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Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

C A R L O   D O S S I

AMORI

 

QUARTO CIELO.

Elvira

Nel sommo del cielo letterario Ŕ la soglia del musicale, ed io su questa sostÓi. Non l'ho varcata, ma, a giudicare dall'emozione che m'investý solo tendendo l'orecchio verso l'abisso di melodiosi bagliori innanzi a mŔ spalancato, dico e credo che se il paradiso ha un'anticÓmera, Ŕ questa. Qualche passo pi¨ in lÓ e il mio Ŕssere si sarebbe di voluttÓ liquefatto, rarefatto, in uno spýrito puro.

Giordano Bruno, in quelle sue pÓgine sý geniosamente mal scritte, chiamava la divinitÓ "Ónima dell'Ónima". Con egual frase io definirŔi la m¨sica; quella dei suoni, intendiÓmoci, non quella dei rumori. Essa infatti ha un nonsochŔ di divino, e, a differenza delle altre arti, non sÓ esprýmere ottimamente che la bontÓ. I colori, gli odori, le forme hanno occulti e stretti rapporti con essa, e verrÓ tempo in cui si canteranno e suoneranno dal vero un mazzo di fiori, un vassojo di dolci, una statua, un edificio, come oggi un foglio di romanza od uno spartito di melodramma, aperti sul leggio. PoichŔ due lingue universali ci andiamo preparando noi u˛mini, mentre si tende a riaffratellarci travolgendo governi e frontiere - una di cifre, una di note - e se diverremo completamente malvagi, intŔprete delle nostre idŔe sarÓ la prima; se torneremo buoni, l'altra.

Ora, io ebbi un amore interamente musicale. Della mia vita, numeravo in quel tempo diciottanni di meno. Una notte, verso le dieci, stavo nel mio studiuolo, colla finestra aperta. La finestra guardava sopra una serie di giardinetti ben pettinati, che dall'alto sembrÓvano fazzoletti a colori, e da essi, col tepore del maggio, salivano a mŔ le mille fragranze e i mille silenzi della verde addormentata natura. StÓvomi nell'oscuritÓ, sdrajato in una poltrona, fiso al cielo stellato, in un vaneggio di pensieri.

A un tratto oscill˛ nel silenzio un sospiro di violino, lungo, lamentŔvole. Il mio cuore drizz˛ palpitando l'orecchio. Al sospiro tenne dietro un motivo bizzarro e insieme soave, una trina di suoni dal capriccioso disegno su un fondo di malinconia. Io ascoltavo e tremavo. Quando il violino si taque, m'accorsi di avere le guance bagnate e gli occhi pieni di lÓgrime.

Indifferentemente si pu˛ udire, impunemente si pu˛ suonare il pianoforte, non il violino. Nel pianoforte il fabbricatore mette quel tanto di sentimento che il prezzo concede e alla mano non resta che di evocarlo meccanicamente - si tira, per cosý dire, al cane la coda e il cane guaisce - nŔ pi¨ del vino che Ŕ in botte si cava. I cembalisti p˛ssono tutti arrivare ad un segno; i cembalisti si fÓbbricano come i loro strumenti. Nel violino, invece, Ŕ l'Ónima di chi suona che, alleÓndosi alle vocali minugie, trova una lingua. Tante Ónime, tanti violinisti. Nel pianoforte senti sempre la materia inorgÓnica, metallo e legno; nel violino odi la mesta eco di una vita che fu. Uno suona, l'altro canta. LÓ Ŕ lo strumento la principal parte, qui chi l'adopra. LÓ non ti stanchi se non le dita e pu˛i mŔttere pancia: qui soffri e ti si affilan le gote.

La notte appresso, all'ora medŔsima, la musicale voce ricominci˛ il suo innamorato lamento, e cosý l'altra ancora e cosý la seguente. Io non sapevo, nŔ mi curavo sapere, donde venisse, io non cercavo d'indovinare se sulla sua cuna di abete fosse chinato un volto di mamma o di babbo: solo sentivo di Ŕssere perdutamente innamorato di lei. E tutto il giorno durava in mŔ la vibrazione di quella voce e ansioso desideravo che la notte, funerea coltre, si adagiasse sulla bara terrestre, per andarmi a rinchi¨dere - perocchŔ nulla Ŕ pi¨ dolce dell'amore furtivo - nello studiuolo, e lÓ attŔndere la mia invisibile amica fatta di suoni.

Ned essa mancava mai al convegno. Al primo rinsenso della conosciuta voce, correva per tutto il mio frÓgile Ŕssere un trŔmito. Come ipnotizzato da lei, io gioiva o soffriva ogni sorta di sensazione che le piacesse d'impormi.

Mi sembrava talvolta, da lei guidato, di trovarmi fra alte disabitate montagne in riva ad un lago senza vele, senz'onde, sull'aqua del quale scivolasse un raggio lunare e nel raggio una tÓcita frotta di cÓndidi cigni; talaltra, di Ŕssere in una immota atmosfera di luce elŔttrica, in mezzo a un paese, i cui monti Ŕran cristallo di rocca e le piante vitrificazioni a colori, vitrifatto pure io: talaltra ancora, di scŔndere scŔndere per caverne rutilanti d'oro e scintillanti di gemme, finchŔ - restringŔndosi intorno a mŔ le pareti della spelonca e sul punto di rimanere asfissiato - si squarciava, di colpo, la terra, e io mi sentivo attirato all'ins¨ qual bolla d'aria e trasportato (oh la serena, oh la fresca mattina di primavera!) in una selva odorosa di castagno e di timo e gorgheggiante d'augelli, dove mi smarrivo estasiato - come il m˛naco santo della leggenda - per sŔcoli.

Ma, poi, dalle mÓgiche corde balzÓvano cozzo d'armi e fanfare guerresche. SenonchŔ, la nota della mestizia riaquistava s¨bito il sopravvento. Pareva allora di udire due vecchi valorosi raccontarsi la loro ¨ltima avversa battaglia. All'urto infuriato de' cavalli nemici, si aprivano i reggimenti de' granatieri e cadevano le Óquile sotto i cadÓveri dei loro alfieri. Solo un uomo, dal cappellino sugli occhi aggrondati e dalla destra nella bottoniera del bigio soprÓbito, stava eretto ed imm˛bile nella sventura, e il suo profŔtico sguardo imperiale vedŔa la gloria - all'inno della "Marsigliese" - coronare i vinti.

Altre volte, l'addolorata Ónima del mio violino sembrava rammaricarsi teneramente coll'amato e dirgli: "perchŔ svegliasti il mio cuore se non gli volevi accompagnare il tuo? perchŔ tante promesse, collo sguardo, m'hai fatto se pensavi tradirle? perchŔ lasciasti lagrimare quest'occhi che chiamavi sý belli e impallidir questa guancia che tanto desideravi?", Ma, impietosito, l'amato parŔa azzittisse la dolce querela, sulla bocca di lei, con un bacio, ed era allora un duello di baci, temendo ognuno di darne meno dell'altro. Tutto finiva in un rugugliar di colombi, in un sospiro di felicitÓ.

Ma la voce del dolore erompeva di nuovo ed il suo flutto copriva, inghiottiva il sottil velabro di gioia. Solenne era il lamento. Una grand'Ónima, alto-appesa in cospetto del mondo, bramava inutilmente di stringere tra le sue braccia l'umanitÓ che gliele aveva divise e inchiodate. "PerchÚ" - sembrava essa dire - "sar˛ io la sola, che, non riamata, eternamente ama?" Il cielo nereggiava di nubi, e le sue výscere rumoreggiÓvan tempesta. Dalla croce fuggývano, in ogni parte, battendo spaventati le ali, i paffutelli amorini pagani. Grosse lÓgrime cadŔvano dalla grande Ónima abbandonata, mutÓndosi sulla terra in rose, ed ella elevÓvasi lentamente a Dio ed in lui si aquietava.

Io rimanevo, intanto, come incantato. assorbendo la misteriosa musica, sentŔndone, per cosý dire, il contatto, abbracciÓndola quasi, finchŔ l'arco non si fosse staccato dal fecondo suo congiungimento con le corde canore, gocciante ancora di note.

Allora solo potevo alzarmi ed uscire dalla stanzuccia, gonfio di bontÓ. Oh quanto mi sarŔi riputato felice di avere allora un nemico, chŔ sarŔi corso a domandargli perdono! Ed Ŕ a questo perýodo della mia vita che io debbo, pressochŔ tutte, attribuire le poche buone ˛pere che mi fu fatto di c˛mpiere e le molte d'imaginare.

Ma una notte - dopo due mesi di amore - la musicale mia amante non apparve al convegno. E inutilmente due, tre, quattro dý l'aspettÓi. Non pi¨ melodýe, non pi¨ sospiri amorosi, tremolanti per l'Óere. Dai cespugliosi giardini, avvolti nell'ombra, non mi arrivava che il mon˛tono grido dei grilli e il singulto del c¨colo.

Una strana inquiet¨dine mi sorprese, un'angoscia muta, come il presentimento di una sventura. Che era avvenuto di lei? A nessuno osavo chiŔderne: trattÓvasi di un segreto d'amore e non potevo tradirlo. Giravo dunque, giravo da solo e come smarrito, intorno all'isolato di case dov'era pure la mia e che rinserrava, con sý gran n¨mero di pigionanti, quell'Óngiolo ¨nico di violino, spiando a ogni porta, ad ogni finestra, cercando con le pupille di traversar tanta spessezza di muri e di fronti.

Cosý passÓrono quindici giorni - giorni di strazio - quasi assistessi alla lenta agonýa di una persona cara. Finalmente, un mattino, uscendo, vidi, dinanzi al portone di una casa vicina, un carro mortuario. StÓvano sulla soglia e sul marciapiede parecchie fanciulle abbigliate e velate di nero, e disotto i veli apparivan visetti dagli occhi rossi e dalle labbra aggreppate, visi che ricordavo di aver qualche volta incontrati nella pr˛ssima via del Conservatorio di m¨sica. Una bara fu trasportata fuor dal portone - ed era breve e parŔa leggera - e collocata sul carro e coperta da una coltre bianca ed argentea, sulla quale e sul padiglione del carro f¨ron posate corone di cÓndide rose dai lunghi nastri pendenti e dalla scritta "Ad Elvira, le coallieve". Lentamente il carro si mosse. Le gentili compagne gli si raggrupparono intorno, seguŔndolo, col fazzoletto sugli occhi.

PortÓvano a sepelirmi la M¨sica. E la cortina del quarto mio cielo pesantemente cadde.

 

IN TERRA.

Ester e Lisa

Mi ritrovÓi dunque in terra. Non era la prima volta, nŔ doveva Ŕsser l'¨ltima, che io fossi riafferrato dalla realtÓ, ma le mie catture tra le mani di questa f¨rono sempre brevi. Toccavo terra ma a modo di augello, che ne' su˛i voli posa a tratti su'n ramo d'Ólbero, su'no scoglio, su'n fumajolo, per riapprovvigionarsi - mýnimo AntŔo pennuto - di forze e slanciarsi dalla cocca terrestre a mete pi¨ eccelse. Se lo specchio de' miŔi amori ideali rest˛ talora annebbiato dal fumo dell'umana palude, l'appannamento ben presto si dissolveva, lasciando lo specchio pi¨ lucente di prima.

Un cuore fin quý vedesti, o amica geniale, che, anelÓndone e invano cercÓndone un altro, foggia quest'¨ltimo con parte di sŔ: ora il cuore stÓ in presenza di un suo possýbil compagno, e benchŔ l'amore ch'ei ne risente sia ancor fatto pi¨ di su˛i pÓlpiti che d'altr¨i, prende almeno, da questi, calore.

Siamo al capýtolo dov'io vorrŔi ricordare, con fervore di gratit¨dine, tutti gli sguardi che risp˛sero ai miŔi, tutte le strette parlanti di mano e le dolci parole e i sorrisi - udýbili e visýbili baci - e gli innocenti rossori per colpe non commettende e i s¨biti imbarazzi e persino le iruzze e i dispettucci adorÓbili, gŔmiti d'amor represso, tutte, in una parola, le caste concessioni di cui donne e fanciulle mi beneficÓrono. ╚ sulla terra che noi quý camminiamo, ma Ŕ terra vestita di muschio e sparsa di gigli.

NŔ dal mio atto di grazia io intendo quelle di escl¨dere - e sono le pi¨ - che pur non sentendo amore per mŔ, me ne ispirÓrono vivo per esse. Innamorarla, Ŕ giÓ fare ad un'Ónima dono divino. Come la voluttÓ di oprare il bene, quella di volerne, Ŕ, per sŔ sola, tale, che, anche priva di contraccambio, basta. Esýger di pi¨, Ŕ usura.

Certamente, l'uomo il cui midollo sentimentale Ŕ difeso da una pelle ippopotamina, l'uomo pel quale nessuna donna satis nuda jacet, capirÓ nulla affatto di questi ch'egli potrebbe chiamare prime aste od arpeggi scolÓstici, e, sÓturo di grassa concupiscenza o di soddisfatta sensualitÓ, si burlerÓ delle gioje, che io vanto, del desiderio puro e del tÓcito innamoramento. Ma a mŔ poco importa. Io non scrivo per lui. I miŔi lettori ed io con essi, possessori di fibre men spesse, sappiamo per prova che i mýnimi presentimenti d'amore bÓstano a suscitare in noi emozioni che appena si accennerŔbbero, nei contatti pi¨ ýntimi della carne, in que' grossolani cu˛i, cosicchŔ la donna che a noi Ŕ cortese di un sorriso o di una occhiata di simpatýa, di un sospiro desideroso o pietoso, dÓ assÓi pi¨ che non dia, concedŔndosi tutta, a que' nostri non-sýmili.

Oh quanto mai vi rammento e ancora mi confortate, gentili mie, di cui non sfiorÓi che la veste, se pure! Nessuna di voi mi ha lasciato e lascerÓ mai, a cominciare da quella frotta folleggiante di ragazzette, che, su'n gran prato, tenŔndosi a mano, mi sorprendŔvano, mi accerchiÓvano, mŔ pi¨ bimbo di esse, girotondando schiamazzanti, mentr'io, in mezzo di loro, cercavo afferrar questa o quella, senza - come poi sempre mi accadde - riuscirvi, perchŔ mi piacŔvano tutte e le avrŔi tutte volute.

E, una appresso all'altra, mi riappÓjono tre fanciulle dai d˛dici ai quýndici anni, lietezza della mia adolescenza.

La prima, fulva come uno scojÓttolo e che sapŔa lieve di ginepro, avŔa per mŔ le tenerezze selvÓtiche di una scimmietta: la mi guardava fiso in pien volto con occhi di maliziosa affettuositÓ, mi saltava talvolta pazzerellamente alle spalle battŔndomele forte, mi si pendeva con improvvisi abbandoni al braccio o mi stringeva e pizzicottava con mani che Ŕrano tanagliette, sino a farmi guair dal dolore, un dolor delizioso.

Era l'altra una giovinetta frÓgile e trasparente, devota a pr˛ssima morte. Quante t˛mbole ho mai giocato con essa! Ella, che, tra le prosperose compagne, parŔa una cÓndida rosa in un cestello di rosse, amava sedersi presso presso di mŔ, e, quando parlÓvami, avŔa nella voce soavitÓ e tremolýi e fruscýi commoventi. E mettevamo, s'intende, in comune le nostre cartelle, ma, mentre gli altri badÓvano ai loro n¨meri, noi badavamo ai nostri occhi: ci guardavamo sempre e vincevamo mai.

Quanto alla terza, tenŔa guancie lattee e maggiostrine che ricordÓvano l'imbellettatura e la bÓmbola. Questa non era uscita mai di cittÓ - una cittÓ geograficamente ed intellettualmente ben bassa - cosicchŔ l'aria montana in cui era venuta colla sua mamma a passare una quindicina di giorni presso la mia, avŔvala come ubbriacata. F¨rono quýndici dý, per mŔ e per lei, di moto e di gÓudio. In pie' alle cinque della mattina, salivamo a far colazione sui poggi circostanti, correvamo pei prati inseguendo or le farfalle, volanti fiori, or noi stessi, ci arrampicavamo sugli Ólberi del frutteto, o, eretti sulla assicella della biciÓncola, faccia a faccia, ci lanciavamo, al mutuo impulso de' ginocchi, nello spazio, facendo a gara a chi spingesse pi¨ alto; poi, gi¨, a c˛rrere ancora col cerchio o la corda, a giuocare alla palla, ad abbÓtter birilli, a scompigliar Ónatre ed oche, finchŔ, giunta la sera, ballavamo al suono di qualche avventizio organetto, non smettendo se non con esso. Ma il giorno del distacco ci sopraccolse. Quando, in uno dei due momenti (l'altro Ŕ quello dell'arrivo, o se vu˛i meglio, della nÓscita) in cui l'uomo - come scrive Jean-Paul - sembra pi¨ caro del s˛lito, il momento della partenza (e cosý della morte), le nostre mani trovÓronsi per l'¨ltima volta una nell'altra, un singhiozzo mi mont˛ alla gola, e gli occhi s'imbambolÓrono a lei. Addýo, fanciulla latte e frÓgole! GiÓ lontani, ella, sporgŔndosi dalla carrozza che me la portava via, sventolava ancora il suo fazzoletto, bianco ospizio di lÓgrime; io, dal giardino che sovrastava alla tortuosa strada, tenevo alto e agitavo i fiori che, ¨ltimi, essa m'avŔa donati e che non dovŔvano mai, nell'Ónima mia, essiccare.

E quý mi ritorni anche tu, fanciulla bruna dai grossi coralli agli orecchi, i cui capelli Ŕran notte e lo sguardo giorno, e con tŔ l'emozione di quando, sullo stesso divano, sfogliavamo qualche gran libro di stampe, aperto sui nostri ginocchi, o guardavamo, nella medŔsima ampia lente, imÓgini di lontani paesi, in cui ci parŔa di camminare a braccetto. Fra la mia guancia e la tua, appena appena sarebbe passato un velo da sposa ed entrambe scottÓvano della stessa fiamma; eppur restÓvan disgiunte. Un ricciolino della tua chioma, avvicinÓndosi a' miŔi capelli, pur ricci, cercava quasi di allacciarsi con essi, eppure non si toccÓvano, nŔ si toccÓrono mai.

E voi, belle inc˛gnite, apparse e quasi tosto sparite ne' miŔi viaggi, come potrŔi obliarvi? L'intera notte l'avŔa trascorsa in vagone colla misteriosa signora. Era il vagone occupato da viaggiatori, u˛mini tutti: non rimaneva altro posto per mŔ che al fianco di lei. I nostri ginocchi, i g˛miti nostri, non potŔvano non incontrarsi. Ned ella sfuggiva i miŔi, ma vi appoggiava, anzi, contro, i su˛i lievissimamente. Uno sbigottimento soave inondava - son certo - ambed¨e, e lo gustavamo in silenzio. Oh quanti rosati castelli edificÓi quella notte! oh qual romanzo credetti di aver cominciato! Ma il viaggio finý, e i castelli si sci˛lsero, e del romanzo non rest˛ scritto che il týtolo.

Or che vu˛i? io preferýi sempre l'amore in bocciuolo a quello, non dir˛ pure in frutto, ma in fiore; io non seppi decýdermi mai, perchŔ l'Óngelo non mi fuggisse, a tagliargli le ali. E anche tu lo pu˛i dire, o gentile, il cui volto parŔa uno schizzo a carbone su'n bianco muro, tu, che, divisa da mŔ da una via, uscivi sul terrazzino a coltivar fiori, quand'io mettŔvomi con un libro al mio davanzale, rimpetto al tuo. Noi sentivamo, io ci˛ che tu confidavi ai fiori, tu quello che io leggevo nel libro. Quando poi, venuta la sera, la tua finestra s'illuminava, scorgevo, dietro le calate tendine di m¨ssolo, il grazioso profilo di una inclinata testina e di dita che agucchiÓvano svelte. Ma capo e mani, talvolta, si confondŔvano in una sola ombra qual di piangente, e allor mi era dolce di lagrimare teco. Un dý apparisti sul balconcino con una lŔttera in mano; ne leggevi una linea, poi mi guardavi, ne leggevi un'altra e tornavi a guardarmi. Quella lŔttera, non v'ha dubbio, ti annunciava amore e ti era stata inviata da un amico a tŔ ignoto ed anche, disgraziatamente, a mŔ. Oh quanto io gioivo della tua gioia e insieme dolŔvami di non avŔrtela procurata io! Ma ora tu avevi trovato e avresti posseduto tra poco chi ti amava; io dunque non ti abbisognavo pi¨, cara gi˛vine; e da quel giorno, per tŔ felice, infÓusto per me, cessÓi dal guardarti.

Ma, pi¨ che ogni altra, io ho in cuore tŔ - come mai ti chiamavi? - buona e sana e rubiconda fanciulla, dal volto e dalle manine piene di fossarelle, dallo sguardo lýmpido e aperto... - ah sý, ╚ster - che eri, ad un tempo, la cameriera e la confidente di una mia zia. Il tuo eburneo allegro sorriso, quel sorriso che Ŕ il sale della bellezza, avŔa in sŔ la luminositÓ di mille candele. Sovente, io passavo la sera da zia, cenando e poi giocando con essa al pacýfico d˛mino. Tu intanto, silenziosamente seduta in un Óngolo della sala, cucivi, e tratto tratto sospiravi. Oh avessi saputo come io attendevo con ansia - colla stessa tua ansia forse - l'istante di potŔrmene andare, perocchŔ, uscendo, tu mi accompagnavi a farmi lume gi¨ per le scale e ad aprirmi il portone. Pi¨ scendevamo e pi¨ il passo facŔvasi lento. Talora ci soffermavamo, minuti, sui pianer˛ttoli senza saperne il perchŔ, in uno di que' silenzi zeppi di tante parole, mentre il lume fumoso nella distratta tua mano pingŔa di accusatrici macchie la parete. A mŔ le fresche fragranze delle verginali tue carni affluývano come Óure primaverili da prati di mÓmmole. Mangiavo con gli occhi le mele appiuole della tua faccia e le rosse ciliegie della tua bocca, mature ai baci; e di baci avrŔi voluto riŔmpiere le tue cento fossette, i capelli, gli occhi, i rosei ginocchietti delle dita. SenonchŔ, tutti e due si ripigliava la pigra discesa. Giunti al portone, tu non riuscivi mai, se non dopo assÓi prove, ad infilare la chiave nella toppa, nŔ io sapeva ajutarti, cosicchŔ, spesso, si rimaneva lÓ, uno in faccia dell'altro, arrossendo, balbettando, finchŔ qualche inquilino - soprarrivando dalla strada - non ci togliesse dal grato imbarazzo. E allora io doveva, melanconicamente, rivedere le stelle, e tu risalire le scale... con l'inquilino. Poi, morý zia. Casa sua, e tu con essa, spariste. Dove ora sei, buona ╚ster?

Un altro mio amore naque, crebbe, finý a strette di mano. Fra i tatti, quel della mano Ŕ il rŔ. MÓssima intŔrprete o c˛mplice della volontÓ, la mano coltiva ed edýfica, scrive e plasma, carezza ed uccide. Essa Ŕ l'azione ed Ŕ la persona: essa ci fÓ s¨bito noto con chi trattiamo, chŔ vi ha la mano intellettuale e la mano cretina, una tutta frŔmiti, geli, accensioni, l'altra impassýbile, dura: vi ha la mano che attira e quella che respinge; vi ha la mano di pressochŔ tutte e la mano di... Lisa.

Era, questa, lunga e bianca, liscia qual perla, trasparente come alabastro, dalle dita le cui cime polseggiÓvano - dita affusolate e flessýbili sý da poterle rovesciar su sŔ stesse quasi f˛sser senz'ossa, eppur tali, per nervositÓ, da non Ŕsser piegate che a forza, se non volŔvano cŔdere. I microsc˛pici ˛rgani elettro-motori, da Pacini scoperti ne' polpastrelli, dovŔvano Ŕssere in sifatta mano sÓturi di elettricitÓ. La prima volta che io l'ebbi nella mia, parŔa muta, marmorea, cadavŔrica: il suo tocco, una forma convenzionale di saluto, non l'acc˛rrere di una sensibilitÓ verso l'altra. Ma, a poco a poco, le nostre mani si intŔsero: quella di Lisa cominci˛ a prŔmer pi¨ forte quand'io mi congedavo da lei di quando me le presentavo. Oh come bianca quella manina! oh come negri gli occhi di chi me la offriva! Una sera, toccÓndola, scatt˛ da essa un trŔmito che mi arriv˛ sino al cuore. D'allora in poi, Lisa pi¨ non mi porse la palma sua con l'abbandono, pi¨ non serr˛ la mia con la sicurezza di prima: nell'istante del commiato un indefinýbil ritegno, una parŔntesi di riflessione, si metteva fra noi, incerti a chi primo dovesse stŔnder la mano. Dove l'amore Ŕ molto, poca Ŕ la disinvoltura. SenonchŔ, quando il casto connubio era osato, non pi¨ sapevamo, quasi a compenso della anteceduta tardanza, diss˛lverlo. E allora, guardÓndoci, tacevamo. Non Ŕ forse il silenzio, in amore, la pi¨ deliziosa delle sue dichiarazioni? Ma, pur troppo, altri parl˛ in vece mia. Cost¨i potŔa coprire di gemme quanto io avrŔi solo potuto di baci, e fu dai parenti, se non da Lisa, ascoltato. Or la manina di lei, quell'augelletta che, a volte, io dubitavo, per non sciuparla, di strýngere, giace sepolta nel cavo di una manaccia rozza, callosa, insensýbile - teca di piombo e di quercia ad un inno, in cinque strofe, d'amore.

Oh strette di mano, celate elem˛sine di affetto, oh sguardi densi di preghiere e promesse, oh titubanze e rossori, impallidimenti e sospiri, oh cento e mille sottintesi e presensi, quanto mai vi ricordo, e come, tuttora, mi consolate! NŔ tra voi manca il bacio - ¨nico bacio che nel dar mi fu dato.

Era allora il settembre dell'anno e il maggio della mia vita. Io mi trovavo sulla sponda di un lago straniero, in un vasto albergo. L'albergo era stipato di gente che io non conoscevo neppur di linguaggio, e per˛ in esso, vivente deserto per mŔ, godevo tutti i vantaggi, tutto il piacere della solit¨dine. E un dý, sul tramonto, rincasavo da una delle mie camminate a caccia di fiori e di idŔe. La campanella avŔa giÓ sussultato di bronzea tosse chiamando a tÓvola, dal giardino, dai p˛rtici, dalle cÓmere, i forastieri sbadigliosi e nojati. Solo, dietro la grande vetriata del salone che si apriva sul p˛rtico esterno, una fanciulla indugiava. Un rosso scialletto le copriva le spalle cingŔndole i fianchi, e il pell¨cido volto di lei, improntato a sofferenza gentile e serbante le traccia di una pioggia di lÓgrime, appoggiÓvasi estaticamente all'ampio cristallo, contro il quale la punta del suo nasino e le labbra mostrÓvansi, a mŔ di quÓ della lastra, espanse e come schiacciate. E sulle labbra parŔa sospeso un sospiro in attesa di un bacio.

Come negÓrglielo? Con un s¨bito moto posÓi la mia bocca sovra il cristallo contro la sua e baciÓi. Le Ónime nostre toccÓronsi. Fu un istante ineffÓbile. La fanciulla si distacc˛, si strapp˛ quasi dalla vetriata e fuggý. Ma splendeva.

Ed io? Io, all'alba seguente, partivo - sbigottito e felice di aver tanto osato o sý poco.

ANCORA IN TERRA.

Adele

E non solo de' miŔi, ma degli amori degli altri ho goduto e specialmente di quelli degli amici. Se taluno quý sogghignando dicesse: "ci˛ Ŕ d'uso", potrŔi risp˛ndergli col fiero e pudico motto dei cavalieri della Giarrettiera. Le brýciole degli altr¨i banchetti amorosi hanno sempre avuto per mŔ sapori e profumi, insospettati a coloro medŔsimi che vi sedŔvano, ingordi o nauseati.

Ho giÓ detto quanto mi appassionassi ai romanzi, sino a conf˛ndermi coi lor personaggi, e come mi innamorassi delle simpÓtiche eroine, fino ad incollerirmi coi loro amanti, quando questi le trattÓvano non a seconda delle mie intenzioni. Soggiunger˛ che la lieta fine di un amore scritto - raramente lieta in uno vissuto - il matrimonio, rendeva mŔ pure beato. MercŔ i romanzi, io mi trovÓi dunque, pi¨ volte, amante riamato o sposo felice, senz'˛bblighi notarili o morali di rimangiarmi per tutta quanta la vita i detriti della felicitÓ.

E, come sul cammino del romanzo, cosý in quello della vita reale, io sempre mi rallegrÓi e rallegro all'incontro di una coppia ben assortita e contenta. La direte follýa - non per˛ tu, amica geniale - ma io credo e mi persuado ognor pi¨ che ciascuno di noi Ŕ il volume di un'¨nica ˛pera, la molŔcola di un medŔsimo sterminato individuo sulla foggia del Leviathan di Hobbes o dei mondi animati del Nolano. E per˛ le altr¨i glorie, quando schiette, m'inorgoglýscono come se f˛ssero mie; gli amori degli altri, quando veri e profondi, mi cons˛lano come se appartenŔssero a mŔ. Nulla mi Ŕ pi¨ gradito degli sguardi mutuati tra pupille che si comprŔndono e si v˛gliono bene; io mai non mi posi tra essi; anzi, fin dove Ŕ onesto, li favorýi. Oh, con quale occhiata tu mi ringraziavi, o fanciulla, quando, uscendo a passeggio, io sequestravo alla tua ýspida istitutrice il braccio, mentre l'amato gi˛vane offriva a tŔ il suo: oh come, ritardando, pi¨ che potevo, il passo, mentre vojaltri lo allungavate, accompagnavo con occhio di affetto la vostra coppia gentile che si scambiava sussurri, inarrivÓbili alle tesi reti ac¨stiche della tua výgile!

SenonchŔ, quanto mi Ŕ a gioja l'assýstere ad una m¨sica mite d'amore a quattro mani suonata, a due desideri placati in un'¨nica soddisfazione, altrettanto m'indispettisce lo spettÓcol di donna che, amando Ŕssere amata, gli amanti odia, e li cangia, coi mille capricci della sua malvagitÓ, in spregŔvoli servi; o, peggio ancora, d'uomo che, feroce e vigliacco, fÓ piÓnger colŔi che lo adora. E qui ricordo un mio condiscŔpolo d'universitÓ, del quale si era pazzamente innamorata una fanciulla buona e bella. Di quale plebŔo combustýbile si alimŔntano molte volte le pure fiamme di una ragazza, Ŕ strano! in bocca di quali gattacci vÓdano spesso a finire tante canarine graziose, Ŕ deplorŔvole! Aveva egli una di quelle faccie convenzionali di bel-gi˛vine che vŔggonsi sui giornali dei sarti. NŔ l'animaccia, che, come il sale, impedývagli di completamente marcire, disaccordÓvasi dall'aspetto. Cost¨i, sempre in ammirazione di sŔ medŔsimo - e tenŔasi addosso, pensa! uno specchietto in cui si mirava di tratto in tratto scimmiescamente - riceveva, spesso, lŔttere della p˛vera bimba e, tra lo sprezzante e il vanesio, me le mostrava. Certamente, non Ŕrano testi di lingua: a scuola non avrŔbbero, forse, neppur riportato i punti occorrenti alla promozione, tuttavýa spirÓvano tale una ingenua e profonda passione che, leggŔndole io, mentr'egli, il furfante, sogghignava arricciÓndosi i baffi, mi sentivo commosso di tenerezza per la innocente fanciulla e d'ira per l'indegnýssima cÓusa delle sue afflizioni. E allora, per una magnŔtica trasposizione di sentimenti, mi sembrava che tutte le lŔttere che io leggeva di lei, f˛ssero, non a lui, ma veramente dirette a mŔ che le meritavo, e godevo delle loro espressioni come se f˛ssero a mŔ dedicate. Non solo: ma componevo le pi¨ amorose risposte, le ricopiavo sulla carta pi¨ fina e le mettevo in... pila. ╚ un epistolario, come altri cŔlebri, in cui la posta nulla ha che vedere e che potrebbe, quandochessýa, Ŕsser dato alle stampe senza perýcolo di rossori miŔi od altr¨i. Un giorno, mi venne poi fatto - ned era cosý diffýcile, poichŔ il mio condiscŔpolo piacŔvasi di dimenticar dappertutto i documenti della sua vanitÓ - d'impossessarmi di una lŔttera di quel cuore malcapitato. Per lungo tempo, essa mi fu soave compagna: la recavo con mŔ nelle passeggiate: la miravo talvolta con le pupille annuvolate di lÓgrime e ne baciavo con religione d'amore la firma: quando poi, coricÓndomi, l'avevo nascosta sotto il guanciale, mi pareva di giacere men solo. Oh fanciulla non vista mai nŔ a mŔ nota, che ti disperavi di non Ŕsser riamata, quanto invece lo fosti! Se nelle regioni spirýtiche, se nel mondo della quarta dimensione, c'incontreremo, come impalliderÓi di giojosa sorpresa, trovando negli occhi miŔi le mille dichiarazioni d'amore da tŔ sognate, quelle dichiarazioni, che tante volte ti ho dette e tu non udisti, che tante volte ti ho scritto e tu non leggesti!

Pronto invece fui sempre, come Ovidio, a favorire gli amori altr¨i. Abitavo - molti anni son corsi - un pýccolo alloggio, in una via fuori di mano e tranquilla, tutta giardini e conventi. Di tempo in tempo, un amicýssimo mio me la chiedeva in prestanza per un segreto convegno - con chi non diceva - ma dal suo occhio sereno capivo trattarsi di ben differenti cospirazioni delle polýtiche, ed il silenzio di lui Ŕrane prova. E allora abbigliavo a festa la mia casetta, come se la sponsa de Lýbano dovesse scŔndere a mŔ, non a lui; cancellavo dagli specchi ogni mýnima appannatura e dai m˛bili ogni velo di p˛lvere; stendevo i lini pi¨ m˛rbidi e i tappeti pi¨ s˛ffici, non lasciando cÓlice senza fiore, nŔ fiala senz'essenza odorosa nŔ cuscinetto senza spilli: disponevo perfino sui tÓvoli libri di gentilezza, e sul leggýo del pianoforte pÓgine musicali, dirŔi amorose se tutta la m¨sica non fosse voce, anche nell'ira, d'amore. Rientrando poi, a notte alta, in casa, benchŔ l'Óngiolo nel suo passaggio non vi avesse piuma perduto, sentivo cullarsi nell'aria una sottile fragranza come di violette fiorite in ajuole celesti, e negli specchi mi pareva sorprŔndere ancora il riflesso di una forma di cherubino; e, quella notte, il letto mi si cangiava, tra i sogni, in cÓndide braccia femminee. Sovratutto gioivo, allorchŔ qualche fiore, di quelli che avevo io colto e apprestato, mancava, imaginÓndomelo ne' su˛i capelli. Una volta, per contro, ne trovÓi uno di pi¨ - posato sulla "Divina comedia", e precisamente ai versi "amore - acceso di virt¨ sempr'altri accese, - purchŔ la fiamma sua paresse fuore", un incoraggiamento e un consiglio. E con riconoscente tremore me lo avvicinÓi alle labbra, come se offŔrtomi, e lo baciÓi. Molti anni - ripeto - son corsi. Il mio amico dimentic˛ interamente questo episodio della sua vita. Io serbo tuttora, nella tomba immortale dove fu posto, quel fiore e con esso il ricordo di un an˛nimo amore che ogni dý pi¨ vÓ facŔndosi mio.

Un'altra volta, un altro amico mi preg˛ di dargli una mano in un incontro ch'egli desiderava di avere con una gi˛vine da lui amata e lontana. Il mio amico reggeva, in una borgata pettŔgola, un p¨bblico uffýcio che non gli avrebbe permesso di acc˛gliere in casa ragazze sole senza esporsi a commenti infiniti. La gi˛vine, che io non conoscevo neppur di veduta, dovŔa figurar, quindi, come sorella mia e tutti e due passare per nipoti su˛i. Io mi sarei recato a ricŔverla sulla riva di un lago, distante poche ore dalla borgata, e gliela avrŔi condotta. Per ricon˛scerci, era inteso che la gi˛vine, nello sbarcare, terrebbe in mano un volumetto dalla verde rilegatura e che io me le sarŔi presentato con un gar˛fano rosso all'occhiello.

Mi recÓi dunque, nel giorno e nell'ora posta, all'indicato luogo ed ivi aspettÓi la mia improvvisata parente. Il pir˛scafo apparve (oh come il cuore mi palpit˛ quand'esso riunissi alla riva!) e tra i passeggeri che ne discŔsero, vidi la gi˛vine col volumetto verde - una magrolina ventenne, tutta sola, che intorno guardÓvasi miopemente, cercando, essa pure, qualcuno. A lei mi avvicinÓi arrossendo, e anch'essa arrossý. Una carrozzella attendeva lý presso. Ella vi mont˛ su, svelta, da un predellino, io dall'altro, e la carrozzella si mosse.

Era ben naturale che nei primi momenti ci si sentisse assÓi imbarazzati. Ambed¨e ci vedevamo in una posizione delicatissima, dubitando e temendo ciascuno di parere all'altro quello che veramente non era. Io studiavo sott'occhio l'aspetto della mia compagna. Ella era tutta modestia, nell'Óbito, nell'atteggiamento, nel viso - un viso che io avrŔi definito: un complesso simpÓtico di difetti. Per interr˛mpere un silenzio che cominciava a farsi uggioso, le domandÓi quale fosse il nome del libro che teneva fra mani... - nŔ come ella si nominasse sapevo ancora.

Ella, confusa, mi disse invece il suo - Adele -, e mel disse con una melodiosa oscillazione di voce: poi, acc˛rtasi, mentre mi rispondeva, della domanda che fatta gli avevo, mi porse, arrossendo, il libro.

Era questo un poema in versi, breve di mole, denso di affetto, "Enoch Arden" di TŔnnyson, un di que'libri la cui lettura Ŕ per l'Ónimo come un bagno di bontÓ. Io espressi le mie simpatýe pel generoso poeta ed ella si uný a mŔ nella lode. Avviato il discorso sulla carreggiata della letteratura, scopersi presto in Adele, non solo una leggitrice insaziÓbile ed un finýssimo crýtico, ma - quanto pi¨ mi fu caro - un'alleata nelle mie letterarie adorazioni. Comunanza di amicizie Ŕ di amicizia cagione. Frequentatori ambed¨e di casa Shakspeare, casa Montaigne, casa Lamb, Rýchter, Manzoni e altrettali, non potevamo pi¨ considerarci, reciprocamente, forastieri.

Passava la strada fra vigneti gravi di porpuree uve e sparsi di vendemmiatori. Adele uscý in una esclamazione ammirativa e desiderosa. Feci fermare la carrozzella, e comprammo dai vignajuoli una grembialata di grÓppoli. Steso quindi un giornale sulle mie e sulle ginocchia di lei e ammucchiÓtavi l'uva, ci mettemmo deliziosamente a mangiarla, spiccando gli Ócini dallo stesso grÓppolo e insieme cianciando e ridendo all'ombra delle vaste impassýbili spalle del vetturino.

E pi¨ Adele parlava ed io mirÓvala e pi¨ mi sembrava che le sue cento bruttezze min¨scole si fondŔssero in una sola e grande bellezza, quella della intelligente bontÓ: la sua medŔsima miopýa, che dapprincipio parŔami fastidiosa, conferiva al suo viso una espressione tutta speciale di attentivitÓ, gratýssima a chi la guardava e parlÓvale. All'imbarazzo era insomma sottentrato una vera famigliaritÓ e la parte di stretti parenti, stÓtaci imposta, ci diventava sempre pi¨ fÓcile.

Ma, ad un tratto, il battuto della piana strada di campagna cede' all'acciottolato fracassoso e trabalzatore di una cittÓ.

- Siamo giunti! - dissi.

- Di giÓ! - esclam˛ ella in tuon di rammÓrico, e taque.

La carrozzella si arrest˛ ad una bianca casetta. Il mio amico, un giovinottone acceso di colorito e baffuto, era sul marciapiede ad attŔnderci. Si fe' al predellino ed ajut˛ a scŔndere Adele, o a meglio dire, la trasport˛ gi¨ come un cuscino di penne. "Come state, carýssimi nipoti miŔi?" - vociava egli a noi o piuttosto ai vicini affacciati a tutte le porte e finestre - "spero bene che questa volta non mi scapperete via sý presto!" - E in casa ci trasse, sollevÓndoci quasi di terra, uno per braccio.

Verso sera, mi congedÓi da lui e... da lei. Ella mi accompagn˛ fino all'albergo dove il vetturino era andato a staccare e donde sarŔi ripartito - solo - con esso. Gli occhi di Adele Ŕrano ¨midi e tristi, e anche i miŔi. Non mai fratello fu salutato con affetto pi¨ intenso, non mai sorella lasciata con maggiore dolore.

 

[ SEMPRE IN TERRA ]

Tea

In procinto di riallargare le ali, mezzo impacciate di terra, per ritentare la via dei cieli, mi si attacca alla punta di una un pýccolo Ŕssere abbigliato da cagnolina, che facendo lingua degli occhi e della coda par dica: non mi scordare. E come lo potrŔi, Tea mia? come oserŔi, scrivendo di amori, non citare il tuo nome, non fare anche a tŔ, cui debbo tanto, una carezza di carta?

Chiunque, sia egli il pi¨ scellerato, il pi¨ duro, il pi¨ odiato tra gli u˛mini, ha vitale bisogno di voler bene a qualcuno, a qualchecosa. FinchŔ a tŔ fan corona le bionde chiome de' tu˛i figliuoletti e le nere della tua sposa alternate coi grigi capelli de' tu˛i genitori ed i bianchi de' nonni, e sulla tÓvola vostra il cibo s¨pera l'appetito, nŔ il notajo vi si presenta se non per rogare contratti di nozze, il prete per benedire neonati, il mŔdico per brindeggiare alla salute di tutti, Ŕ probÓbile che l'umanitÓ a quattro gambe o con ali o con pinne non desti in tŔ pi¨ di quel senso di generale benevolenza che un cuor contento non pu˛ non sentire per ogni cosa animata. Ma avvenga che que' capelli non ti sieno pi¨ se non recise memorie, che nessun braccio pi¨ attenda il sostegno del tuo od il tuo speri quello degli altri, avvenga che degli opimi banchetti pi¨ non ti avanzi neppure la tÓvola e col cuoco ti abbian fuggito amici e clienti e favor p¨bblico, avvenga in una parola che tutte le maledizioni dell'╚rebo sýeno scoppiate sulla innocente tua testa, che, a tŔ, tradito persino dalla Illusione e dalla Speranza - le due meno incerte amiche dell'uomo - ti si affacci, la prima volta, il terrore della solit¨dine, oh allora sentirÓi quale onda di riconoscenza, di amore, di gioja sorgerÓ nel tuo petto all'apparizione di un ¨mile cane che cerchi le tue carezze, come a dire "io ti resto". Peggiori ancora il tuo stato: dell'ampio universo non ti si concŔdano che pochi metri quadrati di prigione; sia tu privo del volto persino de' tuoi carcerieri - e allora al min¨scolo topo che avresti, a piena dispensa, tranquillamente cibato... di veleno, offrirÓi grato il pan nero a tŔ scarso, e allora trarrÓi pur dalla compagnýa di un ragno, di cui tanti schiacciasti colle piatte pant˛fole, consolazioni che, uguali, non ti diŔdero mai gli amici scomparsi.

Qual meraviglia dunque, se, in una vita, come la mia, pressochŔ tutta da chiostro e da cÓrcere - una vita da R˛binson Crusoe senza Venerdý - le bestie (tra le quali io mi comprendo ben volentieri) Óbbiano avuto una parte non indifferente? Prima ancora che giungessi a scoprire di che affetti sono esse capaci, Ŕ attraverso le bestie che mi fu facile di studiar l'uomo e me stesso. In quella maniera, di fatti, che per tentar di ris˛lvere i problemi del mondo esteriore occorre anzitutto osservarli nelle loro espressioni pi¨ sŔmplici, cosý, per formarci una giusta idŔa del mondo interiore, dei sentimenti che lo govŔrnano, delle passioni che lo cont¨rbano, d'uopo sarÓ analizzare gli organismi intellettualmente men complicati. Cento virt¨, mille vizi ha in sŔ medŔsimo ogni uomo, virt¨ e vizi che s'intrŔcciano, si conf˛ndono, si neutralýzzano reciprocamente, e rŔndono malagŔvole e quasi impossýbile la sýngola lor percezione: nella bestia invece (questo anagramma dell'uomo, come fu definita) trovi l'umana natura lýbera dalle sofisticazioni della civiltÓ, dagli artifici della educazione: una sola qualitÓ buona o cattiva d˛mina in ciascuna lor progenie: non vi sono le altre che semplicemente accennate, come i denti del giudizio in noi. FÓcile ei quindi - ripeto - di rilevare e studiare le caratteristiche della qualitÓ dominante.

Oh a quante idŔe, nella cui ˛rbita, fil˛sofi, economisti, polýtici non riŔscono spesso di lusingarci, voi, bestie, praticamente ci persuadete. Uno fra i temi favoriti dagli scrittori di socialismo Ŕ quello del godimento in comune delle ricchezze, del boccone che tocchi a ciascuno in eguale misura: senonchŔ, pur ammirando il generoso prop˛sito, fieri dubbi p˛ssono s˛rgere in voi, come s˛rsero in mŔ, sulla permanente applicabilitÓ sua. Orbene, egli basta che voi passiate vicino, come io passÓi, ad un mucchio d'immondezza sovra il quale cani, gatti, topi, banchŔttino insieme senza litigi e senza alcun desiderio di assaggiarsi l'un l'altro, e tosto l'idŔa della universa comunione dei beni vi sembrerÓ piana ed attuÓbile. Medesimamente; corazzÓtevi pure di tutto il ricettario di SŔneca per non temere la morte e di Tomaso a KŔmpis per spregiare la vita, quando la morte vi chiamerÓ, voi tremerete entro la vostra corazza: possiate invece in quel punto ricordar solo il pacýfico velarsi degli occhi nella eternitÓ di un ¨mile gatto, di un mýnimo augelletto, e tranquillamente uscirete di vita, come si esce di casa, senza bisogno di filosofýa e teologýa. DignitÓ e pazienza, indipendenza e coraggio, risparmio e self-help, tutte insomma le virt¨ imaginabili, noi le possiamo con˛scere e apprŔndere nella loro purezza, assai pi¨ che nei libri degli u˛mini in un prÓtico corso di zoologýa morale.

Di tutte le bestie, per˛, quella che io preferisco, dopo la donna, Ŕ il cane. L'Óquila che, con le ali aperte e gli occhi ardenti, piomba dal cielo, il leone dalla faccia gigantescamente umana e dall'incesso maestoso, il tigre che flessuoso ed armato sta per lanciarsi sulla preda, s¨scitano, Ŕ vero, una estŔtica ammirazione, pur sarÓ sempre prudente di mantenere fra essi e noi una buona inferriata. Ben volentieri si palpa il collo superbo del cavallo e con interesse si guarda il meditabondo occhio del bove e la filos˛fica fronte dell'asino, ma il troppo volume dell'individuo da amarsi Ŕ di ostÓcolo all'intimitÓ dell'affetto. Solo gli uccellini ed i gatti potrŔbbero compŔtere coi cani nelle nostre affezioni. SenonchŔ, per gli augelli, esiste al rovescio l'ostÓcolo che abbiamo rispetto alla bestie maggiori di noi - son troppo pýccoli; e quanto ai loro destinatari... Quanto ai gatti, cioŔ, ben concedo che essi possiŔdono una qualitÓ nobilýssima di cui il cane difetta, l'amore della indipendenza. Pur se si l˛dano le virt¨, mal si sopp˛rtano i virtuosi, tanto pi¨ trattÓndosi di virt¨ - come questa - che offende noi altri padroni. Perci˛ preferisco - ripeto - i cani.

NŔ dimenticher˛ mai Tea. Era Tea una cagnolina quasi tascabile di schiatta terragnola, a chiazze bianche, nere e castagne, bastardetta anzichŔ n˛ - ma quale pi¨ nobile schiatta non ha in sŔ del bastardo? In compenso, possedeva coda ed orecchie intatte e sapeva con esse esprýmersi pi¨ chiaramente che non noi, verso lei, colla voce. Tea mi era stata donata giÓ grandicella, e nel suo stato di servizio contava parecchi fatti ammirŔvoli, tra i quali la pacificazione di una famiglia. PerocchŔ in questa famiglia, composta di tre ricche ed oziose quindi nojate persone, scoppiÓvano quotidianamente, prima che Tea vi comparisse, grosse liti. A ci˛ scegliŔvasi solitamente l'ora dei pasti. AvŔa ciascuno il suo sacchetto di bile a vuotare: la signora garriva aspra il marito: il padre rimproverava a torto e a ragione il figlio: quest'¨ltimo rispondeva villanamente a tutti e due. Rado il giorno, in cui si arrivasse alle frutta senza aver rotto un pajo di piatti e di bicchieri o rovesciata qualche sedia. SenonchŔ il nero musetto, appena nato, di Tea, apparý, luminoso, in siffatta casa. Que' tre strumenti di capi, che non potŔvano mai accordarsi in nessun tuono e motivo, trovÓronsi, per la prima volta, all'unýsono nel far festa alla nuova venuta. Ed essa, a festeggiar loro. Tea divenne, in breve, la pi¨ grande, l'¨nica preoccupazione dei suoi tre padroni, lo scopo dei loro discorsi, la messaggera delle loro carezze, la particella congiuntiva degli Ónimi loro - i quali, cosý occupati senza interruzione di lei, dimenticÓvano presto e completamente sŔ stessi. E, dov'era guerra, fu pace.

L'intelligente affettuositÓ di Tea avrebbe potuto suggerire non poche pÓgine d'appendice al plutarchiano opuscolo de solÓtio animalium. Quand'io rincasavo, ella s¨bito indovinava, mentre la fantesca non si addava di nulla, il mio umore; e, se gajo, ballÓvami intorno la pi¨ allegra accoglienza: se melanc˛nico, andava a raggomitolarsi in un Óngolo del canapŔ e mi fisava con certi furbi e l¨cidi occhietti, che parŔvano Ócini d'uva nera, finchŔ non mi avesse cavato un sorriso d'invito che me la faceva balzare sulle ginocchia. Sempre vispa e contenta, del resto, perfino ne' su˛i ¨ltimi istanti, allorchŔ con l'Órida e stanca lingua, lambývami ancora la mano, non si querelava e piangeva che al suono vespertino delle campane. Ed era un lamento lungo, ineffÓbile. La Tea doveva esser l'Ónima di una monachella morta d'amore.

Oh quanti buoni consigli Tea mi diede che non seguýi. Fu un'estate in cui avevo preso abit¨dine di recarmi di buon mattino ai giardini p¨bblici, e lÓ sedermi con un libro su'na panchetta, mentre la mia pýccola amica col suo musetto studiava, tra la pr˛ssima erba, botÓnica. Ora, di rimpetto a mŔ, di lÓ dall'allŔa, non s˛ se per caso suo o mio, si metteva sempre a sedere su un'altra panchetta o giÓ si trovava seduta una signora modestamente elegante e bella, pur con un libro. Ella leggeva ed anch'io, ma i nostri sguardi s'incontrÓvano spesso di sopra le pÓgine. Tea non tard˛ ad acc˛rgersi delle nostre simpatýe, e fece quanto avrŔi dovuto fare io: attravers˛ l'allŔa e si ferm˛ dinanzi alla graziosa signora, con un'amichevole aria d'interrogazione tra chi domandi e chi offra. La signora la chiam˛ a sŔ sottovoce. Tea non si fece pregare. Raccolta carezzosamente da terra, si acchiocciol˛ tutta contenta nel nuovo grembo, come in casa sua, volgŔndomi una guardatina, come a dire: impara o sciocco. Ma io non mi mossi. Allora Tea salt˛ gi¨ con una scosserella dalla invidiÓbil nicchiuccia e corse a me, piroettÓndomi intorno, abbajando, tirÓndomi per i calzoni, finchŔ io mi alzÓi, ed andÓi... via. E questa pantomima a tre attori si ripetŔ suppergi¨ il dý successivo e parecchi dý appresso. Finalmente un mattino, in cui dopo molti sý e n˛, conchiusi, secondo il mio s˛lito, con un getto di dadi, avevo risoluto di osare, la graziosa signora manc˛ allo spontaneo convegno. NŔ pi¨ apparve. Moderata aspettazione - come lieve soffio - infiamma il desiderio, troppo - come buffo violento - lo spegne. Tea aveva fatto quanto poteva per ajutarci, ma il suo padroncino era nato per arrivar, sempre ed in tutto, un momento dopo. In qualsiasi amore vi ha un quarto d'ora, in cui la vittoria Ŕ fÓcile e certa. Guai a col¨i o a colŔi che non ne approfittano. Quel quarto d'ora non torna pi¨.

Grazie, o Tea, de' tu˛i savi consigli, quantunque, per colpa mia, in¨tili. Grazie delle tante volte che col tuo vezzeggiare, colle smorfiuccie, colla sola presenza, cangiasti in un sorriso il greppo delle mie labbra. Sempre mite, obediente, paziente, riempisti d'affetto - come treggŔa in una scÓtola di grossi dolci - gli interstizi tra un mio amore e l'altro, cosicchŔ posso dire che, mercŔ tua, durante alcuni anni, sul mio cuore non pendŔ mai l'est locanda. E oggi ancora, dall'alto della libreria, che di faccia mi stÓ mentre scrivo, tu bianco-nera, imbalsamata mia amica, col tuo zampino anteriore levato, le orecchie tese, il codino all'ins¨, mi proteggi, e col tuo sguardo di nero cristallo fra punti di sopragitto, sembri dirmi: ti amo.

Oh, a te credo.

DI NUOVO AL CIELO.

Antonietta

AvŔa diciasettanni, si chiamava Antonietta, era bella, era buona, e morý. Dýcono fosse consunta da un amore profondo che non volle mai palesare. Cosý, tra una farÓggine di parole, e nel rassettarmi la cÓmera, mi raccont˛ la portiera, la mattina stessa in cui Antonietta era stata portata via.

La ragazza abitava all'¨ltimo piano della casa dov'io studentescamente avevo alloggio. Viveva, insieme alla madre, vŔdova di un impiegato, colla scarsa pensione di questa, e pi¨ col lavoro delle sue dita di cucitrice. Io non le avevo parlato mai: solo mi ricordavo di avere, qualche rara volta, incontrato sulle scale o sotto il portone, un viso pÓllido e ovale, dagli occhi bassi e cerchiati di lividure, che dovŔa Ŕssere il suo. Ebbene; all'annuncio che ella era partita per non pi¨ ritornare, un affanno mi strinse, come se si trattasse di sventura mia. Quasi afferrato pel braccio e strappato da una mano invisýbile, uscýi sul ripiano, scesi le scale, ancor di rosa e di cera odoranti, e m'incamminÓi verso la cittÓ della morte.

E lÓ giunto (non so qual senso pi¨ sottile degli altri cinque facŔssemi certo della via) tenni diritto a un gran prato trafitto di croci, dov'era un pýccolo spazio e sovr'esso fresche corone di fiori. SarŔbbesi detto, dinanzi quel rigonfiamento di suolo, che la terra si sollevasse per non sciupare il virgineo corpo che le dormiva sotto, e quasi stesse per schi¨dersi a ritornarlo al sole. Ivi sostÓi, guardando gli oziosi fiori uniti in corone, che, ad uno ad uno, avrŔbber destato altrettanti sorrisi nella fanciulla ancor viva, e mi sentýi nella conchiglia degli occhi nÓscer la perla del dolore. Sventurata Antonietta! Di tutte le povertÓ, la pi¨ tormentosa Ŕ quella d'amore. Io ti vedevo, chinata la sofferente testina sul telajo del ricamo o il t˛mbolo del merletto, le pupille ammaccate da un lavor senza tregua e dal pianto, sempre aspettando sulla fossarella del collo il bacio che ti avrebbe fatto felice e guarita. Ma nulla, nulla mai, ed anche la speme - sogno di chi veglia - si dilegua da tŔ. Solo dura la malinconýa, quel verme in un bottone di rosa, roditrice delle tue gote, del seno, del cuore, nŔ pi¨ ti manca, per Ŕssere morta completamente, che di serrar le palpebre.

SenonchŔ, quý mi sorse il pensiero, insinuante, insistente, che io, io stesso, l'avrŔi potuta salvare, con una parola, con uno sguardo d'affetto. E chi sa mai che l'Ónimo suo non si trovasse giÓ schiuso a ricŔvere il mio, che, anzi, Antonietta segretamente non mi amasse? Fosse ci˛ stato, il non Ŕssermi io accorto di lei, era, pi¨ che una disgrazia per tutti e due, un torto non perdonÓbile in mŔ. E di fantasýa in fantasýa, avvolgŔndomi nei labirinti della l˛gica sentimentale, la quale ha rŔgole affatto al rovescio dell'altra, finýi col persuadermi che tutte le imaginazioni mie non f˛ssero che realtÓ, a ravvisarmi quasi colpŔvole della immatura morte di lei, a soffrire, in ogni suo aculeo, quel tormento del galantuomo, che Ŕ il rimorso.

Insomma, capit˛ a mŔ quello che avvenne, quattrocento e pi¨ anni fÓ, a Lorenzo de' MŔdici, quando vide portata, scoperta, alla sepoltura la salma di Simonetta Cattaneo "che avŔa nella morte superato quella bellezza che in lei viva pareva insuperÓbile", m'innamorÓi della gentil trapassata. Di questa mia nuova passione la nota fondamentale fu il dolore. In nessun'altra Ŕpoca scialaquÓi tante lÓgrime come in questa. Forse in mŔ giÓ celÓvasi un'an˛nima ambascia, cosicchŔ altro non feci che darle un nome - Antonietta. Ma il pianto non solamente Ŕ sollievo, Ŕ piacere. RecÓvomi dunque, pressochŔ tutti i giorni, al camposanto, e lÓ, innanzi al t¨mulo della mia p˛stuma amante, riandavo tutta una storia non avvenuta, da quando, sulle scale, ella avrebbe udito da mŔ la tanto aspettata parola a quando me la avrebbe ripetuta tra i baci: cosý m'imbevevo, qual carta sugante, m'inzuppavo, quale Órida spugna, di amorosa pietÓ, e tornato a casa, chi¨somi in cÓmera, singhiozzavo e piangevo fino al semi-deliquio. Se non mi guadagnÓi, in quell'Ŕpoca, una cardiopatýa, bisogna dir proprio o che il mio cuore fosse ben forte o il dolore ben tenue.

Col tempo, questa er˛tica sofferenza per Antonietta si mitig˛ - non dico si cancell˛, perocchŔ io mai non cedetti una sola delle mie illusioni - e pass˛ ad agglomerarsi, colle molte altre, in quell'amor complessivo in cui si abbrÓcciano cose e persone; tuttavýa mi continuÓrono a parte, e ancor d¨rano, l'abit¨dine e il gusto di passeggiare e pensare nelle campagne della messe umana falciata.

Silenziosa Ŕ la felicitÓ, silenziosa Ŕ la morte. Luogo di pace e riposo fu sempre detto il cimitero, questo gran dormitorio della vita, e, certamente, a prima vista, par tale. Presso il ricco, il mýsero giace senza invidia, presso il mýsero il ricco senza paura. Marito e moglie Óbitano la medŔsima angusta arca sine querella; t˛ccano le ossa del debitore quelle del creditore: il mŔdico vi ha raggiunto il cliente, e con l'uccisore si confonde l'ucciso. SenonchŔ, tendendo l'orecchio dell'Ónimo, ti accorgi che tanta quiete e silenzio c˛prono un moto febbrile, un lavorýo instancÓbile Anche quý, come nella vita, qualchecosa si attende, aspýrasi ad una meta e vi si industria, vi si sforza di pervenire. Sulla terra sono scopi l'amore, la ricchezza, il dominio, raramente raggiunti, non il sepolcro, a tutti aperto; sottoterra, i vinti dalla morte cŔrcano risollevarsi, anticipando lo squillo delle trombe divine, e lav˛rano indefessamente per diss˛lversi e spÓrgersi nelle innumerŔvoli vie della terra e de' cieli e conquistar nuove forme. In questa pugna ostinata, in questa vita di putrefazioni, i p˛veri si tr˛vano sempre pi¨ favoriti dei ricchi, poichŔ non dŔbbon lottare che con sŔ stessi: gli amici, i parenti, hanno lor fatta la caritÓ di non vestirli neppure di abete. Ai ricchi, invece, gli eredi, i quali tŔmono le risurrezioni, d˛nan lenzuola di piombo, mura granýtiche, bronzee porte... oh p˛veri ricchi! Di tutti, per˛, il pi¨ sventurato, il pi¨ lagrimando, Ŕ sempre il sovrano, che, cangiato in mummia grottesca, Ŕ costretto a restar morto per sŔcoli, inutilmente invocante pietosi violatori alla regia sua tomba, troppo ben custodita.

Quand'oggi entro in un cimitero, mi par d'Ŕsservi accolto da un immenso gŔmito. Quel passato che cerca affannosamente di prepararsi un avvenire, sembra raccomandarsi a noi - ¨nico suo presente - e supplicarci perchŔ la terra gli sia davvero, come noi usiamo augurargli, fÓcile e pervia. Il mio sguardo passa di pietra in pietra, di croce in croce, ed ogni ricordo di un tŔnero bamb¨ spezzato ha un sospiro da mŔ. E penso ai tanti disavventurati, tornati al comune crogiuolo, senza aver veduto fiorire, nel loro giardino, le due pi¨ belle rose dell'esistenza, l'amicizia e l'amore. Pi¨ avanzo negli anni e pi¨ la voce "che dal t¨mulo a noi manda Natura" ha conosciute e care note per mŔ. Lungo il fiume della memoria, dalla sponda buja (quella della vita), scorgo sull'altra sponda (la luminosa, ossýa della morte) sempre pi¨ aumentarsi i volti amici, che intorno a mŔ van mancando. Ed io ed essi scambiamo sorrisi e saluti e baci dall'una all'altra riva.

E, dalla riva in luce, mi sorride Tranquillo Cremona, il pittore della bellezza casta, le cui tele, dense di sole e d'amore, sŔmbrano, non fatte ma create; il mio Tranquillo dal genioso epigramma e dalla sapiente spensieratezza, insostituýbile amico.

E, presso a lui, Ŕ PÓolo Gorini di tanti pýccoli mondi e di sý gran pensamenti suscitatore. Pi¨ non crŔscono le sue montagnuole, or selvose di minerbina, sono spenti i su˛i vulcanetti, perocchŔ sovr'essi pi¨ non si china la bianca barba e la fronte affollata d'idŔe e la pupilla ¨mida di bontÓ del lor Creatore. Ma le fiamme del nostro affetto per PÓolo sÓlgono sempre pi¨ alte e vivaci, e sempre il monte pi¨ cresce della ammirazione nostra e di tutti per lui.

E, tra Gorini e Cremona, tra la scienza e l'arte, un altro esploratore glorioso degli intellettuali dominii dell'avvenire mi guarda benignamente. Grazie, o Giuseppe Rovani, maestro mio, scrittore e dicitore magnýfico di cose degne a dirsi ed a scrýversi - nato alle cÓttedre universitarie ed alle tribune de' parlamenti, eppure, dalla ignorante viltÓ de' tu˛i concittadini costretto al tÓvolo dell'amanuense ed alla panca della taberna! Ma tu, quale un dio, recavi dovunque il tuo tempio, e quel tempio ancor si erge e si ergerÓ eternamente, festoneggiato di fiori e fumante d'incenso, sulle nostre cas¨pole.

Amici miŔi, e tu, ombra soave, con essi - madre mia - ho ben coraggio, credete, se, scorgŔndovi di lÓ del fiume, quý tuttavýa rimango in tŔnebre e in gelo, attendendo la zÓttera del destino che a voi mi trasporti, e se ancor vinco la smania di gettarmi nel gorgo per raggi¨ngere a nuoto la riva donde voi mi accennate - riva primaverilmente verde e fiorita, e soleggiata d'amore.

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Edizione HTML a cura di: mail@debibliotheca.com
Ultimo Aggiornamento: 13/07/05 21.58

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