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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

NUOVA CRONICA

Tomo Terzo

Di: Giovanni Villani

 

LIBRO DODECIMO (30-57)

XXX
Come la città di Parma e di Reggio s'arendero a' segnori della Scala, e quello che di ciò seguitò.
Nel detto anno, avendo la lega di Lombardia co' cavalieri di Firenze (e al continuo n'avea al loro servigio CCCCL) molto aflitta la città di Parma, dapoi ch'ebbono il castello di Colornio, come adietro facemo menzione, Orlando e messer Marsilio de' Rossi di Parma, che teneano la segnoria della terra, trattato feciono con messer Azzo Visconti da Milano di darli Parma e Lucca; per la qual cosa messer Mastino e li altri segnori de la lega e' Fiorentini si turbaro molto, e ordinaro parlamento... e tutti vi fuoro, e messer Azzo a Solcino, e molto isdegno si scoperse allora tra messer Azzo e messer Mastino, che messer Azzo pur volea seguire la 'mpresa. I Fiorentini temendo di Lucca, che non venisse a le mani di messer Azzo, e confidandosi più di messer Mastino per le impromesse fatte a·lloro di rendere loro Lucca, antipuosono con ogni opera e coll'aiuto delli altri allegati di levare messer Azzo dal suo proponimento, e di paciarlo con messer Mastino, e dopo molti trattati s'accozzaro insieme in sul fiume del Leglio, e rimisesi la questione nelli ambasciadori di Firenze, i quali accordaro che Parma fosse di messer Mastino, e la lega atasse a messer Azzo acquistare Piagenza e il borgo a San Donnino. E ciò fatto, e confermato per solenni strumenti, i Rossi di Parma, non aspettando soccorso dal re Giovanni, trattaro concordia con messer Mastino e con la lega, mosso prima il trattato per Ispinetta marchese, e poi seguito e tratto a fine per mano di messere Marsilio da Carrara di Padova loro zio; e in tutto si rimisono i·llui, e rendero la città di Parma a messer Mastino e a messer Alberto de la Scala con promesse di larghi e grandi patti, lasciando loro Pontriemoli e più castella in parmigiana, e promissione di lasciarli i maggiori cittadini di Parma, e che avessono dal Comune annualmente per loro provisione grande quantità di moneta, in quantità di Lm fiorini d'oro. E elli promisono a meser Mastino d'aoperare con effetto con messer Piero Rosso loro fratello, il quale tenea la città di Lucca per lo re Giovanni, di farliele rendere, acordandosene per certa quantità di moneta col detto re. E questi patti di Lucca, dicea messer Mastino, facea a petizione del Comune di Firenze, per osservare i patti della lega, e così ne scrisse al detto Comune di Firenze, e continuo dicea a li ambasciadori de' Fiorentini ch'erano intorno di lui a Verona, e quando di ciò mancasse messer Piero Rosso, sarebbono di sua gente al servigio de' Fiorentini atare acquistare Lucca Vc cavalieri e tutte queste promesse erano inganno. Ebbono la possessione della città di Parma i segnori della Scala di Verona a dì XXI di giugno il detto anno MCCCXXXV, e entròvi messer Alberto de la Scala con VIc cavalieri, però che messer Mastino per alcuno disagio di sua persona preso a Colornio se n'era ito a Verona; e al cominciamento quelli della Scala osservaro largamente i patti a' Rossi di Parma infino che ebbono la possessione di Lucca. Essendo renduta la città di Parma a messer Mastino, poco apresso i segnori da Fogliano, che teneano la città di Reggio, per non avere adosso l'oste della lega, cercaro trattato con messer Mastino, e con certi patti rendero la città di Reggio a dì IIII di luglio del detto anno, a meser Mastino, il quale incontanente la rinvestì e diede a quelli da Gonzaga segnori di Mantova, com'era in patti de la lega, riconoscendola da·llui per omaggio, dandogline ogn'anno uno falcone pellegrino, il quale li doveano mandare a Verona.
XXXI
Come meser Azzo segnore di Milano ebbe a patti la città di Piagenza e di Lodi, e' marchesi Modana.
E poi per simile modo, a dì XXVII di luglio del detto anno, si rendé la città di Piagenza a meser Azzo segnore di Milano; ma poi li Scotti di Piagenza con certi altri la rubellaro a meser Azzo, e più tempo stettono in trattato col re Ruberto di darli la terra. Il re per sua lunghezza, overo per tema di fare sì grande impresa contra meser Azzo, no·lli soccorse, per la quale cosa sotto certi patti s'arendero a meser Azzo a dì XV di dicembre MCCCXXXV. E poi, a l'entrante di settembre MCCCXXXV, s'arendé la città di Lodi al detto meser Azzo; e così fu a ciascuno de' collegati della lega di Lombardia osservati i patti del conquisto fatto, che a' marchesi da Ferrara, dopo molto stento avutasi la città di Modana per meser Mastino, la diede loro a dì VIII di maggio MCCCXXXVI, salvo che al Comune di Firenze non furo atenute le convenenze de la città di Lucca, onde poi tra 'l Comune di Firenze e meser Mastino ne seguiro grandi novità, sì come apresso per li tempi faremo menzione. Lasceremo alquanto de' fatti di Lombardia, e diremo di quelli di Firenze e d'altre parti che furono in que' tempi.
XXXII
Come i Fiorentini presono in guardia il castello di Pietrasanta, e con vergogna i·lasciaro.
Nel detto anno, a dì VIIII di luglio, tegnendosi il castello di Pietrasanta del contado di Lucca per Niccolaio de' Pogginghi, che·ll'avea avuto in pegno dal conestabole di Francia, al tempo che venne in Lucca col re Giovanni, per Xm fiorini d'oro che·lli avea prestati, non potendo di suo podere guardare la terra, la diede in guardia al Comune di Firenze, salvo si ritenne la rocca; i quali vi mandaro C cavalieri e IIIc pedoni, capitano meser Gerozzo de' Bardi. Per la quale folle baldanza due dì apresso certi usciti di Lucca, in quantità di CC pedoni, presono il poggio della Pedona ch'è tra Pietrasanta e Camaiore, e quello intendeano d'aforzare; incontanente vi cavalcò meser Piero Rosso con le masinade di Lucca a cavallo e a piede, e quello poggio assediaro; e non essendo forniti di vittuaglia né soccorsi, s'arendero, e fuoro menati a Lucca presi; de' quali caporali ne furo impiccati XVIII, intra' quali ebbe due de' Pogginghi. Ma poi l'aprile vegnente il detto Niccolao di Poggio rendé Pietrasanta a meser Mastino de la Scala, che tenea già Lucca, per XIm fiorini d'oro, mandandone fuori le masnade de' Fiorentini; ma non compié l'anno apresso, che meser Mastino fece pigliare il detto Niccolao in Lucca, e opponendoli trattava co' Fiorentini, e tolseli i detti danari e più; e così il traditore dal traditore fu tradito giustamente.
XXXIII
Di grande corruzzione di vaiuolo che fue in Firenze.
Nel detto anno e istate fue in Firenze una grande corruzzione di male di vaiuolo, che tutti i fanciulli di Firenze e del contado ne fuoro maculati diversamente; per la quale malatia più di IIm ne falliro per morte in Firenze tra maschi e femine. Dissesi per alcuni strolagi e naturali, che la congiunzione di Marte e di Saturno nel segno de la Libra, e il Giove a·lloro opposizione nell'Ariete, ne fu cagione.
XXXIV
Come si rubellò Grosseto a' Sanesi, e poi il riebbono per danari.
Nel detto anno, a dì XXVIII di luglio, essendo Batino segnore di Grosseto per tirannia, sì come il più possente cittadino di quella, stato più tempo in Siena a' confini e quasi in cortese pregione (però che i Sanesi li aveano tolto Grosseto tortevolemente e a inganno, e in Siena il teneano per paura) il detto Batino si partì celatamente di Siena, e rubellò Grosseto. Per la qual cosa a' Sanesi surse assai guerra in picciol tempo, per la qual cosa i Sanesi incontanente feciono oste a Grosseto con molto dispendio e mortalità di loro gente per lo pestilenzioso luogo. E essendo ad oste infino a dì VIII di novembre, per certo falso trattato di que' d'entro fu data a' Sanesi una porta de la città, e rotto alquanto del muro; e intrato dentro il conte Marcovaldo de' conti Guidi loro capitano di guerra con più di CCC uomini, com'era ordinato, fuoro rinchiusi e quasi tutti presi; e di grande aventura scampòe il conte. E raforzata l'oste de' Sanesi, Batino essendo andato a Pisa per soccorso, da' Pisani ebbe aiuto de' cavalieri, e ancora per suoi danari soldò cavalieri, sì che menò i·Maremma Vc cavalieri, e francamente levò da oste i Sanesi e villanamente, che lasciaro tutto il loro campo e arnesi, e misonsi in fuga. E poi co' detti cavalieri corse Batino tutte le terre de' Sanesi di Maremma infino al bagno a Petriuolo, levando grandi prede; e ciò fu a dì XXVI di novembre del detto anno. Ma poi i Sanesi trattarono acordo col detto Batino, e promisonli Xm fiorini d'oro, e elli rendesse loro Grosseto, a dì XXVI di luglio MCCCXXXVI; ma rupporli dislealmente la 'mpromessa, che non li pagaro che·lla prima paga di Vm fiorini d'oro; e così fue ingannato il tiranno tirannescamente.
XXXV
Come i Sanesi per inganno presono la città di Massa, e ruppono pace a' Pisani.
Ancora nel detto anno tegnendo i Fiorentini la guardia della città di Massa in Maremma per l'acordo fatto da' Pisani a' Sanesi per lo vescovo di Firenze, come adietro facemo menzione, l'anno MCCCXXXIII, e essendovi per podestà Teghia di meser Bindo de' Bondelmonti e per capitano Zampaglione de' Tornaquinci, la setta de' cittadini ch'amavano i Sanesi, e per loro trattato, cominciarono il romore e battaglia nella città, e abarrarsi ne la terra; e la parte de' Sanesi s'accostaro col detto Zampaglione loro capitano, e dissesi per corruzzione di moneta. Incontanente vi cavalcaro i Sanesi popolo e cavalieri, e entraro ne la terra da la parte di sopra ov'era la forza della loro setta. I Fiorentini vi mandaro allora il loro vescovo e altri ambasciadori per acquetare la terra, ma neente v'adoperaro per la forza de' Sanesi ch'aveano presa gran parte de le fortezze de la città; e convenne per forza ch'al tutto fossono segnori de la terra, e cacciarne i caporali amici de' Pisani; e ciò fu a dì XXIIII d'agosto del detto anno. Per la qual cosa i Pisani si turbaro molto contro a' Sanesi, perch'aveano loro rotta pace, e però diedono i·loro soccorso de' cavalieri a Batino di Grosseto contro a' Sanesi, come detto avemo. Ma più si dolfono de' Fiorentini, perché s'erano fidati di loro, e data in guardia la città di Massa, ed erano mallevadori della pace sotto pena di Xm marchi d'argento, con tutto che noi sapemo di vero che' Fiorentini non ci usaro frode né inganno contra' Pisani, ma falliro in negligenza di non mandare la forza de' loro cavalieri al soccorso della podestà di Massa, e non puliro il capitano loro cittadino, il quale si disse che fu colpevole della rivoluzione della città.
XXXVI
Di certi fuochi appresi in Firenze.
Nel detto anno, a dì XXV d'agosto, s'aprese fuoco in Firenze da San Gilio, e arse una casa de' tintori. E poi a dì XVII di settembre s'apprese nella piazza di San Giovanni verso il corso delli Adimari, e arsono V case.
XXXVII
Come i Perugini e' loro collegati ebbono la Città di Castello.
Nel detto anno, sabato notte ultimo dì di settembre, il marchese di Valliana avendo tenuto segreto trattato con tre fratelli di Monterchi anticamente suoi fedeli, i quali erano a la guardia ne la Città di Castello sopra una porta, per raporto d'una loro madre, subitamente e di notte si partì dal Monte Sante Marie, e cavalcò co' figliuoli di Tano da Castello, e con Nieri da Faggiuola, e con meser Branca da Castello, con Vc cavalieri de' Perugini e pedoni assai; e anzi dì giunsono a le porte di Castello, che dovea loro esere data per li detti traditori: fu loro risposto. E quando meser Ridolfo Tarlati, ch'era in Castello segnore con C cavalieri, sentì i nemici, fue a l'arme per difendere la terra; e vegnendo a la porta ov'erano i traditori, li fu gittato da loro de la torre d'entro: incontanente sbigottito abarrò la via dinanzi per difensione; ma il marchese e' suoi compagni e' maestri di guerra incontanente feciono agirare la loro gente da l'altra parte della terra, faccendo vista con grande tumulto di grida e di sono di trombe e di nacchere d'assalire altra porta; e rimase con pochi a tagliare la detta porta. Que' d'entro storditi per lo sùbito assalto, e male proveduti, corsono per la terra per paura a l'altre porte. Intanto fu tagliata e aperta quella ov'erano i traditori; e tagliato il ponte, e entrati dentro, e poi grande battaglie ebbono a le sbarre de la via, e per forza le vinsono, però che messer Ridolfo e' figliuoli vedendo i nimici dentro si fuggiro con parte di sua gente ne la rocca; che se fosse stato fermo a la difesa, non perdea la terra. La città per li Tedeschi fue tutta corsa e rubata, e 'l castello de la rocca assediato dentro e di fuori; e per la troppa gente in quella rifuggiti, non essendo fornita al bisogno di vittuaglia, s'arrendero pregioni a dì V d'ottobre. E messer Ridolfo con due suoi figliuoli e li altri della rocca n'andaro presi a Perugia. E poco apresso i Perugini ebbono il forte castello di Citerna, e più altre della contrada. Avemo detto sì distesa questa presa di Castello perché fue d'aventuroso avenimento, e con bello accorgimento e prodezza di guerra. E nota che se questa vittoria non fosse avenuta a' Perugini, elli erano per disertarsi de la guerra con li Aretini; però che già cominciava loro a rincrescere la grossa spesa de' cavalieri soldati, sì come popolo e cittadini male proveduti a guerra, e poco mobolati di moneta comunemente.
XXXVIII
Come il re d'Inghilterra isconfisse li Scotti.
Nel detto anno, la state MCCCXXXV, il giovane Adoardo re d'Inghilterra con sua baronia ancora passò in Iscozia con Ruberto di Balliuolo, il quale n'avea fatto nuovo re, e contra Davit re nato di Ruberto di Brus, combattéo con lui e con li Scotti e sconfisseli. Ben vi rimase morto per soperchio affanno il conte di Cornovaglia, fratello carnale del re d'Inghilterra; e prese il re Adoardo quasi tutto il paese di Scozia, salvo le fortezze delle montagne, e de' boschi e maresi. E 'l detto re Davit di Brus si tornò in Francia al re Filippo di Valos suo collegato, avendo quasi perduto il reame. Lasceremo alquanto delli strani, e torneremo a nostra materia de' fatti di Firenze e delle pertinenze.
XXXIX
Come i Fiorentini criarono di nuovo l'uficio del conservadore, e quello ne seguì.
Nel detto anno, per calen di novembre, i Fiorentini che reggeano la città feciono u·nuovo reggimento di segnoria, il quale chiamaro il capitano della guardia e conservatore di pace e di stato de la città. E il primo fue meser Iacopo Gabrielli d'Agobbio; e il detto dì entrò in segnoria con L cavalieri e con C fanti a piè, con salario di Xm fiorini d'oro l'anno con grande arbitrio e balìa sopra li sbanditi; e sotto il suo titolo de la guardia stendea il suo uficio di ragione e di fatto a modo di bargello e sopra ogni altra signoria, e faccendo iustizia di sangue come li piacea, sanza ordine di statuti. E tornò a stare ne palagi che fuoro de' figliuoli Petri dietro e di costa a la chiesa di San Piero Scheraggio, i quali in quelli tempi si comperarono per lo Comune di Firenze da' creditori de la compagnia delli Scali fiorini VIIm d'oro. Questo uficio feciono e criarono quelli cittadini popolari che reggeano la terra per fortificare loro stato e per paura di non perderlo, quasi al modo dell'anno dinanzi aveano fatti i VII bargellini, come adietro facemo menzione. Il detto messere Iacopo stette in segnoria uno anno faccendo aspro uficio, e faccendosi molto temere a' cittadini grandi e popolani; e li sbanditi quasi si cessaro tutti di città e di contado; però che prese Rosso figliuolo di Gherarduccio de' Bondelmonti, il quale avea bando di contumace de la testa per certa riformagione, e non per istatuto né micidio per lui fatto, ma per una cavalcata ch'elli con certi avea fatta a Monte Alcino in servigio de' Tolomei di Siena; e feceli tagliare il capo contro al volere de la maggiore parte de' Fiorentini, però che non avea fatta offensione a nullo cittadino né in nostro distretto, ma per farsi temere: però che chi a uno offende molti minaccia. E poi più altri per simile modo giudicò a morte, e condannò quasi tutti i Comuni e popoli di contado per cagione di ritenere sbanditi a diritto e a torto, come li piacque. E così menando rigido e crudo il suo oficio, molte cose inlicite e di fatto fece in Firenze, a petizione di coloro che l'aveano chiamato e reggeano la città, e ancora per non licito guadagno. Poi compiuto l'anno se n'ando ad Agobbio ricco di molti danari. E in suo luogo ci venne in calen di novembre MCCCXXXVI, per uno anno apresso, messer Accorrimbono da Tolentino, uomo d'età di più di LXXV anni, il quale altra volta stato in Firenze per podestà fu buono rettore. Al cominciamento di suo uficio cominciò bene; ma poco appresso dilatando suo uficio, che l'avea di fatto, infino a' piati minuti intese per guadagneria di sé e di sua corte. E infra 'l suo tempo, a dì XIII di luglio MCCCXXXVII, essendo a sindacato uno meser Niccola de la Serra d'Agobbio stato podestà di Firenze, e trovandosi in defetto, e per l'esecutore delli ordinamenti de la giustizia suo parente, il quale era del contado d'Agobbio, col favore del detto meser Accorrimbono e della nuova podestà, ch'era nipote del detto meser Accorrimbono, non lasciando a' sindachi in ciò fare loro officio, gente minuta si commosse, e fue in parte la città a romore in su le piazze de le segnorie, perché non si facea iustizia de la podestà e di sua famiglia; e co' sassi cacciati fuoro e fediti, e alquanti morti delle famiglie delle dette segnorie a·lloro gran difetto, spezialmente quella del detto meser Accorrimbono, onde tutta la città si comosse. E volendo il detto meser Accorrimbono fare iustizia in persone di certi che avea presi per lo detto romore, per paura del popolo minuto non ebbe l'ardire, e non l'avrebbe potuto fare per la furia del popolo; e convenne fosse condannata la podestà vecchia, e certi de' detti che feciono il romore, in pecunia. Per la quale cosa e cagioni si fece decreto che infra X anni nullo rettore di Firenze potesse esser d'Agobbio o del contado. Conseguendo l'uno errore sopra l'altro, il detto meser Accorrimbono, a petizione di certi caporali che reggeano la città, per cagione di setta fece una inquisizione del mese di settembre contra meser Pino della Tosa, ch'era morto il giugno dinanzi, ch'elli e Feo di meser Odaldo de la Tosa e Maghinardo delli Ubaldini aveano tenuto trattato con meser Mastino de la Scala di tradire Firenze; e fune costretto e martoriato il figliuolo di meser Pino per farlo confessare ciò, ed altri gentili uomini di Firenze amici di messer Pino, per disfare la sua memoria e distruggere i suoi amici; e ciò fu fatto per invidia, e chi disse per operazione d'alcuno consorto del detto messer Pino. La qual cosa non fu né si trovò vero; e il detto Maghinardo se ne venne personalmente a scusare. Ben fu vero che messer Pino per mandato del re Ruberto, da cui tenea terra, cercò con meser Mastino concordia co·llui e col nostro Comune, dandone la città di Lucca libera. E per la detta cagione parendo al detto messer Accorrimbono avere male impreso, per sua ricoperta condannò parte de la casa di messer Pino a disfare, perché cominciò il trattato sanza parola de' priori, e il detto Feo per contumacia; la qual cosa fu molto biasimata da più cittadini, però che messer Pino era stato il più suficiente e valoroso cavaliere di Firenze, e il più leale a parte guelfa, popolo e Comune. Ben fue un grande imprenditore di gran cose per avanzarsi; per la qual cosa il detto oficio di capitano di guardia e conservatore venne sì in orrore de' cittadini di Firenze, che per nullo modo o procaccio di certi caporali che reggeano la città, non potero avere balìa di raffermare il detto messere Accorrimbono né altri in suo luogo; e venne meno il detto oficio, il qual'era arbitraro e di fatto, sanza ordine, legge o statuto osservare, per potere per lo detto oficio disfare e cacciare di Firenze cui fosse piaciuto a certi che reggeano la città, ch'aveano criato il detto uficio, e per tenere in tremore i cittadini. Avemo sì lungo fatta memoria di questo officio e de' suoi processi per lasciarne esemplo a' cittadini che saranno, a ciò che per bene de la nostra città non siano mai vaghi di fare uficiali arbitrari, che perché si criino sotto colore e titolo di bene di Comune, sempre mai fanno dolorosa uscita per le cittadi, e nascene tirannica segnoria.
XL
Come messer Mastino della Scala ebbe la città di Lucca.
Nel detto anno MCCCXXXV, in calen di novembre, dopo molti trattati fatti per Orlando Rosso con messer Mastino de' fatti di Lucca, sempre con parole e promesse di farlo ad istanza de' Fiorentini, tanto si menò il trattato, che messer Piero Rosso, il quale n'avea la possessione, non si potéo più difendere da' fratelli, e mal volontieri andòe a Verona, e aconsentì di dare a messer Mastino la segnoria di Lucca. E così ebbe messere Mastino della Scala la posessione e la segnoria de la città di Lucca e del contado per mano d'Orlando e di messer Piero de' Rossi di Parma, com'erano state fatte le convenenze quando renderono Parma, come dicemo adietro. E partissi messer Piero Rosso a dì XX di dicembre del detto anno de la città di Lucca, e andossene a Pontriemoli, che di patti rimase a' Rossi con più altre castella in parmigiana per lo modo detto; e in Lucca rimase poi vicario per meser Mastino meser Giliberto tedesco con Vc cavalieri, e sempre dando meser Mastino falsa speranza a' Fiorentini per sue lettere, e dicendolo e promettendolo e giurandolo a' loro ambasciadori, ch'al continuo il seguivano per cagione di ciò, di rendere al Comune di Firenze la città e contado di Lucca com'erano i patti de la lega, quando avesse riformata la terra in buono stato; de la quale promessa fallì sì come fellone e traditore, e i Rossi di Parma tradì e disertò, come inanzi faremo menzione, sì come falso e disleale tiranno, che s'avea conceputo con disordinata e folle covidigia e malvagio consiglio che per la città di Lucca e per la sua forza avere la signoria di tutta Toscana, come inanzi per li suoi esordi e processi si potrà trovare; per lo quale tradimento nacquero diverse e maravigliose novità e mutazioni in Lombardia e in Toscana ordinate per li Fiorentini.
XLI
Come le terre del viscontado in Valdambra si diedono al Comune di Firenze.
Nel detto anno, essendo già la segnoria de' Tarlati d'Arezzo molto abassata per la perdita del Borgo a Sansipolcro e per quella de la Città di Castello, come dicemo adietro, e per la forza de' Perugini ch'era col loro ordine montata con l'aiuto de' Fiorentini, che ispesso con le loro masnade correano insino in su le porte d'Arezzo, e aveano riposto il Monte San Savino, e di quello i Perugini faceano guerra al continuo, e più volte vi sconfissono di loro masnade; per la qual cosa quelli del viscontado, cioè il castello del Bucino in Valdambra, e quello di Cenina, Galatrone, Rondine, e la Torricella, i quali teneano i Tarlati, e di gran parte v'aveano su ragione per certe compere per loro fatte da certi de' conti Guidi, temendo de la guerra, e conoscendo che li Aretini non li poteano difendere né soccorrere, si diedono al Comune di Firenze a dì II di novembre, faccendoli franchi per V anni, dando li detti castelli uno cero a la festa di san Giovanni ciascuno anno. Il quale fu un bello acquisto a Fiorentini, e un grande allargamento e aconcio di loro contado per quello che·nne seguìo apresso.
XLII
Come ne la città di Pisa ebbe battaglia, e furone cacciati certa parte.
Nel detto anno e tempo, essendo la città di Pisa in grande setta e divisione, che l'una parte era il conte Fazio con la maggiore parte de' popolani che reggeano li ufici de la città, l'altra setta erano i non reggenti, ond'erano capo messer Benedetto e messer Ceo Maccaioni de' Gualandi, e certi de' Lanfranchi e più altri grandi, e Cola di Piero Bonconti e più altri popolani, i quali ordinarono cospirazione in Pisa per abattere il conte e i reggenti suoi seguaci, con trattato di messer Mastino de la Scala, che·lli aveano promessa la signoria di Pisa, e elli dovea loro mandare le sue forze de' cavalieri da Lucca. La quale cospirazione partorì romore e battaglia cittadina, che a dì XI di novembre del detto anno i detti de' Gualandi e' loro seguaci con armata mano assalirono la podestà di Pisa e cacciarlo di Pisa e rubarlo, e arsono tutti li atti e scritture di Comune, e ruppono le pregioni e liberaro i presi. E poi ne la piazza di San Sisti tutto il dì combattero li anziani e il conte e il popolo di Pisa, ch'erano raunati armati in su la piazza de li anziani. E non potendo resistere al popolo si ridussero la sera al capo del ponte a la Spina a la porta de le Piagge, e quivi s'aforzaro con barre e serragli aspettando il loro soccorso da Lucca da messer Piero Rosso, il quale mandava loro CCCC cavalieri e popolo assai; e già erano presso del castello d'Asciano; sentendolo il conte e il popolo dubitando loro venuta afrettaro la battaglia la notte con fuoco mettendo e con molto saettamento, e promettendo a' loro soldati tedeschi e italiani paga doppia; i quali gran parte scesi de' cavalli manescamente combattero, e per forza d'arme la notte medesima cacciarono i rubelli de la città; che s'avessero indugiato il romore, o sostenuto la notte infino a la mattina che il loro soccorso da Lucca fosse giunto a Pisa, elli avrebbono vinta la città, e messer Mastino n'era segnore. Sentendosi la novella in Firenze, i Fiorentini mandaro incontanente CCC cavalieri di loro masnade a Montetopoli in servigio del conte e delli anziani di Pisa per soccorrella: per lo sùbito riparo non bisognaro, ringraziandone per loro ambasciadori molto i Fiorentini; con tutto che per la loro ingratitudine poco tempo il tennero a mente i Pisani, come per inanzi leggendo si troverà. Poi i Pisani a dì XV di dicembre fecero il conte Fazio loro capitano di guerra, e crebbono le masnade de' soldati infino D e Vc a piè a la guardia de la terra, e isbanditi per ribelli i loro nemici, e disfecero i beni loro, i quali se n'andaro a Lucca; e aforzaro i Pisani di fossi e di steccati Quinzica e 'l borgo di San Marco, e la porta a le Piagge e il ponte a la Spina di ponti e catene, e tagliarono le vie di Lucca, e fecionvi bertesche e ponti e levatoi assai.
XLIII
Come il marchese Spinetta ebbe Serezzano.
Conseguendo messer Mastino de la Scala il suo proponimento d'avere la segnoria di Pisa a suo podere, sì ordinò con Ispinetta marchese Malespina e col vescovo di Luni suo cosorto di fare rubellare a' Pisani la terra di Serezzano; e così fu fatto, che a dì IIII di dicembre del detto anno i detti vescovo e Spinetta, essendo per certi terrazzani di loro parte data una porta de la terra, v'entrarono con M fanti, e presero la segnoria sanza nullo contasto, onde i Pisani si tennero forte gravati da messer Mastino e da Spinetta, e entrato in grande sospetto e paura di loro usciti e di loro séguito, faccendo di dì e di notte guardare la città di Pisa con gente d'arme a cavallo e a piede.
XLIV
Del tradimento che messer Mastino de la Scala fece a' Fiorentini de la città di Lucca.
Nel detto anno, per calen di dicembre, parendo a' Fiorentini che messer Mastino e Alberto de la Scala li menassono per lunga di dare loro la signoria de la città di Lucca, com'era l'ordine e 'l patto de la lega, come adietro è fatta menzione; e tenendo in parole e in vana speranza certi ambasciadori e sindachi del Comune di Firenze, ch'al continuo li seguivano per la detta cagione, sì ordinaro di mandare a Verona, oltre a quelli, una solenne e grande ambasceria da sei de' maggiori cittadini grandi e popolani di Firenze per sapere il fine di loro intendimento. I quali essendo a Verona co' detti tiranni, e nel paese a più parlamenti co·lloro e con li altri caporali lombardi, con cui i Fiorentini aveano fatta la lega, dimandando la posessione di Lucca e che fossero attenuti i patti, i detti de la Scala con belle parole e false promesse menando per lunga di giornata in giornata i detti nostri ambasciadori, alla fine faccendo trattare ad Orlando Rosso di Parma, dimandando di Lucca grossa quantità di moneta, dicendo n'aveano speso, e convenia spendere al re Giovanni di Buemme per avere sua pace de la presa di Lucca. I detti ambasciadori scrivendolo a Firenze, i Fiorentini diliberaro che, dapoi che per altro modo non si potea avere Lucca, non lasciassono per numero di pecunia, rimettendola ne' detti ambasciadori. I quali dopo lungo trattato di parole fuoro con dissimulata concordia da la parte di detti messer Mastino e messere Alberto di darne loro CCCLXm di fiorini d'oro, parte contanti e parte a certi termini, sicurandoli nella città di Vinegia a·lloro volontà. E nota, lettore, l'errore e fallo de' Fiorentini, che nel MCCCXXVIIII potero avere Lucca da' soldati del Cerruglio per LXXX fiorini d'oro, e poi nel MCCCXXX per patti de' cittadini e di messer Gherardino Spinola per minore quantità, sì come adietro facemo menzione; e poi vi spesono e vollono spendere disordinata somma di moneta. Istimo che Idio nol permettesse per purgare i peccati e mali guadagni de' Fiorentini e di Lucchesi, e eziandio de' Lombardi. Torniamo a nostra materia: che quando fu data l'ordine, e trovati i danari e fatti i sindachi per li Fiorentini, il disleale Mastino e traditore per malvagio consiglio del marchese Spinetta e d'altri Ghibellini, ed eziandio con soduzzione del segnore di Milano e de li altri segnori lombardi per farli nimici del Comune di Firenze, però che parea loro che messer Mastino fosse apo loro troppo grande, mostrandoli con vana speranza che tenendo per sé Lucca avrebbe di leggere la città di Pisa per la loro divisione; e avea la città d'Arezzo a sua volontà, e con le sue forze leggere li era d'avere tosto la Romagna e Bologna per le divisioni e mutazioni di quelle, per la partita e cacciata de·legato; e ciò avuta, i Fiorentini non potrebbono resistere a le sue forze, ma li avrebbe come circundati e assediati; faccendoli vedere che per le divisioni di Firenze tra' grandi e' popolani e il popolo minuto per le soverchie gravezze, e i non reggenti de le signorie de li uffici della città, agevole gli era d'avere la città di Firenze a la sua segnoria, e poi tutta Toscana, e più a lunge; il traditore Mastino giovane d'età, e più di senno e fellonia, e trascotato e ambizioso per la felicità dove l'avea messo la fallace fortuna, fue desideroso come tiranno d'acquistare terra e segnoria, e di farsi re in Lombardia e in Toscana, non guardando a fede promessa e giurata a' Fiorentini, né considerando che la potenzia di Dio è più che forza umana, mosse nuova questione a' detti ambasciadori, dicendo: "Noi non vogliamo di Lucca danari, che n'avemo assai; ma volemo che' Fiorentini, se vogliono Lucca, con le loro forze ci aiutino acquistare la città di Bologna, o almeno non li fossero incontro volendola acquistare, come ci promisono per li patti della lega, quando la segnoreggiava il legato". Sapendo ciò i Fiorentini, e avveggendosi però a tardi de la fellonesca intenzione del Mastino e de la non vera e sofistica dimanda di Bologna, che con le loro forze aveano sconfitta l'oste de·legato a Ferrara, per la qual cagione i Bolognesi aveano cacciato il legato e tornati a la lega de' Fiorentini e Lombardi, come è detto adietro, deliberaro che innanzi si lasciasse Lucca, che si fosse contro a' Bolognesi; e però mandaro che i detti ambasciadori, protestato e richesto di loro ragioni il Mastino, e' si partissono; e così feciono, i quali tornaro in Firenze a dì XXIII di febraio del detto anno. E inanzi che fossero giunti in Firenze, o apena partiti da Verona, partorì il Mastino la sua prava intenzione; ciò fu, che a dì XIIII di febraio del detto anno le sue masnade ch'erano in Lucca, sanza richesta o isfidamento alcuno, corsono Valdinievole e 'l Valdarno di sotto, che teneano i Fiorentini, e levando grandi prede. E in quelli giorni simigliantemente le sue masnade ch'erano in Modana corsono in sul contado di Bologna.
XLV
De l'ordine che presono i Fiorentini al riparo del Mastino.
I Fiorentini, tornati i loro ambasciadori da Verona, e avedendosi com'erano stati gabbati e traditi villanamente dal Mastino, tutti di concordia ordinato VI de' maggiori cittadini, uno per sesto, due de' grandi e quattro popolani sopra la guerra col Mastino, e XIIII popolani a trovare moneta con grandissima balìa, ciascuno officio per termine d'uno anno; il quale ordine fue allora lo scampo di Firenze per l'eseguizioni che fecero i·lloro riparo e in guerreggiare i tiranni della Scala, sì come inanzi leggendo potrete trovare. Che il Mastino avea minacciato che innanzi il mezzo maggio prossimo verrebbe a vedere le porte di Firenze con IIIIm armadure a cavallo, per abattere l'orgoglio de' Fiorentini; ed erali possibile, ch'elli era segnore di Verona, di Padova, di Vicenza, di Trevigi, di Brescia, di Feltro, di Civita Belluna, di Parma, di Modona, e di Lucca; e aveano di rendita l'anno di gabelle de le dette X cittadi e di loro castella più di VIIc migliaia di fiorini d'oro, che non ha re de' Cristiani che·lli abbia se none il re di Francia, sanza l'altro loro séguito e amistà de' Ghibellini, che mai non fuoro tiranni in Italia di tanta potenzia; onde a' Fiorentini parea avere forte partito a le mani, ma come franchi e vertudiosi, quasi neuno discordante, recandosi ciascuno in sé la 'ngiuria del tradimento del Mastino, sì diliberaro di seguire magnificamente la 'mpresa. Onde poi i Fiorentini, come piacque a Dio, poco tempo appresso osteggiaro loro più volte infino a Verona villanamente, come inanzi leggendo si potrà trovare, faccendo di magnifiche imprese contra i detti tiranni. E in quelli medesimi giorni per li loro danari avrebbono fatto rubellare al Mastino la città di Modona, ed era già fornita per li soldati ch'erano in Modana, se non che i Bolognesi non vollono in servigio de' marchesi da Ferrara loro amici, di cui per li patti de la lega dovea essere Modana. E poi i Fiorentini per loro ambasciadori si dolfono a tutti li altri collegati lombardi del tradimento de' tiranni de la Scala, per loro scusa richeggendoli d'aiuto, e fecero nuova lega col re Ruberto, co' Perugini, Sanesi e l'altre terre guelfe di Toscana, e co' Bolognesi e co' Guelfi di Romagna, con grandi ordini e aperti per riparare la loro potenzia. Lasceremo alquanto de la guerra cominciata col Mastino per dire d'altre novità state in questi tempi, ritornando poi a quelle; però che in ciò molto ne cresce grande matera e maravigliosa e quasi incredibile, come leggendo per inanzi il processo della detta guerra si potrà trovare.
XLVI
Come i Colligiani si diedono da capo a la guardia de' Fiorentini e fecionvi la rocca.
Nel detto anno MCCCXXXV, all'uscita del mese di gennaio, compiuto o per compiere il primo termine che' Colligiani s'erano dati a la guardia del Comune di Firenze, sì si diedono da capo per tre anni oltre al primo termine e ancora con più liberi patti; per la qual cosa i Fiorentini per volontà de' Colligiani, e per essere più sicuri della guardia e con meno spesa, sì ordinaro e feciono fare in Colle alle spese de' Colligiani una forte rocca al disopra della terra in su la piazza del Comune presso della pieve, con ali di mura e intrata per sé, e ordinaronvi uno castellano fiorentino con XL fanti al continuo a la guardia, de' quali l'una metade de le spese pagavano i Fiorentini e l'altra i Colligiani.
XLVII
Come papa Benedetto determinò l'oppinione di papa Giovanni suo anticessoro de la visione dell'anime beate.
Nel detto anno, essendo per papa Benedetto tenuti più consistori con suoi cardinali apo Vignone, e con molti maestri in divinità fatta per più tempo solenne esaminazione sopra l'oppinione di papa Giovanni de la visione dell'anime beate, se dopo il dì giudicio crescerebbe loro beatitudine o no, onde in qua dietro in più capitoli è fatta per noi memoria sopra la detta questione; e spezialmente per la dechiarazione che ultimamente avea fatta papa Giovanni a la sua fine; patendo al papa e agli altri maestri che in quella parte ove conchiuse che l'anime beate vedeano la divina essenzia faccia a faccia chiaramente, in quanto lo stato e la condizione de l'anima partita dal corpo comporta, non fosse perfettamente dichiarato, ma lasciato ancora in nube il detto oppinione, sì 'l volle dichiarare. E dì XXVIIII di gennaio per lo detto papa in piuvico consistoro fu determinata e dato fine e silenzio santamente a la detta questione, cioè che la gloria de' beati è perfetta, e come i santi sono in vita etterna e veggono la beata speme de la Trinità; e che dopo il giudicio la detta gloria sarebbe istensiva ne l'anima e nel corpo, ma però non crescerebbe a l'anima sensivamente più che si fosse prima nell'anime beate. E sopra ciò fece decreto che chi altro credesse fosse eretico. Lasceremo de la detta materia, che assai n'è detto, e torneremo a nostri fatti di Firenze.
XLVIII
Come il Comune di Firenze ricominciò guerra a' segnori d'Arezzo.
Nelli anni di Cristo MCCCXXXVI, a dì XIIII d'aprile, sentendo i Fiorentini che messer Piero Saccone de' Tarlati segnore d'Arezzo tenea trattato con messer Mastino della Scala di fare con lui lega e compagnia, e di ricevere in Arezzo la sua gente e cavalleria per difendersi, e fare guerra a' Fiorentini e a' Perugini, e al continuo erano in Arezzo suoi ambasciadori, sì·ssi diliberò in Firenze di cominciare aperta guerra a la città d'Arezzo; e il detto dì si sbandiro le strade. Chi disse che i Fiorentini ruppono la pace alli Aretini fatta l'anno MCCCXVI per lo re Ruberto indebitamente, e non si convenia a la magnificenza del Comune di Firenze rompere pace a li Aretini, se prima per loro non fosse mossa guerra apertamente; e chi disse che non era rompimento di pace a l'offese fatte per loro a' Fiorentini in dare sempre aiuto a Castruccio e a li altri nimici del Comune di Firenze, e al presente legarsi con messer Mastino fatto loro nemico, e datali la signoria d'Arezzo. Vedendo li Aretini che 'l Comune di Firenze volea cominciare loro apertamente guerra, per levarsi il furore d'adosso sì cercaro per più trattati d'avere concordia co' Fiorentini e co' Perugini; i quali trattati tornaro tutti in vano, però ch'erano con inganno; che' signori d'Arezzo al continuo atendeano grossa gente da messer Mastino, e vennono infino a Forlì in Romagna più di VIIIc cavalieri; per la qual cagione i Fiorentini mandaro in Romagna di loro masnade VIc cavalieri, e con l'aiuto de' Bolognesi e de li altri Guelfi romagnuoli fuoro più di XIIc di cavalieri; e tutta la detta state stettono in Romagna a la guardia de' passi, per modo che la gente di messer Mastino per nullo modo potero passare ad Arezzo. E infra questo tempo i Fiorentini feciono cavalcata sopra la città d'Arezzo di VIIc cavalieri e popolo assai a dì III di luglio del detto anno. E i Perugini da l'altra parte col loro sforzo infino a le porte d'Arezzo, acozzandosi le dette due osti, faccendo grande guasto di biade, ed arsione di posessioni nel contado d'Arezzo e intorno a la città, dimorandovi ad oste sanza alcuno contasto infino a dì VIII d'agosto con gran danno de li Aretini. E in questo anno, il maggio passato, a petizione de' Perugini e con la loro forza, i Guelfi di Spuleto cacciaro i Ghibellini della città di Spuleto.
XLIX
Come i Fiorentini feciono compagnia e lega col Comune di Vinegia, e l'ordine di quella.
Vedendo i savi uomini di Firenze che governavano la città, com'erano entrati in grande impresa per la guerra incominciata, e che s'apparecchiava maggiore, co' tiranni de la Scala di Verona per lo fatto di Lucca, e considerando che per loro poco si potea fare guerra, se non da la parte di Lucca, sanza aiuto o compagnia di segnore o d'altro Comune di Lombardia per offendere il Mastino, e cessarsi la guerra da presso e recarla da lungi, più trattati cercato col segnore di Milano e con altri tiranni e grandi lombardi. E sentendo che 'l Comune di Vinegia avea grande questione e isdegno preso col Mastino di Verona per le saline da Chioggia a Padova, che per sua forza tenea occupate, e più altri divieti di mercatantie e cose aveano fatte contra loro libertà in padovana e in trevigiana, sì feciono cercare per trattato de' nostri mercatanti usanti a Vinegia, di fare col detto Comune di Vinegia lega e compagnia contro a' detti tiranni de la Scala. Il quale trattato con molte arti e lusinghe fatte a' Viniziani per li Fiorentini per inducerli a·cciò, a' detti Viniziani piacque; e poi secretamente mandati a Vinegia savi e discreti ambasciadori per lo Comune di Firenze, vi si diè compimento in Vinegia per la forma e capitoli specificati qui apresso.
L
La lega tra 'l Comune di Vinegia e di Firenze.
MCCCXXXVI, indizione IIII, a dì XXI di giugno, la lega tra 'l Comune di Vinegia e di Firenze fu fatta a Vinegia per li sindachi de' detti Comuni con questi patti.
In prima fecero tra·lloro lega, compagnia e unità, la quale duri dal detto dì infino a la festa di san Michele di settembre che viene, e da la detta festa ad uno anno;
e che per li detti Comuni si soldino IIm cavalieri e IIm pedoni al presente, i quali steano a far guerra in trevigiana e veronese; e quando parrà a' detti Comuni, se ne soldino maggiore quantità;
e che tutte le mende de' cavalli e ogni spesa che occorresse si debbiano pagare comunemente;
e che per la detta guerra fare si debbia tenere uno capitano di guerra a comuni spese;
e che per lo Comune di Firenze si mandino uno o due cittadini a stare a Vinegia o dove bisognerà, e abbiano balìa con quelli che·ssi eleggeranno per lo Comune di Vinegia di crescere e menomare i detti soldati come a·lloro parrà, e a potere spendere per fare rubellare le terre che si tengono sotto la segnoria di quelli de la Scala;
e che sia licito al Comune di Vinegia e di Firenze possano tenere per fare la detta guerra due cittadini e sue bandiere, come a' detti Comuni piacerà; e abbia il capitano de la guerra pieno arbitrio; e che per tempo di tre mesi, anzi la fine de la detta lega, si convengano insieme ambasciadori de' detti Comuni a prolungare o non prolungare la lega predetta;
e che il Comune di Firenze faccia viva guerra a la città di Lucca; e s'ella s'avesse, facciano guerra a Parma;
e che i detti Comuni, o alcuno di quelli, non faranno pace, triegua, o terranno alcuno trattato con quelli de la Scala, se non fosse di coscienza e di volontà di ciascuno di detti Comuni.
Questi patti traemo de li atti del nostro Comune. E ferma la detta lega, fu piuvicata in Vinegia e in Firenze in uno medesimo dì, XV di luglio de la detta indizione, in pieni parlamenti con grande festa e allegrezza in ciascuna de le dette cittadi. E nota, lettore, che questa fue la più alta impresa che mai avesse fatta il Comune di Firenze, come si potrà trovare apresso; e ancora che ciò fue una grande maraviglia per più ragioni, a legarsi il Comune di Vinegia con quello di Firenze: prima, che non si truova che 'l Comune di Vinegia s'allegasse mai co·neuno Comune o segnore, per la loro grande eccellenza e signoria, se non a l'antico conquisto di Gostantinopoli e di Romania, e dall'altra parte i Viniziani naturalmente sono stati d'animo imperiale e Ghibellini, e' Fiorentini d'animo di santa Chiesa e Guelfi; ancora, stati i Fiorentini contro a' Viniziani in servigio de la Chiesa, quando fuoro sconfitti a Ferrara, com'è fatto menzione adietro, l'anno MCCC... Onde apertamente si manifesta che ciò fue permissione divina per abattere la superbia e tirannia di quelli de la Scala, i quali erano i più trascotati due fratelli, Alberto e Mastino, felli e dileggiati con ogni abominevole vizio che fossono in tutta Italia, montati per la fallace e ingannevole felicità mondana in poco tempo in sì alto soglio, e in sì alto stato e segnoria, non degna a·lloro né per senno né per meriti; onde s'adempié i·lloro le parole del santo Vangelio dette per lo santo Spirito per la bocca in persona de la nostra Donna: "Fecit potentiam in bracchio suo, dispersit superbos mente cordis sui, deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles": per certo così avenne, come leggendo si potrà trovare.
E piuvicata la detta lega, i Viniziani fecero loro ordini sopra la detta guerra, come parve loro si convenisse; e' Fiorentini elessono X savi cittadini mercatanti, e de le maggiori compagnie di Firenze, con piena balìa a trovare moneta e fornire la detta guerra; e asegnato loro CCLm di fiorini d'oro per anno sopra certe gabelle, radoppiandole gran parte. E per cagione che 'l nostro Comune in questo tempo, per le guerre e spese fatte per adietro, si trovò indebitate le gabelle e l'entrate del Comune per lo tempo a venire in più di Cm fiorini d'oro, e danari bisognavano maneschi per fornire la detta impresa; i detti X officiali sopra i fatti di Vinegia, col consiglio d'altri mercatanti savi e sottili a ciò fare, e intra' quali altri noi fummo di quelli, si trovò modo che le compagnie e' mercatanti di Firenze prendessono sopra loro lo 'ncarico di fornire di moneta per la detta impresa, infino a guerra finita, in questo modo: ch'elli ordinaro fra loro una taglia di Cm fiorini d'oro, il terzo prestare le dette compagnie a Comune, e le due parti stribuiti tra altre ricchezze e cittadini a prestare sopra le dette gabelle assegnate a certi termini inanzi, quali d'uno anno, e quali in più, come veniano i pagamenti de le dette gabelle; e chiunque prestasse sopr'esse al Comune, avesse di guiderdone libero e sanza tenimento di restituzione a ragione di XV per C l'anno; e chi non volesse credere al Comune sopra le dette gabelle, prendesse la sicurtà e iscritta libera da le dette compagnie e mercatanti, e avesse di guiderdone a ragione di otto per cento l'anno; e quelli che faceano la sicurtà per lo Comune sopra loro aveano de la detta scritta e promessa V per C; e qual uomo avea de la detta prestanza e non era mobolato, sì che non potea prestare né al Comune né la scritta de le compagnie, trovava chi prendea il debito sopra sé, avendo a ragione di XX per C; e così si civia ciascuno: per lo detto modo si fornì la spesa onoratamente per lo nostro Comune. E quando fuoro spesi i detti Cm fiorini d'oro de la prima taglia, si ricominciavano da capo per simile modo, mandando a Vinegia ciascuno mese, come bisognava per li soldi de' cavalieri e pedoni che forniano la guerra. E a Vinegia dimoravano al continuo due savi e discreti cittadini a fornire le dette paghe, e provedere le condotte de' soldati; e simile per lo Comune di Vinegia; e due altri ambasciadori, uno cavaliere e uno giudice, a stare continui in Vinegia col dogi e col suo consiglio a dare ordine a la guerra; e due altri cavalieri militanti stare per ciascuno di detti Comuni ne l'oste, col consiglio del capitano de la guerra. Questo in somma fue l'ordine del fornire de la guerra ordinata per la detta lega, e altro modo non ci avea. E questo per li savi fu molto comendato. E di presente, piuvicata la lega, v'andaro di Firenze M pedoni tutti soprasegnati di soprasberga bianca col segno di san Marco e del giglio vermiglio; e di Romagna v'andòe la nostra cavalleria, che v'era stata a la guardia del passo com'è detto adietro, che fuoro da VIc cavalieri, ond'era capitano messer Pino de la Tosa, e messer Gerozzo de' Bardi: e in Vinegia se ne soldaro di presente per li detti Comuni MD tra Tedeschi e altri oltramontani, e pedoni assai, e miserli in su la trevigiana a cominciare la guerra. E di quelli giorni si rubellò a quelli de la Scala per quelli da Camino il castello d'Ovreggio, non essendovi ancora la nostra gente, né avendovi ordine d'oste o di capitano di guerra. Messer Alberto de la Scala di sùbito vi cavalcò da Trevigi con M cavalieri, e combattendo il racquistò con gran danno di coloro che·ll'aveano rubellato. Lasceremo alquanto de la guerra cominciata in Trivigiana, e diremo de' fatti di Toscana conseguenti per la detta guerra.
LI
Come le masnade di messer Mastino ch'erano in Lucca cavalcaro in sul contado di Firenze.
Nel detto anno, a dì XXV di luglio, le masnade di messer Mastino ch'erano in Lucca, in quantità di IIIIc cavalieri e popolo assai, uscirono di notte di Buggiano e vennero subitamente a Cerreto Guidi in Greti, e quello sproveduto, combattero il borgo ed ebberlo, e feciono grande danno di preda e d'arsione di case e di biade sanza alcun contasto; però che 'l capitano e cavalleria de' Fiorentini erano gran parte in Pistoia per cagione de la festa di santo Iacopo. E poi a dì V d'agosto seguente la gente di messer Mastino, in quantità di VIIIc cavalieri e molti pedoni, onde fue capitano e conducitore Ciupo delli Scolari rubello di Firenze, e uscì di Lucca e guadò Arno e guastò il borgo a Santa Fiore e altre villate di Sa·Miniato, e albergaro due notti a la villa di Martignano sotto San Miniato. La gente de' Fiorentini, ch'erano in Empoli e ne le castella del Valdarno e di Valdinievole, li seguiro francamente; per la qual cosa i nemici temendo la stanza d'essere sorpresi, perché non erano venuti proveduti di vittuaglia, si partiro a dì VII d'agosto con isconcia levata, e passando per lo borgo di Santa Gonda per paura de' Saminiatesi, scesi per comune a' balzi e a le tagliate e isbarre fatte, non ardiro di mettervi fuoco; e molti ve ne rimasono, e li altri fuggendo sanza ordine in più parti si ricolsono, alquanti passando Guisciana, ma i più per lo contado di Pisa straccati, e molti per sete spasimaro e annegaro in Guisciana. E se la nostra cavalleria avesse più studiato il cavalcare, non ne campava uomo per la mala condotta. E per le dette cavalcate il paese di Valdarno e di Greti le terre non murate stavano in grande tremore; per la qual cosa il Comune di Firenze ordinò che subitamente fossero rifatte le mura d'Empoli e di Pontormo, che alquanto n'erano cadute per cagione del grande diluvio, e ordinaro che 'l borgo di Montelupo si compiesse di murare in su la riva d'Arno e del fiume di Pesa; e che fosse rifatto e murato il borgo di Cerreto Guidi; e così fu fatto in poco di tempo, faccendo loro alcuna franchigia e munità. E ordinossi in Firenze di fare grossa cavalcata a Lucca per vendetta di quella, e per oservare la promessa fatta per la lega de' Viniziani, come faremo menzione nel seguente capitolo.
LII
Come i Rossi di Parma tornarono amici di Fiorentini, e come messere Piero Rosso sconfisse il maliscalco di messer Mastino sotto al Cerruglio.
Come dinanzi promettemmo di dire di maravigliosi avenimenti e casi improvisi che avvengono per le guerre, intendiamo apresso narrare e seguire, però che per cagioni di quelle del nimico spesso si fa amico e dell'amico nimico. Prima avemo detto di messer Mastino, che di grande amico del nostro Comune fatto perverso nimico per li suoi vizii e falli e tradimenti fatti contro al nostro Comune dell'opera di Lucca, come adietro avemo detto, e così per converso diremo de' Rossi di Parma, i quali in questi presenti tempi stati grandi aversari e nimici nostri, come adietro è fatta menzione, in picciolo tempo divenuti amici e confidentissimi. E però nelle cose del secolo, e spezialmente ne' casi delle guerre, non si dee avere niuna stabile confidanza, però che per oltraggi ricevuti si fa spesso dell'amico nimico, e per bisogno o per servigi ricevuti, o isperanza di ricevere, si fa del nimico amico. Essendo in Pontriemoli messere Piero e messer Marsilio e Orlando de' Rossi di Parma e' loro consorti, i quali tanti onori e benifici fatti aveano a messer Mastino di darli la città di Parma e quella di Lucca, il detto mesere Mastino a petizione di quelli da Coreggia di Parma suoi cugini, istati nimici e aversari de' detti Rossi, ma maggiormente siccome fanno sovente i tiranni, che promesse fatte non osservano se non a·lloro vantaggio, così a' detti Rossi messere Mastino gli tradì e ingannò; che in piccolo tempo tolse e fece torre loro tutte fortezze e posessioni ch'aveano in Lombardia, e feceli assediare nel detto castello di Pontriemoli, ov'erano ridotti con tutte loro donne e famiglie. I quali Rossi veggendosi così trattati da meser Mastino, e dalle sue forze male si poteno riparare sanza altro aiuto, trattato feciono col Comune di Firenze d'essere di loro parte e lega contro al traditore Mastino, i quali dal nostro Comune, siccome mare ch'ogni fiume riceve, furono ricevuti e accettati graziosamente, dimettendo ogni ingiuria ricevuta da meser Piero Rosso, mentre tenne la città di Lucca; ma maggiormente ricordandosi i Fiorentini dell'antica amistà di mesere Ugolino Rosso stato nostro podestà, coll'oste del nostro Comune alla battaglia da Certomondo contro agli Aretini. Per la qual cosa il detto meser Piero personalmente venne in Firenze a dì XXIII d'agosto del detto anno, il quale da' Fiorentini fu veduto e ricevuto onoratamente, e di presente fu fatto per li Fiorentini loro capitano di guerra. Il quale, come valente cavaliere, con quantità di DCCC cavalieri con certi masnadieri a piè de' Fiorentini, a dì XXX del detto mese d'agosto bene aventurosamente cavalcò sopra la città di Lucca per guastare le vigne e per fare levare l'assedio da Pontriemoli. E il primo dì si puose a Capannole guastando intorno le sei miglia, e poi valicò Lucca e puosesi al ponte a San Quirico. E in quel luogo stette per III dì, correndo sanza alcuno riparo ciascuno giorno infino alle porte di Lucca. Le masnade di Lucca in quantità di DC cavalieri e pedoni assai, ond'era capitano il maliscalco di mesere Mastino, per savia maestria di guerra tutti uscirono di Lucca, e ridussonsi in sul Cerruglio per impedire la vittuaglia e·lla reddita alla nostra gente. Messer Piero per non esere sopreso tornò adietro schierato ordinatamente, e quando furono presso di sotto al Cerruglio al luogo dov'era il fosso ch'avea fatto meser Ramondo di Cardona quando colla nostra oste fu sconfitto ad Altopascio, come adietro facemmo menzione, quello per li nemici alquanto rimesso, e in su quello alla guardia posti VIII bandiere di cavalieri di meser Mastino con certo popolo per contendere il passo a mesere Piero, li nostri scorridori e feditori, in quantità di CL cavalieri, il detto passo combatterono, e per forza d'arme vinsono e sconfissono i nimici, cacciandogli infino al Cerruglio, e credendosi avere il castello contro a volontà di meser Piero, ch'al continuo facea gridare e sonare la ritratta per tema d'aguato. Ma nostri volonterosi di vincere, più che accorti di guerra, intra gli altri mesere Gherardo di Viriborgo tedesco, ch'aveva il pennone de' feditori del nostro Comune, follemente entrò combattendo dentro alla porta del Cerruglio, onde da' nimici, i quali erano proveduti e in posta d'aguato dentro e di fuori, fu abattuto e morto, e tutti i nostri, che co·llui erano saliti al Cerruglio furono morti e sconfitti, e presi conestaboli e altri assai. Il maliscalco di meser Mastino, avuta la detta vittoria, con grande audacia con tutta sua gente venne discendendo il poggio, tuttora cacciando i nostri. Messer Piero come savio e franco capitano, e niente sbigottito per la rotta de' suoi, fece ischiera e capo grosso di sua gente, confortando i suoi e attendendo i nimici vigorosamente; i quali per lo vantaggio della scesa e per la vittoria avuta con grande empito percossono i nostri e assai gli ripinsono adietro; ma per buona capitaneria di meser Piero, e per la franca gente ch'era co·llui, sostennero combattendo vigorosamente, per modo che in poco d'ora la gente di meser Mastino furono messi inn-isconfitta, e rimasonne assai morti, e presi XIII conestaboli e cavalieri assai; il maliscalco di mesere Mastino colla sua insegna e più altre vennero in Firenze; la quale sconfitta fu a dì V di settembre MCCCXXXVI. E·cciò fatto, meser Piero, raccolta sua gente, infino a notte trombando dimorò colle torce accese sul campo, e·lla notte albergò a Gallena, e poi l'altro dì con grande onore tornò a Fucecchio. Avemo sì disteso questo capitolo, perché in sì poco di tempo d'una giornata di tanta gente furono tre sì fatti avenimenti di battaglie e di guerre recate a onorevole fine di vittoria per la valentria di meser Piero Rosso. E poi poco appresso meser Piero partito da Fucecchio, e venne in Firenze con poca gente subitamente, sanza volere alcuno triunfo da' Fiorentini. E per richesta e mandato di Viniziani convenne ch'andasse a Vinegia per essere capitano e duca dell'oste della lega ch'era in trevigiana; e così n'andò a Vinegia all'uscita del mese di settembre, e di là fece di magnifiche cose in opera di guerra contro a meser Mastino, come inanzi leggendo si potrà trovare. E Orlando Rosso suo fratello rimase in Firenze per capitano di guerra de' Fiorentini.
LIII
Di novità di Firenze, e come i Fiorentini tolsono a' conti Guidi certe terre di Valdarno e di Chianti, e feciono Castello Santa Maria.
Nel detto anno, a dì XV d'agosto, la notte vegnente s'aprese il fuoco a casa Toschi al canto di Mercato Vecchio incontro alla chiesa di San Piero Bonconsiglio, e arsonvi IIII case basse con gran danno di pizzicagnoli ch'abitavano in quelle. E in calen di settembre del detto anno fu riposto e aforzato per li Fiorentini il castello di Laterino per contrario delli Aretini. E tornarvi incontanente ad abitare le genti di quello castello, ch'erano in tre borghi recati al piano di sotto, il quale aveva fatto disfare il vescovo d'Arezzo de' Tarlati, come adietro fu fatta menzione. All'entrata del mese d'ottobre del detto anno si rubellò a Guido, figliuolo che·ffu del conte Ugo da Battifolle, il castello del Terraio in Valdarno, e tutti i borghi di Ganghereto, e·lle Conie, e·lle Cave, e Balbischio, e Moncione del Viscontado in Chianti, per male reggimento che 'l giovane facea a' suoi fedeli d'opera di femmine, e ancora per sudducimento e conforto di certi grandi popolari di Firenze reggenti nimici de' conti. E per simile modo si rubellò Viesca in Valdarno a' figliuoli furono del conte Ruggieri da Doadola, volendosi dare le dette terre al Comune di Firenze, il quale le prese poco tempo poi apresso per certe ragioni vi cusava il Comune, come facemmo menzione in questo adietro, ove trattammo di ciò. Intanto i detti conti avendo col loro sforzo andati per raquistare le dette terre, non ebbono il podere; perché tutte le terre del Valdarno per comune l'andarono a·ssoccorrere per mandato del nostro Comune, fatto per rettori tacitamente; onde non potendo a·cciò contradiare, si compromisono in sei popolani di Firenze, i quali elessono i priori, e diedono la rocca di Ganghereta in guardia del Comune di Firenze; i quali sentenziarono a dì XXII di novembre che·lle dette terre fossono del Comune di Firenze, dando al sopradetto Guido delle sue ragioni fiorini VIIIm d'oro; e penogli avere infino a gran tempo apresso, e nogli ebbe poi interamente. E·cciò fu grande ingratitudine, con forza del popolo di Firenze, e poco si ricordarono de' servigi fatti per li loro anticessori al Comune e popolo di Firenze e parte guelfa; che secondo giusto prezzo, alle ragioni v'avieno i conti, valeano più di fiorini XXm d'oro, con tutto fossono terre di giuridizione d'imperio, che male si potea vendere o comperare. Ma come si fosse, i detti conti e·lloro consorti ne rimasono mal contenti. Ma·cciò fece il popolo di Firenze, ricordandosi di quello che 'l conte Ugo avea aoperato a suo torto contro al Comune di Firenze, quando fu la sconfitta d'Altopascio, di riprendere le ville d'Ampinana in Mugello l'anno MCCCXXV. E poi apresso, di calen di settembre MCCCXXXVII, il Comune di Firenze ordinò e fece cominciare una terra in Valdarno infra quelle terre nel piano di Giuffrena i·lluogo propio del Comune di Firenze, e puosele nome Castello Santa Maria, faccendovi tornare dentro uomini di tutte le villate e terre d'intorno con certa franchigia e imunità, per torre a perpetua ogni giuridizione e fedeltà a' detti conti. E poi, in calen di novembre MCCCXXXVIII, quelli della detta terra di Santa Maria andarono e presono la rocca di Ganghereto, ch'era data per gli conti a guardia del Comune di Firenze, e quella misono in puntelli e feciolla rovinare. Credesi fu con consentimento di certi rettori di Firenze, ed eravi alla guardia quelli di Monteguarchi, onde poi fu accusa fatta per quelli di Monteguarchi, e fue condannato il Comune della nuova terra a pagare a' conti fiorini VIIIm d'oro per lo forfatto, rimanendo a·lloro la propietà delle terre de' conti di quello aquisto, che valieno IIIIm fiorini e più. Lasceremo alquanto de' fatti di Firenze, e diremo di quelli della nostra lega e di Viniziani, come operarono contro al Mastino.
LIV
Come l'oste de' Viniziani e Fiorentini, ond'era capitano messere Piero Rosso, si puosono a Bovolento.
Nel detto anno MCCCXXXVI, all'entrante d'ottobre i conti da Collalto in trevigiana si rubellarono da quelli della Scala, e dierono la Motta e altre loro castella al Comune di Vinegia; e alla Motta si fece ragunata e capo la gente della nostra lega e di Viniziani. In quelli giorni a dì XV d'ottobre, credendosi i Viniziani per trattato di moneta avere il castello di Mestri, furono ingannati e traditi dal castellano che v'era per mesere Mastino, credendo prendere de' maggiori di Vinegia che v'andavano; ma non vi giunsono al termine dato; ma di loro masnade a piè vi rimasono presi più di CCL; onde i Viniziani rimasono molto aontati. Poi a dì XX d'ottobre si partirono dalla Motta messere Piero e mesere Marsilio Rossi capitani dell'oste nostra e de' Viniziani con MD cavalieri e IIIm pedoni, vegnendo francamente per trevigiana ardendo e guastando il paese: e sanza alcuno contasto vennero infino alle porte di Trevigi, e di là vennero poi a Mestri e arsono tutti i borghi; e poi si misero a gran pericolo vegnendo in padovana per le molte fiumane e canali che aveano a passare, ond'erano tagliati i ponti; per la qual cagione si missono a grande affanno e rischio, abandonandosi alla fortuna come ardita e valentre gente. E come piacque a·dDio giunsono alla Pieve di Sacco in calen di novembre. La qual cosa apena si potea credere per meser Alberto e meser Mastino della Scala, ch'erano in Padova con più di IIIIm cavalieri, i quali uscirono fuori infino al ponte a..., e se fossono cavalcati inanzi, della nostra gente non iscampava uomo, che non fosse morto o preso; in tale luogo erano condotti, che inanzi non poteano andare né adietro tornare. Ma il senno e ardimento di mesere Marsilio Rosso colla grazia di Dio gli scampò, che incontanente mandò più lettere e messaggi nel campo di quelli della Scala a messere Mastino e conestaboli e baroni richeggendo di volere battaglia. Messere Mastino, che di natura era vile di mettersi a fortuna di battaglia, ancora dubitando de' suoi medesimi per le molte lettere nel suo campo venute, e credendosi sanza mettersi a battaglia soprenderli tutti per istracca, e assediarli, tagliando loro i ponti inanzi e adietro per torre loro la vettuaglia; e ciò fatto, si tornò in Padova con tutta sua cavalleria. Ma a·ccui Iddio vuole male gli toglie il senno e·lla provedenza, e al suo nimico dà ardire e argomento. E così avenne nel nostro bene aventuroso oste: sanza indugio ispogliate d'ogni sustanze le villate di Pieve di Sacco e d'intorno. E di là si partirono con grande affanno, faccendo fare più ponti di graticci, e dove di legname, sopra più riviere e canali salvamente passarono. E a dì V di novembre arrivarono alla terra e villata di Bovolento presso di Padova a VII miglia, e in sul gran canale del fiume dell'Alice che va a Chioggia, per avere da Vinegia e da Chioggia continovo vittuaglia e libero cammino e andamento. Quello Bovolento chiusono e afforzarono di fossi e di steccati, e feciono molte case di legname per potere ivi vernare. La qual bastita e terra di Bovolento fu cagione dello abassamento di quelli della Scala, e·lla loro perdita della città di Padova, come inanzi leggendo si potrà trovare. Lasceremo alquanto di questa nostra guerra di Lombardia, e diremo d'una grande guerra si cominciò tra il re di Francia e quello d'Inghilterra.
LV
Di grande guerra che·ssi cominciò tra il re di Francia e quello d'Inghilterra.
Nel detto anno MCCCXXXVI si cominciò grande guerra intra Filippo di Valois re di Francia e Adoardo il terzo re d'Inghilterra, e·lle cagioni, tutte fossono assai di casi vecchi di loro padri e anticessori e di novelli, intra gli altri fu che il detto Adoardo il giovane re d'Inghilterra radomandò a·re di Francia la contea di Ginese in Aquitania detta Guascogna, la quale meser Carlo di Valois, padre che·ffu del detto re Filippo e fratello del re Filippo il Bello, avea tolto per forza e a inganno ad Adoardo secondo, padre del detto Adoardo il giovane, opponendo ch'era caduta per amenda a·re di Francia per fallimenti d'omaggi che 'l re d'lnghilterra dovea fare al re di Francia per la Guascogna. Ma maggiormente per la covidigia della casa di Francia per volere occupare e sottomettersi la duchea di Guascogna e torla alla casa d'Inghilterra, per la qual contea di Ginese infino al tempo di Carlo il giovane re di Francia avea promessa di rendere a quello d'Inghilterra. E poi non potendola riavere, s'acconciava Adoardo il giovane di lasciarla e di darla in duarda alla serocchia, maritandosi al figliuolo del detto re Filippo di Valois, il quale a·cciò non volle asentire, ma diegli per moglie la figliuola del re Giovanni di Buemia, onde crebbe lo sdegno. E maggiormente perché il detto re di Francia avea ritenuto Davit in qua adietro re di Scozia suo rubello, e datogli aiuto e favore di gente e di moneta alla guerra di Scozia contro al detto re Aduardo, per la qual cosa il detto re Aduardo, ritenne poi mesere Uberto d'Artese della casa di Francia rubello e nimico del detto re Filippo. Onde al re di Francia maggiormente monta lo sdegno diponendo il suo saramento e impromessa del santo passaggio d'oltremare, come adietro facemmo menzione, cominciando il re di Francia al detto re d'Inghilterra grande guerra in Guascogna, e faccendogli ricominciare guerra inn-Iscozia e in mare, faccendo venire galee di Genovesi al suo soldo, rubando ogni Inghilese e Guascone, e tutte maniere di gente ch'andassono o venissono d'Inghilterra. Della qual cosa fu molto ripreso e biasimato i·rre di Francia da tutti i Cristiani e dal papa e dalla Chiesa di Roma, lasciando sì grande e alta impresa promessa, come era il santo passaggio, per cominciare guerra a suo torto co' suoi vicini cristiani. Per la qual cosa il papa rivocò e·lli levò tutto il sussidio delle decime di Cristianità a·llui concedute, salvo quelle del reame di Francia, le quali avea in sua balìa. Il valentre Aduardo però non isbigottito ma francamente imprese sua difesa, allegandosi poi col re d'Alamagna detto Bavero, il quale in questi tempi avea mandati suoi ambasciadori al papa per venire a misericordia e all'amenda della Chiesa, e per avere sua pace; già era ottitriata per la Chiesa, andando al conquisto d'oltremare, e quitando le terre della Chiesa, cioè Cicilia e 'l Regno e 'l Patrimonio, e·lla Marca, e·lla Romagna, e di grazia a Firenze tutto il suo distretto. Il re di Francia per sue lettere e ambasciadori al papa e a' cardinali sturbò l'accordo, perché volea per lo fratello il reame d'Arli e di Vienna; per la qual cosa il Bavero indegnato s'allegò col re d'Inghilterra contro al re di Francia, col duca di Brabante suo cugino, e col conte d'Analdo, e co·messer Gian signore di Bielmonte e zio del conte, e col duca di Ghelleri e col marchese di Giulieri, tutti suoi cognati, il sire di Falcamonte, e più altri baroni della Magna, dimandando ancora Aduardo a Filippo di Valois il reame di Francia, il quale diceva dovea succedere a·llui per ragione del retaggio per la madre d'Aduardo, che·ffu figliuola del re Filippo il Bello re di Francia, del cui non rimase altra reda per linea reale. E così dovea egli succedere al reame, com'elli giudicò la terra d'Artese alla contessa figliuola del conte d'Artese, perché succedesse alla corona di Francia per retaggio delle figliuole della detta contessa maritate a' reali, e tolsela al sopradetto messere Ruberto, che·ffu figliuolo del figliuolo del conte d'Artese, ciò fu mesere Filippo d'Artese, il qual era fratello della detta contessa; perché morì prima che 'l conte suo padre, ne disertò il re messer Ruberto suo figliuolo. Della quale richiesta il re di Francia forte dispettò, e crebbe lo sdegno e·lla guerra. Ma i·rre Aduardo poi apresso cominciò per mare e per terra con suoi allegati aspra guerra al re di Francia come inanzi leggendo si potrà trovare. Lasceremo alquanto de' fatti d'oltremonti, e torneremo a' processi della nostra guerra col Mastino di Verona.
LVI
Come messere Mastino tolse 'l castello di Pontriemoli a' Rossi di Parma.
Nel detto anno, essendo il castello di Pontriemoli, che tenieno i Rossi di Parma, molto stretto d'assedio da quelli di Lucca e marchesi Malespini colla forza di mesere Mastino, Orlando Rosso colla cavalleria e masnada di Firenze in quantità di MCCC cavalieri e IIIm pedoni ond'era capitano... si partirono di Firenze a dì XVII di novembre, e cavalcarono sopra Lucca per soccorrere Pontriemoli e·llevare il detto assedio; ma·ffu tardi, che quelli ch'erano in Pontriemoli per molti difetti s'arrenderono a patti, salve le persone e loro cose; così tornò la detta cavalcata a Fucecchio a dì XXV di novembre, avendo fatto poco danno a' Lucchesi. E·lle famiglie e donne de' detti Rossi uscirono di Pontriemoli e vennero tutti a Firenze; i quali furono ricevuti graziosamente.
LVII
Come i Viniziani tolsono le saline di Padova a mesere Mastino della Scala.
In questo anno, essendo la nostra oste e di Viniziani, ch'era accampata alla bastita e nuova terra di Bovolento, cresciuta in quantità di più di IIIm cavalieri, quasi i più Todeschi al soldo de' detti II comuni, e più di Vm pedoni, i Viniziani mandarono loro oste con grande navilio e barche imborbottate e molti difici da battaglia da Chioggia alle saline di Padova, le quali teneva meser Mastino, e avevavi su fatte due fortezze, ov'erano bastite, quasi come due castella di legname con molto guernimento e gente d'arme alla difesa. E sentendo ciò meser Mastino e messere Alberto ch'erano in Padova con più di IIIm cavalieri e popolo grandissimo, uscirono di Padova per venire alla difesa delle dette saline; messere Piero Rosso con tutta la nostra oste e de' Viniziani gli si fece incontro schierato per combattere, e credettesi a·ccerto che·ssi combattesse, e per tre dì se ne fece in Firenze e in Vinegia solenni processioni con grandi obligazioni e prieghi a·dDio, che·cci desse la vittoria. Il Mastino non si volle recare a battaglia; onde i Viniziani, a cui toccava la detta causa delle saline, ed era la principale cagione della loro impresa, vigorosamente combatterono le dette bastite, e per forza l'ebbono a dì XXII di novembre del detto anno; onde abassò molto l'orgoglio del Mastino e de' suoi. E poi a dì XVI di dicembre vegnente CCCC cavalieri di quelli di mesere Mastino ch'andavano a Monselici furono rotti e sconfitti da' nostri, ch'erano usciti di Bovolento loro incontro.
Qui finisce il dodecimo libro

 

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Ultimo Aggiornamento:12/07/05 23:27