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CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

NUOVA CRONICA

Tomo Primo

Di: Giovanni Villani

 

LIBRO OTTAVO (1-38)

I
Qui comincia il VIII libro, il quale tratta dell'avenimento del re Carlo, e di molte mutazioni e novitadi che ne seguirono appresso.
Carlo figliuolo secondo che fu di Luis Piacevole re di Francia, e nipote del buono re Filippo il Bornio suo avolo, onde facemmo menzione adietro, e fratello del buono re Luis di Francia, e di Ruberto conte d'Artese, e d'Infons conte di Pettieri, tutti e quattro fratelli, furono nati della reina Biancia figliuola del re Alfons di Spagna. Il detto Carlo conte d'Angiò per retaggio del padre, e conte di Proenza di qua dal Rodano per retaggio della moglie, figliuola del buono conte Ramondo Berlinghieri, sì come per lo papa e per la Chiesa fu eletto re di Cicilia e di Puglia, sì s'apparecchiò di cavalieri e di baroni per fornire sua impresa e passare in Italia, come innarrammo dinanzi. Ma acciò che più apertamente si possa sapere per quegli che sono a venire come questo Carlo fu il primo origine de' re di Cicilia e di Puglia stratti della casa di Francia, sì direno alquanto delle sue virtù e condizioni; ed è bene ragione di far memoria di tanto signore, e tanto amico e protettore e difenditore di santa Chiesa e della nostra città di Firenze, sì come innanzi faremo menzione. Questo Carlo fu savio, di sano consiglio, e prode in arme, e aspro, e molto temuto e ridottato da tutti i re del mondo, magnanimo e d'alti intendimenti, in fare ogni grande impresa sicuro, in ogni aversità fermo, e veritiere d'ogni sua promessa, poco parlante, e molto adoperante, e quasi non ridea se non poco, onesto com'uno religioso, e cattolico; aspro in giustizia, e di feroce riguardo; grande di persona e nerboruto, di colore ulivigno, e con grande naso, e parea bene maestà reale più ch'altro signore. Molto vegghiava e poco dormiva, e usava di dire che dormendo tanto tempo si perdea. Largo fu a' cavalieri d'arme, ma covidoso d'aquistare terra, e signoria, e moneta, d'onde si venisse, per fornire le sue imprese e guerre. Di gente di corte, minestrieri o giucolari, non si dilettò mai. La sua arme era quella di Francia, cioè il campo azzurro e fioridaliso d'oro, e di sopra uno rastrello vermiglio: tanto si divisava da quella del re di Francia. Questo Carlo quando passò in Italia era d'età di XLVI anni, e regnò re di Cicilia e di Puglia, come faremo menzione innanzi, anni XVIIII. Ebbe della moglie due figliuoli e più figliuole: il primo ebbe nome Carlo secondo, e fu sciancato alquanto, e fu prenze di Capova, e appresso del primo Carlo suo padre fu re di Cicilia e di Puglia, come innanzi faremo menzione; l'altro ebbe nome Filippo, il quale per la moglie fu prenze della Morea, ma morì giovane, e sanza figliuoli, però che si guastò a tendere uno balestro. Lasceremo alquanto della progenie del buono re Carlo, e seguiremo nostra storia del suo passaggio in Italia e d'altre cose conseguenti a quello.
II
Come i Guelfi usciti di Firenze ebbono l'arme da papa Chimento, e come seguirono la gente francesca del conte Carlo.
In questi tempi i Guelfi usciti di Firenze e dell'altre terre di Toscana, i quali s'erano molto avanzati per la presura ch'aveano fatta della città di Modona e di Reggio, come addietro facemmo menzione, sentendo come il conte Carlo s'apparecchiava di passare in Italia, sì si misono con tutto loro podere in arme e in cavagli, isforzandosi ciascuno giusta sua possa, e feciono più di CCCC buoni uomini a cavallo gentili di lignaggio, e provati in arme, e mandarono loro ambasciadori a papa Chimento, acciò che gli raccomandasse al conte Carlo eletto re di Cicilia, e profferendosi al servigio di santa Chiesa; i quali dal detto papa furono ricevuti graziosamente, e proveduti di moneta e d'altri benifici; e volle il detto papa che per suo amore la parte guelfa di Firenze portasse sempre la sua arme propia in bandiera e in suggello, la quale era, e è, il campo bianco con una aguglia vermiglia in su uno serpente verde, la quale portarono e tennero poi, e fanno insino a' nostri presenti tempi; bene v'hanno poi agiunto i Guelfi uno giglietto vermiglio sopra il capo dell'aquila. E con quella insegna si partirono di Lombardia in compagnia de' cavalieri franceschi del conte Carlo quando passarono a Roma, come appresso faremo menzione; e fu della migliore gente, e che più adoperarono d'arme ch'avesse del tanto il re Carlo alla battaglia contro a Manfredi. Lasceremo alquanto degli usciti guelfi di Firenze, e diremo della venuta del conte Carlo e di sua gente.
III
Come il conte Carlo si partì di Francia, e per mare si passò di Proenza a Roma.
Negli anni di Cristo MCCLXV Carlo conte d'Angiò e di Proenza, fatta sua raunata di baroni e di cavalieri di Francia, e di moneta per fornire suo viaggio, e fatta sua mostra, si lasciò il conte Guido di Monforte capitano e guidatore di MD cavalieri franceschi, i quali dovessono venire a Roma per la via di Lombardia. E fatta la festa della Pasqua della Resurressione di Cristo col re Luis di Francia e cogli altri suoi fratelli e amici, subitamente si partì di Parigi con poca compagnia: sanza soggiorno venne a Marsilia in Proenza, là dove avea fatte apparecchiare XXX galee armate, in su le quali si ricolse con alquanti baroni che di Francia avea menato seco, e con certi de' suoi baroni e cavalieri provenzali, e misesi in mare per venire a Roma a grande pericolo; però che 'l re Manfredi colle sue forze avea fatte armare in Genova, e in Pisa, e nel Regno più di LXXX galee, le quali stavano in mare alla guardia, acciò che 'l detto Carlo non potesse passare. Ma il detto Carlo, come franco e ardito signore, si mise a passare, non guardando agli aguati de' suoi nimici, dicendo uno proverbio, overo sentenzia di filosofo, che dice: "Buono studio rompe rea fortuna". E ciò avenne al detto Carlo bene a bisogno; ché essendo colle sue galee sopra il mare di Pisa, per fortuna di mare si sciarrarono, e Carlo con III delle sue galee, per forza straccando, arrivò a Porto Pisano. Sentendo ciò il conte Guido Novello, ch'allora era in Pisa vicaro del re Manfredi, s'armò colle sue masnade di Tedeschi per cavalcare a Porto, e prendere il conte Carlo; i Pisani presono loro punto, e chiusono le porte della città, e furono ad arme, e mossono questione al vicario, che rivoleano il cassero del Mutrone ch'egli tenea per gli Lucchesi, il quale era a·lloro molto caro e bisognevole; e così convenne che fosse fatto innanzi si potesse partire. E per lo detto intervallo e dimoro, quando il conte Guido partito di Pisa e giunto a Porto, il conte Carlo, cessata alquanto la fortuna, e con grande sollecitudine fatte racconciare le sue galee, e messosi in mare, di poco dinanzi s'era partito di Porto, e cessato tanto pericolo e isventura: e così come piacque adDio, passando poi assai di presso del navilio del re Manfredi, prendendo alto mare, arrivò colla sua armata sano e salvo alla foce del Tevero di Roma del mese di maggio del detto anno, la cui venuta fu tenuta molto maravigliosa e sùbita, e dal re Manfredi e da sua gente appena si potea credere. Giunto Carlo a Roma, da' Romani fu ricevuto a grande onore, imperciò che non amavano la signoria di Manfredi, e incontanente fu fatto sanatore di Roma per volontà del papa e del popolo di Roma. Con tutto che papa Chimento fosse a Viterbo, li diede ogni aiuto e favore contro a Manfredi, spirituale e temporale; ma per cagione che·lla sua cavalleria che venia di Francia per terra, per molti impedimenti apparecchiati per le genti di Manfredi in Lombardia, penarono molto a giugnere a Roma, come faremo menzione, sicché al conte Carlo convenne soggiornare a Roma, e in Campagna, e a Viterbo tutta quella state, nel quale soggiorno provide e ordinò come potesse entrare nel Regno con sua oste.
IV
Come il conte Guido di Monforte colla cavalleria del conte Carlo passò per Lombardia a Roma.
Il conte Guido di Monforte colla cavalleria che 'l conte Carlo gli lasciò a guidare, e colla contessa moglie del detto Carlo, e co' suoi cavalieri si partirono di Francia del mese di giugno del detto anno. E questi furono i caporali de' baroni col conte di Monforte: messer Boccardo conte di Vandomo, e messere Giovanni suo fratello, messer Guido di Bieluogo vescovo d'Alsurro, messere Filippo di Monforte, messere Guiglielmo e messer Piero di Bielmonte, messer Ruberto di Bettona primogenito del conte di Fiandra il quale era genero del conte Carlo, messer Gilio il Bruno conastabolo di Francia, maestro e balio del detto Ruberto, il maliscalco di Mirapesce, messere Guiglielmo lo Stendardo, messer Gianni di Bresiglia maliscalco del conte Carlo, cortese e valente cavaliere; e feciono la via di Borgogna e di Savoia, e passarono le montagne di Monsanese; e arrivati nella contrada di Torino e d'Asti, dal marchese di Monferrato ch'era signore di quello paese furono ricevuti onorevolmente, perché 'l detto marchese tenea colla Chiesa, e era contro a Manfredi; e per lo suo condotto, e coll'aiuto de' Melanesi, si misono a passare la Lombardia tutti in arme, e cavalcando schierati, e con molto affanno di Piemonte infino a Parma, però che 'l marchese Palavigino parente di Manfredi, colla forza de' Chermonesi e dell'altre città ghibelline di Lombardia ch'erano in lega con Manfredi, era a guardare i passi con più di IIIm cavalieri, che Tedeschi e che Lombardi. Alla fine, come piacque a·dDio, veggendosi assai di presso le dette due osti al luogo detto...., i Franceschi passarono sanza contasto di battaglia, e arrivarono alla città di Parma. Bene si disse che uno messer Buoso della casa di que' da Duera di Chermona, per danari ch'ebbe da' Franceschi, mise consiglio per modo che l'oste di Manfredi non fosse al contasto al passo, com'erano ordinati, onde poi il popolo di Chermona a·ffurore distrussono il detto legnaggio di quegli da Duera. Giunti i Franceschi alla città di Parma, furono ricevuti graziosamente; e gli usciti guelfi di Firenze e dell'altre città di Toscana, con più di CCCC cavalieri, onde aveano fatto loro capitano il conte Guido Guerra de' conti Guidi, andarono loro incontro infino a Mantova. E quando i Franceschi si scontrarono con gli usciti guelfi di Firenze e di Toscana, parve loro sì bella gente e sì riccamente a cavagli e ad arme, che molto si maravigliarono che usciti di loro terre potessono esser così nobilemente adobbati, e la loro compagnia ebbono molto cara de' detti nostri usciti. E poi gli scorsono e condussono per Lombardia a Bologna, e per Romagna, e per la Marca, e per lo Ducato, che per Toscana non poterono passare, però che tutta era a parte ghibellina e alla signoria di Manfredi; per la qual cosa misono molto tempo in loro viaggio, sicché prima fu l'entrante del mese di dicembre del detto anno MCCLXV, che giugnessono a Roma; e giunti loro alla città di Roma, il conte Carlo fu molto allegro, e gli ricevette a gran festa e onore.
V
Come lo re Carlo fu coronato in Roma re di Cicilia, e come incontanente si partì con sua oste per andare incontro al re Manfredi.
Come la cavalleria del conte Carlo fu giunta a Roma, sì intese a prendere sua corona, e il dì della Befania, gli anni detti MCCLXV, per due cardinali legati e mandati dal papa fue consecrato in Roma e coronato del reame di Cicilia e di Puglia, egli e la donna sua, a grande onore; e sì tosto come fu finita la festa della sua coronazione, sanza alcuno soggiorno si mise al camino con sua oste per la via di Campagna inverso il regno di Puglia; e Campagna ebbe assai tosto grande parte sanza contasto al suo comandamento. Lo re Manfredi sentendo la loro venuta, del detto Carlo, e poi della sua gente, com'era passata per difalta della sua grande oste ch'era in Lombardia, fu molto cruccioso: incontanente mise tutto suo studio alla guardia de' passi del Regno, e al passo al ponte a Cepperano mise il conte Giordano e quello di Caserta, i quali erano della casa di quegli d'Aquino, e con genti assai a piè e a cavallo, e in San Germano mise grande parte di sua baronia, Tedeschi e Pugliesi, e tutti i Saracini di Nocera coll'arcora e balestra e con molto saettamento, confidandosi più in quello riparo che inn-altro, per lo forte luogo e per lo sito, che dall'una parte ha grandi montagne e dall'altra paduli e marosi, ed era fornito di vittuaglia e di tutte cose bisognevoli per più di due anni. Avendo fatto il re Manfredi di fornimento a' passi, come detto avemo, sì mandò suoi ambasciadori al re Carlo, per trattare co·llui triegue o pace; ed isposta loro ambasciata, il re Carlo di sua bocca volle fare la risposta, e disse in sua lingua in francesco: "Ales e dite moi a le sultam de Nocere: o gie metterai lui en enferne o il mettra moi em paradis"; ciò vuole dire: "Io non voglio altro che·lla battaglia, ove o io ucciderò lui, o egli me"; e ciò fatto, sanza soggiorno si mise al cammino. Avenne che giunto il re Carlo con sua oste a Fresolone in Campagna, iscendendo verso Cepperano, il detto conte Giordano che a quello passo era a guardia, veggendo venire la gente del re per passare, volle difendere il passo; il conte di Caserta disse ch'era meglio a lasciarne prima alquanti passare, sì gli avrebbono di là dal passo sanza colpo di spada. Il conte Giordano credendo che consigliasse il migliore, aconsentì, ma quando vide ingrossare la gente, ancora volle assalirgli con battaglia; allora il conte di Caserta, il quale era nel trattato, disse che·lla battaglia era di gran rischio, imperciò che troppi n'erano passati. Allora il conte Giordano veggendo sì possente la gente del re, abandonarono la terra e 'l ponte, chi dice per paura, ma i più dissono per lo trattato fatto da·re al conte di Caserta, imperciò ch'egli nonn-amava Manfredi, però che per la sua disordinata lussuria per forza avea giaciuto colla moglie del conte di Caserta, onde da·llui si tenea forte ontato, e volle fare questa vendetta col detto tradimento. E a questo diamo fede, però che furono de' primi egli e' suoi che s'arrenderono al re Carlo, e lasciato Cepperano, non tornaro a l'oste del re Manfredi a San Germano, ma si tennero in loro castella.
VI
Come il re Carlo, avuto il passo di Cepperano, ebbe per forza la terra di San Germano.
Come lo re Carlo e sua oste ebbono preso il passo di Cepperano, presono Aquino sanza contasto, e per forza ebbono la rocca d'Arci, ch'è delle più forti tenute di quello paese; e ciò fatto, si misono a campo coll'oste a San Germano. Quegli della terra per lo forte luogo, e perch'era bene fornito di genti e di tutte cose, aveano per niente la gente del re Carlo, ma per dispregio, a·lloro ragazzi che menavano i cavagli a l'acqua faceano spregiare, e dire onta e villania, chiamando: "Ov'è il vostro Carlotto?". Per la qual cosa i ragazzi de' Franceschi si misono a badaluccare e a combattere con quegli d'entro, per la qual cosa tutta l'oste de' Franceschi si levò a romore. E temendo che 'l campo non fosse assalito, tutti furono ad arme i Franceschi subitamente, correndo inverso la terra; quegli d'entro non prendendosi di ciò guardia, non furono così tosto tutti a l'arme. I Franceschi con grande furore assalirono la terra, e dando battaglia da più parti; e chi migliore schermo non potea avere, ismontando de' cavagli, e levando loro le selle, e con esse in capo andavano sotto le mura e torri della terra. Il conte di Vandomo con messer Gianni suo fratello, e co·lloro bandiera, i quali furono de' primi che s'armarono, seguirono i ragazzi di que' d'entro ch'erano usciti al badalucco, e cacciandogli, co·lloro insieme si misono dentro per una postierla ch'era aperta per ricoglierli; e ciò non fu sanza grande pericolo, imperciò che·lla porta era bene guardata da più gente d'arme, e rimasonvene e morti e fediti di quegli che seguivano il conte di Vandomo e 'l fratello; ma eglino per loro grande ardire e virtù pur vinsono la punga a la porta per forza d'arme, e entrarono dentro, e incontanente la loro insegna misono in su le mura. E de' primi che gli seguirono furono gli usciti guelfi di Firenze, ond'era capitano il conte Guido Guerra, e la 'nsegna portava messer Stoldo Giacoppi de' Rossi: i quali Guelfi alla presa del detto San Germano si portarono maravigliosamente e come buona gente, per la qual cosa quegli di fuori presono cuore e ardire, e chi meglio poteva si mettea dentro alla terra. Quegli d'entro, vedute le 'nsegne de' nemici in su le mura, e presa la porta, molti ne fuggirono, e pochi ne stettono alla difensione; per la qual cosa la gente del re Carlo combattendo ebbono la terra di San Germano a dì X di febbraio MCCLXV, e fu tenuta grandissima maraviglia, per la fortezza della terra, e piuttosto fattura di Dio che forza umana, perché dentro v'avea più di M cavalieri e più di Vm pedoni, intra' quali avea molti arcieri saracini di Nocera; ma per una zuffa che la notte dinanzi, come a Dio piacque, surse tra' Cristiani e' Saracini, della quale i Saracini furono soperchiati, il giorno appresso non furono in fede alla difensione della terra; e questa infra l'altre fu bene una delle cagioni perché perderono la terra di San Germano. Delle masnade di Manfredi furono assai morti e presi, e la terra tutta corsa e rubata per li Franceschi, e ivi soggiornò lo re e sua oste alquanto per prendere riposo, e per sapere gli andamenti di Manfredi.
VII
Come lo re Manfredi andò a Benivento, e come ordinò sue schiere per combattere col re Carlo.
Lo re Manfredi intesa la novella della perdita di San Germano, e tornandone la sua gente sconfitti, fu molto isbigottito, e prese suo consiglio quello ch'avesse a·ffare, il quale fu consigliato per lo conte Calvagno, e per lo conte Giordano, e per lo conte Bartolomeo, e per lo conte camerlingo, e per gli altri suoi baroni ch'egli con tutto suo podere si ritraesse alla città di Benivento per forte luogo, e per avere la signoria di prendere la battaglia a sua posta, e per ritrarsi inverso Puglia, se bisognasse, e ancora per contradiare il passo al re Carlo, imperciò che per altra via non potea entrare in Principato e a Napoli, né passare in Puglia se non per la via di Benivento; e così fu fatto. Lo re Carlo sentendo l'andata di Manfredi a Benivento, incontanente si partì da San Germano, per seguirlo con sua oste, e non tenne il cammino diritto di Capova, e per Terra di Lavoro, imperciò che al ponte di Capova non avrebbe potuto passare, per la fortezza ch'è in su il fiume delle torri del ponte, e il fiume è grosso; ma si mise a passare il fiume del Voltorno presso a Tuliverno, ove si può guadare, e tenne per la contrada d'Alifi, e per aspri cammini delle montagne di beneventana, e sanza soggiorno, e con grande disagio di muneta e di vittuaglia, giunse all'ora di mezzogiorno a piè di Benevento, alla valle d'incontro alla città, per ispazio di lungi di due miglia alla riva del fiume di Calore, che corre a piè di Benevento. Lo re Manfredi veggendo apparire l'oste del re Carlo, avuto suo consiglio, prese partito del combattere, e d'uscire fuori a campo con sua cavalleria, per assalire la gente del re Carlo anzi che si riposassono; ma in ciò prese mal partito, che se fosse atteso uno o due giorni, lo re Carlo e sua oste erano morti e presi sanza colpo di spada, per difalta di vivanda per loro e per gli loro cavagli; ché 'l giorno dinanzi che giugnessono a piè di Benevento, per nicessità di vittuaglia, molti di sua oste convenne vivesse di cavoli, e' loro cavagli di torsi, sanza altro pane, o biada per gli cavagli, e la moneta per dispendere era loro fallita. Ancora era la gente e forza del re Manfredi molto sparta, che messer Currado d'Antioccia era in Abruzzi con gente, il conte Federigo era in Calavra, il conte di Ventimiglia era in Cicilia: che se avesse alquanto atteso crescevano le sue forze; ma a cui Iddio vuole male gli toglie il senno. Manfredi uscito di Benevento con sua gente, passò il ponte ch'è sopra il detto fiume di Calore, nel piano ove si dice Santa Maria della Grandella, il luogo detto la pietra a Roseto; ivi fece tre battaglie overo schiere: l'una fu di Tedeschi di cui si rifidava molto, e erano bene MCC cavalieri, ond'era capitano il conte Calvagno; la seconda era di Toscani e Lombardi, e anche Tedeschi, in numero di M cavalieri, la quale guidava il conte Giordano; la terza fu de' Pugliesi co' Saracini di Nocera, la quale guidava lo re Manfredi, la quale era di MCCCC cavalieri, sanza i pedoni e gli arcieri saracini ch'erano in grande quantità.
VIII
Come il re Carlo ordinò sue schiere per combattere col re Manfredi.
Lo re Carlo veggendo Manfredi e sua gente venuti a campo per combattere, ebbe suo consiglio di prendere la battaglia il giorno o d'indugiarla. Gli più de' suoi baroni consigliarono del soggiorno infino a la mattina vegnente, per riposare i cavagli dell'affanno avuto per lo forte cammino, e messer Gilio il Bruno conastabole di Francia disse il contrario, e che indugiando, i nimici prenderanno cuore e ardire, e a·lloro potea al tutto fallire la vivanda, e che se altri dell'oste no·lla volesse la battaglia, egli solo col suo signore Ruberto di Fiandra e con sua gente si metterebbe alla ventura del combattere, avendo fidanza in Dio d'avere la vittoria contra' nemici di santa Chiesa. Veggendo ciò il re Carlo, s'attenne e prese il suo consiglio, e per la grande volontà ch'avea del combattere, disse con alta voce a' suoi cavalieri: "Venus est le iors ce nos avons tant desiré"; e fece sonare le trombe, e comandò ch'ogni uomo s'armasse e apparecchiasse per andare alla battaglia, e così in poca d'ora fu fatto. E ordinò, sì come i suoi nemici, a petto di loro tre schiere principali: la prima schiera era de' Franceschi in quantità di M cavalieri, ond'erano capitani messer Filippo di Monforte e 'l maliscalco di Mirapesce; la seconda lo re Carlo col conte Guido di Monforte, e con molti de' suoi baroni e cavalieri della reina, e co' baroni e cavalieri di Proenza, e Romani, e Campagnini, ch'erano intorno di VIIIIc cavalieri, e le 'nsegne reali portava messer Guiglielmo lo Stendardo, uomo di grande valore; la terza fu guidatore Ruberto conte di Fiandra col suo maestro Gilio maliscalco di Francia, con Fiamminghi, e Bramanzoni, e Annoieri, e Piccardi, in numero di VIIc cavalieri. E di fuori di queste schiere furono gli usciti guelfi di Firenze con tutti gl'Italiani, e furono più di CCCC cavalieri, de' quali molti di loro delle maggiori case di Firenze si feciono cavalieri per mano del re Carlo in su il cominciare della battaglia; e di questa gente, Guelfi di Firenze e di Toscana, era capitano il conte Guido Guerra, e la 'nsegna di loro portava in quella battaglia messer Currado da Montemagno di Pistoia. E veggendo il re Manfredi fatte le schiere, domandò della schiera quarta che gente erano, i quali comparivano molto bene inn-arme e in cavagli e in arredi e sopransegne; fugli detto ch'erano la parte guelfa usciti di Firenze e dell'altre terre di Toscana. Allora si dolfe Manfredi dicendo: "Ov'è l'aiuto ch'io hoe dalla parte ghibellina, ch'io ho cotanto servita, e messo in loro cotanto tesoro?", e disse: "Quella gente", cioè la schiera de' Guelfi, "non possono oggi perdere"; e ciò venne a dire, s'egli avesse vittoria ch'egli sarebbe amico de' Guelfi di Firenze, veggendogli sì fedeli al loro signore e a·lloro parte, e nemico de' Ghibellini.
IX
Come la battaglia dal re Carlo al re Manfredi fu, e come il re Manfredi fu sconfitto e morto.
Ordinate le schiere de' due re nel piano della Grandella per lo modo detto dinanzi, e ciascuno de' detti signori amonita la sua gente di ben fare, e dato il nome per lo re Carlo a' suoi, "Mongioia, cavalieri", e per lo re Manfredi a' suoi, "Soavia, cavalieri", il vescovo d'Alsurro, siccome legato del papa, asolvette e benedisse tutti quelli dell'oste del re Carlo, perdonando colpa e pena, però ch'essi combatteano in servigio di santa Chiesa. E ciò fatto, si cominciò l'aspra battaglia tra le prime due schiere de' Tedeschi e de' Franceschi, e fu sì forte l'asalto de' Tedeschi, che malamente menavano la schiera de' Franceschi, e assai gli feciono rinculare adietro, e presono campo. E 'l buono re Carlo veggendo i suoi così malmenare, non tenne l'ordine della battaglia di difendersi colla seconda schiera, avisandosi che se la prima schiera de' Franceschi ove avea tutta sua fidanza fosse rotta, piccola speranza di salute attendea dell'altre; incontanente colla sua schiera si mise al soccorso della schiera de' Franceschi contro a quella de' Tedeschi; e come gli usciti di Firenze e loro schiera vidono lo re Carlo fedire alla battaglia, si misono appresso francamente, e feciono maravigliose cose d'arme il giorno, seguendo sempre la persona del re Carlo; e simile fece il buono Gilio il Bruno conastabile di Francia con Ruberto di Fiandra con sua schiera, e da l'altra parte fedì il conte Giordano colla sua schiera, onde la battaglia fu aspra e dura, e grande pezza durò, che non si sapea chi avesse il migliore; però che gli Tedeschi per loro virtude e forza colpendo di loro spade, molto danneggiavano i Franceschi. Ma subitamente si levò uno grande grido tra·lle schiere de' Franceschi, chi che 'l si cominciasse, dicendo: "Agli stocchi, agli stocchi, a fedire i cavagli!"; e così fu fatto, per la qual cosa in piccola d'ora i Tedeschi furono molto malmenati e molto abattuti, e quasi inn isconfitta volti. Lo re Manfredi, lo quale con sua schiera de' Pugliesi stava al soccorso dell'oste, veggendo gli suoi che non poteano durare la battaglia, sì confortò la sua gente della sua schiera, che 'l seguissono alla battaglia, da' quali fu male inteso, però che la maggiore parte de' baroni pugliesi e del Regno, in tra gli altri il conte camerlingo, e quello della Cerra, e quello di Caserta e altri, o per viltà di cuore, o veggendo a loro avere il peggiore, e chi disse per tradimento, come genti infedeli e vaghi di nuovo signore, si fallirono a Manfredi, abandonandolo e fuggendosi chi verso Abruzzi e chi verso la città di Benevento. Manfredi rimaso con pochi, fece come valente signore, che innanzi volle in battaglia morire re, che fuggire con vergogna; e mettendosi l'elmo, una aquila d'argento ch'egli avea ivi su per cimiera gli cadde in su l'arcione dinanzi. E egli ciò veggendo isbigottì molto, e disse a' baroni che gli erano dal lato in latino: "Hoc est signum Dei, però che questa cimiera appiccai io colle mie mani in tal modo che non dovea potere cadere". Ma però non lasciò, ma come valente signore prese cuore, e incontanente si mise alla battaglia, non con sopransegne reali per non esser conosciuto per lo re, ma come un altro barone, lui fedendo francamente nel mezzo della battaglia. Ma però i suoi poco duraro, che già erano in volta: incontanente furono sconfitti, e lo re Manfredi morto in mezzo de' nemici, dissesi per uno scudiere francesco, ma non si seppe il certo. In quella battaglia ebbe gran mortalità d'una parte e d'altra, ma troppo più della gente di Manfredi. E fuggendo del campo verso Benevento, cacciati da quegli dell'oste del re Carlo, infino nella terra, che·ssi facea già notte, gli seguirono, e presono la città di Benevento, e quegli che fuggieno. Molti de' baroni caporali del re Manfredi rimasono presi: intra gli altri furono presi il conte Giordano, e messer Piero Asini degli Uberti, i quali il re Carlo mandò in pregione in Proenza, e di là d'aspra morte in carcere gli fece morire. Gli altri baroni pugliesi e tedeschi ritenne in pregione in diversi luoghi nel Regno. E pochi dì apresso la moglie del detto Manfredi e' figliuoli e la suora, i quali erano in Nocera de' Saracini in Puglia, furono renduti presi al re Carlo, i quali poi morirono in sua pregione. E bene venne a Manfredi e a sue rede la maladizione d'Iddio, e assai chiaro si mostrò il giudizio d'lddio in lui, perch'era scomunicato e nimico e persecutore di santa Chiesa. Nella sua fine, di Manfredi si cercò più di tre giorni, che non si ritrovava, e non si sapea se fosse morto, o preso, o scampato, perché nonn-avea avuto a la battaglia indosso armi reali. Alla fine per uno ribaldo di sua gente fu riconosciuto per più insegne di sua persona in mezzo il campo ove fu la battaglia. E trovato il suo corpo per lo detto ribaldo, il mise traverso in su uno asino, vegnendo gridando: "Chi acatta Manfredi, chi acatta Manfredi?"; il quale ribaldo da uno barone del re fu battuto, e recato il corpo di Manfredi dinanzi al re, fece venire tutti i baroni ch'erano presi, e domandato ciascuno s'egli era Manfredi, tutti temorosamente dissono di sì. Quando venne il conte Giordano sì si diede delle mani nel volto piagnendo e gridando: "Omè, omè, signore mio!"; onde molto ne fu commendato da' Franceschi, e per alquanti de' baroni del re fu pregato che gli facesse fare onore alla seppultura. Rispuose il re: "Si feisse ie volontiers, s'il non fust scomunié"; ma imperciò ch'era scomunicato, non volle il re Carlo che fosse recato in luogo sacro; ma appiè del ponte di Benevento fu soppellito, e sopra la sua fossa per ciascuno dell'oste gittata una pietra, onde si fece grande mora di sassi. Ma per alcuni si disse che poi per mandato del papa il vescovo di Cosenza il trasse di quella sepultura, e mandollo fuori del Regno, ch'era terra di Chiesa, e fu sepolto lungo il fiume del Verde a' confini del Regno e di Campagna: questo però nonn-affermiamo. Questa battaglia e sconfitta fu uno venerdì, il sezzaio di febbraio, gli anni di Cristo MCCLXV.
X
Come lo re Carlo ebbe la signoria de' Regno e di Cicilia, e come don Arrigo di Spagna venne a·llui.
Come il re Carlo ebbe sconfitto e morto Manfredi, la sua gente furono tutti ricchi delle spoglie del campo, e maggioremente de' signoraggi e de' baronaggi che teneano i baroni di Manfredi, che in poco tempo appresso tutte le terre del Regno, di Puglia e gran parte di quelle dell'isola di Cicilia feciono le comandamenta del re Carlo; delle quali baronie, e signoraggi, e fii de' cavalieri rinvestì a tutti coloro che·ll'aveano servito, Franceschi, e Provenzali, e Latini, ciascuno secondo il suo grado. E quando il re Carlo venne in Napoli, da' Napoletani fu ricevuto come signore a grande onore, e ismontò al castello di Capova, il quale avea fatto fare lo 'mperadore Federigo, nel quale trovò il tesoro di Manfredi quasi tutto in oro di terì spezzato, il quale si fece venire innanzi, e porre in su' tappeti ov'era egli e la reina e messer Beltram del Balzo; e fece venire bilance, e disse a messer Beltram che 'l partisse. Il magnanimo cavaliere disse: "Che a gie a fer de balance a departir vostre tesor?", ma co' piedi vi salì suso, e co' piedi ne fece tre parti: "L'una parte", disse, "sia di monsignor lo re, e l'altra di madama la reina, e l'altra sia de' vostri cavalieri"; e così fu fatto. Lo re veggendo la magnanimità di messere Beltram, incontanente gli diede la contea d'Avellino, e fecenelo conte. E poco appresso a·re non piacque d'abitare nel castello di Capova, perch'era abitato al modo tedesco; ordinò che si facesse castello nuovo al modo francesco, il quale è presso a San Piero in Castello da l'altra parte di Napoli. E poco tempo appresso tutti i baroni pugliesi, i quali lo re avea presi alla battaglia, fece scapolare, e a molti rendé loro terre e retaggi, per avere più l'amore di que' del paese; della qual cosa, di gran parte, fece il peggiore per la rea uscita che poco tempo appresso gli feciono certi de' detti baroni pugliesi, siccome innanzi faremo menzione. Avenne poco tempo appresso, il seguente anno che il re Carlo ebbe il reame e signoria di Cicilia e di Puglia, che don Arrigo figliuolo secondo del re di Spagna cugino del re Carlo, nato di serocchia e di fratello, il quale era stato in Africa a' soldi del re di Tunisi, udendo lo stato del re suo cugino, passò di Tunisi in Puglia con più di VIIIc cavalieri spagnuoli, molto bella e buona gente; il quale don Arrigo dal re Carlo fu ricevuto graziosamente, e ritenuto a' suoi soldi, e in luogo di lui il fece senatore di Roma, e guardia di tutte le terre di Campagna e dal Patrimonio. Ma il detto don Arrigo, il quale da Tunisi era tornato ricco di danari, per bisogno del re Carlo gli prestò, si dice, XLm dobble d'oro, le quali non riebbe mai, onde nacque poi grande scandalo tra·lloro, come innanzi faremo menzione. E intra l'altre cagioni della discordia da don Arrigo e lo re fu che don Arrigo procacciava colla Chiesa d'avere l'isola di Sardigna, e lo re Carlo la volea per sé; e per la discordia no·ll'ebbe né·ll'uno né·ll'altro; e per questo isdegno don Arrigo si fece nimico, e in parte nonn-ebbe il torto, che lo re Carlo avea bene tanta terra, che bene dovea volere che 'l suo cugino avesse quella poca, ma per l'avarizia e invidia nol volle a vicino; e don Arrigo disse: "Per lo cor Dio, o el mi matrà, o io il matrò". Lasceremo ora alquanto de' fatti del re Carlo, e diremo d'altre cose che furono in quelli tempi, tornando a nostra materia de' fatti di Firenze,, che per la vittoria del re Carlo ebbe grandi mutazioni.
XI
Come i Saracini di Barberia passarono inn-Ispagna, e come vi furono sconfitti.
Negli anni di Cristo MCCLXVI grandissimo esercito di numero di Saracini passarono d'Africa per lo stretto di Sibilia per racquistare la Spagna e l'Araona, e agiunti co' Saracini di Granata, i quali ancora abitavano in Ispagna, grande danno feciono a' Cristiani. Ma sentendo ciò lo re di Spagna, col re di Portogallo e con quello d'Araona raunati insieme, e con molti altri Cristiani di croce segnati per indulgenzia di colpa e pena data per lo papa e per la Chiesa di Roma, co' detti Saracini ebbono grande battaglia, e dopo molto sangue de' Cristiani sparto, i Saracini furono sconfitti e morti, che quasi di quegli che passarono non ne campò niuno che non fosse morto o preso, e simile molti di quelli di Granata. E nota che come i Cristiani fanno loro podere di raquistare la Terrasanta per boti, per promesse, e lasci di moneta, o prendere croce, e pellegrinaggi per indulgenzia de' loro peccati, per simile modo fanno i Saracini per racquistare la Spagna, e per mantenere la terra di Granata, la quale ancora tengono di qua da mare i Saracini a grande obbrobbio e vergogna de' Cristiani.
XII
Come i Fiorentini ghibellini assediarono Castello Nuovo in Valdarno, e come se ne partirono a modo di sconfitti.
Ne' tempi che il re Carlo fu coronato a Roma, come è fatta menzione, il vescovo d'Arezzo, ch'era degli Ubertini, tutto fosse Ghibellino, perché non era in accordo cogli Aretini, né col conte Guido Novello vicario per Manfredi in Toscana, perché gl'ingiuriavano il vescovado e sue terre, sì diede in guardia le sue castella agli usciti guelfi di Firenze, i quali per lo favore della venuta del re Carlo feciono gran guerra in Valdarno a' Ghibellini che teneano Firenze, e aveano preso Castelnuovo in Valdarno. Per la qual cosa le masnade de' Fiorentini ch'erano col conte Guido Novello, con gente a piè assai, e con certi caporali ghibellini cittadini di Firenze, v'andarono ad oste, e a quello diedono più battaglie per modo che quasi più non si potea tenere, se non fosse il senno e sagacità di guerra ch'usò messer Uberto Spiovanato de' Pazzi di Valdarno del lato guelfo, ch'era capitano in quello castello, il quale prese e levò uno suggello di cera intero d'una lettera ch'egli avea avuta dal detto vescovo suo zio d'altra materia, e fece fare una lettera, dicendo come francamente si dovesse tenere, imperciò che di presente avrebbono soccorso di VIIIc cavalieri franceschi del re Carlo, e rimise il suggello a quella, e miselasi in borsa di seta con altre lettere e con danari. E uscito fuori ad uno badalucco, cautamente la borsa si tagliò e lasciolla; la quale da' nemici trovata, fu portata a' capitani, e letta la detta lettera, diedono fede alla venuta de' Franceschi. Incontanente presono partito di levarsi da oste, e per la fretta si partiro a modo di sconfitta, co·lloro danno e vergogna tornato in Firenze; per la qual cosa quasi tutte le terre di Valdarno si rubellarono a' Ghibellini. In questi tempi venne in Firenze uno Saracino ch'avea nome Buzzeca, ed era il migliore maestro di giucare a scacchi, e in su il palagio del popolo dinanzi al conte Guido Novello giucò a un'ora a tre scacchieri co' migliori maestri di scacchi di Firenze, cogli due a mente, e coll'uno a veduta; e gli due giuochi vinse, e l'uno fece tavola; la qual cosa fu tenuta grande maraviglia.
XIII
Come in Firenze si feciono i XXXVI e come si diede ordine e gonfaloni a l'arti.
Come la novella fu in Firenze e per Toscana della sconfitta di Manfredi, i Ghibellini e i Tedeschi cominciarono ad invilire e avere paura in tutte parti, e' Guelfi usciti di Firenze ch'erano ribelli, e tali a' confini per lo contado e in più parti, cominciarono a invigorire e a prendere cuore e ardire. E faccendosi presso alla città, ordinarono dentro alla terra novità e mutazioni, per trattati co' loro amici d'entro, che s'intendeano con loro, e vennero infino ne' Servi Sancte Marie a fare consiglio, avendo speranza di loro gente ch'erano stati alla vittoria col re Carlo, i quali attendeano con gente de' Franceschi in loro aiuto; onde il popolo di Firenze ch'era più Guelfo che Ghibellino d'animo per lo danno ricevuto, chi di padre, chi di figliuolo, e chi di fratelli, alla sconfitta di Monte Aperti, simile cominciarono a rinvigorire, e a mormorare, e parlare per la città, dogliendosi delle spese e incarichi disordinati che riceveano dal conte Guido Novello e dagli altri che reggeano la terra. Onde quegli che reggeano la città di Firenze a parte ghibellina, sentendo nella città il detto subuglio e mormorio, e avendo paura che 'l popolo non si rubellasse contro a·lloro per una cotale mezzanità, e per contentare il popolo, elessono due cavalieri frati godenti di Bologna per podestadi di Firenze, che l'uno ebbe nome messer Catalano de' Malavolti, e l'altro messer Loderigo delli Andalò, e l'uno era tenuto di parte guelfa, ciò era messer Catalano, e l'altro di parte ghibellina. E nota che' frati godenti erano chiamati cavalieri di santa Maria, e cavalieri si faceano quando prendeano quello abito, che·lle robe aveano bianche e uno mantello bigio, e l'arme il campo bianco e la croce vermiglia con due stelle, e doveano difendere le vedove e' pupilli, e intramettersi di paci; e altri ordini, come religiosi, aveno. E il detto messer Loderigo ne fu cominciatore di quello ordine; ma poco durò, che seguiro al nome il fatto, cioè d'intendere più a godere ch'ad altro. Questi due frati per lo popolo di Firenze furono fatti venire, e misongli nel palagio del popolo d'incontro a la Badia, credendo che per l'onestà dell'abito fossono comuni, e guardassono il Comune di soperchie spese; i quali, tutto che d'animo di parte fossono divisi, sotto coverta di falsa ipocresia furono in concordia più al guadagno loro propio ch'al bene comune; e ordinarono XXXVI buoni uomini mercatanti e artefici, de' maggiori e migliori che fossono nella cittade, i quali dovessono consigliare le dette due potestadi, e provedere alle spese del Comune; e di questo novero furono de' Guelfi e de' Ghibellini, popolani e grandi non sospetti, ch'erano rimasi in Firenze alla cacciata de' Guelfi. E raunavansi i detti XXXVI a consigliare ogni dì per lo buono stato comune della città nella bottega e corte de' consoli di Calimala, ch'era a piè di casa i Cavalcanti in Mercato Nuovo, i quali feciono molti buoni ordini e stato comune della terra, intra' quali ordinarono che ciascuna delle VII arti maggiori di Firenze avessono consoli e capitudini, e ciascuna avesse suo gonfalone e insegna, acciò che se nella città si levasse niuno con forza d'arme, sotto i loro gonfaloni fossono a la difesa del popolo e del Comune. E le 'nsegne delle VII arti maggiori furono queste: i giudici e notari, il campo azzurro e una stella grande ad oro; i mercatanti di Calimala, cioè de' panni franceschi, il campo rosso con una aguglia ad oro in su uno torsello bianco; i cambiatori, il campo vermiglio e fiorini d'oro iv'entro seminati; l'arte della lana, il campo vermiglio iv'entro uno montone bianco; i medici e speziali, il campo vermiglio iv'entro santa Maria col figliuolo Cristo in collo; l'arte de' setaiuoli e merciari, il campo bianco e una porta rossa iv'entro per lo titolo di porte Sante Marie; i pillicciai, l'arme a vai, e nell'uno capo uno agnus Dei in campo azzurro. L'altre V seguenti alle maggiori arti s'ordinarono poi quando si criò in Firenze l'uficio de' priori dell'arti, come a tempo più innanzi faremo menzione; e fu loro ordinato, per simile modo delle VII arti, gonfaloni e arme. Ciò furono i baldrigari, ciò sono mercatanti di ritaglio di panni fiorentini, calzaiuoli, e pannilini, e rigattieri, la 'nsegna bianca e vermiglia; i beccari, il campo giallo e un becco nero; i calzolai, atraverso listata bianca e nero, chiamata pezza gagliarda; i maestri di pietre e di legname, il campo rosso iv'entro la sega, e la scure, e mannaia, e piccone; i fabbri e ferraiuoli, il campo bianco e tanaglie grandi nere.
XIV
Come in Firenze si levò il secondo popolo, per la quale cagione il conte Guido Novello co' caporali ghibellini uscirono di Firenze.
Per le dette novitadi fatte in Firenze per le dette due podestadi e per gli XXXVI, i grandi Ghibellini di Firenze, com'erano Uberti, e Fifanti, e Lamberti, e Scolari, e gli altri delle grandi case ghibelline, presono sospetto di parte, parendo loro che' detti XXXVI sostenessono e favorassono i Guelfi popolani ch'erano rimasi in Firenze, e ch'ogni novità fosse contro a parte. Per questa gelosia, e per la novella della vittoria del re Carlo, il conte Guido Novello mandò per genti a tutte l'amistà vicine, come furono Pisani, Sanesi, Aretini, Pistolesi, e Pratesi, e Volterrani, Colle, e Sangimignano, sì che con VIc Tedeschi ch'avea si trovarono in Firenze con MD cavalieri. Avenne che per pagare le masnade tedesche ch'erano col conte Guido Novello capitano della taglia, il quale volea che si ponesse una libbra di soldi X il centinaio, i detti XXXVI cercavano altro modo di trovare danari con meno gravezza del popolo, e per questa cagione aveano indugiato alquanti dì più che non parea al conte e agli altri grandi Ghibellini di Firenze; per lo sospetto preso per gli ordini fatti per lo popolo, i detti grandi ordinarono di mettere la terra a romore, e disfare l'oficio de' detti XXXVI col favore della grande cavalleria ch'avea il vicario in Firenze, e armatisi, i primi che cominciarono furono i Lamberti, che co·lloro masnadieri armati uscirono di loro case in Calimala, dicendo: "Ove sono questi ladroni de' XXXVI, che noi gli taglieremo tutti per pezzi?"; i quali XXXVI erano allora al consiglio insieme nella bottega ove i consoli di Calimala teneano ragione sotto casa i Cavalcanti in Mercato Nuovo. Sentendo ciò i XXXVI si partirono dal consiglio, e incontanente si levò la terra a romore, e serrarsi le botteghe, e ogni uomo fu a l'arme. Il popolo si ridusse tutto nella via larga di Santa Trinita, e messer Gianni de' Soldanieri si fece capo del popolo per montare inn-istato, non guardando al fine, che dovea riuscire a sconcio di parte ghibellina e suo dammaggio, che sempre pare sia avenuto in Firenze a chi s'è fatto capo di popolo; e così armati a piè di casa i Soldanieri s'amassarono i popolani in grandissimo numero, e feciono serragli a piè della torre de' Girolami. Il conte Guido Novello con tutta la cavalleria e con grandi Ghibellini di Firenze furono in arme e a cavallo in su la piazza di San Giovanni, e mossonsi per andare contro al popolo, e schierarsi a la 'ncontra del serraglio in su i calcinacci delle case de' Tornaquinci, e feciono vista e saggio di combattere, e alcuno Tedesco a cavallo si mise infra il serraglio; il popolo francamente si tenne difendendo colle balestra, e gittando dalle torri e case. Veggendo ciò il conte, che non poteano diserrare il popolo, volse le 'nsegne, e con tutta la cavalleria ritornò in su la piazza di San Giovanni, e poi venne al palagio nella piazza di San Pulinari, ov'erano le due podestadi, messer Catalano e messer Loderigo frati godenti, e tenea la cavalleria da porte San Piero infino a San Firenze. Il conte domandava le chiavi delle porti della città per partirsi della terra, e per tema non gli fosse gittato delle case; e per sua sicurtà si mise il conte dall'uno lato Uberto de' Pulci, e dall'altro Cerchio de' Cerchi, e di dietro Guidingo Savorigi, ch'erano de' detti XXXVI e de' maggiori della terra. I detti due frati gridando del palagio, e chiamando con grandi grida i detti Uberto e Cerchio ch'andassono a·lloro, acciò che pregassono il conte che·ssi tornasse all'albergo e non si dovesse partire, ch'eglino aqueterebbono il popolo, e farebbono che' soldati sarebbono pagati: il conte entrato in gelosia e in paura del popolo più che non gli bisognava, non si volle attendere, ma volle pur le chiavi delle porti, e ciò mostrò che fosse più opera di Dio che altra cagione; che quella cavalleria sì grande e possente non combattuti, non cacciati, né acommiatati, né forza di nimici non era contro a·lloro; che perché il popolo fosse armato e raunato insieme, erano più per paura che per offendere al conte e a sua cavalleria, e tosto sarebbono aquetati, e tornati a·lloro case, e disarmati. Ma quando è presto il giudicio di Dio è aparecchiata la cagione. Il conte avute le chiavi, essendo grande silenzio, fece gridare se v'erano tutti i Tedeschi: fu risposto di sì; appresso disse de' Pisani, e simile di tutte le terre della taglia, e risposto di tutti di sì, disse al suo banderaio che si movesse colle 'nsegne; e così fu fatto. E tennero la via larga da San Firenze, e dietro da Santo Piero Scheraggio, e da San Romeo alla porta vecchia de' Buoi, e quella fatta aprire, il conte con tutta sua cavalleria n'uscì, e tenne su per li fossi dietro a Sa·Jacopo, e dalla piazza di Santa Croce, ch'allora nonn avea case, e per lo borgo di Pinti; e in quello fu loro gittato de' sassi; e volsonsi per Cafaggio, e la sera se n'andarono in Prato; e ciò fu il dì di santo Martino, a dì XI di novembre, gli anni di Cristo MCCLXVI.
XV
Come il popolo rimise i Guelfi in Firenze, e come poi ne cacciarono i Ghibellini.
Giunto in Prato il conte Guido Novello con tutta sua cavalleria e con molti caporali ghibellini di Firenze, furono ravisati ch'egli aveano fatta gran follia a partirsi della città di Firenze sanza colpo di spada od essere cacciati; e parve loro avere mal fatto, e presono per consiglio di tornare a Firenze la mattina vegnente, e così feciono; e giunsono tutti armati e schierati in su l'ora di terza a la porta del ponte alla Carraia ov'è oggi il borgo d'Ognesanti, ch'allora non v'avea case, e domandarono che fosse loro aperta la porta. Il popolo di Firenze fu ad arme, e per tema che rientrando il conte colla sua cavalleria in Firenze non volesse fare vendetta, e correre la terra, s'accordarono di non aprire, ma di difendere la terra, la quale era molto forte di mura e di fossi pieni d'acqua alle cerchie seconde. E volendosi strignere alla porta, furono saettati e fediti; e dimorati infino dopo nona, né per lusinghe né per minacce non poterono tornare dentro. Si tornarono tristi e scornati a Prato, e tornando per cruccio diedono battaglia al castello di Capalle, e no·ll'ebbono. E venuti in Prato, ebbono tra·lloro di molti ripitii; ma dopo cosa male consigliata e peggio fatta invano è il pentere. I Fiorentini rimasi riformarono la terra, e mandarono fuori le dette due podestadi frati godenti di Bologna, e mandarono ad Orbivieto per aiuto di gente, e per podestà e capitano; i quali Orbitani mandarono C cavalieri alla guardia della terra: e messer Ormanno Monaldeschi fu podestà, e un altro gentile uomo d'Orbivieto ne fu capitano del popolo. E per trattato di pace il gennaio vegnente il popolo rimise in Firenze i Guelfi e' Ghibellini, e feciono fare tra·lloro più matrimonii e parentadi. Intra li quali questi furono i maggiorenti, che messer Bonaccorso Bellincioni degli Adimari diede per moglie a messer Forese suo figliuolo la figliuola del conte Guido Novello, e messer Bindo suo fratello tolse una degli Ubaldini, e messer Cavalcante de' Cavalcanti diede per moglie a Guido suo figliuolo la figliuola di messer Farinata degli Uberti, e messer Simone Donati diede la figliuola a messer Azzolino di messer Farinata degli Uberti; per gli quali parentadi gli altri Guelfi di Firenze gli ebbono tutti a sospetti a parte; e per la detta cagione poco durò la detta pace, ché tornati i detti Guelfi in Firenze, sentendosi poderosi della baldanza della vittoria ch'aveano avuta col re Carlo contro a Manfredi, segretamente mandarono in Puglia al detto re Carlo per gente e per uno capitano, il quale mandò il conte Guido di Monforte con VIIIm cavalieri franceschi; e giunse in Firenze il dì della Pasqua di Risoresso, gli anni di Cristo MCCLXVII. E sentendo i Ghibellini la sua venuta, la notte dinanzi uscirono di Firenze sanza colpo di spada, e andarsene a Siena, e chi a Pisa, e inn-altre castella. I Fiorentini guelfi diedono la signoria della terra al re Carlo per X anni; e mandatagli la elezione libera e piena con mero e misto imperio per solenni ambasciadori, lo re rispuose che de' Fiorentini volea il cuore e la loro buona volontà, e non altra giuridizione; tuttora a priego del Comune la prese simplicemente; al quale reggimento vi mandava d'anno in anno suoi vicarii e XII buoni uomini cittadini che col vicario reggeano la cittade. E puossi notare in questa cacciata de' Ghibellini che fu in quello medesimo dì di Pasqua di Risoresso ch'eglino aveano commesso il micidio di messere Bondelmonte de' Bondelmonti, onde si scoprirono le parti in Firenze, e se ne guastò la città; e parve che fosse giudicio d'Iddio, che mai poi non tornarono inn-istato.
XVI
Come, cacciati i Ghibellini di Firenze, si riformò la città d'ordini e di consigli.
Tornata parte guelfa in Firenze, e venuto il vicario overo podestà per lo re Carlo, che 'l primo fu messer...., e fatti XII buoni uomini a modo ch'anticamente faceano gli anziani che reggeano la repubblica, sì riformarono il consiglio di C buoni uomini di popolo, sanza la diliberazione de' quali nulla grande cosa né spesa si potea fare; e poi che per quello consiglio si vincesse, andava a partito a pallottole al consiglio delle capitudini dell'arti maggiori, e a quello della credenza, ch'erano LXXX. Questi consiglieri, che col generale erano CCC, erano tutti popolani e Guelfi: poi vinti a' detti consigli, convenia il dì seguente le medesime proposte rimettere al consiglio della podestà, ch'era il primo di LXXXX uomini grandi e popolani, e co·lloro ancora le capitudini dell'arti, e poi il consiglio generale, ch'erano CCC uomini d'ogni condizioni, e questi si chiamavano i consigli opportuni; e in quegli si davano le castellanerie, dignità, ufici piccoli e grandi; e ciò ordinato, feciono àrbitri, e corressono tutti statuti e ordinamenti, e ordinarono ogni anno si facessono. In questo modo s'ordinò lo stato e corso del Comune e del popolo di Firenze alla tornata de' Guelfi; e camerlenghi della pecunia feciono religiosi di Settimo e d'Ognesanti di sei in sei mesi.
XVII
Come i Guelfi di Firenze ordinarono gli ordini di parte.
In questi tempi, cacciati i Ghibellini di Firenze, i Guelfi che vi tornarono, avendo tra·lloro questioni per gli beni de' Ghibellini ribelli, sì mandarono loro ambasciadori a corte a papa Urbano e al re Carlo, che gli dovesse ordinare. Il quale papa Urbano e il re Carlo per loro stato e pace gli ordinarono in questo modo, che de' beni fossono fatte tre parti: l'una fosse del Comune; l'altra fu diputata per amenda de' Guelfi ch'erano stati disfatti e rubelli; l'altra fu diputata a la parte guelfa certo tempo; ma poi tutti i detti beni rimasono a la parte, onde ne cominciarono a·ffare mobile, e ogni dì il cresceano, per avere da dispendere quando bisognasse per la parte; del quale mobile, udendolo il cardinale Attaviano degli Ubaldini, disse: "Dapoi che' Guelfi di Firenze fanno mobile, già mai non vi tornano i Ghibellini". E feciono per mandato del papa e del re i detti Guelfi tre cavalieri rettori di parte, e chiamargli prima consoli de' cavalieri, e poi gli chiamarono capitani di parte; e durava il loro uficio due mesi, a tre sesti a tre sesti, e raunarsi a' loro consigli nella chiesa nuova di Santa Maria sopra Porta, per lo più comune luogo della città, e dov'ha più case guelfe intorno. E feciono loro consiglio segreto di XIIII, e il maggiore consiglio di LX grandi e popolani, per lo cui scruttino s'eleggessono i capitani di parte e gli altri uficiali. E chiamarono tre grandi e tre popolani priori di parte, i quali sono sopra l'ordine e guardia della moneta della parte, e uno che tenesse il suggello, e uno sindaco accusatore de' Ghibellini. E tutte loro segrete cose dipongono alla chiesa de' Servi Sante Marie. Per simili ordini e capitani feciono gli usciti ghibellini. Assai avemo detto degli ordini di parte, e torneremo a' fatti comuni, e altre cose.
XVIII
Come il soldano de' Saracini prese Antioccia.
Ne' detti tempi, gli anni di Cristo MCCLXVII, il soldano di Babbillonia con suo esercito de' Saracini corse e guastò quasi tutta l'Erminia, ch'erano e sono Cristiani; e poi si puose ad assedio alla città d'Antioccia, ch'era delle famose terre del mondo, e era de' Cristiani, e quella prese per forza del mese di maggio, e quanti Cristiani, uomini e femmine e fanciulli, v'erano dentro, furono morti e presi e menati per ischiavi, onde per tutta Cristianità n'ebbe grande dolore; ma per lo peccato per gli Cristiani s'intendea più alle guerre tra·lloro per le maladette parti, ch'al benificio comune di fare guerra co' Saracini.
XIX
Come i Guelfi di Firenze presono il castello di Santellero con molti ribelli ghibellini.
Nel detto anno di Cristo MCCLXVII, del mese di giugno, essendo di poco cacciata la parte ghibellina di Firenze, una gente de' detti Ghibellini, pur de' migliori e caporali, si rinchiusono co·lloro masnade nel castello di Santo Ellero, onde fu loro capitano messer Filippo da Quona, overo da Volognano, e cominciarono guerra a la città di Firenze. Per la qual cosa i Fiorentini guelfi v'andarono ad oste le due sestora, e andovvi il maliscalco del re Carlo con tutta la cavalleria de' Franceschi ch'erano co·llui, e per battaglia ebbono il detto castello, nel quale avea rinchiusi bene VIIIc uomini, che·lla maggiore parte furono morti e tagliati, e parte presi; e rimasonvi di quegli della casa degli Uberti, e de' Fifanti, e Scolari, e di quegli da Volognano, e di più altre case ghibelline uscite di Firenze, e loro seguaci, onde i Ghibellini ricevettono gran dammaggio, e allora perderono anche i Ghibellini Campi di Firacchi, e Gressa; e dicesi che uno giovane degli Uberti il quale era fuggito in sul campanile, veggendo che non potea scampare, per non venire a mano de' Bondelmonti suoi nemici, si gittò di sua volontà del campanile in terra, e morì. E Geti da Volognano fu menato preso con altri suoi consorti, e messo nella torre del palagio; e però poi sempre fu chiamata la Volognana.
XX
Come molte città e terre di Toscana tornarono a parte guelfa.
In quegli tempi che·lla città di Firenze tornò a parte guelfa, e furonne cacciati i Ghibellini, e venuto in Toscana il maliscalco del re Carlo, come adietro avemo fatta menzione, molte delle terre di Toscana tornarono a parte guelfa, e cacciarono i Ghibellini, come fu la città di Lucca, e di Pistoia, e Volterra, e Prato, e San Gimignano, e Colle, e feciono taglia co' Fiorentini, ond'era capitano il maliscalco del re Carlo con VIIIc cavalieri franceschi, e non rimase a parte ghibellina se non la città di Pisa e di Siena; e così in poco di tempo si rivolse lo stato in Toscana e in molte terre di Lombardia di tornare a parte guelfa e della Chiesa, ch'erano a parte ghibellina e d'imperio, per la sconfitta del re Manfredi e vittoria del re Carlo. E però non dee niuno porre fede o speranza in queste signorie e stati mondani, che sono dati a' tempi secondo la disposizione di Dio, e secondo i meriti o peccati delle genti; e questo vedemo per provati esempli, e in tra gli altri questo fu uno di quegli che fu assai visibile, che in poco di tempo essendo Toscana quasi tutte città e castella a parte ghibellina, e simile Lombardia, e quasi de' Guelfi non n'era ricordo, tornarono a parte guelfa.
XXI
Come il maliscalco del re Carlo co' Fiorentini feciono oste a Siena, e come il re venne in Firenze, e prese Poggibonizzi.
Nel detto tempo, del mese di luglio, gli anni di Cristo MCCLXVII, il maliscalco del re Carlo con sua gente e cavalleria di Firenze ricominciarono guerra a' Sanesi per l'offesa ricevuta a Monte Aperti, e imperciò ch'aveano ritenuti i Ghibellini usciti di Firenze, e favoreggiavagli, onde faceano guerra nel contado di Firenze, e andarono a oste sopra Siena. E stando ad oste sopra quello di Siena, gli usciti ghibellini di Firenze con masnade tedesche ch'erano in Siena e in Pisa, per trattato de' Ghibellini e terrazzani del castello di Poggibonizzi, entrarono nel detto castello di Poggibonizzi, il quale era al poggio molto forte. Per la qual cagione il detto maliscalco coll'oste si partì del contado di Siena, e infra il terzo dì si puose ad oste al detto castello di Poggibonizzi, e' Fiorentini vi cavalcarono per comune in mezzo luglio, e simigliante vi venne gente di tutte le terre di Toscana ch'erano a lega co' Fiorentini a parte guelfa, e isteccarlo intorno intorno, e con torri e difici di legname, acciò che la gente che v'erano rinchiusi dentro non ne potessono uscire né avere soccorso, e gittandovi dentro con molti difici. E essendo al detto assedio, lo re Carlo essendo fatto per lo papa e per la Chiesa generale vicario di Toscana, mentre che imperio vacasse, sì venne di Puglia in Toscana, e il presente mese di agosto con sua baronia entrò in Firenze, il quale da' Fiorentini fu ricevuto a grande onore come loro signore, andandogli incontro il carroccio e molti armeggiatori. E in Firenze soggiornò VIII dì, e fece più gentili uomini di Firenze cavalieri, e appresso in persona con tutta sua cavalleria volle andare nell'oste a Poggibonizzi, perché sentiva che' Pisani, e' Sanesi, e gli altri Ghibellini faceano grande raunata di gente a cavallo e a piè per soccorrere la gente ch'era assediata in Poggibonizzi; e al detto assedio si stette IIII mesi. Alla fine per difalta di vittuaglia il detto castello di Poggibonizzi s'arendé al re in mezzo dicembre MCCLXVII, salvi l'avere e le persone, giurando i forestieri e' terrazzani di non essergli mai incontro. E avuto il castello, vi soggiornò XV giorni, e misevi podestà, e fecevi cominciare una fortezza, ma non si compié poi, per molto affare del re e del Comune di Firenze.
XXII
Come il re Carlo co' Fiorentini andarono a oste sopra la città di Pisa.
Partito il re Carlo da oste da Poggibonizzi co' Fiorentini, sì cavalcarono sopra la città di Pisa, e prese molte castella con grande danno de' Pisani, e ebbe Porto Pisano, e fecelo disfare, e abattere le torri del porto. E poi del mese di febbraio, nel detto anno MCCLXVII, lo re Carlo andò a Lucca, e poi in servigio de' Lucchesi assediò il castello del Mutrone ch'era fortissimo di mura grossissime, e invano vi sarebbe stato assai, senno che fece vista di cavallo e di tagliarlo da piè, ma in sei mesi non se ne sarebbe venuto a fine; ma per ingegno e inganno la notte faceano recare calcinacci d'altra parte, e il dì lo faceano gittare fuori, mostrando che fosse del tagliamento del muro del castello, per la qual cosa quegli d'entro impauriti s'arenderono, salve le persone; e usciti del castello, e vedute le cave, s'avidono dello 'nganno. E avuto il re il detto castello, sì 'l donò a' Lucchesi.
XXIII
Come il giovane Curradino figliuolo del re Currado venne d'Alamagna in Italia contro al re Carlo.
Istando lo re Carlo in Toscana, i Ghibellini usciti di Firenze co' Pisani e' Sanesi sì feciono lega e compagnia, e ordinaro con don Arrigo di Spagna, il quale era sanatore di Roma, fatto già nemico del re Carlo suo cugino; e con certi baroni di Puglia e di Cicilia fece congiurazione e cospirazione di rubellargli certe terre di Cicilia e di Puglia, e di mandare in Alamagna, e fare sommuovere Curradino figliuolo che fu del re Currado figliuolo dello 'mperatore Federigo, che passasse in Italia per torre Cicilia e il Regno al re Carlo. E così fu fatto, che subitamente in Puglia si rubellò Nocera de' Saracini, e Aversa in Terra di Lavoro, e molte terre in Calavra, e in Abruzzi quasi tutte, se non fu l'Aguglia, e in Cicilia quasi tutta o gran parte dell'isola di Cicilia, se non fu Messina e Palermo. E don Arrigo rubellò Roma, e tutta Campagna, e 'l paese d'intorno; e' Pisani, e' Sanesi, e l'altre terre ghibelline gli mandarono di loro danari Cm fiorini d'oro per sommuovere il detto Curradino, il quale molto giovane, di XVI anni, si mosse d'Alamagna a contradio della madre, ch'era figliuola del duca d'Osteric, che per la sua giovanezza nol volea lasciare venire. E giunse a Verona del mese di febbraio, gli anni di Cristo MCCLXVII, con molta baronia e buona gente d'arme d'Alamagna in sua compagnia; e dicesi il seguiro infino a Verona presso a Xm uomini tra a cavallo e ronzini, e per necessità di moneta gran parte si tornò in Alamagna; ma de' migliori si ritenne da IIImD cavalieri tedeschi. E di Verona passò per Lombardia, per la via di Pavia venne nella riviera di Genova, e arrivò di là da Saona a la piaggia di Varagine, e ivi entrò in mare, e per la forza de' Genovesi co·lloro navilio di XXV galee passò per mare a Pisa, e là giunse di maggio MCCLXVIII, e da' Pisani e da tutti i Ghibellini d'Italia fu ricevuto a grande onore, quasi come imperadore. La sua cavalleria venne per terra passando le montagne di Pontriemoli, e arrivarono a Serrezzano, che si tenea per gli Pisani, e poi feciono la via della marina con iscorta infino a Pisa. Lo re Carlo sentendo come Curradino era passato in Italia, e sentendo la rubellazione delle sue terre di Cicilia e di Puglia fatta per gli baroni del Regno traditori, i quali i più avea lasciati di pregione, e per don Arrigo di Spagna, sì si partì incontanente di Toscana, e a grandi giornate n'andò in Puglia, e in Toscana lasciò messer Guiglielmo di Berselve suo maliscalco, e co·llui messer Guiglielmo lo Stendardo con VIIIc cavalieri franceschi e provenzali, per mantenere le città di Toscana a sua parte, e per contastare Curradino che non potesse passare. E sentendo papa Chimento la venuta di Curradino, sì gli mandò suoi messi e legati, comandando sotto pena di scomunicazione ch'egli non dovesse passare, né essere contra lo re Carlo campione e vicario di santa Chiesa. Il quale Curradino però non lasciò sua impresa, né volle obbedire i comandamenti del papa, parendogli avere giusta causa, e che 'l Regno e Cicilia fosse sua e di suo patrimonio; e però cadde in sentenzia di scomunicazione della Chiesa, la quale ebbe a dispetto, e poco curò; ma istando lui in Pisa, raunò moneta e genti, e tutti i Ghibellini e chi era di parte imperiale si ridusse a·llui, onde gli crebbe grandissima forza. E stando in Pisa, venne a oste sopra la città di Lucca, la quale si tenea per la parte di santa Chiesa, e eravi dentro il maliscalco del re Carlo con sua gente, e il legato del papa e della Chiesa, e colla forza de' Fiorentini e degli altri Guelfi di Toscana e di più gente di croce segnati, i quali per predicazione, e indulgenzia, e perdoni dati dal papa e da' suoi legati erano venuti contra Curradino. E stette sopra Lucca dieci dì a oste; e aboccarsi insieme per combattere le dette due osti a Pontetetto a due miglia presso di Lucca, ma non combattero, ma ciascuno schifò la battaglia, e era in mezzo la Guiscianella, e però si tornaro chi a Pisa e chi a Lucca.
XXIV
Come il maliscalco del re Carlo fu sconfitto al ponte a Valle per la gente di Curradino.
Poi si partì Curradino con sua gente di Pisa, e venne a Poggibonizzi, il quale come i terrazzani sentirono la venuta di Curradino in Pisa si rubellarono dal re Carlo e dal Comune di Firenze, e gli mandarono le chiavi infino a Pisa. E poi di Poggibonizzi n'andò in Siena, e da' Sanesi ricevuto a grande onore; e soggiornando in Siena, il maliscalco del re Carlo ch'avea nome, come detto avemo, messer Guiglielmo di Berselve, con sua gente si partì da Firenze il dì di santo Giovanni di giugno per andare ad Arezzo per impedire gli andamenti di Curradino; e da' Fiorentini furono scorti e acompagnati infino a Montevarchi e voleagli acompagnare infino ad Arezzo, sentendo il cammino dubbioso, e temendo d'aguato per lo contado d'Arezzo. Il detto maliscalco rendendosi di soperchio sicuro di sua gente, non volle più condotto di Fiorentini, inanzi al passare si mise messer Guiglielmo lo Stendardo con CCC cavalieri bene armati e in concio, e passò sano e salvo. Il maliscalco con Vc de' suoi cavalieri, non prendendosi guardia e sanza ordine, e i più di sua gente disarmata, si mise a passare, e quando giunse al ponte a Valle, ch'è in su l'Arno presso a Laterino, uscì loro adosso uno aguato della gente di Curradino, i quali sentendo l'andamento del detto maliscalco, erano partiti di Siena per lo condotto degli Ubertini e d'altri Ghibellini usciti di Firenze, e sopragiunti al detto ponte, i Franceschi non proveduti e sanza gran difesa furono sconfitti e morti, e presi la maggiore parte, e quegli che fuggirono verso il Valdarno nel contado di Firenze furono così presi e rubati come da' nimici; e il detto messer Guiglielmo maliscalco, e messer Amelio di Corbano, e più baroni e cavalieri, furono presi e menati in Siena a Curradino; e ciò fu il dì appresso la festa di san Giovanni, a dì XXV del mese di giugno, gli anni di Cristo MCCLXVIII. Della quale sconfitta e presura la gente del re Carlo e tutti quegli di parte guelfa ne sbigottirono molto, e Curradino e sua gente ne montarono in grande superbia e baldanza, e quasi aveano per niente i Franceschi; e sentendosi ciò nel Regno, si rubellarono assai terre al re Carlo. E ne' detti tempi il re Carlo era ad assedio alla città di Nocera de' Saracini in Puglia, la quale s'era rubellata, acciò che l'altre terre della marina di Puglia, che tutte erano sommosse, non gli si ribellassono.
XXV
Come Curradino entrò in Roma, e poi con sua oste passò nel regno di Puglia.
Soggiornato Curradino alquanto in Siena, sì n'andò a Roma, e da' Romani e da don Arrigo senatore fu ricevuto a grande onore a guisa d'imperadore, e in Roma fece sua raunata di gente e di moneta, e spogliò il tesoro di San Piero e d'altre chiese di Roma per fare danari, e trovossi in Roma con più di Vm cavalieri tra Tedeschi e Italiani con quegli di don Arrigo senatore, fratello del re di Spagna, ch'avea seco bene VIIIc buoni cavalieri spagnuoli. E sentendo Curradino che 'l re Carlo era a oste in Puglia alla città di Nocera, e molte delle terre e baroni del Regno erano rubellati, e dell'altre in sospetto, sì gli parve tempo accettevole d'entrare nel Regno, e partissi da Roma a dì X d'agosto, gli anni di Cristo MCCLXVIII, col detto don Arrigo e con sua compagnia e baronia, e con molti Romani; e non fece la via di Campagna, però che seppe che 'l passo da Cepperano era guernito e guardato: sì non si volle mettere alla contesa, ma fece la via delle montagne tra l'Abruzzi e Campagna per Valle di Celle, ove non avea guardie né guernigione, e sanza niuno contasto passò e arrivò nel piano di San Valentino nella contrada detta Tagliacozzo.
XXVI
Come l'oste di Curradino e quella del re Carlo s'affrontarono per combattere a Tagliacozzo.
Lo re Carlo sentendo come Curradino era partito di Roma con sua gente per entrare nel Regno, si levò da oste da Nocera, e con tutta sua gente a grandi giornate venne incontro a Curradino, e alla città dell'Aquila in Abruzzi attese sua gente. E stando lui nell'Aquila, e tenendo consiglio cogli uomini della terra, amonendogli fossono fedeli e leali, e fornissono l'oste, uno savio villano e antico si levò, e disse: "Re Carlo, non tenere più consigli, e non schifare uno poco di fatica, acciò che tu ti possi riposare sempre; togli ogni dimoranza, e va' contra il nimico, e nol lasciare prendere più campo, e noi ti saremo leali e fedeli". Lo re udendosi sì saviamente consigliare, sanza nullo indugio o più parole di là si partìo per la via traversa delle montagne, e acozzossi assai di presso all'oste di Curradino nel luogo e piano di San Valentino, e nonn-avea in mezzo se non il fiume del... Lo re Carlo avea di sua gente, tra Franceschi e Provenzali e Italiani, meno di IIIm cavalieri, e veggendo che Curradino avea troppa più gente di lui, per lo consiglio del buon messere Alardo di Valleri, cavaliere francesco di grande senno e prodezza, il quale di quegli tempi era arrivato in Puglia tornando d'oltremare dalla Terrasanta, sì disse al re Carlo se volesse essere vincitore gli convenia usare maestria di guerra più che forza. Il re Carlo confidandosi molto nel senno del detto messer Alardo, al tutto gli commise il reggimento dell'oste e della battaglia; il quale ordinò della gente del re tre schiere, e dell'una fece capitano messer Arrigo di Cosance, grande di persona e buono cavaliere d'arme: questi fu armato colle sopransegne reali in luogo della persona de·re, e guidava Provenzali, e Toscani, e Lombardi, e Campagnini. L'altra schiera furono de' Franceschi, onde furono capitani messer Gianni di Crarì e messer Guiglielmo lo Stendardo. E mise i Provenzali a la guardia del ponte del detto fiume, acciò che l'oste di Curradino non potesse passare sanza disavantaggio della battaglia. Il re Carlo col fiore della sua baronia, di quantità di VIIIc cavalieri, fece riporre in aguato dopo uno colletto in una vallea, e col re Carlo rimase il detto messer Alardo di Valleti con messer Guiglielmo di Villa, e Arduino prenze della Morea, cavaliere di grande valore. Curradino dall'altra parte fece di sua gente tre schiere: l'una de' Tedeschi, ond'egli era capitano col dogi d'Osteric, e con più conti e baroni; l'altra degl'Italiani, onde fece capitano il conte Calvagno con alquanti Tedeschi; l'altra fu di Spagnuoli, ond'era capitano don Arrigo di Spagna loro signore. In questa stanza, l'una oste appetto a l'altra, i baroni del Regno ribelli del re Carlo fittiziamente, per fare isbigottire lo re Carlo e sua gente, feciono venire nel campo di Curradino falsi ambasciadori molto parati, con chiavi in mano e con grandi presenti, dicendo ch'egli erano mandati dal Comune dell'Aquila per dargli le chiavi e signoria della terra, sì come suoi uomini e fedeli, acciò che gli traesse della tirannia del re Carlo. Per la qual cosa l'oste di Curradino e egli medesimo, stimando fosse vero, feciono grande allegrezza; e sentito ciò nell'oste del re Carlo, n'ebbe grande isbigottimento, temendo non fallisse loro la vittuaglia che veniva loro di quella parte, e l'aiuto di quegli dell'Aquila. Lo re medesimo sentendo ciò, n'entròe in tanta gelosia, che di notte tempore si partì con pochi dell'oste in sua compagnia, e venne all'Aquila la notte medesima, e faccendo domandare le guardie delle porte per cui si tenea la terra, rispuosono: "Per lo re Carlo"; il quale entrato dentro sanza ismontare de' cavagli, amonitigli di buona guardia, incontanente tornò all'oste, e fuvi la mattina a buona ora, e per l'affanno dell'andare e tornare la notte lo re Carlo dall'Aquila si posava e dormiva.
XXVII
Come Curradino e sua gente furono sconfitti dal re Carlo.
Curradino e sua oste avendo vana speranza che l'Aquila fosse ribellata al re Carlo, con grande vigore e grida, fatte le sue schiere, si strinse a valicare il passo del fiume per combattere col re Carlo. Lo re Carlo, con tutto si posasse, come detto avemo, sentendo il romore de' nimici, e com'erano inn-arme per venire a la battaglia, incontanente fece armare e schierare sua gente per l'ordine e modo che dinanzi facemmo menzione. E stando la schiera de' Provenzali, la quale guidava messer Arrigo di Consancia, alla guardia del ponte, contastando a don Arrigo di Spagna e a sua gente il passo, gli Spagnuoli si misono a passare il guado della riviera ch'era assai piccolo, e incominciarono a inchiudere la schiera de' Provenzali, che difendeano il ponte. Curradino e l'altra sua oste veggendo passati gli Spagnuoli, si mise a passare il fiume, e con grande furore assaliro la gente del re Carlo, e in poca d'ora ebbono barattati e sconfitti la schiera de' Provenzali; e 'l detto messer Arrigo di Consancia colle 'nsegne del re Carlo abattute, e egli morto e tagliato; credendosi don Arrigo e' Tedeschi avere la persona del re Carlo, perché vestiva le sopransegne reali, tutti gli s'agreggiarono adosso. E rotta la detta schiera de' Provenzali, simile feciono di quella de' Franceschi e degl'Italiani, la quale guidava messer Gianni di Crarì, e messer Guiglielmo lo Stendardo, però che·lla gente di Curradino erano per uno due che quegli del re Carlo, e fiera gente e aspra in battaglia: e veggendosi la gente del re Carlo così malmenare, si misono in fugga e abandonarono il campo. I Tedeschi si credettero avere vinto, che non sapeano dell'aguato del re Carlo, si cominciarono a spandere per lo campo, e intendere a la preda e alle spoglie. Lo re Carlo era in sul colletto di sopra alla valle, dov'era la sua schiera, con messer Alardo di Valleri e col conte Guido di Monforte per riguardare la battaglia, e veggendo la sua gente così barattare, prima l'una schiera e poi l'altra, e venire in fugga, moria a dolore, e volea pure fare muovere la sua schiera per andare a soccorrere i suoi. Messer Alardo, maestro dell'oste e savio di guerra, con grande temperanza e con savie parole ritenne assai lo re, dicendo che per Dio sì sofferisse alquanto, se volesse l'onore della vittoria, però che conoscea la covidigia de' Tedeschi, come sono vaghi delle prede, per lasciargli più spartire dalle schiere, e quando gli vide bene sparpagliati, disse al re: "Fa' muovere le bandiere, ch'ora è tempo"; e così fu fatto. E uscendo la detta schiera della valle, Curradino né' suoi non credeano che fossono nimici, ma che fossono di sua gente, e non se ne prendeano guardia. E vegnendo lo re con sua gente stretti e serrati, al diritto se ne vennero ov'era la schiera di Curradino co' maggiori di suoi baroni, e quivi si cominciò la battaglia aspra e dura, con tutto che poco durasse, però che·lla gente di Curradino erano lassi e stanchi per lo combattere, e non erano tanti cavalieri schierati ad assai quanti quegli del re, e sanza ordine di battaglia, però che·lla maggiore parte di sua gente, chi era cacciando i nemici, e chi ispartito per lo campo per guadagnare preda e pregioni, e la schiera di Curradino per lo improviso assalto de' nimici tuttora scemava, e quella del re Carlo tuttora cresceva per gli primi di sua gente ch'erano fuggiti della prima sconfitta, conoscendo le 'nsegne del re si metteano in sua schiera, sicché in poca d'ora Curradino e sua gente furono sconfitti. E quando Curradino s'avide che·lla fortuna della battaglia gli era incontro, e per consiglio de' suoi maggiori baroni, si mise alla fugga egli, e 'l dogi d'Osteric, e il conte Calvagno, e il conte Gualferano, e 'l conte Gherardo da Pisa, e più altri. Messere Alardo di Valleri veggendo fuggire i nimici, con grandi grida dice e pregava lo re e' capitani della schiera non si partissono né seguissono caccia de nimici né altra preda, temendo che·lla gente di Curradino non si ranodasse, o niuno aguato uscisse fuori, ma stessono fermi e schierati in sul campo; e così fu fatto. E venne bene a bisogno, che don Arrigo co' suoi Spagnoli e altri Tedeschi i quali aveano seguita la caccia de' Provenzali e Italiani, i quali aveano prima sconfitti per una valle, e non aveano veduta la battaglia del re Carlo e la sconfitta di Curradino, alla ricolta che fece di sua gente, e ritornando al campo, veggendo la schiera del re Carlo, credette che fosse Curradino e sua gente; sì scese il colle dov'era ricolto per venire a' suoi, e quando si venne appressando conobbe le 'nsegne de' nimici, e come ingannato si tenne confuso; ma com'era valente signore, si strinse a schiera, e serrò colla sua gente per tale modo che 'l re Carlo e' suoi, i quali per l'afanno della battaglia erano travagliati, non s'ardirono di fedire alla schiera di don Arrigo, e per non recare in giuoco vinto a partito stavano aringati l'una schiera appetto a l'altra buona pezza. Il buono messer Alardo veggendo ciò, disse al re che bisognava di fargli dipartire da schiera per rompergli: lo re gli commise facesse a suo senno. Allora prese de' migliori baroni della schiera del re da XXX in XL, e uscirono della schiera faccendo sembianti che per paura si fuggissono, siccome gli avea amaestrati. Gli Spagnuoli veggendogli con più delle bandiere di quegli signori si metteano in volta e in vista di fuggire, con vana speranza cominciarono a gridare: "E' sono in fugga!", e cominciarono a dipartirsi da schiera e volergli seguire. Lo re Carlo veggendo schiarire e aprire la schiera degli Spagnuoli e altri Tedeschi, francamente si misono a fedire tra·lloro; e messer Alardo co' suoi saviamente si raccolsono e tornarono alla schiera. Allora fu la battaglia aspra e dura; ma gli Spagnuoli erano bene armati, per colpi di spade non gli poteano aterrare, e spesso al loro modo si rannodavano insieme. Allora i Franceschi cominciarono con gridare ad ire, e a prendelli a braccia, e abattergli de' cavagli a modo de' torniamenti; e così fu fatto, per modo che in poca d'ora gli ebbono rotti, e sconfitti, e messi in fugga, e molti ve ne rimasono morti.
Don Arrigo con assai de' suoi si fuggì in Montecascino, e diceano che 'l re Carlo era sconfitto. L'abate ch'era signore di quella terra conobbe don Arrigo, e a' segnali di loro com'erano fuggiti, sì fece prendere lui e gran parte di sua gente. Lo re Carlo con tutta sua gente rimasono in sul campo armati e a cavallo infino alla notte per ricogliere i suoi e per avere de' nemici piena e sicura vittoria. E questa sconfitta fu la vilia di santo Bartolomeo a dì XXIII d'agosto, gli anni di Cristo MCCLXVIII. E in quello luogo fece poi fare lo re Carlo una ricca badia per l'anime della sua gente morta, che si chiama Santa Maria della Vittoria, nel piano di Tagliacozzo.
XXVIII
Della avisione ch'avenne a papa Chimento della sconfitta di Curradino.
Avenne grande maraviglia che, essendo stata la detta sconfitta di Curradino, la vilia di santo Bartolomeo, e era già notte anzi che 'l certo si sapesse a cui fosse rimaso il campo colla vittoria, per le molte riprese e variazioni ch'ebbe la detta battaglia, la mattina per tempo vegnente della festa di santo Bartolomeo, essendo papa Chimento in Viterbo, e sermonava, e vegnendoli subitamente uno pensiero per lo quale parve al popolo che contemplasse uno buono pezzo lasciando la materia del sermone, levato della detta contemplazione disse: "Correte, correte alle strade a prendere i nimici di santa Chiesa, che sono sconfitti e morti"; e della detta sconfitta nulla novella né messo era venuto al papa, né potea venire in così corto spazio di tempo come una notte, però che da Viterbo al luogo dove fu la battaglia avea più di C miglia; e fu l'altro giorno, inanzi che nullo messaggio ne venisse in corte; ma di certo si disse per gli savi che in corte erano che il papa l'ebbe per ispirazione divina, e egli era uomo di santa vita.
XXIX
Come Curradino con certi suoi baroni furono presi dal re Carlo, e fece loro tagliare la testa.
Curradino col dogio d'Ostaric e con più altri, i quali del campo erano fuggiti co·llui, sì arrivarono alla piaggia di Roma in su la marina a una terra ch'ha nome Asturi, ch'era degl'Infragnipani di Roma, gentili uomini; e in quella arrivati, feciono armare una saettia per passare in Cicilia, credendo scampare dal re Carlo, e in Cicilia, che era quasi tutta rubellata a lo re, ricoverare suo stato e signoria. Essendo loro già entrati in mare sconosciuti nella detta barca, uno de' detti Infragnipani ch'era in Asturi, veggendo ch'erano gran parte Tedeschi, e begli uomini, e di gentile aspetto, e sappiendo della sconfitta, sì s'avisò di guadagnare e d'esser ricco, e però i detti signori prese; e saputo di loro esser, e com'era tra quegli Curradino, sì gli menò al re Carlo pregioni, per gli quali lo re gli donò terra e signoraggio a la Pilosa, tra Napoli e Benevento. E come lo re ebbe Curradino e que' signori in sua balia, prese suo consiglio quello ch'avesse a·ffare. Alla fine prese partito di fargli morire, e fece per via di giudicio formare inquisizione contro a·lloro, come a traditori della corona e nemici di santa Chiesa; e così fu fatto; che a dì.... fu dicollato Curradino, e 'l duca d'Osteric, e 'l conte Calvagno, e 'l conte Gualferano, e 'l conte Bartolomeo e due suoi figliuoli, e 'l conte Gherardo de' conti da Doneratico di Pisa in sul mercato di Napoli lungo il ruscello dell'acqua che corre di contra alla chiesa de' frati del Carmino; e non sofferse il re che fossono soppelliti in luogo sacro, ma in su il sabbione del mercato, perch'erano scomunicati. E così in Curradino finì il legnaggio della casa di Soave, che fu in così grande potenzia d'imperadori e di re, come adietro è fatta menzione. Ma di certo si vede per ragione e per isperienza che chiunque si leva contra santa Chiesa e è scomunicato conviene che·lla fine sia rea per l'anima e per lo corpo; e però è sempre da temere la sentenza della scomunicazione di santa Chiesa giusta o ingiusta, che assai aperti miracoli ne sono stati, chi legge l'antiche croniche, e per questa il può vedere per gl'imperadori e signori passati, che furono ribelli e persecutori di santa Chiesa. Della detta sentenzia lo re Carlo ne fu molto ripreso, e dal papa, e da' suoi cardinali, e da chiunque fu savio, però ch'egli avea preso Curradino e' suoi per caso di battaglia, e non per tradimento, e meglio era a tenerlo pregione che farlo morire. E chi disse che 'l papa l'asentì; ma non ci diamo fede, perch'era tenuto santo uomo. E parve che·lla innocenzia di Curradino, ch'era di così giovane etade a giudicarlo a morte, Iddio ne mostrasse miracolo contra lo re Carlo, che non molti anni appresso Iddio gli mandò di grandi aversitadi quando si credea essere in maggiore stato, sì come innanzi nelle sue storie faremo menzione. Al giudice che condannò Curradino Ruberto figliuolo del conte di Fiandra, genero del re Carlo, com'ebbe letta la condannagione, gli diede d'uno stocco, dicendo ch'a·llui nonn-era licito di sentenziare a morte sì grande e gentile uomo; del quale colpo il giudice, presente lo re, morì, e non ne fu parola, però che Ruberto era molto grande apo lo re, e parve al re e a tutti i baroni ch'egli avesse fatto come valente signore. Don Arrigo di Spagna, il quale era de' pregioni del re, però ch'egli era suo cugino carnale, e perché l'abate di Montecascino che·ll'avea dato preso al re, per non essere inregolare, per patti l'avea dato che nol farebbe morire, nol fece giudicare il re a morte, ma condannollo a perpetuale carcere, e mandollo in pregione al castello del Monte Sante Marie in Puglia; molti degli altri baroni di Puglia e d'Abruzzi ch'erano stati contro a lo re Carlo e suoi ribelli fece morire con diversi tormenti.
XXX
Come lo re Carlo raquistò tutte le terre di Cicilia e di Puglia che gli s'erano rubellate.
Lo re Carlo avuta la vittoria contra Curradino, tutte le terre del regno di Puglia ch'erano rubellate s'arrenderono al re sanza contasto; e molti de' caporali ribelli che·ll'aveano ribellate gli fece morire di mala morte. E in Cicilia mandò incontanente il conte Guido di Monforte, e messer Filippo suo fratello, e messer Guiglielmo di Belmonte, e messer Guiglielmo lo Stendardo, suoi baroni, con grande armata di galee e con grande compagnia di cavalieri franceschi e provenzali per racquistare le terre dell'isola, le quali quasi tutte s'erano rubellate dal re, salvo che Messina e Palermo; ed erane capitano uno messer Currado, detto Caputo overo d'Antioccia, de' discendenti dello 'mperadore Federigo, il quale con suo seguito de' rubelli mantenea le terre rubellate contro al re Carlo, e fecegli grande guerra. Ma come i detti signori furono in Cicilia, e per la vittoria che 'l re avea avuta contra Curradino, molte delle terre s'arrenderono a' detti signori, e assediarono il detto Currado nel castello di Santo Orbe, il quale per assedio vinsono, e 'l detto Currado presono, e feciongli cavare gli occhi, e poi il feciono impiccare. E morto il detto Currado e i più de' caporali rubelli suoi seguaci, tutte le terre dell'isola furono all'ubidenza del re Carlo. E ciò fatto, riformò il reame di Cicilia e di Puglia in buono e pacifico stato, e guidardonò i suoi baroni che·ll'aveano servito di terre e di signoraggi. Lasceremo alquanto de' fatti del re Carlo, e torneremo a nostra materia de' fatti di Firenze.
XXXI
Come i Fiorentini sconfissono i Sanesi a piè di Colle di Valdelsa.
Gli anni di Cristo MCCLXVIIII, del mese di giugno, i Sanesi, ond'era governatore messer Provenzano Salvani di Siena, col conte Guido Novello, colle masnade de' Tedeschi e di Spagnuoli, e cogli usciti ghibellini di Firenze e dell'altre terre di Toscana, e colla forza de' Pisani, i quali erano in quantità di MCCCC cavalieri e da VIIIm pedoni, sì vennono ad oste al castello di Colle di Valdelsa, il quale era alla guardia de' Fiorentini; e ciò feciono, perché i Fiorentini il maggio dinanzi erano venuti a oste e guastare Poggibonizzi. E postosi a campo a la badia a Spugnole, e venuta la novella in Firenze il venerdì sera, il sabato mattina messer Giambertaldo vicario del re Carlo per la taglia di Toscana si partì di Firenze colle sue masnade, il quale allora avea in Firenze da IIIIc cavalieri franceschi; e sonando la campana, i Guelfi di Firenze seguendolo a cavallo e a piedi, giunsono in Colle la cavalleria la domenica sera, e trovarsi intorno di VIIIc cavalieri, o meno, con poco popolo, però che così tosto come i cavalieri non poterono giugnere a Colle. Avenne che i·lunedì mattina vegnente, il dì di santo Bartolomeo di giugno, sentendo i Sanesi la venuta della cavalleria di Firenze, si levarono da campo dalla detta badia per recarsi in più salvo luogo. Messer Giambertaldo veggendogli mutare il campo, sanza attendere più gente, passò colla cavalleria ch'avea il ponte, e schierata sua gente colla cavalleria di Firenze, e quello popolo che v'era giunto, e' Colligiani (ma per la sùbita venuta de' Fiorentini nullo ordine aveano di capitani d'oste, né d'insegna del Comune), e prendendo messer Giambertaldo la 'nsegna del Comune di Firenze, e richeggendo i cavalieri di Firenze che v'erano di tutte le case guelfe, ch'alcuno di loro la prendesse, e nullo si movea a prenderla, o per viltà o per gara l'uno dell'altro, e stato gran pezza alla contesa, messer Aldobrandino della casa de' Pazzi francamente si trasse avanti e disse: "Io la rendo a l'onore d'Iddio, e di vittoria del nostro Comune"; onde fu molto comendato in franchezza, e incontanente mosse, e tutta la cavalleria seguendolo, e francamente percosse alla schiera de' Sanesi; e tutto che non fosse tenuta troppo savia e proveduta capitaneria di guerra, come ardita e franca gente, bene aventurosamente, come piacque a·dDio, ruppono e sconfissono i Sanesi e loro amistà, ch'erano quasi due cotanti cavalieri e popolo grandissimo, onde molti ne furono morti e presi; e se dalla parte de' Fiorentini fossono giunti e stati alla battaglia i loro pedoni, non ne campava quasi niuno de' Sanesi. Il conte Guido Novello si fuggì, e messer Provenzano Salvani signore e guidatore dell'oste de' Sanesi fu preso, e tagliatogli il capo, e per tutto il campo portato fitto in su una lancia. E bene s'adempié la profezia e revelazione che gli avea fatta il diavolo per via d'incantesimo, ma no·lla intese; ch'avendolo fatto costrignere per sapere come capiterebbe in quella oste, mendacemente rispuose, e disse: "Anderai e combatterai, vincerai non, morrai alla battaglia, e la tua testa fia la più alta del campo"; e egli credendo avere la vittoria per quelle parole, e credendo rimanere signore sopra tutti, non fece il punto alla fallace, ove disse: "Vincerai no, morrai etc."; e però è grande follia a credere a sì fatto consiglio come quello del diavolo. Questo messer Provenzano fu grande uomo in Siena al suo tempo dopo la vittoria ch'ebbono a Monte Aperti, e guidava tutta la città, e tutta parte ghibellina di Toscana facea capo di lui, e era molto presentuoso di sua volontà. In questa battaglia si portò il detto messere Giambertardo come valente signore in pugnare contro a' nimici, e simigliantemente la sua gente, e tutti Guelfi di Firenze, faccendo grande uccisione de' nimici per vendetta di loro parenti e amici che rimasono alla sconfitta a Monte Aperti; quasi nullo o pochi ne menarono a pregioni, ma gli misono a morte e alle spade; onde la città di Siena, a comparazione del suo popolo, ricevette maggiore danno de' suoi cittadini in questa sconfitta, che non fece Firenze a quella di Monte Aperti, e lasciarvi tutto il loro arnese. Per la qual cosa, poco tempo appresso, i Fiorentini rimisono in Siena i Guelfi usciti, e cacciarne i Ghibellini, e pacificarsi l'uno Comune coll'altro, rimagnendo poi sempre amici e compagni. E in questo modo ebbe fine la guerra tra' Fiorentini e' Sanesi, che tanto tempo era durata.
XXXII
Come i Fiorentini presono il castello d'Ostina in Valdarno.
Nel detto anno, del mese di settembre, essendo rubellato il castello d'Ostina in Valdarno, e entrativi i Ghibellini usciti di Firenze co' Pazzi di Valdarno, i Fiorentini v'andarono ad oste, e stettonvi infino a l'ottobre, e per difalta di vittuaglia non potendosi più tenere, e quegli d'entro uscendone una notte, furono quasi tutti morti e presi, e' Fiorentini ebbono il castello e disfeciollo.
XXXIII
Come i Fiorentini in servigio de' Lucchesi andarono a oste sopra Pisa.
Partita l'oste de' Fiorentini da Ostina, i Fiorentini con messer Giambertaldo maliscalco del re Carlo, in servigio de' Lucchesi andarono ad oste a Castiglione di Valdiserchio, e poi infino alle mura di Pisa, e presono il castello d'Asciano per forza; e' Lucchesi, per ricordanza e vergogna de' Pisani, presso alla città di Pisa feciono battere loro moneta e tornarono sani e salvi.
XXXIV
Come fu grande diluvio d'acqua, e rovinarono il ponte a Santa Trinita e quello dalla Carraia.
Nel detto anno MCCLXVIIII, la notte di calen di ottobre fu sì grande diluvio di pioggia d'acqua da cielo col continuo piovere due notti e uno dì, che tutti i fiumi d'Italia crebbono più che crescessono mai; e 'l fiume Arno uscì de' suoi termini sì disordinatamente, che gran parte della città di Firenze allagò, e ciò fu la cagione per più legname che 'l fiume menava, il quale ristette e s'atraversò al piè del ponte a Santa Trinita per modo che l'acqua del fiume ringorgava sì adietro che si spandea per la città, onde molte persone annegarono e molte case rovinarono. Alla fine fu sì forte l'empito del corso del fiume, che fece rovinare il detto ponte di Santa Trinita, e ancora per lo sgorgare di quello l'empito dell'acqua e del legname percosse e fece rovinare quello dalla Carraia: e come furono rovinati e caduti, l'altezza del corso del fiume, ch'era per lo detto ringorgamento e rattenuta, rabassò, e cessò la piena dell'acqua ch'era sparta per la cittade.
XXXV
Come a certi nobili ribelli di Firenze furono tagliate le teste.
Negli anni di Cristo MCCLXX, fatto l'accordo e pace tra 'l Comune di Firenze e quello di Siena, e rimessivi i Guelfi, e cacciatine i Ghibellini, messer Azzolino e Neracozzo e Conticino della casa degli Uberti, e messer Bindo de' Grifoni da Fegghine rubelli di Firenze, co·lloro compagnia partendosi da Siena per andarsene in Casentino, furono presi e menati in Firenze, e scritto in Puglia al re Carlo quello ch'a·llui piacesse se ne facesse; il quale per sua lettera mandò a messer Bernardo d'Ariano, podestà per lo re in Firenze, che sì come traditori della corona fossono giudicati: a' quali fue loro tagliate le teste il dì di santo Michele di maggio. E la mattina, quando s'andavano a giudicare, Neracozzo domandò messer Azzolino: "Ove andiamo noi?". Rispuose il cavaliere: "A pagare uno debito che·cci lasciarono i nostri padri"; salvo che Conticino, il quale, perch'era giovane, fu mandato nel Regno preso, e morì in pregione nelle torri di Capova.
XXXVI
Come i Fiorentini presono il castello di Piano di Mezzo in Valdarno, e come disfeciono Poggibonizzi.
Nel detto anno, del mese di giugno, i Fiorentini andarono ad assedio al castello di Piano di Mezzo, ch'era de' Pazzi di Valdarno, rubellato per loro e per gli usciti di Firenze contra il Comune di Firenze, il quale per assedio s'arrendé a patti, salve le persone, i quali se n'uscirono fuori; e' Fiorentini ebbono il castello, e feciollo abattere e disfare; e simile il castello di Ristuccioli de' Pazzi, ch'era molto forte castello. E ciò fatto, e tornato l'oste de' Fiorentini in Firenze, i Fiorentini cavalcarono a Poggibonizzi, e feciono abattere e disfare tutto il castello, e recare a borgo al piano con licenza del re Carlo; però che nulla convenenza, che promisono per gli patti al re Carlo e Comune di Firenze, non voleano attenere, e sempre riteneano i ribelli di Firenze, e aveano lega colle terre ghibelline di Toscana. Questo Poggibonizzi fu il più bello castello, e de' più forti d'Italia, e posto quasi nel bilico di Toscana, e era con belle mura e torri, e con molte belle chiese, e pieve, e ricca badia, e con bellissime fontane di marmo, e acasato e abitato di genti com'una buona città; ma per la loro superbia, però che·ssi voleano essere per loro sì come castello d'imperio, e contastare il Comune di Firenze, fue abattuto e toltogli ogni giurisdizione.
XXXVII
Come lo re Luis di Francia fece il passaggio a Tunisi nel quale morìo.
Negli anni di Cristo MCCLXX il buono Luis re di Francia, il quale era cristianissimo e di santa vita e opere, non tanto quanto s'appartiene a secolare, essendo re di sì grande reame e potenzia, ma come religioso, sempre operando in favore di santa Chiesa e della Cristianitade, e nonn ispaventandosi delle grandi fatiche e spendio, il quale fece al passaggio d'oltremare, quando egli e' frategli furono presi alla Monsura de' Saracini, come addietro facemmo menzione, come piacque a·dDio si puose in cuore d'andare ancora sopra i Saracini e nimici de' Cristiani; e così con grande effetto e opera mise a seguizione, prendendo la croce, e raunando tesoro, e sommovendo tutta la baronia, e cavalieri, e buona gente di suo reame. E ciò fatto, si mosse di Parigi, e andonne in Proenza, e di là con grande navilio si partì del suo porto dell'Agua Morta in Proenza con tre suoi figliuoli, Filippo, Gianni, e Luis, e col re di Navarra suo genero, e con tutti caporali suoi, conti, duchi, e baroni del reame di Francia, e fuori del reame suoi amici. E per la sua andata il seguì poi Adoardo figliuolo del re d'Inghilterra con molti Inghilesi, e Scotti, e Fresoni, e Alamanni, di più di XVm cavalieri, il quale stuolo, e croceria fu quasi d'inumerabile gente a cavallo e a piede, e stimarsi CCm d'uomini da battaglia. E credendo prendere il migliore, si diliberarono d'andare sopra il regno di Tunisi, avisandosi se quello si prendesse per gli Cristiani, era in parte molto mediata da potere più leggermente prendere poi il regno d'Egitto, e da tagliare, e al tutto impedire la forza de' Saracini del reame di Setta, e eziandio quello di Granata. E passò il detto stuolo sani e salvi co·lloro navilio, e arrivarono al porto dell'antica città di Cartagine, ch'è di lungi da Tunisi da XV miglia, e quella Cartagine, ch'alcuna parte n'era rifatta e afforzata per gli Saracini per la guardia del porto, per gli Cristiani fu assai tosto presa per forza. E volendo andare la detta oste alla città di Tunisi, come piacque a Dio, per le peccata de' Cristiani si cominciò una grande corruzzione d'aria in quelle marine, e massimamente nell'oste de' Cristiani non costumati all'aria, e per gli disagi, e per lo soperchio di gente, e delle bestie; per la qual cosa prima vi morì Gianni figliuolo del detto re Luis, e poi il cardinale d'Albano, che v'era per lo papa, e poi infermò e morì il detto buono re Luis con grandissima quantità di conti e di baroni, e infinita gente di popolo vi morirono. Onde la Cristianità ricevette grandissimo danno, e la detta oste fu quasi tutta scerrata, e venuta quasi al niente, sanza colpo de' nimici. E come il detto re Luis non bene aventurato fosse nelle dette imprese sopra i Saracini, ma per la sua anima bene aventuroso morisse, lo re di Navarra ch'era presente al cardinale Toscolano per sue lettere lo scrisse, che nella sua infermità non cessava di lodare Idio, e ispesso dicendo questa orazione: "Fa' noi, Signore, le cose prosperevoli del mondo avere in odio, e nessuna aversità temere". Ancora adorava per lo popolo il quale ave' menato seco, dicendo: "Sia, Signore, del popolo tuo santificatore e guardiano"; e l'altre parole che seguitano alla detta orazione. E alla fine quando venne a morte, levò gli occhi a cielo, e disse: "Introibo in domum tuam, adorabo ad templum santum tuum, et confitebor nomini tuo"; e ciò detto, morì in Cristo. E sentendo la sua morte la sua oste fu molto turbata, e' Saracini molto rallegrati; ma in questo dolore fu fatto Filippo suo figliuolo re di Francia; e lo re Carlo fratello del detto re Luis, il quale egli vivendo ave' mandato per lui, venne di Cicilia, e arrivò a Cartagine con grande navilio e con molta gente e rinfrescamento, onde l'oste de' Cristiani riprese grande vigore, e' Saracini paura. E con tutto che·ll'oste de' Saracini fosse cresciuta d'inumerabile gente, che di tutte parti erano venuti gli Arabi a·lloro soccorso, e fossono troppi più che' Cristiani, mai non s'ardirono di venire a battaglia affrontata co' Cristiani; ma con aguati e ingegni venieno, e faceano loro molto molesto. Intra gli altri fu questo l'uno, che la detta contrada è molto sabbionosa, e quando è secco fa molta polvere: onde i Saracini quando traeva vento contra l'oste de' Cristiani, in grandissimo numero di loro genti stavano in su' monti ov'era il detto sabbione, calpitandolo co' cavalli e co' piedi il facevano muovere, onde facea all'oste molta molestia e affanno; ma piovendo acqua da cielo cessò la detta pestilenzia, e lo re Carlo co' Cristiani, apparecchiati difici di diverse maniere per mare e per terra, si strinse per combattere la città di Tunisi; e di certo si disse, s'avessono seguito, in brieve tempo avrebbono avuta la terra per forza, o il re di Tunisi co' suoi Turchi e Arabi l'avrebbe abandonata.
XXXVIII
Come il re Carlo patteggio accordo col re di Tunisi e partissi lo stuolo.
Lo re di Tunisi co' suoi Saracini veggendo in mal punto, e temendo di perdere la città e 'l paese d'intorno, si feciono cercare pace col re Carlo, e cogli altri signori con grandi e larghi patti, a la qual pace il re Carlo intese e diede compimento per lo 'nfrascritto modo: prima, che tutti i Cristiani ch'erano pregioni in Tunisi, o in tutto quello reame, fossono liberi, e che monisteri e chiese per gli Cristiani si potessono edificare, e in quelle l'oficio sacro si potesse celebrare; e che per gli frati minori e predicatori e per altre persone eclesiastiche si potesse liberamente predicare il Vangelio di Cristo; e qual Saracino si volesse battezzare e tornare alla fede di Cristo, liberamente il potesse fare; e tutte le spese che i detti re avessono fatte pienamente fossono loro rendute; e oltre a·cciò il re di Tunisi fosse tributario di dare ogni anno a Carlo re di Cicilia XXm dobble d'oro, e molti altri patti, che sarebbono lunghi a dire. Di questa pace alcuni dissono che 'l re Carlo e gli altri signori la faceano per lo migliore, e considerando il loro male stato della corruzzione dell'aria e mortalità de' Cristiani, che il re di Navarra, morto il re Luis, si partì malato dell'oste e morì in Cicilia, e morì il legato del papa cardinale, e la Chiesa di Roma in quelli tempi vacava di pastore, che dovea provedere a tutto, e Filippo novello re di Francia si voleva partire dell'oste e tornare in Francia col corpo del padre. Altri dierono colpa al re Carlo, che 'l fece per avarizia, per avere innanzi per la detta pace sempre a tributario il re di Tunisi in sua spezialtà; che 'l regno di Tunisi fosse conquistato per lo stuolo de' Cristiani, ch'era poi a parte del re di Francia, e di quello d'Inghilterra, e di quello di Navarra, e di quello di Cicilia, e della Chiesa di Roma, e di più altri signori ch'erano al conquisto. E potrebbe essere stata l'una cagione e l'altra; ma quale si fosse, compiuto il detto accordo, si partì la detta oste da Tunisi, e arrivati col loro navilio nel porto di Trapali in Cicilia, come piacque a·dDio, sì grande fortuna avenne, essendo il navilio nel detto porto, che sanza nulla redenzione la maggiore parte perirono, e ruppe l'uno legno l'altro, ove tutto l'arnese di quello oste si perdé, ch'era d'inumerabile valuta, e molte genti vi perirono. E per molti si disse che ciò avenne per gli peccati de' Cristiani, e perché aveano fatto accordo co' Saracini per cuvidigia di moneta, potendo vincete e conquistare Tunisi e 'l paese.

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Ultimo Aggiornamento:10/07/05 23:20