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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

NUOVA CRONICA

Tomo Primo

Di: Giovanni Villani

 

LIBRO OTTAVO (116-155)

CXVI
D'uno grande fuoco che s'accese in Firenze.
Nel detto anno MCCLXXXVII, del mese di..., di notte s'apprese il fuoco in Firenze nel palagio de' Cerretani dalla porta del vescovo, e arse il detto palagio, e più case d'intorno, con grande danno di loro e de' vicini, e morivi una balia con uno fanciullo; che poi ch'ella ne fu fuori si ricordò di suoi danari ch'avea lasciati in una cassetta, e per covidigia vi tornò, onde rimase nel fuoco. Di questa vile ricordanza avemo fatta memoria per esemplo della folle avarizia delle femmine. Lasceremo de' fatti di Firenze, e torneremo alquanto a contare della guerra di Cicilia.
CXVII
Come l'armata di Carlo Martello presono la città d'Agosta in Cicilia, e come la loro armata fu sconfitta in mare da Ruggieri di Loria.
Nel detto anno MCCLXXXVII, a dì XXII d'aprile, si partirono da Napoli L tra galee e uscieri armate con Vc cavalieri, le quali avea fatte apparecchiare il conte d'Artese, il quale era balio e governatore di Carlo Martello giovane figliuolo di Carlo secondo, e di tutto il Regno, e di quelle fece amiraglio e capitano messer Rinaldo da Velli. E passò in Cicilia, e prese per forza per lo sùbito e improviso avenimento la città d'Agosta, e rimandò il navilio a Brandizio in Puglia per guernigione, e quella Agosta afforzò molto per difenderla e tenerla per l'erede del re Carlo, come valoroso e savio cavaliere. Come don Giamo d'Araona signore di Cicilia seppe ciò, sì andò con tutto suo isforzo all'assedio della detta città d'Agosta ribellata, e fece armare al suo amiraglio messer Ruggieri di Loria XLV galee, acciò che guardasse le marine, che vittuaglia non potesse venire alla guernigione dell'Agosta, e che se armata si facesse a Napoli, non si potesse agiugnere con quella di Brandizio. Come il conte Artese ebbe la novella della presa dell'Agosta, ordinò d'armare a Brandizio il navilio e galee ch'erano tornate con molta vittuaglia e guernigione, e a Napoli poi fece armare LX galee per soccorrere l'Agosta, e passare in Cicilia con grande oste, e con molti baroni e cavalieri franceschi e provenzali e italiani, e della detta armata era amiraglio messer Arrighino da Mare di Genova. Come Ruggieri di Loria seppe la novella, incontanente, come savio amiraglio e maestro di guerra, si diliberò di venire adosso all'armata di Napoli, e per sottrarreli alla battaglia innanzi che s'accozzassero coll'armata di Puglia che dovea partire da Brandizio; e così gli venne fatto, che il dì di santo Giovanni, del mese di giugno del detto anno, Ruggieri di Loria colla sua armata venne insino nel porto di Napoli, faccendo saettare nella terra, e con grida e villane parole e a isvergognare il conte Artese e' suoi Franceschi, i quali come gente poco savi di guerra di mare, vedendosi dispregiare a' Catalani e a' Ciciliani, presono isdegno, e con furia e sanza ordine montarono in galee, e ciò fu il conte Guido di Monforte, e il conte di Brenna, e messer Filippo figliuolo del conte di Fiandra, e più altri baroni e cavalieri, e colle dette LX galee armate di molta buona gente uscirono del porto di Napoli seguendo l'armata de' Ciciliani. Ruggieri di Loria amiraglio di Cicilia, avendosi dilungato da Napoli intorno di VI miglia, veggendo venire la detta armata isparta e non ordinata, come valente amiraglio prese suo vantaggio, non guardando perché fossono più galee che le sue: sì fece vogliere le sue galee e fedire a la detta armata, spezialmente alle galee ov'erano i signori franceschi, i quali conoscea per mali maestri di mare. La battaglia fu aspra e dura, che con tutto che' baroni e' cavalieri franceschi e provenzali non fossono usi di battaglia di mare, pure erano valenti e virtudiosi in arme; ma alla fine abandonati dal loro amiraglio messer Arrighino da Mare (non piaccendogli la battaglia non volle fedire colle sue galee genovesi), le galee de' baroni furono sconfitte e prese gran parte, e menati in Cicilia; ma poi per danari la maggiore parte de' baroni e cavalieri si ricomperarono, salvo il conte di Monforte che morì in pregione. La detta sconfitta fu grande abbassamento della parte di Carlo Martello e del conte d'Artese, che teneano il Regno, e grande esultamento de' Ciciliani e de' Catalani; per la qual cosa, del mese di luglio presente, s'arendé la città d'Agosta a don Giamo, salve le persone, e fecesi triegua tra·lle dette parti dalla san Michele vegnente a uno anno. Lasceremo alquanto della detta materia, e diremo d'altre novitadi di Firenze e di Toscana ne' detti tempi.
CXVIII
Come s'apprese uno grande fuoco in Firenze in casa Cerchi.
Nel detto anno, a dì VIIII di febbraio, la notte di carnasciale s'apprese il fuoco in Firenze nelle case e palagi de' Cerchi neri da porte San Piero, e arse dalla volta ch'era in su l'antica porta insino a la 'ncontra di Santa Maria in Campo, i quali erano molto belli e ricchi palagi e casamenti; e arsevi molta roba e ricchi arnesi, ma non v'ebbe danno di persona. Ma poco tempo appresso i detti Cerchi, ch'erano di grande ricchezza e podere, le feciono rifare più belle che prima.
CXIX
Della chiamata di papa Niccola IIII d'Ascoli.
Negli anni di Cristo MCCLXXXVII, in mezzo febbraio, il dì di caffera san Piero fu eletto papa Niccola IIII della città d'Ascoli della Marca. Questi avea nome Girolamo, e fu frate minore, e per sua bontà e scienzia fu fatto ministro generale dell'ordine, e poi cardinale, e poi papa; e sedette anni IIII, e mesi I, e dì VIII; e vacò la Chiesa dopo la sua morte anni II, e mesi III, e dì VIII. Quello che fu fatto per lui, e al suo tempo, faremo menzione per gli tempi ordinatamente. Questi favorò molto parte ghibellina occultamente, e tutta sua famiglia erano Ghibellini, e quegli della casa della Colonna agrandì molto, e fece cardinale messer Piero della Colonna, nonostante ch'avesse moglie, la quale dispensò e fece fare monaca; e per partire gli Orsini, a petizione de' Colonnesi fece cardinale messer Nepoleone Orsini di que' dal Monte, loro parente e nemico degli altri; per la qual cosa molto montò lo stato de' Ghibellini, e abbassò lo stato del re Carlo e de' Guelfi.
CXX
D'una grande oste che 'l Comune di Firenze fece sopra la città d'Arezzo, e alla partita i Sanesi furono sconfitti alla pieve al Toppo.
Negli anni di Cristo MCCLXXXVIII, i Fiorentini coll'altre terre guelfe della taglia di Toscana, veggendo che 'l vescovo d'Arezzo col suo séguito de' Ghibellini di Toscana, e del Ducato, e di Romagna, e della Marca aveano fatto capo in Arezzo, e raunata di gente a cavallo e a piè, e faceano guerra in sul contado di Firenze e in su quello di Siena, i Fiorentini si dispuosono di contastare all'orgoglio degli Aretini, e impuosono tra·lloro VIIIc cavallate con ricchi e grossi cavalli, e bandirono oste sopra Arezzo, e date loro insegne, a dì XXIII di maggio del detto anno, alla signoria di messer Antonio da Fosseraco di Lodi, mandarono le dette bandiere e insegne alla badia a Ripole, e là stettono VIII giorni spiegate. E ciò usavano i Fiorentini in quello tempo per grandigia e signoria, che voleano che·lla loro uscita ad oste fosse palese e nota a' nemici e a·ttutta gente. Poi si mosse l'oste il primo dì di giugno, e furono XXVIc di cavalieri e XIIm pedoni; che VIIIc furono cavallate di propii cittadini di Firenze grandi e popolani, e IIIc soldati propii de' Fiorentini, e Vc della taglia della compagnia de' Guelfi di Toscana e IIIc di Lucca, e CL di Pistoia, e L di Prato, e L di Volterra, e L di Samminiato, e L di San Gimignano, e XXX di Colle, e da CCL d'altra amistà, e de' conti Guidi guelfi, Maghinardo da Susinana, messer Iacopo da·fFano, Filippuccio da Iegi, e' marchesi Malispini, e giudice di Gallura, e' conti Alberti, e altri baroncelli di Toscana; e fu la più grande e ricca oste che facessono i Fiorentini dapoi che' Guelfi tornarono in Firenze. E stettono a oste in sul contado d'Arezzo XXII dì, e presono il castello di Leona e disfeciollo, e presono Castiglione degli Ubertini, e le Conie, e più di XL altre castella e fortezze della Valle d'Ambra e del contado intorno ad Arezzo. E puosonsi ad oste al castello di Laterino, e stettonvi VIII dì, ed ebbollo a patti, che v'era dentro per capitano Lupo degli Uberti, veggendosi chiudere e steccare d'intorno; onde molto fu biasimato da' Ghibellini, però che si potea tenere, e era fornito per più di III mesi. Ma Lupo si scusava per motti, che nullo lupo nonn-era costumato di stare rinchiuso. E renduto Laterino a' Fiorentini, guernirlo; e in questa stanza vi vennero i Sanesi con loro isforzo di IIIIc cavalieri e di IIIm pedoni molto bella gente, e guastarono tutte le vigne e giardini intorno alle mura d'Arezzo, e tagliarono l'olmo. Ma istando a campo, la vilia di santo Giovanni Batista fu maggiore turbico di vento e d'acqua che·ssi ricordi, e abbatté trabacche e padiglioni, ispezialmente nel campo de' Sanesi, che tutte le stracciò e portò il vento in aria, e fu segno del loro futuro danno. E poi il dì di san Giovanni Batista vennero i Fiorentini schierati in sul prato d'Arezzo, e in quello dinanzi alla porta della città feciono correre il palio, siccome per loro costuma si facea per la detta festa in Firenze, e fecionvisi XII cavalieri di corredo. E ciò fatto, l'oste de' Fiorentini si partì il dì appresso, e lasciando in Laterino in guernigione C cavalieri per guerreggiare Arezzo; e tornò l'oste in Firenze co·lloro amistà bene aventurosamente, sanza contasto o vista di niuna forza de' nimici. E vollono che' Sanesi per loro sicurtà ne venissono colla loro oste insieme infino a Montevarchi, e di là se n'andassero a Siena per la via di Montegrossoli; onde i Sanesi tenendosi possenti e leggiadri, isdegnarono, e non vollono fare quella via, né vollono compagnia de' Fiorentini, e feciono la via diritta per guastare il castello di Licignano di Valdichiane, salvo che co·lloro andò il conte Allessandro da Romena, allora capitano della taglia, con certi di sua gente. I capitani di guerra della città d'Arezzo, che ve n'avea assai e buoni, il caporale Bonconte da Montefeltro e messer Guiglielmino Pazzo, sentendo la partita che doveano fare i Sanesi, misono uno guato con IIIc cavalieri e IIm pedoni al valico della pieve al Toppo, onde valicavano i Sanesi male ordinati, per troppa baldanza isproveduti, e giugnendo al detto valico, assaliti dagli Aretini, per la poca loro ordine e sproveduto assalto furono assai tosto sconfitti, e furonne tra morti e presi più di IIIc pur de' migliori cittadini di Siena, e de' migliori e gentili uomini di Maremma ch'erano in loro compagnia, intra' quali vi morìo Rinuccio di Pepo di Maremma, molto nomato capitano; della quale sconfitta i Sanesi n'ebbono grande abbassamento, e' Fiorentini e tutti i Guelfi di Toscana ne sbigottirono assai, e gli Aretini ne montarono in grande orgoglio, come innanzi faremo menzione.
CXXI
Come furono cacciati di Pisa il giudice di Gallura e la parte guelfa, e preso il conte Ugolino.
Negli anni di Cristo MCCLXXXVIII, del mese di luglio, essendo criata in Pisa grande divisione e sette per cagione della signoria, che dell'una era capo il giudice Nino di Gallura di Visconti con certi Guelfi e l'altro era il conte Ugolino de' Gherardeschi coll'altra parte de' Guelfi, e l'altro era l'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini co' Lanfranchi, e Gualandi, e Sismondi, con altre case ghibelline, il detto conte Ugolino per essere signore s'accostò coll'arcivescovo e sua parte, e tradì il giudice Nino, non guardando che fosse suo nipote figliuolo della figliuola, e ordinarono che fosse cacciato di Pisa co' suoi seguaci, o preso in persona. Giudice Nino sentendo ciò, e non veggendosi forte al riparo, si partì della terra, e andossene a Calci suo castello, e allegossi co' Fiorentini e' Lucchesi per fare guerra a' Pisani. Il conte Ugolino innanzi che giudice Nino si partisse, per coprire meglio suo tradimento, ordinata la cacciata di giudice, se n'andò fuori di Pisa a uno suo maniero che·ssi chiamava Settimo. Come seppe la partita di giudice Nino, tornò in Pisa con grande allegrezza, e da' Pisani fu fatto signore con grande allegrezza e festa; ma poco stette in su la signoria, che·lla fortuna gli si rivolse al contrario, come piacque a·dDio, per gli suoi tradimenti e peccati; che di vero si disse ch'egli fece avelenare il conte Anselmo da Capraia suo nipote, figliuolo della serocchia, per invidia, e perché era in Pisa grazioso, e temendo non gli togliesse suo stato. E avenne al conte Ugolino quello che di poco dinanzi gli avea profetato uno savio e valente uomo di corte, chiamato Marco Lombardo; che quando il conte fu al tutto chiamato signore di Pisa, e quando era in maggiore stato e felicità, fece per lo giorno di sua natività una ricca festa, ov'ebbe i figliuoli, e' nipoti, e tutto suo lignaggio e parenti, uomini e donne, con grande pompa di vestimenti e d'arredi, e apparecchiamento di ricca festa. Il conte prese il detto Marco, e vennegli mostrando tutta sua grandezza e potenzia, e apparecchiamento della detta festa; e ciò fatto, il domandò: "Marco, che te ne pare?". Il savio gli rispuose subito, e disse: "Voi siete meglio apparecchiato a ricevere la mala meccianza, che barone d'Italia". E il conte temendo della parola di Marco, disse: "Perché?". E Marco rispuose: "Perché non vi falla altro che·ll'ira d'Iddio". E certo l'ira d'Iddio tosto gli sopravenne, come piacque a·dDio, per gli suoi tradimenti e peccati, ché come era conceputo per l'arcivescovo di Pisa e' suoi seguaci di cacciare di Pisa giudice Nino e' suoi, col tradimento e trattato dal conte Ugolino, scemata la forza de' Guelfi, ordinò l'arcivescovo di tradire il conte Ugolino; e subitamente a furore di popolo il fece assalire e combattere al palagio, faccendo intendere al popolo ch'egli avea tradito Pisa, e rendute le loro castella a' Fiorentini e a' Lucchesi; e sanza nullo riparo rivoltoglisi il popolo adosso, s'arrendéo preso, e al detto assalto fu morto uno suo figliuolo bastardo e uno suo nipote, e preso il conte Ugolino, e due suoi figliuoli, e tre nipoti figliuoli del figliuolo, e misorgli in pregione, e cacciarono di Pisa la sua famiglia e suoi seguaci, e Visconti, e Ubizzinghi, Guatani, e tutte l'altre case guelfe. E così fu il traditore dal traditore tradito; onde a parte guelfa di Toscana fu grande abassamento, e esultazione de' Ghibellini per la detta revoluzione di Pisa, e per la forza de' Ghibellini d'Arezzo, e per la potenzia e vittorie di don Giamo di Raona e de' Ciciliani contra l'erede del re Carlo.
CXXII
Come i Lucchesi presono sopra i Pisani il castello d'Asciano.
Nel detto anno, del mese d'agosto, i Lucchesi con giudice di Gallura e cogli usciti guelfi di Pisa (e di Firenze v'andarono XII cavalieri di corredo con CC cavalieri soldati) andarono ad oste in sul contado di Pisa, e puosonsi al castello d'Asciano presso di Pisa a tre miglia, e ebbollo a patti, salve le persone, e tornarono in Lucca sani e salvi sanza nullo contasto de' Pisani. E per loro dispetto i Lucchesi, preso il castello, nella maggiore torre feciono mettere più specchi, perché i Pisani vi si specchiassono.
CXXIII
Come' soldati de' Pisani che venieno di Campagna furono sconfitti in Maremma da' soldati de' Fiorentini.
Nel detto anno, del mese di settembre, vegnendo di terra di Roma e di Campagna CC cavalieri soldati per lo Comune di Pisa, i quali guidava il conticino da Ilci di Maremma, sentendo la loro venuta il giudice di Gallura ch'era in Samminiato, con ordine de' Fiorentini, mandarono loro incontro IIIc cavalieri di quegli della taglia con certi Fiorentini, onde fu capitano messer Guelfo de' Cavalcanti e Berardo da Rieti conastabole per condotta di Minuccio da Biserno; e scontrandosi co' detti soldati de' Pisani in Maremma, gli ruppono e sconfissono, e molti ne furono morti e presi, che pochi ne scamparono col conticino da Ilci; e le loro insegne recate in Firenze con grande festa, e il detto Berardo da Rieti conastabole fu fatto cavaliere per lo Comune di Firenze, e feciongli ricchi doni e grande onore.
CXXIV
Della cavalcata che' Fiorentini feciono a Laterina per andare sopra ad Arezzo.
Nel detto tempo, a dì XV di settembre, essendo gli Aretini ad oste sopra uno loro castello rubellato per gli Guelfi, ch'avea nome Corciano, i Fiorentini, per farne levare da oste gli Aretini, cavalcarono subitamente a Laterino per andare verso Arezzo, e furono le cavallate di Firenze, e da CCL loro soldati; sicché furono intorno di M uomini a cavallo e da IIIIm pedoni, e in quella oste e cavalcata si diede di prima la 'nsegna reale dell'arme del re Carlo, e ebbela messer Berto Frescobaldi, e poi sempre l'usarono i Fiorentini in loro oste per la mastra insegna. E sentendo gli Aretini la detta cavalcata, per tema della terra, di notte si levarono dal detto castello, quasi a modo di sconfitta, non aspettando l'uno l'altro, e tornarono in Arezzo; e ciò fatto, per rinvigorire loro parte mandarono a' Fiorentini che gli atendessono, che voleano la battaglia; i quali avuta la novella, allegramente gli attesono al castello di Laterino: gli Aretini co·lloro amistà di Marchigiani, e Romagnuoli, e usciti ghibellini di Firenze e delle terre di Toscana, in quantità di VIIc cavalieri e di VIIIm pedoni, vennero schierati alla ripa di là dall'Arno che si chiama Ca della Riccia, incontro a Laterino. I Fiorentini veggendo i nimici, francamente s'armaro, e usciro di Laterino, e schierarsi in su la riva d'Arno, il quale fiume d'Arno in quello tempo era molto sottile d'acqua, e agevole a passare a quegli da piè, non che a quegli da cavallo. E ciò fatto, i Fiorentini richiesono gli Aretini che scendessono al piano in su l'Arno, o dessono campo a·lloro di passare in su il loro piano per venire alla battaglia; ma gli Aretini a·cciò non feciono risposta, ma guardavano di prendere loro vantaggio della battaglia al passare dell'Arno; e così stette ciascuna parte alla gara. Alla fine gli Aretini, schifando la battaglia, si partirono sconciamente e tornaronsi in Arezzo, e' Fiorentini rimasono schierati in su la riva d'Arno infino al vespro, e poi si tornarono in Laterino; e vegnendone poi verso Firenze, disfeciono Montemarciano, e Poggio Tazi, e Montefortino, castella de' Pazzi di Valdarno. Ma partiti i Fiorentini di Laterino, la masnada d'Arezzo con certi Ghibellini essendo in Bibbiena in Casentino, per condotta di certi isbanditi e rubelli ghibellini di Valdisieve, cavalcarono infino al Ponte a Sieve presso a·fFirenze a X miglia, levando preda, e ardendo, e guastando per quelle contrade, e faccendo danno assai, si tornarono sanza contasto in Bibbiena; e ciò fu a dì XIII d'ottobre del detto anno.
CXXV
Come il prenze Carlo uscì dalla pregione del re d'Araona.
Nel detto anno, del mese di novembre, il prenze Carlo uscì della pregione del re d'Araona per procaccio del re Adoardo re d'Inghilterra, con patti, che promise a don Anfus re d'Araona ch'a suo podere procaccerebbe che messer Carlo di Valos fratello de·re di Francia rinunzierebbe con volontà del papa il privilegio del reame d'Araona, che gli avea dato la Chiesa al tempo di papa Martino, come addietro facemmo menzione; e se ciò non facesse, promise e giurò di ritornare in sua pregione dal giorno a tre anni. E per fermezza della detta promessa lasciò per istadichi III suoi figliuoli, Ruberto, e Ramondo, e Giovanni, e L de' migliori cavalieri di Proenza. E costogli il detto accordo XXXm marchi di sterlini. E ciò fatto, il detto prenze Carlo n'andò in Francia al re per fare rinunziare a messer Carlo, ma niente ne poté fare.
CXXVI
D'uno grande diluvio d'acqua che fu in Firenze.
Nel detto anno, a dì V di dicembre, fu in Firenze e nel contado uno grande diluvio di piova, onde il fiume d'Arno crebbe sì disordinatamente, e durò col detto empito fuori d'ogni termine usato dalla mattina alla sera, e fece ruvinare palazzi e case degli Spini e de' Gianfigliazzi, ch'erano di costa al ponte a Santa Trinita, e grande danno fece nel contado di Firenze e in quello di Pisa.
CXXVII
Come gli Aretini vennero guastando per lo contado di Firenze insino a San Donato in Collina.
Nel detto anno, a dì XII del mese di marzo, la masnada d'Arezzo, intorno di IIIc uomini a cavallo e ben IIIm a piè, vennero infino a Montevarchi, ardendo e guastandolo intorno; e arsono il borgo del castello, e tutto dì combatterono la terra. E stando l'oste degli Aretini a Montevarchi, certi usciti di Firenze con alquanti scorridori a cavallo e a piè corsono insino a San Donato in Collina presso a·fFirenze a VII miglia, ardendo e guastando, sicché i fummi delle case e dell'arsione si vedea della città di Firenze, e cominciarono a tagliare l'olmo da San Donato per dispetto de' Fiorentini. E ciò fatto, si tornarono nel borgo di Fegghine, e stettonvi uno dì e una notte; né già per la detta cavalcata non si mosse uomo di Firenze, anzi ebbe nella terra grande gelosia, temendo che·lla detta cavalcata non fosse fatta per tradimento della terra, perché in Firenze erano rimasi molti Ghibellini grandi e popolani, de' quali per quello sospetto molti ne furono mandati a' confini, e la città rimase sanza sospetto.
CXXVIII
Come i Pisani feciono loro capitano il conte da Montefeltro, e come feciono morire di fame il conte Ugolino e' figliuoli e' nipoti.
Nel detto anno MCCLXXXVIII, del detto mese di marzo, riscaldandosi le guerre di Toscana tra' Guelfi e' Ghibellini, per la guerra cominciata de' Fiorentini e Sanesi agli Aretini, e de' Fiorentini e Lucchesi a' Pisani, i Pisani elessono per loro capitano di guerra il conte Guido di Montefeltro, dandogli grande giuridizione e signoria; il quale ruppe i confini ch'avea per la Chiesa, e partissi di Piemonte, e venne in Pisa; per la qual cosa egli e' suoi figliuoli e famiglia, e tutto il Comune di Pisa, dalla Chiesa di Roma furono scomunicati, siccome ribelli e nimici di santa Chiesa. E giunto il detto conte in Pisa del detto mese di marzo, i Pisani, i quali aveano messo in pregione il conte Ugolino e due suoi figliuoli, e due figliuoli del conte Guelfo suo figliuolo, siccome addietro facemmo menzione, in una torre in su la piazza degli anziani, feciono chiavare la porta della detta torre, e le chiavi gittare in Arno, e vietare a' detti pregioni ogni vivanda, gli quali in pochi giorni vi morirono di fame. Ma prima domandando con grida il detto conte penitenzia, non gli concedettono frate o prete che 'l confessasse. E tratti tutti e cinque insieme morti della detta torre, vilmente furono sotterrati; e d'allora innanzi la detta carcere fu chiamata la torre della fame, e sarà sempre. Di questa crudeltà furono i Pisani per l'universo mondo, ove si seppe, forte biasimati, non tanto per lo conte, che per gli suoi difetti e tradimenti era per aventura degno di sì fatta morte, ma per gli figliuoli e nipoti, ch'erano giovani garzoni e innocenti; e questo peccato commesso per gli Pisani non rimase impunito, siccome per gli tempi innanzi si potrà trovare. Lasceremo alquanto de' fatti di Firenze e di Toscana, e diremo d'altre novità ch'a' detti tempi apparirono, e furono per l'universo mondo.
CXXIX
Come i Saracini presono Tripoli di Soria.
Negli anni di Cristo MCCLXXXVIIII, del mese di maggio, il soldano di Babbillonia d'Egitto con grandissimo esercito di Saracini a cavallo e a piè venne in Soria, e puosesi ad oste alla città di Tripoli, la quale si tenea per gli Cristiani, e quella per dificii e cave ebbe per forza; e molti Cristiani che v'avea dentro furono morti; e li giovani garzoni, e le donne e pulcelle furono violate villanamente da' Saracini, e menate in servaggio; alquanti ne scamparono in galee e legni ch'erano nel porto, e fuggirsi ad Acri. E entrativi i Saracini, la rubarono e spogliarono d'ogni sustanzia, la quale era piena di molte gioie e mercatantie e cose. E ciò fatto, la feciono abattere e disfare insino alla fondamenta, salvo il castello chiamato Nelisino, il quale era di fuori alla città ad una balestrata, e guernitollo di Saracini alla guardia, perché la città di Tripoli non si rifacesse per gli Cristiani.
CXXX
Della coronazione del re Carlo secondo, e come passò per Firenze, e lasciò messer Amerigo di Nerbona per capitano di guerra de' Fiorentini.
Nel detto anno, a dì II di maggio, venne in Firenze il prenze Carlo figliuolo del grande re Carlo, il quale tornava di Francia poi ch'era uscito di pregione, e andavane a corte a Rieti dov'era il papa, e da' Fiorentini fu ricevuto con grande festa, e fugli fatto grande onore e presenti da' Fiorentini; e dimorato III giorni in Firenze, si partì per fare suo cammino verso Siena. E lui partito, venne in Firenze novella che·lle masnade d'Arezzo s'apparecchiavano d'andare in sul contado di Siena per impedire o fare vergogna al detto prenze Carlo, il quale ave' piccola compagnia di gente d'arme. Incontanente i Fiorentini feciono cavalcare i cavalieri delle cavallate, ove furono tutto il fiore della buona gente di Firenze e' soldati ch'erano in Firenze, e furono in quantità di VIIIc cavalieri e IIIm pedoni per accompagnare il detto prenze; onde il prenze l'ebbe molto per bene di sì onorato servigio, e sùbito e non richesto soccorso di tanta buona gente, e con tutto che non facesse bisogno; ché sentito per gli Aretini la cavalcata de' Fiorentini, non s'ardirono d'andarvi; ma però i Fiorentini accompagnarono il detto prenze infino di là da la Bricola a' confini del contado di Siena e d'Orbivieto. E adomandato per lo Comune di Firenze al prenze uno capitano di guerra, e che confermasse loro di portare in oste la 'nsegna reale, dal prenze fu accettato, e fece cavaliere Amerigo di Nerbona grande gentile uomo, e prode e savio in guerra, e diello loro per capitano; il quale messer Amerigo con sua compagnia, intorno di C uomini a cavallo, venne in Firenze colla detta cavalleria, e il prenze n'andò a corte, e dal papa Niccola IIII e da' suoi cardinali onorevolemente fu ricevuto; e il dì della Pentecosta vegnente, a dì XXVIIII di maggio MCCLXXXVIIII, nella città di Roma fu dal detto papa coronato il detto Carlo re di Cicilia e di Puglia con grande onore, solennità e festa, e dalla Chiesa fattegli molte grazie e grandi presenti di gioielli e di moneta, e susidii di decime per aiuto della guerra di Cicilia. E ciò fatto si partì lo re Carlo di corte, e andonne nel Regno.
CXXXI
Come i Fiorentini sconfissono gli Aretini a Certomondo in Casentino.
Nel detto anno e mese di maggio, tornata la cavalleria di Firenze da accompagnare il prenze Carlo, e col loro capitano messer Amerigo di Nerbona, per soperchi ricevuti dagli Aretini incontanente feciono bandire oste sopra la città d'Arezzo, e diedono loro insegne di guerra a dì XIII di maggio, e la 'nsegna reale ebbe messer Gherardo Ventraia de' Tornaquinci, e incontanente che furono date le portarono alla badia a Ripole, com'era usato, e là le lasciarono con guardia, faccendo vista d'andare per quella via sopra la città d'Arezzo. E venuta l'amistà e fornita l'ordine, con segreto consiglio presono ordine e partito d'andare per la via di Casentino, e subitamente a dì II di giugno, sonate le campane a martello, si mosse la bene aventurosa oste de' Fiorentini, e le bandiere ch'erano a Ripole feciono passare Arno, e tennono la via del Ponte a Sieve, e accamparsi per attendere tutta gente in su Monte al Pruno, e là si trovarono da MVIc cavalieri e da Xm pedoni, de' quali v'ebbe VIc cittadini con cavallate, i meglio armati e montati ch'uscissono anche di Firenze, e IIIIc soldati colla gente del capitano messer Amerigo al soldo de' Fiorentini; e di Lucca v'ebbe CL cavalieri, e di Pistoia LX cavalieri e pedoni, di Prato XL cavalieri e pedoni, e di Siena CXX cavalieri, e di Volterra XL cavalieri, e di Bologna loro ambasciadori co·lloro compagnia, e di Samminiato, e di San Gimignano, e di Colle, di ciascuna terra v'ebbe gente a cavallo e a piè; e Maghinardo da Susinana buono capitano e savio di guerra con suoi Romagnuoli. E raunata la detta oste, scesono nel piano di Casentino guastando le terre del conte Guido Novello, ch'era podestà d'Arezzo. Sentendo ciò il vescovo d'Arezzo, cogli altri capitani di parte ghibellina, che assai v'aveva de' nominati, presono partito di venire con tutta loro oste a Bibbiena, perché non ricevesse il guasto, e furono VIIIc cavalieri e VIIIm pedoni, molto bella gente, e di molti savi capitani di guerra ch'avea tra·lloro, che v'era il fiore de' Ghibellini di Toscana, della Marca, e del Ducato, e di Romagna, e tutta gente costumati in arme e in guerra; sì richiesono di battaglia i Fiorentini, non temendo perché i Fiorentini fossono due cotanti cavalieri di loro, ma dispregiandogli, dicendo che·ssi lisciavano come donne, e pettinavano le zazzere, e gli aveano a schifo e per niente. Bene ci fu anche cagione perché gli Aretini si misono a battaglia co' Fiorentini, essendo due cotanti cavalieri di loro, per tema d'uno trattato che 'l vescovo d'Arezzo avea tenuto co' Fiorentini, menato per messer Marsilio de' Vecchietti, di dare in guardia a' Fiorentini Bibbiena, Civitella, e tutte le castella del suo vescovado, avendo ogn'anno a sua vita Vm fiorini d'oro, sicuro in su la compagnia de' Cerchi. il quale trattato messer Guiglielmino Pazzo suo nipote isturbò, perché il vescovo non fosse morto da' caporali ghibellini; e però avacciarono la battaglia, e menarvi il detto vescovo, ov'egli rimase morto cogli altri insieme; e così fu pulito del suo tradimento il vescovo, ch'a un'ora trattava di tradire i Fiorentini e' suoi Aretini. E ricevuto per gli Fiorentini allegramente il gaggio della battaglia, di concordia si schierarono e affrontarono le due osti più ordinatamente per l'una parte e per l'altra, che mai s'affrontasse battaglia in Italia, nel piano a piè di Poppio nella contrada detta Certomondo, che così si chiama il luogo, e una chiesa de' frati minori che v'è presso, e in uno piano che·ssi chiama Campaldino; e ciò fu un sabato mattina, a dì XI del mese di giugno, il dì di santo Barnaba appostolo. Messer Amerigo e gli altri capitani de' Fiorentini si schierarono bene e ordinatamente, faccendo CL feditori de' migliori dell'oste, de' quali furono XX cavalieri novelli, che si feciono allora; e essendo messer Vieti de' Cerchi de' capitani, e malato di sua gamba, non lasciò perciò di volere essere de' feditori; e convenendoli eleggere per lo suo sesto, nullo volle di ciò gravare più che·ssi volesse di volontà, ma elesse sé e 'l figliuolo e' nipoti; la qual cosa gli fu messa in grande pregio, e per suo buono esemplo e per vergogna molti altri nobili cittadini si misono tra' feditori. E ciò fatto, fasciandogli di costa da ciascuna ala della schiera de' pavesari, e balestrieri, e di pedoni a lance lunghe, e la schiera grossa di dietro a' feditori ancora fasciata di pedoni, e dietro tutta la salmeria raunata per ritenere la schiera grossa, e di fuori della detta schiera misono CC cavalieri e pedoni Lucchesi e Pistolesi e altri forestieri, onde fu capitano messer Corso Donati, ch'allora era podestà de' Pistolesi, e ordinaro, che se bisognasse, fedisse per costa sopra i nemici. Gli Aretini dalla loro parte ordinarono saviamente loro schiere, però che v'avea, come detto avemo, buoni capitani di guerra, e feciono molti feditori in quantità di IIIc, intra' quali avea eletti XII de' maggiori caporali che si faceano chiamare i XII paladini. E dato il nome ciascuna parte alla sua oste, i Fiorentini: "Nerbona cavaliere", e gli Aretini: "San Donato cavaliere", i feditori degli Aretini si mossono con grande baldanza a sproni battuti a fedire sopra l'oste de' Fiorentini, e l'altra loro schiera conseguente appresso, salvo che 'l conte Guido Novello, ch'era con una schiera di CL cavalieri per fedire di costa, non s'ardì di mettere alla battaglia, ma rimase, e poi si fuggì a sue castella. E la mossa e assalire che feciono gli Aretini sopra i Fiorentini fu, stimandosi come valente gente d'arme, che per loro buona pugna di rompere alla prima affrontata i Fiorentini e mettergli in volta; e fu sì forte la percossa, che i più de' feditori de' Fiorentini furono scavallati, e la schiera grossa rinculò buon pezzo del campo, ma però non si smagarono né ruppono, ma costanti e forti ricevettono i nemici; e coll'ale ordinate da ciascuna parte de' pedoni rinchiusono tra·lloro i nemici, combattendo aspramente buona pezza. E messer Corso Donati, ch'era di parte co' Lucchesi e Pistolesi, e avea comandamento di stare fermo, e non fedire, sotto pena della testa, quando vide cominciata la battaglia, disse come valente uomo: "Se noi perdiamo, io voglio morire nella battaglia co' miei cittadini; e se noi vinciamo, chi vuole vegna a noi a Pistoia per la condannagione"; e francamente mosse sua schiera, e fedì i nemici per costa, e fu grande cagione della loro rotta. E ciò fatto, come piacque a·dDio, i Fiorentini ebbono la vittoria, e gli Aretini furono rotti e sconfitti, e furonne morti più di MDCC tra a cavallo e a piè, e presi più di MM, onde molti ne furono trabaldati pur de' migliori, chi per amistà, e chi per ricomperarsi per danari; ma in Firenze ne vennero legati VIIcXL. Intra' morti rimase messer Guiglielmino degli Ubertini vescovo d'Arezzo, il quale fu uno grande guerriere, e messer Guiglielmino de' Pazzi di Valdarno e' suoi nipoti, il quale fu il migliore e 'l più avisato capitano di guerra che fosse in Italia al suo tempo, e morivvi Bonconte figliuolo del conte Guido da Montefeltro, e tre degli Uberti, e uno degli Abati, e due de' Griffoni da Fegghine, e più altri usciti di Firenze, e Guiderello d'Allessandro d'Orbivieto, nominato capitano, che portava la 'nsegna imperiale, e più altri. Dalla parte de' Fiorentini non vi rimase uomo morto di rinnomea, se non messer Guiglielmo Berardi balio di messer Amerigo di Nerbona, e messer Bindo del Baschiera de' Tosinghi, e Tici de' Visdomini; ma molti altri cittadini e forestieri furono fediti. La novella della detta vittoria venne in Firenze il giomo medesimo, a quella medesima ora ch'ella fu; che dopo mangiare essendo i signori priori iti a dormire e a riposarsi, per la sollecitudine e vegghiare della notte passata, subitamente fu percosso l'uscio della camera con grida: "Levate suso, che gli Aretini sono sconfitti!"; e levati, e aperto, non trovarono persona, e i loro famigliari di fuori non ne sentirono nulla; onde fu grande maraviglia e notabile tenuta, che innanzi che persona venisse dell'oste colla novella, fu ad ora di vespro. E questo fu il vero, ch'io l'udì e vidi, e tutti i Fiorentini s'amirarono onde ciò fosse venuto, e istavano in sentore. Ma quando giunsono coloro che venieno dell'oste, e raportarono la novella in Firenze, si fece grande festa e allegrezza; e poteasi fare per ragione, che alla detta sconfitta rimasono molti capitani e valenti uomini di parte ghibellina, e nemici del Comune di Firenze, e funne abbattuto l'orgoglio e superbia non solamente degli Aretini, ma di tutta parte ghibellina e d'imperio.
CXXXII
Come i Fiorentini assediarono e guastarono intorno la città d'Arezzo.
Avuta la detta vittoria il Comune di Firenze sopra quello d'Arezzo, sonata colle trombe la ritratta della caccia dietro a' fuggiti, si schierò l'oste de' Fiorentini in su il campo, e ciò fatto, se n'andarono a Bibbiena, e quella ebbono sanza nullo contasto; e rubata e spogliata d'ogni sustanzia e di molta preda, le feciono disfare le mura e le case forti infino alle fondamenta, e più altre castelletta intorno, soggiornatovi VIII dì. Che se lo seguente dì fosse l'oste de' Fiorentini cavalcata ad Arezzo, sanza niuno dubbio s'avea la terra; ma in quello soggiorno gli scampati della battaglia vi ritornarono, e de' contadini d'intorno vi fuggirono, e presono ordine al riparo e guardia della terra. L'oste de' Fiorentini vi venne alquanti giorni appresso, e puosono l'assedio intorno alla città, faccendo il guasto al continuo, e prendendo le loro castella, che quasi tutte s'ebbono, quali per forza, e quali s'arrenderono a patti; e molte ne feciono disfare i Fiorentini, e ritennero Castiglione Aretino, e Montecchio, e Rondine, e Civitella, e Laterino, e Monte Sansavino. E andarono in quella oste due de' priori di Firenze a provedere; e' Sanesi vennero per comune molto isforzatamente, popolo e cavalieri, dopo la sconfitta fatta, per racquistare loro terre prese per gli Aretini; e ebbono Licignano d'Arezzo e Chiusura di Valdichiane a patti. E stando la detta oste de' Fiorentini ad Arezzo, in sul vescovado vecchio, per XX dì, la guastarono tutta intorno, e fecionvi correre il palio per la festa di san Giovanni, e rizzarvisi più dificii, e manganarvisi asini colla mitra in capo, per dispetto e rimproccio del loro vescovo; e ordinarvisi molte torri di legname e altri ingegni per combattere la terra, e dandovisi aspra battaglia, grande pezza dello steccato, che non v'avea allora altro muro da quella parte, fu arso e abbattuto; e se i capitani dell'oste avessono ben fatto pugnare a' combattitori, per forza s'avea la terra, ma quando doveano combattere, feciono sonare la ritratta, onde furono abominati, che ciò fu fatto per guadagneria; per la qual cosa il popolo e' combattitori amollati si ritrassono da' badalucchi e dalle guardie; onde la notte vegnente quegli d'Arezzo uscirono fuori, e misero fuoco in più torri di legname, e arsolle con molti altri dificii. E ciò fatto, i Fiorentini perduta la speranza d'avere la terra per battaglia, per lo migliore si partì l'oste, lasciando fornite le sopradette castella forti, perché guerreggiassono al continuo la terra; e tornò l'oste in Firenze a dì XXIII di luglio con grande allegrezza e triunfo, andando loro incontro il chericato a processione, e' gentili uomini armeggiando, e 'l popolo colle insegne e gonfaloni di ciascuna arte con sua compagnia, e recossi palio di drappo ad oro sopra capo di messer Amerigo di Nerbona, portato sopra bigordi per più cavalieri, e simile sopra messer Ugolino de' Rossi da Parma, ch'allora era podestà di Firenze. E nota che tutta la spesa della detta oste si fornì per lo nostro Comune per una libbra di libbre VI e soldi V il centinaio, che montò più di XXXVIm di fiorini d'oro, sì era allora bene ordinato l'estimo della città e del contado, con altre cose e rendite del Comune simiglianti bene ordinate. Bene avenne che tornata la detta oste, i popolani ebbono sospetto de' grandi, che per orgoglio della detta vittoria non gli gravassono oltre al modo usato; e per questa cagione le VII arti maggiori si rallegarono con loro le V arti consequenti, e feciono tra·lloro imporre arme, e pavesi, e certe insegne, e fu quasi uno cominciamento di popolo, onde poi si prese la forma del popolo che·ssi cominciò nel MCCLXXXXII, come innanzi fareno memoria. Della sopradetta vittoria la città di Firenze esaltò molto, e venne in felice e buono stato, il migliore ch'ella avesse avuto infino a quelli tempi; e crebbe molto di genti e di ricchezze, ch'ognuno guadagnava d'ogni mercatantia, arte, o mestieri; e durò in pacefico e tranquillo stato più anni appresso, ogni dì montando. E per allegrezza e buono stato ogni anno per calen di maggio si faceano le brigate e compagnie di genti giovani vestiti di nuovo, e faccendo corti coperte di zendadi e di drappi, e chiuse di legname in più parti della città; e simile di donne e di pulcelle, andando per la terra ballando con ordine, e signore accoppiati, cogli stormenti e colle ghirlande di fiori in capo, stando in giuochi e in allegrezze, e in desinari e cene.
CXXXIII
D'una fiera e aspra battaglia la quale fu tra 'l duca di Brabante e 'l conte di Luzzimborgo
Nel detto tempo e mese di giugno, essendo nata una grande discordia tra 'l duca di Brabante e il conte di Luzzimborgo per cagione del ducato di Lamborgo il quale era vacato, e ciascuno de' detti signori vi cusava ragione; il conte di Luzzimborgo, perch'era stato di genti di suo lignaggio, e co·llui tenea l'arcivescovo di Cologna e più altri signori, e 'l duca di Brabante vi cusava ragione per retaggio di donna. E per questa tenza sì nacque tra·lloro gaggio di battaglia, e ciascheduno fece sua raunata, la quale fu per la parte del duca di Brabante di MD cavalieri, de' migliori che fossono in Brabante, in Fiandra, e in Analdo, e di Francia. E d'altra parte il conte di Luzzimborgo fu con MCCC cavalieri, de' migliori e de' più rinnomati di Valdelreno e d'Alamagna. E raccozzate le due osti tra il fiume del Reno e quello della Mosa nel luogo detto Avurone, sanza niuno pedone d'arme ch'a piè fosse, si cominciò la detta battaglia, e fu sì aspra e sì crudele, che durò dalla mattina al sole levante infino al coricare del sole; però che a modo di torniamento si ruppono e si rallegarono più volte il giorno, non possendosi giudicare chi avesse il peggiore. Alla fine fu sconfitto il conte di Luzzimborgo per la buona cavalleria che messer Gottifredi di Brabante fratello del duca avea menata di Francia, che vi fu il conastabole, e 'l maliscalco, e altri grandi baroni di Francia, con tutto il fiore de' baccellieri d'arme del reame, i quali v'erano venuti co·llui a priego della reina Maria, moglie che fu del re Filippo di Francia, e serocchia del detto duca e di messer Gottifredi di Brabante. E rimasono in sul campo morti, che d'una parte e che d'altra, Vc e più de' migliori cavalieri del mondo; ma i più della parte del conte di Luzzimborgo; ch'egli con tre suoi fratelli carnali vi rimasono morti, e il conte di Ghelleri, e quello di Les, e più altri baroni del Reno e d'Alamagna, e in grande quantità presi, che per la fierezza de' buoni cavalieri nullo quasi fuggì di campo, onde bene n'è da·ffare notevole memoria, però che appena si truova di tanta poca gente, a comparazione, sì aspra battaglia come fu quella. Per la quale vittoria il duca di Brabante e suo paese montò in grande fama di buona cavalleria e di grande stato, e conquistò il ducato di Lamborgo ond'era la quistione; e d'allora innanzi il duca di Brabante acrebbe la sua arme, e fecela a quartieri: l'uno il campo nero e leone ad oro, cioè l'arme del duca di Brabante; l'altro il campo ad argento e leone vermiglio per la ducea di Lamborgo. Ma poi pace faccendo, e per non esser disertato, Arrigo, giovane fanciullo rimaso del conte di Luzzimborgo, per consiglio de' parenti e amici tolse per moglie la figliuola del duca di Brabante. Questo Arrigo crebbe poi in tante virtù e valore, che fu imperadore di Roma, come innanzi al suo tempo la nostra cronica farà menzione.
CXXXIV
Come don Giamo venne di Cicilia in Calavra con sua armata, e ricevettevi alcuno danno, e poi si puose ad assedio a Gaeta.
Nel detto anno e mese di giugno, essendo il conte d'Artese maliscalco della gente del re Carlo in Calavra ad oste al castello di Catarzano ch'era rubellato al re Carlo, e s'era arrenduto a don Giamo d'Araona, il quale si facea chiamare re di Cicilia, il detto don Giamo col suo amiraglio Ruggieri di Loria, per soccorrere e levare l'assedio dal detto castello, vennero di Cicilia con loro armata da L tra galee e uscieri, e con gente d'arme e cavagli puosono in terra. E messer Ruggieri di Loria scese, e ne fu capitano di Vc cavalieri catalani, ov'ebbe una battaglia tra' Franceschi e' Catalani, ma per la buona cavalleria de' Franceschi ch'avea seco, il conte d'Artese ne fu vincitore, e rimasorvi tra morti e presi intorno di CC Catalani a cavallo. Messer Ruggieri si ricolse a galee col rimanente. E nota che 'l detto messer Ruggieri non fu vinto mai né prima né poscia in battaglia di terra o di mare, se non in quella, ma fue il più bene aventuroso che amiraglio che mai si ricordi, come le sue memorie hanno fatto e faranno per innanzi menzione. Come don Giamo vide che non potea niente avanzare in Calavra, si partì per mare con sua armata, lasciando là l'oste e gente del re Carlo, e sì s'avvisò d'assalire e prendere la città di Gaeta, e per fare levare l'oste di Catarzano in Calavra, e puosesi del mese di luglio ad assedio della detta città di Gaeta in sul monte che v'è d'incontro, assai forte luogo e sicuro, con VIc cavalieri e con popolo e balestrieri assai, e rizzòvi difici, gittandovi dentro. I Gaetani si tennero francamente, e mandarono per soccorso al re Carlo, il quale si mosse da Napoli con tutto suo podere di gente d'arme a cavallo e a piè; il conte d'Artese vi venne di Calavra colla cavalleria, lasciando fornito l'assedio, e di Campagna e di terra di Roma vi venne molta gente a cavallo e a piè al soldo della Chiesa. Don Giamo sentendo venire il re Carlo sopra lui con tanta potenzia, e temendo che per fortuna di mare non gli fallisse vivanda, fece domandare triegue al re Carlo, promettendo di partirsi da Gaeta; le quali il re accettò dal dì insino a la Tusanti vegnente a due anni, salvo che in Calavra. La qual triegua al conte d'Artese e agli altri baroni franceschi non piacque, però che per la loro potenzia parea loro avere preso don Giamo e vinta la guerra; ma lo re Carlo conoscendo che non si potea levare l'assedio sanza pericolo, non avendo armata in mare, prese le triegue, e però fu cagione di tornarsi in Francia il conte d'Artese e più baroni. E fatte le dette triegue, don Giamo con sua armata si ricolse, e partissi a dì XXV d'agosto MCCLXXXVIIII, e tornarsi sani e salvi in Cicilia. E perché i Gaetani si portarono all'assedio francamente, e come franchi uomini, lo re gli fece franchi d'ogni gravezza X anni.
CXXXV
Come Carlo Martello fu coronato del reame d'Ungaria.
Compiute e ferme le dette triegue, le quali furono molto utoli al regno di Puglia per dare alquanto silenzio alla guerra ond'erano molto agravati, il re Carlo si tornò a Napoli; e 'l giorno di nostra Donna di settembre prossimo il detto re fece in Napoli grande corte e festa, e fece cavaliere Carlo Martello suo primogenito figliuolo, e fecelo coronare del reame d'Ungaria per uno cardinale legato del papa, e per più vescovi e arcivescovi. E per la detta coronazione e festa più altri cavalieri novelli si feciono il giorno, Franceschi, e Provenzali, e del Regno, e spezialmente Napoletani, per lo re e per lo figliuolo; e fu grande corte e onorevole, e ciò fece lo re Carlo, però ch'era morto il re d'Ungheria in quello anno, del quale non rimase niuno figliuolo maschio né altra reda, che·lla reina Maria moglie del detto re Carlo, e madre del detto Carlo Martello, a·ccui succedeva per ereditaggio il detto reame d'Ungheria. Ma morto il detto re d'Ungheria, Andreasso, disceso per legnaggio della casa d'Ungaria, entrò nel reame, e la maggiore parte tra per forza e per amore ne conquistò, e fecesene fare signore e re. Lasceremo alquanto de' fatti del regno di Cicilia e d'Ungheria, e tornereno a' fatti che in que' tempi furono in Toscana.
CXXXVI
Come que' di Chiusi furono sconfitti, e rimisono i Guelfi in Chiusi.
Nel detto anno, a dì XVI d'agosto, i Ghibellini ch'erano in Chiusi, ond'era capitano messer Lapo Farinata degli Uberti, uscirono fuori popolo e cavalieri, e con difici e scale per combattere il ponte e torri di Santa Mosteruola a piè di Chiusi in su le Chiane, il quale si tenea per gli Guelfi usciti di Chiusi. E sentendo la detta ordine, mandarono per soccorso a Siena e a Montepulciano, onde subitamente vi mandarono i Sanesi messer Berardo da Rieti con C cavalieri, e di Montepulciano vi trasse messer Benghi Bondelmonti che n'era podestà, con gente a cavallo e a piè assai; e trovando la detta oste de' Chiusini, gli asalirono francamente, e gli misono inn-isconfitta, e rimasonne morti da CXX, e presi più di CC; per la quale sconfitta e per riavere i loro pregioni, quegli di Chiusi rimisono il settembre vegnente i Guelfi in Chiusi, e mandarne messer Lapo Farinata e la masnada de' Ghibellini d'Arezzo.
CXXXVII
Come i Lucchesi colla forza de' Fiorentini feciono oste sopra la città di Pisa.
Nel detto anno MCCLXXXVIIII, del mese d'agosto, i Lucchesi feciono oste sopra la città di Pisa colla forza de' Fiorentini, che v'andarono IIIIc cavalieri di cavallate, e IIm pedoni di Firenze, e la taglia di loro e dell'altre terre di parte guelfa di Toscana, e andarono insino alle porte di Pisa, e fecionvi i Lucchesi correre il palio per la loro festa di san Regolo, e guastarla intorno in XXV dì che vi stettono ad oste, e presono il castello di Caprona, e guastarlo, e tutta la valle di Calci, e quella di Buti, e guastarono intorno Vicopisano, e dieronvi più battaglie, ma no·llo ebbono, e tornarsi a casa sani e salvi, e di Pisa nonn-uscì persona d'arme a·lloro contrario.
CXXXVIII
D'una cavalcata che feciono i Fiorentini, che dovea loro esser dato Arezzo.
Nel detto anno, del mese di novembre, essendo menato uno segreto trattato per gli Fiorentini d'avere la città d'Arezzo per tradimento, subitamente in su l'ora di vespro sonando la campana a martello, e ponendo la candela alla porta accesa, pena grandissima chi non fosse cavalcato innanzi ch'ella fosse consumata, i cittadini ch'aveano le cavallate incontanente cavalcaro e con loro soldati, e tutta la notte infino a Montevarchi, e la mattina a Civitella; e venia fornito il trattato, se non che uno che 'l menava cadde d'uno sporto, e veggendosi a la morte, in confessione il manifestò al suo confessoro frate, e quegli il rivelò a messer Tarlato, onde prese di coloro che sentirono il tradimento, e fecene giustizia, e fue discoperto, onde i Fiorentini, ch'erano però cavalcati a Civitella, riposati alquanti dì, si tornarono in Firenze.
CXXXIX
D'uno grande fuoco che s'apprese in Firenze in casa i Pegolotti.
Negli anni di Cristo MCCLXXXX, a dì XXVIIII di maggio, s'apprese il fuoco a casa de' Pegolotti Oltrarno di là dal ponte Vecchio, e arsono le loro case e la torre e case de' loro vicini d'incontro, e arsevi messer Neri Pegolotti con uno suo figliuolo, e una donna di loro con III suoi figliuoli, e una fante; onde fu allora una grande pietà e dammaggio di persone e d'avere, che poi fu quasi spento quello legnaggio, ch'erano antichi e orrevoli cittadini.
CXL
Come i Fiorentini co·lloro amistà feciono la terza oste sopra la città d'Arezzo.
Negli anni di Cristo MCCLXXXX i Fiorentini uscirono fuori il primo dì di giugno, e feciono oste sopra la città d'Arezzo coll'aiuto della taglia e dell'amistà delle terra guelfe di Toscana: furono MD cavalieri e VIm pedoni. E al dare delle 'nsegne della detta oste si diede di prima il pennone de' feditori, mezzo l'arme del re, e mezzo il campo d'argento e giglio rosso; e stettono ad oste XXVIIII dì, e guastarlo da capo: intorno intorno ad Arezzo VI miglia non vi rimase né vigna, né albero, né biada; e corsonvi il palio il dì di santo Giovanni alle porte d'Arezzo. E era allora podestà di Firenze messer Rosso Gabrielli d'Agobbio, e fu il primo che fosse per VI mesi, che innanzi erano le podestadi per uno anno; per lo meglio del Comune si fece allora quello decreto, che poi seguì sempre. E tornando la detta oste, feciono la via di Casentino guastando le terre del conte Guido Novello, e disfeciongli la rocca, e palazzi di Poppio, ch'erano forti e maravigliosi, e Castello Santo Angelo, e quello di Ghiazzuolo, e Cetica, e Monte Aguto di Valdarno. E in questo venne l'esecuzione della profezia che 'l conte Tegrimo il vecchio disse al conte Guido Novello dopo la sconfitta de' Fiorentini a Monte Aperti, essendo in grande stato e prosperità il detto conte Guido, e per proverbio si dicea in Firenze: "Tu stai più ad agio che 'l conte in Poppi"; e mostrandogli il cassero di Poppi, nella cui camera dell'arme avea tutte le buone balestra, e altri arnesi d'arme e d'oste che' Fiorentini aveano perduti alla detta sconfitta, e ancora quello che trovò in Firenze quando fu vicario; e domandando il conte Guido il conte Tegrimo che gliene parea, il detto conte Tegrimo rispuose improviso e sùbito al conte Guido uno bello motto e notabile, e disse: "Parmene bene, se non ch'io intendo che' Fiorentini sono grandi prestatori ad usura".
CXLI
Come fu preso e guasto Porto Pisano per gli Fiorentini, e Genovesi, e Lucchesi.
Nel detto anno, a dì II di settembre, i Fiorentini uscirono ad oste sopra la città di Pisa, lasciando fornito il Valdarno di sopra di CCC cavalieri, tra cittadini e soldati e pedoni assai, acciò che gli Aretini non potessono per la detta oste correre in Valdarno; e ciò fatto, con ordine de' Genovesi, che vi vennono per mare con XL galee armate (e' Lucchesi vi furono con tutto loro podere), e presono per forza Porto Pisano e Livorno, e guastarlo tutto, e guastarono le IIII torri ch'erano in mare alla guardia del porto, e il fanale della Meloria, e feciolle cadere e rovesciare in mare cogli uomini che su v'erano a guardia. E' Genovesi sursono a la bocca e entrata del porto più legni grossi carichi di pietre, e ruppono i palizzi, perché il detto porto non si potesse usare. E partita la detta oste di Porto, i Genovesi si tornarono a Genova, e Lucchesi a Lucca sani e salvi, e' Fiorentini tornarono per la Valdera, e presono e disfeciono più castella, e lasciarono uno capitano in Valdera. Ma tornati i Fiorentini in Firenze, il conte Guido da Montefeltro colle masnade di Pisa cavalcarono in Valdera, e ripresono il castello di Montefoscoli e quello di Montecchio, e presono il capitano che v'aveano lasciato i Fiorentini; e ciò sentendosi in Firenze, cavalcarono i Fiorentini a Volterra, popolo e cavalieri; e sentendolo i Pisani, si tornarono a Pisa.
CXLII
Come fu preso il marchese di Monferrato da quegli d'Allessandra.
Nel detto tempo il marchese di Monferrato, il quale essendo venuto nella città d'Allessandra in Lombardia, ch'egli tenea sotto sua signoria, i cittadini di quella, a petizione e sommossa degli Astigiani, di cui egli era nimico (e ciò fu per gli molti danari ch'egli spesono ne' traditori d'Allessandra), i quali per tradimento presono il detto marchese e misollo in pregione, per la cui presura i Melanesi presono...
CXLIII
D'uno grande miracolo ch'avenne in Parigi del corpo di Cristo.
Nel detto anno, essendo in Parigi uno Giudeo ch'avea prestato ad usura a una Cristiana sopra sua roba, e quella volendola ricogliere per averla indosso il dì di Pasqua, il Giudeo le disse: "Se tu mi rechi il corpo del vostro Cristo, io ti renderò i tuoi panni sanza danari". La semplice femmina e covidosa il promise, e la mattina di Pasqua, andandosi a comunicare, ritenne il sagramento e recollo al Giudeo; il quale messo una padella a fuoco con acqua bogliente, gittò il corpo di Cristo dentro, e no·llo potea consumare; e ciò veggendo, il fedì più volte col coltello, il quale fece abondevolemente sangue, sì che tutta l'acqua divenne vermiglia; e di quella il trasse, e miselo in acqua fredda, e simile divenne vermiglia. E sopravegnendovi Cristiani per improntare danari, s'accorsono del sacrilegio del Giudeo, e il santo corpo per sé medesimo saltò in su una tavola. E ciò sentito, il Giudeo fu preso e arso, e il santo corpo ricolto per lo prete a grande reverenzia, e di quella casa dove avenne il miracolo si fece una chiesa che si chiama il Salvatore del Bogliente.
CXLIV
Come i Ravignani presono il conte di Romagna che v'era per la Chiesa.
Nel detto anno, a dì XVI di novembre, gli cittadini di Ravenna presono messer Stefano da Ginazzano di casa i Colonnesi di Roma, il quale era conte di Romagna per lo papa e per la Chiesa di Roma, e uccisono e rubarono e presono tutta sua masnada e famiglia. Per la quale rubellazione tutte le terre di Romagna si commossono a guerra e rubellazione, salvo la città di Forlì; e Maghinardo da Susinana prese la città di Faenza. Per la quale cosa i Bolognesi cavalcarono a Imola, e disfeciono gli steccati, e rappianarono i fossi d'intorno a la terra. Dopo queste novità surte in Romagna il papa vi mandò per conte messer Bandino de' conti Guidi da Romena vescovo d'Arezzo, il quale in poco tempo appresso tutte le terre di Romagna recò per pace e accordo a sua obbedienza, e della Chiesa.
CXLV
Come il soldano di Babbillonia vinse per forza la città d'Acri con grande danno de' Cristiani.
Negli anni di Cristo MCCLXXXXI, del mese d'aprile, il soldano di Babbillonia d'Egitto, avendo prima fatto sua guernigione e fornimento in Soria, sì passò il diserto, e venne nella detta Soria con sua oste, e puosesi ad assedio alla città d'Acri, la quale anticamente la Scrittura chiamava Tolomadia, e oggi in latino si chiama Acon, e fu con sì grande gente a piè e a cavallo il soldano, che·lla sua oste tenea più di XII miglia. Ma inanzi che più diciamo della perdita d'Acri, sì diremo la cagione perché il soldano vi venne ad assedio e la prese, avutane relazione da uomini degni di fede nostri cittadini e mercatanti che in quegli tempi erano in Acri. Egli è vero che, perché i Saracini aveano ne' tempi dinanzi tolte a' Cristiani la città d'Antioccia, e quella di Tripoli, e quella di Suri, e più altre terre che' Cristiani teneano alla marina, la città d'Acri era molto cresciuta di genti e di podere, però ch'altra terra non si tenea in Soria per gli Cristiani, sì che per lo re di Gerusalem, e per quello di Cipri, e il prenze d'Antioccia, e quello di Suri, e di Tripoli, e la magione del Tempio e dello Spedale, e l'altre magioni, e' legati del papa, e quegli ch'erano oltremare per lo re di Francia e per quello d'Inghilterra, tutti faceano capo in Acri e aveavi XVII signorie di sangue, la quale era una grande confusione. E in quegli tempi triegue erano state prese tra' Cristiani e' Saracini, e avevavi più di XVIIIm d'uomini pellegrini crociati; e falliti i loro soldi, e non potendoli avere da' signori e Comuni per cui v'erano, parte di loro, uomeni dileggiati e sanza ragione, si misero a rompere le triegue, e rubare, e uccidere tutti i Saracini che veniano in Acri sotto la sicurtà della triegua co·lloro mercatantie e vittuaglie; e corsono per simile modo rubando e uccidendo i Saracini di più casali d'intorno ad Acri. Per la qual cosa il soldano tegnendosi molto gravato, mandò suoi ambasciadori in Acri a que' signori, richeggendo l'amenda de' danni dati e per suo onore e soddisfacimento di sue genti, gli fossono mandati alquanti de' cominciatori e caporali di quelli ch'aveano rotte le triegue per farne giustizia: le quali richeste gli furono dinegate; per la qual cosa vi venne ad oste, come detto avemo, e per moltitudine di gente ch'avea, per forza riempié parte de' fossi ch'erano dalla faccia di terra molto profondi, e presono il primo giro delle mura, e l'altro girone con cave e difici feciono in parte cadere; e presono la grande torre che·ssi chiamava la Maladetta, che per alcuna profezia si dicie che per quella si dovea perdere Acri. Ma per tutto questo non si potea perdere la città, che perché i Saracini rompessono le mura il dì, la notte erano riparate e stoppate o con tavole o con sacca di lana e di cotono, e difese il dì appresso vigorosamente per lo valente e savio uomo frate Guiglielmo di Belgiù maestro del Tempio, il quale era capitano generale della guerra, e della guardia della terra, e con molta prodezza e provedenza e sollecitudine avea vigorosamente guardata la terra. Ma come piacque a·dDio, e per pulire le peccata degli abitanti d'Acri, il detto maestro del Tempio levando il braccio ritto combattendo, gli fu per alcuno Saracino saettata una saetta avelenata, la quale gli entrò nella giuntura delle corazze, per la qual fedita poco appresso morìo, per la cui morte tutta la terra fu iscommossa e impaurita, e per la loro confusione delle tante signorie e capitani, come dicemmo dinanzi, si disordinò, e furono in discordia della guardia e difensione della terra; e ciascuno, chi potéo, intese a sua salvazione, e ricogliendosi in navi e altri legni ch'erano nel porto. Per la qual cagione i Saracini continuando di dì e di notte le battaglie, entrarono per forza nella terra, e quella corsono e rubarono tutta, e uccisono chiunque si parò loro innanzi, e giovani uomini e femmine menarono in servaggio per ischiavi, i quali furono tra morti e presi, uomini e femmine e fanciugli, più di LXm; e 'l dammaggio d'avere e di preda fu infinito. E raccolte le prede e' tesori, e tratte le genti prese della terra, si abbatterono le mura e le fortezze della terra, e misorvi fuoco, e guastarla tutta, onde la Cristianità ricevette uno grandissimo dammaggio, che per la perdita d'Acri non rimase nella Terrasanta neuna terra per gli Cristiani; e tutte le buone terre di mercatantia che sono alle nostre marine e frontiere mai poi non valsono la metà a profitto di mercatantia e d'arti per lo buono sito dov'era la città d'Acri, però ch'ell'era nella fronte del nostro mare e in mezzo di Soria, e quasi nel mezzo del mondo abitato, presso a Gerusalem LXX miglia, e fontana e porto d'ogni mercatantia sì del levante come del ponente; e di tutte le generazioni delle genti del mondo v'usavano per fare mercatantia, e turcimanni v'avea di tutte le lingue del mondo sì ch'ell'era quasi com'uno alimento al mondo. E questo pericolo non fu sanza grande e giusto giudizio d'Iddio, che quella città era piena di più peccatori, uomini e femmine, d'ogni dissoluto peccato, che terra che fosse tra' Cristiani. Venuta la dolorosa novella in ponente, e il papa ordinò grandi indulgenzie e perdoni a chi facesse aiuto e soccorso alla Terrasanta, mandando a tutti i signori de' Cristiani che volea ordinare passaggio generale, e difese con grandi processi e scomuniche quale Cristiano andasse in Allessandria o in terra d'Egitto con mercatantia, o vittuaglia, o legname, o ferro, o desse per alcuno modo aiuto o favore.
CXLVI
Della morte del re Ridolfo d'Alamagna.
Nel detto anno MCCLXXXXI morìo il re Ridolfo d'Alamagna, ma non pervenne alla benedizione imperiale, perché sempre intese a crescere suo stato e signoria in Alamagna, lasciando le 'mprese d'Italia per acrescere terra e podere a' figliuoli, che per suo procaccio e valore di piccolo conte divenne imperadore, e aquistò in propio il ducato d'Ostaricchi, e grande parte di quello di Soavia.
CXLVII
Come il re Filippo di Francia fece prendere e ricomperare tutti gl'Italiani.
Nel detto anno, la notte di calen di maggio, il re Filippo il Bello di Francia, per consiglio di Biccio e Musciatto Franzesi, fece prendere tutti gl'Italiani ch'erano in suo reame, sotto protesto di prendere i prestatori; ma così fece prendere e rimedire i buoni mercatanti come i prestatori; onde molto fu ripreso e in grande abbominazione, e d'allora innanzi il reame di Francia sempre andò abassando e peggiorando. E nota che tra la perdita d'Acri e questa presura di Francia i mercatanti di Firenze ricevettono grande danno e ruina di loro avere.
CXLVIII
Come i Pisani ripresono il castello del Ponte ad Era.
Nel detto anno, la notte di domenica, a dì XXIII di dicembre, il conte Guido da Montefeltro signore in Pisa, sentendo che 'l castello del Ponte ad Era era male guardato, e molti de' fanti venutisene a·fFirenze a pasquare, e per trattato del conte, con certi terrazzani del detto castello del Ponte ad Era, il quale teneano i Fiorentini, venne con suo isforzo a quello, il quale era molto forte di mura e di spesse torri, e con larghi fossi pieni d'acqua, e datali la salita d'una delle torri, con navicelle per loro recate passati i gran fossi, e con iscale di funi salirono in su le mura, e per difalta di mala guardia, e dissesi per alcuni per baratteria de' castellani, che non vi teneano la gente ond'erano pagati, il detto castello male difeso fu preso per gli Pisani, e morti i castellani e tutta loro compagnia, che v'erano da L fanti, che doveano esser CL. E' castellani, l'uno era di casa i Rossi, messere Guido Bigherelli che fu preso, e 'l Bingota suo nipote morto, e Nerino de' Tizzoni; e così la loro avarizia, se in ciò peccarono, gli fece morire con vergogna del Comune di Firenze ch'era il più forte castello d'Italia che fosse in piano. E in quello tempo i Pisani feciono rubellare a' Samminiatesi il castello di Vignale in Camporena, onde v'andarono ad oste le tre sestora de' cavalieri di Firenze, con molto popolo, gittandovi difici. Alla fine non potendosi più tenere, e non avendo soccorso da' Pisani, una notte ch'era una grande fortuna di tempo, se n'uscirono quegli del castello sani e salvi per mezza l'oste de' Fiorentini, onde a quegli che v'erano fu recato a grande vergogna. Per la qual cosa s'ordinò in Firenze generale oste sopra Pisa, e diedonsi le 'nsegne, e messer Corso Donati ebbe la reale; ma qual si fosse la cagione, non seguì, onde in Firenze n'ebbe grande ripitio, dicendosi che certi grandi n'aveano avuti danari da' Pisani; per la qual cosa, e sollecitudine di messer Vieri de' Cerchi allora capitano di parte, si rifece la detta oste, e andossi insino a Castello del Bosco, e là attendati, venne in VIII dì continui tanta pioggia, che per necessità si ritornò la della oste addietro, e appena si poterono ricogliere e stendere.
CXLIX
Come la città di Forlì in Romagna fu presa per Maghinardo da Susinana.
Nel detto anno, essendo tutta la contea di Romagna all'obedienza di santa Chiesa sotto la guardia del vescovo d'Arezzo che n'era conte per lo papa, Maghinardo da Susinana con certi gentili e grandi uomini di Romagna per furto presono la città di Forlì, e in quella presono il conte Aghinolfo da Romena co' figliuoli, il quale era fratello del detto conte e vescovo d'Arezzo, e assediò il detto conte e vescovo in Cesena, onde surse grande guerra in Romagna. Il detto Maghinardo fu uno grande e savio tiranno, e dalla contrada tra Casentino e Romagna grande castellano, e con molti fedeli; savio fu di guerra e bene aventuroso in più battaglie, e al suo tempo fece grandi cose. Ghibellino era di sua nazione e in sue opere, ma co' Fiorentini era Guelfo e nimico di tutti i loro nimici, o Guelfi o Ghibellini che fossono; e in ogni oste e battaglia che' Fiorentini facessono, mentre fu in vita, fu con sua gente a·lloro servigio, e capitano; e ciò fu, che morto il padre, che Piero Pagano avea nome, grande gentile uomo, rimanendo il detto Maghinardo piccolo fanciullo e con molti nimici, conti Guidi, e Ubaldini, e altri signori di Romagna, il detto suo padre il lasciò alla guardia e tuteria del popolo e Comune di Firenze, lui e le sue terre; dal qual Comune benignamente fu cresciuto, e guardato, e migliorato suo patrimonio, e per questa cagione era grato e fedelissimo al Comune di Firenze in ogni sua bisogna.
CL
Come i Fiorentini ebbono il castello d'Ampinana.
Nel detto anno, essendo rubellato e riposto per lo conte Manfredi figliuolo del conte Guido Novello il castello d'Ampinana in Mugello, ch'era di loro giuridizione, e molto forte, per contrario de' Fiorentini e del conte a Battifolle che tenea Gattaia, sì vi si puose l'oste, e per più tempo assediato, gittandovi più difici, sì·ss'arrendé a patti al Comune di Firenze, avendone il detto conte IIIm fiorini d'oro; e partendosi co' suoi masnadieri, il detto castello per gli Fiorentini fu fatto disfare insino a' fondamenti; e d'allora innanzi il Comune di Firenze cusò ragione ne' popoli e villate del detto castello, e recò sotto sua signoria, faccendo loro pagare libbre e fazioni.
CLI
Come morì papa Niccola d'Ascoli.
Nell'anno MCCLXXXXII morì papa Niccola d'Ascoli nella città di Roma, e là fu soppellito a Santo... Questi fu buono uomo e di santa vita, dell'ordine de' frati minori, ma molto favorò i Ghibellini. E dopo la sua morte vacò la Chiesa di papa, per discordia de' cardinali, XXVII mesi, che l'una parte volea papa a petizione del re Carlo, ond'era capo messer Matteo Rosso degli Orsini, e l'altra parte il contrario, ed era messer Jacopo della Colonna capo.
CLII
Sì come arse tutta la città di Noione in Francia.
Nel detto anno MCCLXXXXII s'apprese il fuoco nella città di Noione in Francia, cioè nella terra onde fu il beato santo Loi di Noione, e fu sì impetuoso fuoco, che non rimase quasi casa né chiesa nella città che non ardesse, e eziandio la mastra chiesa di nostra Donna, ove fu la casa e fabbrica di santo Loi, e dov'è il corpo suo; la qual città è della grandezza della terra di Prato o più, nella quale si ricevette grandissimo dammaggio di case, arnesi, e tesori, e di persone che vi morirono.
CLIII
Come fue eletto Attaulfo a re de' Romani.
Nel detto anno MCCLXXXXII fue eletto per gli prencipi della Magna a re de' Romani Attaulfo, detto in latino Andeulfo, conte da Nassi della Magna; ma non pervenne a dignità imperiale, anzi fu morto per Alberto dogio di Starlichi, figliuolo del re Ridolfo in battaglia.
CLIV
Come i Fiorentini feciono oste sopra la città di Pisa.
Nel detto anno, del mese di giugno, i Fiorentini co·lloro amistà, che furono XXVc di cavalieri e VIIIm pedoni, per vendetta della perdita del Ponte ad Era feciono oste sopra la città di Pisa, della quale oste fu capitano messer Gentile degli Orsini di Roma, che venne con CC cavalieri tra Romani e Campagnini; e la 'nsegna reale ebbe messer Geri Spini, e il pennone de' feditori messer Vanni de' Mozzi. E fu una ricca e una magna oste, delle più ch'avesse a que' tempi fatta il Comune di Firenze; e stettonvi ad oste XXXIII dì, e andarono di là dalla badia a San Savino, e a quella badia disfeciono il campanile, e tagliarono uno grandissimo e bello albero di savina per dispetto de' Pisani, e per la festa di santo Giovanni feciono correre il palio presso alle porte di Pisa. E fatto intorno a Pisa grande guasto, e arso il borgo dal fosso Arnonico a Pisa, il quale era nobilemente acasato e ingiardinato, si tornarono in Firenze sani e salvi, sanza contasto o riparo de' nimici; e sì era in Pisa il conte da Montefeltro con VIIIc cavalieri, e non s'ardì a mostrare per la viltà che sentiva ne' Pisani, e stette pure alla guardia della cittade.
CLV
De' miracoli che apparirono in Firenze per santa Maria d'Orto Sammichele.
Nel detto anno, a dì III del mese di luglio, si cominciarono a mostrare grandi e aperti miracoli nella città di Firenze per una figura dipinta di santa Maria in uno pilastro della loggia d'Orto Sammichele, ove si vende il grano, sanando infermi, e rizzando attratti, e isgombrare imperversati visibilemente in grande quantità. Ma i frati predicatori e ancora i minori per invidia o per altra cagione non vi davano fede, onde caddono in grande infamia de' Fiorentini. In quello luogo d'Orto Sammichele si truova che fu anticamente la chiesa di Sammichele in Orto, la quale era sotto la badia di Nonantola in Lombardia, e fu disfatta per farvi piazza; ma per usanza e devozione alla detta figura ogni sera per laici si cantavano laude; e crebbe tanto la fama de' detti miracoli e meriti di nostra Donna, che di tutta Toscana vi venia la gente in peregrinaggio per le feste di santa Maria, recando diverse 'magine di cera per miracoli fatti, onde grande parte della loggia dinanzi e intorno alla detta figura s'empié, e crebbe tanto lo stato di quella compagnia, ov'erano buona parte della migliore gente di Firenze, che molti benificii e limosine, per offerere e lasci fatti, ne seguirono a' poveri, l'anno più di libbre VIm; e seguissi a' dì nostri, sanza aquistare nulla possessione, con troppa maggiore entrata, distribuendosi tutta a' poveri.

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Ultimo Aggiornamento:10/07/05 20:25