutti i nipoti gli baciarono la mano; egli s'informò della disgrazia e si scusò per non esser venuto più presto; si scusò anche, pel disturbo che gli dava, col principe, il quale gli aveva fatto preparare al terzo piano le stanze da lui occupate nella casa paterna prima di lasciarla. Ma il nipote protestò: «Vostra Eccellenza non mi disturba, mi aiuta... E in questo momento ho più bisogno dei suoi consigli...» «Sai nulla?» «Nulla!» «Tua madre non avrà fatto, spero, una delle sue pazzie...» «Quel che ha fatto mia madre sarà ben fatto!» Fu così stabilita la lettura pel domani, a mezzogiorno, e il signor Marco ebbe ordine d'avvertire il notaio, il giudice e i testimoni perché si tenessero pronti. Intanto la notizia dell'arrivo del duca s'era subito diffusa per la città, e le prime visite gli furono annunziate che egli non s'era neppur riposato del viaggio. Venivano a cercarlo una quantità di persone che non si sapeva chi fossero: donna Ferdinanda, a udire i nomi annunziati da Baldassarre: Raspinato, Zappaglione, sgranava tanto d'occhi; don Blasco, da canto suo, soffiava come un mantice; ma il peggio fu verso sera, quando cominciò una vera processione «di tutti i sanculotti morti di fame», gridava il monaco al marchese, «che hanno scroccato o vogliono scroccar quattrini a quell'animale di mio fratello!» Mentre il duca dava udienza agli amici, l'Intendente Ramondino venne a far la sua visita di condoglianza al principe, il quale lo ricevé nella Sala Rossa, insieme col marchese di Villardita e don Blasco. Questi, dimenticando che a San Nicola stavano per serrare i portoni, fece una terribile sfuriata contro l'agitazione dei quarantottisti; ma il rappresentante del governo, stringendosi nelle spalle, pareva non desse importanza ai sintomi di cui si buccinava: in verità, a Palermo avevano arrestato qualche facinoroso; ma, al fresco, le teste calde si sarebbero subito calmate. «Perché non fate venire altra truppa? Perché non date un esempio?... Il bastone ci vuole: sante nerbate!» Il monaco pareva inferocito; ma il capo della provincia stringevasi nelle spalle: bastavano i soldati della guarnigione; non c'era paura di niente! Del resto, più che sulle baionette, il governo faceva assegnamento sull'influenza morale dei benpensanti... L'elogio era diretto al principe, che se lo prese; ma don Blasco girava gli occhi stralunati come se, avendo un boccone di traverso, facesse sforzi violenti per inghiottirlo del tutto o vomitarlo. «E il testamento della felice memoria?» disse l'Intendente, curioso anche lui come tutta la città. «Sarà aperto domani...» Entrò a un tratto il duca che strinse la mano all'Intendente e gli si mise a sedere a fianco. Allora don Blasco s'alzò rumorosamente per andar via. E nell'anticamera, al marchese che lo accompagnava: «Capisci?» gridò. «Tutto il giorno coi sanculotti e adesso si strofina all'autorità! Son cose che mi rivoltano lo stomaco!... In questa casa non metterò più piede!» Anche donna Ferdinanda, nella stanza di lavoro della principessa, dov'era raccolto tutto il resto della famiglia e alcuni lavapiatti, fiottava contro il fedifrago; ma quando Baldassarre annunziò, sull'uscio, credendo che il duca fosse lì: «Don Lorenzo Giulente e suo nipote cercano del signor duca...» «Non se ne può più!» proruppe la zitellona arrossendo fin nel bianco degli occhi. «È uno scandalo! Dovrebbe pensarci la polizia!» Don Mariano, con aria costernata, esclamò: «Adesso anche il ragazzo!... È una cosa veramente dispiacevole!... Passi lo zio, che è morto di fame; ma il nipote?...» «Il nipote?» incalzò la zitellona. «Voi non sapete che la volpe, quando non poté arrivare all'uva, disse che era acerba?» Lucrezia, impallidita, teneva gli occhi bassi, strappando la frangia della poltrona; il principino Consalvo, seduto vicino alla zia, domandò: «Perché l'uva?» «Perché?... Perché pretendevano il consenso reale all'istituzione del maiorasco! E non avendolo ottenuto si sono buttati coi sanculotti!... Il consenso reale!... Come se non ci fosse un certo articolo 948 nel Codice civile che canta chiaro!» E sempre rivolta al ragazzo, il quale la guardava con gli occhi sgranati, recitò, gestendo con un dito e cantilenando: «Potrà domandarsene l'istituzione (del maiorasco) da quegl'individui i di cui nomi trovansi inscritti sia nel Libro d'oro sia negli altri registri di nobiltà, da tutti coloro che sono nell'attuale legittimo possesso di titoli per concessione in qualunque tempo avvenuta, e finalmente da quelle persone che appartengono a famiglie di conosciuta NO-BIL-TÀ nel Regno delle Due Sicilie...» «Io credo che i Giulente sono nobili,» disse Lucrezia, prima che la zia finisse e senza alzare gli occhi. «Io credo invece che sono ignobili,» ribattè secco donna Ferdinanda. «Se possedevano documenti da far valere, avrebbero ottenuto l'approvazione reale.» «Nobili di Siracusa...» cominciò don Mariano. «O Siracusa o Caropepe, se avevano i titoli non gli avrebbero negata l'iscrizione nel Libro rosso!» «Il Libro rosso è chiuso dal 1813,» annunziò don Eugenio col tono di chi dà una notizia grave. Lucrezia era rimasta a capo chino, guardando per terra. Quando la zia poté credere d'averla ridotta al silenzio, la ragazza riprese: «I Giulente sono nobili di toga.» Un risolino fine fine della zitellona le rispose: «Gli asini credono che la nobiltà di toga sia paragonabile a quella di spada!... Che differenza passava tra i sei giudici del Real Patrimonio, don Mariano? I tre di cappacorta erano nobili... nobili! e i tre di cappalunga, giurisperiti... GIURISPERITI!... Adesso sapete com'è?... Tutti i mastri notai si credono altrettanti principi!... Un tempo c'erano i baroni da dieci scudi, oggi ci sono quelli da dieci baiocchi...» Allora la ragazza s'alzò e andò via. Donna Ferdinanda continuava a sorridere finemente, guardando la contessa Matilde. Frattanto il signor Marco faceva disporre ogni cosa nella Galleria dei ritratti per la lettura del testamento. Il principe era stato un poco esitante sulla scelta del luogo dove compiere la cerimonia: la Sala Rossa, discretamente addobbata, capiva poca gente: il Salone dei lampadari, vastissimo, non aveva altri mobili fuorché le lampade antiche pendenti dalla volta e gli specchi incastrati nelle pareti; la Galleria, invece, conciliava la grandezza con la sontuosità, perché era vasta come due saloni messi in fila, e arredata di divani e sgabelli e mensole e tripodi dorati, e finalmente più degna, per le generazioni d'avi pendenti in effige dai muri, della solennità che radunava i nipoti. Nel mezzo di quella specie di grande corridoio, l'amministratore generale fece disporre una gran tavola coperta da un antico tappeto e provveduta d'un monumentale calamaio d'argento. Intorno alla tavola dodici seggioloni a bracciuoli aspettavano i testimoni e gl'interessati: quello del principe, più alto, volgeva la spalliera al grande ritratto centrale del Viceré Lopez Ximenes de Uzeda, a cavallo e in atto di frenare la bestia con la sinistra e d'appuntar l'indice destro al suolo come dicendo: «Qui comando io!...» Torno torno, in alto e in basso, quanto la parete era lunga, quant'erano larghi i vani tra finestra e finestra nella parete di contro, una moltitudine d'antenati: uomini e donne, monaci e guerrieri, vescovi e dottori, dame e badesse, ambasciatori e viceré, di faccia, di profilo e di tre quarti; vestiti d'acciaio, di velluto, d'ermellino; col capo coronato d'alloro, o chiuso negli elmi, o coperto dai cappucci; con scettri e libri e bacoli e spade e fiori e mazze e ventagli in mano. Il giorno stabilito, prima del notaio, del giudice e dei testimoni e d'ogni altro parente, spuntò don Blasco, rodendosi le unghie. Entrato che fu, si mise a girare per la casa ficcando gli occhi dappertutto, con le orecchie erte come un gatto, con le narici aperte quasi a fiutare la preda. Subito dopo apparve donna Ferdinanda; e la servitù, giù nella corte, osservava che i cognati della morta, pei quali il testamento non aveva nessun interesse, erano più impazienti di conoscerlo che gli stessi figliuoli. Ma ormai la curiosità di tutti era divenuta insofferente e quasi nervosa: i lavapiatti, sopraggiungendo per aiutare il principe al ricevimento, scambiavano esclamazioni: «Oramai ci siamo! Fra qualche mezz'ora!...» Il Priore venne con Monsignor Vescovo, riprotestando che la propria presenza era inutile; il principe ripeté che voleva tutti. Il giudice col notaio Rubino arrivò nello stesso tempo che il marchese con la moglie e don Eugenio. Poi il presidente della Gran Corte col principe di Roccasciano, altri testimoni; poi la cugina Graziella col marito, poi ancora la duchessa Radalì, poi i parenti più lontani, i Grazzeri, i Costante, poi l'ultimo testimonio, il marchese Motta: ma Ferdinando non si vedeva ancora. E don Blasco, pigliando pel bottone del soprabito il marchese, gli diceva: «Scommettiamo che hanno dimenticato un'altra volta d'avvertirlo?» L'attesa fu penosa. Nessuno parlava più del testamento, ma tutti gli sguardi erano rivolti alla cartella del notaio. I più indifferenti, tuttavia, parevano il conte Raimondo che chiacchierava con le signore e il principe che parlava col presidente d'una causa relativa alla dote della moglie. Mentre il fratello minore, però, saltava da un discorso all'altro con grande disinvoltura, il principe faceva lunghe pause, durante le quali i suoi occhi si fissavano, corrugati, e un pensiero molesto gli velava la fronte. Quando finalmente Ferdinando spuntò, stralunato, assonnato, come caduto dalle nuvole, fu uno scandalo: mentre perfino la servitù era già vestita di nero, egli portava ancora l'abito di colore, e a don Blasco il quale gli diceva: «Che diavolo hai fatto?» rispondeva, balbettando: «Scusate... scusate... non ci pensavo più...» All'invito del principe, passarono tutti nella Galleria: il principe, il duca, il conte, il marchese, il cavaliere, il signor Marco, il giudice col notaio e i quattro testimoni presero posto alla tavola; gli altri sederono sui divani tutt'intorno: la principessa appartata in un angolo; donna Ferdinanda con Chiara e la cugina Graziella da una parte; Lucrezia con la duchessa e la contessa Matilde da un'altra: il Priore, seduto sopra uno sgabello, incrociò le mani in grembo e alzò gli sguardi al soffitto con moto di rassegnata indifferenza; don Blasco, appoggiato in piedi allo stipite della finestra centrale, dominava l'adunanza come uno spettatore diffidente dinanzi a una prova di prestigio. «Vostra Eccellenza permette?» domandò il notaio, e ad un gesto d'assenso del principe cavò dalla cartella un plico sul quale tutti gli occhi si fermarono. Accertata l'incolumità dei suggelli, riscontrate le firme, egli aprì la busta e ne tolse un quadernetto di due o tre fogli. Dopo un breve scambio di cerimonie col giudice, questi, in mezzo a un religioso silenzio, cominciò finalmente la lettura: «Io, Teresa Uzeda nata Risà, principessa di Francalanza e Mirabella, vedova di Consalvo VII, principe di Francalanza e Mirabella, duca d'Oragua, conte della Venerata e di Lumera, barone della Motta Reale, Gibilfemi ed Alcamuro, signore delle terre di Bugliarello, Malfermo, Martorana e Caltasipala, cameriere di S. M. il Re (che Dio sempre feliciti). In questo giorno 19 di marzo dell'anno di grazia 1854, sentendomi sana di mente ma non di corpo, raccomando l'anima mia a Nostro Signore Gesù Cristo, alla Beata Vergine Maria ed a tutti i gloriosi Santi del Paradiso e dispongo quanto segue: I miei amati figli non ignorano che nel giorno in cui entrai in casa Francalanza ed assunsi l'amministrazione del patrimonio, tali e tante passività oberavano la sostanza del mio consorte, che essa poteva considerarsi, anzi era effettivamente distrutta ed alla vigilia di venire smembrata tra i molteplici suoi creditori. Spinta pertanto dall'affetto materno che mi spronava a sacrificarmi pel bene dei miei figli amatissimi, io mi accinsi fin da quel giorno all'opera del riscatto, la quale è durata quanto tutta la mia vita. Assistita dai consigli prudenti di ottimi amici e parenti, coadiuvata dall'opera intelligente del signor Marco Roscitano, mio amministratore e procuratore generale, con l'aiuto della Divina Provvidenza alla quale ne rendo tutte le grazie del mio cuore, io oggi mi trovo di avere non solamente salvata ma anche accresciuta la sostanza della casa...» Il signor Marco, al passaggio che lo riguardava, aveva chinato rispettosamente il capo. Don Blasco, sempre in piedi, mutò posto: lasciata la finestra si mise dietro al giudice, in modo non solamente da udir meglio ma da verificare con l'occhio la fedeltà della lettura. Il principe teneva le braccia incrociate sul petto e il capo un po' chino; Raimondo batteva un piede, guardando per aria, seccato. «Di tutta questa sostanza io sono l'unica e sola donna e padrona, sì per la parte che rappresenta la mia dote in essa investita, sì perché il rimanente è frutto dei miei capitali parafernali e dell'opera mia, come ne fa ampia e piena fede il testamento del benamato mio sposo Consalvo VII, il quale dice così...» Il giudice sostò un momento per osservare: «Credo che possiamo saltare questo passo...» «Infatti... È inutile,» risposero parecchie voci. Il principe invece, sciolte le braccia, protestò, guardando in giro: «No, no, io desidero che le cose si facciano in piena regola... Leggete tutto, di grazia.» «...il quale dice così: "Sul punto di rendere a Dio l'anima mia, non avendo nulla da lasciare ai miei figli, perché, come essi un giorno sapranno, il nostro patrimonio avito fu distrutto in seguito a disgrazie di famiglia, lascio ad essi un prezioso consiglio: di obbedir sempre alla loro madre e mia diletta sposa, Teresa Uzeda, principessa di Francalanza, la quale, come si è finora sempre ispirata al bene della nostra casa, così continuerà per l'avvenire a non avere altra mira fuorché quella di assicurare, col lustro della famiglia, l'avvenire dei nostri figli benamati. Faccia il Signore che ella sia ad essi conservata per mille anni ancora, e il giorno che all'Onnipotente piacerà ridarmela compagna nella vita migliore, seguano i miei figli fedelmente le sue volontà come quelle che non potranno esser dirette se non al loro bene ed alla loro fortuna." «I miei cari figli, adunque,» continuava la testatrice «non potranno dare miglior prova della loro affezione e rispetto verso la memoria del padre loro e mia, se non scrupolosamente rispettando le disposizioni che io sono per dettare e i desideri che esprimerò. Io nomino pertanto...» tutti gli occhi si fermarono sul lettore, don Blasco chinossi ancora un poco per meglio vedere lo scritto, «eredi universali...» e le labbra del principe ebbero a un tratto un'impercettibile contrazione «di tutti i miei beni, esclusi quelli che intendo siano distribuiti nel modo qui appresso indicato, i miei due figli Giacomo XIV principe di Francalanza e Raimondo conte di Lumera...» Il giudice fece una breve pausa, durante la quale il Vescovo e il presidente scrollarono il capo, guardandosi, in atto di stupore approvativo. Il principe, incrociate di nuovo le braccia, aveva ripreso l'atteggiamento da sfinge; soltanto era un poco pallido; Raimondo pareva non accorgersi dei sorrisi di congratulazione che gli rivolgevano; donna Ferdinanda, con le labbra cucite, passava a rassegna i progenitori pendenti dalle pareti. «Intendo però,» riprese il lettore, «che nella divisione tra i due fratelli suddetti restino assegnati al principe Giacomo i feudi della famiglia Uzeda da me riscattati, e spettino a Raimondo conte di Lumera le proprietà di casa Risà e quelle che in progresso di tempo furono da me acquistate. Il palazzo avito toccherà al primogenito; ma mio figlio Raimondo avrà l'uso, vita natural durante, del quartiere di mezzogiorno e annesso servizio di stalla e scuderia.» Con ripetuti cenni del capo, il presidente e Monsignore continuavano ad esprimere la loro approvazione; si udì anche il marchese mormorare: «Giustissimo.» La cugina, ammutolita pel quarto d'ora, girava rapidamente gli sguardi dall'uno all'altro, come non sapendo che pesci pigliare. La lettura continuava: «Usando successivamente del mio diritto di fare la divisione agli altri miei figli legittimari, e volendo dare a ciascuno di essi una prova della mia particolare affezione, assegno a ciascuno di essi, in compenso dei diritti di legittima, altrettanti legati superiori alla quota che loro spetterebbe per legge, nel modo qui appresso descritto. Eccettuo innanzi tutto quelli entrati in religione, pei quali richiamo confermo e completo le disposizioni da me prese al tempo della loro professione, e cioè: Primo: in favore del mio diletto figlio Lodovico, in religione Padre Benedetto della Congregazione Cassinese, decano nel convento di San Nicola dell'Arena in Catania, la dotazione di onze 36 (dico trentasei) annue, assegnategli con atto del 12 novembre 1844. Secondo: in favore di mia figlia primogenita Angiolina, in religione Suor Maria Crocifissa, monaca nella badìa di San Placido in Catania, come segno di particolare soddisfazione e gradimento per l'obbedienza osservata nel contentare il mio desiderio di vederla abbracciare lo stato monastico, completo la mia disposizione del 7 marzo 1852, ordinando che si prelevi dalla massa dei beni la somma di onze 2000 (due mila), valore del fondo denominato la Timpa, posto nel Bosco etneo, contrada Belvedere, ordinando che coi frutti di esso immobile siano celebrate tre messe quotidiane dentro la chiesa della predetta badìa di San Placido, e precisamente nell'altare del Crocifisso, dovendo tale celebrazione aver principio in seguito alla morte della predetta mia figlia Suor Maria Crocifissa, e intendendo che durante vita della stessa i frutti si debbano da lei percepire, a titolo di livello, vitaliziamente. Cessando di vivere essa mia figlia, ordino che l'amministrazione resti affidata alla Madre Badessa, pro tempore, della prefata badìa, alla quale superiora intendo che resti conferita la facoltà di eleggere i sacerdoti celebranti, e non ad altri. Venendo poi agli altri miei figli per eseguire la divisione legittimaria, lascio al mio benamato Ferdinando...» e Ferdinando, che era stato a seguire il volo delle mosche, si voltò finalmente verso il lettore, «la piena ed assoluta proprietà del latifondo denominato le Ghiande, situato in contrada Pietra dell'Ovo, territorio di Catania, perché conosco l'affezione particolare che egli porta a questa terra da me concessagli in affitto con atto del 2 marzo 1847. E perché detto mio figlio abbia una prova speciale del mio affetto materno, intendo che gli siano condonati, come infatti gli condono, tutti gli arretrati della rendita da lui dovutami su detto latifondo in virtù dell'atto sopracitato, a qualunque somma essi arretrati siano per ascendere al momento dell'aperta successione.» Testimoni e lavapiatti, con gesti e sguardi e sommesse parole, esprimevano una sempre crescente ammirazione. «Restano così le mie due care figlie Chiara, marchesa di Villardita, e Lucrezia; a ciascuna delle quali, affinché esse lascino la proprietà immobiliare ai loro fratelli e miei eredi, voglio che sia pagata, sempre a titolo di legittima, la somma di 10.000 (dico diecimila) onze...» quasi tutti adesso si voltarono verso le donne con espressione di compiacimento, «tre anni dopo l'aperta successione e con gli interessi, dal giorno dell'apertura, del cinque per cento; restando naturalmente inteso che mia figlia Chiara debba conferire la sua dotazione di duecento onze annuali di cui ai suoi capitoli matrimoniali. Inoltre come prova di gradimento per le nozze da lei contratte con mio genero il marchese Federico Riolo di Villardita, le lascio tutte le gioie da me portate in casa Uzeda, che si troveranno a parte inventariate e descritte; intendo che quelle avite di casa Francalanza, da me riscattate dalle mani dei creditori, restino, durante vita della mia diletta figlia Lucrezia, a quest'ultima; ma poiché essa ben conosce che lo stato maritale non è confacente né alla salute né al carattere di lei, voglio che ella ne goda a titolo di semplice depositaria, e che alla sua morte vengano divise in eguali porzioni tra il principe Giacomo e il conte Raimondo miei eredi universali come sopra. Provvisto in tal modo all'avvenire dei miei figli amatissimi, passo all'assegnazione delle seguenti elemosine e legati pii da pagarsi dai miei eredi summentovati, e cioè: A Monsignor Reverendissimo il Vescovo Patti, onze cinquecento, una volta tanto, perché le distribuisca ai poveri della città o perché ne faccia celebrare altrettante messe a sacerdoti bisognosi della diocesi, secondo stimerà conveniente nella sua alta prudenza...» Monsignore si mise a scrollare il capo, a dimostrazione di gratitudine, di ammirazione, di rimpianto, di modestia ad un tempo; ma soprattutto d'ammirazione secondo che il giudice leggeva le pietose disposizioni dei paragrafi seguenti: «Alla cappella della Beata Ximena Uzeda, nella chiesa dei Cappuccini in Catania, onze cinquanta annuali, per una lampada perpetua ed una messa ebdomadaria da celebrarsi pel riposo dell'anima mia. Alla chiesa dei Padri Domenicani in Catania, onze venti annue per elemosina e celebrazione di altra messa ebdomadaria come sopra. Alla chiesa di Santa Maria delle Grazie in Paternò onze venti come sopra. Ed alla chiesa del monastero di Santa Maria del Santo Lume al Belvedere, onze venti come sopra. Spetterà inoltre ai miei eredi osservare l'istituzione dei seguenti legati, in favore dei creati che mi hanno fedelmente servita ed assistita durante il corso delle mie infermità, e cioè: Eccettuo innanzi tutto il mio amministratore e procuratore generale signor Marco Roscitano, i cui eccellenti servigi non potendo essere paragonati a quelli d'un servo, non sono da compensare con moneta.» Il signor Marco era diventato rosso come un pomodoro: o per le lusinghiere parole, o perché non gli toccava altro che parole. «Lascio a lui pertanto gli oggetti d'oro, le tabacchiere, spille ed orologi pervenutimi dall'eredità di mio zio materno il cavaliere Risà, il cui elenco si troverà fra le mie carte; e faccio obbligo di coscienza ai miei eredi di continuare ad avvalersi dell'opera sua, non potendo essi trovare persona che meglio di lui conosca lo stato del patrimonio e delle liti pendenti, e che possa spendere maggior interesse per il loro meglio.» Il principe pareva sempre non udire, con le braccia conserte e lo sguardo cieco. «Tra i creati, lascio al mio cameriere Salvatore Cerra due tarì al giorno, vitaliziamente; altrettanti alla mia cameriera Anna Lauro. La somma di onze cento si paghi, una volta tanto, al mio maestro di casa Baldassarre Crimi, e di onze cinquanta al cocchiere maggiore Gaspare Gambino, e di onze trenta al cuoco Salvatore Briguccia. Come piccoli ricordi ai miei amici destino inoltre: L'orologio grande con miniature e brillanti del fu mio consorte, al principe Giuseppe di Roccasciano; la carabina del fu mio suocero a don Giacinto Costantino; il bastone col pomo d'oro cesellato a don Cono Canalà; i tre anelli di smeraldo a ciascuno dei tre testimoni del presente testamento solenne, escluso il principe di Roccasciano suddetto. Indistintamente poi a tutti i miei congiunti: cognati, nipoti, cugini, ecc., si paghino onze dieci ciascuno per le spese del corrotto. Fatto al Belvedere, scritto da persona di mia confidenza sotto la mia dettatura, da me letto, approvato e firmato.

Teresa Uzeda di Francalanza»

Già qualche minuto prima che il giudice abbassasse il foglio, don Blasco, lasciando la spalliera, aveva dato segno che la lettura stava per finire; e agli ultimi passi i gesti approvativi ed ammirativi, le scrollate di capo di ringraziamento erano stati generali; ma appena la voce del lettore si spense, il silenzio fu, per un istante, così profondo che si sarebbe sentito volare una mosca. A un tratto il principe, spinta indietro la sua seggiola: «Grazie a voi, signori ed amici; grazie di cuore...» cominciò, ma non finì; ché i testimoni, alzatisi anch'essi, lo circondarono, stringendogli le mani, stringendo le mani a Raimondo, rallegrandosi con tutti: «Non c'era veramente bisogno della lettura!... Si sapeva bene che la felice memoria non avrebbe... Un modello di testamento!... Che saggezza! Che testa!...» Monsignore, specialmente, approvava: «Non ha dimenticato nessuno! Tutti possono essere contenti...» E Ferdinando, Chiara, Lucrezia, tutti e tutte ricevevano la loro parte di congratulazioni mentre il notaio e il giudice compivano le formalità del verbale. Ma don Blasco, che appena finita la lettura aveva ripreso a rodersi le unghie con più fame di prima, gironzolando intorno intorno come un calabrone, acchiappò Ferdinando mentre il presidente gli stringeva la mano e lo trasse nel vano di una finestra: «Spogliati! Spogliati! Siete stati spogliati! Spogliati come in un bosco!... Rifiutate il testamento, domandate quel che vi tocca!» «Perché?» disse il giovane, attonito. «Perché?» proruppe don Blasco guardandolo nel bianco degli occhi, quasi volesse mangiarselo vivo, quasi non potesse entrargli in mente l'idea di una sciocchezza come quella del nipote, d'una ingenuità tanto balorda. «Per questo!» e giù una mala parola da far arrossire gli antenati dipinti; poi, voltate le spalle a quel pezzo di babbeo, corse dietro al marchese: «Rovinati, spogliati, messi nel sacco!» gli spiattellava, ficcandogli quasi le dita negli occhi. «Divisione legittimaria? E come fa i conti?... Se accettate cotesto testamento, siete gli ultimi...» e giù un'altra mala parola. «I conti ve li faccio io, in quattro e quattr'otto! E per te la collazione dell'assegno che non avesti! E neppure una parola sul legato di Caltagirone! Dichiara che rifiuti, seduta stante!» Il marchese, sbalordito da quella furia, balbettò: «Eccellenza, veramente...» «Che veramente e falsamente mi vai...? O credi che a me ne entri qualche cosa?... Io dico pel vostro interesse, bestia che sei!» «Parlerò a mia moglie...» rispose il marchese; ma allora il monaco, guardatolo un momento fisso, lo mandò a carte quarantotto come quell'altro babbaccio, e si diresse verso la marchesa. Questa era con tutte le altre signore che facevano cerchio a donna Ferdinanda: la zitellona non esprimeva il proprio parere, non rispondeva al cicaleccio degli astanti: «Il giusto!... Tutti trattati bene!... Un modello di testamento...» E la cugina Graziella alla principessa: «Le male lingue volevano dire che la zia avesse diseredato tuo marito! Come se il bene che voleva a Raimondo potesse impedirle di riconoscere in Giacomo il capo della casa, l'erede del titolo!» La duchessa Radalì, invece, con aria tra stupita e costernata, confessava a don Mariano: «Non l'avrei mai creduto! Eredi tutti e due? E allora la primogenitura dove se ne va? Le case hanno proprio da finire?...» Ma la principessa, imbarazzatissima, non osava rispondere, non lasciava con gli occhi il principe. Questi, nel gruppo degli uomini che non cessavano di ripetere: «Che saggezza! Che previdenza!» dichiarava con voce grave: «Ciò che ha fatto nostra madre è ben fatto...» mentre il Priore ripeteva a Monsignore: «La volontà della felice memoria sarà certo legge per tutti...» e solo Raimondo pareva stufo dei rallegramenti, insofferente delle strette di mano congratulatorie. Ma già Baldassarre, spalancato l'uscio di fondo, entrava seguito da due camerieri che reggevano due grandi vassoi di gramolate e di paste e di biscotti. Il principe cominciò a servire i testimoni; il maestro di casa si diresse dalla parte delle signore. «Rubati del vostro! Spogliati! Ridotti in camicia!» diceva frattanto don Blasco alla nipote Chiara che era riuscito ad agguantare. «Per favorire quello scapestrato che neppur si diede la pena di venirla a vedere prima che crepasse! E quell'altra villana ch'è venuta a ficcarsi qui dentro!» Il monaco fulminava di sguardi rabbiosi la contessa Matilde. «Vi lascerete rubare così? Qui bisogna agire subito, spiattellare chiaro e tondo che rifiutate il testamento, che chiedete quel che vi viene...» «Io non so, zio...» «Come non sai?» «Parlerò a Federico...» Allora il monaco uscì fuori dei gangheri: «E andate un poco a farvi più che benedire, tu, Federico, tutti quanti siete, compreso io, più bestia di tutti che me ne prendo!... Qui!» ordinò a Baldassarre che andava a servire la contessa, e presa una gramolata, la bevve d'un sorso, per temperar la bile che gli saliva alla gola. Suo fratello don Eugenio, zitto zitto, si ficcava a pugni nelle tasche paste e biscotti, ne masticava a due palmenti, ci beveva su bicchieri di Marsala, non acqua inzuccherata, come uno che non è certo di far colazione. Ciò nonostante badava ad approvare con grandi scrollate di capo Monsignor Vescovo, il quale, vedendo che il Priore don Lodovico rifiutava di rinfrescarsi a motivo che era vigilia, dichiarava al presidente: «Un angelo! Tutto quel che è interesse mondano non l'ha mai toccato! Vivo esempio di virtù evangelica...» e il presidente, con la bocca piena: «Famiglia esemplare!» confermava; «dello stampo antico!... Dove mettete quell'eccellente principe?» E il principe, finalmente, ridottosi in un vano di finestra con lo zio duca: «Ha udito Vostra Eccellenza?» gli diceva con riso amaro. «Quel che pareva impossibile è vero!... La mia famiglia è rovinata!...» «Non credevo neppur io!» esclamava il duca. «Che gli avrebbe fatto una posizione privilegiata tra i legittimari, sì; ma coerede?» «E perfino il quartiere qui in casa!... per farmi un'onta! La casa dei nostri maggiori ha da servire ai Palmi!...» «Dev'esser contenta la Palmi!» diceva ora la cugina Graziella alla duchessa. «Suo marito coerede!... Il povero Giacomo costretto a dividere col fratello!... A me dispiace per quest'intrusa, che metterà ancora un altro poco di superbia...» Pesavano sulla contessa Matilde gli sguardi irosi o severi di don Blasco, della cugina, del principe. Tutte le volte che Baldassarre s'era diretto a lei per servirla, qualcuno aveva fatto cenno al maestro di casa di servire un'altra o un altro. E adesso rimaneva lei soltanto; ma donna Ferdinanda, fatto venire il principino Consalvo, se lo mise a sedere sulle ginocchia e chiamò: «Qui, Baldassarre...»

 

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Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 22.37.23