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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

NUOVA CRONICA

Tomo Secondo

Di: Giovanni Villani

 

LIBRO UNDECIMO (185-227)

CLXXXV
Come i Fiorentini presono la signoria di Pistoia.
Nel detto anno, il dì seguente la festa di sa·Iacopo, essendo in Pistoia in grande sospetto e gelosia della signoria della terra, che parte de' cittadini ch'amavano di ben vivere, voleano la signoria de' Fiorentini, e parte voleano rimanere liberi; i Fiorentini avendo ciò sentito, di que' dì per lo detto sospetto mandata di loro gente in Pistoia, in quantità di Vc cavalieri e MD pedoni, e' feciono correre la terra gridando: "Vivano i Fiorentini!", sanza fare nulla ruberia né altro malificio. Per la qual cosa i Pistolesi per solenne consiglio, non potendo altro, diedono la signoria al Comune e popolo di Firenze per uno anno; e riformata la terra ne mandarono fuori più di C confinati, e gran parte di Guelfi ritornarono in Pistoia, che' più erano contradi a la signoria de' Fiorentini, per volere tiranneggiare la terra, e torre lo stato a' cavalieri de' Panciatichi e Muli e Gualfreducci ghibellini, fatti cavalieri per lo popolo di Firenze, e a·lloro seguaci, parendo loro che i Fiorentini gli mantenessono in maggiore stato per le promesse fatte, che non parea agl'ingrati Guelfi rimessi in Pistoia per gli Fiorentini. E poi appresso, innanzi che fosse mezzo l'anno, parendo a' Pistolesi che' Fiorentini gli trattassono benignamente, e manteneangli in pacefico stato e sanza gravezze, di loro buona volontà feciono sindachi due di loro anziani, e mandargli a Firenze a dare la guardia e signoria della terra liberamente a' Fiorentini per due anni, oltre a la prima dazione; e' Fiorentini la presono e solennemente l'ordinarono, eleggendo loro le podestadi forestieri di VI in VI mesi, e uno capitano della guardia grande popolano di Firenze di tre in tre mesi, con VI cavagli e L fanti, e uno conservadore di pace forestiere con X cavagli e C fanti, e la podestà di Serravalle e due castellani de le rocche fiorentini. E in Firenze elessono XII buoni popolani di tre in tre mesi, a cui diedono piena balìa della governazione di Pistoia, e delle riformazioni delle signorie co' priori di Firenze insieme, e ciò fu in mezzo gennaio; e poi all'uscita del febbraio seguente i Fiorentini vi feciono cominciare uno bello e forte castello da la parte de la terra di verso Firenze per più sicurtà della terra, il quale si compié, e misonvi guardie e castellani con C fanti alle spese de' Pistolesi; e oltre a·cciò CCC fanti a la guardia de la terra.
CLXXXVI
Come i Sanesi osteggiarono e sconfissono i conti da Santa Fiore, e' Pisani ebbono Massa.
Nella detta state i Sanesi feciono oste sopra i conti da Santa Fiore, e gli Orbitani sopra quegli da Baschia in Maremma, e feciono loro grande danno. Ed essendo i detti Sanesi all'assedio d'Arcidosso, i conti da Santa Fiore con CC cavalieri tedeschi avuti da Lucca, e con tutto loro isforzo, vennono per soccorrere il detto castello, e furono sconfitti da' Sanesi; e poi ebbono il detto castello i Sanesi. E in questo stante dell'oste de' Sanesi i Massetani si rubellarono dalla loro signoria, e cacciarono di Massa la podestà di Siena, e la casa de' Ghiozzi e loro seguaci e parte, e dieronsi a' Pisani.
CLXXXVII
Come i Catalani co·lloro armata vennono sopra Genova, per la qual cosa i Genovesi co' loro usciti feciono pace.
Nel detto anno, a l'entrante d'agosto, i Catalani con armata di XLII galee e XXX legni armati vennono nella riviera di Genova e di Saona, e arsonvi più castegli e ville e manieri, e feciono danno grande; né però i Genovesi né que' di Saona non s'ardirono di contastargli, per cagione ch'erano male in ordine e peggio in accordo i Guelfi d'entro e' Ghibellini di fuori, ch'erano in Saona. E fatto per gli Catalani la detta vergogna e dammaggio a' Genovesi e a' loro usciti, se n'andarono sani e salvi in Sardigna. Per la detta venuta de' Catalani i Genovesi d'entro e que' di fuori parendo loro avere di ciò grande vergogna, cercarono di fare pace tra·lloro; e l'una parte e l'altra mandarono grande e ricca ambasceria a Napoli al re Ruberto, commettendogli le loro questioni, e pregandolo gli pacificasse insieme: il quale re Ruberto diede fine a la detta pace a dì VIII di settembre MCCCXXXI, con patti che gli usciti tornerebbono tutti in Genova, e rendebbono tutte le fortezze di Saona e della riviera che teneano al Comune; e feciono loro signore il detto re Ruberto di concordia di tutti que' d'entro e que' di fuori, oltre al termine ch'egli l'avea in signoria da' Guelfi d'entro per III anni, e dandogli alle spese del Comune CCC cavalieri e Vc sergenti a la guardia della terra e del suo vicario, e 'l Castello di Peraldo sopra Genova, e promisono d'essere contro al Bavero, e contro al re Giovanni, e contro a ogn'altro signore che passasse in Italia contra il volere del papa e della Chiesa e del re Ruberto, rimanendo liberi Ori e Spinoli della guerra del re Ruberto a don Federigo che tenea Cicilia, d'aoperarne a·lloro volontà d'atare l'una parte e l'altra, come a·lloro piacesse; però ch'uno d'Oria era amiraglio di quello di Cicilia, e uno Spinola del re Ruberto. E i Fiorentini mise il re Ruberto nella detta pace, che gli usciti si teneano per nimici de' Fiorentini, per l'aiuto ch'eglino aveano fatto al detto re contra loro, quand'erano all'assedio di Genova. La quale pace poco piacque al re, dubitando forte della potenzia de' Ghibellini tornando nella città, e assai il mostrò a' Guelfi; ma eglino la pur vollono. E poi di gennaio MCCCXXXIII prolungarono la signoria di Genova al re Ruberto per V anni, la qual pace e signoria per lo re poco tempo durò, che i Ghibellini la ruppono, e cacciarne fuori i Guelfi, e tolsono la signoria del re, come innanzi per gli tempi si farà menzione.
CLXXXVIII
Come il legato di Lombardia fece assediare la città di Forlì, e s'arendé a·llui.
Nel detto anno, del mese d'agosto, il legato del papa ch'era in Bologna fece fare oste a la città di Forlì in Romagna, la quale oste fece con forza di MVc cavalieri e popolo grandissimo; e fecevi porre battifolli perché non faceano le sue comandamenta, e aveano cacciato il suo vicario e tesoriere. E' Fiorentini, con tutto fossono indegnati contro al legato per l'amistà e compagnia ch'avea presa col re Giovanni, sì pur mandarono in aiuto della Chiesa ne la detta oste C cavalieri, e istettevi la detta oste infino all'uscita d'ottobre. E poi partita l'oste, per patti s'arrenderono al legato a dì XXI di novembre sotto certi patti e convenzioni, cioè di torre suo vicario e tesoriere, e pagare il censo solamente; ma le masnade de' loro cavalieri a la guardia della terra vollono eleggere que' della terra di Forlì a·lloro volontà, giurando ubbidenza del detto legato.
CLXXXIX
Come il duca d'Attene passò in Romania con gente d'arme e non poté aquistare niente.
Nel detto anno, del mese d'agosto all'uscita, il duca d'Attena, cioè conte di Brenna, si partì da Brandizio, e passò in Romania con VIIIc cavalieri franceschi menati di Francia gentili uomini, e Vm pedoni toscani al soldo vestiti insieme, la quale fu molto buona e bella gente d'arme, per racquistare sua terra che gli occupavano que' della compagna. E co' detti cavalieri il seguirono molta gente del regno di Puglia. E come fu di là, prese la terra dell'Arta, e molto del paese, casali e ville; e se i suoi nimici fossono venuti a battaglia di campo co·llui, di certo avrebbe racquistato suo paese e avuta vittoria, ch'egli avea seco molta buona cavalleria da tenere campo a tutti quegli di quella Romania, Latini e Greci. Ma que' della compagnia maestrevolemente si tennono alla guardia delle fortezze, e non vollono uscire a battaglia. Per la qual cosa la cavalleria e gente del duca usi a grandi spese per lo bistento e lungo dimoro non potendo avere battaglia, istraccarono e non poterono durare; e tornò in vano la 'mpresa del duca, che gli era costata grande tesoro, e per necessità si partirono tutti del paese col duca insieme. Dissesi per gli savi infino che si mosse, che se vi fosse ito con meno gente e di meno costo tegnendosi a guerra guerriata e rinfrescata gente, vincea suo paese e avea onore della 'mpresa.
CXC
D'avenimenti di guerra da noi a que' di Lucca, onde morì messere Filippo Tedici di Pistoia.
Nel detto anno, a dì XIIII di settembre, essendo quegli di Buggiano a·ffare loro vendemmie con guardia di LXX cavalieri di que' di Lucca, la nostra gente di Valdinievole, intorno di CL cavalieri e pedoni assai, uscirono loro adosso e sconfissongli e cacciarono infino al borgo di Buggiano. In questa caccia, com'era ordinato, vennono da CC de' loro cavalieri da Pescia, e trovando i nostri sparti e seguendo i nimici, percossono loro adosso e sconfissongli, e rimasono de' nostri presi V conastaboli, e da L e più cavalieri. E poi a dì XXI del detto mese, partendosi di Lucca CC cavalieri e M pedoni a la condotta di messer Filippo de' Tedici di Pistoia per pigliare il castello di Popiglio de la montagna di Pistoia, che dovea loro essere dato, e iscesi i cavalieri a piè, perch'era stretto luogo, entrarono nel castello lasciando di fuori i cavagli. Quegli del castello che non sentirono il trattato francamente gli ripinsono fuori; que' del paese d'intorno trassono a' valichi e a' forti passi delle montagne, e presono i loro cavagli e misongli in isconfitta; e fuvi morto da' villani, com'era degno, il detto messer Filippo traditore di Pistoia e più altra buona gente, e presi più di C cavagli. E poi il marzo vegnente que' di Lucca ch'erano in Buggiano misono aguato per pigliare Massa in Valdinievole. Per la gente de' Fiorentini ch'erano in Montecatini, sentito, uscirono loro adosso e sconfissongli, e rimasono di loro assai presi e morti, e IIII bandiere da cavallo ne vennono prese a Firenze. E così va di guerra guerriata, che talora nell'uno luogo si perde e nell'altro si guadagna.
CXCI
Come il marchese di Monferrato tolse Tortona al re Ruberto.
Nel detto anno, del mese di settembre, il marchese di Monferrato con sua forza entrò ne' borghi e terra di Tortona in Piemonte, la quale gli fu data da' cittadini; e la gente che v'era dentro per lo re Ruberto, ond'era capitano messere Galeasso fratello bastardo del detto re, e' si ridussono nella città e rocca di sopra, e poi non potendo tenere la città di sopra che non era bene fornita, sì·ll'abandonarono co·lloro vergogna, e rimase alla signoria del marchese.
CXCII
Come il fiume del Po ruppe gli argini di Mantovani.
Nel detto anno, del mese d'ottobre, crebbe il fiume del Po in Lombardia sì diversamente, che ruppe in più parti degli argini di mantovana e di ferrarese, e guastò molto paese, e morirvi anegando Xm persone tra piccoli e grandi.
CXCIII
Quando si ricominciò a lavorare la chiesa di Santa Reparata di Firenze, e fu grande dovizia quello anno.
Nel detto anno e mese d'ottobre, essendo la città di Firenze in assai tranquillo e buono stato, si ricominciò a lavorare la chiesa maggiore di Santa Reparata di Firenze, ch'era stata lungo tempo vacua e sanza nulla operazione per le varie e diverse guerre e ispese avute la nostra città, come adietro s'è fatta menzione, e diessi in guardia per lo Comune la detta opera all'arte della lana, acciò che più l'avanzasse, e istanziòvi il Comune gabella di danari II per libbra d'ogni danaro ch'uscisse di camera del Comune, come anticamente era usato, e oltre a·cciò ordinarono una gabella di danari IIII per libbra sopra ogni gabelliere della somma che comperasse gabella dal Comune, le quali due gabelle montavano l'anno libbre XIIm di piccioli. E' lanaiuoli ordinarono ch'ogni fondaco e bottega di tutti gli artefici di Firenze tenessono una cassettina ove si mettessono il danaro di Dio, di ciò che si vendesse e comperasse; e montava l'anno al cominciamento libbre IIm. E di queste entrate si forniva la detta opera. E in questo anno fu in Firenze grande divizia e ubertà di vittuaglia; e valse lo staio del grano colmo soldi VIII di piccioli di libbre tre il fiorino d'oro, che fu tenuto gran maraviglia alla disordinata carestia stata l'anno del MCCCXXVIIII e poi del MCCCXXX, come dicemmo adietro. E in questi tempi si feciono in Firenze molti buoni ordini e adirizzamento sopra ogni vittuaglia, e ogni carne e pesce si dovesse vendere a peso, e ogni volatio certo pregio convenevole; e sopra·cciò vi feciono uficiale, e misono pene chi non l'osservasse.
CXCIV
Di guerra che fu mossa in Buemmia al re Giovanni.
Nel detto anno, del mese di novembre, essendo il re Giovanni andato in Buemmia, raunò suo isforzo coll'aiuto dell'arcivescovo di Trievi suo zio e del dogio di Chiarentana suo cognato, e trovossi con più di Vm cavalieri, per cagione che 'l re di Pollonia e lo re d'Ungheria e 'l dogio d'Ostericchi suoi nimici, e ancora con ordine del Bavero, che per le 'mprese sue di Italia gli voleva male, e·re d'Ungheria a petizione del re Ruberto e suo zio, e genero del re di Pollonia, aveano raunato grande esercito di più di XVm cavalieri tra Tedeschi e Ungheri per cavalcare in su i·reame di Buemmia e guastarlo. Le quali osti istettono afrontati più giorni sopra la riviera di... ciascuno dalla sua parte; poi per le 'mprese del re Giovanni gli convenne partire per andare in Francia. Per la qual cosa il re Giovanni da' savi fu tenuto folle di cercare nuove imprese in Italia per lasciare in periglio il suo reame. Ma tutto ciò facea a petizione del re di Francia per certi grandi intendimenti, come per lo 'nanzi leggendo si potrà comprendere. E partito lui di Boemmia, i suoi nimici valicarono in suo reame, e per due volte sconfissono la gente del re Giovanni con grande guastamento di suo paese; e più l'avrebbono guasto, se non fosse la forte vernata che gli fece partire.
CXCV
Come il re di Francia promise di fare il passaggio oltremare.
Nel detto anno, per la pasqua della Natività di Cristo, il re Filippo di Francia piuvicò in Parigi dinanzi a' suoi baroni e prelati com'egli imprendea di fare il passaggio d'oltremare per racquistare la Terrasanta dal marzo vegnente a due anni, domandando a' prelati e comunanze di suo reame aiuto e susidio di moneta; e richiese i duchi e' conti e' baroni che s'ordinassono d'andare co·llui; e mandò suoi ambasciadori a Vignone a papa Giovanni a notificare a·llui e a' suoi cardinali la sua impresa, richeggendo la Chiesa per XXVII capitoli grandi susidii e grazie e vantaggi, intra' quali ebbe di molti sconvenienti e oltraggiosi. Intra gli altri volea tutto il tesoro de la Chiesa e le decime di tutta Cristianità per VI anni, pagando in tre, e in suo reame le 'nvestiture e promutazioni d'ogni benificio eccresiastico; e domandava titolo del reame d'Arli e di Vienna per lo figliuolo; e che d'Italia volea la signoria per messere Carlotto suo fratello. Perché 'l papa né' suoi cardinali la maggiore parte non gli vollono accettare, rispondendo che passati erano XL anni che i suoi anticessori aveano aute le decime del reame per lo passaggio, e consumatele in altre guerre contra i Cristiani, ma che·re seguisse sua impresa, e alla sua mossa la Chiesa gli darebbe ogni aiuto che si convenisse temporale e spirituale al sussidio del santo passaggio; per le quali domande e risposte si cominciò alcuno isdegno tra la Chiesa e 'l re di Francia.
CXCVI
Come gli Aretini vollono prendere Cortona.
Nel detto anno, all'uscita di gennaio, messer Piero Saccone de' Tarlati signore d'Arezzo per avere la città di Cortona certo trattato e tradimento ordinò con messer Guccio fratello di messer Rinieri di... che n'era signore, promettendogli più vantaggi; e il detto per discordia ch'avea col fratello, perché nol trattava come volea, aconsentì al detto tradimento. E cavalcarvi gli Aretini di notte, ma discoperto il tradimento, il detto messer Guccio dal fratello fu preso, e de' suoi seguaci cittadini che co·llui intendeano al tradimento, in quantità di più di XXX, furono impiccati a' merli delle mura della terra al di fuori, e il detto messer Guccio fu messo in oscura pregione, nella quale con grande stento, com'era degno, finì sua vita.
CXCVII
Come gli usciti di Pisa vennono sopra Pisa, e come i Fiorentini mandarono loro soccorso.
Nel detto anno, a dì VIIII di gennaio, avendo gli usciti di Pisa, ond'era capo il vescovo che fu d'Ellera in Corsica, fatta lega co' Parmigiani e con certi Ghibellini di Genova, ond'era capo Manfredi de' Vivaldi, che tenne il castello de·Lerici, e ancora con gente di Lucca, i quali furono in quantità di Vc cavalieri e popolo assai, e presono più terre de' Pisani di là dal fiume della Magra, e corsono sopra Serrezzano, e poi vennono iscorrendo infino presso di Pisa. Onde i Pisani furono in grande gelosia e paura di loro cittadini d'entro, amici e partefici di loro usciti; e dì e notte stavano sotto l'arme, e chiuse le porte, dubitando di perdere la terra. Mandarono per più ambasciadori l'uno apresso l'altro al Comune di Firenze pregando che per Dio gli soccorressono, e mandassono di loro cavalieri a la guardia della terra, promettendo d'essere sempre frategli e amici del Comune di Firenze. Per la qual cosa i Fiorentini mandarono loro CC cavalieri, e a Montetopoli, e a l'altre castella de' Fiorentini di Valdarno ne mandarono più di Vc, che a richiesta de' Pisani andassono a Pisa o dove a·lloro bisognasse; e giunti in Pisa i detti cavalieri, i loro usciti si ritrassono, e' Pisani mandarono fuori certi confinati, di cui dubitavano, e la città rimase in pace e sanza sospetto. Il quale servigio de' Fiorentini venne a que' che reggeano Pisa a grande bisogno; che se ciò non fosse stato, di certo si rubellava loro la terra, e mutava stato.
CXCVIII
Come i Bolognesi si diedono liberamente a la Chiesa, e come il legato fece uno castello in Bologna.
Nel detto anno, a dì X di gennaio, per procaccio e segacità del legato di Lombardia che dimorava in Bologna, fece tanto che i Bolognesi si diedono per loro solenni consigli a perpetuo privileggiati e liberi sanza alcuno patto o salvo al papa e a la Chiesa di Roma, promettendo loro, e con simulate lettere di papa Giovanni, che infra uno anno il papa co la corte verrebbe a stare in Bologna; e sotto questo inganno cominciò a fare fare uno forte e magno castello in Bologna alla fine del loro prato in su le mura, dicendo che ciò facea per l'abituro del papa, ordinandolo a ogni atto d'abituro nobilemente a·cciò. E per sé fece fare quasi un altro compreso di castello più infra la terra, pigliando più case di cittadini, dicendo l'abiterebbe egli venuto il papa. E fece segnare tutte le liveree dove dovessono abitare tutti gli altri cardinali. E tutto ciò fu fatto ad arte e simulatamente per fare la detta fortezza per meglio dominare i Bolognesi. I Bolognesi per lo vantaggio che s'aspettavano vegnendo in Bologna la corte, che tutti speravano d'essere ricchi, si lasciarono ingannare, e assentirono che si facessono la detta fortezza e castello in Bologna, e mandarono loro solenni ambasciadori de' maggiori cittadini e sindachi apo Vignone al papa, dandogli per solenne obbrigagione liberamente la signoria, e pregandolo da parte del loro Comune l'avacciamento della sua venuta alla sua città di Bologna. I quali ambasciadori e sindachi dal papa furono ricevuti graziosamente, e accettata per la Chiesa la loro obrigagione, promettendo loro più volte il papa in piuvichi concestori di venire infra l'anno a Bologna fermamente. La quale promessa fu disimulata e infinta, e non s'attenne per lo papa, onde fu ripreso da tutti i Cristiani che 'l seppono, che già promessa di papa non dee essere mendace sanza necessaria cagione, la quale non fu in lui. Ma la divina providenza non dimette la giustizia della sua pulizione a chi manca fede e con frode e inganno; che poco tempo apresso il sopradetto legato compiuto il detto castello, e quando più groliava e trionfava, la sua oste fu sconfitta a Ferrara, e i Bolognesi si rubellarono da la Chiesa, e lui cacciarono di Bologna, e il detto castello tutto disfeciono e abatterono, come innanzi faremo menzione.
CXCIX
Come il legato fu fatto conte di Romagna ed ebbe libera la città di Forlì.
Nell'anno MCCCXXXII papa Giovanni fece conte di Romagna i·legato, e que' di Forlì gli diedono liberamente la signoria de la terra, e entròvi dentro il detto legato con più di MVc cavalieri di sua gente a grande trionfo e onore, con intenzione di vicitare tutte le terre di Romagna, e poi andare ne la Marca; ma rimase, dubitando di Bologna per certe novità ch'aparvono in Lombardia, come poco apresso faremo menzione.
CC
Come il Comune di Firenze ordinò di fare la terra di Firenzuola oltre alpe.
Nel detto anno, avendo i signori Ubaldini disensione e guerra insieme, ciascuna parte a gara mandando al Comune di Firenze di volere tornare a l'ubidienza e a la signoria del Comune, traendogli di bando, per gli Fiorentini fu accettato; ma ricordandosi che per molte volte s'erano riconciliati per simile modo col Comune di Firenze, e poi rubellatisi a·lloro posta e vantaggio, come si può trovare per adietro, si provide per lo detto Comune di fare una grossa e forte terra di là dal giogo dell'alpe in sul fiume del Santerno, acciò che i detti Ubaldini più non si potessono rubellare, e' distrittuali contadini di Firenze d'oltre l'alpe fossono liberi e franchi, ch'erano servi e fedeli de' detti Ubaldini; e chiamarono a fare fare la detta terra sei grandi popolani di Firenze con grande balìa intorno a·cciò. E essendo i detti uficiali in sul palazzo del popolo co' signori priori insieme in grande contasto, come si dovesse nominare la detta terra, e chi dicea uno nome e chi un altro, noi autore di questa opera trovandone tra·lloro, dissi: "Io vi dirò uno nome molto bello e utole, e che si confà a la 'mpresa, però che questa fia terra nuova e nel cuore dell'alpe, e nella forza degli Ubaldini, e presso alle confini di Bologna e di Romagna; e s'ella nonn-ha nome che al Comune di Firenze ne caglia e abbiala cara, a' tempi aversi di guerra che possono avenire, ella fia tolta e rubellata ispesso; ma se·lle porrete il nome ch'io vi dirò, il Comune ne sarà più geloso e più sollecito a la guardia: perch'io la nominerei, quando a voi piacesse, Firenzuola". A questo nome tutti inn-accordo sanza alcuno contasto furono contenti, e il confermarono, e per più aumentare e favorare il suo stato e potenza le diedono per insegna e gonfalone mezza l'arme del Comune, e mezza quella del popolo di Firenze; e ordinarono che la maggiore chiesa di quella terra, conseguendo al nome, si chiamasse San Firenze; e feciono franco chi l'abitasse X anni, recando tutte le genti vicine e ville d'intorno ad abitarla, e traendogli d'ogni bando di Comune; e ordinarvi mercato uno dì della semmana. E cominciossi a fondare al nome di Dio a dì VIII d'aprile del detto anno quasi alle VIII ore del dì, provedutamente per istrolagi, essendo ascendente il segno del Leone, acciò che·lla sua edificazione fosse più ferma e forte, e stabile e potente.
CCI
Come i Turchi per mare guastarono gran parte di Grecia.
Nel detto anno, del mese di maggio e di giugno, i Turchi armarono CCCLXXX tra barche grosse e legni con più di XLm Turchi, e vennono per mare sopra Gostantinopoli, e combatterollo, e avrebbollo avuto, se non fosse l'aiuto de' Latini e Genovesi e Viniziani. E poi guastarono più isole d'Arcipelago, e menarne in servaggio più di Xm Greci; e que' di Negroponte per paura si feciono tributari, onde venne in ponente grande cramore al papa e al re di Francia e agli altri signori de' Cristiani; per la qual cosa s'ordinò per loro che l'anno seguente si facesse armata sopra i Turchi, e così si fece.
CCII
Come que' della Scala tolsono al re Giovanni la città di Brescia e di Bergamo, e come s'ordinò lega da noi a' Lombardi.
Nel detto anno, parendo a' Guelfi della città di Brescia male stare sotto la signoria del re Giovanni, per l'antica nimistà avuta collo imperadore Arrigo suo padre, e per dispetto d'uno forte castello ch'egli avea fatto fare al disopra della terra per tenergli più suggetti, sì trattarono cospirazione e di dare la terra a' signori della Scala da Verona, promettendo loro di mantenergli in loro stato, e di cacciarne la parte ghibellina, che teneano col re Giovanni, e così aseguiro: o che a dì XIIII del mese di giugno cavalcato là messer Mastino della Scala con XIIIIc di cavalieri e popolo grandissimo, e i Guelfi della terra cominciarono il romore con armata mano, gridando: "Muoiano i Ghibellini e il re Giovanni, e vivano i signori della Scala!"; e combattendo contra loro, apersono alcuna porta della terra ch'era in loro podere, e per quella vi misono messer Mastino e sua gente, e cacciarne i Ghibellini e la gente del re Giovanni; e assai ne furono presi e morti, salvo quegli che scamparono nel castello, o si fuggirono della terra. Al quale castello si puose l'assedio, e fu tutto affossato e steccato intorno, e tennesi per la gente del re Giovanni infino a dì IIII del mese di luglio, ch'aspettavano soccorso dal figliuolo del re Giovanni ch'era a Parma, il quale non s'ardì di venire sentendo la potenza di messer Mastino, e ch'egli avea la terra, per la qual cosa s'arenderono, salve le persone. E poi il detto messer Mastino il settembre vegnente per simile modo tolse la città di Bergamo a la gente del re Giovanni, e fecesi la lega già trattata da' detti signori della Scala, e quello di Melano, e quello di Mantova, e' marchesi da Ferrara col re Ruberto e col Comune di Firenze contra al Bavero e al re Giovanni, o chi gli desse aiuto o favore; e avere gli amici per amici, e' nimici di ciascuno per nimici, non traendone imperio né Chiesa. La quale lega fu ordinata di IIIm cavalieri; VIc al re Ruberto e VIc cavalieri al Comune di Firenze, e VIIIc cavalieri a' signori della Scala, e VIc cavalieri al signore di Milano, e CC cavalieri al signore di Mantova, e CC cavalieri a' marchesi da Ferrara, e confermossi per ambasciadori e sindachi con solenni contratti e saramenti. E fu in patti che la lega aterebbe conquistare a messer Azzo di Milano la città di Chermona e 'l borgo a San Donnino, e a' que' della Scala la città di Parma, e al signore di Mantova la città di Reggio, e a' marchesi da Ferrara la città di Modona, e a' Fiorentini la città di Lucca. E nota, lettore, nuova mutazione di secolo, che il re Ruberto capo di parte di Chiesa e de' Guelfi, e simile il Comune di Firenze, allegarsi in compagnia co' maggiori tiranni e Ghibellini d'Italia, e spezialmente con messer Azzo Visconti di Milano, il quale fue al servigio di Castruccio a sconfiggere i Fiorentini ad Altopascio, e poi venire a oste infino a la città di Firenze, come adietro facemmo menzione: ma a·cciò condusse il re Ruberto e' Fiorentini la dubitazione del Bavero e del re Giovanni, e lo sdegno preso col legato per la compagnia fatta col re Giovanni.
La quale lega da cui fu lodata e da cui biasimata, ma a·ccerto ella fu allora lo scampo della città di Firenze e la confusione del re Giovanni e del legato, come innanzi leggendo si troverrà.
CCIII
D'una grande punga fatta sopra Barga, e come i Fiorentini la perdero.
Nel detto anno, essendo i Lucchesi colla gente del re Giovanni all'assedio di Barga in Carfagnana, la quale si tenea per gli Fiorentini, e aveavi intorno più battifolli e bastite con quantità di VIIIc cavalieri e popolo grandissimo, i Fiorentini sentendo ch'a quegli della terra falliva la vittuaglia, fecionvi cavalcare il loro capitano della guerra con tutta la loro cavalleria; e partirsi di Pistoia a dì VII di luglio, e cavalcarono per la via della montagna; e giunti sopra Barga in nulla guisa poterono fornire la terra per le tagliate e fortezze che v'aveano fatte intorno i Lucchesi, e tornarsene adietro con poco onore. Ma poi i Fiorentini volendo vincere la punga feciono compagnia con Ispinetta marchese, tutto fosse Ghibellino, ma nimico era di que' di Lucca, e feciongli grandi vantaggi di moneta, e mandargli CC cavalieri, e egli ne menò di Lombardia da' signori della Scala e di Mantova altri CC, sì che con IIIIc cavalieri e popolo assai giunse in Carfagnana sopra Barga dì XII di settembre, promettendo a' Fiorentini di fornirla per forza. I Fiorentini d'altra parte si mossono di Pistoia a dì VII di settembre in quantità di VIIIc cavalieri e popolo assai, e presono il Cerruglio, e Vivinaia, e Montechiaro con intendimento che' Lucchesi si levassono da Barga; e se a quegli fossono rimasi, e afforzatigli e forniti, a certo aveano vinta la guerra di Lucca, però che sono sì sopra a Lucca, che ogni dì gli poteano correre infino a le porte. Ma veggendo che' Lucchesi non si partivano dall'assedio, anzi quello rinforzaro, e cavalcatovi messer Simone Filippi vicario del re Giovanni con tutta la forza rimasa in Lucca, e fatto venire cavalieri da Parma, i Fiorentini abandonarono il Cerruglio e quell'altre fortezze di sopra Lucca, e cavalcarono in Carfagnana al soccorso di Barga, e a quello pugnarono dall'una parte e Spinetta dall'altra con ogni forza e ingegno; e richeggendo di battaglia messer Simone Filippi, il quale colla sua gente era sì afforzato, che i Fiorentini né Spinetta si poteano loro apressare; e veggendo che·lla terra non si potea più tenere, non volle combattere, onde i Fiorentini perderono la punga, e partirsi e tornarsi a Pistoia, e Spinetta nelle sue terre, e Barga s'arendé a' Lucchesi salve le persone a dì XV d'ottobre. Di questa impresa i Lucchesi montarono assai nella guerra, e' Fiorentini ne calarono; e grande ripitio n'ebbe in Firenze contro a coloro che reggeano la terra; l'una che la 'mpresa fu folle a tenere terra così di lungi e con poco utile, e ispiacque infino al cominciamento a' più de' Fiorentini, e al principio si poteva fornire per ispesa di IIIc fiorini d'oro, e quegli ch'allora erano al priorato nol seppono fare; e poi costò al Comune di Firenze più di Cm fiorini d'oro sanza la vergogna. E nota che sempre è riuscito male al Comune di Firenze a fare le 'mprese isformate e da lungi; e leggendo questa per adietro si troverrà manifesto.
CCIV
Come i Genovesi co·lloro armata corsono la Catalogna.
Nel detto anno, a dì XX d'agosto, si partirono di Genova L galee armate e VI legni di Genovesi per andare sopra i Catalani, per fare vendetta della venuta che feciono l'anno dinanzi sopra la riviera di Genova; e giunti in Catalogna la corsono tutta, le loro riviere, e simile l'isola di Maiolica e di Minorica, e feciono grandi guasti e ruberie in più parti sanza nullo contasto, e presono V galee di Catalani, le quali per paura percossono a terra, e gran parte de la gente lo scamparono, e le galee arsono, e tornarono a Genova sani e salvi a dì XV d'ottobre MCCCXXXII con grande onore.
CCV
Come e perché il Comune di Firenze condannò il Comune di San Gimignano.
Nel detto anno, a dì X di settembre, avendo la podestà di San Gimignano con più gente della terra con bandiere levate corso sopra i loro usciti alla villa di Campo Urbiano del contado di Firenze, e quella villa combatterono e arsono, perché riteneano i loro usciti. Per la quale cosa indegnato il Comune di Firenze feciono citare la detta podestà, overo capitano, con più terrazzani di San Gimignano che furono nella detta cavalcata, e non comparirono; onde fu condannato in Firenze il Comune di San Gimignano in libbre Lm, e la detta podestà, ch'era di Siena, e CXLVII uomini di San Gimignano a essere arsi. E volendo il Comune di Firenze far fare l'eseguizione alle loro masnade, il Comune di San Gimignano chiesono misericordia e perdono, rimettendosi a la mercé del popolo e Comune di Firenze liberamente; per la qual cosa fu loro fatta grazia e perdonato a dì X d'ottobre, ribandendo i loro usciti, e rendendo i loro beni, e amendando a que' di Campo Urbiano ogni loro dammaggio a·lloro stimo e degli ambasciadori di Firenze, ch'andarono a vedere il guasto; e così fu fatto.
CCVI
Come il capitano di Milano ricominciò guerra al legato di Lombardia e al re Giovanni.
Nel detto anno, del mese d'ottobre, messer Azzo di Milano avendo trattato d'avere la città di Chermona, che si tenea per la Chiesa, e cavalcatavi sua gente, ed entratine parte dentro a la terra per una porta ch'a·lloro fu data per gli traditori, per forza combattendo, dalle masnade della Chiesa che v'erano ne furono cacciati fuori, e rimasonne presi e morti. E poi per questa cagione messer Azzo col signore di Mantova con più di MVc cavalieri venne sopra la città di Modona, e istettevi intorno per XX dì guastandola d'intorno. Per la qual cosa in Bologna ebbe gran paura e sospetto, e il legato ch'era in Romagna per andare nella Marca tornò con sua gente a Bologna in grande fretta, e con grande gelosia e paura di perdere Bologna.
CCVII
Di più fuochi apresi nella città di Firenze.
Nel detto anno, a dì XIII di novembre, s'apprese fuoco da San Martino nella via che va in Orto San Michele, e arsono III case e la torre overo palazzo de' Giugni con grande danno di lanaiuoli, che in quelle aveano loro botteghe, e morirvi IIII tra uomini e garzoni. E la sera apresso s'aprese Oltrarno da casa i Bardi, e arsono II case. E quella medesima sera s'apprese al canto di Borgo San Lorenzo, ma poco arse. E poi a dì XVIIII di novembre s'apprese al borgo al Ciriegio, e arse una casa. E a dì XXVI di gennaio di mezzodì s'apprese fuoco contra il campanile vecchio di Santa Reparata da la via di Balla, e arse una casa. E nota che bene si mostra in Firenze la 'nfruenza del pianeto di Mars, che in quella ha potenza, che essendo nel segno del Leone sua tripicitade, è segno di fuoco, che in poco più d'uno anno tanti fuochi s'accesono nella nostra cittade, come appare qui, e poco adietro e innanzi; overo che s'appresono per mala provedenza e guardia; e a questo si dee dare più fede. E non vi maravigliate perché in questo nostro trattato facciamo ricordo d'ogni fuoco apreso nella città di Firenze, che all'altre novità paiono piccolo fatto; ma niuna volta vi s'aprende fuoco, che tutta la città non si commuova, e tutta gente sia sotto l'arme e in grande guardia.
CCVIII
Come l'oste de' marchesi da Ferrara fu sconfitta dal figliuolo del re Giovanni a San Filice.
Nel detto anno, essendo a oste la gente de' marchesi da Ferrara coll'aiuto della lega di Lombardia in quantità di MC cavalieri e popolo assai sopra il castello di San Filice nel contado di Modona, della quale oste era capitano messer Giovanni da Campo Sampiero di Padova, e avendo il detto castello molto stretto con battifolli, Carlo figliuolo del re Giovanni si partì di Parma con sua gente, e venne a Modona per soccorrere il detto castello, e il legato da Bologna mandò la sua cavalleria intorno di VIIIc cavalieri alle frontiere di Modona, comandando loro che a richiesta del detto Carlo fossono contra i marchesi. Il detto Carlo avendo novelle come l'oste de' marchesi era molto sparta e male ordinata, come franco duca, sanza attendere l'aiuto dalla gente del legato, ma tuttora gliene crebbe vigore e baldanza, uscì di Modona con VIIIIc cavalieri molto buona cavalleria e con tutto il popolo di Modona; e giunto all'oste de' nimici subitamente gli assalì, e durò la battaglia dalla nona infino passato vespro molto ritenuta. A la fine la gente de·re Giovanni ebbono la vittoria, e di que' della lega de' Lombardi vi rimasono tra morti e presi più di Vc cavalieri e popolo assai; e rimasevi preso il detto messer Giovanni e molti conostaboli; e ciò fu a dì XXV di novembre del detto anno; onde montò molto la grandezza del re Giovanni, e ancora i·legato ne prese vigore; e perché disamava i marchesi, perché liberamente non gli vollono dare la signoria di Ferrara, e incontanente fece loro muovere guerra, e ardere la villa di Consandoli; e' marchesi, tutto fossono sconfitti, corsono in sul bolognese, e arsono la villa di Cierie.
CCIX
Come messer Azzo Visconti tolse la città di Pavia al re Giovanni.
Nel detto anno, a l'uscita di novembre, messer Azzo Visconti capitano di Milano prese la città di Pavia che gli fu data da certa parte de' cittadini, la quale tenea la gente del re Giovanni, e corsa la terra combattendo, le masnade del re Giovanni non poterono risistere per la grande potenza di que' di Melano, si ridussono nel forte castello il quale avea fatto fare messer Maffeo Visconti anticamente quando signoreggiava Pavia, e quello tennono francamente più di IIII mesi, attendendo soccorso da Piagenza e da Parma dal figliuolo del re Giovanni e da la gente della Chiesa, e ancora la venuta del re Giovanni in Lombardia, come aveano promesso. Ma il detto castello era tutto affossato e steccato al di fuori per que' di Milano, e con forti battifolli e bastite forniti di grande cavalleria e grandissimo popolo. Ma venuto il re Giovanni in Lombardia con grande potenza di cavalleria, come innanzi faremo menzione, venne all'entrata di marzo con più di MD cavalieri al soccorso del detto castello, e per forza d'arme ruppe alcuno battifolle e isteccato, ma per la forza del luogo pochissima quantità di vittuaglia vi poté mettere dentro. E lui partito, poco tempo appresso fallì a quegli del castello la vivanda; per la qual cosa uno conte tedesco che v'era dentro per lo re Giovanni s'arendé possendosi partire sano e salvo con sue genti; e così fece. Della detta punga molto esaltò il capitano di Milano, e 'l re Giovanni n'abassò.
CCX
Come il re Giovanni andò a Vignone a papa Giovanni.
Nel detto anno, del mese di novembre, il re Giovanni venne di Francia a Vignone in Proenza per parlamentare con papa Giovanni, e in sua compagnia menò più baroni e signori di Valdirodano per farsi fare salvocondotto, perché dubitava di venire nelle terre del re Ruberto; e bisognavagli bene, che per contastare la sua venuta il siniscalco di Proenza, messer Filippo di Sangineto, raunò in Vignone più di VI cavalieri gentili uomini di Proenza, e que' di Vignone erano aparecchiati in arme a suo comandamento; ma il papa a priego de' detti signori gli diè licenzia del venire sicuro, e comandò al siniscalco che non gli dovesse offendere. E venuto il re Giovanni in Vignone dinanzi al papa, il papa gli fece grande asalto di parole e minacce, riprendendolo delle sue imprese delle terre di Lombardia e di Lucca, ch'aparteneano alla Chiesa; ma tutto fu opera disimulata, però che tutte sue imprese erano con ordine del re di Francia e del legato di Bologna per abattere i tiranni di Lombardia, e perché il re di Francia per sé, overo per messer Carlotto suo fratello, il quale era sanza reame, cercavano sagretamente col papa d'essere l'uno di loro re in Italia. Il re Giovanni con infinte scuse si rimise a la mercé del papa, e riconciliollo il papa con seco com'era ordinato, e ristette in corte più di XV dì, ciascuno giorno a consiglio sagreto col papa, ove ordinarono più cose segrete, che poco tempo apresso partorirono, e le congiure ordinate furono palesi, come innanzi leggendo faremo menzione. E partitosi il re Giovanni di corte, se n'andò in Francia per seguire la traccia. Lasceremo alquanto degli andamenti del re Giovanni per dire d'altre novità di Toscana, ma tosto torneremo a sua materia, ch'assai ne cresce tra mano.
CCXI
Come i Sanesi sconfissono i Pisani, e poi i Pisani gli cavalcarono infino presso a Siena.
Nel detto anno, avendo i Pisani tolta la signoria di Massa in Maremma, come addietro facemmo menzione, i Sanesi co·lloro capitano, in quantità di IIIc cavalieri e popolo assai, cavalcarono al soccorso d'uno castello che' Pisani co' Massetani aveano assediato, ond'era capitano messer Dino della Rocca di Maremma con CC cavalieri e M pedoni. Trovandogli i Sanesi male ordinati, sì gli sconfissono a dì XVI di dicembre nel detto anno co·lloro grande danno, e furonne assai presi e morti, e fu preso il detto capitano. E poi i Sanesi corsono la Valdera infino a Folcole con grande danno de' Pisani. Per la quale sconfitta i Pisani adirati mandarono per soccorso a Lucca e a Parma, e soldarono quanta gente poterono avere, onde in poco tempo ebbono VIIIc buoni cavalieri oltramontani, e feciono loro capitano di guerra Ciupo degli Scolari uscito di Firenze, il quale del mese di febbraio vegnente cavalcò in sul contado di Siena infino al piano di Filetta, guastando e ardendo quanto innanzi si trovarono sanza nullo contasto, e arsono il bagno a Macereto, e poi tornarono in Valle di Strova e a la badia a Spugnole, e in quelle contrade feciono il somigliante, e gli scorridori corsono infino a Camposanto presso a due miglia a Siena, levando grandi prede e faccendo danno assai; e più avrebbono fatto, se non che i Fiorentini mandarono delle loro masnade CC cavalieri a la guardia del castello di Colle, onde i Pisani dubitando si ritrassono, e tornarsi a Pisa con grande onore. I Sanesi richiesono i Fiorentini d'aiuto, e ch'eglino mandassono a Siena le loro masnade per volere combattere co' Pisani quand'erano sopra loro. I Fiorentini nol vollono loro dare per non rompere pace a' Pisani, e per dubbio de' Fiorentini e di loro mercatantie ch'erano in Pisa; onde i Sanesi presono grande isdegno contra i Fiorentini, e tutta l'onta e vergogna e danno ricevuto da' Pisani si riputarono avere ricevuto da' Fiorentini, perché non gli aveano soccorsi.
CCXII
Come il figliuolo del re Giovanni venne a Lucca, e come il detto re Giovanni tornò in Lombardia.
Nel detto anno, in calen di gennaio, Carlo figliuolo del re Giovanni venne di Parma a Lucca, e da' Lucchesi gli fu fatto grande onore sì come a·re e a·lloro signore, ma poco vi dimorò in Lucca: ma innanzi ch'egli si partisse volle da' Lucchesi XLm fiorini d'oro, ma a la fine con grande fatica e renzione de' cittadini n'ebbe XXVm; sì che la festa che' Lucchesi feciono della sua venuta tornò loro in amarore e danno. E ciò fatto, il detto Carlo si tornò in Lombardia per vedere il re Giovanni suo padre, il quale tornava di Francia, ed era venuto a Torino all'uscita di gennaio col conastabole del re di Francia, e col conte d'Armignacca, e con quello di Forese, e col maliscalco di Mirapesce, e più altri signori e baroni, e con un fioretto di VIIIc cavalieri eletti di Francia e di Borgogna e di Valdirodano. E dissesi ch'avea avuto da·re di Francia o in dono overo in presto Cm fiorini d'oro. E giunse in Parma a dì XXVI di febbraio, e là si trovò col figliuolo con più di IIm buoni cavalieri, sanza Vc che di sua gente avea nella città di Lucca. E per soccorrere il castello di Pavia e ricoverare la terra si partì di Parma a dì X di marzo con MD cavalieri, e fece la punga a Pavia per lo modo che dicemmo adietro nel capitolo della perdita ch'egli fece della città di Pavia. E non potendo fornire suo intendimento cavalcò in sul contado di Milano, e poi in su quello di Bergamo, faccendo grande dammaggio; ma però il capitano di Milano non si volle partire da oste dal castello di Pavia, né afrontarsi a battaglia col re Giovanni, il quale non potendo avere battaglia si tornò a Parma a dì XXVII di marzo.
CCXIII
Come il legato mandò a' Fiorentini che·ssi partissono dalla lega de' Lombardi.
Nel detto anno, dì primo di febbraio, vennono in Firenze ambasciadori del legato, pregando il nostro Comune che si dovessono partire dalla lega de' signori di Lombardia, dicendo ch'erano tiranni e suoi nimici e di santa Chiesa, e allegando molte autorità e ragioni, che la nostra città co·lloro non era né convenevole né bella compagnia, e ch'egli erano stati co' nostri nimici a sconfiggerne. Fu loro risposto che ciò non poteva essere che la lega rimanesse, però ch'ell'era fatta con asentimento di papa Giovanni e del re Ruberto, e contro al Bavero e contro al re Giovanni nostri nimici e di santa Chiesa; e che il legato non facea bene a tenere lega o conversazione col re Giovanni. E per la detta richesta del legato maggiormente si confermò la detta lega per l'avenimento del re Giovanni, con tanta forza di cavalleria quanta menava d'oltramonti, avendo di lui e del legato grande sospetto; e videsi per opera, come per gli seguenti capitoli seguirà. E di certo, se·lla detta lega non fosse fatta e mantenuta, la nostra città portava grande pericolo, però che il legato col re Giovanni aveano ordinato di cominciar guerra da più parti per sottomettere a·lloro la nostra repubblica, ch'a certo la maggiore volontà che·legato avesse era che' Fiorentini gli si dessono come i Bolognesi, e ciò ch'egli adoperava col re Giovanni era a questo fine: e ciò si trovò veramente per lettere trovate, e per gli loro osordi e trattati; e però non fu follia se' Fiorentini s'allegarono col minore nimico per contastare al maggiore e più possente.
CCXIV
Come l'oste del legato sconfissono i marchesi a Consandoli, e poi puosono l'oste a Ferrara, e Fiorentini vi mandarono soccorso.
Nel detto anno, a dì VI di febbraio, la cavalleria e gente del legato ch'era in Argenta subitamente cavalcarono a Consandoli, ov'era la gente de' marchesi, e coloro virilmente assalirono e sconfissono, e presono la villa e il porto e tutto il loro navilio; e fu preso Niccolò marchese con XL buoni uomini caporali con grande dammaggio e perdita de' marchesi. Per la quale sconfitta molto abassò lo stato de' marchesi, e montò la signoria e potenzia del legato in tale modo, che di presente sanza indugio, per comandamento del legato, la sua cavalleria, in quantità di MD cavalieri e popolo e navilio grandissimo, si puose ad oste sopra la città di Ferrara. E di presente presono il borgo di contro e l'isola di San Giosso, e poi di giorno in giorno crebbe l'oste; e mandòvi il legato tutti i caporali di Romagna, e al continovo erano nella detta oste i due quartieri del popolo di Bologna e tutta la loro cavalleria; e aveano compreso e quasi chiusa la città di Ferrara e di qua e di là da Po, sì che sanza grande pericolo non vi potea entrare né uscire persona. Onde a' marchesi e a que' della terra di Ferrara parea male stare, e molto isbigottirono per lo sùbito improviso assedio, che non s'erano forniti e non si credeano avere guerra dal legato, e per la sconfitta ricevuta a San Filice erano molto afieboliti. Ed era per perdersi la terra certamente, se non che mandarono per soccorso a' signori di Lombardia ch'erano tenuti alla lega, e al Comune di Firenze. Per la qual cosa i Fiorentini vi mandarono IIIIc cavalieri della migliore cavalleria ch'egli avessono, onde feciono capitano messer Francesco degli Strozzi, e Ugo degli Scali colla 'nsegna del Comune di Firenze, il campo bianco e 'l giglio vermiglio, e di sopra l'arme del re Ruberto. E partirono di Firenze a dì II di marzo, e convenne che facessono per necessità, non potendo andare né da Parma, né da Bologna, né per Romagna, la via per mare a Genova con grande fatica e ispendio, e poi da Genova a Milano, e poi a Verona; e là furono ricevuti da que' signori a grande onore. E la parte de' cavalieri che toccavano della taglia al re Ruberto, per non andare contro a le 'nsegne della Chiesa e del legato, per grazia rimasono a le frontiere da noi a Lucca.
CCXV
Come il re Giovanni venne in Bologna al legato.
Nell'anno MCCCXXXIII, a dì III d'aprile, il re Giovanni venne in Bologna al legato, e pasquò co·llui con grande festa; de la quale venuta in Bologna del re Giovanni molto si turbarono i Bolognesi, e male ne parve loro; ma ciò non poterono riparare contro la volontà del legato, anzi convenne loro pagare per comandamento del legato al detto re Giovanni contro a·loro volere fiorini XVm d'oro. E promise al legato d'andare con sua cavalleria nell'oste di Ferrara, sentendo che la lega venia al soccorso e mandòvi innanzi il conte d'Armignacca con IIIc de' suoi cavalieri e le sue insegne, e tornò a Parma per ordinare sua mossa. I Fiorentini veggendo scopertamente la lega fatta tra·re Giovanni e il legato, mandarono sagretamente a' loro cavalieri che non si guardasse per loro reverenza del legato, che l'aveano per loro nimico, dapoi ch'era venuto il re Giovanni a Bologna, e presi gaggi da·llui, e mandata sua gente e sue insegne nell'oste a Ferrara.
CCXVI
Come l'oste del legato ch'era all'assedio di Ferrara fu sconfitta.
Essendo l'oste del legato intorno a Ferrara molto ingrossata, e più era per essere giugnendovi il re Giovanni colle sue forze come dovea, quegli della lega di Lombardia dubitando che·lla terra non si perdesse per loro indugio del soccorso, diliberarono di soccorrerla innanzi che vi venisse il re Giovanni; e mandarvi subitamente XVIIc di cavalieri, VIc de' signori della Scala, Vc cavalieri di que' di Milano, CC cavalieri del signore di Mantova, e XXV gazzarre armate in Po, e IIIIc cavalieri del Comune di Firenze. E venuta la detta cavalleria in Ferrara quasi sagreta a que' dell'oste, subitamente presono consiglio d'assalire l'oste; ma quella essendo molto afforzata di fossi e di palizzi, ciascuna masnada rifiutava d'assalire da quella parte, e in ciò ebbe tra·lloro grande contesa. A la fine i capitani che v'erano per gli Fiorentini francamente promisono di fare la 'mpresa coll'avogaro di Trevigi e Spinetta marchese, insieme con uno fioretto di CL cavalieri delle masnade de' signori della Scala, intra' quali avea più di XL usciti di Firenze gentili uomini, i quali tutti di grande e buono volere sotto la bandiera del nostro Comune si ridussono, e non lasciando, perché in quella fosse al di sopra il rastrello e l'arme del re Ruberto. E uscirono per la porta che va a Francolino, per assalire l'oste da la parte ov'era più forte di fossi e di steccati. Tutta l'altra gente della terra a cavallo e a piè uscirono per la porta del Leone, a uno cenno di campana, e simile il navilio per Po per assalire il ponte da San Gioso. L'asalto fu forte e sùbito, ma niente aprodava per le barre e tagliate e fosse ch'erano tra la terra e l'oste, se non che la gente de' Fiorentini cogli altri detti di sopra assalirono al di dietro dell'oste, e per forza di spianatori feciono uno stretto valico al fosso e ruppono alquanto dello steccato; il quale per lo sùbito e improviso assalto da tante parti con grida e suono di campane e di stormenti, e quasi come isbalorditi que' dell'oste, male fu difeso, sì che con grande affanno quasi uno innanzi altro salirono in su lo spianato del campo, i quali schierati in sul detto campo trovarono ivi presso il conte d'Armignacca, con quasi tutta la cavalleria di Linguadoco e colle insegne del re Giovanni in quantità di VIc cavalieri, i quali francamente i nostri gli asalirono; e 'l conte e sua gente si difesono e sostennono vigorosamente con ritenuta battaglia più di spazio d'una ora, non sappiendo qual parte s'avesse il migliore; e in tutta la detta oste non ebbe altra gente che punto reggesse o combattesse. Alla fine per la nostra buona gente e buoni capitani, i quali ciascuno fece il dì maraviglia in arme, ebbono la vittoria, e que' dell'oste della schiera del conte furono sconfitti e rotti. E ciò fatto, tutta l'altra oste si mise in volta e in fugga; ma poco valse il fuggire, che per lo fiume del Po, e per le gazzarre e legni armati che v'erano all'asalto, quasi non ne scamparono se non pochi che si misono a nuoto, che tutti furono o presi o morti o annegati in Po; e cadde il ponte di San Gioso per lo carico grande della gente che fuggia, onde molti n'anegarono, e rimasevi preso il conte d'Armignacca, e l'abate di Granselva, e tutti i baroni di Linguadoco, e' signori di Romagna, e la cavalleria di Bologna, che non furono morti a la battaglia.
La detta dolorosa sconfitta fu a dì XIIII d'aprile MCCCXXXIII, per la quale isconfitta molto abassò la potenzia e signoria del legato, e lo stato de·re Giovanni molto n'afiebolìo. E' signori di Ferrara e le masnade della lega tutti furono ricchi di pregioni e di preda. Ma pochi dì apresso i marchesi per avere l'amore de' Bolognesi lasciarono tutti i popolani di Bologna, e poco apresso la cavalleria e' signori di Romagna, per recarglisi ad amici e torgli al legato.
CCXVII
Di fuochi e altre novità state nella città di Firenze.
Nel detto anno MCCCXXXIII s'apprese fuoco in Firenze dì XVIIII d'aprile di notte da la porta dell'alloro da Santa Maria Maggiore, e arsevi una casa. E poi a dì XVII di luglio s'apprese in Parione, e arsene un'altra. E in questo anno si cominciò a fondare la grande porta da San Friano, overo da Verzaia, e fu molto isformata a comparazione dell'altre della città; e furonne assai ripresi gli uficiali che·lla feciono cominciare. E in questo anno, uno mese innanzi la festa di san Giovanni, sì feciono in Firenze due brigate d'artefici, l'una nella via Ghibellina, tutti vestiti a giallo, e furono bene CCC; e nel Corso de' Tintori dal ponte Rubaconte fu l'altra brigata vestiti a bianco, e furono da Vc. E durò da uno mese continuo giuochi e sollazzi per la città, andando a due a due per la terra con trombe e più stormenti, e colle ghirlande in capo danzando, col loro re molto onorevolemente coronato e con drappo ad oro sopra capo, e alla loro corte faccendo al continuo e cene e desinari con grandi e belle spese. Ma la detta allegrezza poco tempo apresso tornò in pianto e dolore, spezialmente in quelle contrade, per cagione del diluvio che venne in Firenze, e più gravò là che in altra parte della città, come innanzi faremo menzione; e parve segno per contrario della futura aversità, sì come le più volte aviene delle false e fallaci felicità temporali, che dopo la soperchia allegrezza segue soperchio amarore. E ciò è bene da notare per assempro di noi e di chi apresso di noi verrà.
CCXVIII
Di certi andamenti del re Giovanni a Bologna a richesta del legato.
Nel detto anno, a dì XV di maggio, dopo la detta sconfitta da Ferrara il legato dubitando di suo stato mandò per lo re Giovanni, il quale venne di Parma a Bologna a parlamentare co·llui con poca compagnia, e tosto si partì con moneta ch'ebbe dal legato. Ma poi a dì VIII di giugno ritornò a Bologna con IIm cavalieri per andare in Romagna, e fare soccorrere il castello di Mercatello in Massa Tribara ch'era assediato dagli Aretini. Della quale venuta i Bolognesi ebbono grande paura e sospetto, che 'l re Giovanni non gli volesse signoreggiare, e rimettervi i Ghibellini. Ma dimorando lui in Bologna, gli Aretini ebbono per patti il detto castello per lo 'ndugio del soccorso del re Giovanni; e dissesi palese che 'l re Giovanni sì come amico degli Aretini, e a·lloro preghiera e per animo di parte ghibellina, indugiò il soccorso. Per la qual cosa il legato s'indegnò co·llui, e partissi da Bologna sanza suo congio a dì XV di giugno, e tornossi in Parma. E poi a dì XVI di luglio il detto re Giovanni venne alla città di Lucca, e fecevi fare a' Lucchesi una imposta di XVm fiorini d'oro per pagare sua gente; e quella ricolta, a dì XIII d'agosto si partì di Lucca egli e 'l figliuolo, e andonne a Parma.
CCXIX
Come furono morti il conte dell'Anguillara e Bertoldo degli Orsini da' Colonnesi.
Nel detto anno, a dì VI di maggio, essendo stata lungamente briga tra' Colonnesi e gli Orsini di Roma, essendo il conte dall'Anguillara con Bertoldo di messer... degli Orsini suo cognato, vegnendo per certo trattato d'accordo per accozzarsi con messer Stefano della Colonna e con gli altri, Stefanuccio di Sciarra della Colonna con sua compagnia di gente d'arme a cavallo mise uno aguato fuori del castello di Cesaro, e improviso assalirono i detti Bertoldo Orsini e il detto conte, i quali di ciò non si guardavano ed erano meno gente di loro. Veggendosi assalire si difesono vigorosamente, ma per lo soperchio furono rotti, e' detti Bertoldo e il conte morti, il quale Bertoldo era il più ridottato uomo di Roma e il più valentre; e di lui fu grande danno, e molto ne furono ripresi i Colonnesi, sì per lo tradimento, e ancora perché per quante guerre erano state tra gli Orsini e' Colonnesi insieme, mai in loro persone non s'erano né morti né fediti, e questo fu cominciamento di molto male; e però n'avemo fatta menzione.
CCXX
Come i Saracini presono il forte castello di Giubeltaro in Ispagna.
Nel detto anno, del mese di giugno, i Saracini di Morrocco e quegli di Granata, sentendo che 'l forte castello di Giubeltaro in Ispagna, che anticamente fu loro, era male fornito di vittuaglia e per la carestia ch'era al paese, e per certo trattato subitamente con grande navilio e esercito di gente a cavallo e a piè vi vennono per mare e per terra, e quello in pochi giorni per tradimento del castellano ebbono a patti per molti danari gli diedono; tutto fosse mal fornito, si potea tenere tanto che fosse soccorso. Come il re di Spagna il seppe, incontanente v'andò a oste con tutto suo podere, e avrebbelo riavuto assai tosto, perché ancora non era bene fornito per lo sùbito soccorso del re di Spagna, se non che, come piacque a Dio, per fortuna di mare il navilio del re di Spagna partito di Sibilia col foraggio e fornimento dell'oste soprastette più giorni, onde l'oste de' Cristiani ebbe grande soffratta di vittuaglia, e per necessità gli convenne partire; e se i Saracini di Granata l'avessono saputo, non ne campava uomo, che non fosse morto o preso. E partita la detta oste, III dì appresso vi giunse il detto navilio col fornimento, ma il soccorso fu invano. E così aviene sovente de' casi della guerra, come dispone Idio per le peccata.
CCXXI
Come il re Adoardo il giovane sconfisse gli Scotti a Vervicche.
Nel detto anno, a dì XVIIII di luglio, essendo il re Adoardo il giovane d'Inghilterra con grande oste d'Inghilesi e d'altra gente sopra la città, overo terra, di Vervicche, ch'è a' confini tra l'Inghilterra e la Scozia, gli Scotti per soccorrere la terra vi vennono col loro re, ch'avea nome Davit, figliuolo che fu del valente Ruberto di Brus re di Scozia, onde adietro è fatta menzione, e con tutto loro isforzo degli Scotti, i quali sanza indugio s'affrontarono a battaglia con gl'Inghilesi. E per la buona cavalleria ch'avea il re d'Inghilterra, e di Fiandra e di Brabante e d'Analdo, onde fu capitano messer Amerigo di Bielmonte, mise gli Scotti in isconfitta; e rimasonvi tra morti e presi più di XXVm uomini, ch'erano quasi tutti a piè. E avuta il re d'Inghilterra la detta vittoria, pochi dì apresso gli s'arendé la terra di Vervicche liberamente. La detta guerra ricominciò in questo modo, come facemmo menzione, al tempo del buono Adoardo il vecchio, avolo di questo giovane Adoardo: grandi guerre e battaglia furono intra·llui e 'l re Ruberto di Brus, onde poi fu pace; e morto il re Ruberto di Brus rimase suo figliuolo il detto Davit piccolo fanciullo; e lui cresciuto in età, il detto Adoardo il giovane gli diede per moglie la serocchia, e coronollo del reame di Scozia faccendolo ugnere re, che mai più niuno in Iscozia fu unto e sagrato, riconoscendo da·llui il reame con certo omaggio. Il detto Davit per suduzione di Filippo di Valos re di Francia si rubellò dal re d'Inghilterra, e colla moglie passò in Francia; per la qual cosa si rinovellò l'antica guerra tra gl'Inghilesi e gli Scotti; onde il re d'Inghilterra cassò il detto Davit de·reame di Scozia, e fecelo suo ribello, ed elesse e coronò per re di Scozia Ruberto di Bagliuolo consorto per nazione di Ruberto di Brus, e imprese la detta guerra, onde nacque la detta sconfitta. E tutto che 'l re d'Inghilterra avesse la vittoria nella detta guerra, morirono il conte d'Eriforte e due altri suoi cugini e più altri grandi baroni d'Inghilterra. Avemo steso la detta ricominciata guerra, perché ne surse e nacque poi la grande guerra tra 'l re di Francia e d'Inghilterra, come innanzi farà menzione.
CCXXII
Come il Dalfino di Vienna fu morto dalla gente del conte di Savoia.
Nel detto anno, all'uscita del mese di luglio, essendo il Dalfino di Vienna ad assedio dell'Amperiera, castello del conte di Savoia, con MVc cavalieri tra di sua gente e d'amici, volendo il detto Dalfino fare dare battaglia al detto castello, e andando in persona disarmato proveggendo intorno a quello, gli venne uno quadrello di balestro grosso per tale modo che, lui recato al padiglione e sferrato, passò di questa vita. E però è follia a' prencipi di mettersi a sì fatte cerche disarmati, che mettono a pericolo loro e tutta loro oste. Ma per la morte del Dalfino i suoi baroni e cavalieri non abandonarono l'assedio, ma come franchi e valenti, tanto vi stettono ch'ebbono il castelletto per forza, e quanti dentro vi trovarono tutti gli manganarono fuori delle mura; e poi corsono il paese e terre di Savoia sanza contasto niuno. Apresso lui fu fatto Dalfino messer Uberto suo fratello, il quale era a Napoli col re Ruberto suo zio, il quale venuto in suo paese per consiglio di papa Giovanni e del re Ruberto, per cagione che 'l re di Francia domandava al papa di volere il reame di Vienna e d'Arli, sì si pacificò col conte di Savoia, perché il re di Francia non gli signoreggiasse.
CCXXIII
Come il re d'Ungheria venne a Napoli, e il figliuolo isposò la figlia del duca di Calavra.
Nel detto anno, l'ultimo dì di luglio, Carlo Umberto re d'Ungheria con Andreas suo secondo figliuolo con molta baronia arrivaro alla terra di Bestia in Puglia, e loro venuti a Manfredonia, da messer Gianni duca di Durazzo e fratello del re Ruberto con molta baronia furono ricevuti a grande onore, e conviati infino a Napoli; e là vegnendo, il re Ruberto gli si fece incontro infino a' prati di Nola, basciandosi in bocca con grandi acoglienze, e ordinovisi e fecesi fare per lo re una chiesa a onore di nostra Donna per perpetua memoria di loro congiunzione. E poi giunti in Napoli, si cominciò la festa grande, e fu molto onorato il re d'Ungheria dal re Ruberto, il quale era suo nipote, figliuolo che fu di Carlo Martello primogenito del re Carlo secondo, il quale per molti si dicea ch'a·llui succedea il reame di Cicilla e di Puglia; e per questa cagione parendone al re Ruberto avere coscienza, e ancora perch'era morto il duca di Calavra figliuolo del re Ruberto; e nonn-era rimaso di lui altro che due figliuole femmine, né·re Ruberto non avea altro figliuolo maschio, innanzi che 'l reame tornasse ad altro lignaggio sì volle il re Ruberto che dopo lui succedesse il reame al figliuolo del detto re d'Ungheria suo nipote. E per dispensagione e volontà di papa Giovanni e di suoi cardinali sì fece sposare al detto Andreas, ch'era d'età di VII anni, la figliuola maggiore che fu del duca di Calavra, ch'era d'età di V anni, e lui fece duca di Calavra a dì XXVI di settembre del detto anno con grande festa, a la quale il Comune di Firenze mandò VIII ambasciadori de' maggiori cavalieri e popolani di Firenze, con L famigliari tutti vestiti d'una assisa per fare onore a' detti re, i quali molto gradiro. E compiuta la detta festa, poco apresso si partì il re d'Ungheria e tornò in suo paese, e lasciò a Napoli il figliuolo co la moglie alla guardia del re Ruberto con ricca compagnia.
CCXXIV
Come fu fatta pace tra' Pisani e' Sanesi.
Nel detto anno, a dì II di settembre, essendo stato lungo trattato d'accordo da' Pisani a' Sanesi della guerra avuta insieme per cagione della città di Massa, menato per lo Comune e vescovo di Firenze, i quali in ciò molto s'adoperaro, vi si diè compimento nella città di Firenze, ov'era grande ambasceria dell'uno Comune e dell'altro in questo modo: che Massa rimanesse libera rimettendo dentro ogni parte che n'era fuori, e non v'avessono affare né Pisani né Sanesi, ma che il detto vescovo di Firenze vi mettesse la signoria per tre anni a sua volontà, il quale al continuo vi mettea signoria di Firenze; di questa pace furono mallevadori per l'uno Comune e per l'altro il Comune di Firenze, con pena di diecimila marchi d'argento a pagare per la parte che·lla pace rompesse a l'altra. La quale pace poco tempo s'attenne per gli Sanesi, come innanzi farà menzione.
CCXXV
Come la città di Forlì e quella d'Arimino e di Cesena in Romagna si rubellarono al legato.
Nel detto anno MCCCXXXIII, domenica a dì XVIIII di settembre, Francesco di Sinibaldo Ordilaffi, il quale era cacciato di Forlì per lo legato, entrò in Forlì nascosamente in uno carro di fieno; e come fu nella città mandò per tutti i suoi amici, caporali della terra, da' quali molto era amato per li suoi antichi; e saputa la sua venuta, furono molto allegri, perché parea loro male stare alla signoria de' Caorsini e di Linguadoco. E incontanente feciono armare tutto il popolo, e corsono a la piazza gridando: "Viva Francesco, e muoia il legato, e chi è di Linguadoco!", e corsono la terra, e rubarono gli uficiali del legato, e alquanti ne furono morti, e gli altri che scamparono si fuggirono a Faenza. E poi il mercoledì apresso, a dì XXII di settembre, messer Malatesta d'Arimino con suoi seguaci entrò in Rimino con CC cavalieri e pedoni assai per una porta che gli fu data da que' della terra, e corse la terra, e uccisono e rubarono e presono quanta gente v'avea dentro del legato, ch'erano più di cinquecento tra a cavallo e a piè, che non ne poté fuggire alcuno. E simile in que' dì si rubellò la città di Cesena per gli cittadini medesimi, salvo il castello ch'era molto forte; in quello si ridussono le masnade del legato, ma quello assediato d'entro e di fuori per que' di Cesena e per gli altri Romagnuoli, afossandolo e steccandolo d'intorno, il quale non avendo soccorso dal legato, s'arrenderono poi all'entrante di gennaio, salve le persone. E nota che non fu sanza cagione la detta rubellazione; intra·ll'altre maggiori fu perché tutti i signori e caporali di Romagna furono presi alla sconfitta di Ferrara in servigio della Chiesa e del legato, e convennonsi ricomperare, e per loro redenzione il legato come ingrato signore non li volle sovenire di niente, né solamente prestare loro di sua moneta.
CCXXVI
Come i figliuoli che furono di Castruccio vollono torre Lucca al re Giovanni e come egli si partì d'Italia, e lasciò Lucca a' Rossi di Parma.
Nel detto anno avendo il re Giovanni di Buem intendimento di partirsi d'Italia, veggendo che·lle sue imprese non gli riuscivano prospere come s'avisava, essendo in Parma cercò per più trattati di vendere la città di Lucca, e co' Fiorentini e co' Pisani e con altri. Ma alla fine parendogli vergogna di ciò fare, non vi diede compimento. Sentendo questo i figliuoli che furono di Castruccio, dubitando di non perdere loro stato, i quali il re Giovanni tenea seco istadichi in Parma per sospetto di loro, nascosamente si partirono di Parma e vennono in Carfagnana, e co·lloro seguaci di Lucca e di fuori ordinarono di torre e rubellare la città di Lucca al re Giovanni. E a dì XXV di settembre del detto anno la notte entrarono in Lucca con grande séguito di gente a·ccavallo e a·ppiè, e corsono la terra, e furonne signori quello dì e·ll'altro seguente, salvo del castello dell'Agosta, nel quale si ridussono le masnade del re Giovanni ch'erano in Lucca. Sentendo il re Giovanni la partita de' figliuoli di Castruccio e·lla detta cospirazione, subitamente si partì di Parma con parte di sua gente, e in meno di due dì fu venuto a·lLucca; cioè fu lunedì sera a dì XXVII di settembre; e per lo sùbito avenimento di lui, ch'a pena si potea credere per gli Lucchesi se non quando il vidono, e giunto in Lucca, la sua gente corsono la terra; e·lla notte medesima i figliuoli di Castruccio e·lloro seguaci si partirono di Lucca e andarne in Carfagnana; i quali il re Giovanni fece isbandire come traditori. E alquanti giorni apresso dimorò in Lucca; ma innanzi si partisse trasse da' Lucchesi quanta moneta poté avere, e·ppoi lasciò a' Rossi di Parma la guardia e·lla signoria della città di Lucca, e impegnolla loro per XXXVm di fiorini d'oro ch'ebbe da·lloro contanti, e tornato in Parma, incontanente si partì col figliuolo e con certi caporali di sua gente a dì XV d'ottobre del detto anno, e andossene nella Magna lasciando Parma e·lLucca alla signoria de' Rossi, e Reggio alla signoria di quegli da Fogliano, e Modona alla signoria di que' di casa i Pigli, e da ciascuno ebbe moneta assai. Tale e così onorevole fu la partita di Lombardia e di Toscana del re Giovanni, ch'al cominciamento ch'egli venne in Italia ebbe dalla fallace fortuna tanta prosperità con poca fatica, avendo ferma speranza d'essere in poco di tempo al tutto re e·ssignore d'Italia coll'aiuto della Chiesa e del suo legato, e col favore del re di Francia, la quale al tutto gli tornò in vano.
CCXXVII
D'una grande quistione che mosse papa Giovanni che l'anime beate non poteano vedere Iddio perfettamente infino al dì del giudicio.
Nel detto anno MCCCXXXIII si piuvicò per papa Giovanni apo Vignone, con tutto che più di due anni dinanzi l'avesse conceputo e trovato, l'opinione della visione dell'anime quando sono passate di questa vita, cioè ch'egli sermonò in piuvico concestoro per più volte dinanzi a tutti suoi cardinali e prelati di corte che niuno santo, eziandio santa Maria, non può perfettamente vedere la beata speme, cioè Iddio in trinitade, la qual'è la vera deitade, ma dicea che·ssolo possono vedere l'umanità di Cristo la quale prese della vergine Maria; e·lla detta visione imperfetta dicie che durerebbe infino al chiamare dell'angelica tromba, ciò fia quando il figliuolo di Dio verrà a giudicare i vivi e' morti, dicendo a' beati: "Venite benedicti patris mei, percipite regnum, etc."; e de converso, cioè a' dannati: "Ite maladetti in ignem etternum"; d'allora inanzi per gli beati perfettamente sarà in loro la visione chiara della vera e infinita deità; e così sarà il contradio delle pene de' dannati, che sì come per lo merito del bene fare infino al detto giorno la loro beatitudine fia imperfetta e non compiuta, così dicie e s'intendea del male avere fatto la pulizione e·lla pena e 'l supplicio essere imperfetti. Onde nota che non mostrava per lo suo oppinione che inferno sia infino al dire della parola "Ite maladitti etc.". Questo suo oppenione provava e argumentava per molte autorità e detti di santi; la quale quistione dispiaceva alla maggiore parte de' cardinali; nondimeno e' comandò loro e a tutti i maestri e prelati di corte sotto pena di scomunicazione che ciascuno studiasse sopra la detta quistione della visione de' santi, e facessene a·llui relazione, secondo che ciascuno sentisse o del pro o del contro, tuttora protestando che infino allora nonn-avea diterminato ad alcuna delle parti, ma ciò che-nne dicea e proponea era per via di disputazione e d'esercizio di trovare il vero. Ma con tutte le sue protestagioni di certo si dicea e vedea per opera ch'egli sentiva e credeva al detto oppinione; però che qualunque maestro o prelato gli recava alcuna autorità o detto di santi che in alcuna parte favorasse il detto suo oppinione, il vedea volentieri, e gli faceva grazia d'alcuno benificio. Il quale oppinione sermonandolo a Parigi il ministro generale de' frati minori, il quale era del paese del papa e sua criatura, fu riprovato per tutti i maestri di divinità di Parigi, e per gli frati predicatori e romitani e carmelliti, e per lo re Filippo di Francia il detto ministro fu forte ripreso dicendogli ch'egli era eretico, e che s'egli non si riconoscesse del detto errore, il farebbe morire come paterino, però che suo reame non sostenea nulla resia; ed eziandio se 'l papa medesimo ch'avea mosso il detto falso oppinione il volesse sostenere, il riproverebbe per eretico, dicendo laicamente, come fedele Cristiano, che invano si pregherebbono i santi, o avrebbesi speranza di salute per gli loro meriti, se nostra Donna santa Maria e santo Giovanni e santo Piero e Paolo e gli altri santi non potessono vedere la deità infino al dì del giudicio, e avere perfetta beatitudine in vita etterna; e che per quella oppinione ogni indulgenza e perdonanza data per antico per santa Chiesa, o che si desse, era vana; la qual cosa sarebbe grande errore e guastamento della fede cattolica. E convenne che innanzi si partisse il detto ministro sermonasse il contradio, dicendo che ciò ch'avea detto era in quistionando, ma la sua credenza era quella che santa Chiesa era consueta di credere e predicare. E sopra ciò il re di Francia e lo re Ruberto ne scrissono a papa Giovanni riprendendolo cortesemente, che con tutto che 'l detto oppinione sostenesse in quistionando per trovare il vero, non si convenia a papa di muovere le quistioni sospette contra la fede cattolica, ma chi le movesse dicidere e istirpare. Della qual cosa molto furono contenti la maggiore parte de' cardinali, i quali ripugnavano il detto oppinione. E per questa cagione il re di Francia prese grande audacia sopra papa Giovanni e no·llo richiedea di quella grazia o cosa ch'egli domandasse, ch'egli osasse disdire. E fu grande cagione perché papa Giovanni condiscese al re di Francia in dargli intendimento della signoria d'Italia e dello imperio di Roma per gli trattati mossi per lo re Giovanni, come in alcuna parte avemo fatta menzione, e faremo per lo 'nanzi. Il sopradetto oppinione si quistionò in corte mentre che papa Giovanni vivette, e poi per più d'uno anno; alla fine si dichiarò e fu riprovato, come innanzi leggendo si potrà trovare. Lasceremo della detta quistione, ch'assai n'avemo detto, e torneremo a nostra materia de' fatti della nostra città di Firenze per contare d'una grande aversità e pericolo di diluvio d'acqua che venne in quegli tempi in quella, la quale è bene da farne distesa memoria, che fu delle maggiori novità e pericolo che mai ricevesse la città di Firenze dapoi ch'ella fu rifatta. E però cominceremo in raccontando quello diluvio il XII libro, però che ne pare che si convenga, però che fu quasi uno rimutamento di secolo della nostra città.

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Ultimo Aggiornamento:12/07/05 22:46