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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

C A R L O   D O S S I

AMORI

QUINTO CIELO.

Diana

Un raggio di luna si spinge tra le imposte socchiuse e inonda il guanciale del letto sul quale mi sono buttato vestito, vinto dalla malinconýa e con essa abbracciato. ╚ una bianca luminosa carezza che sembra dirmi: lŔvati, la tua amante ti aspetta. -

Ed io mi levo con quel tremore che dÓ il preannuncio di una gran gioja, e scendo dalla mia campanilare dimora, donde si sc˛prono tanti tetti - tranquilli coperchi a scÓtole piene di guÓi - scendo insieme dai c¨lmini del mio dolore.

Nelle rughe della vecchia cittÓ, la luna mal si diffonde, quasi sdegnando mischiarsi al giallore delle terrestri lanterne. Le strade sono affollate. La gran belva del p¨bblico ha appena compiuto il suo pasto e in sŔ ritratti gli artigli della rapina. Ora, la foja le batte il fianco: la jena ha messo grugno porcino.

E al suo contatto mi si solleva quel senso di disgusto e di nÓusea che salý alla strozza e alle narici di G¨lliver, quando, rŔduce dal cavallino paese degli Honyhnhnns, ricimentÓvasi, la prima volta, agli effluvi dell'umanitÓ. Impaziente di sottrarmi al lezzo de' miŔi cosidetti fratelli, allungo il passo. Mi caccio in vie ed in vi˛ttoli fuori di mano. Della býpede folla pi¨ non incontro che rari campioni - ¨ltimi chicchi di una grÓndine devastatrice, ¨ltime fucilate di una sanguinosa battaglia, ¨ltime piante di una semovente appiccatoja foresta. Per strade affondate tra cieche mura di monastero, per porticati che sono vorÓgini di oscuritÓ, il mio passo risuona alto nella solit¨dine.

Ma la cittÓ che sÓ d'uomo si arresta. Le spalle mi si sgrÓvan come di un peso: respiro. Dinanzi a mŔ, nella lata campagna, cinta ancor dalle mura, giÓciono le ossa di un'altra cittÓ, la premorta; un naufragio di templi e di case da cui sornu˛tano tronchi di colonne e punte d'obelisco. Era giÓ il luogo pianura: le ruine lo mutÓrono in colle, e nella pioggia argentea della luna che copre tutto, sŔmbrano i montýcoli ass¨mere fantasticamente le forme degli edifici scomparsi. Il mio passo s'Ŕ fatto - quasi dirŔi - ýlare: bevo luna e me ne inebrio come di Sciampagna. Musicali pensieri fioriscono spontaneamente sulle mie labbra: poesýa, onde vergogno tramezzo la gente, mi esulta, solitario orgoglio, nel cuore. Tutte le femminine giovanili parvenze degli obliati miŔi libri mi vŔngono incontro, mi sŔguono, mi circ˛ndano. Cammino, porgendo il braccio alla p˛vera Elvira sul cui volto la forma perdŔvasi nell'espressione, Elvira che amava, non faceva all'amore, e tenendo a mano la piccioletta Gýa, creatura da scatolino e bambagia, dai lucentýssimi occhi che lo sguardo lasciÓvano dove posÓvansi. Veggo Ines, color d'amore e pietÓ, correggesca madonna fuggita alla gloria di un quadro; e Aurora, la maestrina d'inglese, cui gli occhi furbetti ed un germe di malizioso ghignuzzo, sul destro canto del labbro, dÓvano il moscadello: veggo Clara, la sempre estÓtica suora che par barlume di perla e par nebbia, e Camilla, faccia di rosa-bengala, soda e fresca come la dea Salute, alla cui gaja voce mettŔvansi a chiucchiurlare tutti gli uccelli di gabbia del vicinato. Sorge Isolina, frÓgile e svelta come un cÓlice di Murano, dalle bianche manine coperte di zaffiri e smeraldi; appÓjono, amichevolmente allacciate in un ¨nico amplesso, le tre educande, Eugenia in istile barocco, bianco-rossa, "come pomi a odorar, soave e buona", Isa smilza, elegante, dai guanti eterni, Elda superba, dal pallor di magnolia e dai grigi occhi mordenti.

E Forestina biondýssima, che era tutto un sorriso, a sŔ mi chiama collo sguardo lýmpido e aerino e colla m˛rbida voce, e l'adolescente ostina solleva verso di mŔ - non pi¨ insodisfatta - il suo volto dai colori contadineschi ma dal profilo di dama, e la sua bocca da baci, e il mento dal sigillo d'amore. Tutte tutte, in una parola, mi ris¨scitano intorno e mi accompÓgnano le fanciulle gentili, di cui fui babbo nei libri, non potŔndolo Ŕssere nella vita.

E cammino - cammino viepi¨ spedito - talvolta con la sensazione di leggerezza di chi vola, sognando. Anche le rovine si arrŔstano. I sŔcoli le hanno pur esse distrutte e ne tornÓrono i materiali al greggio stato di natura. Fin dove l'occhio arriva, Ŕ una grandiosa pianura lievemente ondulata, senza un tetto, senza un arbusto - una nevicata lunare. La si direbbe la superficie di un bacino di aque increspata da un venticello e impietrita; un mare di luna e silenzio nel quale mi sembra di navigare - ¨nica vela perduta.

Ma ecco un grosso arrotondato macigno, memoria forse di un ghiacciajo ritrÓttosi; ecco il luogo (m'imÓgino) dove la misteriosa mia amante mi ha dato la posta e verrÓ. ColÓ mi fermo e la attendo.

Ella non pu˛ tardare. La luna, che io miro intensissimamente, Ŕ giÓ veduta da lei, e giÓ i nostri occhi s'inc˛ntrano e spŔcchiansi nel terso suo scudo. Imm˛bile come per opra d'incanto, celando l'immenso mio gaudio, io la sento avvicinÓrmisi lieve lieve alle spalle e quasi toccarmi; io ne avverto il caldo e fragrante respiro, mentre una palma leggera par che mi sfiori i capelli. Osassi solo di v˛lgermi, la vedrŔi in pien volto e le cadrŔi nelle braccia.

Chi sei tu, invisýbile Ŕssere, che sempre a mŔ scendi per la scala d'argento della luna, recÓndomi i doni celesti dell'amore? Sei forse l'eco di una armonýa che cess˛ sulla terra o il motivo, come credo piuttosto, di una non ancor cominciata? E allora, o idŔa gentile, che aleggi nell'aria che io aspiro o nuoti nell'Ŕtere nel quale Ŕ tuffato l'opaco nostro pianeta, perchŔ tardi a posarti in questo punto che si chiama vita, e non scegli o non subisci, anche tu, una forma abbracciÓbile, intanto che ho braccia per strýngerti? Ma io conosco chi sei. Io ti vedo attraverso i tempi e giÓ brilli nel mio equatoriale come stella distante da mŔ anni e sŔcoli, e, insieme, vicina pochi minuti secondi. Sei la cara fanciulla che troverÓ questo mýnimo libro, e, leggŔndolo, sospirerÓ dell'amore ond'io gemo scrivŔndolo. Io non sar˛ allora che quanto tu fosti - polve ed ombra - tuttavýa, non lamentarti... non lamentiÓmoci. La vita umana ha radici nel profondo passato e rami e fronde nel pi¨ remoto avvenire; l'Ónima non Ŕ in noi solamente ma intorno a noi, e amore non sÓ confini. FinchŔ io a tŔ penso e tu a mŔ, non potremo mai dire che amore ci manchi. In questo stesso momento - ¨nico per tutti e due - in cui io scrivo e tu leggi, il mio passato diventa il tuo avvenire, le Ónime nostre s'inc˛ntrano, si ricon˛scono, si f˛ndono in un bacio schioccante, che non ha fine.

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Edizione HTML a cura di: mail@debibliotheca.com
Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 21.59

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