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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

NUOVA CRONICA

Tomo Secondo

Di: Giovanni Villani

 

LIBRO UNDECIMO (47-92)

XLVIII
Come il duca fece cacciare uno popolano di Firenze, perché aringò contro a·llui.
Nel detto anno, a dì VII di dicembre, uno popolano di Firenze chiamato Gianni Alfani, per cagione che in uno consiglio di dare aiuto al re Ruberto a richesta de' suoi ambasciadori il detto Gianni contradisse, il fece il duca condannare nell'avere e persona, e guastare i suoi beni; e con tutto che 'l detto Gianni fosse per sue ree opere degno di quello, e peggio, sì spiacque a tutti i popolani di Firenze per assempro di loro, e però ch'egli avea pure detto bene per lo Comune, e ragionevolemente, ma disselo con troppa audacia e prosunzione contra il signore. Avenne fatta menzione, non per lo detto Gianni, che non era degno di scrivere in cronica, ma per esemplo, e perché a' Fiorentini parve essere troppo fedeli del signore, per questa cagione recando in loro assempro che chi a uno offende a molti minaccia.
XLIX
Come il Bavero si partì di Pisa per andare a Roma.
Nel detto anno MCCCXXVII il Bavero essendo stato in Pisa, poi che la vinse, come adietro facemmo menzione, non intese a fare guerra niuna contra' Fiorentini, né contra il loro signore messer lo duca, ma solamente a raunare moneta per fornire suo cammino verso Roma, e da l'ottobre ch'egli prese Pisa infino a la sua partita trasse da' Pisani, con XXm fiorini d'oro che impuose al chericato di Pisa, che di libbre e d'imposte e di loro rendite e gabelle, CCm fiorini d'oro, con molti guai de' Pisani, che alla loro difensione contra al detto Bavero non ardirono a imporre Vm. E ciò fatto, a dì XV di dicembre nel detto anno, con sua gente in numero di IIIm cavalieri e con più di Xm bestie uscì della città di Pisa, e acampossi a la badia di Santo Remedio presso a Pisa a tre miglia, e di là mandò innanzi per la via di Maremma il suo maliscalco co' conti a Santa Fiore e con Ugolinuccio da Baschio con VIIc cavalieri e IIm pedoni, acciò che prendessono i passi di Maremma, e fornissono il cammino di vittuaglia. E nel detto luogo soggiornò il Bavero VI dì per attendere Castruccio duca di Lucca, il quale mal volentieri andava con lui a Roma, temendo di lasciare isguernita la città di Lucca e di Pistoia. A la file non vegnendo il detto Castruccio, e il Bavero avendo lettere e messaggi da' Romani, che avacciasse sua andata a Roma se volesse la terra, acciò che la parte degli Orsini e della Chiesa non vi mettessero prima la forza e gente del re Ruberto, si partì a dì XXI di dicembre, e fece la pasqua di Natale a Castiglione della Pescaia; e poi di là passò il fiume d'Ombrone a la foce di Grosseto con grande affanno, perché per le gravi piogge il detto fiume era molto grosso, e uno ponte apposticcio ch'aveano fatto fare il suo maliscalco co' detti Maremmani, per soperchio incarico di sua gente si ruppe, e assai di sua gente e loro cavagli annegarono, e convenne che 'l signore passasse a la foce a la marina con due galee e più barche che fece venire da Piombino. Il quale passaggio, se 'l duca di Calavra co la sua gente e co' Sanesi avesse voluto impedire, assai era loro leggere e sicuro; ma poi che 'l Bavero fu in Toscana, il detto duca nol volle vedere né lui né sua gente, o per viltà di cuore, o per senno e comandamento del padre lo re Ruberto, per non venire a la zuffa co' Tedeschi, che l'andavano caendo. E così passò il Bavero la Maremma con grande affanno e con male tempo e grande soffratta di vittuaglia, albergando per necessità i più de la sua gente a campo nel cuore del verno. E pochi giorni apresso Castruccio con IIIc cavalieri de la migliore gente ch'egli avea, e con M balestrieri tra Genovesi e Toscani, seguì il Bavero e giunselo a Viterbo, e lasciò in Lucca e in Pistoia e in Pisa da M cavalieri per guardia con buoni capitani. Il detto Bavero, faccendo la via di Santa Fiore, e poi da Corneto e da Toscanella, giunse nella città di Viterbo a dì II del mese di gennaio del detto anno; ne la quale fu ricevuto a grande onore, sì come loro signore, però che Viterbo si tenea a parte d'imperio, ed erane signore e tiranno di quella uno ch'avea nome Salvestro di Gatti loro cittadino.
Lasceremo alquanto gli andamenti del Bavero, e torneremo a·cciò che fece il duca di Calavra.
L
Come il duca di Calavra si partì della città di Firenze, e andonne nel Regno per contradiare al Bavero.
Sentendo il duca di Calavra ch'era in Firenze la partita del Bavero de la città di Pisa, e come già era entrato in Maremma, a dì XXIIII di dicembre nel detto anno fece uno grande parlamento in sul palagio del Comune ove abitava, ove furono i priori e' gonfalonieri e' capitani de la parte guelfa, e tutti i collegi degli uficiali di Firenze, e gran parte de la buona gente de la cittade, grandi e popolani; e quivi per suoi savi solennemente e con belle dicerie anunziò la sua partita, la quale a·llui era di necessità per guardare il suo regno e per contastare le forze del Bavero, confortando i Fiorentini che rimanessono in costanza e fedeli e con buono animo a parte di santa Chiesa e al padre e a·llui, e ch'egli lasciava loro capitano e suo luogotenente messer Filippo di Sangineto, figliuolo del conte di Catanzano di Calavra, e per suo consiglio messer Giovanni di Giovannazzo e messer Giovanni da Civita di Tieti, grandi savi in ragione e in pratica, e gente d'arme da M cavalieri, pagandogli CCm fiorini d'oro l'anno, com'egli ci fosse, per soldo de' detti cavalieri, promettendo che quando bisognasse egli in persona o altri di suo lignaggio verrebbe con tutte sue forze a l'aiuto e difensione di Firenze. A·cciò che fu proposto e detto per gli savi del duca, saviamente e con belle aringherie fornite di molte autoritadi fu fatta la risposta per gli Fiorentini per certi loro savi, mostrando doglia e pesanza di sua partita, però che con tutto non fosse stato vivo signore né guerriere, come molti Fiorentini avrebbono voluto, e come potea colle sue forze, sì fu pur dolce signore e di buono aiere a' cittadini, e nella sua stanza adirizzò molto il male stato di Firenze, ed ispense le sette ch'erano tra' cittadini, e con tutto che costasse grossamente la sua stanza in Firenze, che di vero si trovarono spesi per lo Comune, in XVIIII mesi che il detto duca fu in Firenze, co la moneta ch'egli aveva de' gaggi, più di DCCCCm di fiorini d'oro; e io il posso testimonare con verità, che per lo Comune fui a farne ragione, con tutto che' cittadini e tutti artefici guadagnarono assai da lui e da sua gente. E dilibero il detto parlamento, il dì apresso del Natale fece il duca grande corredo, e diè mangiare a molti buoni cittadini, e gran corte di donne, e con grande festa e danze e allegrezza; e poi il lunedì vegnente dopo terza, dì XXVIII di dicembre, si partì il detto duca di Firenze co la donna sua, e con tutti i suoi baroni, e con ben MD cavalieri de la migliore gente ch'avesse, e seguì suo cammino soggiornando in Siena e in Perugia e a Rieti; e a dì XVI di gennaio, anno detto, giunse a l'Aquila, e là si fermò con sua gente. Lasceremo alquanto del Bavero e del duca, faccendo incidenza per dire d'altre novità infra 'l detto tempo.
LI
Come il borgo a San Donnino s'arendé a la Chiesa.
Nel detto anno MCCCXXVII, del mese di dicembre, il borgo a San Donnino in Lombardia, che tanto avea fatto di guerra e di danno a la parte della Chiesa, partitane la cavalleria di Milano per l'altre guerre cominciate per la venuta del Bavero in Toscana, per certo trattato tra' terrazzani s'arendéo a' figliuoli di messer Ghiberto da Coreggio di Parma per lo legato del papa ch'era in Lombardia, e costò danari assai al detto legato.
LII
Come fu fatto accordo tra' Perugini e la Città di Castello.
Nel detto anno e mese si fece accordo da' Perugini a la Città di Castello, rimagnendo la signoria di Castello a' Tarlati d'Arezzo e a' figliuoli di Tano degli Ubaldini che n'erano signori, e a la parte ghibellina, rimettendo nella città certi usciti guelfi e parte rimanendo a' confini, riavendo il frutto di loro posessioni, e prendendo podestà e capitano di Perugia di parte ghibellina a·lloro volontà. E ciò feciono i Perugini perch'erano molto affannati de la detta guerra, e per la venuta del Bavero male potuti atare da' Fiorentini e dagli altri Toscani.
LIII
Come il papa fece X cardinali.
Nel detto anno, a dì XVIII di dicembre, per le digiune Quattro Tempora, papa Giovanni per riformare e rafforzare lo stato suo e della Chiesa per la venuta del Bavero, e per la nimistà che la Chiesa avea presa co·llui, appo Vignone in Proenza fece X cardinali, i nomi de' quali furono questi: messer l'arcivescovo di Tolosa, che l'arcivescovo di Napoli, che messer Anibaldo di quegli di Ceccano in Campagna, lo vescovo di Siponto, cioè fra Matteo degli Orsini di Campo di Fiore, lo vescovo d'Alsurro ch'è di Francia, lo vescovo di Ciarteri anche francesco, lo vescovo di Cartaina di Spagna, lo vescovo di Mirapesce di tolosana, lo vescovo di San Paulo anche di tolosana, messer Giovanni figliuolo di messer Stefano de la Colonna di Roma, messer Imberto di Ponzo di Caorsa parente del detto papa.
LIV
Di certe novità che il legato del papa fece in Firenze.
Nel detto anno, il dì apresso la Pifania, per mandato del cardinale degli Orsini legato in Toscana, il quale era in terra di Roma, in Firenze si celebrò tre dì continui processione per tutti i religiosi e secolari maschi e femmine che la vollono seguire, pregando Idio che desse il suo aiuto a santa Chiesa a la difensione del Bavero, e lui recasse a l'obedienza della Chiesa, e pace; e però diede grandi indulgenzie e perdono. E in questo tempo il papa diede al detto legato per sua mensa le rendite de la Badia di Firenze, ch'era morto l'abate, e vacava, il quale la prese, e poi non vi fu abate; e per gli monaci ch'erano X, con ogni fornimento di cappellani e della chiesa, lasciò Vc fiorini d'oro; e fu grande ragione, ché la Badia avea di rendita presso a IIm fiorini d'oro, ed ispendeasi fra X monaci e uno abate.
LV
Come il Bavero si partì di Viterbo e andonne a Roma.
Nel detto anno MCCCXXVII, essendo il Bavero giunto in Viterbo, in Roma nacque grande questione tra 'l popolo, e spezialmente tra' LII buoni uomini, chiamati IIII per rione a la guardia del popolo romano, che parte di loro voleano liberamente la venuta del Bavero sì come loro signore, e parte di loro parendo mal fare e contra santa Chiesa, e parte voleano patteggiare co·llui anzi che si ricevesse in Roma; e a questo terzo consiglio s'apresono nel palese per contentare il popolo, e mandargli solenni ambasciadori a·cciò trattare. Ma Sciarra della Colonna e Iacopo Savelli, ch'erano capitani del popolo, coll'aiuto di Tibaldo di quegli di Santo Stazio, grandi e possenti Romani, i quali tre caporali erano stati cagione de la revoluzione di Roma, e cacciati n'aveano gli Orsini e messer Stefano de la Colonna, e' figliuoli, tutto fosse fratello carnale del detto Sciarra, però ch'era cavaliere del re Ruberto e teneasi a sua parte; per la qual cosa tutti gli amici del re Ruberto per tema si partirono di Roma, e tolto fu agli Orsini Castello Santangiolo, e tutte le forze di Roma a·lloro e a·lloro seguaci, sotto la forza e guardia del popolo. I sopradetti tre capitani del popolo sempre nel segreto, dissimulando il popolo, ordinavano e trattavano la venuta del Bavero e di farlo re de' Romani, per animo di parte ghibellina, e per molta moneta ch'ebbono da Castruccio duca di Lucca, e da la parte ghibellina di Toscana e di Lombardia. Incontanente mandarono segreti messi e lettere a Viterbo al Bavero, che lasciasse ogni dimoranza, e venisse a Roma, e non guardasse a mandato o detto degli ambasciadori del popolo di Roma. I quali ambasciadori giunti a Viterbo, ed isposta solennemente la loro ambasciata co le condizioni e patti loro imposte per lo popolo di Roma, commise il Bavero la risposta dell'ambasciata a Castruccio signore di Lucca, il quale, com'era per lo segreto ordinato, fece sonare trombe e trombette, e mandò bando ch'ogni uomo cavalcasse verso Roma; "e questa", disse agli ambasciadori di Roma, "è la risposta del signore imperadore". I detti ambasciadori cortesemente ritenne, e fece ordinare e mandò scorridori innanzi prendendo ogni passo, acciò che ogni messaggio o persona ch'andasse verso Roma fosse arrestato e ritenuto. E così si partì il detto Bavero con sua gente de la città di Viterbo martidì a dì V di gennaio, e giunse in Roma il giuovidì vegnente, dì VII di gennaio MCCCXXVII, nell'ora di nona, e con sua compagnia bene IIIIm cavalieri, sanza contasto niuno, com'era ordinato per gli detti capitani, e da' Romani fue ricevuto graziosamente, ed ismontò ne' palazzi di Santo Pietro, e là dimorò IIII giorni; poi passò il fiume del Tevero per venire ad abitare a Santa Maria Maggiore; e il lunidì vegnente salì in Campidoglio, e fece uno grande parlamento, ove fu tutto il popolo di Roma, ch'amava la sua signoria, e degli altri; e in quello il vescovo d'Ellera dell'ordine degli agostini disse la parola per lui con belle autoritadi, ringraziando il popolo di Roma dell'onore che gli aveano fatto, dicendo e promettendo com'egli avea intenzione di mantenergli e innalzargli, e di mettere il popolo di Roma in ogni buono stato, onde a' Romani piacque molto, gridando: "Viva, viva il nostro signore e re de' Romani!". E nel detto parlamento s'ordinò la sua coronazione la domenica vegnente, e nel detto parlamento il popolo di Roma il feciono sanatore e capitano del popolo per un anno.
E nota che col detto Bavero vennono in Roma molti cherici e parlati e frati di tutte l'ordini, i quali erano ribelli e sismatici di santa Chiesa, e tutta la sentina degli eretici de' Cristiani per contradio di papa Giovanni; per la qual cosa molti de' cattolici cherici e frati si partirono di Roma, e fu la terra e la santa città interdetta, e non vi si cantava uficio sacro né sonava campana, se non che s'uficiava per gli suoi cherici sismatici e scomunicati. E 'l detto Bavero commise a Sciarra della Colonna ch'egli costrignesse i cattolici cherici che dicessono il divino uficio; ma per tutto ciò niente ne vollono fare; e il santo sudario di Cristo fu nascoso per uno calonaco di San Piero che l'avea in guardia, perché non gli parea degno si vedesse per gli detti sismatici, onde in Roma n'ebbe grande turbazione.
LVI
Come Lodovico di Baviera si fece coronare per lo popolo di Roma per loro re e imperadore.
Nel detto anno MCCCXXVII, domenica dì XVII gennaio, Lodovico duca di Baviera eletto re de' Romani fu coronato a Santo Pietro di Roma con grandissimo onore e trionfo, come diremo appresso; cioè ch'egli e la moglie con tutta sua gente armata si partirono la mattina da Santa Maria Maggiore, ove allora abitava, vegnendo a Santo Pietro, armeggiandogli innanzi IIII Romani per rione con bandiere, coverti di zendado i loro cavagli, e molta altra gente forestiera, essendo le vie tutte spazzate e piene di mortella e d'alloro, e di sopra a ciascuna casa tese e parate le più belle gioie e drappi e ornamenti che avessono in casa. Il modo come fu coronato, e chi il coronò, furono gl'infrascritti: Sciarra de la Colonna, ch'era stato capitano di popolo, Buccio di Proresso, e Orsino... stati sanatori, e Pietro di Montenero cavaliere di Roma, tutti vestiti a drappi ad oro; e co' detti a coronarlo sì furono de' LII del popolo, e 'l prefetto di Roma sempre andandogli innanzi, come dice il titolo suo, ed era adestrato da' sopradetti IIII capitani, sanatori e cavaliere, e da Giacopo Savelli, e Tibaldo di Santo Stazio, e molti altri baroni di Roma; e tuttora si facea andare innanzi uno giudice di legge, il quale avea per istratto l'ordine dello 'mperio. E col detto ordine si guidò alla sua coronazione. E non trovando niuno difetto, fuori la benedizione e confermazione del papa, che non v'era, e del conte del palazzo di Laterano, il quale s'era cessato di Roma, che secondo l'ordine dello 'mperio il doveva tenere quando prende la cresima a l'altare maggiore di Santo Pietro, e ricevere la corona quando la si trae, si providde, innanzi si coronasse, di fare conte del detto titolo Castruccio detto duca di Lucca. E prima con grandissima sollecitudine il fece cavaliere cignendogli la spada colle sue mani, e dandogli la collata; e molti altri ne fece poi cavalieri pur toccandogli co la bacchetta dell'oro, e Castruccio ne fece in sua compagnia VII. E ciò fatto, si fece consecrare il detto Bavero come imperadore, in luogo del papa o de' suoi legati cardinali, a sismatici e scomunicati, al vescovo che fu di Vinegia nipote che fu del cardinale da Prato, e al vescovo d'Ellera; e per simile modo fu coronata la sua donna come imperadrice. E come il Bavero fu coronato, si fece leggere tre decreti imperiali, prima della cattolica fede, il secondo d'onorare e reverire i cherici, il terzo di conservare le ragioni de le vedove e pupilli, la quale ipocrita dissimulazione piacque molto a' Romani. E ciò fatto, fece dire la messa; e compiuta la detta solennitade, si partirono di Santo Pietro, e vennono nella piazza di Santa Maria dell'Ariacelo dov'era apparecchiato il mangiare; e per la molta e lunga solennità fue sera innanzi che si mangiasse; e la notte rimasono a dormire in Campidoglio. E la mattina apresso fece sanatore e suo luogotenente Castruccio duca di Lucca, e lasciollo in Campidoglio; ed egli e la moglie se n'andarono a San Giovanni Laterano. In questo modo fu coronato a imperadore e re de' Romani Lodovico detto Bavero per lo popolo di Roma, a grande dispetto e onta del papa e della Chiesa di Roma, non guardando niuna reverenza di santa Chiesa.
E nota che presunzione fu quella del detto dannato Bavero, che non troverrai per nulla cronica antica o novella che nullo imperadore cristiano mai si facesse coronare se non al papa o a suo legato, tutto fossono molto contradi della Chiesa, o prima o poi, se non questo Bavero; la qual cosa fu molto da maravigliare. Lasceremo alquanto di dire ora più del Bavero, faccendo alcuna incidenza, però che rimane in Roma per ordinare e fare maggiori e più maravigliose cose. Ma come egli fu coronato, sanza soggiorno se fosse andato colla sua gente verso il regno di Puglia, nullo ritegno né difensione v'avea, con tutto che 'l duca di Calavra fosse a la frontiera a l'Aquila con MD cavalieri, e guernito Rieti, e Cepperano, e ponte Corbolo, e San Germano di gente d'arme; ma il detto Bavero si trovò in Roma a la detta sua coronazione più di Vm cavalieri, tra Tedeschi e Latini, buona gente d'arme e volonterosi di battaglia; ma a cui Idio vuole male gli toglie il buono consiglio, e così avenne a·llui, come inanzi nel suo processo faremo menzione.
LVII
Come quegli da Fabbriano furono sconfitti da la gente de la Chiesa.
Nel detto anno MCCCXXVII, di gennaio, essendo l'oste della Chiesa sopra il castello di Fornoli ne la Marca d'Ancona, quegli da Fabbriano ribegli de la Chiesa con IIIIc cavalieri e IIm pedoni per levare il detto assedio vennono e puosonsi ivi presso a un altro castello che teneano que' della Chiesa. Tano da Iegi capitano della gente della Chiesa gli asalì con sua gente e miseli in isconfitta, e rimasonvi VII bandiere di cavalieri, e da CLXX cavagli, e ben IIIc uomini morti e IIIIc presi.
LVIII
Conta de' fatti di Firenze.
Nel detto anno, a dì XXII di gennaio, si cominciò a fondare in Firenze la grande porta de la cittade sopra le mura che va verso Siena e verso Roma, presso al munistero de le Donne di Monticelli Oltrarno; e in quelli tempo si dificarono quelle mura nuove della cittade intorno a la detta porta verso il poggio di Bogoli. Domenica notte vegnente, a dì XXIIII di gennaio, s'apprese il fuoco in Firenze nel sesto di Borgo presso a la loggia de' Bondelmonti, e arsonvi due case sanza altro danno.
LIX
Come la città di Pistoia fu presa per lo capitano del duca e de' Fiorentini.
Nel detto anno MCCCXXVII, a l'uscita di gennaio, essendo messo innanzi segretamente a messer Filippo di Sangineto, capitano di guerra per lo duca rimaso in Firenze, per uno Baldo Cecchi e Iacopo di messer Braccio Bandini Guelfi usciti di Pistoia come potea avere la città di Pistoia per imbolìo e forza, se si volesse assicurare, il detto messer Filippo cautamente intese al trattato, e segretamente fece fare nel castello dello 'mperadore di Prato ponte di legname, e scale e bolcioni e altri difici da combattere terre; e mercolidì sera, a dì XXVII di gennaio, serrate le porte, si partì il detto messere Filippo di Firenze con VIc uomini di cavallo di sua gente, e non menò seco nullo Fiorentino, se non messer Simone di messer Rosso della Tosa, che ordinò il trattato col detto messer Filippo. E anzi mezzanotte giunsono a Prato, dov'erano apparecchiati i detti difici di legname, e caricandogli in muli e aportatori mandati di Firenze, si mise in via menando seco IIm fanti a piè tra Pratesi e soldati de' Fiorentini ch'erano ordinati in Prato; e giunse a Pistoia anzi il giorno di costa a la porta di San Marco da la parte ov'era il fosso con meno acqua, e il luogo de la terra più solitario e peggio guardato. I detti Baldo e Iacopo passaro il fosso su per lo ghiaccio, e con iscala salirono in su le mura che non furono da nulli sentiti, e ivi su misono le bandiere del duca e del Comune di Firenze, e per simile modo ne misono dentro da C fanti; e trovandogli l'uficiale ch'andava ricercando le guardie, levò il romore, e egli e sua compagnia furono morti di presente, e la terra fu tutta ad arme. In quello la gente di messer Filippo puosono il ponte sopra il fosso, e con più scale messe a le mura molta gente vi misono dentro, e co' bolcioni dentro e di fuori pertugiarono il muro in due parti, per modo che vi poteano mettere il cavallo, onde menando a mano più ve ne furono messi; e messer Filippo in persona con alquanti di sua gente v'entrò dentro, e incontanente seminarono triboli di ferro, ch'aveano portati, per le vie d'onde i nemici poteano loro venire adosso, per impedire loro e' loro cavagli; e come vi furono ingrossati dentro, la cavalleria e gente di fuori e quegli entrati dentro combatterono la torre de la porta a Sa·Marco, e misono fuoco nel ponte e porta dell'antiporta. La gente di Castruccio, che v'erano dentro da CL cavalieri e Vc pedoni soldati a la guardia, sanza i cittadini, francamente parte di loro rimagnendo armati in su la piazza, e parte vennono a combattere la gente ch'era entrata da le mura, e per forza gli ripinsono allo stretto e rottura de le mura, e molti se ne gittavano fuori, se non fosse la virtù e sollecitudine del detto messer Filippo e di sua compagna, ch'erano dentro già con centocinquanta cavalieri, i quali montando in su i loro cavagli con grande vigore percossono a' nemici e per due riprese gli rimisono in rotta; e intanto arsa l'antiporta, e per quelli ch'erano dentro tagliata la porta, e le guardie de la torre morti e fuggiti, tutta la cavalleria e gente di fuori con grande vigore e grida e spavento di trombe e di nacchere entrarono ne la terra. E ciò sentendo la gente di Castruccio, con due suoi figliuoli piccoli che dentro v'erano, Arrigo e Galerano, si ridussono al Prato nel castello fatto per Castruccio chiamato Bellaspera, il quale tutto non fosse compiuto era molto maraviglioso e forte. Gli spaventati cittadini, uomini e femmine di Pistoia, de la sùbita presa non proveduti, e ancora non era giorno, a nulla difesa della città intesono se non a lo scampo di loro e di loro cose, correndo come ismarriti qua e là per la terra. La cavalleria e gente del capitano, e' Fiorentini e' Pratesi la maggior parte, si sparsono per la terra a la preda e ruberia, che quasi il capitano e messer Simone non rimasono con LXXX a cavallo co le bandiere ducali e del Comune di Firenze, i quali traendo dietro a' nimici nel Prato, i Tedeschi di Castruccio vigorosamente percossono al capitano e a sua gente, e diedono loro molto a·ffare per più assalti; e furono in pericolo d'essere sconfitti e cacciati i nostri della terra per mala condotta de' Borgognoni soldati, che s'erano sparti per la città a la ruberia, e lasciate le bandiere e 'l capitano; ma ischiarando il giorno, la gente cominciò ad andare al Prato al soccorso del capitano. I nimici veggendo la gente nostra ingrossare, e già di loro e morti e presi, si rinchiusono nel castello, e intesono di quello per la porta Luccese co' detti figliuoli di Castruccio sanza ritegno scampare, e fuggendo verso Serravalle, e lasciando molti l'arme e' cavagli, e presine e morti alquanti. Ma se per lo capitano fosse stato meglio proveduto, o da' suoi cavalieri meglio obbidito, che parte di loro fossono cavalcati di fuori a la porta Luccese, i figliuoli di Castruccio e tutta sua gente erano morti e presi. In questo modo fu presa la città di Pistoia giuovidì a dì XXVIII di gennaio anni MCCCXXVII, e tutta fu corsa e rubata sanza nullo ritegno, e durò la ruberia più di X dì, rubando Guelfi e Ghibellini, onde molto fu ripreso il capitano; che se a·cciò avesse riparato, e co la sua gente e con Vc cavalieri della Chiesa, ch'allora erano in Prato, fosse di presente cavalcato, avrebbe avuto Serravalle, Carmignano, Montemurlo, e Tizzano, o alcuno de' detti castelli. Ma il vizio della covidigia guasta ogni buono consiglio. Raquetata la ruberia, il capitano riformò la terra per lo re Ruberto e per lo duca, e lasciòvi per capitano il detto messer Simone de la Tosa con CCL soldati e M pedoni al soldo del Comune di Firenze, e il detto messer Filippo tornò in Firenze, domenica a dì VII di febbraio, con grande onore e trionfo fattogli per gli Fiorentini d'armeggiatori con bandiere e coverti di zendadi, e andargli incontro co la cavalleria e popolani a piè, ciascuna compagnia col suo gonfalone, e fattogli palio per mettere sopra capo, ma ciò non volle acconsentire, ma fecevi mandare sotto innanzi a·llui il pennone dell'arme del duca, ch'elli usava portare sopra capo, che gli fu posto in gran senno e conoscenza, e menonne seco molti pregioni pistolesi e altri, e uno figliuolo del traditore messer Filippo Tedici e uno suo nipote piccoli garzoni, e più altri cari figliuoli de' Ghibellini di Pistoia, e molta roba, drappi, arnesi, e gioelli.
Avemo sì distesamente inarrato la presura della città di Pistoia, però che per sì fatto modo e così forte città di mura e di fossi e guernita di gente d'arme non fu presa in Toscana già fa grandissimo tempo, e ancora per la sequela ch'avenne poi della detta presura, come diremo appresso. E per l'aquisto di Pistoia a dì VI di febbraio s'arendé la castellina ch'è sopra Puntormo, la quale molta guerra avea fatta a la strada che vae a Pisa.
LX
Come Castruccio si partì di Roma dal Bavero sì tosto come seppe la perdita di Pistoia.
Essendo Castruccio in Roma col Bavero in tanta gloria e trionfo, come detto avemo, d'esser fatto cavaliere a tanto onore, e confermato duca, e fatto conte di palazzo e sanatore di Roma, e più ch'al tutto, era signore e maestro de la corte del detto imperadore, e più era temuto e ubbidito che 'l Bavero, per leggiadria e grandezza fece una roba di sciamito cremesi, e dinanzi al petto con lettere d'oro che diceano: "È quello che Idio vuole", e nelle spalle di dietro simili lettere che diceano: "E sì sarà quello che Idio vorrà". E così egli medesimo profetezzò in sé le future sentenzie di Dio. E stando lui in tanta gloria, come piacque a·dDio, prima perdé la città di Pistoia per lo modo che detto avemo. Come la gente di Castruccio ebbono perduta Pistoia, incontanente per terra e per mare mandarono messaggi e vacchette armate, sì che per la via di mare Castruccio seppe la novella in Roma in tre dì. Incontanente Castruccio fu al Bavero e re de' Romani detto imperadore, e dolfesi forte de la perdita di Pistoia, rimprocciando che se non l'avesse menato seco Pistoia non sarebbe perduta, mostrando grande gelosia della città di Pisa e di quella di Lucca, che nonn avessono mutazione. Incontanente prese congio da·llui, e partissi di Roma il primo dì di febbraio con sua gente. Ma Castruccio lasciò sua gente in cammino, ed egli con pochi con grande sollecitudine e rischio per gli passi di Maremma cavalcò innanzi, e giunse in Pisa con XII a cavallo a dì VIIII di febbraio, anni MCCCXXVII. E la sua gente, ch'erano Vc cavalieri e M pedoni a balestra, giunsono più giorni apresso. E nota che per la partita di Castruccio tutto l'osordio e imprese del Bavero ch'avea ordinate per passare nel Regno, gli vennono poi corte e fallite, come innanzi faremo menzione; però che Castruccio era di grande consiglio in guerra e bene aventuroso, ed egli solo più temuto dal re Ruberto e dal duca e da quegli del Regno, che 'l Bavero con tutta sua gente. Sì che per l'aquisto di Pistoia Castruccio si partì di Roma, onde allora il Bavero prolungò l'andare nel Regno, che se vi fosse ito sanza indugio e col senno di Castruccio e con sua gente, di certo il re Ruberto era in pericolo di potersi difendere, perché male s'era ancora proveduto a la difesa. Come Castruccio fue in Pisa, al tutto prese la signoria de la terra, e recò a sé tutte l'entrate e le gabelle de' Pisani; e oltre a·cciò gli gravò di più incarichi di moneta. E poco apresso per alcuno trattato credette avere Montetopoli per imbolìo, e cavalcòvi con sua gente una notte, e di sua gente per condotta del traditore entrarono infino a l'antiporta. La mattina per tempo quegli de la terra, e' soldati a cavallo e a piè che v'erano per lo Comune di Firenze, sentirono il tradimento, e vigorosamente difesono la porta, e uccisono il traditore, e coloro cu' egli avea già condotti dentro. Per la qual cosa Castruccio si tornò a Pisa, e poi in calen di marzo fece fare una grande cavalcata nel piano di Pistoia, ed egli medesimo venne a provedere Pistoia, come quegli che tutto suo animo era disposto in raquistarla; e fece fornire Montemurlo, e tornossi in Lucca sanza contasto niuno da' Fiorentini o dal capitano del duca.
Lasceremo alquanto de' processi di Castruccio, e diremo d'altre cose istrane ch'avennono ne' detti tempi.
LXI
Come e quando morì Carlo re di Francia.
Nel detto anno MCCCXXVII, il dì di calen di febbraio, morì Carlo re di Francia di sua malatia, e cogli altri re fu soppellito a San Donis a grande onore. Questi non lasciò nullo figliuolo, ma la reina sua moglie, la quale, come adietro facemmo menzione, era sua cugina carnale, rimase grossa, e fu fatto governatore del reame messer Filippo di Valos suo cugino, e figliuolo che fu di messer Carlo di Valos. Al detto termine la detta reina fece una figlia femmina, sì che de la signoria del reame fu fuori e di quistione, e il detto messer Filippo ne fu re, come innanzi faremo menzione. Questo re Carlo fu di piccola bontà, e al suo tempo non fece cosa notabile, e in lui finì l'eritaggio del reame del suo padre il re Filippo, e de' suoi fratelli, che co·llui furono IIII re: Luis e Giovanni suo piccolo figliuolo nato della reina Cremenza poi che morì il padre, che non vivette che XX dì, ma pur fu nel numero de' re; e morto il detto fanciullo succedette e fu re il zio, ciò fu il re Filippo, e poi il detto Carlo, e di niuno rimase reda maschio; ciò avenne loro la sentenzia che 'l vescovo d'Ansiona profetezzò loro, come dicemmo adietro nel capitolo della presura e morte di papa Bonifazio, come per lo detto peccato commesso per lo re Filippo loro padre egli e' suoi figliuoli avrebbono gran vergogna e abbassamento di loro stato, e i·lloro fallirebbe la signoria del reame. E così avenne, che come adietro facemmo menzione, vivendo il detto re Filippo padre, le donne de' suoi detti tre figliuoli furono trovate in avolterio con grande vergogna de la casa reale, e in loro fallì la signoria del reame, che di nullo di loro rimase reda maschio. E però è da guardare d'offendere chi è in luogotenente di Cristo, né a santa Chiesa, a diritto né a torto, che con tutto che' suoi pastori per loro difetti non sieno degni, l'offesa a·lloro fatta è dell'onnipotente Iddio.
LXII
Come in tutta Italia fu corruzzione di febbre.
Nel detto anno e mese di febbraio fu per tutta Italia una generale corruzzione di febbre mossa per freddo, onde i più de le genti ne sentirono, ma pochi ne morirono. Dissono gli astrolaghi naturali che di ciò fu cagione l'aversione di Mars e di Saturno.
LXIII
Come il conte Guiglielmo Spadalunga prese Romena e poi la lasciò.
Nel detto anno, a dì XXVI di febbraio, Guiglielmo Spadalunga, de' conti Guidi ghibellini, coll'aiuto di IIIc cavalieri tedeschi ch'ebbe dagli Aretini, prese il castello di Romena, salvo la rocca, il quale era de' suoi consorti guelfi figliuoli del conte Aghinolfo; onde in Firenze per cagione dell'essere del Bavero n'ebbe grande gelosia e paura; e cavalcarvi le masnade de' cavalieri, e gli altri conti Guidi guelfi si raunarono co·lloro isforzo per contradiare il detto conte Guiglielmo, il quale veggendo sì sùbito soccorso, ed egli mal proveduto di vittuaglia, lasciò la terra con alcuno danno di sua gente.
LXIV
Come i Genovesi ripresono il castello di Volteri.
Nel detto anno MCCCXXVII, a l'entrante di marzo, i Genovesi d'entro ripresono per forza e ingegno il castello di Volteri con grande danno di loro usciti che dentro v'erano, che molti ne furono morti e presi.
LXV
Come si cominciò guerra tra' Viniziani e gli usciti di Genova e que' di Saona.
Nel detto tempo si cominciò guerra in mare tra' Viniziani e quegli di Saona e gli usciti di Genova, per cagione che' detti usciti di Genova corseggiando in mare in Soria e in Romania, più cocche e galee cariche d'avere de' mercatanti di Vinegia presono tra più volte nel detto anno, in quantità di valuta di più di LXXm fiorini d'oro, e più di IIIc Viniziani per più riprese, e in più legni affrontandosi co·lloro a·bbattaglia furono morti. A la fine volendo gli Viniziani pigliare la guerra per comune, e ordinato, e già armate LX galee, Castruccio signore di Lucca per animo di parte, che·ll'una parte e l'altra erano Ghibellini, prese in mano la differenza, e accordogli insieme con amenda a' Viniziani di libbre M di viniziani grossi, e grande danno e vergogna de' Viniziani; ma feciollo per non perdere il navicare, e per tema di soperchia spesa; ma più gli vinse animo di parte e la loro viltade.
LXVI
Come il Bavero fece cominciare guerra a la città d'Orbivieto.
Nel detto anno il Bavero che si facea chiamare imperadore, essendo rimaso in Roma dopo la partita di Castruccio, mandò de' suoi cavalieri da MD a Viterbo, e fece cominciare guerra a la città d'Orbivieto, perché si teneano a la parte della Chiesa, e molte ville e castella di loro contado arsono e guastarono; e maggior danno avrebbono fatto, se non che a dì IIII di marzo in Roma nacque una grande zuffa tra' Romani e' Tedeschi, per cagione che di vittuaglia che prendeano non voleano dare danaio, onde molti Tedeschi furono morti, e furonne i Romani sotto l'arme, e abarrarsi in più parti in Roma. Per la qual cosa il Bavero ebbe sospetto di tradimento; s'afforzò in Castello Santo Angiolo, e tutta sua gente fece tornare ad abitare ne la contrada si chiama Portico di San Piero, e per la sua gente ch'era sopra Orbivieto rimandò, e fece ritornare in Roma. Alla fine s'aquetò la zuffa, e più Romani furono condannati, onde s'acrebbe la loro mala volontà contra il Bavero e sua gente.
LXVII
Come il Bavero fece torre la signoria di Viterbo e il suo tesoro a Salvestro de' Gatti che n'era signore.
Nel detto anno MCCCXXVII, del mese di marzo, il Bavero, essendogli detto che 'l signore di Viterbo avea grande tesoro di moneta, e egli di ciò molto bisognoso, mandò il suo maliscalco e 'l cancelliere con M uomini a cavallo a la città di Viterbo, e giunti nella terra, subitamente feciono pigliare Salvestro de' Gatti e 'l figliuolo, ch'era signore di Viterbo, e quegli che gli avea data l'entrata de la terra e la signoria, opponendogli che egli stava in trattato col re Ruberto di dare a sua gente Viterbo, e fecelo martoriare per farlo confessare ove avea suo tesoro; il quale confessato ch'era nella sagrestia de' frati minori, vi mandaro, e vi trovarono XXXm fiorini d'oro; e quegli presi, con essi n'andarono a Roma, menandone preso il detto Salvestro e 'l figliuolo; sì che il piccolo tiranno dal maggiore fue sanza colpa di quel peccato degnamente pulito, e toltagli la signoria de la terra, e il suo tesoro.
LXVIII
Come il cancelliere di Roma si rubellò al Bavero.
Nel detto anno, a dì XX di marzo, il cancelliere di Roma, ch'era nato degli Orsini, rubellò contra al Bavero la terra d'Asturi in su la marina, ch'era sua, e misevi le genti del re Ruberto, acciò che facessono guerra a Roma; per la qual cosa i Romani a furore corsono a disfare le case sue, e la bella e nobile torre ch'era sopra la Mercatantia a piè di Campidoglio, che si chiamava la torre del Cancelliere. E in questo tempo il Bavero fece in Roma una imposta di XXXm fiorini d'oro, per gran fame ch'avea di moneta; i Xm ne fece pagare a' Giudei, e gli altri Xm a' cherici di Roma, e gli altri a' laici romani; onde il popolo si turbò forte, perché non erano usati di così fatti incarichi, e attendeano dell'essere in Roma il Bavero avere grascia e non ispesa; per la qual cosa a' Romani cominciò a crescere la loro mala volontà e indegnazione contra il detto Bavero.
LXIX
Di certe leggi che fece in Roma Lodovico di Baviera sì come imperadore.
Negli anni di Cristo MCCCXXVIII, a dì XIIII del mese d'aprile, Lodovico di Baviera, il quale si facea chiamare imperadore e re de' Romani, congregato parlamento nella piazza dinanzi a Santo Pietro in Roma, ove avea grandi pergami in su i gradi de la detta chiesa, dove stava il detto Lodovico parato come imperadore, acompagnato di molti cherici e parlati e religiosi romani, e altri di sua setta che l'aveano seguito, e di molti giudici e avogadi, in presenza del popolo di Roma fece pubblicare e confermò le 'nfrascritte nuove leggi per lui nuovamente fatte, la sustanzia in brieve de le quali è questa: che qualunque Cristiano fosse trovato in eresia contro a Dio e contra a la 'mperiale maestà, che secondo ch'è anticamente per le leggi, dovesse essere morto, così confermò che fosse; e di ciò potesse essere giudicato e sentenziato per ciascuno giudice competente, o fosse stato richesto o non richesto; incontanente trovato in quello peccato dell'eretica pravità o de la lesa maestà, fosse e dovesse essere morto, nonostante le leggi fatte per gli predecessori suoi, le quali negli altri casi rimanessono in loro fermezza. E questa legge volle s'intenda a le cose passate e a le presenti, e a quelle che fossono pendenti, e che debbono avenire. Ancora fece comandare che ciascuno notaio dovesse mettere in ciascuna carta ch'egli facesse, posti gli anni Domini, e indizione, e il dì: "Fatta al tempo dell'eccellente e magnifico domino nostro Lodovico imperadore de' Romani, anno suo etc.", e che altrimenti non valesse la carta. Item, che ciascuno si guardasse di dare aiuto o consiglio ad alcuno ribello o contumace del sacro imperadore o del popolo di Roma, sotto la pena de' suoi beni, e che piacesse a la sua corte. Queste leggi furono pensatamente fatte e ordinate per lo detto Bavero e per lo suo maculato consiglio a fine che sotto queste volle partorire lo suo iniquo e pravo intendimento contra papa Giovanni e la diritta Chiesa, come apresso faremo menzione.
LXX
Sì come il detto Lodovico diede sentenzia, e come potéo dispuose papa Giovanni XXII.
Apresso, i·lunidì vegnente, a dì XVIII d'aprile del detto anno, il detto Lodovico per simile modo ch'avea fatto il giuovidì dinanzi fece parlamento, e congregare il popolo di Roma, cherici e laici, ne la piazza di San Piero, e in su i sopradetti pergami venne vestito di porpore, e co la corona in capo e la verga dell'oro ne la mano diritta, e la poma overo mela d'oro ne la manca, sì come imperadore; e puosesi a sedere sopra uno ricco trono rilevato, sì che tutto il popolo il potea vedere, intorniato di parlati e baroni e di cavalieri armati. E come fu posto a sedere, fece fare silenzio; e uno frate Niccola di Fabbriano dell'ordine de' romitani si fece al perbio, e gridò ad alte boci: "Ècci alcuno procuratore che voglia difendere prete Iacopo di Caorsa, il quale si fa chiamare papa Giovanni XXII?". E così gridò tre volte, e nullo rispuose. E ciò fatto, si fece al perbio uno abate d'Alamagna molto letterato e propuose in latino queste parole: "Hec est dies boni nuntii etc.", allegando sopra questa autoritade molto belle parole sermonando; e poi si lesse una sentenzia molto lunga e ornata di molte parole e falsi argomenti, inn-effetto di questo tenore. Prima nel proemio, come il presente santo imperadore, essendo avido dell'onore e di ricoverare lo stato del popolo di Roma, si mosse d'Alamagna lasciando il regno suo e' suoi figliuoli piccioli in adolescente etade, e sanza alcuna dimoranza era venuto a Roma, sappiendo come Roma era capo del mondo e de la fede cristiana, e che ella era vacua della sedia spirituale e temporale; e stando a Roma, dinanzi a·llui pervenne che Iacopo di Caorsa, il quale si faceva abusivamente dire papa Giovanni XXII, avea voluto mutare il titolo de' cardinalitichi, i quali sono a Roma, ne la città di Vignone, e non lasciò, se non perché i suoi cardinali non l'assentirono. E poi sentì che quello Iacopo di Caorsa avea fatto bandire le croce contro a' Romani, e queste cose fece asapere agli LII rettori del popolo di Roma e ad altri savi, come gli parve che si convenisse. Per la qual cosa per il sindaco della chericia di Roma, e per quello del popolo di Roma, costituiti da coloro che n'aveano balìa, fue isposto dinanzi a·llui e supplicato ch'egli procedesse sopra il detto Iacopo di Caorsa secondo eretico, e provedesse la Chiesa e 'l popolo di Roma di santo pastore e di fedele Cristiano, sì come altra volta fu fatto per Otto terzo imperadore. Onde volendo attendere a la piatà de' Romani e de la santa Chiesa di Roma, che rapresenta tutto il mondo e la fede cristiana, procedette sopra il detto Iacopo di Caorsa, trovandolo in caso di resia per gl'infrascritti modi, cioè, prima, che essendo il regno d'Erminia assalito da' Saracini, e volendo lo re di Francia mandarvi soccorso di galee armate, egli avea quella andata fatta convertire sopra i Cristiani, cioè sopra i Ciciliani. Ancora, che essendo egli pregato da' frieri di Santa Maria degli Alamanni ch'egli mandasse oste sopra i Saracini, avea risposto: "Noi avemo in casa i Saracini". Anche avea detto che Cristo avea avuto propio in comune co' suoi discepoli, il quale sempre amò povertade.
E appresso trovatolo in altri grandi peccati di resia, massimamente ch'egli s'avea voluto apropiare lo spirituale e 'l temporale dominio, di consiglio di Ioab, cioè di Ruberto conte di Proenza, faccendo contro al santo Vangelio, ove dice che Cristo, vogliendo fare distinzione dello spirituale dal temporale, disse: "Id quod est Cesaris Cesari, et quod est Dei Deo". E in altra parte del Vangelio disse: "Regnum meum non est de hoc mundo; et si de hoc mundo esset regnum meum, ministri mei etc.", e seguentemente: "Regnum meum non est hic". Sì che i detti e altri diversi e grandi peccati di resia ha commessi, anche ch'avea prosummito e avuto ardire contra la 'mperiale maestade, disponendo e cassando la sua elezione, la quale incontanente fatta, per quella medesima ragione è confermata, e non abisogna di confermagione alcuna, con ciò sia cosa che non sia sottoposto ad alcuno, ma ogni uomo e tutto il mondo è sottoposto a·llui. Onde avendo il detto Iacopo commessi cotali peccati, sì di resia e sì de la lesa maestade, nonostante ch'egli non sia stato citato, che non bisogna per la nuova legge fatta per lo detto imperadore, e per altre leggi canoniche e civili, rimovea, privava, e cassava il detto Iacopo di Caorsa da l'oficio del papato, e da ogni oficio e beneficio temporale e spirituale, e sommettendolo a ciascuno ch'avesse giuridizione temporale, che 'l potesse punire d'animaversione, secondo che eretico e commettitore de la lesa maestade; e che nullo re, prencipe, o barone, o comunità gli dovesse dare aiuto, consiglio, o favore, né averlo né tenerlo per papa, in pena di privazione d'ogni dignità, cherici e laici di cheunque stato fosse, e a pena d'essere condannato come fautore d'eretico, e di commettere peccato de la lesa maestà; e la metà della pena e condannagione fosse applicata a la camera dello 'mperadore, e l'altra metade al popolo di Roma, e chiunque gli avesse dato aiuto, consiglio o favore, da indi adietro cadesse in simile sentenzia, assegnando termine a scusarsi a chi contro a·cciò avesse fatto, a quegli d'Italia uno mese, e a tutti gli altri d'universo mondo infra due mesi, che si venissono a scusare. E data e confermata la detta sentenzia, disse il detto Lodovico Bavero che infra pochi giorni provederebbe di dare buono papa e buono pastore, sì che grande consolazione n'avrebbe il popolo di Roma e tutti i Cristiani. E queste cose disse ch'avea fatte di consiglio di grandi savi cherici e laici fedeli Cristiani, e de' suoi baroni e prencipi. De la detta sentenzia i savi uomini di Roma molto si turbarono; l'altro semplice popolo ne fece gran festa.
LXXI
Come il figliuolo di messer Stefano della Colonna entrò in Roma, e piuvicò il processo del papa contro al Bavero.
Apresso la detta sentenzia data per lo Bavero contro a papa Giovanni XXII, il venerdì, dì XXII del detto mese d'aprile e de la detta indizione, messer Iacopo figliuolo di messer Stefano della Colonna venne in Roma ne la contrada di Santo Marcello, e ne la piazza de la detta chiesa, in presenza di più di M Romani ivi raunati, trasse fuori uno processo scritto, fatto per papa Giovanni contra Lodovico di Baviera, e nullo era stato ardito di recarlo e piuvicarlo in Roma, e quello diligentemente lesse; e disse che agli orecchi del chericato di Roma era pervenuto che certo sindaco era comparito dinanzi a Lodovico di Baviera, il quale abusivamente si fa dire imperadore, e sposto contra il santo papa Giovanni XXII, e ancora il sindaco del popolo di Roma, il quale sindaco, cioè quello del chericato di Roma, mai non ispuose; e se alcuno fosse venuto come sindaco vero, non era, con ciò sia cosa che il chericato, cioè i calonaci di Santo Pietro, e quegli di Santo Giovanni Laterano, e di Santa Maria Maggiore, i quali sono i primi nel chericato di Roma, e gli altri maggiore cherici seguente loro, e' religiosi abati e' frati minori e predicatori, e gli altri savi degli ordini, erano, già sono più mesi, partiti di Roma per cagione de la gente scomunicata ch'era entrata in Roma; e chi v'era rimaso e avea celebrato era scomunicato, sì che di ragione non poteano fare sindaco; e se alcuno fosse stato sindaco innanzi, e fosse rimaso in Roma, ancora era scomunicato: onde egli contradicendo a quello ch'era stato fatto per lo detto Lodovico, dicendo che papa Giovanni era cattolico e giusto papa, e ragionevolemente fatto per gli cardinali di santa Chiesa, e questo che si dice imperadore, imperadore non essere, ma essere eretico e scomunicato, e' sanatori di Roma e' LII del popolo, e tutti coloro che consentivano a·llui, e dessono, o avessono dato aiuto o consiglio o favore, similemente erano eretici e scomunicati. E intorno a la materia molte altre parole disse, profferendo di ciò provare di ragione, e se bisognasse, colla spada in mano in luogo comune. E apresso diligentemente il detto processo scritto conficcò con sue mani ne la porta de la detta chiesa di Santo Marcello sanza nullo contasto; e ciò fatto, montò a cavallo con IIII compagni, e partissi di Roma, e andonne a Pilestrino. De le quali cose grande mormorio fue per tutta Roma; e fatto assapere al Bavero ch'era a Santo Pietro, gli mandò dietro genti d'arme a cavallo per prenderlo, ma già era assai dilungato. Per la detta bontade e ardire del detto messer Iacopo, come il papa il seppe, il fece vescovo di... e mandò ch'egli andasse a·llui, e così fece.
LXXII
Come il Bavero e 'l popolo di Roma feciono legge contra qualunque papa si partisse di Roma.
Il dìe sequente, ciò fu sabato, dì XXIII del detto mese d'aprile, richesti per bando i sanatori di Roma, e' LII del popolo, e' capitani di XXV, e' consoli, e' XIII buoni uomini, uno per rione, che fossono dinanzi a lo 'mperadore, e così fu fatto; e consigliarono assai sopra la novità fatta, come detto avemo, per messer Iacopo de la Colonna. E poi fue tratta fuori e pubblicata una nuova legge in questo tenore: che il papa, il quale lo 'mperadore e 'l popolo di Roma intendea di chiamare, e ogni altro che papa fosse, debbia stare ne la città di Roma, e non partirsi, se non tre mesi dell'anno, e non dilungarsi da Roma da due giornate in su, e allora co la licenza del popolo di Roma; e quando fosse asente da Roma, e fosse richesto per lo popolo di Roma, ch'egli tornasse in Roma; e se a le tre richeste non tornasse, s'intendesse essere casso del papato, e potessene chiamare un altro. E ciò fatto, sì perdonò il Bavero a tutti i Romani ch'erano stati e tratti a uccidere la sua gente a la zuffa e battaglia che fu al ponte dell'isola; e queste leggi e perdono fece il Bavero per contentare il popolo di Roma. E nota ingiusta e non proveduta legge, a imporre al pastore di santa Chiesa costituzioni e modi di stare o andare contra la libertà di santa Chiesa, e contra la somma podestà che deono avere, e sempre hanno avuta, i sommi pontefici.
LXXIII
Come Lodovico di Baviera col popolo di Roma elessono antipapa contro al vero papa. Negli anni di Cristo MCCCXXVIII, a dì XII di maggio, il dì dell'Ascensione la mattina per tempo, congregato il popolo di Roma, uomini e femmine che vi vollono andare, dinanzi a Santo Pietro, Lodovico di Baviera che si facea chiamare imperadore venne incoronato e parato coll'abito imperiale in su il pergamo, il quale era sopra le gradora di San Piero, con molti cherici e religiosi, e co' capitani del popolo di Roma, e intorno di lui molti de' suoi baroni; e fece venire dinanzi a·ssé uno frate Pietro da Corvara, nato de' confini tra 'l contado di Tiboli e Abruzzi, il quale era dell'ordine de' frati minori, inn-adietro tenuto buono uomo e di santa vita. E lui venuto, il detto Bavero si rizzò in su la sedia, e 'l detto frate Piero fece sedere sotto il solicchio. E ciò fatto, si levò frate Niccola di Fabbriano dell'ordine de' romitani, e propuose in suo sermone queste parole: "Reversus Petrus ad se dixit: "Venit angelus Domini, et liberavit nos de manu Erodis ed de omnibus factionibus Iudeorum'", appropiando il detto Bavero per l'angelo, e papa Giovanni per Erode; e intorno a·cciò molte parole. E fatto il detto sermone, venne innanzi il vescovo che fu di Vinegia, e gridò tre volte al popolo se voleano per papa il detto frate Pietro; e con tutto che 'l popolo assai se ne turbasse, credendosi avere papa romano, per tema rispuosono in gridando che sì. E poi si levò ritto il Bavero, e letta per lo detto vescovo in una carta il decreto che a confermazione del papa si costuma, l'appellò il detto Bavero Niccola papa quinto, e diedegli l'anello, e misegli adosso il manto, e puoselo a·ssedere da la mano diritta di costa a sé; e poi si levarono, e con grande trionfo entrarono nella chiesa di Santo Pietro; e detta la messa, con grande festa n'andarono a mangiare. Di questa lezione e confermagione del detto antipapa la buona gente di Roma forte si turbarono, parendo loro che 'l detto Bavero facesse contra fede e la santa Chiesa; e sapemmo poi di vero da la sua gente medesima, che quegli ch'erano savi, parve loro ch'egli non facesse bene; e molti per la detta cagione mai poi non gli furono fedeli come prima, spezialmente quegli de la bassa Alamagna ch'erano co·llui.
LXXIV
Come la città d'Ostia fu presa per le galee del re Ruberto.
Il sequente dìe che fue fatto l'antipapa XIIII galee armate del re Ruberto entrarono in Tevero, e presono la città d'Ostia con grande danno de' Romani; e alquante de le dette galee vennono su per lo fiume del Tevero infino a Santo Paolo, scendendo in terra, e ardendo case e casali, e levando grande preda di gente e di bestiame; onde i Romani molto isbigottirono, gittando molte rampogne al signore. Per la qual cosa vi fece cavalcare a la detta Ostia VIIIc cavalieri di sua gente e molti Romani a piè a soldo, i quali assalendo la terra, molti ne furono morti e più fediti per gli molti balestrieri delle galee ch'erano in Ostia, e così si tornarono in Roma con danno e con vergogna.
LXXV
Come l'antipapa fece VII cardinali.
A dì XV del mese di maggio del detto anno l'antipapa fatto per Lodovico di Baviera fece VII cardinali, i nomi de' quali furono questi: il vescovo che fu disposto di Vinegia per papa Giovanni, il quale fu nipote del cardinale da Prato; l'abate di Santo Ambruogio di Milano, il quale anche fu disposto; uno abate d'Alamagna, il quale lesse la sentenzia contra papa Giovanni; frate Niccola da Fabbriano de' romitani, il quale è stato nominato in questo, che sermonò contra papa Giovanni; l'altro fu messer Piero Orrighi e messer Gianni d'Arlotto popolani di Roma; l'altro, l'arcivescovo che fu di Modona; e alcuno altro Romano n'elesse, i quali non vollono accettare, avendo di ciò coscienza, ch'era contra Dio e contra fede. Tutti questi detti di sopra furono disposti di loro benifici per papa Giovanni, perch'erano sismatici e ribelli di Santa Chiesa, i quali furono confermati per lo detto Lodovico, sì come fosse imperadore; e egli fornì di cavagli e d'arnesi l'antipapa e' detti suoi sismatici cardinali. E con tutto che 'l sopradetto antipapa biasimava per via di spirito le ricchezze e onori ch'usava il diritto papa e' suoi cardinali e gli altri parlati de la Chiesa, e tenea l'oppinione che Cristo fue tutto povero e non ebbe propio comune, e così doveano fare i successori di santo Pietro: egli pur sofferse e volle co' suoi cardinali avere cavagli e famiglie vestite e cavalieri e donzelli e forniti d'arnesi, e usare larga mensa a mangiare sì come gli altri; e rimosse e diede molti benifici ecclesiastichi siccome papa, annullando quegli dati per papa Giovanni, e dando larghi brivilegi con falsa bolla e per moneta, però che con tutto che 'l Bavero l'avesse fornito, come avea potuto, egli da sé era sì povero di moneta, che per necessità convenne che 'l suo papa e' suoi cardinali e loro corte fosse povera, e per moneta desse brivilegi e dignità e benifici. E fatte le dette cose, il detto Bavero lasciò il suo papa ne' palagi di San Piero in Roma, e egli cogli più di sua gente si partì di Roma e andonne a Tiboli, a dì XVII del detto mese di maggio.
LXXVI
Come Lodovico di Baviera si fece ricoronare e confermare imperadore al suo antipapa.
Sabato, a dì XXI del sopradetto mese di maggio, il detto Bavero si partì da Tiboli, e venne a San Lorenzo fuori le Mura, e ivi albergò, e tutta sua gente intorno acampata. Poi la domenica mattina, il dì de la Pentecosta, entrò in Roma, e 'l suo antipapa co' suoi sismatici cardinali gli vennono incontro insino a San Giovanni Laterano, e poi ne vennono per Roma insieme col detto Bavero; e ismontati a Santo Pietro, il Bavero mise a l'antipapa la berriuola dello scarlatto in capo, e poi l'antipapa coronò da capo Lodovico di Baviera, confermandolo, sì come papa, a essere degno imperadore. E ciò fatto, il detto Bavero confermò la sentenzia data per Arrigo imperadore contra lo re Ruberto e contra i Fiorentini e altri. E il detto antipapa in quegli giorni fece marchese della Marca, e conte di Romagna, e conte in Campagna, e duca di Spuleto, e fece più legati ne' detti luoghi e in Lombardia. E poi il Bavero si partì di Roma e andonne a Velletri, e lasciò sanatore in Roma Rinieri, figliuolo che fu d'Uguiccione da Faggiuola, il quale martorizzò e fece ardere due buoni uomini, l'uno lombardo, e l'altro toscano, perché diceano che 'l detto frate Piero di Corvara non era né potea essere degno papa, ma era papa Giovanni XXII degno e santo.
LXXVII
Come gente del Bavero furono sconfitti presso a Narni.
Nel detto anno MCCCXXVIII, a dì IIII di giugno, IIIIc cavalieri di quegli del Bavero, venuti da Roma con MD pedoni, s'erano partiti da Todi per torre il castello di Santo Gemini. Sentendo ciò gli Spuletini, con loro isforzo e con CC cavalieri di Perugia ch'erano in Spuleto, ch'andavano in Abruzzi in servigio del re Ruberto, si misono in guato presso di Narni, e ivi ebbe grande battaglia e ritenuta per gli Tedeschi, ma per lo forte passo la gente del Bavero rimasono sconfitti e morti, e presi gran parte.
LXXVIII
Come il Bavero adoperò con sua oste in Campagna per passare nel Regno, e come si tornò a Roma.
Nel detto anno, a dì XI di giugno, il popolo di Roma co la gente del Bavero stati più tempo ad assedio al castello della Mulara, nel quale era la gente del re Ruberto, per difalta di vittuaglia s'arendé al popolo di Roma, andandone sani e salvi la gente del re, ch'erano IIIc cavalieri e Vc pedoni. E ciò fatto, il Bavero colla detta oste andò a Cisterna, e arendési a·llui, e' Tedeschi la rubarono tutta e arsono; e per caro di vittuaglia ch'ebbe nel campo del Bavero, che vi valse o danari XVIII provigini il pane, e non ve n'avea, i Romani si partirono tutti e tornarsi in Roma; e 'l Bavero tornando a Velletri, que' della terra non ve lo lasciarono entrare per paura non rubassono la terra e ardessono, come aveano fatto a Cisterna; per la qual cosa gli convenne stare di fuori a campo a grande misagio. E in quella stanza la gente del re Ruberto ch'erano in Ostia, per tema non v'andasse l'oste del Bavero, la rubarono tutta e arsono, e abandonarla. Ancora nel detto dimoro a campo tra la gente del Bavero ebbe grande dissensione, da' Tedeschi dell'alta Alamagna a quegli della bassa, per cagione della preda di Cisterna e per lo caro della vittuaglia; e armarsi in campo l'una parte e l'altra per combattersi; onde il Bavero con gran fatica e promesse gli dipartì, mandandone a Roma que' de la bassa Alamagna, ed egli cogli altri si tornò a Tiboli dì XX di giugno, e là dimorò intorno d'uno mese per cercare via e modo d'entrare nel Regno; ma per povertà di moneta, e per la carestia grande ch'era al paese, e' passi forti e guardati dal duca di Calavra e da sua gente, non s'ardì a mettere, e tornossi a Roma a dì XX di luglio. Lasceremo alquanto degli andamenti del Bavero, e torneremo adietro a raccontare d'altre novità avenute in questo tempo in Toscana e per l'universo mondo, che ne sursono assai.
LXXIX
Come papa Giovanni aramatizzò di scomunica il Bavero e' suoi seguaci.
Nel detto anno MCCCXXVIII, dì XXX di marzo, papa Giovanni appo Vignone aramatizzò di scomunica il Bavero e' suoi seguaci, e dispuose Castruccio del ducato di Lucca e di Luni, e Piero Saccone de la signoria d'Arezzo, ed ogni brivilegio ricevuto dal Bavero per sentenzia cassò e annullò.
LXXX
Come fu pace tra·re d'Inghilterra e quello di Scozia.
Nel detto anno e mese di marzo si compié l'accordo e pace tra·re d'Inghilterra e quello di Scozia, ch'era durata la guerra... anni, con grande danno e abassamento degl'Inghilesi; e feciono parentado insieme, che il giovane re d'Inghilterra diè per moglie la serocchia al figliuolo del re di Scozia.
LXXXI
Come Castruccio fece rubellare Montemasso a' Sanesi.
Nel detto anno, a dì X d'aprile, Castruccio prima fatto rubellare, e poi il fece fornire, Montemassi in Maremma, il quale certi gentili uomini maremmani, che v'aveano ragione, col favore di Castruccio l'aveano rubellato a dispetto de' Sanesi che v'erano ad oste, e con battifolle, e' Fiorentini vi mandarono in loro soccorso CCL cavalieri, ma giunsono tardi, sì che non poterono riparare a la forza della cavalleria di Castruccio. Per la qual cosa i Sanesi mandarono ambasciadori a Pisa a Castruccio, e dimandargli che non si travagliasse contro a·lloro. Castruccio per ischernie de' Sanesi non fece loro null'altra risposta, se non per una lettera bianca, ch'altro non dicea se non: "Levate via chelchello", in sanese, cioè il battifolle; onde i Sanesi forte ingrecaro, e rinforzarvi l'assedio coll'aiuto de' Fiorentini, che vi mandarono CCCL cavalieri, e per patti ebbono il detto Montemassi a dì... d'agosto MCCCXXVIII.
LXXXII
Come fu preso e disfatto il castello del Pozzo sopra Guisciana.
Nel detto anno, a dì XXVI d'aprile, le masnade de' Fiorentini ch'erano in Santa Maria a Monte, presono il castelletto del Pozzo in su Guisciana, il quale era molto rafforzato. Vegnendo la gente di Castruccio per fornirlo, e que' del castello uscendo incontro per loro ricevere, le masnade de' Fiorentini entrarono in mezzo tra 'l castello e loro, e misongli in isconfitta, e ebbono il Pozzo, il quale i Fiorentini feciono di presente diroccare infino a le fondamenta. Quello Pozzo Castruccio avea molto fatto afforzare e murare, e tenealo per suo luogo propio.
LXXXIII
Come Castruccio corse la città di Pisa e fecesene fare signore.
In questi tempi e mese d'aprile Castruccio essendo in Pisa, e non parendogli che la terra si reggesse bene a sua guisa, e convitando d'esserne al tutto signore, e certi grandi e popolani di Pisa, i quali a la venuta del Bavero erano de la setta di Castruccio, allora erano contra lui per non volerlo per signore, e aveano fatto trattato in Roma col Bavero ch'egli donasse la signoria a la 'mperadrice, acciò che Castruccio non avesse la signoria; e così fece per danari ch'ebbe da' Pisani (la quale donna mandò a Pisa per suo vicario il conte d'Ottinghe d'Alamagna, il quale da Castruccio infintamente fu ricevuto), ma due dì apresso Castruccio con sua cavalleria e con gente a piè assai del contado di Lucca corse la città di Pisa due volte, non riguardando reverenza o signoria del Bavero o de la moglie, e prese messer Bavosone d'Agobbio, il quale il Bavero v'avea lasciato per suo vicario, e messer Filippo da Caprona e più altri grandi e popolani di Pisa, e per forza si fece eleggere signore libero di Pisa per II anni, e ciò fu a dì XXVIIII d'aprile MCCCXXVIII; per la qual cosa il sopradetto conte d'Ottinghe si ritornò a Roma con onta e vergogna. Ben si disse che Castruccio il contentò di moneta, acciò che non si dolesse lui al Bavero né a la donna sua; ma di certo di questa novità nacque grande isdegno coperto dal Bavero a Castruccio, del quale sarebbe nato novità assai e diverse, se Castruccio fosse lungamente vivuto, come innanzi faremo menzione.
LXXXIV
Come i Fiorentini renderono il castello di Mangone a messer Benuccio Salimbeni di Siena.
Nel detto anno, a dì XXX d'aprile, i Fiorentini per volontà e comandamento del duca loro signore, e per certe rapresaglie e roba de' Fiorentini sostenute da' Sanesi, renderono contra loro buona voglia il castello di Mangone a messer Benuccio de' Salimbeni di Siena, che vi cusava ragione per la moglie, la quale fu figliuola del conte Nerone da Vernia, e nipote del conte Alberto da Mangone; ma per certe ragioni e testamenti fatti con patti infra i conti da Mangone, chi di loro rimanesse sanza reda maschio legittimo, rimanesse e Vernia e Mangone al Comune di Firenze, e morto Alberto nullo ve ne rimanea, e 'l Comune di Firenze n'avea ragione, e n'era in possessione. Per la qual cosa il popolo di Firenze molto si turbò di renderlo; ma per lo male stato del nostro Comune, e per non recarne i Sanesi a nimici, e non potere contastare a la volontà del duca, si rendé per lo meno reo, con patti che messer Benuccio ne dovesse con C fanti fare oste e cavalcate col Comune di Firenze, e mandare uno palio di drappo ad oro per la festa del beato Giovanni.
LXXXV
Come Castruccio puose l'assedio a la città di Pistoia.
Ne' detti tempi grande quistione nacque dal Comune di Firenze a messer Filippo di Sangineto, il quale il duca di Calavra avea lasciato in suo luogo e capitano di guerra in Firenze per cagione che oltre a' patti di CCm fiorini d'oro che 'l duca avea l'anno per la sua signoria e per tenere M cavalieri (che non ne tenea allora VIIIc), sì volea che' Fiorentini fornissono a loro spese la città di Pistoia e Santa Maria a Monte, e non bastava il costo de' soldati, che oltre a le masnade a cavallo pagati de' danari de' Fiorentini, teneano i Fiorentini in Pistoia M pedoni, e nel castello di Santa Maria a Monte Vc al loro soldo, sì volea il detto messer Filippo si fornisse di vittuaglia de la moneta del Comune le dette terre, e il duca ne volea e avea la signoria e dominazione libera de la detta città di Pistoia e di Santa Maria a Monte. Onde isdegno e gara nacque grande tra' rettori di Firenze e il detto messer Filippo e' suoi consiglieri; e non sanza giusta cagione de' Fiorentini, però che 'l detto messer Filippo quando prese Pistoia l'avea co la sua gente rubata e vota d'ogni sustanza, e no·lla volea fornire di vittuaglia de la pecunia che gli rimanea, pagati i suoi cavalieri, di CCm fiorini d'oro, che bene lo potea fare largamente, anzi gli rimandava al duca nel Regno. Onde i Fiorentini ingrecati e imbizzarriti per lo detto isdegno, s'acrebbe grossamente danno sopra danno e pericolo sopra vergogna, come innanzi faremo menzione; che per ispesa di IIIIm fiorini d'oro si trovava chi forniva la città di Pistoia, che costò poi a' Fiorentini più di Cm, con danno e vergogna del Comune di Firenze e del duca che n'era signore. Questa discordia sentendo Castruccio, e come Pistoia non era fornita per più di due mesi, co la grande volontà ch'aveva di riprenderla, e di vendicarsi di messer Filippo e de' Fiorentini de l'onta che·lline parea avere ricevuta de la perdita di quella, come sollecito e valoroso signore vi mandò la sua gente, in quantità di M cavalieri e popolo assai, a l'assedio, a dì XIII di maggio MCCCXXVIII, e egli rimase in Pisa a sollecitare di fornire la detta oste. E mandòvi i Pisani per comune, e col loro carroccio, i più contra loro volontà, e egli poi venne in persona nella detta oste a dì XXX maggio con tutto il rimaso di sua gente, e trovossi con XVIIc di cavalieri e popolo innumerabile, sì ch'elli cinse la città d'intorno intorno di sua oste e con più battifolli, sì che nullo vi potea entrare né uscire, avendo tagliate le vie e fatti i fossi e isbarre e steccati di maravigliosa opera, acciò che nullo potesse uscire di Pistoia, né' Fiorentini impedire né assalire sua oste da l'altra parte.
LXXXVI
Come i Fiorentini feciono grande oste per soccorrere la città di Pistoia, e come Castruccio l'ebbe a patti.
Istando Castruccio a l'assedio di Pistoia per lo modo ch'avemo detto di sopra, dando a la città sovente battaglie con gatti e grilli e torri di legname armate, e riempiendo in alcuna parte de' fossi, ma poco o niente vi poté fare, però che la terra era fortissima di mura con ispesse torricelle e bertesche, e poi steccata con dupplicati fossi, come Castruccio medesimo l'avea fatta afforzare, e dentro avea per lo Comune di Firenze CCC cavalieri e M pedoni, buona gente d'arme a la guardia e difensione, sanza i cittadini guelfi, i quali sovente uscivano fuori assalendo il campo con danno de' nimici; e le masnade de' Fiorentini ch'erano in Prato spesso assalivano l'oste; ma poco levava, sì avea Castruccio afforzato il campo. In questa stanza i Fiorentini feciono disfare e tagliare co' picconi la rocca e le mura e tutte case e fortezze del castello di Santa Maria a Monte, e misonvi fuoco, e feciolla rovinare a dì XV di giugno del detto anno, per non avere a fornire tante guardie di castella, e per la tenza ch'aveano de la detta guardia co la gente del duca, sì come dicemmo dinanzi, e per fare partire Castruccio da l'assedio di Pistoia, o asottigliare sua oste, per venire a difendere Santa Maria a Monte. Ma egli, come costante e valoroso, niente si mosse da Pistoia, ma raforzò l'asedio. I Fiorentini veggendo che Pistoia era con difalta di vittuaglia, e non si potea fornire sanza possente oste o per battaglia con Castruccio, sì raunarono tutta loro amistà, e ebbono dal legato di Lombardia, il quale era in Bologna, Vc cavalieri, prestando loro per paga Xm fiorini d'oro, e IIIIc cavalieri del Comune di Bologna, e CC cavalieri del Comune di Siena, e gente di loro a piè con balestra, e da CCC cavalieri tra di Volterra, e San Gimignano, e Colle, e Prato, e' conti Guidi guelfi e altri amici, e messer Filippo di Sangineto capitano per lo duca VIIIc cavalieri, che ne dovea avere M, per la qual difalta, oltre a quegli, il Comune di Firenze ne soldò IIIIcLX sotto bandiere del Comune, onde furono capitani messer Gian di Bovilla di Francia e messer Vergiù di Landa di Piagenza. E raunata la detta cavalleria, la quale furono da XXVIc di cavalieri, molto bella e buona gente, la maggiore parte oltramontani, e popolo a piè grandissimo, e preso il gonfalone della Chiesa, e la croce dal legato cardinale ne la piazza di Santa Croce, si mosse di Firenze il capitano con parte dell'oste martidì XIII di luglio, e andonne a Prato; e il seguente e terzo dì apresso si mosse di Firenze tutta l'altra cavalleria e gente. E poi i·lunidì, dì XVIIII di luglio, uscì tutta l'oste de' Fiorentini di Prato ordinata e schierata, e puosonsi a campo di là dal ponte Agliana, e 'l seguente dì si puosono a le Capannelle, e quivi assai presso a l'oste di Castruccio, ispianando di concordia intra le due osti, avendo Castruccio promessa e ingaggiata la battaglia. Tutto uno giorno stette l'oste de' Fiorentini ischierata in sul campo per combattere; ma Castruccio veggendo tanta buona gente a' Fiorentini, e volonterosa di combattere, ed egli si sentia con assai meno cavalleria, non si volle mettere a la fortuna de la battaglia; ma con grandissima sollecitudine e studio personalmente intendea a fare imbarrare con alberi tagliati e fossi e steccati intorno a la sua oste, e spezialmente verso la parte ove avisava che l'oste de' Fiorentini si dovea porre. E così ingannati i Fiorentini da Castruccio di non volere la battaglia, mossono loro schiere, e tennono a mano diritta verso tramontana, e acamparsi al ponte a la Bura; che s'avessono tenuto di costa al fiume dell'Ombrone da la mano sinestra, di nicessità convenia che Castruccio venisse a la battaglia, o Fiorentini fornissono per forza Pistoia, e entrassono tra la terra e Serravalle, onde venia la vittuaglia a l'oste di Castruccio. Ma a cui Idio vuole male gli toglie il senno; che presono pure il peggiore, e strinsonsi a' poggetti di Ripalta, ove l'oste di Castruccio era più forte per lo sito del terreno, e dove avea più battifolli, e gente a piè innumerabile a la difesa. E stando nel detto luogo da VIII giorni badaluccandosi sovente le genti de le due osti insieme, ma poco poterono avanzare i Fiorentini; che s'aquistavano il giorno terreno, la notte era ripreso e afforzato di steccati per la gente di Castruccio. E sturbò ancora molto la 'mpresa, che messer Filippo capitano per lo duca di Fiorentini alquanto amalò, e non era bene inn-accordo col maliscalco che v'era colla cavalleria de la Chiesa e di Bologna, che l'uno volea tenere una via, e l'altro un'altra; e de' soldati de la Chiesa, che v'avea assa' Tedeschi, spesso passavano con fidanza a l'oste di Castruccio, onde si prese alquanta sospeccione, e dissesi che Castruccio avea fatti corrompere più conostaboli tedeschi de la gente de la Chiesa. E per le dette cagioni, e ancora che·legato da Bologna studiava di riavere la sua cavalleria per sue imprese di Romagna, sì·ssi prese partito in Firenze, per lo men reo, di fare tornare l'oste, e cavalcare in su quello di Pisa, e lasciare guernimento in Prato di gente e di vittuaglia, sì che se Castruccio si levasse da l'assedio di Pistoia, si fornisse la terra. E così levato il campo e l'oste de' Fiorentini, e schierati, a dì XXVIII di luglio, trombato, e richesto Castruccio di battaglia, non comparendo, si partì l'oste e tornò in Prato, e gran parte cavalcarono per la via di Signa in Valdarno di sotto; e faccendo vista di passare Guisciana per andare verso Lucca, e parte ne passarono, il maliscalco de la Chiesa con grande cavalleria e pedoni corsono sopra quello di Pisa, e presono e arsono il Ponte ad Era; e poi per forza combattendo presono il fosso Arnonico e uccisonvi e presono molte genti: e simile presono Cascina, e corsono a San Savino, e infino presso al borgo di San Marco di Pisa, avendo molti pregioni e grandissima preda, però che' Pisani non si prendeano guardia, trovandogli a mangiare co le tavole messe, e non v'avea cavalieri né genti a la difesa, che tutti erano a l'oste di Pistoia; sì che infino a le porte di Pisa poteano cavalcare sanza contradio. Castruccio per cavalcata che la gente de' Fiorentini facessono in su quello di Lucca o di Pisa, non si mosse dall'asedio di Pistoia, sentendo ch'era stretta di vittuaglia, e que' d'entro, d'onde era capitano messer Simone de la Tosa, isbigottiti, veggendo partita l'oste de' Fiorentini, e non aveano potuto fornirgli, ed era loro fallita la vittuaglia, cercarono trattato con Castruccio di rendere la terra, salve le persone con ciò che se ne potessono portare, e chi volesse essere cittadino di Pistoia rimanesse. E così fu fatto; e arrendessi Pistoia a Castruccio, mercoledì mattina a dì III d'agosto, gli anni di Cristo MCCCXXVIII. E nota se questa impresa fu con grande vergogna e danno e spesa de' Fiorentini, e quasi incredibile a dovere potere essere, che Castruccio tenesse l'assedio con XVIc di cavalieri o là intorno, e' Fiorentini, che n'aveano tra nell'oste e in Pistoia IIIm cavalieri o più, molto buona gente e popolo grandissimo, non poterlo levare da campo. Ma quello che per Dio è permesso nulla forza né senno umano può contastare.
LXXXVII
Come morì il duca Castruccio signore di Pisa e di Lucca e di Pistoia, e messer Galeasso de' Visconti di Milano.
Come Castruccio ebbe racquistata Pistoia per suo grande senno e studio e prodezza per lo modo che detto avemo, sì riformò e rifornì la terra di gente e di vittuaglia, e rimisevi i Ghibellini, e tornò a la città di Lucca con grande trionfo e gloria a modo di triunfante imperadore, e trovossi in sul colmo d'essere temuto e ridottato, e bene aventuroso di sue imprese, più che fosse stato nullo signore o tiranno italiano, passati CCC anni, ritrovandone il vero per le croniche; e con questo, signore della città di Pisa, e di Lucca, e di Pistoia, e di Lunigiana, e di gran parte de la riviera di Genova di levante, e trovossi signore di più di IIIc castella murate. Ma come piacque a Dio, il quale per lo debito di natura raguaglia il grande col piccolo, e·ricco col povero, per soperchio di disordinata fatica presa nell'oste a Pistoia, stando armato, andando a cavallo e talora a piè a sollecitare le guardie e' ripari di sua oste, faccendo fare fortezze e tagliate, e talora cominciava colle sue mani acciò che ciascuno lavorasse al caldo del sole leone, sì gli prese una febbre continua, onde cadde forte malato. E per simile modo partendosi l'oste da Pistoia, molta buona gente di quella di Castruccio amalaro e morirne assai. Intra gli altri notabili uomini messer Galeasso de' Visconti di Melano, il quale era in servigio di Castruccio, amalò al castello di Pescia, e in quello in corto termine morì scomunicato assai poveramente, ch'era stato così grande signore e tiranno, che innanzi che 'l Bavero gli togliesse lo stato era signore di Melano e di VII altre città vicine al suo séguito, com'era Pavia, Lodi, Chermona, Commo, Bergamo, Noara, e Vercelli, e morì vilmente soldato a la mercé di Castruccio. E così mostra che i giudici di Dio possono indugiare, ma non preterire. Castruccio innanzi ch'egli amalasse, sentendo che 'l Bavero tornava da Roma, e parendogli averlo offeso in isturbargli la sua impresa del Regno per lo suo dimoro in Toscana, e presa la città di Pisa a sua signoria contra sua volontà e mandamento, temette di lui, e ch'egli nol levasse di signoria e di stato, come avea fatto Galeasso di Melano, si fece cercare trattato d'accordo segretamente co' Fiorentini; ma, come piacque a Dio, gli sopravenne la malatia, sì che si rimase, e lui agravato ordinò suo testamento, lasciando Arrigo suo primo figliuolo duca di Lucca; e che sì tosto come fosse morto, sanza fare lamento, dovesse andare in Pisa co la sua cavalleria e correre la città, e recarla a sua signoria. E ciò fatto, passò di questa vita sabato a dì III di settembre MCCCXXVIII. Questo Castruccio fu della persona molto destro, grande, d'assai avenante forma, schietto, e non grosso, bianco, e pendea in palido, i capegli diritti e biondi con assai grazioso viso: era d'etade di XLVII anni quando morì. E poco innanzi a la sua morte conoscendosi morire, disse a più de' suoi distretti amici: "Io mi veggo morire, e morto me, vedrete disasseroncato", in suo volgare lucchese, che viene a dire in più aperto volgare: "Vedrete revoluzione", overo in sentenzia lucchese: "Vedrai mondo andare". E bene profetezzò, come innanzi potrete comprendere.
E per quello che poi sapemmo da' suoi più privati parenti, egli si confessò e prese il sagramento e l'olio santo divotamente; ma rimase con grande errore, che mai non riconobbe sé avere offeso a Dio per offensione fatta contra santa Chiesa, faccendosi coscienza che giustamente avesse operato per lo 'mperio e suo Comune. E poi che in questo stato passò, e tennesi celata la sua morte infino a dì X di settembre, tanto che com'egli avea lasciato, corse Arrigo suo figliuolo co la sua cavalleria la città di Lucca e quella di Pisa, e ruppono il popolo di Pisa combattendo ovunque trovarono riparo. E ciò fatto, tornò in Lucca e feciono il lamento, vestendosi tutta sua gente a nero, e con X cavagli coverti di drappi di seta e con X bandiere; dell'arme dello 'mperio due, e di quelle del ducato due, e della sua propia due, e una del Comune di Pisa, e simile di quello di Lucca e di Pistoia e di Luni. E soppellissi a grande onore in Lucca al luogo de' frati minori di san Francesco a dì XIIII di settembre. Questo Castruccio fu uno valoroso e magnanimo tirannno, savio e accorto, e sollecito e faticante, e prode in arme, e bene proveduto in guerra, e molto aventuroso di sue imprese, e molto temuto e ridottato, e al suo tempo fece di belle e notabili cose, e fu uno grande fragello a' suoi cittadini, e a' Fiorentini e a' Pisani e Pistolesi e a tutti i Toscani in XV anni ch'egli signoreggiò Lucca: assai fu crudele in fare morire e tormentare uomini, ingrato de' servigi ricevuti in suoi bisogni e necessitadi, e vago di gente e amici nuovi, e vanaglorioso molto per avere stato e signoria; e al tutto si credette essere signore di Firenze e re in Toscana. Della sua morte si rallegrarono e rassicurarono molto i Fiorentini, e appena poteano credere che fosse morto. Di questa morte di Castruccio ci cade di fare memoria a noi autore, a cui avenne il caso. Essendo noi in grande turbazione della persecuzione che facea al nostro Comune, la quale ci parea quasi impossibile, dogliendone per nostra lettera a maestro Dionigio dal Borgo a San Sepolcro, nostro amico e divoto, dell'ordine degli agostini, maestro in Parigi in divinità e filosofia, pregando m'avisasse quando avrebbe fine la nostra aversità, mi rispuose per sua lettera in brieve, e disse: "Io veggio Castruccio morto; e alla fine della guerra voi avrete la signoria di Lucca per mano d'uno ch'avrà l'arme nera e rossa, con grande affanno, ispendio, e vergogna del vostro Comune, e poco tempo la gioirete". Avemmo la detta lettera da Parigi in quegli giorni che Castruccio avea avuta la vittoria di Pistoia di su detta, e riscrivendo al maestro com'elli Castruccio era nella maggiore pompa e stato che fosse mai, rispuosemi di presente: "Io raffermo ciò ti scrissi per l'altra lettera; e se Idio nonn-ha mutato il suo giudicio e il corso del cielo, io veggio Castruccio morto e sotterrato". E com'io ebbi questa lettera, la mostrai a' miei compagni priori, ch'era allora di quello collegio, che pochi dì innanzi era morto Castruccio, e in tutte le sue parti il giudicio del maestro Dionigio fu profezia.
Lasceremo alquanto delle novità di Toscana, e faremo incidenza faccendo menzione d'altre cose che in questi tempi furono in più parti del mondo, e degli andamenti del Bavero, il quale era rimaso a Roma, tornando poi a nostra materia de' fatti di Firenze.
LXXXVIII
Come Filippo di Valos fu coronato re di Francia.
Nel detto anno MCCCXXVIII di maggio, a l'ottava di Pentecosta, messer Filippo di Valos, figliuolo che fu di messer Carlo di Valos, a cui succedette il reame di Francia, però che di niuno de' tre suoi cugini, ch'erano stati re di Francia e figliuoli del re Filippo il Bello, non rimase niuno figliolo maschio, fu coronato re di Francia a la città di Rens co la moglie a grande festa e onore; e ciò fatto, ristituì il reame di Navarra al figliuolo che fu di messer Luis di Francia suo cugino, faccendogline omaggio, che gli succedea per dote de la moglie, che fu figliuola del re Luis che fu re di Francia, per successione del re Filippo suo padre, e re di Navarra per lo retaggio della reina Giovanna sua madre, e per aquitarlo della quistione ch'egli avea mossa, dicendo ch'era vero reda del reame di Francia per la moglie, ch'era figliuola del re Luigi maggiore de' fratelli, figliuolo del re Filippo il Bello, e così suo cugino com'egli. E in quella coronazione, ordinato saviamente lo stato del reame, e' ordinò d'andare con tutto suo podere sopra i Fiamminghi, i quali s'erano rubellati da la signoria de·reame, e cacciato il loro conte e signore.
LXXXIX
Come il detto re di Francia sconfisse i Fiamminghi a Cassella.
Ne' detti tempi, essendo quegli di Bruggia e di tutte le terre de la marina di Fiandra rubellato a Luis conte di Fiandra loro signore, come adietro in alcuna parte facemmo menzione, e Luis uscito di loro pregione, stando nella villa di Guanto, più volte gli feciono oste adosso, e l'assalirono, e cacciarono del paese tutti i nobili e i grandi borgesi; onde il detto conte andò in Francia e al suo sovrano signore, cioè a Filippo di Valos nuovo re di Francia, dolendosi di quello che gli faceano i Fiamminghi suoi vassalli, a' quali il detto re di Francia mandò comandando che dovessono tenere il conte per loro signore e rimetterlo in suo stato: i quali disobedienti, e con orgoglio rispondendo che non erano aconci d'ubbidire né 'l conte né lui, lo re ricordandosi de le 'ngiurie e vergogne fatte per gli Fiamminghi a' suoi anticessori e a la casa di Francia, sì s'aparecchiò d'andare ad oste sopra loro; e con grande esercito si mosse con tutta la baronia di Francia, e oltre a' Franceschi menò seco il conte di Savoia, e 'l Dalfino di Vienna, e 'l conte d'Analdo, e quello di Bari, e quello di Namurro, e più altri baroni di Brabante e di confini de la Magna, i quali erano suoi amici e al suo servigio, e con numero di più di XIIm cavalieri e popolo grandissimo a piè, e co la detta oste si mosse di Francia, e andonne in Fiandra. I Fiamminghi non ispaventati sentendosi venire adosso sì grande esercito, ma come valorosi e franchi lasciando ogni loro arte e mestiere, per comune vennono tutti a piede a le frontiere di Fiandra, e puosonsi a campo in sul poggio di Cassella per contradiare il re di Francia che non entrasse in loro paese. Lo re di Francia con sua oste s'acampò a piè del detto poggio, e quivi stettono più giorni sanza assalire l'una oste l'altra, se non di scaramucci e badalucchi, però che ciascuna oste era in luogo forte. A la fine tanto s'asicurarono le due osti, che quasi nullo stava armato per lo soperchio caldo ch'era allora. E' Fiamminghi sagacemente, per sapere lo stato e essere dell'oste de' Franceschi, vi mandarono uno pesciaiuolo di Bruggia a vendere pesci, molto savio e aveduto, e che sapeva bene il francesco, il quale avea nome Gialucola, ed era de' maggiori maestri dell'oste, il quale per la sua patria si mise a pericolo di morte, e più giorni vendendo i suoi pesci, usò e stette nell'oste de' Franceschi, e vide e conobbe loro condizione e stato; e tornato a' suoi, disse tutto, com'era a·lloro leggere di prendere il re di Francia e sconfiggere tutta sua oste, se volessono essere valenti, però che per lo caldo non istavano armati né in nulla guardia. E fé ordinare di fare richiedere il re di battaglia ordinata il dì di santo Bartolomeo d'agosto, ch'è a dì XXIIII del mese; la qual cosa per lo re e per tutta sua gente fu accettata allegramente. E poi disse a' suoi: "A noi conviene usare inganno con prodezza. Il re attende la giornata ordinata di battaglia, e in questo mezzo non fa quasi guardia, e spezialemente il meriggio per lo caldo si spogliano e dormono tutti.
Armianci segretamente, e subitamente assaliamo l'oste, e io con certi eletti n'anderò diritto a la tenda del re, che la so bene". E com'ebbe detto e ordinato, così fu fatto, che a dì XXIII d'agosto, gli anni di Cristo MCCCXXVIII, dì II innanzi il giorno de la battaglia ordinata, i Fiamminghi armati di corazze in sul pieno meriggio, sanza fare nullo romore né di trombe né d'altro stormento, scesono del poggio di Cassella, e assalirono il campo e l'oste del re di Francia, che non se ne prendeano nulla guardia, con grande danno e mortalità de' Franceschi per modo che, come aveano ordinato i Fiamminghi, venia fatto di mettere inn-isconfitta il re di Francia e sua oste. E già il sopradetto pesciaiuolo con sua compagnia era venuto sanza contasto niuno infino a la tenda del re, il quale re da' detti assalitori fu a condizione di morte, e con grande fatica e rischio apena poté ricoverare a cavallo. Ma che impedì i Fiamminghi, come piacque a Dio, il venire soperchio armati di corazze, e 'l caldo era grande, onde non si poteano per istanchezza del corso ch'aveano fatto reggere, ma molti ne traffelaro, e d'altra parte il conte d'Analdo e quello di Bari e quello di Namurro con loro gente, i quali erano co·lloro tende a l'estremità dell'oste, e non istavano nell'agio né morbidezze de' Franceschi, ma sanza dormire stavano armati a la tedesca, come s'avidono della scesa de' Fiamminghi, montarono a cavallo e misonsi al contasto, onde i Franceschi ebbono alcuno riparo, e vennonsi armando e montando a cavallo. Per la qual cosa la battaglia de' Franceschi rinforzò, e i Fiamminghi per istraccamento di loro soperchie armi affieboliro, onde in quello giorno, come piacque a Dio, furono sconfitti i Fiamminghi, e morirne in sul campo più di XIIm, e gli altri si fuggirono chi qua e chi là per lo paese. E ciò fatto, il re con sua oste ebbe incontanente Popolinghe, e poi la buona villa d'Ipro, e venne verso Bruggia. Quegli ch'erano rimasi in Bruggia contradi del re e del conte si teneano forte, credendo guarentire la terra; ma come piacque a Dio, e quasi fu uno miracolo, le donne e femmine di Bruggia congregate insieme, presono bandiere dell'arme del conte correndo in su la piazza dell'Alla di Bruggia, gridando in loro lingua: "Viva il conte, e muoiano i traditori!"; per la quale sommozione i detti caporali per paura si partirono, e le donne mandarono per lo conte, il qual era ad Andriborgo, e diedongli la signoria della terra; e poi vi venne il re di Francia con grande festa, e risagì signore il detto conte de la contea di Fiandra dal fiume de la Liscia in là, aquetandolo d'ogni spesa ch'avea fatta ne la detta oste, e amonendolo che fosse buono signore, e si guardasse che per sua difalta non perdesse la contea più; che se ciò gli avenisse, gli torrebbe la terra. E ciò fatto, si tornò lo re in Francia con grande vittoria e trionfo, e 'l conte rimase in Fiandra e fece abattere tutte le fortezze di Bruggia e d'Ipro, e fece morire tra più volte di mala morte più di Xm Fiamminghi de la Comune, i quali erano stati caporali e cominciatori de la disensione e rubellazione. Questa fu notabile e grande vendetta e mutazione di stato che Idio permise de' Fiamminghi per abbattere l'orgoglio e ingratitudine che 'l detto scomunato popolo aveano presa sopra i Franceschi per la vittoria ch'aveano avuta sopra loro l'anno del MCCCI a Coltrai, e più altre, come in que' tempi facemmo menzione, e però n'avemo fatta più distesa memoria.
XC
Come fu canonizzato santo Pietro di Morrone, papa Celestino.
Nel detto anno MCCCXXVIII papa Giovanni co' suo' cardinali apo la città di Vignone in Proenza, ov'era la corte, canonizzò santo Pietro di Morrone, il quale fu papa Celestino V, onde al suo tempo, che fu gli anni di Cristo MCCLXXXXIIII, facemmo adietro compiutamente menzione; il quale rinunziò il papato per utile di sua anima, e tornossi al suo romitaggio al Morrone a fare penitenzia; e in sua vita, e poi dopo la sua morte, fece Idio per lui nel paese d'Abruzzi molti miracoli, e la sua festa si celebrò dì XVIII di maggio, e il corpo suo imbolato del castello di Fummone in Campagna, reverentemente fu portato nella città dell'Aquila.
XCI
Come gli usciti di Genova presono Volteri e riperdero.
Nel detto anno, a dì VI di giugno, gli usciti di Genova ch'erano in Saona presono per forza il castello di Volteri presso a Genova, mettendo a morte chiunque vi trovarono dentro, ma poco il tennono, che' Genovesi v'andarono ad oste per terra e per mare, e riebbollo a patti.
XCII
Come quegli di Pavia rubarono la moneta che 'l papa mandava a' suoi cavalieri.
Nel detto anno, a l'entrante di luglio, vegnendo da corte da Vignone la paga de' soldati che·lla Chiesa tenea col suo legato in Lombardia, i quali danari erano in quantità di LXm fiorini d'oro a la guardia di CL cavalieri, passando per lo contado di Pavia di qua dal fiume di Po, le masnade di Pavia ribelli della Chiesa, fatta posta della venuta de la detta moneta, e messisi in aguato, essendo passati parte de la detta scorta, sì assalirono il rimanente e misongli in rotta, e presono parte del tesoro, che furono più di XXXm fiorini d'oro, sanza i pregioni e cavagli e somieri e arnesi.

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Ultimo Aggiornamento:12/07/05 23:10