De Bibliotheca

Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

NUOVA CRONICA

Tomo Secondo

Di: Giovanni Villani

 

LIBRO NONO (1-40)

I
Qui comincia il VIIII libro: conta come nella città di Firenze fu fatto il secondo popolo, e più grandi mutazioni che per cagione di quello furono poi in Firenze, seguendo dell'altre novitadi universali che furono in que' tempi.
Negli anni di Cristo MCCLXXXXII, in calen di febbraio, essendo la città di Firenze in grande e possente stato e felice in tutte cose, e' cittadini di quella grassi e ricchi, e per soperchio tranquillo, il quale naturalmente genera superbia e novità, sì erano i cittadini tra·lloro invidiosi e insuperbiti, e molti micidii e fedite e oltraggi facea l'uno cittadino all'altro, e massimamente i nobili detti grandi e possenti, contra i popolani e impotenti, così in contado come in città faceano forze e violenze nelle persone e ne' beni altrui, occupando. Per la qual cosa certi buoni uomini mercatanti e artefici di Firenze che voleano bene vivere si pensarono di mettere rimedio e riparo alla detta pestilenzia; e di ciò fu de' caporali intra gli altri uno valente uomo, antico e nobile popolano, e ricco e possente, ch'avea nome Giano della Bella, del popolo di Sa·Martino, con séguito e consiglio d'altri savi e possenti popolani. E faccendosi in Firenze ordine d'arbitrato in correggere gli statuti e le nostre leggi, sì come per gli nostri ordini consueto era di fare per antico, sì ordinarono certe leggi e statuti molto forti e gravi contro a' grandi e possenti che facessono forze o violenze contro a' popolari, radoppiando le pene comuni diversamente, e che fosse tenuto l'uno consorto de' grandi per l'altro, e si potessono provare i malificii per due testimoni di pubblica voce e fama, e che·ssi ritrovassono le ragioni del Comune: e quelle leggi chiamarono gli ordinamenti della giustizia. E acciò che fossono conservati e messi ad esecuzione, sì ordinarono che oltre al novero de' VI priori i quali governavano la città fosse uno gonfaloniere di giustizia di sesto in sesto, mutando di II in II mesi, come si fanno i priori, e sonando le campane a martello, e congregandosi il popolo a dare il gonfalone della giustizia nella chiesa di San Piero Scheraggio, che prima non s'usava. E ordinarono che niuno de' priori potesse essere di casa de' nobili detti grandi, che 'mprima ve n'avea sovente de' buoni uomini mercatanti, tutto fossono de' potenti. E la 'nsegna del detto popolo e gonfalone fu ordinato il campo bianco e la croce vermiglia. E furono eletti M cittadini partiti per sesti con certi banderai per contrade, con L pedoni per bandiera, i quali dovessono essere armati, e ciascuno con soprasberga e scudo della 'nsegna della croce, e trarre ad ogni romore e richesta del gonfaloniere a casa, o a palazzo, de' priori, e per fare esecuzione contro a' grandi; e poi crebbe il numero de' pedoni eletti in MM, e poi in IIIIm. E simile ordine di gente d'arme per lo popolo e colla detta insegna s'ordinò in contado e distretto di Firenze, che·ssi chiamavano le leghe del popolo. E 'l primo de' detti gonfalonieri fu uno Baldo de' Ruffoli di porte del Duomo; e al suo tempo uscì fuori gonfalone con arme a disfare i beni d'uno casato detti Galli di porte Sante Marie, per uno micidio che uno di loro avea fatto nel reame di Francia nella persona d'uno popolano. Questa novità di popolo e mutazione di stato fu molto grande alla città di Firenze, e ebbe poi molte e diverse sequele in male e in bene del nostro Comune, come innanzi per gli tempi faremo menzione. E questa novità e cominciamento del popolo non sarebbe venuta fatta a' popolani per la potenzia de' grandi, se non fosse che in que' tempi i grandi di Firenze non furono tra·lloro in tante brighe e discordie, poi che' Guelfi tornarono in Firenze, com'erano allora ch'egli avea grande guerra tra gli Adimari e' Tosinghi, e tra i Rossi e' Tornaquinci, e tra i Bardi e' Mozzi, e tra i Gherardini e' Manieri, e tra i Cavalcanti e' Bondelmonti, e tra certi de' Bondelmonti e' Giandonati, e tra' Visdomini e' Falconieri, e tra i Bostichi e' Foraboschi, e tra' Foraboschi e' Malispini, e tra' Frescobaldi insieme, e tra la casa de' Donati insieme, e più altri casati.
II
Come il popolo di Firenze feciono pace co' Pisani, e molte altre notabili cose.
L'anno seguente MCCLXXXXIII quegli che reggeano il popolo di Firenze per fortificare loro stato di popolo e affiebolire il podere de' grandi e de' possenti, i quali molte volte acrescono e vivono delle guerre, richesti da' Pisani di pace, i quali per le guerre erano molto affieboliti e abbassati, il popolo di Firenze non guardando a·cciò, alla detta pace assentirono, mandandone i Pisani il conte Guido da Montefeltro loro capitano, e disfaccendo il castello del Ponte ad Era, e avendo i Fiorentini libera franchigia in Pisa sanza pagare niente di loro mercatantie. E alla detta pace furono i Lucchesi, e' Sanesi, e tutte le terre della lega di parte guelfa di Toscana. E nota che infino a questo tempo, e più addietro, era tanto il tranquillo stato di Firenze, che di notte non si serravano porte alla città, né avea gabelle in Firenze; e per bisogno di moneta, per non fare libbra, si venderono le mura vecchie, e' terreni d'entro e di fuori a chi v'era acostato. E per l'ordine del popolo molte giuridizioni si raquistarono per lo Comune, che Poggibonizzi si recò tutto all'obedienza del Comune, ch'avea giuridizione per sé, e Certaldo, e Gambassi, e Catignano; e tolsesi a' Conti la giuridizione di Viesca e del Terraio, e Ganghereta, e Moncione, e Barbischio, e 'l castello di Lori, e casa Guicciardi; e in Mugello molte possesioni le quali aveano occupate i Conti, e gli Ubaldini, e altri gentili uomini; e raquistossi lo spedale di San Sebbio, ch'era del Comune, occupato per grandi uomini. E sopra queste cose fu caporale uno valente e leale popolano d'Oltrarno chiamato Caruccio del Verre. Sì che nel cominciamento del popolo si fece molto di bene comune, e a ciascuno a cui fosse per addietro occupata possesione per gli potenti, di fatto fu renduta. In questo tempo che 'l popolo di Firenze era fiero e in caldo e signoria, essendo fatto in Firenze uno eccesso e malificio, e quello cotale che 'l fece si fuggì e stava nella terra di Prato, per lo Comune di Firenze fu mandato a quello Comune che rimandasse lo sbandito. Eglino per mantenere loro libertà nol vollono fare; per la quale cosa il Comune di Prato fu condannato per lo Comune di Firenze in libbre Xm, e rendessono il malifattore, mandandovi uno messo solamente con una lettera. I Pratesi disubbidienti, si bandì l'oste per guastare Prato; e già mossa la camera dell'arme del Comune, e le masnade a cavallo e a piè, i Pratesi recarono i danari, e menarono il malfattore, e pagarono la condannagione; e così di fatto facea le cose l'acceso popolo di Firenze.
III
D'uno grande fuoco che fu in Firenze nella contrada di Torcicoda.
Nel detto anno del MCCLXXXXIII s'apprese uno grande fuoco in Firenze nella contrada detta Torcicoda, tra San Piero Maggiore e San Simone, e arsonvi più di XXX case con grande dammaggio, ma non vi morì persona. E nel detto tempo si feciono intorno a San Giovanni i pilastri de' gheroni di marmi bianchi e neri per l'arte di Calimala, che prima erano di macigni, e levarsi tutti i monumenti e sepolture e arche di marmo ch'erano intorno a San Giovanni per più bellezza della chiesa.
IV
Come si cominciò la guerra intra il re di Francia e quello d'Inghilterra.
Nel detto anno MCCLXXXXIII, avendo avuta battaglia e ruberia in mare tra' Guasconi ch'erano uomini del re d'Inghilterra e' Normandi che sono sotto il re di Francia, della quale i Normandi ebbono il peggiore, e vegnendosi a dolere della ingiuria e dammaggio ricevuto da' Guasconi al loro re di Francia, lo re fece richiedere il re Adoardo d'Inghilterra, il quale per risorto tenea la Guascogna dovendone fare omaggio al re di Francia, che dovesse fare fare l'amenda alle sue genti, e venire personalmente a·ffare omaggio della detta Guascogna al re di Francia, e se ciò non facesse a certo termine a·llui dato, il re di Francia col suo consiglio de' XII peri il privava del ducato di Guascogna. Per la qual cosa il re Adoardo, il quale era di grande cuore e prodezza, e per suo senno e valore fatte di grandi cose oltremare e di qua, isdegnò di non volere fare personalmente il detto omaggio, ma mandò in Francia messer Amondo suo fratello, che facesse per lui, e soddisfacesse il dammaggio ricevuto per la gente del re di Francia. Ma per l'orgoglio e covidigia de' Franceschi, il re Filippo di Francia nol volle accettare, per avere cagione di torre al re d'Inghilterra la Guascogna lungamente conceputa e disiderata. Per la qual cosa si cominciò aspra e dura guerra tra' Franceschi e gl'Inghilesi in terra e in mare, onde molta gente morirono, e furono presi e diserti dall'una parte e dall'altra, come innanzi per gli tempi faremo menzione. E 'l seguente anno il re Filippo di Francia mandò in Guascogna messere Carlo di Valos suo fratello con grande cavalleria, e prese Bordello e molte terre e castella sopra il re d'Inghilterra, e in mare mise grande navilio in corso sopra gl'Inghilesi.
V
Come fu eletto e fatto papa Cilestino quinto, e come rifiutò il papato.
Negli anni di Cristo MCCLXXXXIIII, del mese di luglio, essendo stata vacata la Chiesa di Roma dopo la morte di papa Niccola d'Ascoli più di due anni, per discordia de' cardinali ch'erano partiti, e ciascuna setta volea papa uno di loro, essendo i cardinali in Perugia, e costretti aspramente da' Perugini perché eleggessono papa, come piacque a·dDio, furono in concordia di non chiamare niuno di loro collegio, e elessono uno santo uomo ch'avea nome frate Piero dal Morrone d'Abruzzi. Questi era romito e d'aspra vita e penitenzia, e per lasciare la vanità de·mondo, ordinati più santi monisterii di suo ordine, sì se n'andò a·ffare penitenzia nella montagna del Morrone, la quale è sopra Sermona. Questi eletto e fatto venire e coronato papa, per riformare la Chiesa fece di settembre vegnente XII cardinali, grande parte oltramontani, a·ppetizione e per consiglio del re Carlo re di Cicilia e di Puglia; e ciò fatto, n'andò colla corte a Napoli, il quale dal re Carlo fu ricevuto graziosamente e con grande onore; ma perch'egli era semplice e non litterato, e delle pompe del mondo non si travagliava volentieri, i cardinali il pregiavano poco, e parea loro che a utile e stato della Chiesa avere fatta mala elezione. Il detto santo padre aveggendosi di ciò, e non sentendosi sofficiente al governamento della Chiesa, come quegli che più amava di servire a·dDio e l'utile di sua anima che l'onore mondano, cercava ogni via come potesse rinunziare il papato. Intra gli altri cardinali della corte era uno messer Benedetto Guatani d'Alagna molto savio di scrittura, e delle cose del mondo molto pratico e sagace, il quale aveva grande volontà di pervenire alla dignità papale, e quello con ordine avea cercato e procacciato col re Carlo e co' cardinali, e già da·lloro la promessa, la quale poi gli venne fatta. Questi si mise dinanzi al santo padre, sentendo ch'egli avea voglia di rinunziare il papato, ch'egli facesse una nuova decretale, che per utilità della sua anima ciascuno papa potesse il papato rinunziare, mostrandoli assemplo di santo Clemente, che quando santo Pietro venne a morte lasciò ch'apresso a·llui fosse papa; e quegli per utile di sua anima non volle essere, e fu in luogo di lui in prima santo Lino, e poi santo Cleto papa; e così come il consigliò il detto cardinale, fece papa Cilestino il detto decreto; e ciò fatto, il dì di santa Lucia di dicembre vegnente, fatto concestoro di tutti i cardinali, in loro presenza si trasse la corona e il manto papale, e rinunziò il papato, e partissi della corte, e tornossi ad essere eremita, e a·ffare sua penitenzia. E così regnò nel papato V mesi e VIIII dì papa Cilestino. Ma poi il suo successore messer Benedetto Guatani detto di sopra, il quale fu poi papa Bonifazio, si dice, e fu vero, il fece prendere a la montagna di Santo Angiolo in Puglia di sopra a Bestia, ove s'era ridotto a·ffare penitenzia, e chi dice ne voleva ire in Ischiavonia, e privatamente nella rocca di Fummone in Campagna il fece tenere in cortese pregione, acciò che·llui vivendo non si potesse apporre alla sua lezione, però che molti Cristiani teneano Cilestino per diritto e vero papa, nonostante la sua rinunziazione, opponendo che sì fatta dignità come il papato per niuno decreto non si potea rinunziare, e perché santo Clemente rifiutasse la prima volta il papato, i fedeli il pur teneano per padre, e convenne poi che pur fosse papa dopo santo Cleto. Ma ritenuto preso Cilestino, come avemo detto, in Fummone, nel detto luogo poco vivette; e quivi morto, fu soppellito in una piccola chiesa di fuori di Fummone dell'ordine di suoi frati poveramente, e messo sotterra più di X braccia, acciò che 'l suo corpo non si ritrovasse. Ma alla sua vita, e dopo la sua morte, fece Iddio molti miracoli per lui, onde molta gente aveano in lui grande devozione; e poi a·ccerto tempo appresso dalla Chiesa di Roma e da papa Giovanni XXII fu canonizzato, e chiamato santo Piero di Morrone, come innanzi al detto tempo fareno menzione.
VI
Come fu eletto e fatto papa Bonifazio ottavo.
Nel detto anno MCCLXXXXIIII messer Benedetto Guatani cardinale, avendo per suo senno e segacità adoperato che papa Celestino avea rifiutato il papato, come adietro nel passato capitolo avemo fatta menzione, seguì la sua impresa, e tanto adoperò co' cardinali e col procaccio del re Carlo, il quale avea l'amistà di molti cardinali, spezialmente di XII nuovi eletti per Celestino, e istando in questa cerca, una sera di notte isconosciuto con poca compagnia andòe al re Carlo, e dissegli: "Re, il tuo papa Celestino t'ha voluto e potuto servire nella tua guerra di Cicilia, ma nonn-ha saputo; ma se tu adoperi co' tuoi amici cardinali ch'io sia eletto papa, io saprò, e vorrò, e potrò"; promettendogli per sua fede e saramento di mettervi tutto il podere della Chiesa. Allora lo re fidandosi in lui, gli promise e ordinò co' suoi XII cardinali che gli dessero le loro boci. E essendo alla lezione messer Matteo Rosso e messer Iacopo della Colonna, ch'erano capo delle sette de' cardinali, s'accorsono di ciò, incontanente gli diedono le loro, ma prima messer Matteo Rosso Orsini; e per questo modo fu eletto papa nella città di Napoli la vilia della Natività di Cristo del detto anno; e incontanente che fue eletto si volle partire di Napoli colla corte, e venne a Roma, e là si fece coronare con grande solennità e onore in mezzo gennaio. E ciò fatto, la prima provisione che fece, sentendo che grande guerra era cominciata tra 'l re Filippo di Francia e·re Adoardo d'Inghilterra per la quistione di Guascogna, sì mandò oltre i monti due legati cardinali, perché gli pacificassono insieme; ma poco v'adoperarono, che' detti signori rimasono in maggiore guerra che di prima. Questo papa Bonifazio fue della città d'Alagna, assai gentile uomo di sua terra, figliuolo di messer Lifredi Guatani, e di sua nazione Ghibellino; e mentre fu cardinale, protettore di loro, spezialmente de' Todini; ma poi che fu fatto papa molto si fece Guelfo, e molto fece per lo re Carlo nella guerra di Cicilia, con tutto che per molti savi si disse ch'egli fu partitore della parte guelfa, sotto l'ombra di mostrarsi molto Guelfo, come innanzi ne' suoi processi manifestamente si potrà comprendere per chi fia buono intenditore. Molto fu magnanimo e signorile, e volle molto onore, e seppe bene mantenere e avanzare le ragioni della Chiesa, e per lo suo savere e podere molto fu ridottato e temuto; pecunioso fu molto per agrandire la Chiesa e' suoi parenti, non faccendo coscienza di guadagno, che tutto dicea gli era licito quello ch'era della Chiesa. E come fu fatto papa anullò tutte le grazie de' vacanti fatte per papa Celestino, chi non avesse la possesione; fece fare il nipote al re Carlo conte di Caserta, e due figliuoli del detto suo nipote, l'uno conte di Fondi e l'altro conte di Palazzo. Comperò il castello delle Milizie di Roma, che fu il palazzo d'Attaviano imperadore, e quello crescere e reedificare con grande spendio, e più altre forti e belle castella in Campagna e in Maremma. E sempre la sua stanza fue il verno in Roma, e la state a la prima in Rieti e Orbivieto, ma poi il più in Alagna per agrandire la sua cittade. Lasceremo alquanto di dire del detto papa, seguendo di tempo in tempo delle novità dell'altre parti del mondo, e massimamente di quelle di Firenze, onde molto ne cresce materia.
VII
Quando si cominciò a fondare la nuova chiesa di Santa Croce di Firenze.
Negli anni di Cristo MCCLXXXXIIII, il dì di santa Croce di maggio, si fondò la grande chiesa nuova de' frati minori di Firenze detta Santa Croce, e a la consegrazione della prima pietra che si mise ne' fondamenti, vi furono molti vescovi e parlati e cherici e religiosi, e la podestà, e 'l capitano, e' priori, e tutta la buona gente di Firenze, uomini e donne, con grande festa e solennitade. E cominciarsi i fondamenti prima da la parte di dietro ove sono le cappelle, però che prima v'era la chiesa vecchia, e rimase all'oficio de' frati infino che furono murate le cappelle nuove.
VIII
Come fu cacciato di Firenze il grande popolare Giano della Bella.
Nel detto anno MCCLXXXXIIII, del mese di gennaio, essendo di nuovo entrato in signoria de la podesteria di Firenze messer Giovanni da Luccino da Commo, avendo dinanzi uno processo d'una accusa contro a messer Corso de' Donati, nobile e possente cittadino de' più di Firenze, per cagione che 'l detto messer Corso dovea avere morto uno popolano, famigliare di messer Simone Galastrone suo consorto, a una mischia e fedite le quali aveano avute insieme, e quello famigliare era stato morto; onde messer Corso Donati era andato dinanzi con sicurtà della detta podestà, a' prieghi d'amici e signori, onde il popolo di Firenze attendea che la detta podestà il condannasse. E già era tratto fuori il gonfalone della giustizia per fare l'esecuzione, e egli l'asolvette; per la qual cosa in sul palagio della podestà letta la detta prosciogligione, e condannato messer Simone Galastrone delle fedite, il popolo minuto gridò: "Muoia la podestà!"; e uscendo a corsa di palagio, gridando: "A l'arme a l'arme, e viva il popolo!", gran parte del popolo fu in arme, e spezialmente il popolo minuto; e trassono a casa Giano de la Bella loro caporale; e elli, si dice, gli mandò col suo fratello al palagio de' priori a seguire il gonfaloniere della giustizia; ma ciò non feciono, anzi vennero pure al palagio della podestà, il quale popolo a furore con arme e balestra assaliro il detto palagio, e con fuoco misono nelle porte, e arsolle, e entrarono dentro, e presono e rubarono la detta podestà e sua famiglia vituperosamente. Ma messer Corso per tema di sua persona si fuggì di palagio di tetto in tetto, ch'allora non era così murato; de la quale furia i priori, ch'erano assai vicini al palagio della podestà, dispiacque, ma per lo isfrenato popolo nol poterono riparare. Ma racquetato il romore, alquanti dì appresso i grandi uomini che non dormivano in pensare d'abattere Giano de la Bella, imperciò ch'egli era stato de' caporali e cominciatori degli ordini della giustizia, e oltre a·cciò, per abassare i grandi, volle torre a' capitani di parte guelfa il suggello e 'l mobile della parte, ch'era assai, e recarlo in Comune, non perch'egli non fosse Guelfo e di nazione Guelfo, ma per abassare la potenzia de' grandi; i quali grandi vedendosi così trattare, s'acostarono in setta col consiglio del collegio de' giudici e de' notari, i quali si teneano gravati da·llui, come addietro facemmo menzione, e con altri popolani grassi, amici e parenti de' grandi, che non amavano che Giano de la Bella fosse in Comune maggiore di loro, ordinarono di fare uno gagliardo uficio de' priori; e venne loro fatto, e trassesi fuori prima che 'l tempo usato. E ciò fatto, come furono all'uficio, sì ordinarono col capitano del popolo, e feciono formare una notificagione e inquisizione contro al detto Giano de la Bella e altri suoi consorti e seguaci, e di quegli che furono caporali a mettere fuoco nel palagio, opponendo com'egli aveano messa la terra a romore, e turbato il pacifico stato, e assalita la podestà contro agli ordini della giustizia; per la qual cosa il popolo minuto molto sì conturbò, e andavano a casa Giano della Bella, e proffereagli d'esser co·llui in arme a difenderlo, o combattere la terra. E il suo fratello trasse in Orto Sammichele uno gonfalone dell'arme del popolo; ma Giano ch'era uno savio uomo, se non ch'era alquanto presuntuoso, veggendosi tradito e ingannato da coloro medesimi ch'erano stati co·llui affare il popolo, e veggendo che·lla loro forza con quella de' grandi era molto possente, e già raunati a casa i priori armati, non si volle mettere alla ventura della battaglia cittadinesca, e per non guastare la terra, e per tema di sua persona non volle ire dinanzi, ma cessossi, e partì di Firenze a dì V di marzo, isperando che 'l popolo i·rimetterebbe ancora in istato; onde per la detta accusa, overo notificagione, fu per contumace condannato nella persona e isbandito, e in esilio morì in Francia (ch'avea a·ffare di là, ed era compagno de' Pazzi), e tutti i suoi beni disfatti, e certi altri popolani accusati co·llui; onde di lui fu grande danno alla nostra cittade, e massimamente al popolo, però ch'egli era il più leale e diritto popolano e amatore del bene comune che uomo di Firenze, e quegli che mettea in Comune e non ne traeva. Era presuntuoso e volea le sue vendette fare, e fecene alcuna contra gli Abati suoi vicini col braccio del Comune, e forse per gli detti peccati fu, per le sue medesime leggi fatte, a torto e sanza colpa da' non giusti giudicato. E nota che questo è grande esemplo a que' cittadini che sono a venire, di guardarsi di non volere essere signori di loro cittadini né troppo presuntuosi, ma istare contenti a la comune cittadinanza, che quegli medesimi che·ll'aveano aiutato a farlo grande per invidia il tradiranno e penseranno d'abattere; esse n'è veduta isperienza vera in Firenze per antico e per novello, che chiunque s'è fatto caporale di popolo o d'università è stato abattuto, però che·llo 'ngrato popolo mai non rende altri meriti. Di questa novitade ebbe grande turbazione e mutazione il popolo e la cittade di Firenze, e d'allora innanzi gli artefici e' popolani minuti poco podere ebbono in Comune, ma rimase al governo de' popolani grassi e possenti.
IX
Quando si cominciò a fondare la chiesa maggiore di Santa Reparata.
Nel detto anno MCCLXXXXIIII, essendo la città di Firenze in assai tranquillo stato, essendo passate le fortune del popolo per le novità di Giano della Bella, i cittadini s'accordarono di rinnovare la chiesa maggiore di Firenze, la quale era molto di grossa forma e piccola a comparazione di sì fatta cittade, e ordinaro di crescerla, e di trarla addietro, e di farla tutta di marmi e con figure intagliate. E fondossi con grande solennitade il dì di santa Maria di settembre per lo legato del papa cardinale e più vescovi, e fuvi la podestà e capitano e' priori, e tutte l'ordini delle signorie di Firenze, e consagrossi ad onore d'Iddio e di santa Maria, nominandola Santa Maria del Fiore, con tutto che mai no·lle si mutò il primo nome per l'universo popolo, Santa Reparata. E ordinossi per lo Comune a la fabbrica e lavorio de la detta chiesa una gabella di danari IIII per libbra di ciò che usciva della camera del Comune, e soldi II per capo d'uomo; e il legato e' vescovi vi lasciarono grandi indulgenzie e perdonanze a chi vi facesse aiuto e limosina.
X
Come messer Gianni di Celona venne in Toscana vicario d'imperio.
Nel detto anno MCCLXXXXIIII uno valente e gentile uomo della casa del conte di Borgogna, che·ssi chiamava messer Gianni di Celona, a sommossa della parte ghibellina di Toscana e col loro favore, impetrò da Alberto d'Osteric re de' Romani d'essere vicario d'imperio in Toscana; e ciò fatto, passò in Italia con Vc Borgognoni e Tedeschi a cavallo, e arrivò nella città d'Arezzo; e in quella cogli Aretini, e' Romagnuoli, e' ribelli di Firenze, cominciò a·ffare guerra a' Fiorentini e Sanesi, e stette bene uno anno. A la fine non piaccendo a' Ghibellini perch'era di lingua francesca, furono in sospetto di lui; per la qual cosa poi per procaccio di papa Bonifazio, a petizione del Comune di Firenze e de' Guelfi di Toscana, per accordo si partì con sua gente, e tornossi in Borgogna l'anno MCCLXXXXV, ed ebbe dal Comune di Firenze XXXm fiorini d'oro, e simile per rata da l'altre terre guelfe di Toscana, per mandarlo via. Nel detto anno MCCLXXXXIIII morì in Firenze uno valente cittadino il quale ebbe nome ser Brunetto Latini, il quale fu gran filosafo, e fue sommo maestro in rettorica, tanto in bene sapere dire come in bene dittare. E fu quegli che spuose la Rettorica di Tulio, e fece il buono e utile libro detto Tesoro, e il Tesoretto, e la Chiave del Tesoro, e più altri libri in filosofia, e de' vizi e di virtù, e fu dittatore del nostro Comune. Fu mondano uomo, ma di lui avemo fatta menzione però ch'egli fue cominciatore e maestro in digrossare i Fiorentini, e farli scorti in bene parlare, e in sapere guidare e reggere la nostra repubblica secondo la Politica.
XI
Come fu canonizzato santo Luis re che fu di Francia.
Nel detto anno MCCLXXXXIIII papa Bonifazio co' suoi frati cardinali nella città d'Orbivieto canonizzò la memoria del buono Luis re di Francia, il quale morì per la Cristianitade sopra la città di Tunisi, trovando per vere testimonianze di lui sante opere a la sua vita e a la sua fine, e avendo Iddio mostrati di lui aperti miracoli.
XII
Come i grandi di Firenze misono la città a romore per rompere il popolo.
A dì VI del mese di luglio, l'anno MCCLXXXXV, i grandi e possenti della città di Firenze veggendosi forte gravati di nuovi ordini de la giustizia fatti per lo popolo, e massimamente di quello ordine che dice che l'uno consorto sia tenuto per l'altro, e che·lla pruova della piuvica fama fosse per due testimoni; e avendo in sul priorato di loro amici, sì procacciarono di rompere gli ordini del popolo. E prima sì·ssi pacificarono insieme de' grandi nimistà tra·lloro, spezialmente tra gli Adimari e' Tosinghi, e tra' Bardi e' Mozzi; e ciò fatto, feciono a certo dì ordinato raunata di gente, e richiesono i priori che' detti capitoli fossono corretti; onde della città di Firenze fu tutta gente a romore e a l'arme, i grandi per sé a cavalli coverti, e co·lloro séguito di contadini e d'altri masnadieri a piè in grande quantità; e schierarsi parte di loro nella piazza di Santo Giovanni, ond'ebbe la 'nsegna reale messer Forese degli Adimari; parte di loro a la piazza a Ponte, ond'ebbe la 'nsegna messer Vanni Mozzi; e parte in Mercato Nuovo, ond'ebbe la 'nsegna messer Geri Spini, per volere correre la terra. I popolani s'armarono tutti co' loro ordini e insegne e bandiere, e furono in grande numero, e asserragliarono le vie della città in più parti, perché i cavalieri non potessono correre la terra, e raunarsi al palagio della podestà e a casa de' priori, che stavano allora nella casa de' Cerchi dietro a San Brocolo; e trovossi il popolo sì possente, e ordinati di forza e d'arme e di gente, e diedono compagnia a' priori, perch'erano sospetti, de' maggiori e de' più possenti e savi popolani di Firenze, uno per sesto. Per la qual cosa i grandi non ebbono niuna forza né podere contra loro, ma il popolo avrebbe potuto vincere i grandi, ma per lo migliore e per non fare battaglia cittadinesca, avendo alcuno mezzo di frati di buona gente dall'una parte a l'altra, ciascuna parte si disarmò, e la cittade si racquetò sanza altra novità, rimagnendo il popolo in suo stato e signoria, salvo che, dove la pruova de la piuvica fama era per II testimoni, si mise fossono per III; e ciò feciono i priori contra volontà de' popolani, ma poco appresso si rivocò e tornò al primo stato. Ma pur questa novitate fue la radice e cominciamento dello sconcio e male istato della città di Firenze che ne seguì apresso, che da indi innanzi i grandi mai non finarono di cercare modo d'abattere il popolo a·lloro podere; e' caporali del popolo cercarono ogni via di fortificare il popolo e d'abassare i grandi, fortificando gli ordini della giustizia; e feciono torre a' grandi le loro balestra grosse, e comperate per lo Comune; e molti casati che nonn erano tiranni e di non grande podere trassono del numero de' grandi e misono nel popolo, per iscemare il podere de' grandi e crescere quello del popolo. E quando i detti priori uscirono dell'uficio, fu loro picchiate le caviglie dietro, e gittati de' sassi, perch'erano stati consenzienti a favorare i grandi; e per questo romore e novitadi si mutò nuovo stato di popolo in Firenze, onde furono capo Mancini, e Magalotti, Altoviti, Peruzzi, Acciaiuoli, e Cerretani, e più altri.
XIII
Come lo re Carlo fece pace col re Giamo d'Araona.
Negli anni di Cristo MCCLXXXXV morì il re Anfus d'Araona, per la cui morte don Giamo suo fratello, il quale s'avea fatto coronare e tenea l'isola di Cicilia, cercò sua pace colla Chiesa e col re Carlo, e per mano di papa Bonifazio si fece in questo modo; che 'l detto don Giamo togliesse per moglie la figliuola del re Carlo, e rifiutasse la signoria di Cicilia, e lasciasse gli stadichi che 'l re Carlo avea lasciati in Aragona, ciò erano Ruberto e Ramondo e Giovanni suoi figliuoli con altri baroni e cavalieri provenzali; e 'l papa col re Carlo promise di fare rinunziare Carlo di Valos, fratello del re di Francia, il privilegio che papa Martino quarto gli avea fatto del reame d'Araona; e perché a·cciò consentisse, gli diè il re Carlo la contea d'Angiò e la figliuola per moglie. E per ciò fornire andò il re Carlo in Francia in persona, e lui tornando coll'accordo fatto e co' suoi figliuoli, i quali avea diliberi di pregione, sì passò per la città di Firenze, ne la quale era già venuto da Napoli per farglisi incontro Carlo Martello re d'Ungheria suo figliuolo, e con sua compagnia CC cavalieri a sproni d'oro, Franceschi, e Provenzali, e del Regno, tutti giovani, vestiti col re d'una partita di scarlatto e verde bruno, e tutti con selle d'una assisa a palafreno rilevate d'ariento e d'oro, co l'arme a quartieri a gigli ad oro, e acerchiata rosso e d'argento, cioè l'arme d'Ungaria, che parea la più nobile e ricca compagnia che anche avesse uno giovane re con seco. E in Firenze stette più di XX dì, attendendo il re suo padre e' frategli, e da' Fiorentini gli fu fatto grande onore, e egli mostrò grande amore a' Fiorentini, onde ebbe molto la grazia di tutti. E venuto il re Carlo, e Ruberto, e Ramondo, e Giovanni suoi figliuoli in Firenze col marchese di Monferrato, che dovea avere per moglie la figliuola del re, fatti in Firenze più cavalieri, e ricevuto molto onore e presenti da' Fiorentini, il re con tutti i figliuoli si tornò a corte di papa e poi a Napoli. E ciò fatto, e messo a seguizione per lo papa e per lo re Carlo tutto il contratto della pace, don Giamo si partì di Cicilia e andossene in Araona, e del reame si fece coronare; ma di cui si fosse la colpa, o del papa o di don Giamo, il re Carlo si trovò ingannato, che dove lo re Carlo si credette riavere l'isola di Cicilia a queto, partitosene don Giamo, Federigo sequente suo fratello vi rimase signore, e a' Ciciliani se ne fece coronare contra volontà della Chiesa dal vescovo di Cefalona, onde il papa mostrò grande turbazione contro al re d'Araona e Federigo suo fratello, e fecelo citare a corte, il quale re Giamo vi venne l'anno appresso, come innanzi faremo menzione.
XIV
Come la parte guelfa furono per forza cacciati di Genova.
Nel detto anno si cominciò grande guerra tra' cittadini di Genova, tra la parte guelfa, ond'erano capo i Grimaldi, e la parte ghibellina, ond'eran capo gli Ori e Spinoli; e ciò parve che si scoprisse per invidia tra·lloro, e per la signoria della terra: ché la state medesima aveano fatta la più grande e la più ricca armata in mare sopra i Viniziani che mai facesse Comune, che più di CLX galee furono, sanza gli altri legni grossi e sottili, che furono più di C, e ciascuna parte e casato armando a gara l'uno dell'altro si sforzaro; e allora fu Genova e il suo podere nel maggiore colmo ch'ella fosse mai, che poi sempre vennono calando. E parve che in quello stuolo si cominciasse la discordia, che non passarono più innanzi che Messina, ch'aveano ordinato d'andare infino a Vinegia; e tornati a Genova, cominciarono tra·lloro battaglia cittadinesca, la quale durò da L dì, saettandosi e combattendosi di dì e di notte, onde molti ne moriro d'una parte e d'altra, e in più parti de la città misono fuoco, e arse la Riva quasi tutta, e la chiesa maggiore di Santo Lorenzo, e più case e palazzi. A la fine quegli di casa d'Oria, e gli Spinoli, e' loro seguaci, sotto trattato di triegua si fornirono di molta gente nuova di Lombardia e della riviera, e trovarsi sì forti, che per forza ne cacciarono i Grimaldi e' loro seguaci guelfi; e ciò fu di gennaio nel MCCLXXXXV.
XV
De' fatti de' Tarteri di Persia.
Nel detto anno essendo imperadore de' Tarteri di Persia e del Turigi Baido Cane, fratello che fu d'Argon Cane, onde addietro in alcuna parte facemmo menzione; e se Argon amò i Cristiani, questo Baido fu cristianissimo e nimico de' Saracini; per la qual cosa i Saracini di suo paese con certi signori di Tarteri feciono con ispendio e gran promesse che Casano suo nipote e figliuolo che fu d'Argon si rubellò da·llui, e venne in campo con grande oste de' Tarteri e Saracini contro a·llui per combattere. Baido veggendosi da gran parte de' suoi tradito, si mise a fuggire, il quale da Casano fue seguito, e sconfitto, e morto. E 'l detto Casano fatto signore colla forza de' Saracini, come detto avemo, incontanente mutò condizione, e come prima avea amati i Saracini e odiati i Cristiani, così apresso fu amico de' Cristiani e nimico de' Saracini, e distrusse tutti coloro che·ll'aveano consigliato di fare male a' Cristiani, e appresso fece molto di bene per la Cristianità per raquistare la Terrasanta, come innanzi al tempo faremo menzione.
XVI
Come Maghinardo da Susinana isconfisse i Bolognesi, e prese la città d'Imola.
Negli anni di Cristo MCCLXXXXVI, in calen di aprile, Maghinardo da Susinana, onde addietro facemmo menzione, avendo guerra co' Bolognesi per cagione della presa di Forlì e d'altre terre di Romagna, onde i Bolognesi aveano la signoria, e fatta lega col marchese Azzo da Ferrara, il quale simigliante avea guerra co' Bolognesi, coll'aiuto di sua gente e de' Ghibellini di Romagna, vegnendo con oste sopra la città d'Imola ov'erano i Bolognesi co·lloro forza, combattendo co·lloro gli sconfisse con grande danno de' presi e de' morti, e prese la detta città d'Imola con molti Bolognesi che v'erano dentro.
XVII
Come il popolo di Firenze fece fare la terra di Castello San Giovanni e Castello Franco in Valdarno.
Nel detto anno essendo il Comune e popolo di Firenze in assai buono e felice stato, con tutto che i grandi avessono incominciato a contradiare il popolo, come detto avemo, il popolo per meglio fortificarsi in contado, e scemare la forza de' nobili e de' potenti del contado, e spezialmente quella de' Pazzi di Valdarno e degli Ubertini ch'erano Ghibellini, si ordinò che nel nostro Valdarno di sopra si facessono due grandi terre e castella; l'uno era tra Fegghine e Montevarchi, e puosesi nome Castello Santo Giovanni, e l'altro in casa Uberti a lo 'ncontro passato l'Arno, e puosongli nome Castello Franco, e francarono tutti gli abitanti de' detti castelli per X anni d'ogni fazzione e spese di Comune, onde molti fedeli de' Pazzi e Ubertini, e di quegli da Ricasoli, e de' Conti, e d'altri nobili, per esser franchi si feciono terrazzani de' detti castelli; per la qual cosa in poco tempo crebbono e multiplicaro assai, e fecionsi buone e grosse terre.
XVIII
Come lo re Giamo d'Araona venne a Roma, e papa Bonifazio gli privileggiò l'isola di Sardigna.
Nel detto anno alla richesta di papa Bonifazio il re Giamo d'Araona venne a Roma al detto papa, e menò seco la reina Gostanza sua madre e figliuola che fu del re Manfredi, e messer Ruggieri di Loria suo amiraglio, a' quali il papa fece grande onore e ricomunicogli; e 'l detto re Giamo si scusò della 'mpresa che don Federigo suo fratello avea fatta della signoria di Cicilia, come non era essuta di sua saputa né di suo consentimento, giurando in mano del papa in presenza del re Carlo che a richiesta del re Carlo e' sarebbe personalmente, e con sua gente e forza, contro a don Federigo suo fratello ad aiutare racquistare l'isola di Cicilia; e simile promessa e saramento fece fare a messer Ruggieri di Loria suo amiraglio. Per la quale cosa il papa fece il detto re Giamo ammiraglio e gonfaloniere della Chiesa in mare, quando si facesse il passaggio d'oltremare, e privileggiollo del reame dell'isola di Sardigna, conquistandolo sopra i Pisani o chi v'avesse signoria; e fece il detto papa che 'l re Carlo perdonò ogni offesa ricevuta da messere Ruggieri di Loria, e fecelo suo ammiraglio; per la qual cosa sappiendo don Federigo, gli tolse tutte sue rendite e onori ch'avea in Cicilia, e al nipote, opponendogli tradigione, fece tagliare la testa.
XIX
Come il conte di Fiandra e quello di Bari si rubellarono al re di Francia.
Nel detto anno il conte Guido di Fiandra e il conte di Bari genero del re d'Inghilterra si rubellarono dal re di Francia per oltraggi ricevuti dal re e da sua gente, e allegarsi col re Adoardo d'Inghilterra. E intr'altre principali cagioni della rubellazione del conte di Fiandra si fu perch'egli avea maritata la figliuola al figliuolo del re d'Inghilterra sanza consentimento del re; onde non piaccendo al re, mandò per lo conte e per la contessa di Fiandra, e poi per la figliuola; e quando furono a Parigi, lo re fece ritenere la detta donzella in cortese pregione, perché non fosse moglie del suo nimico, e poco tempo appresso ella morì; e dissesi che fu fatta morire di veleno. Il conte vedendo ritenuta sua figlia, e egli da·re in leggere guardia lasciato, si partì privatamente di Parigi e fuggìsi in Fiandra, e dolendosi a' figliuoli e a la sua gente del torto che gli facea il re di sua figlia, fece le sue terre rubellare al re; e in Lilla mise a guardia Ruberto suo primo figliuolo, e a Doai Guiglielmo secondo figliuolo, e a Coltrai messere Gianni di Namurro suo figliuolo; e il conte rimase a la guardia di Bruggia, e 'l duca di Brabante suo nipote a la guardia di Guanto. Per la qual cosa il re di Francia con grande oste andòe in Fiandra con la maggiore parte di sua baronia, e con più di Xm cavalieri e popolo innumerabile, e puosesi a oste a Lilla, ne la quale era messer Ruberto di Fiandra e 'l siri di Falcamonte de la Magna con più soldati tedeschi, i quali difendeano la terra francamente. In questa stanza il conte d'Artese isconfisse i Fiaminghi a Fornes, e lo re d'Inghilterra arrivò in Fiandra, come si tratterà nel seguente capitolo; per la qual cosa, e ancora perché la villa di Lilla non era bene proveduta né fornita di vittuaglia, s'arrendéo la terra al re di Francia, andandone sano e salvo messer Ruberto di Fiandra con tutti i soldati tedeschi. E avuta il re di Francia Lilla, prese la sua gente Bettona e più altre ville di Fiandra, e fece poi lo re di Francia cavalcare le terre del conte di Bari, e ardere e guastare.
XX
Come il conte d'Artese isconfisse i Fiamminghi a Fornes, e come il re d'Inghilterra passò in Fiandra.
Nel seguente anno MCCLXXXXVII, essendo cresciuta la guerra al re di Francia per lo re d'Inghilterra, e per la rubellazione del conte di Fiandra e di quello di Bari, come detto avemo di sopra, sì feciono lega ancora contro a·llui col re Attaulfo d'Alamagna, e mandogli il re d'Inghilterra XXXm marchi di sterlini, acciò che venisse con suo isforzo in Fiandra per assalire il reame di Francia; e così promise e giurò, e lo re d'Inghilterra promise di venirvi in persona; e vennero alquanti cavalieri tedeschi in Fiandra al soldo de' Fiamminghi, i quali volendo co' Fiamminghi insieme assalire la contea d'Artese, il conte d'Artese con grande cavalleria di Franceschi tornato di Guascogna in Artese per la detta guerra cominciata per gli Fiamminghi, essendo al conte d'Artese già renduta la villa di Berghe a la marina, si fece loro incontro a Fornes in Fiandra, e quivi combattendo insieme, onde i Fiamminghi e' Tedeschi furono sconfitti, e morìvi il conte Guiglielmo di Giulieri, e Arrigo conte dal Bemonte, e 'l siri di Gaura, e più altri baroni e cavalieri tedeschi e fiamminghi con più di IIIm tra a piè e a cavallo vi furono morti e presi. E dopo la detta sconfitta il conte d'Artese prese Fornes, e feciono le comandamenta tutte le terre della marina e la valle di Cassella. In questo il re Adoardo d'Inghilterra con grande navilio, e con M e più buoni cavalieri e con gente d'arme a piè assai, e arrivò in Fiandra al porto della Stuna, sì come avea promesso per la lega fatta col re d'Alamagna e col conte di Fiandra, e prese la villa di Bruggia, la quale fue abandonata da' Franceschi, però che non v'avea fortezza né di muro né di fossi; e poi n'andò a Guanto, però che Bruggia non era forte, e gli grandi borgesi di Bruggia eran tutti della parte del re, onde non si fidava di stare in Bruggia. A Guanto era il conte di Fiandra per attendere il re d'Alamagna, il quale per più moneta, si disse, ch'ebbe dal re di Francia, non venne, come avea promesso e giurato; e chi disse che il detto re d'Alamagna rimase per guerra che 'l re di Francia per suoi danari e promessa di parentado gli fece muovere al duca d'Osteric; e a questo diamo più fede. Onde il re Adoardo veggendosi ingannato e tradito, overo fallito dal re d'Alamagna, e sentendo il grande podere del re di Francia, e com'era già mosso con tutta sua baronia, avuta Lilla, per venire contro a·llui a Guanto, e già era a Coltrai in Fiandra; per la qual cosa il re d'Inghilterra non s'affidò di dimorare in Fiandra, però che venuto il re di Francia con sua oste, il convenia essere soppreso o assediato in Bruggia o in Guanto, o venire a battaglia co·llui; e dapoi che non era venuto il re d'Alamagna con sua gente, non avea podere d'uscire a campo contro al re di Francia, e però si partì di Fiandra in grande fretta, e tornossi con sua gente inn-Inghilterra, e lasciò il conte di Fiandra in Guanto in male stato e da tutti abandonato. Lo re di Francia perché s'appressava il verno, e avea novelle come il re Carlo di Puglia venia in Francia in servigio del re d'Inghilterra, e per commessione del papa, per mettere accordo intra·llui e·re Adoardo, suoi congiunti, parenti, e amici, sì·ssi tornò in Francia con tutta sua oste, lasciando grande guernigione di gente d'arme a cavallo e a piè ne le dette terre, e fece fare a Lilla e a Coltrai forti castelli. E tornato in Francia, il re Carlo ordinò dal re di Francia al re Adoardo d'Inghilterra e 'l conte di Fiandra triegue per due anni, rimanendo al re di Francia per patti Bruggia, e Lilla, e Coltrai, e altre ville, le quali terre di Fiandra erano già all'obedienzia e guadagnate per lo re di Francia; e per dispensagione del papa il re d'Inghilterra prese per moglie la serocchia del re di Francia, e accordogli di pace insieme.
XXI
Come papa Bonifazio privò del cardinalato messer Iacopo e messer Piero della Colonna.
Negli anni di Cristo MCCLXXXXVII, a dì XIII del mese di maggio, tenendosi papa Bonifazio molto gravato da' signori Colonnesi di Roma, perché in più cose l'aveano contastato per isdegno di loro maggioranza, ma più si tenea il papa gravato, perché messer Iacopo e messer Piero de la Colonna cardinali gli erano stati contradi a la sua lezione, mai non pensò se non di mettergli al niente. E in questo avenne che Sciarra de la Colonna loro nipote, vegnendo al mutare della corte di... a le some degli arnesi e tesoro de la Chiesa, le rubò e prese, e menolle in... Per la qual cagione agiugnendovi la mala volontade conceputa per adietro, il detto papa contro a·lloro fece processo in questo modo: che' detti messer Iacopo e messer Piero de la Colonna diacani cardinali del cardinalato e di molti altri benifici ch'aveano da la Chiesa gli dispuose e privò; e per simile modo condannò e privò tutti quegli de la casa de' Colonnesi, cherici e laici, d'ogni beneficio ecclesiastico e secolare, e scomunicolli, che mai non potessono avere beneficio; e fece disfare le case e' palazzi loro di Roma, onde parve molto male a' loro amici romani; ma non poterono contradire per la forza del papa e degli Orsini loro contrari; per la quale cosa si rubellarono al tutto dal papa e cominciarono guerra, però ch'egli erano molto possenti, e aveano gran séguito in Roma, e era loro la forte città di Pilestrino, e quella di Nepi, e la Colonna, e più altre castella. Per la qual cosa il papa diede la indulgenza di colpa e pene chi prendesse la croce contro a·lloro, e fece fare oste sopra la città di Nepi, e il Comune di Firenze vi mandò in servigio del papa VIc tra balestrieri e pavesari crociati co le sopransegne del Comune di Firenze; e tanto stette l'oste a l'assedio, che la città s'arendé al papa a patti, ma molta gente vi morì e amalò per corruzzione d'aria ch'ebbe nella detta oste.
XXII
Come Alberto d'Osteric sconfisse e uccise Ataulfo re d'Alamagna, e com'egli fue eletto re de' Romani.
Negli anni di Cristo MCCLXXXXVIII, del mese di giugno, avendo i prencipi d'Alamagna privato Ataulfo della lezione dello 'mperio per cagione della sua dislealtà, e perché s'era legato col re di Francia per sua moneta, e tradito il re d'Inghilterra e il conte di Fiandra, come addietro avemo fatta menzione, e ancora per procaccio d'Alberto dogio d'Osteric, figliuolo che fu del re Ridolfo, per avere la lezione con ordine e trattato del re Adoardo, e con molta sua moneta data al detto Alberto per fare vendetta del tradimento commesso per lo detto Ataulfo re d'Alamagna; e ciò fatto, il detto dogio Alberto con sua potenzia di gente d'arme venne contro al detto Ataulfo, e in campo combatté co·llui, e sconfisselo, e rimase il detto Ataulfo morto nella detta battaglia con molta di sua gente; e avuta Alberto la detta vittoria, si fece eleggere re de' Romani, e poi confermare a papa Bonifazio.
XXIII
Come i Colonnesi vennero a la misericordia del papa, e poi si rubellarono un'altra volta.
Nel detto anno, del mese di settembre, essendo trattato d'accordo da papa Bonifazio a' Colonnesi, i detti Colonnesi, cherici e laici, vennero a Rieti ov'era la corte, e gittarsi a piè del detto papa a la misericordia, il quale perdonò loro, e assolvetteli della scomunicazione, e volle gli rendessono la città di Penestrino; e così feciono, promettendo loro di ristituirgli in loro stato e dignità, la qual cosa non attenne loro, ma fece disfare la detta città di Penestrino del poggio e fortezze ov'era, e fecene rifare una terra al piano, a la quale puose nome Civita Papale; e tutto questo trattato falso e frodolente fece il papa per consiglio del conte da Montefeltro, allora frate minore, ove gli disse la mala parola: "Lunga promessa coll'attendere corto etc.". I detti Colonnesi trovandosi ingannati di ciò ch'era loro promesso, e disfatta sotto il detto inganno la nobile fortezza di Penestrino, innanzi che compiesse l'anno si rubellarono dal papa e da la Chiesa, e 'l papa gli scomunicò da capo con aspri processi; e per tema di nonn esser presi o morti, per la persecuzione del detto papa, si partirono di terra di Roma, e isparsonsi chi di loro in Cicilia, e chi in Francia, e in altre parti, nascondendosi di luogo in luogo per non esser conosciuti, e di non dare di loro posta ferma, spezialmente messer Iacopo e messer Piero ch'erano stati cardinali; e così stettono inn-esilio mentre vivette il detto papa.
XXIV
Come i Genovesi sconfissono i Viniziani in mare.
Nel detto anno, a dì VIII di settembre, essendo grande guerra in mare tra i Genovesi e' Viniziani, ciascuno fece armata, i Genovesi di CX galee, e' Viniziani di CXX galee; e' detti Genovesi, ond'era capitano e amiraglio messer Lamba d'Oria, passarono la Cicilia e misonsi nel golfo, con intendimento d'andare infino a la città di Vinegia, se in altro luogo non trovassono i Viniziani; ma come furono in Ischiavonia, trovarono l'armata de' detti Viniziani a l'isola de la Scolcola, ov'ebbe tra' due stuoli aspra e dura battaglia; a la fine furono sconfitti i Viniziani, e molti ne furono morti e presi, e LXX corpi di loro galee ne furono menate co' pregioni in Genova.
XXV
De' grandi tremuoti che furono in certe città d'Italia.
Nel detto anno furono molti tremuoti in Italia, spezialmente nella città di Rieti e in quella di Spuleto, e in Toscana nella città di Pistoia, ne le quali cittadi caddono molte case, e palazzi, e torri, e chiese, e fu segno del giudicio di Dio, del futuro pericolo, e aversitadi, che poco appresso si cominciò in più parti d'Italia, e spezialmente nelle dette nominate cittadi, come innanzi per gli tempi faremo menzione.
XXVI
Quando si cominciò il palazzo del popolo di Firenze ove abitano i priori.
Nel detto anno MCCLXXXXVIII si cominciò a fondare il palagio de' priori per lo Comune e popolo di Firenze, per le novità cominciate tra 'l popolo e' grandi, che ispesso era la terra in gelosia e in commozione, a la riformazione del priorato di due in due mesi, per le sette già cominciate, e i priori che reggeano il popolo e tutta la repubblica non parea loro essere sicuri ove abitavano innanzi, ch'era ne la casa de' Cerchi bianchi dietro a la chiesa di San Brocolo. E colà dove puosono il detto palazzo furono anticamente le case degli Uberti, ribelli di Firenze e Ghibellini; e di que' loro casolari feciono piazza, acciò che mai non si rifacessono. E perché il detto palazzo non si ponesse in sul terreno de' detti Uberti coloro che·ll'ebbono a far fare il puosono musso, che fu grande difalta a lasciare però di non farlo quadro, e più discostato da la chiesa di San Piero Scheraggio.
XXVII
Come fu fatta pace tra 'l Comune di Genova e quello di Vinegia.
Negli anni di Cristo MCCLXXXXVIIII, del mese di maggio, pace fu tra' Genovesi e' Viniziani, e ciascuno riebbe i suoi pregioni con que' patti che piacquero a' Genovesi. Intra gli altri vollono che infra XIII anni niuno Viniziano non navicasse nel mare Maggiore di là da Gostantinopoli e nella Soria con galee armate, onde i Genovesi ebbono grande onore, e rimasono in grande potenza e felice stato, e più che Comune o signore del mondo ridottati in mare.
XXVIII
Come fu fatta pace tra 'l Comune di Bologna e 'l marchese da Esti e Maghinardo da Susinana per gli Fiorentini
Nel detto tempo e anno essendo stata lunga e grande guerra tra 'l Comune di Bologna e' suoi usciti, e col marchese Azzo da Esti, il quale signoreggiava la città di Ferrara, e quella di Reggio, e quella di Modona, e con Maghinardo da Susinana grande signore in Romagna, i quali erano a una lega contro a' Bolognesi, per procaccio e industria de' Fiorentini, amici dell'una parte e dell'altra, pace fu fatta, e basciarsi insieme i sindachi de le parti ne la città di Firenze; e i Fiorentini furono promettitori e mallevadori a la detta pace per l'una parte e per l'altra, con solenni carte e promessioni.
XXIX
Come il re Giamo d'Araona con Ruggieri di Loria e con l'armata del re Carlo sconfissono i Ciciliani a capo Orlando.
Nel detto anno avendo lo re Carlo fatta sua armata per andare sopra l'isola di Cicilia di XL galee, ond'era ammiraglio messer Ruggieri di Loria, e richesto per papa Bonifazio e per lo re Carlo il re Giamo d'Araona che aseguisse la promessa per lui fatta per li patti della pace, come adietro facemmo menzione, venne di Catalogna con XXX galee armate, e accozzatosi a Napoli coll'armata del re Carlo, e con Ruggieri di Loria loro ammiraglio, tutti insieme n'andarono verso Cicilia. Don Federigo co' suoi Ciciliani sentendo il detto apparecchiamento, fece suo isforzo, e armò LX galee, e col suo ammiraglio messer Federigo d'Oria si misono in mare. E a capo Orlando in Cicilia s'accozzaro in mare le dette armate a dì IIII del mese di luglio, e dopo la grande e aspra battaglia l'armata de' Ciciliani fue sconfitta, e tra morti e presi più di VIm uomini e XXII corpi di galee; per la qual cosa si mostrò palesemente che 'l detto re Giamo e Ruggieri di Loria furono fedeli e leali a la promessa fatta al papa e al re Carlo. Bene si disse che se lo re Giamo avesse voluto, don Federigo suo fratello rimanea preso in quella battaglia, però che·lla sua galea fue nelle sue mani, e era finita la guerra di Cicilia; o che fosse di sua volontà o di sua gente catalana, il lasciarono fuggire e scampare.
XXX
Come fu fatta pace tra' Genovesi e' Pisani.
Nel detto anno, del mese d'agosto, fu fatta pace tra' Genovesi e' Pisani, la qual guerra era durata XVII anni e più, onde i Pisani molto erano abassati e venuti a piccolo podere; e quasi come gente ricreduta feciono a' Genovesi ogni patto che seppono domandare, dando loro parte in Sardigna, e la terra di Bonifazio in Corsica, e che' Pisani non dovessono navicare con galee armate infra XV anni, e de' pregioni che vennero in Genova de' Pisani, quando furono lasciati, non erano vivi che apena il X.
XXXI
Quando di prima si cominciarono le nuove mura de la città di Firenze.
Nel detto anno, a dì XXVIIII di novembre, si cominciarono a fondare le nuove e terze mura della città di Firenze nel Prato d'Ognesanti; e furono a benedire e fondare la prima pietra il vescovo di Firenze, e quello di Fiesole, e quello di Pistoia, e tutti i prelati e riligiosi, e tutte le signorie e ordini di Firenze con innumerabile popolo. E murarsi allora da la torre sopra la gora infino a la porta del Prato, la qual porta era prima cominciata insino l'anno MCCLXXXIIII, coll'altre porte mastre di qua da l'Arno, insieme, come adietro facemmo menzione; ma per molte averse novità che furono appresso stette buono tempo che non vi si murò più innanzi che quelle mura de la fronte del Prato.
XXXII
Come il re di Francia ebbe a queto tutta Fiandra, e in pregione il conte e' figliuoli.
Nel detto anno MCCLXXXXVIIII, fallite le triegue dal re di Francia e 'l conte di Fiandra, lo re mandò in Fiandra messer Carlo di Valos suo fratello con grande oste e cavalleria, il quale giunto a Bruggia cominciò guerra al conte ch'era in Guanto, e a tutte le terre della marina che teneano col conte, e con più battaglie in più parti vinte per la gente di messer Carlo contra i Fiamminghi s'arenderono a messer Carlo, salvo Guanto, ov'era il conte cogli suoi figliuoli messer Ruberto e messer Guiglielmo, abandonati dagli amici e da' signori, e eziandio da' loro borgesi. Per la qual cosa trattato ebbono con messer Carlo di fare onore al re di rendersi a·llui, promettendo messer Carlo sopra sé di guarentirgli e rimettergli in amore del re, e in loro stato e signoria. E compiuto il trattato, renderono Guanto, ch'è de le più forti terre del mondo, e le loro persone a messer Carlo; il quale entrato in Guanto, il conte Guido e messer Ruberto e messer Guiglielmo suoi figliuoli tradì, e gli mandò presi a Parigi. La qual cosa per l'universo mondo fu tenuta grande dislealtà a sì fatto signore. E ciò fatto per messere Carlo, e avuta tutta a queto la contea di Fiandra, lasciò messer Giache, fratello del conte di San Polo, al tutto signore in Fiandra per lo re con grande cavalleria, e messer Carlo si tornò in Francia. E il detto messer Giache cominciò in Fiandra aspra signoria, e radoppiare sopra il popolo assise, e gabelle, e male tolte, onde il popolo forte si tenea gravato. Avenne che per la Pasqua di Risoresso vegnente lo re di Francia andòe a suo diletto in Fiandra per provedere il suo conquisto e fare festa; e giunto in Bruggia, gli fu fatto grande onore, e simile a Guanto, e Ipro, e l'altre buone terre; e tutti si vestirono di nuovo ad arte e mestieri d'una assisa, faccendo più diversi giuochi e feste, e per lo re e sua baronia giostre; e la tavola ritonda si fece a Guidendalla, maniere del conte, onde d'Alamagna e d'Inghilterra vi vennono più baroni e cavalieri a giostrare. Ma questa festa fu fine di tutte quelle de' Franceschi a' nostri tempi, ché come la fortuna si mostrò al re di Francia e a' suoi allegra e felice, così poco tempo appresso volse sua ruota nel contrario, come innanzi al tempo faremo menzione. E l'originale cagione, oltre al peccato per lo re e suo consiglio commesso ne la presura e morte della innocente damigella di Fiandra, e poi il tradimento fatto contro al conte Guido e' suoi figliuoli presi, si fu che al partire che 'l re fece di Fiandra gli artefici e popolo minuto gli domandarono grazia, che fossono alleggiati delle importabili gravezze che messer Giache di San Polo e' suoi faceano loro, e oltre a·cciò i grandi borgesi delle ville, che tutti gli mangiavano; non furono uditi dal re, se non come il popolo d'Israel dal re Roboam, ma maggiormente tormentati da' borgesi e dagli uficiali del re, onde appresso seguì il giudicio di Dio quasi improviso, come al tempo intenderete.
XXXIII
Come il re di Francia s'imparentò col re Alberto d'Alamagna.
Nel detto anno MCCLXXXXVIIII dopo il conquisto che 'l re di Francia fece di Fiandra Alberto d'Osteric re de' Romani fece parentado col re Filippo di Francia, e diede per moglie al figliuolo primogenito la figliuola del detto re di Francia; e ciò fu per l'amistà cominciata, e servigio fatto al re di Francia per lo re Alberto contro Ataulfo re de' Romani, come adietro è fatta menzione.
XXXIV
Come il prenze di Taranto fu sconfitto in Cicilia.
Nel detto anno, in calen di dicembre, Filippo prenze di Taranto e figliuolo del re Carlo secondo, essendo passato in su l'isola di Cicilia con VIc cavalieri e con XL galee armate, la maggiore parte Napoletani e gente del Regno, per guerreggiare l'isola, ed era all'assedio a la città di Trapali; e don Federigo d'Araona che tenea Cicilia era con sua gente, de la quale era capitano don Brasco d'Araona, e stavano in su 'l monte di Trapali, veggendo il male reggimento del detto prenze e di sua gente, a loro posta scesono del detto monte, e co·lloro vantaggio presono la battaglia, ne la quale il detto prenze fu sconfitto, e preso egli e grande parte di sua gente.
XXXV
Come Casano signore de' Tartari sconfisse il soldano de' Saracini, e prese la Terrasanta in Soria.
Nel detto anno, del mese di gennaio, Casano imperadore de' Tartari venne in Soria sopra il soldano de' Saracini, e menò seco CCm tra Tarteri e Cristiani a cavallo e a piè per condotta del re d'Erminia e di quello di Giorgia, cristianissimi e nimici de' Saracini, per racquistare la Terrasanta. Il soldano sentendo loro venuta, venne d'Egitto in Soria con più di Cm Saracini a cavallo, sanza l'altra sua oste di Soria ch'era infinita; e scontrarsi insieme i detti eserciti, e la battaglia fu grande e terribile. A la fine per senno e valentia del detto Casano, il quale si tenne a piede con grande parte de la sua buona gente infino che' Saracini ebbono tanto saettato, ch'egli ebbono voti i loro turcassi di saette, e acciò che' Saracini non potessono risaettare sopra i suoi le loro saette, ordinò che tutte quelle di sua gente fossono sanza cocca, e le corde di suoi archi con pallottiera, che poteano saettare le loro e quelle de Saracini. E ciò fatto, con ordine, a certo suo segno fatto montarono a cavallo, e aspramente assalirono i Saracini per modo che assai tosto gli mise in isconfitta e in fugga; ma molti Saracini vi furono morti e presi, e lasciarono tutto il loro campo e arnesi di grande ricchezza. E ciò fatto, quasi tutte le terre di Soria e di Gerusalem si renderono al detto Casano, e divotamente andò a visitare il santo Sepolcro; e ciò fatto, non potendo guari dimorare in Soria, convenendogli tornare in Persia al Turigi, per guerra che gli era cominciata da altri signori de' Tartari, sì mandò suoi ambasciadori in ponente a papa Bonifazio VIII, e al re di Francia, e agli altri re cristiani, che mandassono de' signori e gente cristiana a ritenere le città e terre di Soria e della Terrasanta ch'egli avea conquistate; la quale ambasciata fue intesa, ma male messa a seguizione, perché per lo papa e per gli altri signori de' Cristiani s'intendea più alle singulari guerre e quistioni tra·lloro, ch'al bene comune della Cristianità; che con poca gente e piccola spesa si racquistava e tenea per gli Cristiani la Terrasanta conquistata per Casano, la quale con grande vergogna, e non sanza merito di pena, per gli Cristiani s'abandonò. Onde partito di Soria il detto Casano, poco tempo appresso i Saracini si ripresono Gerusalem e l'altre terre di Soria. Il detto Casano fue figliuolo d'Argon Cane, onde addietro in alcuna parte facemmo menzione. Questi fu piccolo e isparuto di sua persona, ma virtudioso fu molto, e savio, e pro' di sua persona, e aveduto in guerra, cortesissimo e largo donatore, amico grandissimo de' Cristiani, e elli e molti di sua buona gente si fece per la fede di Cristo battezzare. E la cagione perché Casano divenne Cristiano nonn-è da tacere, ma da farne notabile memoria in questo nostro trattato a deficazione della nostra fede, per lo bello miracolo ch'avenne. Quando Casano fu fatto imperadore, si fece cercare per avere moglie per la più bella femmina che si trovasse, non guardandosi per tesoro o per altro, e però mandò suoi ambasciadori per tutto levante; e trovandosi la più bella la figliuola del re d'Erminia, e quella adimandata, il padre l'acettò, in quanto piacesse a la pulcella. Quella molto savia rispuose ch'era contenta al piacere del padre, salvo ch'ella volea essere libera di potere adorare e coltivare il nostro signore Gesù Cristo, bene che 'l marito fosse pagano; e così fu promesso e accettato per gli ambasciadori di Casano. Il re d'Erminia mandò la figliuola con frate Aiton suo fratello, e con altri frati e religiosi, e con ricca compagnia di cavalieri, e donne, e damigelle; e venuta a Casano, molto gli piacque, e fu in sua grazia e amore, e assai tosto concepette di lui, e al tempo debito partorìo, come piacque a·dDio, la più orda e orribile creatura che mai fosse veduta, e quasi per poco nonn-avea forma umana. Casano contristato di ciò, tenne consiglio co' suoi savi, per gli quali fu diliberato che la donna avea commesso avolterio, e fu giudicata ch'ella colla sua creatura fosse arsa. E apparecchiato il fuoco in presenza di Casano, a cui molto ne doleva, e di tutto il popolo della città, la donna chiese grazia di volere sua confessione e comunione, sì come fedele Cristiana, e la creatura battezzare e fare Cristiano. Fu conceduta la grazia, e come la creatura fu battezzata nel nome del Padre, e del Filio, e del santo Spirito, in presenza del padre e di tutto il popolo, incontanente il fanciullo divenne il più bello e grazioso che mai fosse veduto. Del detto miracolo Casano fu molto allegro, e con gran festa la 'mperadrice e 'l figliuolo furono diliberi da morte; e Casano e tutto il popolo si battezzarono e feciono Cristiani. E non voglio che tu lettore ti maravigli perché scriviamo che Casano fosse quasi con CCm Tartari a cavallo, che il vero fu così, e ciò sapemmo da uno nostro Fiorentino e vicino di casa i Bastari, nudrito infino piccolo fanciullo in sua corte, e di qua per lui al papa e a' re de' Cristiani venne per ambasciadore con altri de' Tarteri, che ciò testimonò e a noi disse. E nonn-è da maravigliare però, però che quasi tutti i Tarteri vanno a cavallo e nonne a piè; e' loro cavagli sono piccoli, e mai non bisogna loro ferro in piè, né orzo né altra biada, ma vivono d'erbaggio e di fieno, lasciandogli pascere come pecore; e uno de' Tarteri ne mena seco X o XX o più de' detti cavagli, secondo ch'è possente; e va l'uno dietro a l'altro sanza altra guida; e sono con sottili briglie sanza freno, e povera sella d'una bardella e piccole scaglie incamutate. Armati sono di cuoio cotto e d'archi e saette; e vivonsi di carne cruda o poco cotta, e di pesce, e di sangue di bestie, e latte e burro con poco pane, e le più volte sanza pane; e quando hanno sete e non trovassono acqua, segnano l'uno de' loro cavagli e beonsi il sangue, e ispesso l'uccidono e 'l si mangiano; e giacciono e dormono sanza letto, se non il tappeto sopra la terra, e sempre stanno a campo, e molto sono obbedienti e fedeli al loro signore, e fieri e crudeli in arme, sì che al signore de' Tarteri è più leggere di menare seco in oste CCm de' Tarteri a cavallo, che non sarebbe al re di Francia Xm. Avemo sì lungo detto de' costumi de' Tarteri per trarre d'ignoranza coloro che di loro fatti non sanno; ma chi più ne vorrà sapere legga il trattato di frate Aiton d'Erminia e i·libro del Milione di Vinegia, come in altra parte in questo libro avemo detto.
XXXVI
Come papa Bonifazio VIII diè perdono a tutti i Cristiani ch'andassono a Roma l'anno del giubileo MCCC.
Negli anni di Cristo MCCC, secondo la Nativitade di Cristo, con ciò fosse cosa che si dicesse per molti che per adietro ogni centesimo d'anni della Natività di Cristo il papa ch'era in que' tempi facie grande indulgenza, papa Bonifazio VIII, che allora era appostolico, nel detto anno a reverenza della Natività di Cristo fece somma e grande indulgenza in questo modo: che qualunque Romano visitasse infra tutto il detto anno, continuando XXX dì, le chiese de' beati appostoli santo Pietro e santo Paolo, e per XV dì l'altra universale gente che non fossono Romani, a tutti fece piena e intera perdonanza di tutti gli suoi peccati, essendo confesso o si confessasse, di colpa e di pena. E per consolazione de' Cristiani pellegrini ogni venerdì o dì solenne di festa si mostrava in Santo Piero la Veronica del sudario di Cristo. Per la qual cosa gran parte de' Cristiani ch'allora viveano feciono il detto pellegrinaggio così femmine come uomini, di lontani e diversi paesi, e di lungi e d'apresso. E fue la più mirabile cosa che mai si vedesse, ch'al continuo in tutto l'anno durante avea in Roma oltre al popolo romano CCm pellegrini, sanza quegli ch'erano per gli cammini andando e tornando, e tutti erano forniti e contenti di vittuaglia giustamente, così i cavagli come le persone, e con molta pazienza, e sanza romori o zuffe: ed io il posso testimonare, che vi fui presente e vidi. E de la offerta fatta per gli pellegrini molto tesoro ne crebbe a la Chiesa e a' Romani: per le loro derrate furono tutti ricchi. E trovandomi io in quello benedetto pellegrinaggio ne la santa città di Roma, veggendo le grandi e antiche cose di quella, e leggendo le storie e' grandi fatti de' Romani, scritti per Virgilio, e per Salustio, e Lucano, e Paulo Orosio, e Valerio, e Tito Livio, e altri maestri d'istorie, li quali così le piccole cose come le grandi de le geste e fatti de' Romani scrissono, e eziandio degli strani dell'universo mondo, per dare memoria e esemplo a quelli che sono a venire presi lo stile e forma da·lloro, tutto sì come piccolo discepolo non fossi degno a tanta opera fare. Ma considerando che la nostra città di Firenze, figliuola e fattura di Roma, era nel suo montare e a seguire grandi cose, sì come Roma nel suo calare, mi parve convenevole di recare in questo volume e nuova cronica tutti i fatti e cominciamenti della città di Firenze, in quanto m'è istato possibile a ricogliere, e ritrovare, e seguire per innanzi istesamente in fatti de' Fiorentini e dell'altre notabili cose dell'universo in brieve, infino che fia piacere di Dio, a la cui speranza per la sua grazia feci la detta impresa, più che per la mia povera scienza. E così negli anni MCCC tornato da Roma, cominciai a compilare questo libro a reverenza di Dio e del beato Giovanni, e commendazione della nostra città di Firenze.
XXXVII
Come il conte Guido di Fiandra con due suoi figliuoli s'arendeo al re di Francia. e come furono ingannati e messi in pregione.
Nel detto anno, del mese di maggio, essendo ad oste sopra Fiandra messer Carlo di Valos, fratello del re Filippo di Francia, il conte Guido di Fiandra molto anziano e vecchio, fece trattato co·llui di venire con due suoi maggiori figliuoli a la misericordia del re di Francia, rendendoli paceficamente il rimanente della terra di Fiandra ch'egli tenea. Il detto messer Carlo promise che se ciò facesse di fargli fare grazia, e rendere la pace dal re, e ristituirlo in suo stato; il quale conte s'affidòe a·llui, e gli rendé Bruggia e Guanto e l'altre terre di Fiandra, e con Ruberto e Guiglielmo suoi figliuoli vennero col detto messer Carlo a Parigi, e gittarsi a la misericordia, e a' piè del re; il quale re per malvagio consiglio, non asseguendo cosa che a·lloro fosse promessa, sanza nulla grazia gli fece mettere in pregione. Per lo quale tradimento e dislealtà grande male ne venne a la casa di Francia e a' Franceschi in brieve tempo appresso, come Innanzi la nostra storia de' fatti di Fiandra farà menzione.
XXXVIII
Come si cominciò parte nera e bianca prima nella città di Pistoia.
In questi tempi essendo la città di Pistoia in felice e grande e buono stato secondo il suo essere, e intra gli altri cittadini v'avea uno lignaggio di nobili e possenti che si chiamavano i Cancellieri, non però di grande antichità, nati d'uno ser Cancelliere, il quale fu mercatante e guadagnò moneta assai, e di due mogli ebbe più figliuoli, i quali per la loro ricchezza tutti furono cavalieri, e uomini di valore e da bene; e di loro nacquero molti figliuoli e nipoti, sì che in questo tempo erano più di C uomini d'arme, ricchi e possenti e di grande affare, sicché non solamente i maggiori di Pistoia, ma de' più possenti legnaggi di Toscana. Nacque tra·lloro per la soperchia grassezza, e per susidio del diavolo, isdegno e nimistà tra 'l lato di quelli ch'erano nati d'una donna a quelli dell'altra; e l'una parte si puosono nome i Cancellieri neri, e l'altra i bianchi. E crebbe tanto che si fedirono insieme, non però di cosa innorma, e fedito uno di que' del lato de' cancellieri bianchi, que' del lato de' Cancellieri neri per avere pace e concordia co·lloro mandarono quegli ch'avea fatta l'offesa a la misericordia di coloro che·ll'aveano ricevuta, che ne prendessono l'amenda e vendetta a·lloro volontà; i quali del lato de' Cancellieri bianchi ingrati e superbi, non avendo in loro pietà né carità, la mano dal braccio tagliaro in su una mangiatoia a quegli ch'era venuto a la misericordia. Per lo quale cominciamento e peccato non solamente si divise la casa de' Cancellieri, ma più micidi ne nacquero tra·lloro, e tutta la città di Pistoia se ne divise, che l'uno tenea coll'una parte e l'altro coll'altra, e chiamavansi parte bianca e nera, dimenticata tra·lloro parte guelfa e ghibellina; e più battaglie cittadine, con molti pericoli e micidi, ne nacquero e furono in Pistoia; e non solamente in Pistoia, ma poi la città di Firenze e tutta Italia contaminaro le dette parti, come innanzi potrete intendere e sapere. I Fiorentini per tema che per le dette parti di Pistoia non surgesse rubellazione de la terra a sconcio di parte guelfa, s'intramisono d'aconciargli insieme, e presono la signoria della terra, e l'una parte e l'altra de' Cancellieri trassono di Pistoia, e mandarono a' confini in Firenze. La parte de' Neri si ridussono a casa de' Frescobaldi Oltrarno, e la parte de' Bianchi si ridussono a casa i Cerchi nel Garbo, per parentadi ch'aveano tra·lloro. Ma come l'una pecora malata corrompe tutta la greggia, così questo maladetto seme uscito di Pistoia, istando in Firenze corruppono tutti i Fiorentini e partiro, che prima tutte le schiatte e' casati de' nobili, l'una parte tenea e favorava l'una parte, e gli altri l'altra, e appresso tutti i popolari. Per la qual cosa e gara cominciata, non che i Cancellieri per gli Fiorentini si racconciassono insieme, ma i Fiorentini per loro furono divisi e partiti, multiplicando di male in peggio, come seguirà appresso il nostro trattato.
XXXIX
Come la città di Firenze si partì e si sconciò per le dette parti bianca e nera.
Nel detto tempo essendo la nostra città di Firenze nel maggiore stato e più felice che mai fosse stata dapoi ch'ella fu redificata, o prima, sì di grandezza e potenza, e sì di numero di genti, che più di XXXm cittadini avea nella cittade, e più di LXXm distrittuali d'arme avea in contado, e di nobilità di buona cavalleria e di franco popolo e di ricchezze grandi, signoreggiando quasi tutta Toscana; il peccato della ingratitudine, col susidio del nimico dell'umana generazione, de la detta grassezza fece partorire superba corruzzione, per la quale furono finite le feste e l'alegrezze de' Fiorentini, che infino a que' tempi stavano in molte delizie, e morbidezze, e tranquillo, e sempre in conviti, e ogn'anno quasi per tutta la città per lo calen di maggio si faceano le brigate e le compagnie d'uomini e di donne, di sollazzi e balli. Avenne che per le 'nvidie si cominciarono tra' cittadini le sette; e una principale e maggiore s'incominciò nel sesto dello scandalo di porte San Piero, tra quegli della casa de' Cerchi e quegli de' Donati, l'una parte per invidia, e l'altra per salvatica ingratitudine. De la casa de' Cerchi era capo messer Vieri de' Cerchi, e egli e quegli di sua casa erano di grande affare, e possenti, e di grandi parentadi, ricchissimi mercatanti, che la loro compagnia era de le maggiori del mondo; uomini erano morbidi e innocenti, salvatichi e ingrati, siccome genti venuti di piccolo tempo in grande stato e podere. Della casa de' Donati era capo messer Corso Donati, e egli e quelli di sua casa erano gentili uomini e guerrieri, e di non soperchia ricchezza, ma per motto erano chiamati Malefami. Vicini erano in Firenze e in contado, e per la conversazione de la loro invidia co la bizzarra salvatichezza nacque il superbio isdegno tra·lloro, e maggiormente si raccese per lo mal seme venuto di Pistoia di parte bianca e nera come nel lasciato capitolo facemmo menzione. E' detti Cerchi furono in Firenze capo della parte bianca, e co·lloro tennero della casa degli Adimari quasi tutti, se non se il lato de' Cavicciuli; tutta la casa degli Abati, la quale era allora molto possente, e parte di loro erano Guelfi e parte Ghibellini; grande parte de' Tosinghi, ispezialmente il lato del Baschiera; parte di casa i Bardi, e parte de' Rossi, e così de' Frescobaldi, e parte de' Nerli e de' Mannelli, e tutti i Mozzi, ch'allora erano molto possenti di ricchezza e di stato, tutti quegli della casa degli Scali, e la maggiore parte de' Gherardini, tutti i Malispini, e gran parte de' Bostichi, e Giandonati, de' Pigli, e de' Vecchietti, e Arrigucci, e quasi tutti i Cavalcanti, ch'erano una grande possente casa, e tutti i Falconieri, ch'erano una possente casa di popolo. E co·lloro s'accostarono molte case e schiatte di popolani e artefici minuti, e tutti i grandi e popolani ghibellini; e per lo séguito grande ch'aveano i Cerchi il reggimento della città era quasi tutto in loro podere. De la parte nera furono tutti quegli della casa de' Pazzi quasi principali co' Donati, e tutti i Visdomini, e tutti i Manieri, e' Bagnesi, e tutti i Tornaquinci, e gli Spini, e' Bondelmonti, e' Gianfigliazzi, Agli, e Brunelleschi, e Cavicciuoli, e l'altra parte de' Tosinghi, e tutto il rimanente; e parte di tutte le case guelfe nominate di sopra, ché quegli che non furono co' Bianchi per contrario furono co' Neri. E così de le dette due parti tutta la città di Firenze e 'l contado ne fu partita e contaminata. Per la qual cagione la parte guelfa, per tema che le dette parti non tornassono in favore de' Ghibellini, sì mandarono a corte a papa Bonifazio, che·cci mettesse rimedio. Per la qual cosa il detto papa mandò per messer Vieri de' Cerchi, e come fue dinanzi a·llui, sì 'l pregò che facesse pace con messer Corso Donati e colla sua parte, rimettendo in lui le differenze, e promettendoli di mettere lui e' suoi in grande e buono stato, e di fargli grazie spirituali come sapesse domandare. Messere Vieri tutto fosse nell'altre cose savio cavaliere, in questo fu poco savio, e troppo duro e bizzarro, che della richesta del papa nulla volse fare, dicendo che non avea guerra con niuno; onde si tornò in Firenze, e 'l papa rimase molto isdegnato contro a·llui e contro a sua parte. Avenne poco appresso che andando a cavallo dell'una setta e dell'altra per la città armati e in riguardo, che con parte de' giovani de' Cerchi era Baldinaccio degli Adimari, e Baschiera de' Tosinghi, e Naldo de' Gherardini, e Giovanni Giacotti Malispini co·lloro seguaci più di XXX a cavallo; e cogli giovani de' Donati erano de' Pazzi, e Spini, e altri loro masnadieri; la sera di calen di maggio, anno MCCC, veggendo uno ballo di donne che si facea nella piazza di Santa Trinita, l'una parte contra l'altra si cominciarono a sdegnare, e a pignere l'uno contro a l'altro i cavagli, onde si cominciò una grande zuffa e mislea, ov'ebbe più fedite, e a Ricoverino di messer Ricovero de' Cerchi per disaventura fu tagliato il naso dal volto; e per la detta zuffa la sera tutta la città fu per gelosia sotto l'arme. Questo fue il cominciamento dello scandalo e partimento della nostra città di Firenze e di parte guelfa, onde molti mali e pericoli ne seguiro appresso, come per gli tempi faremo menzione. E però avemo raccontato così stesamente l'origine di questo cominciamento de le maladette parti bianca e nera, per le grandi e male sequele che ne seguiro a parte guelfa e a' Ghibellini, e a tutta la città di Firenze, eziandio a tutta Italia: e come la morte di messer Bondelmonte il vecchio fu cominciamento di parte guelfa e ghibellina, così questo fue il cominciamento di grande rovina di parte guelfa e della nostra città. E nota che l'anno dinanzi a queste novitadi erano fatte le case del Comune, che cominciano a piè del ponte Vecchio sopra l'Arno verso il castello Altrafonte, e per ciò fare si fece il pilastro a piè del ponte, e convenne si rimovesse la statua di Marte; e dove guardava prima verso levante, fu rivolta verso tramontana, onde per l'agurio degli antichi fu detto: "Piaccia a·dDio che la nostra città non abbia grande mutazione".
XL
Come il cardinale d'Acquasparta venne per legato del papa per racconciare Firenze, e non lo potéo fare.
Per le sopradette novitadi e sette di parte bianca e nera, i capitani della parte guelfa e il loro consiglio, temendo che per le dette sette e brighe parte ghibellina non esaltasse in Firenze, che sotto titolo di buono reggimento già ne facea il sembiante, e molti Ghibellini tenuti buoni uomini erano cominciati a mettere in su gli ufici, e ancora quegli che teneano parte nera, per ricoverare loro stato, sì mandarono ambasciadori a corte a papa Bonifazio a pregarlo che per bene della cittade e di parte di Chiesa vi mettesse consiglio. Per la qual cosa incontanente il papa fece legato a·cciò seguire frate Matteo d'Acquasparta, suo cardinale Portuense, dell'ordine de' minori, e mandollo a Firenze, il quale giunse in Firenze del seguente mese di giugno del detto anno MCCC, e da' Fiorentini fu ricevuto a grande onore. E lui riposato in Firenze, richiese balìa al Comune di pacificare insieme i Fiorentini; e per levare via le dette parti bianca e nera volle riformare la terra, e raccomunare gli ufici, e quegli dell'una parte e dell'altra ch'erano degni d'essere priori mettere in sacchetti a sesto a sesto, e trargli di due in due mesi, come venisse la ventura; che per le gelosie de le parti e sette incominciate non si facea lezione de' priori per le capitudini dell'arti, che quasi la città non si commovesse a sobuglio, e talora con grande apparecchiamento d'arme. Quegli della parte bianca che guidavano la signoria de la terra, per tema di non perdere loro stato e d'essere ingannati dal papa e dal legato per la detta riformazione, presono il peggiore consiglio e non vollono ubbidire; per la qual cosa il detto legato prese isdegno, e tornossi a corte, e lasciò la città di Firenze scomunicata e interdetta.

Edizione HTML a cura di: [email protected]

Ultimo Aggiornamento:12/07/05 23:09