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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

Marfisa

PIETRO ARETINO

 

CANTO PRIMO

1

D'arme e d'amor veraci fizioni

vengo a cantar con semplice parole,

tacendo come in ciel nascano i tuoni,

gli error di Cinzia e 'l faticar del Sole,

perchÚ 'l secreto de le gran cagioni

de l'alme cose a noi celar si suole

e stassi in maestÓ de la natura:

ella il fece, ella il sa, ella n'ha cura.

2

Canto la donna invitta et immortale

che, subito ch'al ciel s'alz˛ Ruggiero,

l'ira e 'l duol nel cuor suo fu tanto e tale

che dubbia seco a raccontarlo il vero.

Turb˛ 'l regno divin, turb˛ 'l mortale

e fe' tremar sin al tartareo impero,

ond'Ŕ l'inclita sua eroica gloria

sempiterno alimento d'ogn'istoria.

3

Gentil Cupido, inculto orrido Marte,

per le saette d'or, per l'asta fera,

aggradi a voi che le mie nuove carte

crein d'e gesti antiqui una chimera

e 'n virt˙ vostra sien col sole sparte

u' tosto aggiorna e dove tardi assera

l'altrui opre mendaci e la bontade

per far vergogna a la presente etade.

4

Bell'onor che n'acquista il secol nostro

che rivolga l'istorie di Turpino

e di lor canti con pregiato inchiostro

ogni spirito eccelso e pellegrino,

ond'io, anime avare, a biasmo vostro

scorgo al ciel per drittissimo camino

chi non fu e fia sempre, e voi ch'or sete

foste un dÝ 'n vita e 'n morte un dÝ sarete.

5

E benchÚ 'l Signor mio, magno e fecondo

d'alme virt˙, d'alte eccellenzie sole,

sia tal che nessun viengli oggi secondo

(e questo Ŕ quel che in furor pommi e dole),

sua largitÓ non basta a un sÝ gran mondo,

come al cielo una luna, un Dio e un sole.

Bastaria forse bene ella fra noi

se la terra ubidisse a' merti suoi.

6

Reale Alfonso, ch'ora immortalmente

l'almo trofeo del fortunato Augusto

spiegate al sol del gran diadema ardente

del sacrosanto uccel felice e giusto,

potess'io dir di voi ci˛ che 'l cuor sente,

di voi che aprite a Marte il calle angusto,

ch'al suon farei d'e vostri gesti santi

le stelle fisse andar, restar l'erranti.

7

Di Cristo e d'onor servo, mentre l'una

mano a indorar la nostra etÓ tenete,

l'altra a la verga con cui la Fortuna,

vera amica di Cesare, movete,

e quel che in molti il ciel largo raduna

per sommo don di Dio voi solo avete.

Dovrebbe, poi che in me non Ŕ 'l valore,

aitarme ogni stile a farvi onore.

8

Dovrebbe il mondo, quasi a fida stella,

l'ostie sacrare al vostro nome pio

a guisa de l'antica etÓ novella,

che, bramando offerir gli 'ncensi a Dio,

ador˛ 'l sol, poi che luce pi˙ bella

non vide in cielo; e ci˛ proprio ho fatt'io,

che, non vedendo altro di ben fra noi,

l'anima inchino solamente a voi.

9

Per cosÝ alta cagion la penna mia

move a lodar con fervido e buon zelo

del ceppo almo i germogli onde uscÝo pria

il legnaggio di voi sceso dal cielo,

ch'ogni chiara d'altrui geneologia

vince d'onor nel sempre verde stelo.

Ma da voi mi toglie or l'alto Ruggiero,

ch'Ŕ de le spoglie del nimico altiero.

10

Poi che Ruggier per viva forza estinse

Rodomonte, terror d'uomini e dei,

sol l'arme al re scinto dal corpo scinse,

che de la palma sua sono i trofei.

In questo un stuol di voci al cielo spinse

la commune letizia e i semidei,

testimoni del chiaro alto valore,

dier corona di lodi al vincitore.

11

Rotto Ŕ 'l forte silenzio che s'impone

per real legge al suon de l'aureo corno

al bel numero immenso di persone

ch'al teatro di Marte ondeggia intorno

quando al sangue et a l'oro si prepone

l'onor da questo e quel di ferro adorno;

porta il grido Ruggier sopra le stelle,

sol " Ruggier " suona in queste parti e in quelle.

12

Quella serena gioia, che disparve

nel real prandio da ogni lieta fronte

quando a citar Ruggier con l'arme apparve

il temerario ardir di Rodomonte,

com'egli cadde, il sol che riede parve

le cime a 'ncoronar d'ogni alto monte:

squarcia il velo al timor, rentra in ogni alma

e segno face ognun d'allegrezza alma.

13

D'elmo lo sgrava il gran signor d'Anglante

e l'immortal campion di Montalbano;

Marfisa, ch'ha i trionfi nel sembiante,

si trassi a contemplar l'empio pagano;

la dolce innamorata Bradamante

bascia al suo dio la vincitrice mano,

avendo ancora, benchÚ fosse ardita,

dal suo bel viso ogni beltÓ smarrita.

14

E se ben ella come il suo signore

non combattÚ con Rodomonte fero,

tutti quei crudi colpi ebbe nel cuore

ch'avuti per lo dosso avea Ruggiero:

mentr'ei guerra mortal fece di fuore,

ella dentro contese col pensiero

e l'avea quasi posta a l'ore estreme

il desio caldo e la gelata speme.

15

Ecco il magno re Carlo tutto ardente

di zel paterno e fuor per gli occhi versa

quella gioia suprema la qual sente

l'alma che gode in suo desir conversa.

Con la bocca e col cuor teneramente

bascia Ruggiero e gli ha la faccia aspersa

di lieto pianto e in tal vittoria vede

la chiara eternitÓ de la sua fede.

16

Il dignissimo invitto re Sobrino,

colmo d'una incredibil meraviglia,

prese il gentil e bel caval Frontino

per la gemmata e d'or lucente briglia,

in cui salÝo l'egregio e pellegrino

gran vincitor con sue ridenti ciglia,

con somma riverenzia et umiltade

de la sua coronata maestade.

17

Sobrin, vie pi˙ d'onor che d'anni pieno,

che tempie e man di palme e di corone

sempre orn˛, ora allenta e stringe il freno

a' desir del gran Carlo e gli dispone

grado degno di lui, ch'ha ricco il seno

di consiglio, di fÚ, di voglie bone;

ma oggi il valor suo pi˙ raggi mostra

poi ch'ei confessa la credenza nostra.

18

Or al suon vivo de le voci altere,

che miste con diversi alti stormenti

crean romor che 'n sino a l'alme spere

s'allegrano e i pianeti e gli elementi,

move Ruggiero e par ch'el mondo impere

e 'nnamori di sÚ tutte le genti

sol col sembiante e gli trionfa in fronte

la maestÓ di sue virtuti conte.

19

In mezzo a due corone somme e sole

mosse Ruggier magnanimo e divino.

A Bradamante s[u]ol diletta e dole

l'onor che face a lui Carlo e Sobrino:

l'aggrada che s'onori il suo bel sole

e le dol che vorria nel bel camino

compagna essergli sola e mirar fiso

Marte ch'ad Amor cede or nel suo viso.

20

Ella il divo Ruggier, che in terra adora,

segue in disparte e seco parla e dice:

" VerrÓ mai quella dolce e beata ora

ch'io sol de l'angel mio goda felice? "

NÚ sofferendo il tardar che l'accora

poco manc˛ (s'Ŕ ben biasmo e non lice)

ch'a lato a quel che l'arde ella non corse,

n'altro che l'onestÓ la tenne in forse.

21

Le vengon dopo i buon servi di Marte,

ragionando con l'inclita Marfisa

de l'aspra oltra misura forza ed arte

che dom˛ in campo il gran signor di Risa

nel corpo di colui che in ogni parte

l'umana gente ha distrutta e conquisa

et insepolto ora si giace il crudo,

spettacol de la plebe, orrido e nudo.

22

Mossa da generosa e di lei degna

virt˙, nulla invidiando a l'altrui gloria,

disse Marfisa: - Poi che l'alta insegna

seguo di Marte e ch'ho d'uomin memoria

unqua non vidi spirto ove ardir regna

aspirar con pi˙ cuor a ogni vittoria

nÚ pi˙ sicur di quel di Rodomonte

nÚ aver pi˙ orror ne gli occhi e ne la fronte. -

23

- E veramente chiunque ha fama al mondo

nel vestir arme contentar si pote

terz'essergli d'onor, non che secondo -

del figliuol di Pipin disse il nipote,

nÚ si sdegn˛ del suo valor profondo

raccontar l'opre, ancor che fosser note.

Lo conferma Rinaldo e replica anco

ch'ei fu guerrier singolarmente franco.

24

Ma s'ei fu di valor solo et invitto,

chi Ŕ Ruggier che di lui ten la palma

e tolto gli ha, dove fu morto e vitto,

l'animo alter da l'alterissima alma

e l'anima dal corpo in terra afflitto

e dal corpo de l'arme la gran salma

e da l'arme l'eterno e sacro onore

e da l'onor le lodi e lo splendore?

25

Ma tosto ch'ebbe Rodomonte l'empio

dal mondo nostro sempiterno bando,

nel bel Parigi il fer mortal suo scempio

la vaga Fama public˛ volando,

onde sonar le squille in ciascun tempio,

del fin del gran pagan Dio ringraziando,

il qual pur dianzi entro le regie mura

mise il fuoco, la morte e la paura.

26

Ed era ancor per la gran villa il segno

di sue forze orgogliose senza fine;

pi˙ d'una mole e pi˙ d'un tetto degno

vedesi a terra in ceneri e 'n ruine;

urne infinite sculte in bel disegno

son piene d'ossa di genti divine,

l'alme di cui la sua possanza ardita

diÚ da la prima a la seconda vita.

27

Onde lieta la bassa e l'alta gente

fa vota la cittÓ famosa et alma,

con gioia universale e amor fervente

portand'in man lauro et olivo e palma.

Fassi il suon de le trombe ognor pi˙ ardente,

di ciascun Ruggier scorge il cuore e l'alma,

ciascuno Ŕ intento a pensar seco come

possa onorargli l'onorato nome.

28

Ora i signori a la gran porta entraro,

toccando al vincitor esser primiero;

succede a lui il magno Carlo chiaro,

poi ven Sobrin, pi˙ che mai saggio e fiero;

con Orlando e 'l cugin vennero a paro

la moglie e la sorella di Ruggiero;

pass˛ senz'ordin poi con voglie pronte

ciascun signore, cavalliero e conte.

29

Il popol per le strade Ŕ corso e incalca

l'un l'altro sÝ che in dietro Ruggier fassi:

sembra essercito alter quando cavalca

e che d'ogni ordin fuor a alloggiar vassi,

che quel ch'Ŕ in mezzo a la noiosa calca

va innanzi dieci e 'n dietro venti passi

e consumar il sol col giorno vede

e a pena move il ritenuto piede.

30

Ruggiero alteramente mansueto

resta a l'intrico e sempre gente cresce

e 'n sÝ grato e dolcissimo diveto

ciascun balcon nembi di fior gi˙ mesce.

Al fin lo stuol con vero affetto lieto

lasso ne la gran piazza a gran pena esce,

ove di trombe e squille odiasi suono

che 'l fa nel ciel minor folgore e tuono.

31

Sente Ruggier, mentre gran gloria il mena

quasi in carro superbo e trionfale,

di sÝ divin piacer l'anima piena

ch'in se stesso egli oblia tutto il mortale;

la propria lode udir vera e serena

spiegare e aprir gli fa le piume e l'ale

e d'ineffabil gioia acceso in zelo

senza il carco terreno ascese in cielo.

32

Salito a le lucenti case eterne,

presenti i dei, diŔgli corona Giove

di sacre frondi immortali e superne,

bel guiderdon di sue divine prove;

poscia riede qua gi˙, che ben discerne

quant'il ciel sopra lui di favor piove;

or ei salÝo signorilmente adagio

per marmorei gradi al gran palagio.

33

Giunto ch'Ŕ il mezzo dio ne l'ampia sala

tra 'l re Sobrino e Carlo imperadore,

rest˛ chius'a una porta a mezza scala

la patrizia e plebea gente di fuore,

e mentre i paladin fangli intorn'ala

con somma reverenzia e sommo onore,

apparve Bradamante e porse al collo

le belle braccia al suo terreno Apollo.

34

E poi ch'ella ebbe replicati lieta

i legittimi basci, l'arme sole

gli spoglia virilmente e in ci˛ s'acqueta

suo cuor, che mai pensar d'altro non vuole.

Ruggier con dolce vista e mansueta

i suo begli occhi, in cui s'annida il sole

quando parte dal dÝ, fiso rimira

e per soverchio amor d'amor sospira.

35

Ma non par che Ruggier per ischerzo abbia

combattuto col re nomato tanto:

simiglian l'arme sue proprio la sabbia

che 'l fiume scemo a sÚ lascia da canto,

ch'Ŕ giunto il sole e con ardente rabbia

secca l'umor che la fea molle, e intanto

la terra, che da lui mal si difende,

in ogni parte si ragroppa e fende.

36

Carlo, che solo al ciel divoto chiede

grazia sÝ alta che 'l gran merto possa

gradir con guiderdon qual si richiede

a chi di man la palma a Marte ha scossa,

per darne al mondo gloriosa fede

fece porre le dure e domite ossa

di Rodomonte sopra un marmo intero,

che un tempo and˛ di tai reliquie altero.

37

Comand˛ anco che fossero ridotte

nel tempio principal, sospese in alto,

l'arme smagliate e orribilmente rotte

di quel che volse a Dio movere assalto

(vestille il re d'Algier dopo Nembrotte

e d'antiqua bontÓ col ver l'essalto),

e questo titol d'or sotto li mise:

" Di Rodomonte fur. Ruggier l'uccise ".

38

Ubidissi del re l'alto talento:

fu de l'arme arricchito il tempio tosto,

e 'l morto, che d'e vivi era spavento,

dove finÝ suso un pilastro Ŕ posto,

a guisa che si suol, poscia che 'l vento

e la fortuna ha lasciato discosto

dal mar profondo il mostruoso pesce

che non pu˛ rientrar ne l'acqua ond'esce,

39

onde, rimaso in su la salsa arena

l'animal sÝ terribile atterrato,

s'impende con fortissima catena

u' 'l busto orrido appaia e smisurato,

ch'un gli entra ne la bocca e 'l crede apena,

l'altro l'ha con gran passi misurato;

tal Ŕ 'l gigante estinto in fere tempre

e intorno ha gente a contemplarlo sempre.

40

Sembra ancor Polifemo allor ch'ei dorme

appoggiato ad un sasso in vista oscura,

che i satir, che seguite han le sue orme,

vedutol adagiar, senz'altra cura

de l'orride unghie e del ciglio disforme,

prendan con tirsi e canne alta misura;

e par di Rodi il guasto corpo noto,

il Colosso che ruppe il terremoto.

41

Fe' poi Carlo saper per ciascun clima

per suoi fidi e solleciti corrieri

qual in Parigi Sua Corona stima,

per onorar le nozze di Ruggieri,

fare una festa che sen vada prima

fra quante mai vide ne i giochi fieri

l'invitta Roma e la prudente Atene,

e tre lune il suo termine contene.

42

Otto giorni a durar la gran festa have:

di larve, balli e musiche Ŕ 'l primiero;

il secondo aventar s'ha il palo grave,

canne et archi a tirar, saltar leggiero;

vedrassi il terzo se in battaglia pave

l'indomito caval del leon fiero

e se i cuor giovenili accesi, acerbi

i torvi temeran tauri superbi;

43

comedie il quarto e correr palţ il quinto

da femine, da vecchi e da cavalli;

il sesto in giostra avrÓ l'un l'altro vinto

al coragioso suon d'aurei metalli;

libero campo Ŕ l'altro dÝ distinto

per chiunque ha ne i marziali balli

a troncar lite, e in un trionfo fine

i giochi avran con pompe alte e divine.

44

Port˛ la Fama al dritto et al traverso

de la festa real care novelle,

tal che tosto lo seppe l'universo

e s'apparecchia in foggie altere e belle

gente a venir fin da l'Atlante al Perso.

GiÓ 'l grido Ŕ giunto al regno de le stelle:

l'ode Angelica diva e venir vuole

in Francia, ella e Medor, con grazie sole.

45

L'ode Gan, che in Pontier se stesso cela,

che invidia di Ruggier l'alma gli rode,

e mentre stassi a l'ordir l'empia tela

del tradimento, tal novella egli ode,

onde ci˛ ch'ha nel cuor pien d'odio vela

con industria malvagia e cauta frode.

In tanto il re d'Algier, nato in mal punto,

su la ripa letea gridando Ŕ giunto.

46

L'anima del tremendo Rodamonte,

che pur dianzi Ruggier dal corpo sciolse,

ardita giunse al fiume d'Acheronte,

nÚ trapassar su la sua conca volse,

anzi senza cercar varco nÚ ponte

per lo livido umore il passo volse,

sempre il cielo e l'inferno bestemiando,

e salvati e perduti minacciando.

47

Caron, che 'l spirto furibondo vide

l'acque passar fuor del costume eterno,

incontra vienli e lo minaccia e stride

tal che fa ribombar tutto l'Averno.

Quell'anima bizarra il sguarda e ride

e disse: - Se i dimon del crudo inferno

sono come sei tu, superbo mostro,

per certo oggi sar˛ principe vostro.

48

E come vivo il mio soverchio ardire

ha sbigotito il mondo e la natura,

vo' morto ancora m'abbia ad obedire

nel centro ogni perduta creatura.

Io son quel ch'era al viver, al morire,

sÝ che fuggi da me, sozza figura,

se non teco la barca e queste genti

vi gettar˛ sopra gli tetti ardenti. -

49

Rispose il nochier aspro: - Esci di l'onda

e sali in questo paventoso legno,

che tosto andrai dove tua colpa immonda

avrÓ la punizion di che sei degno. -

Il bestial spirto allor piglia la sponda

de la nave che induce al basso regno

e suso orribilmente il fiero ascende

e 'l passaggier per la gran barba prende.

50

Con la destra la barba e i crin irsuti

con la sinistra il furioso tiene;

la barca, ch'Ŕ di vimine tesciuti,

il grave e strano pondo non sostiene;

d'anime ch'eran d'uomin mal visciuti

carica essendo, a rovesciar si viene:

cade loro, cad'egli e il vecchio rio

ne l'umor nero del perpetuo oblio.

51

L'ombra del re defonto a volo corre

ne l'acqua tenebrosa e seco tira

l'alme, la nave, il patron, e vuol torre

il stato a Pluto e tutto avampa d'ira

e le transite ciurme brama porre

forsi nel ciel e in s˙ turbato mira

e cosÝ, pien d'orgoglio, il fiero arriva

con la disutil preda a l'altra riva.

52

Mentre Pluton si duol cresce un grid'alto

e fallo il prigionier vecchio Caronte

che vede preparato un fiero assalto.

Il crudo e formidabil Rodomonte,

il qual s'ha tolto dal bagnato smalto,

Ŕ corso nel ferrigno ardente ponte

ch'ha l'inserrabil porte (il ponte allora

non avean gli demoni alzato ancora).

53

Quand'il spirto rabbioso il salto mosse

sopra il ponte infernal con furia altiera,

con tanta forza et impeto lo scosse

che 'l centro fe' cangiar abito e c[h]iera;

serr˛ Pluton, non sapendo chi fosse,

dentro una bolgia incognita, aspra e nera

Proserpina, se non che in rauca voce

disse queste parole, in vista atroce:

54

- Mal nata gente, ch'oggi meco ardete

di quel foco che incende uomini e dei,

dove pietÓ non Ŕ, pietÓ prendete

di me, offerta a casi novi e rei,

e per amor di quella a cui tenete

l'ombra ancor serva in dolorosi omei

salvatime il mio regno, anzi il mio bene,

che l'inferno col viso in gaudio tiene.

55

E se ci˛ fate, i' vo' tenervi ognora

per cari amici e del mio stato a parte

e tutt'il mal che l'infenito ha ora

dolce in voi fia, con privilegio e carte,

et in eterno assolverovi ancora

del martÝr che l'inferno ' ognun comparte,

e vo' guidare in questa '<n>fernal chiostra

per sempre l'alma d'ogni donna vostra.

56

E voi, sepolti solamente in face

che mercÚ de l'error tienvi in martÝre,

me difendendo da periglio audace

parte del duol toravi il vostro ardire. -

Detto questo, Pluton con duol si tace.

L'ombre poscia ebbe delle tombe a uscire

s[u]ol per grazia acquistar e il premio tanto

dal crudo re del sempiterno pianto.

57

L'anima d'Agrican franca e sicura

la prima fu che presentossi innante

a l'infocata e paventosa mura;

secondo fu lo spirto d'Agramante;

l'altre ombre aparse con sembianza oscura;

venne da poscia Trufaldin errante:

se ascose per viltÓ fra strani impacci,

tra serpi, mostri e vive fiamme e ghiacci.

57 bis

Quando il gran Dio sentÝ giunger lÓ suso

l'orribil suon di strani accenti rei,

ne la maestÓ sua rest˛ confuso,

sÚ restringendo agli altri sommi dei.

D'ira santa infiammato guarda giuso,

ove lo spirto aver crede i trofei

ed Ŕ giÓ lÓ con l'alto pensier dentro

de l'ardente, gelato e tristo centro.

57 ter

Dio mira e vede le tartaree genti

corse a furor su l'infelici mura,

et aci˛ che 'l ministro d'e tormenti

non tenti impresa fuor d'ogni natura

e 'n mano avendo duo folgori ardenti,

per far al rio fratel danno e paura

gli aventa irato e l'uno e l'altro telo

accenn˛ d'abruciar questo e quel cielo.

58

Ecco i folgori scender dal pol alto,

d'orror focoso e orribil foco armati

(mugg<h>iono i tuoni, quei prendendo il salto),

e i nuvoli disfarsi, arsi e spezzati;

crolla il furor tutto il terrestre smalto.

Son gl'infernali dei sÝ spaventati

che 'l padre lor dice tremante e fioco:

- Qual foco Ŕ quel che 'l mio spegner vuol foco?-

59

Or le saette sfavillanti e accese

toccan d'abisso i tenebrosi tetti,

ch'odite le celesti e forti offese,

radoppi˛ tema e rinov˛ sospetti.

L'ira superna sopra Dite scese,

nÚ fe' sortir, qual pens˛ forse, effetti;

forse abbatter pens˛, e segna a pena

de' rei la casa di spavento piena.

60

L'immobil terra, ch'ode il ciel che freme

e sente il centro ch'aspro suon ribomba,

non sa che farsi e sbigottita teme

l'eccelso albergo e la tartarea tomba;

di gi˙ fanla tremar le voci estreme

e di s˙ 'l fuoco ch'alta nube piomba,

tal ch'en dubbio confuso pensa il mondo

se 'l fin suo Ŕ ne l'alto o nel profondo.

61

Sol del gran re di Sarza l'ombra forte,

dal corpo altier fieramente espedita,

che (pur che ci pensasse) da la Morte

per forza si faria render la vita,

di nulla teme e per vie dritte e torte

col pensier rio giÓ la vittoria addita:

vuol regnar qual Plutone e con voce alta

sul ponte de l'inferno ardita salta.

62

L'ode e crede Pluton ch'altro Ercol vegna

con nuovi eroi de la magion terrena

per sua donna involar u' vive e regna;

ode, piange e si duol con forte pena;

e mentre nel dolor s'adira e sdegna

ogni alma gode di letizia piena,

pianger vedendo in disusati accenti

l'inventor de le pene e de' tormenti.

63

Dice ei: - Cittadin mei, Ŕ qui chi tenga

ardir tal ch'a l'altrui metta paura

e 'l nimico che vuol spegnermi spenga

con sua forza invincibil e sicura?

S'alcun n'ha 'l centro, al mio cospetto venga,

che fin che 'l foco e 'l giel qui dentro dura

gli prometto levar tutti i martÝri

ch'ei pate eterni in questi ardenti giri. -

64

Odendo ci˛ tutto l'abisso rio

vuol tuor l'impresa e far al duolo schermi,

onde disse il fratel del primo dio:

- Non spero in voi, timidi spirti infermi,

ma nel valor che fe' pagar il fio

al mondo e gli uomin fe' d'orgoglio inermi.

S[u]ol colui ch'ebbe pi˙ trionfi in terra

per la sua pace e mia prenda or tal guerra. -

65

- Se quel ch'ebbe pi˙ spoglie e pi˙ trofei

per te die' vestir l'arme e tor la lancia, -

disse Gradasso - a me sol lasciar dŔi

l'impresa che tu temi e io tengo ciancia,

perch'io sol vinsi, e 'l sanno uomini e dei,

in un dÝ Carlo e i paladini, e in Francia

forni' duo voti che ' adempirne un solo

poco Ŕ 'l valor da l'uno e l'altro polo.

66

Fece voto il cuor mio d'animo caldo,

dispregiator di tesori e di regni,

conquistare d'Orlando e di Rinaldo,

morte e terror d'umani orgogli e sdegni,

il cavallo e la spada, e in virt˙ saldo

presto compi' miei singular disegni

e sol la mia mercÚ, sicuro e franco,

l'un cavalcai, l'altra mi cinsi al fianco. -

67

Non puote supportare il vanto altiero

il gran figliuol d'Agrican Mandricardo,

ma con sembiante minaccioso e fiero

disse: - O Pluton, questo signor gagliardo,

lasciÓn gir com'ei fu mio prigioniero

e qual vilmente egli invol˛ Baiardo

e Durindana, ch'io di man li tolsi

quando la viltÓ sua publicar volsi;

68

Astolfo, un cavallier che nel profume

suo nome tiene e per˛ vago odora

di quei che col vantar soglion far lume

a i gesti lor che non han vita un'ora,

questo Gradasso, ch'esser sol presume,

gett˛ con scherno de la sella fora

con una lancia d'or senza valore,

che per giostre d'amor trovolla Amore. -

69

Con terribil rossor Gradasso ascolta

sue venture sÝ crude e stranie e tante

e la risposta che gli ha 'l ver disciolta

gli 'nterrompe il grandissimo Agramante

dicendo: - Non mi fia la palma tolta

se 'l valore al valor proponsi innante;

qual convi<e>nsi il mio grado oggi s'osservi,

ch'io re trentadoi re tenni per servi. -

70

- Per serve trentadue corone avesti, -

il tartar gli respose in suon profondo

- ma non la mia, che con suoi propri gesti

la fama t'impenn˛ pi˙ volte al mondo. -

- Non son - disse Gradasso - manifesti

i fatti di chi fu primo o secondo?

Non ti vergogni tu per virt˙ porre

l'opra che ti vestÝ l'arme d'Ettorre?

71

Arte di donne innamorate e belle,

a cui servisti a l'uso feminile,

non tuo valor, ti dier quelle arme, quelle

ch'a torto assicurar tuo corpo vile.

Pon forse il nome tuo sopra le stelle

il furto fatto a Stordilan gentile

de l'alta figlia? or son tue lode tante

d'un re, d'un uom, d'un cavalliero errante?

72

S'io caddi, cader femmi incanto forte,

non d'Astolfo viltÓ posemi in duolo;

se in mezzo al campo e de la regia corte

mi levasti di mano il ferro solo,

pi˙ biasimo ch'onor ven che t'apporte

(e questo il sa tutto il vivente stuolo)

l'atto inumano e temerario e quale

conviensi ad uom che di disnor vuol l'ale.

73

Com'io fui prigion tuo il vero sallo

vie pi˙ chiaro che 'l sol sotto la luna;

uccise me, seguendo Marte in ballo,

d'Agramante la ria forte fortuna;

ma 'l vil cuor tuo, che ti fe' sempre fallo,

non avendo nimica stella alcuna,

da Ruggier, d'anni verd'e d'arme cinto,

fu con poco onor suo traffitto e vinto. -

74

- A che pi˙ contrastar? Sentenzia dia

il re d'e guai di tutto il merto nostro -

rispose Mandricardo, il qual faria,

s'ei fosse in ciel, tremar l'eterno chiostro.

Dice Agramante: - Io credo che qui sia

notato con il mio anco il far vostro

e se puote veder nel libro eterno

chi mand˛ pi˙ di noi spirti a l'inferno. -

75

Disse il tartar ridendo: - Inclito sire,

giÓ di regni potente infra i potenti,

di me facesti ben con duol morire

per l'altrui man pi˙ numero di genti,

ma pi˙ uomini uccisi, caldo d'ire,

che tu non festi e in queste tombe ardenti

l'ombre lor fede eterna ognor faranno.

Adunque innanzi a' tuoi miei merti vanno. -

76

Disse Pluton: - Signor, qui Radamanto

ciascuna lite racqueta e recide

et in me non fa men la doglia e 'l pianto

se 'l testimon de le memorie fide

giudica cui di voi merta pi˙ vanto.

Il vostro alto valor ch'ognun conquide

vagliami, signor miei, vagliami or ora,

che 'l nimico m'assal, minaccia e accora. -

77

Nel tacer suo del tartaro l'empia alma

sen vene innanzi e a guisa d'uom contento,

con dir: - Vo' darti vincitrice palma

senz'altra aita e chi t'oltraggia spento;

ma leva in prima a l'ombra mia la salma

de l'eterno amoroso empio tormento,

che, se non sciema u' non Ŕ speme, spero

u' non si mor non vivre un lustro intero.

78

Serpenti, mostri, giel, foco e catene,

perpetua croce a l'alme senza emende,

l'angosciose non son mie crude pene,

ma la fiamma d'amor solo m'incende.

L'ombra mia franca sempre in tema tene

l'abisso e 'l ciel, gli offesi e chi gli offende,

e i dei lÓ s˙ e i dei qua gi˙ confondo

con quello ardir col qual confusi il mondo.

79

Io solo, in compagnia del mio gran cuore,

del fer desio, de la mia forza estrema,

de' miei sdegni, mie ire e mio furore,

e de gli occhi, terror di che ognun trema,

e del mio natural sommo valore

(che dir prima dovea), ch'ogn'altro scema,

la palma ti dar˛ d'alta vittoria

tal che Giove avrÓ invidia a la tua gloria. -

80

Detto ci˛, a mirar lor quasi sdegnando,

ad Agramante e a[d] Gradasso in fera

voce grid˛: - Tornate al mondo errando

e 'n Francia dispiegate ogni bandera,

voi una spada et un caval bramando

e voi per pompa e non per gloria vera,

che sol beato in ciascun mondo parme

quel che sacra ad amor l'anima e l'arme. -

81

Rispose il padre rio del centro diro:

- N'anco il ciel pu˛ scemar le fiamme sue

e se patir non puoi lor fer martÝro,

spegne le mie, ch'io spegner˛ le tue. -

Volea seguir, ma gli uccise un sospiro

l'afflitte voci e fuor accese due

facelle col sospiro e com'ei tacque

l'aspre guancie rig˛ con bollenti acque.

82

Or Rodomonte fier, che morto e vivo

al nostro e al mondo suo diede terrore,

l'abisso assale in atto orrido e schivo,

e 'l proprio ha in gli occhi fer del centro orrore;

tien Caron per la barba mezzo vivo

e d'ira e d'odio un'altra volta more,

se d'odio e d'ira morir puote un'ombra

che 'l fral carco terren pi˙ non ingombra.

83

L'alma superba in suon terribil grida:

- Rendetevi a me, spirti, e 'l centro aprite! -

e 'l signor d'e perduti a guerra sfida

con tutti i dei de la cittÓ di Dite;

poscia, qual uom che con fosco occhio rida,

con la virt˙ de le sue forze ardite

prese Caron fieramente nel collo

et al giÓ re de' Tartari aventollo.

84

Et ei, visto Caron quasi afflitto angue

l'aere caldo vogar con piedi e braccia,

i graffi tinti di foco e di sangue

di man tolse a Pluton, che in foco agghiaccia,

et a chi vola senza penne e langue

le punte volge e 'l re d'Algier minaccia

et al colpo fa schermo ch'a gran fretta

venne in s˙ come in gi˙ va la saetta.

85

Vola Caron e 'l destro braccio coglie

del figliuol d'Agrican con forza tale

che lascia i graffi per soverchie doglie

che gli dÓ 'l colpo de l'ombra immortale

e se non che la morte non discioglie

l'alma da l'alma in legge naturale,

moriva l'ombra per salvar colui

ch'Ŕ guiderdon de le rie colpe altrui.

86

Gli sfavillanti graffi, in man di Pluto

verga real, cader nel ponte crudo.

Rodomonte, mal morto e mal vivuto,

gli prende ardito e di quel s'arma il nudo;

fassi inanzi al fer uscio che 'l perduto

seme richiude et elmo, spada e scudo

gli sono i graffi, e giunta ira a la forza,

romper d'abisso il varco empio si sforza.

87

A ciascun colpo che ne gli usci ardenti

del crudo spirto il crudo graffio piomba,

s'ode il romor de l'anime dolenti

vilmente afflitte in questa e in quella tomba.

Ecco gi˙ vene un groppo di serpenti

con sibilante suon ch'arde e ribomba

e tosco e foco spaventoso fiocca

da gli occhi perigliosi e da la bocca.

88

Il tartar gli avent˛ per vendicarsi

del colpo che 'n su l'anima gli pesa.

Tentano i serpi, intorno a l'ombra sparsi,

con l'aspre code far tenace presa,

ma non ponno in sua alma aviticchiarsi

perch'ella con terribile diffesa

n'affoga e strazia e fieramente ride

mentre in ira gli affoga, strazia e uccide.

89

Non ferno i serpi sopra Rodomonte

quei crudi nodi in doglia empia e proterva

che fer gli antiqui nel buon Laocoonte,

il qual per dire il ver punÝ Minerva;

monstra 'l suo spirto l'aspre forze pronte

che in marmo a Roma il miser anco osserva,

vivaci sÝ, mercÚ de lo scultore,

che, benchÚ sasso sia, sente dolore.

90

Mandricardo, cui diede ira al furore,

senza punto temer chi si dÓ vanto

di porre il giogo al regno del dolore,

sul ponte salta col suo ardir cotanto

e d'un urto il gitt˛ nel stigio umore

che varcar nessun puote senza pianto.

Rompesi l'acqua e suona u' ei cade e nota

e l'alta ingiuria alteramente nota.

91

Mentre salvarsi l'ombra audace tenta

e le braccia et <i> piŔ notando accorda,

quello che pensa pi˙ men si ramenta

e le tempre del noto stempra e scorda,

perchÚ l'umor ch'ogni memoria ha spenta

gli spruzza in bocca, ond'ei non si ricorda

ci˛ che far debbe, e 'n gi˙ e 'n s˙ per l'onde

l'oblivion l'aggira e lo confonde.

92

Quando 'l vide Pluton nel fiume scuro

con grido fer ch'orribilmente suona

disse: - Il primo che scende or questo muro

di funereo cipresso avrÓ corona.

L'assalto Ŕ vinto invincibile e duro,

s'alcuno a gir lÓ gi˙ se stesso sprona;

scendete omai e col vostro ardir forte

dategli, se si puote, un'altra morte. -

93

Mandricardo, ch'al primo immenso mondo

vinse l'invitte e chiare forze estreme,

non vuole soff<e>rire or nel secondo

di compartir suo onor con gli altri insieme,

onde con voce d'un furor profondo

disse a colui ch'a mentovar si teme:

- O tu l'ombre ritene a Dite dentro

o ch'io l'uccido e a te ruino il centro.

94

Basto sol io, non solo a darti vinto

chi vincer vuol, ma il ciel voglio punire

che senza mio rispetto ardendo ha spinto

su i tetti nostri sue saette dire.

Tornar˛ al mondo di mia gloria cinto

e tutto il seme uman far˛ venire

con la salma del corpo al basso inferno

acci˛ l'alma e la carne arda in eterno. -

95

Smarrissi chi smarrir face il terrore

al minacciante dir de l'ombra nuda.

Il travagliato re de l'acqua fuore

su la ripa letea fermossi cruda,

poscia con disusato empio furore,

che l'ira interna fuor distilla e suda,

fieramente rivolto, Mandricardo

fe' temere e tremar sol con lo sguardo.

96

Poi se gli aventa e la man vincitrice

gli ferma adosso e sÝ lo stringe e preme

che nessun spirto nel regno infelice

pate, qual egli fa, pene supreme;

ma soffrisce, si rode e nulla dice,

spirando un fiato mentre langue e geme

onde aven quasi estinto nel duol caggia,

che par che l'alma sua altr'anim'aggia.

97

Capriol pargoletto afflitto in terra,

mal concio da gli adunchi e acuti artigli

da cui l'aquila altera a un tratto <'l> sferra

s'aven che del pastor temenza pigli

quando a torle la preda indi si serra,

lo spirto serican par che simigli.

Or Rodomonte, a cui la Morte cede,

l'anima lascia e move altrove il pede.

98

Subito ch'ebbe l'anima immortale

lasciata in duol, porge le mani ardite

al muro ardente e con valor mortale

gÝ sino al mezzo a la cittÓ di Dite.

Pluton, che avicinar vede il suo male,

un colmo vaso di pene infinite

sopra gli gitta, e rotto con spavento,

sprezza l'ombra ogni duolo, ogni tormento.

99

Di Pluton ride e dice in forte grido:

- Questi guai che mi getti e questi pianti

son l'arme che in battaglia usa Cupido

per trionfar de gli 'nfelici amanti,

ma nocer non pu˛ a me, che ti disfido,

nÚ giel nÚ fuoco d'e tuoi mostri erranti

e temo tanto irato il centro e 'l cielo

quanto un vento rabbioso un sottil velo.

100

Forse c'Ŕ chi pensa ora ch'io nel mondo

perdei l'ardita mia spoglia reale;

al pensier alto altamente rispondo,

sia pur d'un uom, sia pur d'un dio immortale:

de le membra io lasciai l'orribil pondo

guastar dal ferro e dal voler fatale

perchÚ l'animo mio, mia alma ardita

tenne a vil dal fral corpo avere aita.

101

Non vols'io che 'l vil corpo audace e forte

con sempre mio disnor facesse istoria

d'avermi dato fra l'armate scorte

il trionfo, la fama e la vittoria;

anzi stimai vita eterna la morte,

non avendo parte ei ne la mia gloria,

e credo ch'onor divo in quel si chiuda

che vince e doma ognun con l'ombra ignuda.

102

Or ch'espedito son d'ogni vil salma

e lo spirto ho senza carne e senz'armi,

con la mia singolare intrepida alma

solo adorar dal sommo ciel vo' farmi.

Scuoter˛ poscia questa e quella palma

di mano al mondo e porr˛ 'l vivo in marmi. -

Il re d'e rei che lo rimira e sente

fuor di se stesso a ci˛ ch'ei fa pon mente.

103

Ei, ch'ardea di rabbiosa ira e di sete,

senz'altro dir ne l'onda ria gittossi.

Come il nero gust˛ liquor di Lete

d'esser estinto e far guerra scordossi,

tal che, carco d'oblio, con voci quete

per via solinga ond'ei partÝ tornossi;

torn˛ dove l'antica profezia

del re di Caramanta s'adempÝa.

104

Predisse giÓ quel buon mago prestante

ch'ei fora cibo d'e corvi di Francia,

e fu nel gran consiglio d'Agramante,

quando il fer Rodomonte il tenne a ciancia.

Ora l'alma, terror d'anime tante,

vede il suo corpo senza spada e lancia

a le schiere d'e corvi in preda andarne

e l'ossa biancheggiar senza la carne.

105

Visto il suo corpo miserabilmente

senza sepolcro, pien d'oltraggio e scorno,

or di volere se rivolge in mente

nel suo caduto busto far ritorno

sol per mostrar che d'alma vita ardente

lo puote fare e di gran forza adorno.

GiÓ tenne a vil che quel gli desse aita,

or pargli onor se lo raccende in vita.

106

E mentre entrar dond'egli uscÝo si china

e con fier occhi mira il corpo estinto,

l'altera opra a 'mpedire il ciel destina

lo stuol d'e corvi in color ner dipinto,

a cui si volta con tanta ruina

che tremar face il pi˙ lontan procinto,

e perchÚ il vol gli uccei ch'han tema sprona,

l'ombra irata con lor non gli abbandona.

107

Dovunque i rochi corvi spiegan l'ale

gli segue l'alma altamente gridando;

si tene augurio di futuro male

dove i negri animai passan volando,

ch'a sorte giunser con l'ombra immortale

al luogo sacro ove perÝ, salvando

fede con castitÓ, l'alma Isabella,

ch'or splende in ciel vie pi˙ d'ogn'altra stella.

108

Riconobbe il re fer nel nostro mondo

il per lui sacro a la sua diva tempio,

la torre e 'l ponte e 'l gran fiume profondo

e 'l sepolcro del corpo senza essempio

ch'ha in ciel lo spirto a null'altro secondo

e fermossi ivi umilemente l'empio.

Ma la Musa che detta ci˛ ch'io canto

seco v'invita a riposare alquanto.

 

 

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Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 23:21