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IL  SECONDO LIBRO DEL CORTEGIANO

DEL CONTE BALDESAR CASTIGLIONE

A MESSER ALFONSO ARIOSTO

I.

 

Non senza maraviglia ho piú volte considerato onde nasca un errore, il quale, perciò che universalmente ne' vecchi si vede, creder si po che ad essi sia proprio e naturale; e questo è che quasi tutti laudano i tempi passati e biasmano i presenti, vituperando le azioni e i modi nostri e tutto quello che essi nella lor gioventú non facevano; affermando ancor ogni bon costume e bona maniera di vivere, ogni virtú, in somma ogni cosa, andar sempre di mal in peggio. E veramente par cosa molto aliena dalla ragione e degna di maraviglia che la età matura, la qual con la lunga esperienzia suol far nel resto il giudicio degli omini piú perfetto, in questo lo corrompa tanto, che non si avveggano che, se 'l mondo sempre andasse peggiorando e che i padri fossero generalmente migliori che i figlioli, molto prima che ora saremmo giunti a quest'ultimo grado di male, che peggiorar non po. E pur vedemo che non solamente ai dí nostri, ma ancor nei tempi passati, fu sempre questo vicio peculiar di quella età; il che per le scritture de molti autori antichissimi chiaro si comprende e massimamente dei comici, i quali piú che gli altri esprimeno la imagine della vita umana. La causa adunque di questa falsa opinione nei vecchi estimo io per me ch'ella sia perché gli anni fuggendo se ne portan seco molte commodità, e tra l'altre levano dal sangue gran parte degli spiriti vitali; onde la complession si muta e divengono debili gli organi, per i quali l'anima opera le sue virtú. Però dei cori nostri in quel tempo, come allo autunno le foglie degli alberi, caggiono i suavi fiori di contento e nel loco dei sereni e chiari pensieri entra la nubilosa e turbida tristizia, di mille calamità compagnata, di modo che non solamente il corpo, ma l'animo ancora è infermo; né dei passati piaceri riserva altro che una tenace memoria e la imagine di quel caro tempo della tenera età, nella quale quando ci ritrovamo, ci pare che sempre il cielo e la terra ed ogni cosa faccia festa e rida intorno agli occhi nostri, e nel pensiero come in un delizioso e vago giardino fiorisca la dolce primavera d'allegrezza. Onde forse saria utile, quando già nella fredda stagione comincia il sole della nostra vita, spogliandoci de quei piaceri, andarsene verso l'occaso, perdere insieme con essi ancor la loro memoria e trovare, come disse Temistocle, un'arte che a scordar insegnasse; perché tanto sono fallaci i sensi del corpo nostro, che spesso ingannano ancora il giudicio della mente. Però parmi che i vecchi siano alla condizion di quelli, che partendosi dal porto tengon gli occhi in terra e par loro che la nave stia ferma e la riva si parta, e pur è il contrario; ché il porto, e medesimamente il tempo ed i piaceri, restano nel suo stato, e noi con la nave della mortalità fuggendo n'andiamo l'un dopo l'altro per quel procelloso mare che ogni cosa assorbe e devora, né mai piú ripigliar terra ci è concesso, anzi, sempre da contrari venti combattuti, al fine in qualche scoglio la nave rompemo. Per esser adunque l'animo senile subietto disproporzionato a molti piaceri, gustar non gli po; e come ai febrecitanti, quando dai vapori corrotti hanno il palato guasto, paiono tutti i vini amarissimi, benché preciosi e delicati siano, cosí ai vecchi per la loro indisposizione, alla qual però non manca il desiderio, paiono i piaceri insipidi e freddi e molto differenti da quelli che già provati aver si ricordano, benché i piaceri in sé siano li medesimi; però sentendosene privi, si dolgono e biasmano il tempo presente come malo, non discernendo che quella mutazione da sé e non dal tempo procede; e, per contrario, recandosi a memoria i passati piaceri, si arrecano ancor il tempo nel quale avuti gli hanno, e però lo laudano come bono perché pare che seco porti un odore di quello che in esso sentiamo quando era presente; perché in effetto gli animi nostri hanno in odio tutte le cose che state sono compagne de' nostri dispiaceri ed amano quelle che state sono compagne dei piaceri. Onde accade che ad uno amante è carissimo talor vedere una finestra, benché chiusa, perché alcuna volta quivi arà avuto grazia di contemplare la sua donna; medesimamente vedere uno anello, una lettera, un giardino o altro loco o qualsivoglia cosa, che gli paia esser stata consapevol testimonio de' suoi piaceri; e per lo contrario, spesso una camera ornatissima e bella sarà noiosa a chi dentro vi sia stato prigione o patito vi abbia qualche altro dispiacere. Ed ho già io conosciuto alcuni, che mai non beveriano in un vaso simile a quello, nel quale già avessero, essendo infermi, preso bevanda medicinale; perché, cosí come quella finestra, o l'anello o la lettera, all'uno rappresenta la dolce memoria che tanto gli diletta, per parergli che quella già fosse una parte de' suoi piaceri, cosí all'altro la camera o 'l vaso par che insieme con la memoria rapporti la infirmità o la prigionia. Questa medesima cagion credo che mova i vecchi a laudare il passato tempo e biasmar il presente.

 

 

 

II.

 

Però come del resto, cosí parlano ancor delle corti, affermando quelle di che essi hanno memoria esser state molto piú eccellenti e piene di omini singulari, che non son quelle che oggidí veggiamo; e súbito che occorrono tai ragionamenti, cominciano ad estollere con infinite laudi i cortegiani del duca Filippo, o vero del duca Borso; e narrano i detti di Nicolò Piccinino; e ricordano che in quei tempi non si saria trovato, se non rarissime volte, che si fosse fatto un omicidio; e che non erano combattimenti, non insidie, non inganni, ma una certa bontà fidele ed amorevole tra tutti, una sicurtà leale; e che nelle corti allor regnavano tanti boni costumi, tanta onestà, che i cortegiani tutti erano come religiosi; e guai a quello che avesse detto una mala parola all'altro o fatto pur un segno men che onesto verso una donna; e per lo contrario dicono in questi tempi esser tutto l'opposito; e che non solamente tra i cortegiani è perduto quell'amor fraterno e quel viver costumato, ma che nelle corti non regnano altro che invidie e malivolenzie, mali costumi e dissolutissima vita in ogni sorte di vicii; le donne lascive senza vergogna, gli omini effemminati. Dannano ancora i vestimenti, come disonesti e troppo molli. In somma riprendono infinite cose, tra le quali molte veramente meritano riprensione, perché non si po dir che tra noi non siano molti mali omini e scelerati, e che questa età nostra non sia assai più copiosa di vicii che quella che essi laudano. Parmi ben che mal discernano la causa di questa differenzia e che siano sciocchi, perché vorriano che al mondo fossero tutti i beni senza male alcuno; il che è impossibile, perché, essendo il male contrario al bene e 'l bene al male, è quasi necessario che per la opposizione e per un certo contrapeso l'un sostenga e fortifichi l'altro, e mancando o crescendo l'uno, cosí manchi o cresca l'altro perché niuno contrario è senza l'altro suo contrario. Chi non sa che al mondo non saria la giustizia, se non fossero le ingiurie? la magnanimità, se non fossero li pusilanimi? la continenzia, se non fosse la incontinenzia? la sanità, se non fosse la infirmità? la verità, se non fosse la bugia? la felicità, se non fossero le disgrazie? Però ben dice Socrate appresso Platone maravigliarsi che Esopo non abbia fatto uno apologo, nel quale finga, Dio, poiché non avea mai potuto unire il piacere e 'l dispiacere insieme, avergli attaccati con la estremità, di modo che 'l principio dell'uno sia il fin dell'altro; perché vedemo niuno piacer poterci mai esser grato, se 'l dispiacere non gli precede. Chi po aver caro il riposo, se prima non ha sentito l'affanno della stracchezza? chi gusta il mangiare, il bere e 'l dormire, se prima non ha patito fame, sete e sonno? Credo io, adunque, che le passioni e le infirmità siano date dalla natura agli omini non principalmente per fargli soggetti ad esse, perché non par conveniente che quella, che è madre d'ogni bene, dovesse di suo proprio consiglio determinato darci tanti mali; ma facendo la natura la sanità, il piacere e gli altri beni, conseguentemente dietro a questi furono congiunte le infirmità, i dispiaceri e gli altri mali. Però, essendo le virtú state al mondo concesse per grazia e dono della natura, súbito i vicii, per quella concatenata contrarietà, necessariamente le furono compagni; di modo che sempre, crescendo o mancando l'uno, forza è che cosí l'altro cresca o manchi.

 

 

 

III.

 

Però quando i nostri vecchi laudano le corti passate, perché non aveano gli omini cosí viciosi come alcuni che hanno le nostre, non conoscono che quelle ancor non gli aveano cosí virtuosi come alcuni che hanno le nostre; il che non è maraviglia, perché niun male è tanto malo, quanto quello che nasce dal seme corrotto del bene; e però producendo adesso la natura molto miglior ingegni che non facea allora, sí come quelli che si voltano al bene fanno molto meglio che non facean quelli suoi, cosí ancor quelli che si voltano al male fanno molto peggio. Non è adunque da dire che quelli che restavano di far male per non saperlo fare, meritassero in quel caso laude alcuna; perché avvenga che facessero poco male, faceano però il peggio che sapeano. E che gli ingegni di que' tempi fossero generalmente molto inferiori a que' che son ora, assai si po conoscere da tutto quello che d'essi si vede, cosí nelle lettere, come nelle pitture, statue, edifici ed ogni altra cosa. Biasimano ancor questi vecchi in noi molte cose che in sé non sono né bone né male, solamente perché essi non le faceano; e dicono non convenirsi ai giovani passeggiar per le città a cavallo, massimamente nelle mule; portar fodre di pelle, né robbe lunghe nel verno; portar berretta, finché almeno non sia l'omo giunto a dieceotto anni ed altre tai cose: di che veramente s'ingannano; perché questi costumi, oltra che sian commodi ed utili, sono dalla consuetudine introdutti ed universalmente piacciono, come allor piacea l'andar in giornea, con le calze aperte e scarpette pulite e, per esser galante, portar tutto dí un sparvieri in pugno senza proposito, e ballar senza toccar la man della donna, ed usar molti altri modi, i quali, come or sariano goffissimi, allor erano prezzati assai. Però sia licito ancor a noi seguitar la consuetudine de' nostri tempi, senza esser calunniati da questi vecchi, i quali spesso, volendosi laudare, dicono: "Io aveva vent'anni, che ancor dormiva con mia madre e mie sorelle, né seppi ivi a gran tempo che cosa fossero donne; ed ora i fanciulli non hanno a pena asciutto il capo, che sanno piú malizie che in que' tempi non sapeano gli omini fatti", né si avveggono che, dicendo cosí, confirmano i nostri fanciulli aver più ingegno che non aveano i loro vecchi. Cessino adunque di biasmar i tempi nostri, come pieni de vicii perché, levando quelli, levariano ancora le virtú; e ricordinsi che tra i boni antichi, nel tempo che fiorivano al mondo quegli animi gloriosi e veramente divini in ogni virtú e gli ingegni piú che umani, trovavansi ancor molti sceleratissimi; i quali, se vivessero, tanto sariano tra i nostri mali eccellenti nel male, quanto que' boni nel bene; e de ciò fanno piena fede tutte le istorie.

 

 

 

IV.

 

Ma a questi vecchi penso che omai a bastanza sia risposto. Però lasciaremo questo discorso, forse ormai troppo diffuso ma non in tutto for di proposito; e bastandoci aver dimostrato le corti de' nostri tempi non esser di minor laude degne che quelle che tanto laudano i vecchi, attenderemo ai ragionamenti avuti sopra il cortegiano, per i quali assai facilmente comprender si po in che grado tra l'altre corti fosse quella d'Urbino, e quale era quel Principe e quella Signora a cui servivano cosí nobili spiriti, e come fortunati si potean dir tutti quelli, che in tal commerzio viveano.

 

 

 

V.

 

Venuto adunque il seguente giorno, tra i cavalieri e le donne della corte furono molti e diversi ragionamenti sopra la disputazion della precedente sera; il che in gran parte nasceva perché il signor Prefetto, avido di sapere ciò che detto s'era, quasi ad ognun ne dimandava e, come suol sempre intervenire, variamente gli era risposto; però che alcuni laudavano una cosa, alcuni un'altra, ed ancor tra molti era discordia della sentenzia propria del Conte, che ad ognuno non erano restate nella memoria cosí compiutamente le cose dette. Però di questo quasi tutto 'l giorno si parlò; e come prima incominciò a farsi notte, volse il signor Prefetto che si mangiasse e tutti i gentilomini condusse seco a cena; e súbito fornito di mangiare, n'andò alla stanza della signora Duchessa; la quale vedendo tanta compagnia, e piú per tempo che consueto non era disse: - Gran peso parmi, messer Federico, che sia quello che posto è sopra le spalle vostre, e grande aspettazione quella a cui corrisponder dovete -. Quivi non aspettando che messer Federico rispondesse: - E che gran peso è però questo? - disse l'Unico Aretino: - Chi è tanto sciocco, che quando sa fare una cosa non la faccia a tempo conveniente? - Cosí di questo parlandosi, ognuno si pose a sedere nel loco e modo usato, con attentissima aspettazion del proposto ragionamento.

 

 

 

VI.

 

Allora messer Federico, rivolto all'Unico, - A voi adunque non par, - disse, - signor Unico, che faticosa parte e gran carico mi sia imposto questa sera, avendo a dimostrare in qual modo e maniera e tempo debba il cortegiano usar le sue bone condicioni, ed operar quelle cose che già s'è detto convenirsegli? - A me non par gran cosa, - rispose l'Unico; - e credo che basti in tutto questo dir che 'l cortegiano sia di bon giudicio, come iersera ben disse il Conte esser necessario; ed essendo cosí, penso che senza altri precetti debba poter usar quello che egli sa a tempo e con bona maniera; il che volere piú minutamente ridurre in regola, saria troppo difficile e forse superfluo; perché non so qual sia tanto inetto, che volesse venire a maneggiar l'arme quando gli altri fossero nella musica; o vero andasse per le strade ballando la moresca, avvenga che ottimamente far lo sapesse; o vero andando a confortar una madre, a cui fosse morto il figliolo, cominciasse a dir piacevolezze e far l'arguto. Certo questo a niun gentilomo, credo, interverria, che non fosse in tutto pazzo. - A me par, signor Unico, - disse quivi messer Federico, - che voi andiate troppo in su le estremità perché intervien qualche volta esser inetto di modo che non cosí facilmente si conosce, e gli errori non son tutti pari; e potrà occorrer che l'omo si astenerà da una sciocchezza publica e troppo chiara, come saria quel che voi dite d'andar ballando la moresca in piazza, e non saprà poi astenersi di laudare se stesso fuor di proposito, d'usar una prosunzion fastidiosa, di dir talor una parola pensando di far ridere, la qual, per esser detta fuor di tempo, riuscirà fredda e senza grazia alcuna. E spesso questi errori son coperti d'un certo velo, che scorger non gli lascia da chi gli fa, se con diligenzia non vi si mira; e benché per molte cause la vista nostra poco discerna, pur sopra tutto per l'ambizione divien tenebrosa; ché ognun volentier si mostra in quello che si persuade di sapere, o vera o falsa che sia quella persuasione. Però il governarsi bene in questo parmi che consista in una certa prudenzia e giudicio di elezione, e conoscere il piú e 'l meno che nelle cose si accresce e scema per operarle oportunamente o fuor di stagione. E benché il cortegian sia di cosí bon giudicio che possa discernere queste differenzie, non è però che piú facile non gli sia conseguir quello che cerca essendogli aperto il pensiero con qualche precetto e mostratogli le vie e quasi i lochi dove fondar si debba, che se solamente attendesse al generale.

 

 

 

VII.

 

Avendo adunque il Conte iersera con tanta copia e bel modo ragionato della cortegiania, in me veramente ha mosso non poco timor e dubbio di non poter cosí ben satisfare a questa nobil audienza in quello che a me tocca a dire, come esso ha fatto in quello che a lui toccava. Pur, per farmi participe piú ch'io posso della sua laude ed esser sicuro di non errare almen in questa parte, non gli contradirò in cosa alcuna. Onde, consentendo con le opinioni sue, ed oltre al resto circa la nobilità del cortegiano e lo ingegno e la disposizion del corpo e grazia dell'aspetto, dico che per acquistar laude meritamente e bona estimazione appresso ognuno, e grazia da quei signori ai quali serve, parmi necessario che e' sappia componere tutta la vita sua e valersi delle sue bone qualità universalmente nella conversazion de tutti gli omini senza acquistarne invidia; il che quanto in sé difficil sia, considerar si po dalla rarità di quelli che a tal termine giunger si veggono; perché in vero tutti da natura siamo pronti piú a biasmare gli errori, che a laudar le cose ben fatte, e par che per una certa innata malignità molti, ancor che chiaramente conoscano il bene, si sforzano con ogni studio ed industria di trovarci dentro o errore o almen similitudine d'errore. Però è necessario che 'l nostro cortegiano in ogni sua operazion sia cauto, e ciò che dice o fa sempre accompagni con prudenzia; e non solamente ponga cura d'aver in sé parti e condizioni eccellenti, ma il tenor della vita sua ordini con tal disposizione, che 'l tutto corrisponda a queste parti, e si vegga il medesimo esser sempre ed in ogni cosa tal che non discordi da se stesso, ma faccia un corpo solo di tutte queste bone condizioni; di sorte che ogni suo atto risulti e sia composto di tutte le virtú, come dicono i Stoici esser officio di chi è savio; benché però in ogni operazion sempre una virtú è la principale; ma tutte sono talmente tra sé concatenate, che vanno ad un fine e ad ogni effetto tutte possono concorrere e servire. Però bisogna che sappia valersene, e per lo paragone e quasi contrarietà dell'una talor far che l'altra sia piú chiaramente conosciuta, come i boni pittori, i quali con l'ombra fanno apparere e mostrano i lumi de' rilevi, e cosí col lume profundano l'ombre dei piani e compagnano i colori diversi insieme di modo, che per quella diversità l'uno e l'altro meglio si dimostra, e 'l posar delle figure contrario l'una all'altra le aiuta a far quell'officio che è intenzion del pittore. Onde la mansuetudine è molto maravigliosa in un gentilomo il qual sia valente e sforzato nell'arme; e come quella fierezza par maggiore accompagnata dalla modestia, cosí la modestia accresce e piú compar per la fierezza. Però il parlar poco, il far assai e 'l non laudar se stesso delle opere laudevoli, dissimulandole di bon modo, accresce l'una e l'altra virtú in persona che discretamente sappia usare questa maniera; e cosí interviene di tutte l'altre bone qualità. Voglio adunque che 'l nostro cortegiano in ciò che egli faccia o dica usi alcune regole universali, le quali io estimo che brevemente contengano tutto quello che a me s'appartien di dire; e per la prima e piú importante fugga, come ben ricordò il Conte iersera, sopra tutto l'affettazione. Appresso consideri ben che cosa è quella che egli fa o dice e 'l loco dove la fa, in presenzia di cui, a che tempo, la causa perché la fa, la età sua, la professione, il fine dove tende e i mezzi che a quello condur lo possono; e cosí con queste avvertenzie s'accommodi discretamente a tutto quello che fare o dir vole -.

 

 

 

VIII.

 

Poi che cosí ebbe detto messer Federico, parve che si fermasse un poco. Allor súbito, - Queste vostre regule, - disse il signor Morello da Ortona, - a me par che poco insegnino; ed io per me tanto ne so ora, quanto prima che voi ce le mostraste; benché mi ricordi ancor qualche altra volta averle udite da' frati co' quali confessato mi sono, e parmi che le chiamino "le circonstanzie" -. Rise allor messer Federico e disse: - Se ben vi ricorda, volse iersera il Conte che la prima profession del cortegiano fosse quella dell'arme e largamente parlò di che modo far la doveva; però questo non replicaremo piú. Pur sotto la nostra regula si potrà ancor intendere, che ritrovandosi il cortegiano nella scaramuzza o fatto d'arme o battaglia di terra o in altre cose tali, dee discretamente procurar di appartarsi dalla moltitudine e quelle cose segnalate ed ardite che ha da fare, farle con minor compagnia che po ed al conspetto de tutti i piú nobili ed estimati omini che siano nell'esercito, e massimamente alla presenzia e, se possibil è, inanzi agli occhi proprii del suo re o di quel signore a cui serve; perché in vero è ben conveniente valersi delle cose ben fatte. Ed io estimo che sí come è male cercar gloria falsa e di quello che non si merita, cosí sia ancor male defraudar se stesso del debito onore e non cercarne quella laude, che sola è vero premio delle virtuose fatiche. Ed io ricordomi aver già conosciuti di quelli, che, avvenga che fossero valenti, pur in questa parte erano grossieri; e cosí metteano la vita a pericolo per andar a pigliar una mandra di pecore, come per esser i primi che montassero le mura d'una terra combattuta; il che non farà il nostro cortegiano, se terrà a memoria la causa che lo conduce alla guerra, che dee esser solamente l'onore. E se poi se ritroverà armeggiare nei spettaculi publici, giostrando, torneando, o giocando a canne, o facendo qualsivoglia altro esercizio della persona, ricordandosi il loco ove si trova ed in presenzia di cui, procurerà esser nell'arme non meno attillato e leggiadro che sicuro, e pascer gli occhi dei spettatori di tutte le cose che gli parrà che possano aggiungergli grazia; e porrà cura d'aver cavallo con vaghi guarnimenti, abiti ben intesi, motti appropriati, invenzioni ingeniose, che a sé tirino gli occhi de' circonstanti, come calamita il ferro. Non sarà mai degli ultimi che compariscano a mostrarsi, sapendo che i populi, e massimamente le donne, mirano con molto maggior attenzione i primi che gli ultimi, perché gli occhi e gli animi, che nel principio son avidi di quella novità, notano ogni minuta cosa e di quella fanno impressione; poi per la continuazione non solamente si saziano, ma ancora si stancano. Però fu un nobile istrione antico, il qual per questo rispetto sempre voleva nelle fabule esser il primo che a recitare uscisse. Cosí ancor, parlando pur d'arme, il nostro cortegiano arà risguardo alla profession di coloro con chi parla, ed a questo accommodarassi, altramente ancor parlandone con omini, altramente con donne; e se vorrà toccar qualche cosa che sia in laude sua propria, lo farà dissimulatamente, come a caso e per transito e con quella discrezione ed avvertenzia, che ieri ci mostrò il conte Ludovico.

 

 

 

IX.

 

Non vi par ora, signor Morello, che le nostre regule possano insegnar qualche cosa? Non vi par che quello amico nostro, del qual pochi dí sono vi parlai, s'avesse in tutto scordato con chi parlava e perché, quando, per intertenere una gentildonna, la quale per prima mai piú non aveva veduta, nel principio del ragionar le cominciò a dire che avea morti tanti omini e come era fiero e sapea giocar di spada a due mani? né se le levò da canto, che venne a volerle insegnar come s'avessero a riparar alcuni colpi di accia essendo armato, e come disarmato, ed a mostrarle prese di pugnale; di modo che quella meschina stava in su la croce e parvele un'ora mill'anni levarselo da canto, temendo quasi che non ammazzasse lei ancora come quegli altri. In questi errori incorrono coloro che non hanno riguardo alle circonstanzie, che voi dite aver intese dai frati. Dico adunque che degli esercizi del corpo sono alcuni che quasi mai non si fanno se non in publico, come il giostrare, il torneare, il giocare a canne e gli altri tutti che dependono dall'arme. Avendosi adunque in questi da adoperare il nostro cortegiano, prima ha da procurar d'esser tanto bene ad ordine di cavalli, d'arme e d'abbigliamenti, che nulla gli manchi; e non sentendosi ben assettato del tutto, non vi si metta per modo alcuno; perché, non facendo bene, non si po escusare che questa non sia la profession sua. Appresso dee considerar molto in presenzia di chi si mostra e quali siano i compagni; perché non saria conveniente che un gentilom andasse ad onorare con la persona sua una festa di contado, dove i spettatori e i compagni fossero gente ignobile -.

 

 

 

X.

 

Disse allor il signor Gasparo Pallavicino: - Nel paese nostro di Lombardia non s'hanno questi rispetti, anzi molti gentilomini giovani trovansi, che le feste ballano tutto 'l dí nel sole coi villani e con essi giocano a lanciar la barra, lottare, correre e saltare; ed io non credo che sia male, perché ivi non si fa paragone della nobilità, ma della forza e destrezza, nelle quai cose spesso gli omini di villa non vaglion meno che i nobili; e par che quella domestichezza abbia in sé una certa liberalità amabile. - Quel ballar nel sole, - rispose messer Federico, a me non piace per modo alcuno, né so che guadagno vi si trovi. Ma chi vol pur lottar, correr e saltar coi villani, dee, al parer mio, farlo in modo di provarsi e, come si suol dir, per gentilezza, non per contender con loro; e dee l'omo esser quasi sicuro di vincere, altramente non vi si metta; perché sta troppo male e troppo è brutta cosa e fuor della dignità vedere un gentilomo vinto da un villano, e massimamente alla lotta; però credo io che sia ben astenersene, almeno in presenzia di molti, perché il guadagno nel vincere è pochissimo e la perdita nell'esser vinto è grandissima. Fassi ancor il gioco della palla quasi sempre in publico; ed è uno di que' spettaculi, a cui la moltitudine apporta assai ornamento. Voglio adunque che questo e tutti gli altri, dall'armeggiare in fora, faccia il nostro cortegiano come cosa che sua professione non sia e di che mostri non cercar o aspettar laude alcuna, né si conosca che molto studio o tempo vi metta, avvenga che eccellentemente lo faccia; né sia come alcuni che si dilettano di musica e parlando con chi si sia, sempre che si fa qualche pausa nei ragionamenti, cominciano sotto voce a cantare; altri caminando per le strade e per le chiese vanno sempre ballando; altri, incontrandosi in piazza o dove si sia con qualche amico suo, si metton súbito in atto di giocar di spada o di lottare, secondo che piú si dilettano -. Quivi disse messer Cesare Gonzaga: - Meglio fa un cardinale giovane che avemo in Roma, il quale, perché si sente aiutante della persona, conduce tutti quelli che lo vanno a visitare, ancor che mai piú non gli abbia veduti, in un suo giardino ed invitagli con grandissima instanzia a spogliarsi in giuppone e giocar seco a saltare

 

 

 

XI.

 

Rise messer Federico; poi suggiunse: - Sono alcuni altri esercizi, che far si possono nel publico e nel privato, come è il danzare; ed a questo estimo io che debba aver rispetto il cortegiano; perché danzando in presenzia di molti ed in loco pieno di populo parmi che si gli convenga servare una certa dignità, temperata però con leggiadra ed aerosa dolcezza di movimenti; e benché si senta leggerissimo e che abbia tempo e misura assai, non entri in quelle prestezze de' piedi e duplicati rebattimenti, i quali veggiamo che nel nostro Barletta stanno benissimo e forse in un gentilom sariano poco convenienti; benché in camera privatamente, come or noi ci troviamo, penso che licito gli sia e questo, e ballar moresche e brandi; ma in publico non cosí, fuor che travestito, e benché fosse di modo che ciascun lo conoscesse, non dà noia; anzi per mostrarsi in tai cose nei spettaculi publici, con arme e senza arme, non è miglior via di quella; perché lo esser travestito porta seco una certa libertà e licenzia, la quale tra l'altre cose fa che l'omo po pigliare forma di quello in che si sente valere, ed usar diligenzia ed attillatura circa la principal intenzione della cosa in che mostrar si vole, ed una certa sprezzatura circa quello che non importa, il che accresce molto la grazia: come saria vestirsi un giovane da vecchio, ben però con abito disciolto, per potersi mostrare nella gagliardia; un cavaliero in forma di pastor selvatico o altro tale abito, ma con perfetto cavallo, e leggiadramente acconcio secondo quella intenzione; perché súbito l'animo de' circonstanti corre ad imaginar quello che agli occhi al primo aspetto s'appresenta; e vedendo poi riuscir molto maggior cosa che non prometteva quell'abito, si diletta e piglia piacere.

Però ad un principe in tai giochi e spettaculi, ove intervenga fizione di falsi visaggi, non si converria il voler mantener la persona del principe proprio, perché quel piacere che dalla novità viene ai spettatori mancheria in gran parte, ché ad alcuno non è novo che il principe sia il principe; ed esso, sapendosi che, oltre allo esser principe, vol avere ancor forma di principe, perde la libertà di far tutte quelle cose che sono fuor della dignità di principe; e se in questi giochi fosse contenzione alcuna, massimamente con arme, poria ancor far credere di voler tener la persona di principe per non esser battuto, ma riguardato dagli altri; oltra che, facendo nei giochi quel medesimo che dee far da dovero quando fosse bisogno, levaria l'autorità al vero e pareria quasi che ancor quello fosse gioco; ma in tal caso, spogliandosi il principe la persona di principe e mescolandosi egualmente con i minori di sé, ben però di modo che possa esser conosciuto, col rifutare la grandezza piglia un'altra maggior grandezza, che è il voler avanzar gli altri non d'autorità ma di virtú, e mostrar che 'l valor suo non è accresciuto dallo esser principe.

 

 

 

XII.

 

Dico adunque che 'l cortegiano dee in questi spettaculi d'arme aver la medesima avvertenzia, secondo il grado suo. Nel volteggiar poi a cavallo, lottar, correre e saltare, piacemi molto fuggir la moltitudine della plebe, o almeno lasciarsi veder rarissime volte; perché non è al mondo cosa tanto eccellente, della quale gli ignoranti non si sazieno e non tengan poco conto, vedendola spesso. E medesimo giudico della musica; però non voglio che 'l nostro cortegiano faccia come molti, che súbito che son giunti ove che sia, e alla presenzia ancor di signori de' quali non abbiano notizia alcuna, senza lasciarsi molto pregare si metteno a far ciò che sanno e spesso ancor quel che non sanno; di modo che par che solamente per quello effetto siano andati a farsi vedere e che quella sia la loro principal professione. Venga adunque il cortegiano a far musica come a cosa per passar tempo e quasi sforzato, e non in presenzia di gente ignobile, né di gran moltitudine; e benché sappia ed intenda ciò che fa, in questo ancor voglio che dissimuli il studio e la fatica che è necessaria in tutte le cose che si hanno a far bene, e mostri estimar poco in se stesso questa condizione, ma, col farla eccellentemente, la faccia estimar assai dagli altri -.

 

 

 

XIII.

 

Allor il signor Gaspar Pallavicino, - Molte sorti di musica, - disse, - si trovano, cosí di voci vive, come di instrumenti; però a me piacerebbe intendere qual sia la migliore tra tutte ed a che tempo debba il cortegiano operarla. - Bella musica, - rispose messer Federico, - parmi il cantar bene a libro sicuramente e con bella maniera; ma ancor molto piú il cantare alla viola perché tutta la dolcezza consiste quasi in un solo e con molto maggior attenzion si nota ed intende il bel modo e l'aria non essendo occupate le orecchie in piú che in una sol voce, e meglio ancor vi si discerne ogni piccolo errore; il che non accade cantando in compagnia perché l'uno aiuta l'altro. Ma sopra tutto parmi gratissimo il cantare alla viola per recitare; il che tanto di venustà ed efficacia aggiunge alle parole, che è gran maraviglia. Sono ancor armoniosi tutti gli instrumenti da tasti, perché hanno le consonanzie molto perfette e con facilità vi si possono far molte cose che empiono l'animo di musicale dolcezza. E non meno diletta la musica delle quattro viole da arco, la quale è soavissima ed artificiosa. Dà ornamento e grazia assai la voce umana a tutti questi instrumenti, de' quali voglio che al nostro cortegian basti aver notizia; e quanto piú però in essi sarà eccellente, tanto sarà meglio, senza impacciarsi molto di quelli che Minerva refiutò ed Alcibiade, perché pare che abbiano del schifo. Il tempo poi nel quale usar si possono queste sorti di musica estimo io che sia, sempre che l'omo si trova in una domestica e cara compagnia, quando altre facende non vi sono; ma sopra tutto conviensi in presenzia di donne, perché quegli aspetti indolciscono gli animi di chi ode e piú i fanno penetrabili dalla suavità della musica, e ancor svegliano i spiriti di chi la fa; piacemi ben, come ancor ho detto, che si fugga la moltitudine, e massimamente degli ignobili. Ma il condimento del tutto bisogna che sia la discrezione; perché in effetto saria impossibile imaginar tutti i casi che occorrono; e se il cortegiano sarà giusto giudice di se stesso, s'accommoderà bene ai tempi e conoscerà quando gli animi degli auditori saranno disposti ad udire, e quando no; conoscerà l'età sua; ché in vero non si conviene e dispare assai vedere un omo di qualche grado, vecchio canuto e senza denti, pien di rughe, con una viola in braccio sonando, cantare in mezzo d'una compagnia di donne, avvenga ancor che mediocremente lo facesse, e questo, perché il piú delle volte cantando si dicono parole amorose e ne' vecchi l'amor è cosa ridicula; benché qualche volta paia che egli si diletti, tra gli altri suoi miracoli, d'accendere in dispetto degli anni i cori agghiacciati -.

 

 

 

XIV.

 

Rispose allora il Magnifico: - Non private, messer Federico, i poveri vecchi di questo piacere; perché io già ho conosciuti omini di tempo, che hanno voci perfettissime e mani dispostissime agli instrumenti; molto piú che alcuni giovani. - Non voglio, - disse messer Federico, - privare i vecchi di questo piacere, ma voglio ben privar voi e queste donne del ridervi di quella inezia; e se vorranno i vecchi cantare alla viola, faccianlo in secreto e solamente per levarsi dell'animo que' travagliosi pensieri e gravi molestie di che la vita nostra è piena, e per gustar quella divinità ch'io credo che nella musica sentivano Pitagora e Socrate. E se bene non la eserciteranno, per aver fattone già nell'animo un certo abito la gustaran molto piú udendola, che chi non ne avesse cognizione; perché, sí come spesso le braccia d'un fabro, debile nel resto, per esser piú esercitate sono piú gagliarde che quelle de un altro omo robusto, ma non assueto a faticar le braccia, cosí le orecchie esercitate nell'armonia molto meglio e piú presto la discerneno e con molto maggior piacere la giudicano, che l'altre, per bone ed acute che siano, non essendo versate nelle varietà delle consonanzie musicali; perché quelle modulazioni non entrano, ma senza lassare gusto di sé via trapassano da canto l'orecchie non assuete d'udirle; avvenga che insino le fiere sentono qualche dilettazion della melodia. Questo è adunque il piacer, che si conviene ai vecchi pigliare della musica. Il medesimo dico del danzare; perché in vero questi esercizi si deono lasciare prima che dalla età siamo sforzati a nostro dispetto lasciargli. - Meglio è adunque, - rispose quivi il signor Morello quasi adirato, - escludere tutti i vecchi e dir che solamente i giovani abbian da esser chiamati cortegiani -. Rise allor messer Federico, e disse: - Vedete voi, signor Morello, che quelli che amano queste cose, se non son giovani, si studiano d'apparere; e però si tingono i capelli e fannosi la barba due volte la settimana; e ciò procede che la natura tacitamente loro dice che tali cose non si convengono se non a' giovani -. Risero tutte le donne, perché ciascuna comprese che quelle parole toccavano al signor Morello; ed esso parve che un poco se ne turbasse.

 

 

 

XV.

 

- Ma sono ben degli altri intertenimenti con donne, - suggiunse súbito messer Federico, - che si convengono ai vecchi. - E quali? - disse el signor Morello; - dir le favole? - E questo ancor, - rispose messer Federico. - Ma ogni età, come sapete, porta seco i suoi pensieri ed ha qualche peculiar virtú e qualche peculiar vicio; ché i vecchi, come che siano ordinariamente prudenti piú che i giovani, piú continenti e piú sagaci, sono anco poi piú parlatori, avari, difficili, timidi; sempre cridano in casa, asperi ai figlioli, vogliono che ognun faccia a modo loro; e per contrario i giovani, animosi, liberali, sinceri, ma pronti alle risse, volubili, che amano e disamano in un punto, dati a tutti i lor piaceri, nimici a chi lor ricorda il bene. Ma di tutte le età la virile è piú temperata, che già ha lassato le parti male della gioventú ed ancor non è pervenuta a quelle della vecchiezza. Questi adunque, posti quasi nelle estremità, bisogna che con la ragion sappiano correggere i vicii che la natura porge. Però deono i vecchi guardarse dal molto laudar se stessi e dall'altre cose viciose che avemo detto esser loro proprie, e valersi di quella prudenzia e cognizion che per lungo uso avranno acquistata, ed esser quasi oraculi a cui ognun vada per consiglio, ed aver grazia in dir quelle cose che sanno, accommodatamente ai propositi, accompagnando la gravità degli anni con una certa temperata e faceta piacevolezza. In questo modo saranno boni cortegiani ed interterrannosi bene con omini e con donne ed in ogni tempo saranno gratissimi, senza cantare o danzare; e quando occorrerà il bisogno, mostreranno il valor loro nelle cose d'importanzia.

 

 

 

XVI.

 

Questo medesimo rispetto e giudicio abbian i giovani, non già di tener lo stile dei vecchi, ché quello che all'uno conviene non converrebbe in tutto all'altro, e suolsi dir che ne' giovani troppa saviezza è mal segno, ma di corregger in sé i vicii naturali. Però a me piace molto veder un giovane, e massimamente nell'arme, che abbia un poco del grave e del taciturno; che stia sopra di sé, senza que' modi inquieti che spesso in tal età si veggono; perché par che abbian non so che di piú che gli altri giovani. Oltre a ciò quella maniera cosí riposata ha in sé una certa fierezza riguardevole, perché par mossa non da ira ma da giudicio, e piú presto governata dalla ragione che dallo appetito; e questa quasi sempre in tutti gli omini di gran core si conosce; e medesimamente vedemola negli animali bruti, che hanno sopra gli altri nobilità e fortezza, come nello leone e nella aquila, né ciò è fuor di ragione, perché quel movimento impetuoso e súbito, senza parole o altra dimostrazion di collera, che con tutta la forza unitamente in un tratto, quasi come scoppio di bombarda, erumpe dalla quiete, che è il suo contrario, è molto piú violento e furioso che quello che, crescendo per gradi, si riscalda a poco a poco. Però questi che, quando son per far qualche impresa, parlan tanto e saltano, né possono star fermi, pare che in quelle tali cose si svampino e, come ben dice il nostro messer Pietro Monte, fanno come i fanciulli, che andando di notte per paura cantano, quasi che con quel cantare da se stessi si facciano animo. Cosí adunque come in un giovane la gioventú riposata e matura è molto laudevole, perché par che la leggerezza, che è vizio peculiar di quella età, sia temperata e corretta, cosí in un vecchio è da estimare assai la vecchiezza verde e viva, perché pare che 'l vigor dell'animo sia tanto, che riscaldi e dia forza a quella debile e fredda età e la mantenga in quello stato mediocre, che è la miglior parte della vita nostra.

 

 

 

XVII.

 

Ma in somma non bastaranno ancor tutte queste condizioni del nostro cortegiano per acquistar quella universal grazia de' signori, cavalieri e donne, se non arà insieme una gentil ed amabile manera nel conversare cottidiano; e di questo credo veramente che sia difficile dar regola alcuna per le infinite e varie cose che occorrono nel conversare, essendo che tra tutti gli omini del mondo non si trovano dui, che siano d'animo totalmente simili. Però chi ha da accommodarsi nel conversare con tanti, bisogna che si guidi col suo giudicio proprio e, conoscendo le differenzie dell'uno e dell'altro, ogni dí muti stile e modo, secondo la natura di quelli con chi a conversar si mette. Né io per me altre regole circa ciò dare gli saprei eccetto le già date, le quali sin da fanciullo, confessandosi, imparò il nostro signor Morello -. Rise quivi la signora Emilia e disse: - Voi fuggite troppo la fatica, messer Federico: ma non vi verrà fatto, ché pur avete da dire fin che l'ora sia d'andare a letto. - E s'io, Signora, non avessi che dire? - rispose messer Federico. Disse la signora Emilia: - Qui si vederà il vostro ingegno; e se è vero quello ch'io già ho inteso, essersi trovato omo tanto ingenioso ed eloquente, che non gli sia mancato subietto per comporre un libro in laude d'una mosca, altri in laude della febre quartana, un altro in laude del calvizio, non dà il core a voi ancor di saper trovar che dire per una sera sopra la cortegiania? - Ormai, - rispose messer Federico, - tanto ne avemo ragionato, che ne sariano fatti doi libri; ma poiché non mi vale escusazione, dirò pur fin che a voi paia ch'io abbia satisfatto, se non all'obligo, almeno al poter mio.

 

 

 

XVIII.

 

Io estimo che la conversazione, alla quale dee principalmente attendere il cortegiano con ogni suo studio per farla grata, sia quella che averà col suo principe; e benché questo nome di conversare importi una certa parità, che pare che non possa cader tra 'l signore e 'l servitore, pur noi per ora la chiamaremo cosí. Voglio adunque che 'l cortegiano, oltre lo aver fatto ed ogni di far conoscere ad ognuno sé esser di quel valore che già avemo detto, si volti con tutti i pensieri e forze dell'animo suo ad amare e quasi adorare il principe a chi serve sopra ogni altra cosa; e le voglie sue e costumi e modi tutti indrizzi a compiacerlo -. Quivi non aspettando piú, disse Pietro da Napoli: - Di questi cortegiani oggidí trovarannosi assai, perché mi pare che in poche parole ci abbiate dipinto un nobile adulatore. - Voi vi ingannate assai, - rispose messer Federico; - perché gli adulatori non amano i signori né gli amici, il che io vi dico che voglio che sia principalmente nel nostro cortegiano; e 'l compiacere e secondar le voglie di quello a chi si serve si po far senza adulare, perché io intendo delle voglie che siano ragionevoli ed oneste, o vero di quelle che in sé non sono né bone né male, come saria il giocare, darsi piú ad uno esercizio che ad un altro; ed a questo voglio che il cortegiano si accommodi, se ben da natura sua vi fosse alieno, di modo che, sempre che 'l signore lo vegga, pensi che a parlar gli abbia di cosa che gli sia grata; il che interverrà, se in costui sarà il bon giudicio per conoscere ciò che piace al principe, e lo ingegno e la prudenzia per sapersegli accommodare, e la deliberata voluntà per farsi piacer quello che forse da natura gli despiacesse; ed avendo queste avvertenze, inanzi al principe non starà mai di mala voglia né melanconico, né cosí taciturno, come molti che par che tenghino briga coi patroni, che è cosa veramente odiosa. Non sarà malèdico, e specialmente dei suoi signori; il che spesso interviene, ché pare che nelle corti sia una procella che porti seco questa condizione che sempre quelli che sono piú beneficati dai signori, e da bassissimo loco ridutti in alto stato, sempre si dolgono e dicono mal d'essi; il che è disconveniente, non solamente a questi tali, ma ancor a quelli che fossero mal trattati. Non usarà il nostro cortegiano prosonzione sciocca; non sarà apportator di nove fastidiose; non sarà inavvertito in dir talor parole che offendano in loco di voler compiacere; non sarà ostinato e contenzioso, come alcuni, che par che non godano d'altro che d'essere molesti e fastidiosi a guisa di mosche e fanno profession di contradire dispettosamente ad ognuno senza rispetto; non sarà cianciatore, vano o bugiardo, vantatore né adulatore inetto, ma modesto e ritenuto, usando sempre, e massimamente in publico, quella reverenzia e rispetto che si conviene al servitor verso il signor; e non farà come molti i quali, incontrandosi con qualsivoglia gran principe, se pur una sol volta gli hanno parlato, se gli fanno inanti con un certo aspetto ridente e da amico, cosí come se volessero accarezzar un suo equale, o dar favor ad un minore di sé. Rarissime volte o quasi mai non domanderà al signore cosa alcuna per se stesso, acciò che quel signor, avendo rispetto di negarla cosí a lui stesso, talor non la conceda con fastidio, che è molto peggio. Domandando ancor per altri, osserverà discretamente i tempi e domanderà cose oneste e ragionevoli; ed assettarà talmente la petizion sua, levandone quelle parti che esso conoscerà poter dispiacere e facilitando con destrezza le difficultà, che 'l signor la concederà sempre, o se pur la negarà, non crederà aver offeso colui a chi non ha voluto compiacere: perché spesso i signori, poi che hanno negato una grazia a chi con molta importunità la domanda, pensano che colui che l'ha domandata con tanta instanzia la desiderasse molto; onde, non avendo potuto ottenerla, debba voler male a chi gliel'ha negata; e per questa credenza essi cominciano ad odiare quel tale, e mai piú nol possono vedere con bon occhio.

 

 

 

XIX.

 

Non cercherà d'intromettersi in camera o nei lochi secreti col signore suo non essendo richiesto, se ben sarà di molta autorità; perché spesso i signori, quando stanno privatamente, amano una certa libertà di dire e far ciò che lor piace, e però non vogliono essere né veduti né uditi da persona da cui possano esser giudicati; ed è ben conveniente. Onde quelli che biasimano i signori che tengono in camera persone di non molto valore in altre cose che in sapergli ben servire alla persona, parmi che facciano errore, perché non so per qual causa essi non debbano aver quella libertà per relassare gli animi loro, che noi ancor volemo per relassare i nostri. Ma se 'l cortegiano, consueto di trattar cose importanti, si ritrova poi secretamente in camera, dee vestirsi un'altra persona, e differir le cose severe ad altro loco e tempo ed attendere a ragionamenti piacevoli e grati al signor suo, per non impedirgli quel riposo d'animo. Ma in questo ed in ogni altra cosa sopra tutto abbia cura di non venirgli a fastidio ed aspetti che i favori gli siano offerti, piú presto che uccellargli cosí scopertamente come fan molti, che tanto avidi ne sono, che pare che, non conseguendogli, abbiano da perder la vita; e se per sorte hanno qualche disfavore, o vero veggono altri esser favoriti, restano con tanta angonia, che dissimular per modo alcuno non possono quella invidia; onde fanno ridere di sé ognuno e spesso sono causa che i signori dian favore a chi si sia solamente per far lor dispetto. Se poi ancor si ritrovano in favor che passi la mediocrità, tanto si inebriano in esso, che restano impediti d'allegrezza; né par che sappian ciò che si far delle mani né dei piedi e quasi stanno per chiamar la brigata che venga a vedergli e congratularsi seco, come di cosa che non siano consueti mai piú d'avere. Di questa sorte non voglio che sia il nostro cortegiano. Voglio ben che ami i favori, ma non però gli estimi tanto, che non paia poter anco star senz'essi; e quando gli consegue, non mostri d'esservi dentro novo né forestiero, né maravigliarse che gli siano offerti; né gli rifuti di quel modo che fanno alcuni, che per vera ignoranzia restano d'accettargli e cosí fanno vedere ai circonstanti che se ne conoscono indegni. Dee ben l'omo star sempre un poco piú rimesso che non comporta il grado suo; e non accettar cosí facilmente i favori ed onori che gli sono offerti, e rifutargli modestamente, mostrando estimargli assai, con tal modo però, che dia occasione a chi gli offerisce d'offerirgli con molto maggior instanzia; perché quanto piú resistenzia con tal modo s'usa nello accettargli, tanto piú pare a quel principe che gli concede d'esser estimato e che la grazia che fa tanto sia maggiore, quanto piú colui che la riceve mostra apprezzarla e piú di essa tenersi onorato. E questi sono i veri e sodi favori, e che fanno l'omo esser estimato da chi di fuor li vede; perché, non essendo mendicati, ognun presume che nascano da vera virtú; e tanto piú, quanto sono accompagnati dalla modestia -.

 

 

 

XX.

 

Disse allor messer Cesare Gonzaga: - Parmi che abbiate rubato questo passo allo Evangelio, dove dice: "Quando sei invitato a nozze, va' ed assèttati nell'infimo loco, acciò che, venendo colui che t'ha invitato, dica: Amico, ascendi piú su; e cosí ti sarà onore alla presenzia dei convitati" -. Rise messer Federico e disse: - Troppo gran sacrilegio sarebbe rubare allo Evangelio; ma voi siete piú dotto nella Sacra Scrittura ch'io non mi pensava; - poi suggiunse: - Vedete come a gran pericolo si mettano talor quelli che temerariamente inanzi ad un signore entrano in ragionamento, senza che altri li ricerchi; e spesso quel signore, per far loro scorno, non risponde e volge il capo ad un'altra mano, e se pur risponde loro, ognun vede che lo fa con fastidio. Per aver adunque favore dai signori, non è miglior via che meritargli; né bisogna che l'omo si confidi vedendo un altro che sia grato ad un principe per qualsivoglia cosa di dover, per imitarlo, esso ancor medesimamente venire a quel grado; perché ad ognun non si convien ogni cosa e trovarassi talor un omo, il qual da natura sarà tanto pronto alle facezie, che ciò che dirà porterà seco il riso e parerà che sia nato solamente per quello; e s'un altro che abbia manera di gravità, avvenga che sia di bonissimo ingegno, vorrà mettersi far il medesimo, sarà freddissimo e disgraziato, di sorte che farà stomaco a chi l'udirà e riuscirà a punto quell'asino, che ad imitazion del cane volea scherzar col patrone. Però bisogna che ognun conosca se stesso e le forze sue ed a quello s'accommodi, e consideri quali cose ha da imitare e quali no -.

 

 

 

 

XXI.

 

- Prima che piú avanti passate, - disse quivi Vincenzio Calmeta, - s'io ho ben inteso, parmi che dianzi abbiate detto che la miglior via per conseguir favori sia il meritargli; e che piú presto dee il cortegiano aspettar che gli siano offerti, che prosuntuosamente ricercargli. Io dubito assai che questa regula sia poco al proposito e parmi che la esperienzia ci faccia molto ben chiari del contrario; perché oggidí pochissimi sono favoriti da' signori, eccetto i prosuntuosi; e so che voi potete esser bon testimonio d'alcuni, che, ritrovandosi in poca grazia dei lor príncipi, solamente con la prosunzione si son loro fatti grati; ma quelli che per modestia siano ascesi, io per me non cognosco ed a voi ancor do spacio di pensarvi, e credo che pochi ne trovarete. E se considerate la corte di Francia, la qual oggidí è una delle piú nobili de Cristianità, trovarete che tutti quelli che in essa hanno grazia universale tengon del prosuntuoso; e non solamente l'uno con l'altro, ma col re medesimo. - Questo non dite già, - rispose messer Federico; - anzi in Francia sono modestissimi e cortesi gentilomini; vero è che usano una certa libertà e domestichezza senza cerimonia, la qual ad essi è propria e naturale; e però non si dee chiamar prosunzione, perché in quella sua cosí fatta maniera, benché ridano e piglino piacere dei prosuntuosi, pur apprezzano molto quelli che loro paiono aver in sé valore e modestia -. Rispose il Calmeta: - Guardate i Spagnoli, i quali par che siano maestri della cortegiania e considerate quanti ne trovate, che con donne e con signori non siano prosuntuosissimi; e tanto piú de' Franzesi, quanto che nel primo aspetto mostrano grandissima modestia: e veramente in ciò sono discreti perché, come ho detto, i signori de' nostri tempi tutti favoriscono que' soli che hanno tai costumi -.

 

 

 

XXII.

 

Rispose allor messer Federico: - Non voglio già comportar, messer Vincenzio, che voi questa nota diate ai signori de' nostri tempi; perché pur ancor molti sono che amano la modestia, la quale io non dico però che sola basti per far l'uom grato; dico ben, che quando è congiunta con un gran valore, onora assai chi la possede; e se ella di se stessa tace, l'opere laudevoli parlano largamente, e son molto piú maravigliose che se fossero compagnate dalla prosunzione e temerità. Non voglio già negar che non si trovino molti Spagnoli prosuntuosi; dico ben che quelli che sono assai estimati, per il piú sono modestissimi. Ritrovansi poi ancor alcun'altri tanto freddi che fuggono il consorzio degli omini troppo fuor di modo, e passano un certo grado di mediocrità, tal che si fanno estimare o troppo timidi o troppo superbi; e questi per niente non laudo, né voglio che la modestia sia tanto asciutta ed àrrida, che diventi rusticità. Ma sia il cortegiano, quando gli vien in proposito, facundo e nei discorsi de' stati prudente e savio, ed abbia tanto giudicio, che sappia accommodarsi ai costumi delle nazioni ove si ritrova; poi nelle cose piú basse sia piacevole e ragioni ben d'ogni cosa; ma sopra tutto tenda sempre al bene: non invidioso, non maldicente; né mai s'induca a cercar grazia o favor per via viciosa, né per mezzo di mala sorte -. Disse allora il Calmeta: - Io v'assicuro che tutte l'altre vie son molto piú dubbiose e piú lunghe, che non è questa che voi biasimate; perché oggidí, per replicarlo un'altra volta, i signori non amano se non que' che son volti a tal camino. - Non dite cosí, - rispose allor messer Federico, - perché questo sarebbe troppo chiaro argumento che i signori de' nostri tempi fossero tutti viciosi e mali; il che non è, perché pur se ne trovano alcuni di boni. Ma se 'l nostro cortegiano per sorte sua si troverà essere a servicio d'un che sia vicioso e maligno, súbito che lo conosca, se ne levi, per non provar quello estremo affanno che senton tutti i boni che serveno ai mali. - Bisogna pregar Dio, - rispose il Calmeta, - che ce gli dia boni, perché quando s'hanno è forza patirgli tali, quali sono; perché infiniti rispetti astringono chi è gentilomo, poi che ha cominciato a servire ad un patrone, a non lasciarlo; ma la disgrazia consiste nel principio; e sono i cortegiani in questo caso alla condizion di que' mal avventurati uccelli, che nascono in trista valle. - A me pare, - disse messer Federico, - che 'l debito debba valer piú che tutti i rispetti; e purché un gentilomo non lassi il patrone quando fosse in su la guerra o in qualche avversità, di sorte che si potesse credere che ciò facesse per secondar la fortuna, o per parergli che gli mancasse quel mezzo del qual potesse trarre utilità, da ogni altro tempo credo che possa con ragion e debba levarsi da quella servitú, che tra i boni sia per dargli vergogna; perché ognun presume che chi serve ai boni sia bono e chi serve ai mali sia malo -.

 

 

 

XXIII.

 

- Vorrei, - disse allor il signor Ludovico Pio, - che voi mi chiariste un dubbio ch'io ho nella mente; il qual è, se un gentilomo, mentre che serve ad un principe, è obligato ad ubidirgli in tutte le cose che gli commanda, ancor che fossero disoneste e vituperose. - In cose disoneste non siamo noi obligati ad ubedire a persona alcuna, - respose messer Federico. - E come, - replicò il signor Ludovico, - s'io starò al servizio d'un principe il qual mi tratti bene, e si confidi ch'io debba far per lui ciò che far si po, commandandomi ch'io vada ad ammazzare un omo, o far qualsivoglia altra cosa, debbo io rifutar di farla? - Voi dovete, - rispose messer Federico, - ubidire al signor vostro in tutte le cose che a lui sono utili ed onorevoli, non in quelle che gli sono di danno e di vergogna; però se esso vi comandasse che faceste un tradimento, non solamente non sète obligato a farlo, ma sète obligato a non farlo, e per voi stesso, e per non esser ministro della vergogna del signor vostro. Vero è che molte cose paiono al primo aspetto bone, che sono male, e molte paiono male, e pur son bone. Però è licito talor per servicio de' suoi signori ammazzare non un omo, ma diece milia, e far molt'altre cose, le quali, a chi non le considerasse come si dee, pareriano male, e pur non sono -. Rispose allor il signor Gaspar Pallavicino: - Deh, per vostra fé, ragionate un poco sopra questo, ed insegnateci come si possan discerner le cose veramente bone dalle apparenti. - Perdonatemi, - disse messer Federico; - io non voglio entrar qua, ché troppo ci saria che dire, ma il tutto si rimetta alla discrezion vostra -.

 

 

 

XXIV.

 

- Chiaritemi almen un altro dubbio, - replicò il signor Gasparo. - E che dubbio? - disse messer Federico. - Questo, - rispose il signor Gasparo: - Vorrei sapere, essendomi imposto da un mio signor terminatamente quello ch'io abbia a fare in una impresa o negocio di qualsivoglia sorte, s'io, ritrovandomi in fatto, e parendomi con l'operare piú o meno o altrimenti di quello che m'è stato imposto, poter fare succedere la cosa piú prosperamente o con piú utilità di chi m'ha dato tal carico, debbo io governarmi secondo quella prima norma senza passar i termini del comandamento, o pur far quello che a me pare esser meglio? - Rispose allora messer Federico: - Io, circa questo, vi darei la sentenzia con lo esempio di Manlio Torquato, che in tal caso per troppo pietà uccise il figliolo, se lo estimasse degno di molta laude, che in vero non l'estimo; benché ancor non oso biasmarlo, contra la opinion di tanti seculi: perché senza dubbio è assai pericolosa cosa desviare dai comandamenti de' suoi maggiori, confidandosi piú del giudicio di se stessi che di quegli ai quali ragionevolmente s'ha da ubedire; perché se per sorte il pensier vien fallito e la cosa succeda male, incorre l'omo nell'error della disubidienza e ruina quello che ha da far senza via alcuna di escusazione o speranza di perdono; se ancor la cosa vien secondo il desiderio, bisogna laudarne la ventura e contentarsene. Pur con tal modo s'introduce una usanza d'estimar poco i comandamenti de' superiori; e per esempio di quello a cui sarà successo bene, il quale forse sarà prudente ed arà discorso con ragione ed ancor sarà stato aiutato dalla fortuna, vorranno poi mille altri ignoranti e leggeri pigliar sicurtà nelle cose importantissime di far a lor modo, e per mostrar d'esser savi ed aver autorità desviar dai comandamenti de' signori: il che è malissima cosa, e spesso causa d'infiniti errori. Ma io estimo che in tal caso debba quello a cui tocca considerar maturamente, e quasi porre in bilancia il bene e la commodità che gli è per venire del fare contra il commandamento ponendo che 'l disegno suo gli succeda secondo la speranza; dall'altra banda, contrapesare il male e la incommodità che gliene nasce, se per sorte, contrafacendo al commandamento, la cosa gli vien mal fatta; e conoscendo che 'l danno possa esser maggiore e di piú importanzia succedendo il male, che la utilità succedendo il bene, dee astenersene e servar a puntino quello che imposto gli è; e per contrario, se la utilità è per esser di piú importanzia succedendo il bene, che 'l danno succedendo il male, credo che possa ragionevolmente mettersi a far quello che piú la ragione e 'l giudicio suo gli detta, e lasciar un poco da canto quella propria forma del commandamento; per fare come i boni mercatanti, li quali per guadagnare l'assai, avventurano il poco, ma non l'assai per guadagnar il poco. Laudo ben che sopra tutto abbia rispetto alla natura di quel signore a cui serve e secondo quella si governi; perché se fosse cosí austera, come di molti che se ne trovano, io non lo consigliarei mai, se amico mio fosse, che mutasse in parte alcuna l'ordine datogli: acciò che non gl'intravenisse quel che si scrive esser intervenuto ad un maestro ingegnero d'Ateniesi, al quale, essendo Publio Crasso Muziano in Asia e volendo combattere una terra, mandò a dimandare un de' dui alberi da nave che esso in Atene avea veduto, per far uno ariete da battere il muro, e disse voler il maggiore. L'ingegnero, come quello che era intendentissimo, conobbe quel maggiore esser poco a proposito per tal effetto; e per esser il minore piú facile a portare ed ancor piú conveniente a far quella machina, mandollo a Muziano. Esso, intendendo come la cosa era ita, fecesi venir quel povero ingegnero e domandatogli perché non l'avea ubidito, non volendo ammettere ragione alcuna che gli dicesse, lo fece spogliar nudo e battere e frustare con verghe tanto che si morí, parendogli che in loco d'ubidirlo avesse voluto consigliarlo; sí che con questi cosí severi omini bisogna usar molto rispetto.

 

 

 

XXV.

 

Ma lasciamo da canto omai questa pratica de' signori e vengasi alla conversazione coi pari o poco diseguali; ché ancor a questa bisogna attendere per esser universalmente piú frequentata e trovarsi l'omo piú spesso in questa, che in quella de' signori. Benché son alcuni sciocchi, che se fossero in compagnia del maggior amico che abbiano al mondo, incontrandosi con un meglio vestito, súbito a quel si attaccano; se poi gli ne occorre un altro meglio, fanno pur il medesimo. E quando poi il principe passa per le piazze, chiese, o altri lochi publici, a forza di cubiti si fanno far strada a tutti, tanto che se gli metteno al costato; e se ben non hanno che dirgli, pur lor voglion parlare e tengono lunga la diceria, e rideno, e batteno le mani e 'l capo, per mostrar ben aver facende di importanzia, acciò che 'l populo gli vegga in favore. Ma poiché questi tali non si degnano di parlare se non coi signori, io non voglio che noi degnimo parlar d'essi -.

 

 

 

XXVI.

 

Allora il Magnifico Iuliano, - Vorrei, - disse, - messer Federico, poiché avete fatto menzion di questi che s'accompagnano cosí voluntieri coi ben vestiti, che ci mostraste di qual manera si debba vestire il cortegiano e che abito piú se gli convenga, e circa tutto l'ornamento del corpo in che modo debba governarsi; perché in questo veggiamo infinite varietà; e chi si veste alla franzese, chi alla spagnola, chi vol parer tedesco; né ci mancano ancor di quelli che si vestono alla foggia de' Turchi; chi porta la barba, chi no. Saria adunque ben fatto saper in questa confusione eleggere il meglio -. Disse messer Federico: - Io in vero non saprei dar regula determinata circa il vestire, se non che l'uom s'accommodasse alla consuetudine dei piú; e poiché, come voi dite, questa consuetudine è tanto varia e che gli Italiani tanto son vaghi d'abbigliarsi alle altrui fogge, credo che ad ognuno sia licito vestirsi a modo suo. Ma io non so per qual fato intervenga che la Italia non abbia, come soleva avere, abito che sia conosciuto per italiano; che, benché lo aver posto in usanza questi novi faccia parer quelli primi goffissimi, pur quelli forse erano segno di libertà, come questi son stati augurio di servitú; il quale ormai parmi assai chiaramente adempiuto. E come si scrive che, avendo Dario l'anno prima che combattesse con Alessandro fatto acconciar la spada che egli portava a canto, la quale era persiana, alla foggia di Macedonia, fu interpretato dagli indovini che questo significava, che coloro, nella foggia de' quali Dario avea tramutato la forma della spada persiana, verriano a dominar la Persia; cosí l'aver noi mutato gli abiti italiani nei stranieri parmi che significasse, tutti quelli, negli abiti de' quali i nostri erano trasformati, dever venire a subiugarci; il che è stato troppo piú che vero, ché ormai non resta nazione che di noi non abbia fatto preda, tanto che poco piú resta che predare e pur ancor di predar non si resta.

 

 

 

XXVII.

 

Ma non voglio che noi entriamo in ragionamenti di fastidio; però ben sarà dir degli abiti del nostro cortegiano; i quali io estimo che, pur che non siano fuor della consuetudine, né contrari alla professione, possano per lo resto tutti star bene, pur che satisfacciano a chi gli porta. Vero è ch'io per me amerei che non fossero estremi in alcuna parte, come talor sòl essere il franzese in troppo grandezza e 'l tedesco in troppo piccolezza, ma come sono e l'uno e l'altro corretti e ridutti in meglior forma dagli Italiani. Piacemi ancor sempre che tendano un poco piú al grave e riposato, che al vano; però parmi che maggior grazia abbia nei vestimenti il color nero, che alcun altro; e se pur non è nero, che almen tenda al scuro; e questo intendo del vestir ordinario, perché non è dubbio che sopra l'arme piú si convengan colori aperti ed allegri, ed ancor gli abiti festivi, trinzati, pomposi e superbi. Medesimamente nei spettaculi publici di feste, di giochi, di mascare e di tai cose; perché cosí divisati portan seco una certa vivezza ed alacrità, che in vero ben s'accompagna con l'arme e giochi; ma nel resto vorrei che mostrassino quel riposo che molto serva la nazion spagnola, perché le cose estrinseche spesso fan testimonio delle intrinseche -. Allor disse messer Cesare Gonzaga: - Questo a me daria poca noia perché, se un gentilom nelle altre cose vale, il vestire non gli accresce né scema mai riputazione -. Rispose messer Federico: - Voi dite il vero. Pur qual è di noi che, vedendo passeggiar un gentilomo con una robba addosso quartata di diversi colori, o vero con tante stringhette e fettuzze annodate e fregi traversati, non lo tenesse per pazzo o per buffone? - Né pazzo, né buffone, - disse messer Pietro Bembo, - sarebbe costui tenuto da chi fosse qualche tempo vivuto nella Lombardia perché cosí vanno tutti. - Adunque, - rispose la signora Duchessa ridendo, - se cosí vanno tutti, opporre non se gli dee per vizio, essendo a loro questo abito tanto conveniente e proprio quanto ai Veneziani il portar le maniche a cómeo ed ai Fiorentini il capuzzo. - Non parlo io, - disse messer Federico, - piú della Lombardia che degli altri lochi, perché d'ogni nazion se ne trovano e di sciocchi e d'avveduti. Ma per dir ciò che mi par d'importanzia nel vestire, voglio che 'l nostro cortegiano in tutto l'abito sia pulito e delicato ed abbia una certa conformità di modesta attillatura ma non però di manera feminile o vana, né piú in una cosa che nell'altra, come molti ne vedemo, che pongon tanto studio nella capigliatura, che si scordano il resto; altri fan professione de denti, altri di barba, altri di borzachini, altri di berrette, altri di cuffie; e cosí intervien che quelle poche cose piú culte paiono lor prestate, e tutte l'altre che sono sciocchissime si conoscono per le loro. E questo tal costume voglio che fugga il nostro cortegiano, per mio consiglio; aggiungendovi ancor che debba fra se stesso deliberar ciò che vol parere e di quella sorte che desidera esser estimato, della medesima vestirsi, e far che gli abiti lo aiutino ad esser tenuto per tale ancor da quelli che non l'odono parlare, né veggono far operazione alcuna -.

 

 

 

XXVIII.

 

- A me non pare, - disse allor el signor Gaspar Pallavicino, - che si convenga, né ancor che s'usi tra persone di valore giudicar la condicion degli omini agli abiti, e non alle parole ed alle opere, perché molti s'ingannariano; né senza causa dicesi quel proverbio che l'abito non fa 'l monaco. - Non dico io, rispose messer Federico, - che per questo solo s'abbiano a far i giudici resoluti delle condizion degli omini, né che piú non si conoscano per le parole e per l'opere che per gli abiti; dico ben che ancor l'abito non è piccolo argomento della fantasia di chi lo porta, avvenga che talor possa esser falso; e non solamente questo, ma tutti i modi e costumi, oltre all'opere e parole, sono giudicio delle qualità di colui in cui si veggono. - E che cose trovate voi, - rispose il signor Gasparo, - sopra le quali noi possiam far giudicio, che non siano né parole né opere? - Disse allor messer Federico: - Voi sète troppo sottile loico. Ma per dirvi come io intendo, si trovano alcune operazioni che poi che son fatte restano ancora, come l'edificare, scrivere ed altre simili; altre non restano, come quelle di che io voglio ora intendere: però non chiamo in questo proposito che 'l passeggiare, ridere, guardare e tai cose, siano operazioni; e pur tutto questo di fuori dà notizia spesso di quel dentro. Ditemi, non faceste voi giudicio che fosse un vano e legger omo quello amico nostro, del quale ragionammo pur questa mattina, sùbito che lo vedeste passeggiar con quel torzer di capo, dimenandosi tutto, ed invitando con aspetto benigno la brigata a cavarsegli la berretta? Cosí ancora quando vedete uno che guarda troppo intento con gli occhi stupidi a foggia d'insensato, o che rida cosí scioccamente come que' mutoli gozzuti delle montagne di Bergamo, avvenga che non parli o faccia altro, non lo tenete voi per un gran babuasso? Vedete adunque che questi modi e costumi, che io non intendo per ora che siano operazioni, fanno in gran parte che gli omini siano conosciuti.

 

 

 

XXIX.

 

Ma un'altra cosa parmi che dia e lievi molto la riputazione, e questa è la elezion degli amici coi quali si ha da tenere intrinseca pratica; perché indubitatamente la ragion vol che di quelli che sono con stretta amicizia ed indissolubil compagnia congiunti, siano ancor le voluntà, gli animi, i giudici e gli ingegni conformi. Cosí, chi conversa con ignoranti o mali è tenuto per ignorante o malo; e per contrario chi conversa con boni e savi e discreti è tenuto per tale; ché da natura par che ogni cosa volentieri si congiunga col suo simile. Però gran riguardo credo che si convenga aver nel cominciar queste amicizie, perché di dui stretti amici chi conosce l'uno, súbito imagina l'altro esser della medesima condizione -. Rispose allor messer Pietro Bembo: - Del restringersi in amicizia cosí unanime, come voi dite, parmi veramente che si debba aver assai riguardo, non solamente per l'acquistar o perdere la riputazione, ma perché oggidí pochissimi veri amici si trovano, né credo che piú siano al mondo quei Piladi ed Oresti, Tesei e Piritoi, né Scipioni e Lelii; anzi non so per qual destin interviene ogni dí che dui amici, i quali saranno vivuti in cordialissimo amore molt'anni, pur al fine l'un l'altro in qualche modo s'ingannano, o per malignità, o per invidia, o per leggerezza, o per qualche altra mala causa; e ciascun dà la colpa al compagno di quello, che forse l'uno e l'altro la merita. Però essendo a me intervenuto piú d'una volta l'esser ingannato da chi piú amava e da chi sopra ogni altra persona aveva confidenzia d'esser amato, ho pensato talor da me a me che sia ben non fidarsi mai di persona del mondo, né darsi cosí in preda ad amico, per caro ed amato che sia, che senza riserva l'omo gli comunichi tutti i suoi pensieri come farebbe a se stesso; perché negli animi nostri sono tante latebre e tanti recessi, che impossibil è che prudenzia umana possa conoscer quelle simulazioni, che dentro nascose vi sono. Credo adunque che ben sia amare e servire l'un piú che l'altro, secondo i meriti e 'l valore; ma non però assicurarsi tanto con questa dolce esca d'amicizia, che poi tardi se n'abbiamo a pentire -.

 

 

 

XXX.

 

Allor messer Federico, - Veramente, - disse, - molto maggior saria la perdita che 'l guadagno, se del consorzio umano si levasse quel supremo grado d'amicizia che, secondo me, ci dà quanto di bene ha in sé la vita nostra; e però io per alcun modo non voglio consentirvi che ragionevol sia, anzi mi daria il core di concludervi, e con ragioni evidentissime, che senza questa perfetta amicizia gli omini sariano piú infelici che tutti gli altri animali; e se alcuni guastano, come profani, questo santo nome d'amicizia, non è però da estirparla cosí degli animi nostri e per colpa dei mali privar i boni di tanta felicità. Ed io per me estimo che qui tra noi sia piú di un par di amici, l'amor de' quali sia indissolubile e senza inganno alcuno, e per durar fin alla morte con le voglie conformi, non meno che se fossero quegli antichi che voi dianzi avete nominati; e cosí interviene quando, oltre alla inclinazion che nasce dalle stelle, l'omo s'elegge amico a sé simile di costumi; e 'l tutto intendo che sia tra boni e virtuosi, perché l'amicizia de' mali non è amicizia. Laudo ben che questo nodo cosí stretto non comprenda o leghi piú che dui, ché altramente forse saria pericoloso; perché, come sapete, piú difficilmente s'accordano tre instromenti di musica insieme, che dui. Vorrei adunque che 'l nostro cortegiano avesse un precipuo e cordial amico, se possibil fosse, di quella sorte che detto avemo; poi, secondo 'l valore e meriti, amasse, onorasse ed osservasse tutti gli altri, e sempre procurasse d'intertenersi piú con gli estimati e nobili e conosciuti per boni, che con gli ignobili e di poco pregio; di manera che esso ancor da loro fosse amato ed onorato; e questo gli verrà fatto se sarà cortese, umano, liberale, affabile e dolce in compagnia, officioso e diligente nel servire e nell'aver cura dell'utile ed onor degli amici cosí assenti come presenti, supportando i lor diffetti naturali e supportabili, senza rompersi con essi per piccol causa, e correggendo in se stesso quelli che amorevolmente gli saranno ricordati; non si anteponendo mai agli altri con cercar i primi e i piú onorati lochi, né con fare come alcuni che par che sprezzino il mondo e vogliano con una certa austerità molesta dar legge ad ognuno; ed oltre allo essere contenziosi in ogni minima cosa e fuor di tempo, riprender ciò che essi non fanno e sempre cercar causa di lamentarsi degli amici; il che è cosa odiosissima -.

 

 

 

XXXI.

 

Quivi essendosi fermato di parlare messer Federico, - Vorrei, - disse il signor Gasparo Pallavicino, - che voi ragionaste un poco piú minutamente di questo conversar con gli amici che non fate; ché in vero vi tenete molto al generale e quasi ci mostrate le cose per transito. - Come per transito? - rispose messer Federico. - Vorreste voi forse che io vi dicessi ancor le parole proprie che si avessero ad usare? non vi par adunque che abbiamo ragionato a bastanza di questo? - A bastanza parmi, - rispose el signor Gasparo. - Pur desidero io d'intendere qualche particularità ancor della foggia dell'intertenersi con omini e con donne; la qual cosa a me par di molta importanzia, considerato che 'l piú del tempo in ciò si dispensa nelle corti; e se questa fosse sempre uniforme, presto verria a fastidio. - A me pare, - rispose messer Federico, - che noi abbiam dato al cortegiano cognizion di tante cose, che molto ben po variar la conversazione ed accommodarsi alle qualità delle persone con le quai ha da conversare, presuponendo che egli sia di bon giudicio e con quello si governi, e secondo i tempi talor intenda nelle cose gravi, talor nelle feste e giochi. - E che giochi? - disse il signor Gasparo. Rispose allor messer Federico ridendo: - Dimandiamone consiglio a fra Serafino, che ogni dí ne trova de' novi. - Senza motteggiare, - replicò il signor Gasparo, - parvi che sia vicio nel cortegiano il giocare alle carte ed ai dadi? - A me no, - disse messer Federico, eccetto a cui nol facesse troppo assiduamente e per quello lasciasse l'altre cose di maggior importanzia, o veramente non per altro che per vincer denari, ed ingannasse il compagno e perdendo mostrasse dolore e dispiacere tanto grande, che fosse argomento d'avarizia -. Rispose il signor Gasparo: - E che dite del gioco de' scacchi? - Quello certo è gentile intertenimento ed ingenioso, - disse messer Federico, - ma parmi che un sol diffetto vi si trovi; e questo è che se po saperne troppo, di modo che a cui vol esser eccellente nel gioco de' scacchi credo bisogni consumarvi molto tempo e mettervi tanto studio, quanto se volesse imparar qualche nobil scienzia, o far qualsivoglia altra cosa ben d'importanzia; e pur in ultimo con tanta fatica non sa altro che un gioco; però in questo penso che intervenga una cosa rarissima, cioè che la mediocrità sia piú laudevole che la eccellenzia -. Rispose il signor Gasparo: - Molti Spagnoli trovansi eccellenti in questo ed in molti altri giochi, i quali però non vi mettono molto studio, né ancor lascian di far l'altre cose. - Credete, - rispose messer Federico, - che gran studio vi mettano, benché dissimulatamente. Ma quegli altri giochi che voi dite, oltre agli scacchi, forse sono come molti ch'io ne ho veduti fare pur di poco momento, i quali non serveno se non a far maravigliare il vulgo; però a me non pare che meritino altra laude né altro premio, che quello che diede Alessandro Magno a colui che, stando assai lontano, cosí ben infilzava i ceci in un ago.

 

 

 

XXXII.

 

Ma perché par che la fortuna, come in molte altre cose, cosí ancor abbia grandissima forza nelle opinioni degli omini, vedesi talor che un gentilomo, per ben condizionato che egli sia e dotato di molte grazie, sarà poco grato ad un signore e, come si dice, non gli arà sangue, e questo senza causa alcuna che si possa comprendere; però giungendo alla presenzia di quello e non essendo dagli altri per prima conosciuto, benché sia arguto e pronto nelle risposte e si mostri bene nei gesti, nelle manere, nelle parole ed in ciò che si conviene, quel signore poco mostrarà d'estimarlo, anzi piú presto gli farà qualche scorno; e da questo nascerà che gli altri súbito s'accommodaranno alla voluntà del signore e ad ognun parerà che quel tale non vaglia, né sarà persona che l'apprezzi o stimi, o rida de' suoi detti piacevoli, o ne tenga conto alcuno; anzi cominciaranno tutti a burlarlo e dargli la caccia; né a quel meschino basteran bone risposte, né pigliar le cose come dette per gioco ché insino a' paggi si gli metteranno attorno, di sorta che, se fosse il piú valoroso uomo del mondo, sarà forza che resti impedito e burlato. E per contrario se 'l principe se mostrarà inclinato ad un ignorantissimo, che non sappia né dir né fare, saranno spesso i costumi e i modi di quello, per sciocchi ed inetti che siano, laudati con le esclamazioni e stupore da ognuno, e parerà che tutta la corte lo ammiri ed osservi, e ch'ognun rida de' suoi motti e di certe arguzie contadinesche e fredde, che piú presto devrian mover vomito che riso: tanto son fermi ed ostinati gli omini nelle opinioni che nascono da' favori e disfavori de' signori. Però voglio che 'l nostro cortegiano, il meglio che po, oltre al valore s'aiuti ancora con ingegno ed arte; e sempre che ha d'andare in loco dove sia novo e non conosciuto, procuri che prima vi vada la bona opinion di sé che la persona, e faccia che ivi s'intenda che esso in altri lochi, appresso altri signori, donne e cavalieri, sia ben estimato; perché quella fama che par che nasca da molti giudici genera una certa ferma credenza di valore, che poi, trovando gli animi cosí disposti e preparati, facilmente con l'opere si mantiene ed accresce; oltra che si fugge quel fastidio ch'io sento, quando mi viene domandato chi sono e quale è il nome mio -.

 

 

 

XXXIII.

 

- Io non so come questo giovi, - rispose messer Bernardo Bibiena; - perché a me piú volte è intervenuto e, credo, a molt'altri, che avendomi formato nell'animo, per detto di persone di giudicio, una cosa esser di molta eccellenzia prima che veduta l'abbia, vedendola poi, assai mi è mancata e di gran lunga restato son ingannato di quello ch'io estimava; e ciò d'altro non è proceduto che dall'aver troppo creduto alla fama ed aver fatto nell'animo mio un tanto gran concetto, che, misurandolo poi col vero, l'effetto avvenga che sia stato grande ed eccellente, alla comparazion di quello che imaginato aveva, m'è parso piccolissimo. Cosí dubito ancor che possa intervenir del cortegiano. Però non so come sia bene dar queste aspettazioni e mandar innanzi quella fama; perché gli animi nostri spesso formano cose alle quali impossibil è poi corrispondere, e cosí piú se ne perde che non si guadagna -. Quivi disse messer Federico: - Le cose che a voi ed a molt'altri riescono minori assai che la fama, son per il piú di sorte, che l'occhio al primo aspetto le po giudicare; come se voi non sarete mai stato a Napoli o a Roma, sentendone ragionar tanto imaginarete piú assai di quello che forse poi alla vista vi riuscirà; ma delle condizioni degli omini non intervien cosí, perché quello che si vede di fuori è il meno. Però se 'l primo giorno, sentendo ragionare un gentilomo, non comprenderete che in lui sia quel valore che avevate prima imaginato, non cosí presto vi spogliarete della bona opinione come in quelle cose delle quali l'occhio súbito è giudice, ma aspettarete di dí in dí scoprir qualche altra nascosta virtú tenendo pur ferma sempre quella impressione che v'è nata dalle parole di tanti; ed essendo poi questo (come io presupongo che sia il nostro cortegiano) cosí ben qualificato, ogn'ora meglio vi confermarà a credere a quella fama, perché con l'opere ve ne darà causa, e voi sempre estimarete qualche cosa piú di quello che vederete -.

 

 

 

XXXIV.

 

E certo non si po negar che queste prime impressioni non abbiano grandissima forza e che molta cura aver non vi si debba; ed acciò che comprendiate quanto importino, dicovi che io ho a' miei dí conosciuto un gentilomo, il quale, avvenga che fosse di assai gentil aspetto e di modesti costumi ed ancor valesse nell'arme, non era però in alcuna di queste condizioni tanto eccellente, che non se gli trovassino molti pari ed ancor superiori. Pur, come la sorte sua volse, intervenne che una donna si voltò ad amarlo ferventissimamente; e crescendo ogni dí questo amore per la dimostrazion di correspondenzia che faceva il giovane, e non vi essendo modo alcun da potersi parlare insieme, spinta la donna da troppo passione, scoperse il suo desiderio ad un'altra donna, per mezzo della quale sperava qualche commodità. Questa né di nobiltà né di bellezza non era punto inferior alla prima; onde intervenne che sentendo ragionare cosí affettuosamente di questo giovane, il qual essa mai non aveva veduto, e conoscendo che quella donna, la quale ella sapeva ch'era discretissima e d'ottimo giudicio, l'amava estremamente, súbito imaginò che costui fosse il piú bello e 'l piú savio e 'l piú discreto ed in somma il piú degno omo da esser amato, che al mondo si trovasse; e cosí, senza vederlo, tanto fieramente se ne innamorò, che non per l'amica sua ma per se stessa cominciò a far ogni opera per acquistarlo e farlo a sé corrispondente in amore; il che con poca fatica le venne fatto, perché in vero era donna piú presto da esser pregata, che da pregare altrui. Or udite bel caso. Non molto tempo appresso occorse che una lettera, la qual scrivea questa ultima donna allo amante, pervenne in mano d'un'altra pur nobilissima e di costumi e di bellezza rarissima, la quale essendo, come è il piú delle donne, curiosa e cupida di saper secreti, e massimamente d'altre donne, aperse questa lettera, e leggendola comprese ch'era scritta con estremo affetto d'amore; e le parole dolci e piene di foco che ella lesse, prima la mossero a compassion di quella donna, perché molto ben sapea da chi veniva la lettera ed a cui andava; poi tanta forza ebbero, che rivolgendole nell'animo e considerando di che sorte doveva esser colui che avea potuto indur quella donna a tanto amore, súbito essa ancor se ne innamorò; e fece quella lettera forse maggior effetto, che non averia fatto se dal giovane a lei fosse stata mandata. E come talor interviene che 'l veneno in qualche vivanda preparato per un signore ammazza il primo che 'l gusta, cosí questa meschina, per esser troppo ingorda, bevvé quel veneno amoroso che per altrui era preparato. Che vi debbo io dire? la cosa fu assai palese ed andò di modo, che molte donne oltre a queste, parte per far dispetto all'altre, parte per far come l'altre, posero ogni industria e studio per goder dell'amore di costui e ne fecero per un tempo alla grappa, come i fanciulli delle cerase; e tutto procedette dalla prima opinione che prese quella donna, vedendolo tanto amato da un'altra -.

 

 

 

XXXV.

 

Or quivi ridendo rispose il signor Gasparo Pallavicino: - Voi per confirmare il parer vostro con ragione m'allegate opere di donne, le quali per lo piú son fuori d'ogni ragione; e se voi voleste dir ogni cosa, questo cosí favorito da tante donne dovea essere un nescio e da poco omo in effetto; perché usanza loro è sempre attaccarsi ai peggiori e, come le pecore, far quello che veggon fare alla prima, o bene o male che si sia; oltra che son tanto invidiose tra sé, che se costui fosse stato un monstro, pur averian voluto rubarsilo l'una all'altra -. Quivi molti cominciorono, e quasi tutti, a voler contradire al signor Gasparo; ma la signora Duchessa impose silenzio a tutti; poi, pur ridendo, disse: - Se 'l mal che voi dite delle donne non fosse tanto alieno dalla verità, che nel dirlo piú tosto desse carico e vergogna a chi lo dice che ad esse, io lassarei che vi fosse risposto; ma non voglio che col contradirvi con tante ragioni come si poria, siate rimosso da questo mal costume, acciò che del peccato vostro abbiate gravissima pena; la qual sarà la mala opinion che di voi pigliaran tutti quelli, che di tal modo vi sentiranno ragionare -. Allor messer Federico, - Non dite, signor Gasparo, - rispose, - che le donne siano cosí fuor di ragione, se ben talor si moveno ad amar piú per l'altrui giudicio che per lo loro; perché i signori e molti savi omini spesso fanno il medesimo; e se licito è dir il vero, voi stesso e noi altri tutti molte volte, ed ora ancor, credemo piú alla altrui opinione che alla nostra propria. E che sia 'l vero, non è ancor molto tempo, che essendo appresentati qui alcuni versi sotto 'l nome del Sanazaro, a tutti parvero molto eccellenti e furono laudati con le maraviglie ed esclamazioni; poi, sapendosi per certo che erano d'un altro, persero súbito la reputazione e parvero men che mediocri. E cantandosi pur in presenzia della signora Duchessa un mottetto, non piacque mai né fu estimato per bono, fin che non si seppe che quella era composizion di Josquin de Pris. Ma che piú chiaro segno volete voi della forza della opinione? Non vi ricordate che, bevendo voi stesso d'un medesimo vino, dicevate talor che era perfettissimo, talor insipidissimo? e questo perché a voi era persuaso che eran dui vini, l'un di Rivera di Genoa e l'altro di questo paese; e poi ancor che fu scoperto l'errore, per modo alcuno non volevate crederlo, tanto fermamente era confermata nell'animo vostro quella falsa opinione, la qual però dalle altrui parole nasceva.

 

 

 

XXXVI.

 

Deve adunque il cortegiano por molta cura nei princípi di dar bona impression di sé e considerar come dannosa e mortal cosa sia lo incorrer nel contrario; ed a tal pericolo stanno piú che gli altri quei che voglion far profession d'esser molto piacevoli, ed aversi con queste sue piacevolezze acquistato una certa libertà, per la qual lor convenga e sia licito e fare e dire ciò che loro occorre cosí senza pensarvi. Però spesso questi tali entrano in certe cose, delle quai non sapendo uscire, Voglion poi aiutarsi col far ridere; e quello ancor fanno cosí disgraziatamente che non riesce, tanto che inducono in grandissimo fastidio chi gli vede ed ode, ed essi restano freddissimi. Alcuna volta, pensando per quello esser arguti e faceti, in presenzia d'onorate donne e spesso a quelle medesime, si mettono a dir sporchissime e disoneste parole; e quanto piú le veggono arrossire tanto piú si tengon bon cortegiani, e tuttavia ridono e godono tra sé di cosí bella virtú, come lor pare avere. Ma per niuna altra causa fanno tante pecoragini, che per esser estimati bon compagni; questo è quel nome solo che lor pare degno di laude e del quale piú che di niun altro essi si vantano; e per acquistarlo si dicon le piú scorrette e vituperose villanie del mondo. Spesso s'urtano giú per le scale, si dàn de' legni e de' mattoni l'un l'altro nelle reni, mettonsi pugni di polvere negli occhi, fannosi ruinare i cavalli addosso ne' fossi o giú di qualche poggio; a tavola poi, minestre, sapori, gelatine, tutte si dànno nel volto, e poi ridono; e chi di queste cose sa far piú, quello per meglior cortegiano e piú galante da se stesso s'apprezza e pargli aver guadagnato gran gloria; e se talor invitano a cotai sue piacevolezze un gentilomo, e che egli non voglia usar questi scherzi selvatichi, súbito dicono ch'egli si tien troppo savio e gran maestro e che non è bon compagno. Ma io vi vo' dir peggio. Sono alcuni che contrastano e mettono il prezio a chi può mangiare e bere piú stomacose e fetide cose; e trovanle tanto aborrenti dai sensi umani, che impossibil è ricordarle senza grandissimo fastidio -.

 

 

 

XXXVII.

 

- E che cose possono esser queste? - disse il signor Ludovico Pio. Rispose messer Federico: - Fatevele dire al marchese Febus, che spesso l'ha vedute in Francia, e forse gli è intravenuto -. Rispose il marchese Febus: - Io non ho veduto far cosa in Francia di queste, che non si faccia ancor in Italia, ma ben ciò che hanno di bon gli Italiani, nei vestimenti, nel festeggiare, banchettare, armeggiare ed in ogni altra cosa che a cortegian si convenga, tutto l'hanno dai Franzesi. - Non dico io, - rispose messer Federico, - che ancor tra' Franzesi non si trovino de' gentilissimi e modesti cavalieri; ed io per me n'ho conosciuti molti veramente degni d'ogni laude; ma pur alcuni se ne trovan poco riguardati; e, parlando generalmente, a me par che con gli Italiani piú si confaccian nei costumi i Spagnoli che i Franzesi, perché quella gravità riposata peculiar dei Spagnoli mi par molto piú conveniente a noi altri che la pronta vivacità, la qual nella nazion franzese quasi in ogni movimento si conosce; il che in essi non disdice, anzi ha grazia, perché loro è cosí naturale e propria, che non si vede in loro affettazione alcuna. Trovansi ben molti Italiani che vorriano pur sforzarsi de imitare quella manera; e non sanno far altro che crollar la testa parlando, e far riverenze in traverso di mala grazia, e quando passeggian per la terra caminar tanto forte, che i staffieri non possano lor tener drieto; e con questi modi par loro esser bon Franzesi, ed aver di quella libertà; la qual cosa in vero rare volte riesce, eccetto a quelli che son nutriti in Francia e da fanciulli hanno presa quella manera. Il medesimo intervien del saper diverse lingue; il che io laudo molto nel cortegiano, e massimamente la spagnola e la franzese, perché il commerzio dell'una e dell'altra nazion è molto frequente in Italia e con noi sono queste due piú conformi che alcuna dell'altre; e que' dui príncipi, per esser potentissimi nella guerra e splendidissimi nella pace, sempre hanno la corte piena di nobili cavalieri, che per tutto 'l mondo si spargono; e a noi pur bisogna conversar con loro.

 

 

 

XXXVIII.

 

Or io non voglio seguitar piú minutamente in dir cose troppo note, come che 'l nostro cortegian non debba far profession d'esser gran mangiatore, né bevitore, né dissoluto in alcun mal costume, né laido e mal assettato nel vivere, con certi modi da contadino, che chiamano la zappa e l'aratro mille miglia di lontano; perché chi è di tal sorte, non solamente non s'ha da sperar che divenga bon cortegiano, ma non se gli po dar esercizio conveniente, altro che di pascer le pecore. E per concluder dico, che bon saria che 'l cortegian sapesse perfettamente ciò che detto avemo convenirsigli, di sorte che tutto 'l possibile a lui fosse facile ed ognuno di lui si maravigliasse, esso di niuno; intendendo però che in questo non fosse una certa durezza superba ed inumana, come hanno alcuni, che mostrano non maravigliarsi delle cose che fanno gli altri, perché essi presumon poterle far molto meglio, e col tacere le disprezzano, come indegne che di lor si parli; e quasi voglion far segno che niuno altro sia non che lor pari, ma pur capace d'intendere la profundità del saper loro. Però deve il cortegian fuggir questi modi odiosi e con umanità e benivolenzia laudar ancor le bone opere degli altri; e benché esso si senta ammirabile e di gran lunga superior a tutti, mostrar però di non estimarse per tale. Ma perché nella natura umana rarissime volte e forse mai non si trovano queste cosí compite perfezioni, non dee l'omo che si sente in qualche parte manco diffidarse però di se stesso, né perder la speranza di giungere a bon grado, avvenga che non possa conseguir quella perfetta e suprema eccellenzia dove egli aspira; perché in ogni arte son molti lochi, laudevoli oltr'al primo; e chi tende alla summità, rare volte interviene che non passi il mezzo. Voglio adunque che 'l nostro cortegiano, se in qualche cosa oltr'all'arme si trovarà eccellente, se ne vaglia e se ne onori di bon modo; e sia tanto discreto e di bon giudicio, che sappia tirar con destrezza e proposito le persone a vedere ed udir quello, in che a lui par d'essere eccellente, mostrando sempre farlo non per ostentazione, ma a caso, e pregato d'altrui piú presto che di voluntà sua; ed in ogni cosa che egli abbia da far o dire, se possibil è, sempre venga premeditato e preparato, mostrando però il tutto esser all'improviso. Ma le cose nelle quai si sente mediocre, tocchi per transito, senza fondarsici molto, ma di modo che si possa credere che piú assai ne sappia di ciò ch'egli mostra; come talor alcuni poeti che accennavan cose suttilissime di filosofia o d'altre scienzie, e per avventura n'intendevan poco. Di quello poi di che si conosce totalmente ignorante non voglio che mai faccia professione alcuna, né cerchi d'acquistarne fama; anzi, dove occorre, chiaramente confessi di non saperne -.

 

 

 

XXXIX.

 

- Questo, - disse il Calmeta, - non arebbe fatto Nicoletto, il qual, essendo eccellentissimo filosofo, né sapendo piú leggi che volare, benché un podestà di Padoa avesse deliberato dargli di quelle una lettura, non volse mai, a persuasion di molti scolari, desingannar quel podestà e confessargli di non saperne, sempre dicendo, non si accordar in questo con la opinione di Socrate, né esser cosa da filosofo il dir mai di non sapere. - Non dico io, - rispose messer Federico, - che 'l cortegian da se stesso, senza che altri lo ricerchi, vada a dire di non sapere; ché a me ancor non piace questa sciocchezza d'accusar o disfavorir se medesimo; e però talor mi rido di certi omini, che ancor senza necessità narrano volentieri alcune cose, le quali, benché forse siano intervenute senza colpa loro, portan però seco un'ombra d'infamia; come faceva un cavalier che tutti conoscete, il qual, sempre che udiva far menzion del fatto d'arme che si fece in Parmegiana contra 'l re Carlo, súbito cominciava a dir in che modo egli era fuggito, né parea che di quella giornata altro avesse veduto o inteso; parlandosi poi d'una certa giostra famosa, contava pur sempre come egli era caduto; e spesso ancor parea che nei ragionamenti andasse cercando di far venire a proposito il poter narrar che una notte, andando a parlar ad una donna, avea ricevuto di molte bastonate. Queste sciocchezze non voglio io che dica il nostro cortegiano, ma parmi ben che offerendosegli occasion di mostrarsi in cosa di che non sappia punto, debba fuggirla; e se pur la necessità lo stringe, confessar chiaramente di non saperne, piú presto che mettersi a quel rischio; e cosí fuggirà un biasimo che oggidí meritano molti i quali, non so per qual loro perverso instinto o giudicio fuor di ragione, sempre si mettan a far quel che non sanno e lascian quel che sanno. E per confirmazion di questo, io conosco uno eccellentissimo musico, il qual, lasciata la musica, s'è dato totalmente a compor versi e credesi in quello esser grandissimo omo, e fa ridere ognun di sé e omai ha perduta ancor la musica. Un altro de' primi pittori del mondo sprezza quell'arte dove è rarissimo ed èssi posto ad imparar filosofia, nella quale ha cosi strani concetti e nove chimere, che esso con tutta la sua pittura non sapria depingerle. E di questi tali infiniti si trovano. Son bene alcuni, i quali, conoscendosi avere eccellenzia in una cosa, fanno principal professione d'un'altra, della qual però non sono ignoranti; ma ogni volta che loro occorre mostrarsi in quella dove si senton valere, si mostran gagliardamente; e vien lor talor fatto che la brigata, vedendogli valer tanto in quello che non è sua professione, estima che vaglian molto piú in quello di che fan professione. Quest'arte, s'ella è compagnata da bon giudicio, non mi dispiace punto -.

 

 

 

XL.

 

Rispose allor il signor Gaspar Pallavicino: - Questa a me non par arte, ma vero inganno; né credo che si convenga, a chi vol esser omo da bene, mai lo ingannare. - Questo, - disse messer Federico, - è piú presto un ornamento, il quale accompagna quella cosa che colui fa, che inganno; e se pur è inganno, non è da biasimare. Non direte voi ancora, che di dui che maneggian l'arme quel che batte il compagno lo inganna! e questo è perché ha piú arte che l'altro. E se voi avete una gioia, la qual dislegata mostri esser bella, venendo poi alle mani d'un bon orefice, che col legarla bene la faccia parer molto piú bella, non direte voi che quello orefice inganna gli occhi di chi la vede! E pur di quello inganno merita laude, perché col bon giudicio e con l'arte le maestrevoli mani spesso aggiungon grazia ed ornamento allo avorio o vero allo argento, o vero ad una bella pietra circondandola di fin oro. Non diciamo adunque che l'arte o tal inganno, se pur voi lo volete cosí chiamare, meriti biasimo alcuno. Non è ancor disconveniente che un omo che si senta valere in una cosa, cerchi destramente occasion di mostrarsi in quella, e medesimamente nasconda le parti che gli paian poco laudevoli, il tutto però con una certa avvertita dissimulazione. Non vi ricorda come, senza mostrar di cercarle, ben pigliava l'occasioni il re Ferrando di spogliarsi talor in giuppone, e questo perché si sentiva dispostissimo? e perché non avea troppo bone mani, rare volte o quasi mai non si cavava i guanti? e pochi erano che di questa sua avvertenza s'accorgessero. Parmi ancor aver letto che Iulio Cesare portasse volentieri la laurea per nascondere il calvizio. Ma circa questi modi bisogna esser molto prudente e di bon giudicio, per non uscire de' termini; perché molte volte l'omo per fuggir un errore incorre nell'altro e per voler acquistar laude acquista biasimo.

 

 

 

XLI.

 

È adunque securissima cosa nel modo del vivere e nel conversare governarsi sempre con una certa onesta mediocrità, che nel vero è grandissimo e fermissimo scudo contra la invidia, la qual si dee fuggir quanto piú si po. Voglio ancor che 'l nostro cortegiano si guardi di non acquistar nome di bugiardo, né di vano; il che talor interviene a quegli ancora che nol meritano; però ne' suoi ragionamenti sia sempre avvertito di non uscir della verisimilitudine e di non dir ancor troppo spesso quelle verità che hanno faccia di menzogna, come molti che non parlan mai se non di miracoli e voglion esser di tanta autorità, che ogni incredibil cosa a loro sia creduta. Altri nel principio d'una amicizia, per acquistar grazia col novo amico, il primo dí che gli parlano giurano non aver persona al mondo che piú amino che lui, e che vorrebben voluntier morir per fargli servizio e tai cose for di ragione; e quando da lui si partono, fanno le viste di piangere e di non poter dir parola per dolore; cosí, per volere esser tenuti troppo amorevoli, si fanno estimar bugiardi e sciocchi adulatori. Ma troppo lungo e faticoso saria voler discorrer tutti i vicii che possono occorrere nel modo del conversare; però per quello ch'io desidero nel cortegiano basti dire, oltre alle cose già dette, che 'l sia tale, che mai non gli manchin ragionamenti boni e commodati a quelli co' quali parla, e sappia con una certa dolcezza recrear gli animi degli auditori e con motti piacevoli e facezie discretamente indurgli a festa e riso, di sorte che, senza venir mai a fastidio o pur a saziare, continuamente diletti.

 

 

 

XLII.

 

Io penso che ormai la signora Emilia mi darà licenzia di tacere; la qual cosa s'ella mi negarà, io per le parole mie medesime sarò convinto non esser quel bon cortegiano di cui ho parlato; ché non solamente i boni ragionamenti, i quali né mo né forsi mai da me avete uditi, ma ancor questi mei, come voglia che si siano, in tutto mi mancono -. Allor disse ridendo il signor Prefetto: - Io non voglio che questa falsa opinion resti nell'animo d'alcun di noi, che voi non siate bonissimo cortegiano; ché certo il desiderio vostro di tacere più presto procede dal voler fuggir fatica, che da mancarvi ragionamenti. Però, acciò che non paia che in compagnia cosí degna, come è questa, e ragionamento tanto eccellente, si sia lassato a drieto parte alcuna, siate contento d'insegnarci come abbiamo ad usar le facezie delle quali avete or fatta menzione, e mostrarci l'arte che s'appartiene a tutta questa sorte di parlar piacevole per indurre riso e festa con gentil modo, perché in vero a me pare che importi assai e molto si convenga al cortegiano. - Signor mio, - rispose allor messer Federico, - le facezie e i motti sono più presto dono e grazia di natura che d'arte; ma bene in questo si trovano alcune nazioni pronte piú l'una che l'altra come i Toscani, che in vero sono acutissimi. Pare ancor che ai Spagnoli sia assai proprio il motteggiare. Trovansi ben però molti, e di queste e d'ogni altra nazione, i quali per troppo loquacità passan talor i termini e diventano insulsi ed inetti, perché non han rispetto alla sorte delle persono con le quai parlano, al loco ove si trovano, al tempo, alla gravità ed alla modestia, che essi proprii mantenere devriano -.

 

 

 

XLIII.

 

Allor il signor Prefetto rispose: - Voi negate che nelle facezie sia arte alcuna; e pur, dicendo mal di que' che non servano in esse la modestia e gravità e non hanno rispetto al tempo ed alle persone con le quai parlano, parmi che dimostriate che ancor questo insegnar si possa ed abbia in sé qualche disciplina. - Queste regule, Signor mio, - rispose messer Federico, - son tanto universali, che ad ogni cosa si confanno e giovano. Ma io ho detto nelle facezie non esser arte, perché di due sorti solamente parmi che se ne trovino: delle quai l'una s'estende nel ragionar lungo e continuato; come si vede di alcun'omini, che con tanto bona grazia e cosí piacevolmente narrano ed esprimono una cosa che sia loro intervenuta, o veduta o udita l'abbiano, che coi gesti e con le parole la mettono inanzi agli occhi e quasi la fan toccar con mano; e questa forse, per non ci aver altro vocabulo, si poria chiamar "festività", o vero "urbanità". L'altra sorte di facezie è brevissima e consiste solamente nei detti pronti ed acuti, come spesso tra noi se n'odono, e de' mordaci; né senza quel poco di puntura par che abbian grazia; e questi presso gli antichi ancor si nominavano "detti"; adesso alcuni le chiamano "arguzie". Dico adunque che nel primo modo, che è quella festiva narrazione, non è bisogno arte alcuna perché la natura medesima crea e forma gli omini atti a narrare piacevolmente; e dà loro il volto, i gesti, la voce e le parole appropriate ad imitar ciò che vogliono. Nell'altro, delle arguzie, che po far l'arte? con ciò sia cosa che quel salso detto dee esser uscito ed aver dato in brocca, prima che paia che colui che lo dice v'abbia potuto pensare; altramente è freddo e non ha del bono. Però estimo che 'l tutto sia opera dell'ingegno e della natura -. Riprese allor le parole messer Pietro Bembo e disse: - Il signor Prefetto non vi nega quello che voi dite, cioè che la natura e lo ingegno non abbiano le prime parti, massimamente circa la invenzione; ma certo è che nell'animo di ciascuno, sia pur l'omo di quanto bono ingegno po essere, nascono dei concetti boni e mali, e piú e meno; ma il giudicio poi e l'arte i lima e corregge, e fa elezione dei boni e rifiuta i mali. Però, lasciando quello che s'appartiene allo ingegno, dechiarateci quello che consiste nell'arte; cioè delle facezie e dei motti che inducono a ridere, quai son convenienti al cortegiano e quai no, ed in qual tempo e modo si debbano usare; ché questo è quello che 'l signor Prefetto v'addimanda -.

 

 

 

XLIV.

 

Allor messer Federico, pur ridendo, disse: - Non è alcun qui di noi al qual io non ceda in ogni cosa, e massimamente nell'esser faceto; eccetto se forse le sciocchezze, che spesso fanno rider altrui piú che i bei detti, non fossero esse ancora accettate per facezie -. E cosí, voltandosi al conte Ludovico ed a messer Bernardo Bibiena, disse: - Eccovi i maestri di questo, dai quali, s'io ho da parlare de' detti giocosi, bisogna che prima impari ciò che m'abbia a dire -. Rispose il conte Ludovico: - A me pare che già cominciate ad usar quello di che dite non saper niente, cioè di voler far ridere questi signori, burlando messer Bernardo e me; perché ognun di lor sa che quello di che ci laudate, in voi è molto piú eccellentemente. Però se siete faticato, meglio è dimandar grazia alla signora Duchessa, che faccia differire il resto del ragionamento a domani, che voler con inganni subterfugger la fatica -. Cominciava messer Federico a rispondere, ma la signora Emilia súbito l'interruppe e disse: - Non è l'ordine che la disputa se ne vada in laude vostra; basta che tutti siete molto ben conosciuti. Ma perché ancor mi ricordo che voi, Conte, iersera mi deste imputazione ch'io non partiva egualmente le fatiche, sarà bene che messer Federico si riposi un poco; e 'l carico del parlar delle facezie daremo a messer Bernardo Bibiena, perché non solamente nel ragionar continuo lo conoscemo facetissimo, ma avemo a memoria che di questa materia piú volte ci ha promesso voler scrivere, e però possiam creder che già molto ben vi abbia pensato e per questo debba compiutamente satisfarci. Poi, parlato che si sia delle facezie, messer Federico seguirà in quello che dir gli avanza del cortegiano -. Allor messer Federico disse: - Signora, non so ciò che più mi avanzi; ma io, a guisa di viandante già stanco dalla fatica del lungo caminare a mezzo giorno, riposerommi nel ragionar di messer Bernardo al suon delle sue parole, come sotto qualche amenissimo ed ombroso albero al mormorar suave d'un vivo fonte; poi forse, un poco ristorato, potrò dir qualche altra cosa -. Rispose ridendo messer Bernardo: - S'io vi mostro il capo, vederete che ombra si po aspettar dalle foglie del mio albero. Di sentire il mormorio di quel fonte vivo forse vi verrà fatto, perch'io fui già converso in un fonte, non d'alcuno degli antichi dèi, ma dal nostro fra Mariano, e da indi in qua mai non m'è mancata l'acqua -, Allor ognun cominciò a ridere, perché questa piacevolezza, di che messer Bernardo intendeva, essendo intervenuta in Roma alla presenzia di Galeotto cardinale di San Pietro ad Vincula, a tutti era notissima.

 

 

 

XLV.

 

Cessato il riso, disse la signora Emilia: - Lasciate voi adesso il farci ridere con l'operar le facezie ed a noi insegnate come l'abbiamo ad usare e donde si cavino, e tutto quello che sopra questa materia voi conoscete. E per non perder piú tempo cominciate omai. - Dubito, - disse messer Bernardo, - che l'ora sia tarda; ed acciò che 'l mio parlar di facezie non sia infaceto e fastidioso, forse bon sarà differirlo insino a dimani -. Quivi súbito risposero molti non essere ancor, né a gran pezza, l'ora consueta di dar fine al ragionare. Allora rivoltandosi messer Bernardo alla signora Duchessa ed alla signora Emilia, - Io non voglio fuggir, - disse, - questa fatica; bench'io, come soglio maravigliarmi dell'audacia di color che osano cantar alla viola in presenzia del nostro Iacomo Sansecondo, cosí non devrei in presenzia d'auditori che molto meglio intendon quello che io ho a dire che io stesso, ragionar delle facezie. Pur, per non dar causa ad alcuno di questi signori di ricusar cosa che imposta loro sia, dirò quanto piú brevemente mi sarà possibile ciò che mi occorre circa le cose che movono il riso; il qual tanto a noi è proprio, che per descriver l'omo si suol dire che egli è un animal risibile; perché questo riso solamente negli omini si vede ed è quasi sempre testimonio d'una certa ilarità che dentro si sente nell'animo, il qual da natura è tirato al piacere ed appetisce il riposo e 'l recrearsi; onde veggiamo molte cose dagli omini ritrovate per questo effetto, come le feste e tante varie sorti di spettaculi. E perché noi amiamo que' che son causa di tal nostra recreazione, usavano i re antichi, i Romani, gli Ateniesi e molt'altri, per acquistar la benivolenzia dei populi e pascer gli occhi e gli animi della moltitudine, far magni teatri ed altri publici edifizi; ed ivi mostrar novi giochi, corsi di cavalli e di carrette, combattimenti, strani animali, comedie, tragedie e moresche; né da tal vista erano alieni i severi filosofi, che spesso e coi spettaculi di tal sorte e conviti rilassavano gli animi affaticati in quegli alti lor discorsi e divini pensieri; la qual cosa volentier fanno ancor tutte le qualità d'omini; ché non solamente i lavoratori de' campi, i marinari e tutti quelli che hanno duri ed asperi esercizi alle mani, ma i santi religiosi, i prigionieri che d'ora in ora aspettano la morte, pur vanno cercando qualche rimedio e medicina per recrearsi. Tutto quello adunque che move il riso esilara l'animo e dà piacere, né lascia che in quel punto l'omo si ricordi delle noiose molestie, delle quali la vita nostra è piena. Però a tutti, come vedete, il riso è gratissimo, ed è molto da laudare chi lo move a tempo e di bon modo. Ma che cosa sia questo riso, e dove stia, ed in che modo talor occupi le vene, gli occhi, la bocca e i fianchi, che par che ci voglia far scoppiare, tanto che, per forza che vi mettiamo, non è possibile tenerlo, lasciarò disputare a Democrito; il quale, se forse ancora lo promettesse, non lo saprebbe dire.

 

 

 

XLVI.

 

Il loco adunque e quasi il fonte onde nascono i ridiculi consiste in una certa deformità; perché solamente si ride di quelle cose che hanno in sé disconvenienza e par che stian male, senza però star male. Io non so altrimenti dichiarirlo; ma se voi da voi stessi pensate, vederete che quasi sempre quel di che si ride è una cosa che non si conviene, e pur non sta male. Quali adunque siano quei modi che debba usar il cortegiano per mover il riso e fin a che termine, sforzerommi di dirvi, per quanto mi mostrerà il mio giudicio; perché il far rider sempre non si convien al cortegiano, né ancor di quel modo che fanno i pazzi e gli imbriachi e i sciocchi ed inetti, e medesimamente i buffoni; e benché nelle corti queste sorti d'omini par che si richieggano, pur non meritano esser chiamati cortegiani, ma ciascun per lo nome suo ed estimati tali quai sono. Il termine e misura del far ridere mordendo bisogna ancor esser diligentemente considerato, e chi sia quello che si morde; perché non s'induce riso col dileggiar un misero e calamitoso, né ancora un ribaldo e scelerato publico, perché questi par che meritino maggior castigo che l'esser burlati; e gli animi umani non sono inclinati a beffare i miseri, eccetto se quei tali nella sua infelicità non si vantassero e fossero superbi e prosuntuosi. Deesi ancora aver rispetto a quei che sono universalmente grati ed amati da ognuno e potenti, perché talor col dileggiar questi poria l'uom acquistarsi inimicizie pericolose. Però conveniente cosa è beffare e ridersi dei vizi collocati in persone né misere tanto che movano compassione, né tanto scelerate che paia che meritino esser condennate a pena capitale, né tanto grandi che un loro piccol sdegno possa far gran danno.

 

 

 

XLVII.

 

Avete ancor a sapere che dai lochi donde si cavano motti da ridere, si posson medesimamente cavare sentenzie gravi per laudare e per biasimare, e talor con le medesime parole; come, per laudar un om liberale, che metta la robba sua in commune con gli amici, suolsi dire che ciò ch'egli ha non è suo; il medesimo si po dir per biasimo d'uno che abbia rubato, o per altre male arti acquistato quel che tiene. Dicesi ancor: "Colei è una donna d'assai", volendola laudar di prudenzia e bontà; il medesimo poria dir chi volesse biasimarla, accennando che fosse donna di molti. Ma piú spesso occorre servirsi dei medesimi lochi a questo proposito, che delle medesime parole; come a questi dí, stando a messa in una chiesa tre cavalieri ed una signora, alla quale serviva d'amore uno dei tre, comparve un povero mendico, e postosi avanti alla signora, cominciolle a dimandare elemosina; e cosí con molta importunità e voce lamentevole gemendo replicò piú volte la sua domanda: pur, con tutto questo essa non gli diede mai elimosina, né ancor gliela negò con fargli segno che s'andasse con Dio, ma stette sempre sopra di sé, come se pensasse in altro. Disse allor il cavalier inamorato ai dui compagni: "Vedete ciò ch'io posso sperare dalla mia signora, che è tanto crudele, che non solamente non dà elemosina a quel poveretto ignudo morto di fame, che con tanta passion e tante volte a lei la domanda, ma non gli dà pur licenzia; tanto gode di vedersi inanzi una persona che languisca in miseria e in van le domandi mercede". Rispose un dei dui: "Questa non è crudeltà, ma un tacito ammaestramento di questa signora a voi, per farvi conoscere che essa non compiace mai a chi le dimanda con molta importunità". Rispose l'altro: "Anzi è un avvertirlo che, ancor ch'ella non dia quello che se gli domanda, pur le piace d'esserne pregata". Eccovi, dal non aver quella signora dato licenzia al povero, nacque un detto di severo biasmo, uno di modesta laude ed un altro di gioco mordace.

 

 

 

XLVIII.

 

Tornando adunque a dechiarir le sorti delle facezie appartenenti al proposito nostro, dico che, secondo me, di tre maniere se ne trovano, avvenga che messer Federico solamente di due abbia fatto menzione; cioè di quella urbana e piacevole narrazion continuata, che consiste nell'effetto d'una cosa; e della súbita ed arguta prontezza, che consiste in un detto solo. Però noi ve ne giungeremo la terza sorte, che chiamano "burle"; nelle quali intervengon le narrazioni lunghe e i detti brevi ed ancor qualche operazione. Quelle prime adunque, che consistono nel parlar continuato, son di manera tale, quasi che l'omo racconti una novella. E per darvi uno esempio: "In quei proprii giorni che morí papa Alessandro Sesto e fu creato Pio Terzo, essendo in Roma e nel Palazzo messer Antonio Agnello, vostro mantuano, signora Duchessa, e ragionando a punto della morte dell'uno e creazion dell'altro, e di ciò facendo varii giudici con certi suoi amici, disse: "Signori, fin al tempo di Catullo cominciarono le porte a parlare senza lingua ed udir senza orecchie ed in tal modo scoprir gli adultèri; ora, se ben gli omini non sono di tanto valor com'erano in que' tempi, forse che le porte, delle quai molte, almen qui in Roma, si fanno de' marmi antichi, hanno la medesima virtú che aveano allora; ed io per me credo che queste due ci saprian chiarir tutti i nostri dubbi, se noi da loro i volessimo sapere". Allor quei gentilomini stettero assai sospesi ed aspettavano dove la cosa avesse a riuscire; quando messer Antonio, seguitando pur l'andar inanzi e 'ndietro, alzò gli occhi, come all'improviso, ad una delle due porte della sala nella qual passeggiavano, e fermatosi un poco mostrò col dito a' compagni la inscrizion di quella, che era il nome di papa Alessandro, nel fin del quale era un V ed un I, perché significasse, come sapete, Sesto; e disse: "Eccovi che questa porta dice: ALEXANDER PAPA VI, che vol significare, che è stato papa per la forza che egli ha usata e piú di quella si è valuto che della ragione. Or veggiamo se da quest'altra potemo intender qualche cosa del novo pontefice"; e voltatosi, come per ventura, a quell'altra porta, mostrò la inscrizione d'un N, dui PP ed un V, che significava NICOLAUS PAPA QUINTUS, e súbito disse: "Oimè, male nove; eccovi che questa dice: Nihil Papa Valet "".

 

 

 

XLIX.

 

Or vedete come questa sorte di facezie ha dello elegante e del bono, come si conviene ad uom di corte, o vero o finto che sia quello che si narra; perché in tal caso è licito fingere quanto all'uom piace, senza colpa; e dicendo la verità, adornarla con qualche bugietta, crescendo o diminuendo secondo 'l bisogno. Ma la grazia perfetta e vera virtú di questo è il dimostrar tanto bene e senza fatica, cosí coi gesti come con le parole, quello che l'omo vole esprimere, che a quelli che odono paia vedersi innanzi agli occhi far le cose che si narrano. E tanta forza ha questo modo cosí espresso, che talor adorna e fa piacer sommamente una cosa, che in se stessa non sarà molto faceta né ingeniosa. E benché a queste narrazioni si ricerchino i gesti e quella efficacia che ha la voce viva, pur ancor in scritto qualche volta si conosce la lor virtú. Chi non ride quando nella ottava giornata delle sue Cento novelle narra Giovan Boccaccio come ben si sforzava di cantare un Chirie ed un Sanctus il prete di Varlungo quando sentía la Belcolore in chiesa? Piacevoli narrazioni sono ancora in quelle di Calandrino ed in molte altre. Della medesima sorte pare che sia il far ridere contrafacendo o imitando, come noi vogliam dire; nella qual cosa fin qui non ho veduto alcuno piú eccellente di messer Roberto nostro da Bari -.

 

 

 

L.

 

- Questa non saria poca laude, - disse messer Roberto, se fosse vera, perch'io certo m'ingegnerei d'imitare piú presto il ben che 'l male, e s'io potessi assimigliarmi ad alcuni ch'io conosco, mi terrei per molto felice; ma dubito non saper imitare altro che le cose che fanno ridere, le quali voi dianzi avete detto che consistono in vicio -. Rispose messer Bernardo: - In vicio sí, ma che non sta male. E saper dovete che questa imitazione di che noi parliamo non po essere senza ingegno; perché, oltre alla manera d'accommodar le parole e i gesti, e mettere innanzi agli occhi degli auditori il volto e i costumi di colui di cui si parla, bisogna esser prudente ed aver molto rispetto al loco, al tempo ed alle persone con le quai si parla e non descendere alla buffoneria, né uscire de' termini; le quai cose voi mirabilmente osservate, e però estimo che tutte le conosciate. Ché in vero ad un gentilomo non si converria fare i volti, piangere e ridere, far le voci, lottare da sé a sé, come fa Berto, vestirsi da contadino in presenzia d'ognuno, come Strascino; e tai cose, che in essi son convenientissime, per esser quella la lor professione. Ma a noi bisogna per transito e nascostamente rubar questa imitazione, servando sempre la dignità del gentilomo, senza dir parole sporche o far atti men che onesti, senza distorgersi il viso o la persona cosí senza ritegno; ma far i movimenti d'un certo modo, che chi ode e vede per le parole e gesti nostri imagini molto piú di quello che vede ed ode, e perciò s'induca a ridere. Deesi ancor fuggir in questa imitazione d'esser troppo mordace nel riprendere, massimamente le deformità del volto o della persona; ché sí come i vicii del corpo dànno spesso bella materia di ridere a chi discretamente se ne vale, cosí l'usar questo modo troppo acerbamente è cosa non sol da buffone, ma ancor da inimico. Però bisogna, benché difficil sia, circa questo tener, come ho detto, la manera del nostro messer Roberto, che ognun contrafà, e non senza pungerl'in quelle cose dove hanno diffetti, ed in presenzia d'essi medesimi; e pur niuno se ne turba né par che possa averlo per male; e di questo non ne darò esempio alcuno, perché ogni dí in esso tutti ne vedemo infiniti.

 

 

 

LI.

 

Induce ancor molto a ridere, che pur si contiene sotto la narrazione, il recitar con bona grazia alcuni diffetti d'altri, mediocri però e non degni di maggior supplicio, come le sciocchezze talor simplici, talor accompagnate da un poco di pazzia pronta e mordace; medesimamente certe affettazioni estreme; talor una grande e ben composta bugia. Come narrò pochi dí sono messer Cesare nostro una bella sciocchezza, che fu, che ritrovandosi alla presenzia del podestà di questa terra, vide venire un contadino a dolersi che gli era stato rubato un asino; il qual, poi che ebbe detto della povertà sua e dell'inganno fattogli da quel ladro, per far piú grave la perdita sua, disse: "Messere, se voi aveste veduto il mio asino, ancor piú conoscereste quanto io ho ragion di dolermi; ché quando aveva il suo basto addosso, parea propriamente un Tullio". Ed un de' nostri, incontrandosi in una mattà di capre, innanzi alle quali era un gran becco, si fermò e con un volto maraviglioso disse: "Guardate bel becco! pare un san Paulo". Un altro dice il signor Gasparo aver conosciuto, il qual, per essere antico servitore del duca Ercole di Ferrara, gli avea offerto dui suoi piccoli figlioli per paggi; e questi, prima che potessero venirlo a servire, erano tutti dui morti; la qual cosa intendendo il signore, amorevolmente si dolse col padre, dicendo che gli pesava molto perché in avergli veduti una sol volta gli eran parsi molto belli e discreti figlioli. E padre gli rispose: "Signor mio, voi non avete veduto nulla; ché da pochi giorni in qua erano riusciti molto piú belli e virtuosi ch'io non arei mai potuto credere e già cantavano insieme come dui sparvieri". E stando a questi dí un dottor de' nostri a vedere uno, che per giustizia era frustato intorno alla piazza, ed avendone compassione, perché 'l meschino, benché le spalle fieramente gli sanguinassero, andava cosí lentamente come se avesse passeggiato a piacere per passar tempo, gli disse: "Camina, poveretto, ed esci presto di questo affanno". Allor il bon omo rivolto, guardandolo quasi con maraviglia, stette un poco senza parlare, poi disse: "Quando sarai frustato tu, anderai a modo tuo; ch'io adesso voglio andar al mio". Dovete ancora ricordarvi quella sciocchezza, che poco fa raccontò il signor Duca di quell'abbate; il quale, essendo presente un dí che 'l duca Federico ragionava di ciò che si dovesse far di cosí gran quantità di terreno, come s'era cavata per far i fondamenti di questo palazzo, che tuttavia si lavorava, disse: "Signor mio, io ho pensato benissimo dove e' s'abbia a mettere. Ordinate che si faccia una grandissima fossa e quivi reponere si potrà, senza altro impedimento". Rispose il duca Federico, non senza risa: "E dove metteremo noi quel terreno che si caverà di questa fossa?" Suggiunse l'abbate: "Fatela far tanto grande, che l'uno e l'altro vi stia". Cosí, benché il Duca piú volte replicasse, che quanto la fossa si facea maggiore, tanto piú terren si cavava, mai non gli poté caper nel cervello ch'ella non si potesse far tanto grande, che l'uno e l'altro metter non vi si potesse, né mai rispose altro se non: "Fatela tanto maggiore". Or vedete che bona estimativa avea questo abbate -.

 

 

 

LII.

 

Disse allora messer Pietro Bembo: - E perché non dite voi quella del vostro commissario fiorentino? il quale era assediato nella Castellina dal duca di Calavria, e dentro essendosi trovato un giorno certi passatori avvelenati, che erano stati tirati dal campo, scrisse al Duca che, se la guerra s'aveva da far cosí crudele, esso ancor farebbe porre il medicame in su le pallotte dell'artiglieria e poi chi n'avesse il peggio, suo danno -. Rise messer Bernardo e disse: - Messer Pietro, se voi non state cheto, io dirò tutte quelle che io stesso ho vedute e udite de' vostri Veneziani che non son poche, e massimamente quando voglion fare il cavalcatore. - Non dite, di grazia, - rispose messer Pietro, - che io ne tacerò due altre bellissime che so de' Fiorentini -. Disse messer Bernardo: - Deono esser piú presto Sanesi, che spesso vi cadeno. Come a questi dí uno, sentendo leggere in consiglio certe lettere, nelle quali, per non dir tante volte il nome di colui di chi si parlava, era replicato questo termine "il prelibato", disse a colui che leggeva: "Fermatevi un poco qui, e ditemi: cotesto Prelibato, è egli amico del nostro commune?" - Rise messer Pietro, poi disse: - Io parlo de' Fiorentini e non de' Sanesi. - Dite adunque liberamente, - suggiunse la signora Emilia, - e non abbiate tanti rispetti -. Seguitò messer Pietro: - Quando i signori Fiorentini faceano la guerra contra' Pisani, trovaronsi talor per le molte spese esausti di denari; e parlandosi un giorno in consiglio del modo di trovarne per i bisogni che occorreano, dopo l'essersi proposto molti partiti, disse un cittadino de' piú antichi: "Io ho pensato dui modi, per li quali senza molto impazzo presto potrem trovar bona somma di denari; e di questi l'uno è che noi, perché non avemo le piú vive intrate che le gabelle delle porte di Firenze, secondo che v'abbiam undeci porte, súbito ve ne facciam far undeci altre, e cosí radoppiaremo quella entrata. L'altro modo è, che si dia ordine che súbito in Pistoia e Prato s'aprino le zecche, né piú né meno come in Firenze, e quivi non si faccia altro, giorno e notte, che batter denari e tutti siano ducati d'oro; e questo partito, secondo me, è piú breve e ancor de minor spesa" -.

 

 

 

LIII.

 

Risesi molto del sottil avvedimento di questo cittadino; e, racchetato il riso, disse la signora Emilia: - Comportarete voi, messer Bernardo, che messer Pietro burli cosí i Fiorentini senza farne vendetta? - Rispose, pur ridendo, messer Bernardo: Io gli perdono questa ingiuria, perché s'egli m'ha fatto dispiacere in burlar i Fiorentini, hammi compiacciuto in obedir voi, il che io ancor farei sempre -. Disse allor messer Cesare: Bella grosseria udi' dir io da un bresciano, il quale, essendo stato quest'anno a Venezia alla festa dell'Ascensione, in presenza mia narrava a certi suoi compagni le belle cose che v'avea vedute; e quante mercanzie e quanti argenti, speziarie, panni e drappi v'erano; poi la Signoria con gran pompa esser uscita a sposar il mare in Bucentoro, sopra il quale erano tanti gentilomini ben vestiti, tanti suoni e canti, che parea un paradiso; e dimandandogli un di que' suoi compagni, che sorte di musica piú gli era piaciuta di quelle che avea udite, disse: "Tutte eran bone; pur tra l'altre io vidi uno sonar con certa tromba strana, che ad ogni tratto se ne ficcava in gola piú di dui palmi e poi súbito la cavava e di novo la reficcava; che non vedeste mai la piú gran maraviglia" -. Risero allora tutti, conoscendo il pazzo pensier di colui, che s'avea imaginato che quel sonatore si ficcasse nella gola quella parte del trombone, che rientrando si nasconde.

 

 

 

LIV.

 

Suggiunse allor messer Bernardo: - Le affettazioni poi mediocri fanno fastidio, ma quando son fuor di misura inducono da ridere assai; come talor se ne sentono di bocca d'alcuni circa la grandezza, circa l'esser valente, circa la nobilità; talor di donne circa la bellezza, circa la delicatura. Come a questi giorni fece una gentildonna, la qual stando in una gran festa di mala voglia e sopra di sé, le fu domandato a che pensava che star la facesse cosí mal contenta; ed essa rispose: "Io pensava ad una cosa, che sempre che mi si ricorda mi dà grandissima noia, né levar me la posso del core; e questo è, che avendo il dí del giudicio universale tutti i corpi a resuscitare e comparir ignudi innanzi al tribunal di Cristo, io non posso tollerar l'affanno che sento, pensando che il mio ancor abbia ad esser veduto ignudo". Queste tali affettazioni, perché passano il grado, inducono piú riso che fastidio. Quelle belle bugie mo, cosí ben assettate, come movano a ridere, tutti sapete. E quell'amico nostro, che non ce ne lassa mancare, a questi dí me ne raccontò una molto eccellente -.

 

 

 

LV.

 

Disse allora il Magnifico Iuliano: - Sia come si vole, né piú eccellente né piú sottile non po ella esser di quella che l'altro giorno per cosa certissima affermava un nostro toscano, mercatante luchese. - Ditela, - suggiunse la signora Duchessa -. Rispose il Magnifico Iuliano, ridendo: - Questo mercatante, sí come egli dice, ritrovandosi una volta in Polonia deliberò di comprare una quantità di zibellini, con opinion di portargli in Italia e farne un gran guadagno; e dopo molte pratiche, non potendo egli stesso in persona andar in Moscovia per la guerra che era tra 'l re di Polonia e 'l duca di Moscovia, per mezzo d'alcuni del paese ordinò che un giorno determinato certi mercatanti moscoviti coi lor zibellini venissero ai confini di Polonia e promise esso ancor di trovarvisi, per praticar la cosa. Andando adunque il luchese coi suoi compagni verso Moscovia, giunse al Boristene, il quale trovò tutto duro di ghiaccio come un marmo, e vide che i Moscoviti, li quali per lo suspetto della guerra dubitavano essi ancor de' Poloni, erano già sull'altra riva, ma non s'accostavano, se non quanto era largo il fiume. Cosí conosciutisi l'un l'altro dopo alcuni cenni, li Moscoviti cominciarono a parlar alto e domandare il prezzo che volevano de' loro zibellini, ma tanto era estremo il freddo, che non erano intesi; perché le parole, prima che giungessero all'altra riva, dove era questo luchese e i suoi interpreti, si gelavano in aria e vi restavano ghiacciate e prese di modo, che quei Poloni che sapeano il costume, presero per partito di far un gran foco proprio al mezzo del fiume, perché a lor parere quello era il termine dove giungeva la voce ancor calda prima che ella fosse dal ghiaccio intercetta; ed ancora il fiume era tanto sodo, che ben poteva sostenere il foco. Onde, fatto questo, le parole, che per spacio d'un'ora erano state ghiacciate, cominciarono a liquefarsi e descender giú mormorando, come la neve dai monti il maggio; e cosí súbito furono intese benissimo, benché già gli omini di là fossero partiti; ma perché a lui parve che quelle parole dimandassero troppo gran prezzo per i zibellini, non volle accettar il mercato e cosí se ne ritornò senza -.

 

 

 

LVI.

 

Risero allora tutti; e messer Bernardo, - In vero, - disse, quella ch'io voglio raccontarvi non è tanto sottile; pur è bella, ed è questa. Parlandosi pochi dí sono del paese o mondo novamente trovato dai marinari portoghesi, e dei varii animali e d'altre cose che essi di colà in Portogallo riportano, quello amico del qual v'ho detto affermò aver veduto una simia di forma diversissima da quelle che noi siamo usati di vedere, la quale giocava a scacchi eccellentissimamente; e, tra l'altre volte, un dí essendo innanzi al re di Portogallo il gentilom che portata l'avea e giocando con lei a scacchi, la simia fece alcuni tratti sottilissimi, di sorte che lo strinse molto; in ultimo gli diede scaccomatto; per che il gentilomo turbato, come soglion esser tutti quelli che perdono a quel gioco, prese in mano il re, che era assai grande, come usano i Portoghesi, e diede in su la testa alla simia una gran scaccata; la qual súbito saltò da banda, lamentandosi forte, e parea che domandasse ragione al Re del torto che le era fatto. Il gentilomo poi la reinvitò a giocare; essa avendo alquanto ricusato con cenni, pur si pose a giocar di novo e, come l'altra volta avea fatto, cosí questa ancora lo ridusse a mal termine; in ultimo, vedendo la simia poter dar scaccomatto al gentilom, con una nova malizia volse assicurarsi di non esser piú battuta; e chetamente, senza mostrar che fosse suo fatto, pose la man destra sotto 'l cubito sinistro del gentilomo, il quale esso per delicatura riposava sopra un guancialetto di taffetà, e prestamente levatoglielo, in un medesimo tempo con la man sinistra gliel diede matto di pedina e con la destra si pose il guancialetto in capo, per farsi scudo alle percosse; poi fece un salto inanti al Re allegramente, quasi per testimonio della vittoria sua. Or vedete se questa simia era savia, avveduta e prudente -. Allora messer Cesare Gonzaga, - Questa è forza, - disse, - che tra l'altre simie fosse dottore, e di molta autorità; e penso che la Republica delle simie indiane la mandasse in Portogallo per acquistar riputazione in paese incognito -. Allora ognun rise e della bugia e della aggiunta fattagli per messer Cesare.

 

 

 

LVII.

 

Cosí, seguitando il ragionamento, disse messer Bernardo: - Avete adunque inteso delle facezie che sono nell'effetto e parlar continuato, ciò che m'occorre; perciò ora è ben dire di quelle che consistono in un detto solo ed hanno quella pronta acutezza posta brevemente nella sentenzia o nella parola; e sí come in quella prima sorte di parlar festivo s'ha da fuggir, narrando ed imitando, di rassimigliarsi ai buffoni e parassiti ed a quelli che inducono altrui a ridere per le lor sciocchezze; cosí in questo breve devesi guardare il cortegiano di non parer maligno e velenoso, e dir motti ed arguzie solamente per far dispetto e dar nel core; perché tali omini spesso per diffetto della lingua meritamente hanno castigo in tutto 'l corpo.

 

 

 

LVIII.

 

Delle facezie adunque pronte, che stanno in un breve detto, quelle sono acutissime, che nascono dalla ambiguità, benché non sempre inducano a ridere, perché piú presto sono laudate per ingeniose che per ridicule: come pochi dí sono disse il nostro messer Annibal Paleotto ad uno che gli proponea un maestro per insegnar grammatica a' suoi figlioli, e poi che gliel'ebbe laudato per molto dotto, venendo al salario disse che oltre ai denari volea una camera fornita per abitare e dormire, perché esso non avea letto: allor messer Annibal súbito rispose: "E come po egli esser dotto, se non ha letto?" Eccovi come ben si valse del vario significato di quello "non aver letto". Ma perché questi motti ambigui hanno molto dell'acuto, per pigliar l'omo le parole in significato diverso da quello che le pigliano tutti gli altri, pare, come ho detto, che piú presto movano maraviglia che riso, eccetto quando sono congiunti con altra manera di detti. Quella sorte adunque di motti che piú s'usa per far ridere è quando noi aspettiamo d'udir una cosa, e colui che risponde ne dice un'altra e chiamasi "fuor d'opinione". E se a questo è congiunto lo ambiguo, il motto diventa salsissimo; come l'altr'ieri, disputandosi di fare un bel "mattonato" nel camerino della signora Duchessa, dopo molte parole voi, Ioan Cristoforo, diceste: "Se noi potessimo avere il vescovo di Potenzia e farlo ben spianare, saria molto a proposito, perché egli è il piú bel "matto nato" ch'io vedessi mai". Ognun rise molto, perché dividendo quella parola "mattonato" faceste lo ambiguo; poi dicendo che si avesse a spianare un vescovo e metterlo per pavimento d'un camerino, fu for di opinione di chi ascoltava; cosí riuscí il motto argutissimo e risibile.

 

 

 

 

LIX.

 

Ma dei motti ambigui sono molte sorti; però bisogna essere avvertito ed uccellar sottilissimamente alle parole, e fuggir quelle che fanno il motto freddo, o che paia che siano tirate per i capelli, o vero, secondo che avemo detto, che abbian troppo dello acerbo. Come ritrovandosi alcuni compagni in casa d'un loro amico, il quale era cieco da un occhio, e invitando quel cieco la compagnia a restar quivi a desinare, tutti si partirono eccetto uno; il qual disse: "Ed io vi restarò, perché veggo esserci vuoto il loco per uno"; e cosí col dito mostrò quella cassa d'occhio vuota. Vedete che questo è acerbo e discortese troppo, perché morse colui senza causa e senza esser stato esso prima punto, e disse quello che dir si poria contra tutti i ciechi; e tai cose universali non dilettano, perché pare che possano essere pensate. E di questa sorte fu quel detto ad un senza naso: "E dove appicchi tu gli occhiali?" o: "Con che fiuti tu l'anno le rose?"

 

 

 

LX.

 

Ma tra gli altri motti, quegli hanno bonissima grazia, che nascono quando dal ragionar mordace del compagno l'omo piglia le medesime parole nel medesimo senso e contra di lui le rivolge, pungendolo con le sue proprie arme; come un litigante, a cui in presenzia del giudice dal suo avversario fu detto: "Che bai tu?", súbito rispose: "Perché veggo un ladro". E di questa sorte fu ancor, quando Galeotto da Narni, passando per Siena, si fermò in una strada a domandar dell'osteria; vedendolo un Sanese cosí corpulento come era, disse ridendo: "Gli altri portano le bolge dietro, e costui le porta davanti". Galeotto súbito rispose: "Cosí si fa in terra de' ladri".

 

 

 

LXI.

 

Un'altra sorte è ancor, che chiamiamo "bischizzi"; e questa consiste nel mutare o vero accrescere o minuire una lettera o sillaba, come colui che disse: "Tu dèi esser piú dotto nella lingua "latrina", che nella greca". Ed a voi, Signora, fu scritto nel titulo d'una lettera: "Alla signora Emilia impia". È ancora faceta cosa interporre un verso o piú, pigliandolo in altro proposito che quello che lo piglia l'autore, o qualche altro detto vulgato; talor al medesimo proposito, ma mutando qualche parola; come disse un gentilomo che avea una brutta e despiacevole moglie, essendogli domandato come stava, rispose: "Pensalo tu, ché Furiarum maxima iuxta me cubat". E messer Ieronimo Donato, andando alle Stazioni di Roma la Quadragesima insieme con molti altri gentilomini, s'incontrò in una brigata di belle donne romane, e dicendo uno di quei gentilomini:

 

Quot coelum stellas, tot habet tua Roma puellas;

 

 

súbito suggiunse:

 

Pascua quotque haedos, tot habet tua Roma cinaedos,

 

mostrando una compagnia di giovani, che dall'altra banda venivano. Disse ancora messer Marc'Antonio dalla Torre al vescovo di Padoa di questo modo: "Essendo un monasterio di donne in Padoa sotto la cura d'un religioso estimato molto di bona vita e dotto, intervenne che 'l padre, praticando nel monasterio domesticamente e confessando spesso le madri, cinque d'esse, che altrettante non ve n'erano, ingravidarono; e scoperta la cosa, il padre volse fuggire e non seppe; il vescovo lo fece pigliare ed esso súbito confessò, per tentazion del diavolo aver ingravidate quelle cinque monache; di modo che monsignor il vescovo era deliberatissimo castigarlo acerbamente. E perché costui era dotto, avea molti amici, i quali tutti fecer prova d'aiutarlo, e con gli altri ancor andò messer Marc'Antonio al vescovo per impetragli qualche perdono. Il vescovo per modo alcuno non gli volea udire; al fine facendo pur essi instanzia, e raccommandando il reo ed escusandolo per la commodità del loco, per la fragilità umana e per molte altre cause, disse il vescovo: "Io non ne voglio far niente, perché di questo ho io a render ragione a Dio"; e replicando essi, disse il vescovo: "Che responderò io a Dio, il dí del giudicio quando mi dirà: Redde rationem villicationis tuae? - rispose allor súbito messer Marc'Antonio: "Monsignor mio, quello che dice lo Evangelio: Domine, quinque talenta tradidisti mihi; ecce alia quinque superlucratus sum. Allora il vescovo non si poté tenere di ridere, e mitigò assai l'ira sua e la pena preparata al malfattore".

 

 

 

LXII.

 

È medesimamente bello interpretare i nomi e finger qualche cosa, perché colui di chi si parla si chiami cosí, o vero perché una qualche cosa si faccia; come pochi dí sono domandando il Proto da Luca, il qual, come sapete, è molto piacevole, il vescovato di Caglio, il Papa gli rispose: "Non sai tu che "caglio" in lingua spagnola vol dire "taccio"? e tu sei un cianciatore; però non si converria ad un vescovo non poter mai nominare il suo titulo senza dir bugia; or "caglia" adunque". Quivi diede il Proto una risposta, la quale, ancor che non fosse di questa sorte, non fu però men bella della proposta; ché avendo replicato la domanda sua piú volte e vedendo che non giovava, in ultimo disse: "Padre Santo, se la Santità vostra mi dà questo vescovato, non sarà senza sua utilità, perch'io le lassarò dui officii". "E che offici hai tu da lassare?", disse il Papa. Rispose il Proto: "Io lasserò l'officio grande e quello della Madonna". Allora non poté il Papa, ancor che fosse severissimo, tenersi di ridere. Un altro ancor a Padoa disse che Calfurnio si dimandava cosí, perché solea scaldare i forni. E domandando io un giorno a Fedra perché era, che facendo la Chiesa il Vener santo orazioni non solamente per i cristiani, ma ancor per i pagani e per i giudei, non si facea menzione dei cardinali, come dei vescovi e d'altri prelati, risposemi che i cardinali s'intendevano in quella orazione che dice: Oremus pro haereticis et scismaticis. E 'l conte Ludovico nostro disse che io riprendeva una signora che usava un certo liscio che molto lucea, perché in quel volto, quando era acconcio, cosí vedeva me stesso come nello specchio; e però, per esser brutto, non arei voluto vedermi. Di questo modo fu quello di messer Camillo Palleotto a messer Antonio Porcaro, il qual parlando d'un suo compagno, che confessandosi diceva al sacerdote che digiunava volentieri ed andava alle messe ed agli offici divini e facea tutti i beni del mondo, disse: "Costui in loco d'accusarsi si lauda"; a cui rispose messer Camillo: "Anzi si confessa di queste cose, perché pensa che il farle sia gran peccato". Non vi ricorda come ben disse l'altro giorno il signor Prefetto quando Giovantomaso Galeotto si maravigliava d'un che domandava ducento ducati d'un cavallo? perché, dicendo Giovantomaso che non valeva un quattrino e che, tra gli altri diffetti, fuggiva dall'arme tanto, che non era possibile farglielo accostare, disse il signor Prefetto, volendo riprendere colui di viltà: "Se 'l cavallo ha questa parte di fuggir dall'arme, maravegliomi che egli non ne domandi mille ducati".

 

 

 

LXIII.

 

Dicesi ancora qualche volta una parola medesima, ma ad altro fin di quello che s'usa. Come essendo il signor Duca per passar un fiume rapidissimo e dicendo ad un trombetta: "Passa", il trombetta si voltò con la berretta in mano e con atto di reverenzia disse: "Passi la Signoria vostra". È ancor piacevol manera di motteggiare, quando l'omo par che pigli le parole e non la sentenzia di colui che ragiona; come quest'anno un Tedesco a Roma, incontrando una sera il nostro messer Filippo Beroaldo, del qual era discipulo, disse: "Domine magister, Deus det vobis bonum sero"; e 'l Beroaldo súbito rispose: "Tibi malum cito". Essendo ancor a tavola col Gran Capitano Diego de Chignones, disse un altro Spagnolo, che pur vi mangiava, per domandar da bere: "Vino"; rispose Diego, "Y no lo conocistes", per mordere colui d'esser marano. Disse ancor messer lacomo Sadoletto al Beroaldo, che affermava voler in ogni modo andare a Bologna: "Che causa v'induce cosí adesso lasciar Roma, dove son tanti piaceri, per andar a Bologna, che tutta è involta nei travagli?" Rispose il Beroaldo: "Per tre conti m'è forza andar a Bologna", e già aveva alzati tre dita della man sinistra per assignar tre cause dell'andata sua; quando messer Iacomo súbito l'interruppe e disse: "Questi tre conti che vi fanno andare a Bologna sono: l'uno il conte Ludovico da San Bonifacio, l'altro il conte Ercole Rangone, il terzo il conte de' Pepoli". Ognun allora rise, perché questi tre conti eran stati discipuli del Beroaldo e bei giovani, e studiavano in Bologna. Di questa sorte di motti adunque assai si ride, perché portan seco risposte contrarie a quello che l'omo aspetta d'udire, e naturalmente dilettaci in tai cose il nostro errore medesimo; dal quale quando ci trovamo ingannati di quello che aspettiamo, ridemo.

 

 

 

LXIV.

 

Ma i modi del parlare e le figure che hanno grazia nei ragionamenti gravi e severi, quasi sempre ancor stanno ben nelle facezie e giochi. Vedete che le parole contraposte dànno ornamento assai, quando una clausola contraria s'oppone all'altra. Il medesimo modo spesso è facetissimo. Come un Genoese, il quale era molto prodigo nello spendere, essendo ripreso da un usuraio avarissimo che gli disse: "E quando cessarai tu mai di gittar via le tue facultà?", "Allor", rispose, "che tu di robar quelle d'altri". E perché, come già avemo detto, dai lochi donde si cavano facezie che mordono, dai medesimi spesso si possono cavar detti gravi che laudino, per l'uno e l'altro effetto è molto grazioso e gentil modo quando l'omo consente o conferma quello che dice colui che parla, ma lo interpreta altramente di quello che esso intende. Come a questi giorni, dicendo un prete di villa la messa ai suoi populani, dopo l'aver publicato le feste di quella settimana, cominciò in nome del populo la confession generale; e dicendo: "Io ho peccato in mal fare, in mal dire, in mal pensare", e quel che séguita, facendo menzion de tutti i peccati mortali un compare, e molto domestico del prete, per burlarlo disse ai circunstanti: "Siate testimonii tutti di quello che per sua bocca confessa aver fatto perch'io intendo notificarlo al vescovo". Questo medesimo modo usò Sallaza dalla Pedrada per onorar una signora, con la quale parlando, poi che l'ebbe laudata, oltre le virtuose condizioni, ancor di bellezza, ed essa rispostogli che non meritava tal laude, per esser già vecchia, le disse: "Signora, quello che di vecchio avete, non è altro che lo assimigliarvi agli angeli, che furono le prime e piú antiche creature che mai formasse Dio".

 

 

 

LXV.

 

Molto serveno ancor cosí i detti giocosi per pungere, come i detti gravi per laudare, le metafore bene accomodate, e massimamente se son risposte e se colui che risponde persiste nella medesima metafora detta dall'altro. E di questo modo fu risposto a messer Palla de' Strozzi, il quale, essendo forauscito di Fiorenza e mandandovi un suo per altri negozi, gli disse quasi minacciando: "Dirai da mia parte a Cosimo de' Medici che la gallina cova". Il messo fece l'ambasciata impostagli; e Cosimo, senza pensarvi, súbito gli rispose: "E tu da mia parte dirai a messer Palla che le galline mal possono covar fuor del nido". Con una metafora laudò ancor messer Camillo Porcaro gentilmente il signor Marc'Antonio Colonna; il quale, avendo inteso che messer Camillo in una sua orazione aveva celebrato alcuni signori italiani famosi nell'arme e, tra gli altri, d'esso aveva fatto onoratissima menzione, dopo l'averlo ringraziato. gli disse: "Voi, messer Camillo, avete fatto degli amici vostri quello che de' suoi denari talor fanno alcuni mercatanti, li quali quando si ritrovano aver qualche ducato falso, per spazzarlo pongon quel solo tra molti boni ed in tal modo lo spendeno; cosí voi, per onorarmi, bench'io poco vaglia, m'avete posto in compagnia di cosí virtuosi ed eccellenti signori, ch'io col merito loro forsi passerò per buono". Rispose allor messer Camillo: "Quelli che falsifican li ducati sogliono cosí ben dorarli, che all'occhio paiono molto piú belli che i boni; però se cosí si trovassero alchimisti d'omini, come si trovano de' ducati, ragion sarebbe suspettar che voi foste falso, essendo, come sète, di molto piú bello e lucido metallo, che alcun degli altri". Eccovi che questo loco è commune all'una e l'altra sorte de' motti; e cosí sono molt'altri, dei quali si potrebbon dare infiniti esempi, e massimamente in detti gravi; come quello che disse il Gran Capitano, il quale, essendosi posto a tavola ed essendo già occupati tutti i lochi, vide che in piedi erano restati dui gentilomini italiani i quali avean servito nella guerra molto bene; e súbito esso medesimo si levò e fece levar tutti gli altri e far loco a que' doi e disse: "Lassate sentare a mangiar questi signori, che se essi non fossero stati, noi altri non aremmo ora che mangiare". Disse ancor a Diego Garzia, che lo confortava a levarsi d'un loco pericoloso, dove batteva l'artigliaria: "Dapoi che Dio non ha messo paura nell'animo vostro, non la vogliate voi metter nel mio". E 'l re Luigi, che oggi è re di Francia, essendogli, poco dapoi che fu creato re, detto che allor era il tempo di castigar i suoi nemici, che lo aveano tanto offeso mentre era duca d'Orliens, rispose che non toccava al re di Francia vendicar l'ingiurie fatte al duca d'Orliens.

 

 

 

LXVI.

 

Si morde ancora spesso facetamente con una certa gravità senza indur riso: come disse Gein Ottomanni, fratello del Gran Turco, essendo pregione in Roma, che 'l giostrare, come noi usiamo in Italia, gli parea troppo per scherzare e poco per far da dovero. E disse, essendogli referito quanto il re Ferrando minore fosse agile e disposto della persona nel correre, saltare, volteggiare e tai cose, che nel suo paese i schiavi facevano questi esercizi, ma i signori imparavano da fanciulli la liberalità e di questa si laudavano. Quasi ancora di tal manera, ma un poco piú ridiculo, fu quello che disse l'arcivescovo di Fiorenza al cardinale Alessandrino, che gli omini non hanno altro che la robba, il corpo e l'anima: la robba è lor posta in travaglio dai iurisconsulti, il corpo dai medici e l'anima dai teologi -. Rispose allor il Magnifico Iuliano: - A questo giunger si potrebbe quello che diceva Nicoletto, cioè che di raro si trova mai iurisconsulto che litighi, né medico che pigli medicina, né teologo che sia bon cristiano -.

 

 

 

LXVII.

 

Rise messer Bernardo, poi suggiunse: - Di questi sono infiniti esempi, detti da gran signori ed omini gravissimi. Ma ridesi ancora spesso delle comparazioni, come scrisse il nostro Pistoia a Serafino: "Rimanda il valigion che t'assimiglia"; ché, se ben vi ricordate, Serafino s'assimigliava molto ad una valigia. Sono ancora alcuni che si dilettano di comparar omini e donne a cavalli, a cani, ad uccelli e spesso a casse, a scanni, a carri, a candeglieri; il che talor ha grazia, talor è freddissimo. Però in questo bisogna considerare il loco, il tempo, le persone e l'altre cose che già tante volte avemo detto -. Allor il signor Gaspar Pallavicino: - Piacevole comparazione, - disse, - fu quella che fece il signor Giovanni Gonzaga nostro, di Alessandro Magno al signor Alessandro suo figliolo. - Io non lo so - rispose messer Bernardo. Disse il signor Gasparo: - Giocava il signor Giovanni a tre dadi e, come è sua usanza, aveva perduto molti ducati e tuttavia perdea; ed il signor Alessandro suo figliolo, il quale, ancor che sia fanciullo, non gioca men volentieri che 'l padre, stava con molta attenzione mirandolo, e parea tutto tristo. Il Conte di Pianella, che con molti altri gentilomini era presente, disse: "Eccovi, signore, che 'l signor Alessandro sta mal contento della vostra perdita e si strugge aspettando pur che vinciate, per aver qualche cosa di vinta; però cavatilo di questa angonia, e prima che perdiate il resto donategli almen un ducato, acciò che esso ancor possa andare a giocare co' suoi compagni". Disse allor il signor Giovanni: "Voi v'ingannate, perché Alessandro non pensa a cosí piccol cosa; ma, come si scrive che Alessandro Magno, mentre che era fanciullo, intendendo che Filippo suo padre avea vinto una gran battaglia ed acquistato un certo regno, cominciò a piangere, ed essendogli domandato perché piangeva rispose, perché dubitava che suo padre vincerebbe tanto paese, che non lassarebbe che vincere a lui; cosí ora Alessandro mio figliolo si dole e sta per pianger vedendo ch'io suo padre perdo, perché dubita ch'io perda tanto, che non lassi che perder a lui" -.

 

 

 

LXVIII.

 

E quivi essendosi riso alquanto, suggiunse messer Bernardo: - È ancora da fuggire che 'l motteggiar non sia impio; ché la cosa passa poi al voler esser arguto nel biastemmare e studiare di trovare in ciò novi modi; onde di quello che l'omo merita non solamente biasimo, ma grave castigo, par che ne cerchi gloria; il che è cosa abominevole; e però questi tali, che voglion mostrar di esser faceti con poca reverenzia di Dio, meritano esser cacciati dal consorzio d'ogni gentilomo. Né meno quelli che son osceni e sporchi nel parlare e che in presenzia di donne non hanno rispetto alcuno, e pare che non piglino altro piacer che di farle arrossire di vergogna, e sopra di questo vanno cercando motti ed arguzie. Come quest'anno in Ferrara ad un convito in presenzia di molte gentildonne ritrovandosi un Fiorentino ed un Sanese, i quali per lo piú, come sapete, sono nemici, disse il Sanese per mordere il Fiorentino: "Noi abbiam maritato Siena allo Imperatore ed avemogli dato Fiorenza in dota"; e questo disse, perché di que' dí s'era ragionato ch'e Sanesi avean dato una certa quantità di denari allo Imperatore ed esso aveva tolto la lor protezione. Rispose súbito il Fiorentino: "Siena sarà la prima cavalcata (alla franzese, ma disse il vocabulo italiano); poi la dote si litigherà a bell'aggio". Vedete che il motto fu ingenioso ma, per esser in presenzia di donne, diventò osceno e non conveniente -.

 

 

 

LXIX.

 

Allora il signor Gaspar Pallavicino, - Le donne, - disse, non hanno piacere di sentir ragionar d'altro; e voi volete levarglielo. Ed io per me sonomi trovato ad arrossirmi di vergogna per parole dettemi da donne, molto piú spesso che da omini. - Di queste tai donne non parlo io, - disse messer Bernardo; - ma di quelle virtuose, che meritano riverenzia ed onore da ogni gentilomo -. Disse il signor Gasparo: - Bisogneria ritrovare una sottil regola per cognoscerle, perché il piú delle volte quelle che sono in apparenzia le migliori in effetto sono il contrario -. Allor messer Bernardo ridendo disse: - Se qui presente non fosse il signor Magnifico nostro, il quale in ogni loco è allegato per protettor delle donne, io pigliarei l'impresa di rispondervi; ma non voglio far ingiuria a lui -. Quiv gnora Emilia, pur ridendo, disse: - Le donne non hanno bisogno di diffensore alcuno contra accusatore di cosí poca autorità; però lasciate pur il signor Gasparo in questa perversa opinione, e nata piú presto dal suo non aver mai trovato donna che l'abbia voluto vedere, che da mancamento alcuno delle donne; e seguitate voi il ragionamento delle facezie -.

 

 

 

LXX.

 

Allora messer Bernardo, - Veramente, signora, - disse, - omai parmi aver detto de' molti lochi onde cavar si possono motti arguti, i quali poi hanno tanto piú grazia quanto sono accompagnati da una bella narrazione. Pur ancor molt'altri si potrian dire; come quando, o per accrescere o per minuire, si dicon cose che eccedeno incredibilmente la verisimilitudine; e di questa sorte fu quella che disse Mario da Volterra d'un prelato, che si tenea tanto grand'omo, che quando egli entrava in san Pietro s'abbassava per non dare della testa nell'architravo della porta. Disse ancora il Magnifico nostro qui che Golpino suo servitore era tanto magro e secco, che una mattina, soffiando sott'il foco per accenderlo, era stato portato dal fumo su per lo camino insino alla cima; ed essendosi per sorte traversato ad una di quelle finestrette, aveva aúto tanto di ventura, che non era volato via insieme con esso. Disse ancor messer Augustino Bevazzano che uno avaro, il quale non aveva voluto vendere il grano mentre che era caro, vedendo che poi s'era molto avvilito, per disperazione s'impiccò ad un trave della sua camera; ed avendo un servitor suo sentito il strepito, corse e vide il patron impiccato, e prestamente tagliò la fune e cosí liberollo dalla morte; da poi l'avaro, tornato in sé, volse che quel servitor gli pagasse la sua fune che tagliata gli avea. Di questa sorte pare ancor che sia quello che disse Lorenzo de' Medici ad un buffon freddo: "Non mi faresti ridere, se mi solleticasti". E medesimamente rispose ad un altro sciocco, il quale una mattina l'avea trovato in letto molto tardi, e gli rimproverava il dormir tanto, dicendogli: "Io a quest'ora son stato in Mercato Novo e Vecchio, poi fuor della Porta a san Gallo, intorno alle mura a far esercizio ed ho fatto mill'altre cose; e voi ancor dormite?" Disse allora Lorenzo: "Piú vale quello che ho sognato in un'ora io, che quello che avete fatto in quattro voi".

 

 

 

LXXI.

 

È ancor bello, quando con una risposta l'omo riprende quello che par che riprendere non voglia. Come il marchese Federico di Mantua, padre della signora Duchessa nostra, essendo a tavola con molti gentilomini, un d'essi, dapoi che ebbe mangiato tutto un minestro, disse: "Signor Marchese, perdonatimi"; e cosí detto, cominciò a sorbire quel brodo che gli era avanzato. Allora il Marchese súbito disse: "Domanda pur perdono ai porci, ché a me non fai tu ingiuria alcuna". Disse ancora messer Nicolò Leonico per tassar un tiranno ch'avea falsamente fama di liberale: "Pensate quanta liberalità regna in costui, che non solamente dona la robba sua, ma ancor l'altrui".

 

 

 

LXXII.

 

Assai gentil modo di facezie è ancor quello che consiste in una certa dissimulazione, quando si dice una cosa e tacitamente se ne intende un'altra; non dico già di quella manera totalmente contraria, come se ad un nano si dicesse gigante, e ad un negro, bianco; o vero, ad un bruttissimo, bellissimo, perché son troppo manifeste contrarietà, benché queste ancor alcuna volta fanno ridere; ma quando con un parlar severo e grave giocando si dice piacevolmente quello che non s'ha in animo. Come dicendo un gentilomo una espressa bugia a messer Augustin Foglietta ed affermandola con efficacia, perché gli parea pur che esso assai difficilmente la credesse, disse in ultimo messer Augustino: "Gentilomo, se mai spero aver piacer da voi, fatemi tanta grazia che siate contento, ch'io non creda cosa che voi dicate". Replicando pur costui, e con sacramento, esser la verità, in fine disse: "Poiché voi pur cosí volete, io lo crederò per amor vostro, perché in vero io farei ancor maggior cosa per voi". Quasi di questa sorte disse don Giovanni di Cardona d'uno che si voleva partir di Roma: "Al parer mio costui pensa male; perché è tanto scelerato, che stando in Roma ancor col tempo poria esser cardinale". Di questa sorte è ancor quello che disse Alfonso Santa Croce; il qual, avendo avuto poco prima alcuni oltraggi dal Cardinale di Pavia, e passeggiando fuor di Bologna con alcuni gentilomini presso al loco dove si fa la giustizia, e vedendovi un omo poco prima impiccato, se gli rivoltò con un certo aspetto cogitabundo e disse tanto forte che ognun lo sentí: "Beato tu, che non hai che fare col Cardinale di Pavia!"

 

 

 

LXXIII.

 

E questa sorte di facezie che tiene dell'ironico pare molto conveniente ad omini grandi, perché è grave e salsa e possi usare nelle cose giocose ed ancor nelle severe. Però molti antichi, e dei piú estimati, l'hanno usata, come Catone, Scipione Affricano minore; ma sopra tutti in questa dicesi esser stato eccellente Socrate filosofo, ed a' nostri tempi il re Alfonso Primo d'Aragona; il quale essendo una mattina per mangiare, levossi molte preciose anella che nelli diti avea per non bagnarle nello lavar delle mani e cosí le diede a quello che prima gli occorse, quasi senza mirar chi fusse. Quel servitore pensò che 'l re non avesse posto cura a cui date l'avesse e che, per i pensieri di maggior importanzia, facil cosa fosse che in tutto se lo scordasse; ed in questo piú si confirmò, vedendo che 'l re piú non le ridomandava; e stando giorni e settimane e mesi senza sentirne mai parola, si pensò di certo esser sicuro. E cosí essendo vicino all'anno che questo gli era occorso, un'altra mattina, pur quando il re voleva mangiare, si rappresentò, e porse la mano per pigliar le anella; allora il re, accostatosegli all'orecchio, gli disse: "Bastinti le prime, ché queste saran bone per un altro". Vedete come il motto è salso, ingenioso e grave e degno veramente della magnanimità d'uno Alessandro.

 

 

 

LXXIV.

 

Simile a questa maniera che tende all'ironico è ancora un altro modo, quando con oneste parole si nomina una cosa viciosa. Come disse il Gran Capitano ad un suo gentilomo, il quale dopo la giornata della Cirignola, e quando le cose già erano in securo, gli venne incontro armato riccamente quanto dir si possa, come apparechiato di combattere; ed allor il Gran Capitano, rivolto a don Ugo di Cardona, disse: "Non abbiate ormai piú paura di tormento di mare, ché santo Ermo è comparito"; e con quella onesta parola lo punse, perché sapete che santo Ermo sempre ai marinari appar dopo la tempesta e dà segno di tranquillità; e cosí volse dire il Gran Capitano che, essendo comparito questo gentilomo, era segno che il pericolo già era in tutto passato. Essendo ancora il signor Ottaviano Ubaldino a Fiorenza in compagnia d'alcuni cittadini di molta autorità, e ragionando di soldati, un di quei gli addimandò se conosceva Antonello da Forlí, il qual allor s'era fuggito dal stato di Fiorenza. Rispose il signor Ottaviano: "Io non lo conosco altrimenti, ma sempre l'ho sentito ricordare per un sollicito soldato"; disse allor un altro Fiorentino: "Vedete come egli è sollicito, che si parte prima che domandi licenzia".

 

 

 

LXXV.

 

Arguti motti son ancor quelli, quando del parlar proprio del compagno l'omo cava quello che esso non vorria; e di tal modo intendo che rispose il signor Duca nostro a quel castellano che perdé San Leo quando questo stato fu tolto da papa Alessandro e dato al duca Valentino; e fu, che essendo il signor Duca in Venezia in quel tempo ch'io ho detto, venivano di continuo molti de' suoi sudditi a dargli secretamente notizia come passavan le cose del stato; e fra gli altri vennevi ancor questo castellano, il quale, dopo l'aversi escusato il meglio che seppe, dando la colpa alla sua disgrazia, disse: "Signor, non dubitate, ché ancor mi basta l'animo di far di modo, che si potrà ricuperar San Leo". Allor rispose el signor Duca: "Non ti affaticar piú in questo; ché già il perderlo è stato un far di modo, che 'l si possa ricuperare". Son alcun'altri detti quando un omo, conosciuto per ingenioso, dice una cosa che par che proceda da sciocchezza. Come l'altro giorno disse messer Camillo Palleotto d'uno: "Questo pazzo, súbito che ha cominciato ad arricchire, s'è morto". È simile a questo modo una certa dissimulazion salsa ed acuta, quando un omo, come ho detto, prudente, mostra non intender quello che intende. Come disse il marchese Federico de Mantua, il quale, essendo stimulato da un fastidioso, che si lamentava che alcuni suoi vicini con lacci gli pigliavano i colombi della sua colombara e tuttavia in mano ne tenea uno impiccato per un piè insieme col laccio, che cosí morto trovato l'aveva, gli rispose che si provederia. Il fastidioso non solamente una volta ma molte replicando questo suo danno, col mostrar sempre il colombo cosí impiccato, dicea pur: "E che vi par, Signor, che far si debba di questa cosa?" Il Marchese in ultimo, "A me par," disse, "che per niente quel colombo non sia sepellito in chiesa, perché essendosi impiccato da se stesso, è da credere che fosse disperato". Quasi di tal modo fu quel di Scipione Nasica ad Ennio; ché, essendo andato Scipione a casa d'Ennio per parlargli, e chiamandol giú dalla strada, una sua fante gli rispose che egli non era in casa: e Scipione udí manifestamente che Ennio proprio avea detto alla fante che dicesse ch'egli non era in casa: cosí si partí. Non molto appresso venne Ennio a casa di Scipione e pur medesimamente lo chiamava stando da basso; a cui Scipione ad alta voce esso medesimo rispose che non era in casa. Allora Ennio, "Come? non conosco io", rispose, "la voce tua?" Disse Scipione: "Tu sei troppo discortese; l'altro giorno io credetti alla fante tua che tu non fossi in casa e ora tu nol vòi credere a me stesso".

 

 

 

LXXVI.

 

È ancor bello, quando uno vien morso in quella medesima cosa che esso prima ha morso il compagno; come essendo Alonso Carillo alla corte di Spagna ed avendo commesso alcuni errori giovenili e non di molta importanzia, per comandamento del re fu posto in prigione e quivi lasciato una notte. Il dí seguente ne fu tratto, e cosí, venendo a palazzo la mattina, giunse nella sala dove eran molti cavalieri e dame; e ridendosi di questa sua prigionia, disse la signora Boadilla: "Signor Alonso, a me molto pesava di questa vostra disavventura, perché tutti quelli che vi conoscono pensavan che 'l re dovesse farvi impiccare". Allora Alonso súbito, "Signora", disse, "io ancor ebbi gran paura di questo; pur aveva speranza che voi mi dimandaste per marito". Vedete come questo è acuto ed ingenioso; perché in Spagna, come ancor in molti altri lochi, usanza è che quando si mena uno alle forche, se una meretrice publica l'addimanda per marito, donasegli la vita. Di questo modo rispose ancor Rafaello pittore a dui cardinali suoi domestici, i quali, per farlo dire, tassavano in presenzia sua una tavola che egli avea fatta, dove erano san Pietro e san Paulo, dicendo che quelle due figure eran troppo rosse nel viso. Allora Rafaello súbito disse: "Signori, non vi maravigliate; ché io questi ho fatto a sommo studio, perché è da credere che san Pietro e san Paulo siano, come qui gli vedete, ancor in cielo cosí rossi, per vergogna che la Chiesa sua sia governata da tali omini come siete voi".

 

 

 

LXXVII.

 

Sono ancor arguti quei motti che hanno in sé una certa nascosa suspizion di ridere, come, lamentandosi un marito molto e piangendo sua moglie, che da se stessa s'era ad un fico impiccata, un altro se gli accostò e, tiratolo per la veste, disse: "Fratello, potrei io per grazia grandissima aver un rametto de quel fico, per inserire in qualche albero dell'orto mio?" Son alcuni altri motti pazienti e detti lentamente con una certa gravità; come, portando un contadino una cassa in spalla, urtò Catone con essa, poi disse: "Guarda". Rispose Catone: "Hai tu altro in spalla che quella cassa?" Ridesi ancor quando un omo, avendo fatto un errore, per remediarlo dice una cosa a sommo studio, che par sciocca, e pur tende a quel fine che esso disegna, e con quella s'aiuta. Come a questi dí, in consiglio di Fiorenza ritrovandosi doi nemici, come spesso interviene in queste republice, l'uno d'essi, il quale era di casa Altoviti, dormiva; e quello che gli sedeva vicino, per ridere, benché 'l suo avversario, che era di casa Alamanni, non parlasse né avesse parlato, toccandolo col cubito lo risvegliò e disse: "Non odi tu ciò che il tale dice? rispondi, ché gli Signori dimandano del parer tuo". Allora l'Altoviti, tutto sonnachioso e senza pensar altro, si levò in piedi e disse: "Signori, io dico tutto il contrario di quello che ha detto l'Alamanni". Rispose l'Alamanni: "Oh, io non ho detto nulla". Súbito disse l'Altoviti: "Di quello che tu dirai". Disse ancor di questo modo maestro Serafino, medico vostro urbinate, ad un contadino, il qual, avendo avuta una gran percossa in un occhio, di sorte che in vero glielo avea cavato, deliberò pur d'andar per rimedio a maestro Serafino; ed esso, vedendolo, benché conoscesse esser impossibile il guarirlo, per cavargli denari delle mani, come quella percossa gli avea cavato l'occhio della testa, gli promise largamente di guarirlo; e cosí ogni dí gli addimandava denari, affermando che fra cinque o sei dí cominciaria a riaver la vista. Il pover contadino gli dava quel poco che aveva; pur, vedendo che la cosa andava in lungo, cominciò a dolersi del medico e dir che non sentiva miglioramento alcuno, né discernea con quello occhio piú che se non l'avesse aúto in capo. In ultimo, vedendo maestro Serafino che poco piú potea trargli di mano, disse: "Fratello mio, bisogna aver pacienzia: tu hai perduto l'occhio, né piú v'è rimedio alcuno; e Dio voglia che tu non perdi anco quell'altro". Udendo questo, il contadino si mise a piangere e dolersi forte e disse: "Maestro, voi m'avete assassinato e rubato i miei denari; io mi lamentarò al signor Duca"; e facea i maggior stridi del mondo. Allora maestro Serafino in collera e per svilupparsi, "Ah villan traditor", disse, "dunque tu ancor vorresti avere dui occhi, come hanno i cittadini e gli omini da bene? vattene in malora": e queste parole accompagnò con tanta furia, che quel povero contadino spaventato si tacque e cheto cheto se n'andò con Dio, credendosi d'aver il torto.

 

 

 

LXXVIII.

 

È ancor bello quando si dechiara una cosa o si interpreta giocosamente. Come alla corte di Spagna comparendo una mattina a palazzo un cavaliero, il quale era bruttissimo, e la moglie, che era bellissima, l'uno e l'altro vestiti di damasco bianco, disse la Reina ad Alonso Carillo: "Che vi par, Alonso, di questi dui?" "Signora", rispose Alonso, "parmi che questa sia la dama e questo lo asco", che vol dir schifo. Vedendo ancor Rafaello de' Pazzi una lettra del Priore di Messina, che egli scriveva ad una sua signora, il soprascritto della qual dicea: Esta carta s'ha de dar a quien causa mi penar, "Parmi", disse, "Che questa lettera vada a Paolo Tolosa". Pensate come risero i circunstanti, perché ognuno sapea che Paolo Tolosa aveva prestato al Prior dieci mila ducati; ed esso, per esser gran spenditor, non trovava modo di rendergli. A questo è simile quando si dà una ammonizion famigliare in forma di consiglio, pur dissimulatamente. Come disse Cosimo de' Medici ad un suo amico, il qual era assai ricco, ma di non molto sapere, e per mezzo pur di Cosimo aveva ottenuto un officio fuor di Firenze; e dimandando costui nel partir suo a Cosimo, che modo gli parea che egli avesse a tenere per governarsi bene in questo suo officio, Cosimo gli rispose: "Vesti di rosato, e parla poco". Di questa sorte fu quello che disse il conte Ludovico ad uno che volea passar incognito per un certo loco pericoloso e non sapea come travestirsi; ed essendone il Conte addimandato, rispose: "Véstiti da dottore, o di qualche altro abito da savio". Disse ancor Giannotto de' Pazzi ad un che volea far un saio d'arme dei piú diversi colori che sapesse trovare: "Piglia parole ed opre del Cardinale di Pavia".

 

 

 

LXXIX.

 

Ridesi ancor d'alcune cose discrepanti; come disse uno l'altro giorno a messer Antonio Rizzo d'un certo Forlivese: "Pensate s'è pazzo, che ha nome Bartolomeo". Ed un altro: "Tu cerchi un maestro Stalla, e non hai cavalli"; ed, "A costui non manca però altro che la robba e 'l cervello". E d'alcun'altre che paion consentanee; come, a questi dí, essendo stato suspizione che uno amico nostro avesse fatto fare una renunzia falsa d'un beneficio, essendo poi malato un altro prete, disse Antonio Torello a quel tale: "Che stai tu a far, che non mandi per quel tuo notaro, e vedi di carpir quest'altro beneficio?" Medesimamente d'alcune che non sono consentanee; come l'altro giorno avendo il Papa mandato per messer Giovan Luca da Pontremolo e per messer Domenico dalla Porta, i quali, come sapete, son tutti dui gobbi, e fattogli Auditori, dicendo voler indrizzare la Rota, disse messer Latin Iuvenale: "Nostro Signore s'inganna, volendo con dui torti indrizzar la Rota".

 

 

 

LXXX.

 

Ridesi ancor spesso quando l'omo concede quello che se gli dice, ed ancor piú, ma mostra intenderlo altramente. Come, essendo il capitan Peralta già condutto in campo per combattere con Aldana e domandando il capitan Molart, che era patrino d'Aldana, a Peralta il sacramento, s'avea addosso brevi o incanti che lo guardassero da esser ferito, Peralta giurò che non avea addosso né brevi né incanti né reliquie né devozione alcuna in che avesse fede. Allor Molart, per pungerlo che fosse marano, disse "Non vi affaticate in questo, ché senza giurare credo che non abbiate fede né anco in Cristo". È ancor bello usar le metafore a tempo in tai propositi; come il nostro maestro Marco Antonio, che disse a Botton da Cesena, che lo stimulava con parole: "Botton, Bottone, tu sarai un dí il bottone e 'l capestro sarà la fenestrella". Ed avendo ancor maestro Marco Antonio composto una molto lunga comedia e di varii atti, disse il medesimo Botton pur a maestro Marc'Antonio: "A far la vostra comedia bisogneranno per lo apparato quanti legni sono in Schiavonia"; rispose maestro Marc'Antonio: "E per l'apparato della tua tragedia basteran tre solamente".

 

 

 

LXXXI.

 

Spesso si dice ancor una parola, nella quale è una nascosta significazione lontana da quello che par che dir si voglia. Come il signor Prefetto qui, sentendo ragionare d'un capitano, il quale in vero a' suoi dí il piú delle volte ha perduto, e allor pur per avventura avea vinto; e dicendo colui che ragionava, che nella entrata che egli avea fatta in quella terra s'era vestito un bellissimo saio di velluto cremosí il qual portava sempre dopo le vittorie, disse il signor Prefetto: "Dee esser novo". Non meno induce il riso, quando talor si risponde a quello che non ha detto colui con cui si parla, o ver si mostra creder che abbia fatto quello che non ha fatto, e dovea fare. Come Andrea Coscia, essendo andato a visitare un gentilomo, il quale discortesemente lo lasciava stare in piedi, ed esso sedea, disse: "Poiché vostra Signoria me lo commanda, per obedire io sederò"; e cosí si pose a sedere.

 

 

 

LXXXII.

 

Ridesi ancor quando l'omo con bona grazia accusa se stesso di qualche errore; come l'altro giorno, dicendo io al capellan del signor Duca, che Monsignor mio avea un capellano che dicea messa piú presto di lui, mi rispose: "Non è possibile"; ed accostatomisi all'orecchio, disse: "Sapiate ch'io non dico un terzo delle secrete". Biagin Crivello ancor, essendo stato morto un prete a Milano, domandò il beneficio al Duca, il qual pur stava in opinion di darlo ad un altro. Biagin in ultimo, vedendo che altra ragione non gli valea, "E come?" disse; "s'io ho fatto ammazzar il prete, perché non mi volete voi dar il beneficio?" Ha grazia ancor spesso desiderare quelle cose che non possono essere; come l'altro giorno un de' nostri, vedendo questi signori che tutti giocavano d'arme ed esso stava colcato sopra un letto, disse: "Oh come mi piaceria, che ancor questo fosse esercizio da valente omo e bon soldato!" È ancor bel modo e salso di parlare, e massimamente in persone gravi e d'autorità, rispondere al contrario di quello che vorria colui con chi si parla, ma lentamente, e quasi con una certa considerazione dubbiosa e suspesa. Come già il re Alfonso primo d'Aragona, avendo donato ad un suo servitore arme, cavalli e vestimenti, perché gli avea detto che la notte avanti sognava che sua Altezza gli dava tutte quelle cose; e non molto poi dicendogli pur il medesimo servitore, che ancor quella notte avea sognato che gli dava una bona quantità di fiorin d'oro, gli rispose: "Non crediate da mo inanzi ai sogni, ché non sono veritevoli". Di questa sorte rispose ancor il Papa al Vescovo di Cervia, il qual, per tentar la voluntà sua, gli disse: "Padre Santo, per tutta Roma e per lo palazzo ancora si dice che vostra Santità mi fa governatore". Allor il Papa, "Lasciategli dire", rispose, "ché son ribaldi; non dubitate, che non è vero niente".

 

 

 

LXXXIII.

 

Potrei forsi ancor, signori, raccórre molti altri lochi, donde si cavano motti ridiculi; come le cose dette con timidità, con maraviglia, con minacce for d'ordine, con troppo collera; oltra di questo, certi casi novi, che intervenuti inducono il riso; talor la taciturnità, con una certa maraviglia; talor il medesimo ridere senza proposito; ma a me pare ormai aver detto a bastanza, perché le facezie che consistono nelle parole credo che non escano di que' termini di che noi avemo ragionato. Quelle poi che sono nell'effetto, avvenga che abbian infinite parti, pur si riducono a pochi capi; ma nell'una e nell'altra sorte la principal cosa è lo ingannar la opinione e rispondere altramente che quello che aspetta l'auditore; ed è forza, se la facezia ha d'aver grazia, sia condita di quello inganno, o dissimulare o beffare o riprendere o comparare, o qual altro modo voglia usar l'omo. E benché le facezie inducano tutte a ridere, fanno però ancor in questo ridere diversi effetti; perché alcune hanno in sé una certa eleganzia e piacevolezza modesta, altre pungono talor copertamente, talor publico, altre hanno del lascivetto, altre fanno ridere súbito che s'odono, altre quanto piú vi si pensa, altre col riso fanno ancor arrossire, altre inducono un poco d'ira; ma in tutti i modi s'ha da considerar la disposizion degli animi degli auditori, perché agli afflitti spesso i giochi dànno maggior afflizione; e sono alcune infirmità che, quanto piú vi si adopra medicina, tanto piú si incrudiscono. Avendo adunque il cortegiano nel motteggiare e dir piacevolezze rispetto al tempo, alle persone, al grado suo e di non esser in ciò troppo frequente (ché in vero dà fastidio, tutto il giorno, in tutti i ragionamenti e senza proposito, star sempre su questo), potrà esser chiamato faceto; guardando ancor di non esser tanto acerbo e mordace, che si faccia conoscer per maligno, pungendo senza causa o ver con odio manifesto; o ver persone troppo potenti, che è imprudenzia; o ver troppo misere, che è crudeltà; o ver troppo scelerate, che è vanità; o ver dicendo cose che offendan quelli che esso non vorria offendere, che è ignoranzia; perché si trovano alcuni che si credono esser obligati a dir e punger senza rispetto ogni volta che possono, vada pur poi la cosa come vole. E tra questi tali son quelli, che per dire una parola argutamente, non guardan di macular l'onor d'una nobil donna; il che è malissima cosa e degna di gravissimo castigo, perché in questo caso le donne sono nel numero dei miseri, e però non meritano in ciò essere mordute, ché non hanno arme da diffendersi. Ma, oltre a questi rispetti, bisogna che colui che ha da esser piacevole e faceto, sia formato d'una certa natura atta a tutte le sorti di piacevolezze ed a quelle accommodi li costumi, i gesti e 'l volto; il quale quant'è piú grave e severo e saldo, tanto piú fa le cose che son dette parer salse ed argute.

 

 

 

LXXXIV.

 

Ma voi, messer Federico, che pensaste di riposarvi sotto questo sfogliato albero e nei mei secchi ragionamenti, credo che ne siate pentito e vi paia esser entrato nell'ostaria di Montefiore; però ben sarà che, a guisa di pratico corrieri, per fuggir un tristo albergo, vi leviate un poco piú per tempo che l'ordinario e seguitiate il camin vostro. - Anzi, - rispose messer Federico, - a cosí bon albergo sono io venuto, che penso di starvi piú che prima non aveva deliberato; però riposerommi pur ancor fin a tanto che voi diate fine a tutto 'l ragionamento proposto, del quale avete lasciato una parte che al principio nominaste, che son le "burle"; e di ciò non è bono che questa compagnia sia defraudata da voi. Ma sí come circa le facezie ci avete insegnato molte belle cose e fattoci audaci nello usarle, per esempio di tanti singulari ingegni e grandi omini, e príncipi e re e papi, credo medesimamente che nelle burle ci darete tanto ardimento, che pigliaremo segurtà di metterne in opera qualcuna ancor contra di voi -. Allor messer Bernardo ridendo, - Voi non sarete, - disse, i primi; ma forse non vi verrà fatto, perché ormai tante n'ho ricevute, che mi guardo da ogni cosa, come i cani che, scottati dall'acqua calda, hanno paura della fredda. Pur, poiché di questo ancor volete ch'io dica, penso potermene espedir con poche parole.

 

 

 

LXXXV.

 

E' parmi che la burla non sia altro che un inganno amichevole di cose che non offendano, o almen poco; e sí come nelle facezie il dir contra l'aspettazione, cosí nelle burle il far contra l'aspettazione induce il riso. E queste tanto piú piacciono e sono laudate quanto piú hanno dello ingenioso e modesto; perché chi vol burlar senza rispetto spesso offende e poi ne nascono disordini e gravi inimicizie. Ma i lochi donde cavar si posson le burle son quasi i medesimi delle facezie. Però, per non replicargli, dico solamente che di due sorti burle si trovano, ciascuna delle quali in piú parti poi divider si poria. L'una è, quando s'inganna ingeniosamente con bel modo e piacevolezza chi si sia; l'altra, quando si tende quasi una rete e mostra un poco d'esca, talché l'omo corre ad ingannarsi da se stesso. Il primo modo è tale, quale fu la burla che a questi dí due gran signore, ch'io non voglio nominare, ebbero per mezzo d'un Spagnolo chiamato Castiglio -. Allora la signora Duchessa, - E perché, - disse, - non le volete voi nominare? - Rispose messer Bernardo: - Non vorrei che lo avessero a male -. Replicò la signora Duchessa ridendo: - Non si disconvien talor usare le burle ancor coi gran signori; ed io già ho udito molte esserne state fatte al duca Federico, al re Alfonso d'Aragona, alla reina donna Isabella di Spagna ed a molti altri gran príncipi; ed essi non solamente non lo aver avuto a male, ma aver premiato largamente i burlatori -. Rispose messer Bernardo: - Né ancor con questa speranza le nominarò io. - Dite come vi piace, - suggiunse la signora Duchessa. Allor seguitò messer Bernardo e disse: - Pochi dí sono che nella corte di chi io intendo capitò un contadin bergamasco per servizio di un gentilom cortegiano, il qual fu tanto ben divisato di panni ed acconcio cosí attillatamente che, avvenga che fosse usato solamente a guardar buoi, né sapesse far altro mestiero, da chi non l'avesse sentito ragionare saria stato tenuto per un galante cavaliero; e cosí essendo detto a quelle due signore che quivi era capitato un Spagnolo servitore del cardinale Borgia che si chiamava Castiglio, ingeniosissimo, musico, danzatore, ballatore e piú accorto cortegiano che fosse in tutta Spagna, vennero in estremo desiderio di parlargli, e súbito mandarono per esso; e dopo le onorevoli accoglienze, lo fecero sedere e cominciarono a parlargli con grandissimo riguardo in presenzia d'ognuno; e pochi eran di quelli che si trovavano presenti, che non sapessero che costui era un vaccaro bergamasco. Però, vedendosi che quelle signore l'intertenevano con tanto rispetto e tanto l'onoravano, furono le risa grandissime; tanto piú che 'l bon omo sempre parlava del suo nativo parlare zaffi bergamasco. Ma quei gentilomini che faceano la burla aveano prima detto a queste signore che costui, tra l'altre cose, era gran burlatore, e parlava eccellentemente tutte le lingue, e massimamente lombardo contadino; di sorte che sempre estimarono che fingesse; e spesso si voltavano l'una all'altra con certe maraviglie e diceano: "Udite gran cosa, come contrafà questa lingua!" In somma, tanto durò questo ragionamento, che ad ognuno doleano gli fianchi per le risa; e fu forza che esso medesimo desse tanti contrasegni della sua nobilità, che pur in ultimo queste signore, ma con gran fatica, credettero che 'l fusse quello che egli era.

 

 

 

LXXXVI.

 

Di questa sorte burle ogni dí veggiamo; ma tra l'altre quelle son piacevoli, che al principio spaventano e poi riescono in cosa sicura, perché il medesimo burlato si ride di se stesso, vedendosi aver avuto paura di niente. Come essendo io una notte alloggiato in Paglia, intervenne che nella medesima ostaria ov'ero io erano ancor tre altri compagni, dui da Pistoia, l'altro da Prato, i quali dopo cena si misero, come spesso si fa, a giocare: cosí non v'andò molto che uno dei dui Pistolesi, perdendo il resto, restò senza un quattrino, di modo che cominciò a desperarsi e maledire e biastemare fieramente; e cosí rinegando se n'andò a dormire. Gli altri dui, avendo alquanto giocato, deliberarono fare una burla a questo che era ito a letto. Onde, sentendo che esso già dormiva, spensero tutti i lumi e velarono il foco; poi si misero a parlar alto e far i maggiori romori del mondo, mostrando venire a contenzione del gioco, dicendo uno: "Tu hai tolto la carta di sotto"; l'altro negandolo, con dire: "E tu hai invitato sopra flusso; il gioco vadi a monte"; e cotai cose, con tanto strepito, che colui che dormiva si risvegliò; e sentendo che costoro giocavano e parlavano cosí come se vedessero le carte, un poco aperse gli occhi, e non vedendo lume alcuno in camera, disse: "E che diavol farete voi tutta notte di cridare?" Poi súbito se rimise giú, come per dormire. I dui compagni non li diedero altrimenti risposta, ma seguitarono l'ordine suo; di modo che costui, meglio risvegliato, cominciò a maravigliarsi, e vedendo certo che ivi non era né foco né splendor alcuno e che pur costoro giocavano e contendevano, disse: "E come potete voi veder le carte senza lume?" Rispose uno delli dui: "Tu dèi aver perduto la vista insieme con li danari; non vedi tu, se qui abbiam due candele?" Levossi quello che era in letto su le braccia e quasi adirato disse: "O ch'io sono ebriaco o cieco, o voi dite le bugie". Li due levaronsi ed andarono a letto tentoni, ridendo e mostrando di credere che colui si facesse beffe di loro; ed esso pur replicava: "Io dico che non vi veggo". In ultimo li dui cominciarono a mostrare di maravigliarsi forte e l'uno disse all'altro: "Oimè, parmi che 'l dica da dovero; da' qua quella candela, e veggiamo se forse gli si fosse inturbidata la vista". Allor quel meschino tenne per fermo d'esser diventato cieco, e piangendo dirottamente disse: "O fratelli mei, io son cieco"; e súbito cominciò a chiamar la Nostra Donna di Loreto e pregarla che gli perdonasse le biastemme e le maledizioni che gli avea date per aver perduto i denari. I dui compagni pur lo confortavano e dicevano: "E' non è possibile che tu non ci vegghi; egli è una fantasia che tu t'hai posta in capo". "Oimè", replicava l'altro, "che questa non è fantasia, né vi veggo io altrimenti che se non avessi mai avuti occhi in testa". "Tu hai pur la vista chiara", rispondeano li dui e diceano l'un altro: "Guarda come egli apre ben gli occhi e come gli ha belli! e chi poria creder ch'ei non vedesse?" Il poveretto tuttavia piangea piú forte e dimandava misericordia a Dio. In ultimo costoro gli dissero: "Fa' voto d'andare alla Nostra Donna di Loreto devotamente scalzo ed ignudo, ché questo è il miglior rimedio che si possa avere; e noi fra tanto andaremo ad Acqua Pendente e quest'altre terre vicine per veder di qualche medico, e non ti mancaremo di cosa alcuna possibile". Allora quel meschino súbito s'inginocchiò nel letto, e con infinite lacrime ed amarissima penitenzia dello aver biastemato fece voto solenne d'andar ignudo a Nostra Signora di Loreto ed offerirgli un paio d'occhi d'argento e non mangiar carne il mercore, né ova il venere, e digiunar pane ed acqua ogni sabbato ad onore di Nostra Signora, se gli concedeva grazia di ricuperar la vista. I dui compagni, entrati in un'altra camera, accesero un lume e se ne vennero con le maggior risa del mondo davanti a questo poveretto; il quale, benché fosse libero di cosí grande affanno, come potete pensare, pur era tanto attonito della passata paura, che non solamente non potea ridere, ma né pur parlare; e li dui compagni non faceano altro che stimularlo, dicendo che era obligato a pagar tutti questi voti, perché avea ottenuta la grazia domandata.

 

 

 

LXXXVII.

 

Dell'altra sorte di burle, quando l'omo inganna se stesso, non darò io altro esempio, se non quello che a me intervenne, non è gran tempo: perché a questo carneval passato Monsignor mio di San Pietro ad Vincula, il qual sa come io mi piglio piacer, quando son maschera, di burlar frati, avendo prima ben ordinato ciò che fare intendeva, venne insieme un dí con Monsignor d'Aragona ed alcuni altri cardinali a certe finestre in Banchi, mostrando voler star quivi a veder passar le maschere, come è usanza di Roma. Io, essendo maschera, passai, e vedendo un frate cosí da un canto che stava un poco suspeso, giudicai aver trovata la mia ventura e súbito gli corsi come un famelico falcone alla preda; e prima domandatogli chi egli era, ed esso rispostomi, mostrai di conoscerlo e con molte parole cominciai ad indurlo a credere che 'l barigello l'andava cercando per alcune male informazioni che di lui s'erano avute, e confortarlo che venisse meco insino alla cancelleria, ché io quivi lo salvarei. Il frate, pauroso e tutto tremante, parea che non sapesse che si fare e dicea dubitar, se si dilungava da San Celso, d'esser preso. Io pur facendogli bon animo, gli dissi tanto, che mi montò di groppa, ed allor a me parve d'aver a pien compíto il mio disegno; cosí súbito cominciai a rimettere il cavallo per Banchi, il qual andava saltellando e traendo calci. Imaginate or voi che bella vista facea un frate in groppa di una maschera, col volare del mantello e scuotere il capo innanzi e 'ndietro, che sempre parea che andasse per cadere. Con questo bel spettaculo cominciarono que' signori a tirarci ova dalle finestre, poi tutti i banchieri e quante persone v'erano; di modo che non con maggior impeto cadde dal cielo mai la grandine, come da quelle finestre cadeano l'ova, le quali per la maggior parte sopra di me venivano; ed io per esser maschera non mi curava, e pareami che quelle risa fossero tutte per lo frate e non per me; e per questo piú volte tornai innanzi e 'ndietro per Banchi, sempre con quella furia alle spalle; benché il frate quasi piangendo mi pregava ch'io lo lassassi scendere, e non facessi questa vergogna all'abito; poi, di nascosto, il ribaldo si facea dar ova ad alcuni staffieri posti quivi per questo effetto, e mostrando tenermi stretto per non cadere me le schiacciava nel petto, spesso in sul capo, e talor in su la fronte medesima; tanto ch'io era tutto consumato. In ultimo, quando ognuno era stanco e di ridere e di tirar ova, mi saltò di groppa, e callatosi indrieto lo scapularo mostrò una gran zazzera e disse: "Messer Bernardo, io son un famiglio di stalla di San Pietro ad Vincula e son quello che governa il vostro muletto". Allor io non so qual maggiore avessi o dolore o ira o vergogna; pur, per men male, mi posi a fuggire verso casa e la mattina seguente non osava comparere; ma le risa di questa burla non solamente il dí seguente, ma quasi insino adesso son durate -.

 

 

 

LXXXVIII.

 

E cosí essendosi per lo raccontarla alquanto rinovato il ridere, suggiunse messer Bernardo: - È ancor un modo di burlare assai piacevole, onde medesimamente si cavano facezie, quando si mostra credere che l'omo voglia fare una cosa, che in vero non vol fare. Come essendo io in sul ponte di Leone una sera dopo cena, e andando insieme con Cesare Beccadello scherzando, cominciammo l'un l'altro a pigliarsi alle braccia, come se lottare volessimo; e questo perché allor per sorte parca che in su quel ponte non fusse persona; e stando cosí, sopragiunsero dui Franzesi i quali, vedendo questo nostro debatto, dimandarono che cosa era e fermaronsi per volerci spartire, con opinion che noi facessimo questione da dovero. Allor io tosto, "Aiutatemi", dissi, "signori, ché questo povero gentilomo a certi tempi di luna ha mancamento di cervello; ed ecco che adesso si vorria pur gittar dal ponte nel fiume". Allora quei dui corsero, e meco presero Cesare e tenevanlo strettissimo; ed esso, sempre dicendomi ch'io era pazzo, mettea piú forza per svilupparsi loro dalle mani e costoro tanto piú lo stringevano; di sorte che la brigata cominciò a vedere questo tumulto ed ognun corse; e quanto piú il bon Cesare battea delle mani e piedi, ché già cominciava entrare in collera, tanto piú gente sopragiungeva; e per la forza grande che esso metteva, estimavano fermamente che volesse saltar nel fiume, e per questo lo stringevan piú; di modo che una gran brigata d'omini lo portarono di peso all'osteria, tutto scarmigliato e senza berretta, pallido dalla collera e dalla vergogna; ché non gli valse mai cosa che dicesse, tra perché quei Franzesi non lo intendevano, tra perché io ancor conducendogli all'osteria sempre andava dolendomi della disavventura del poveretto, che fosse cosí impazzito.

 

 

 

LXXXIX.

 

Or, come avemo detto, delle burle si poria parlar largamente; ma basti il replicare che i lochi onde si cavano sono i medesimi delle facezie. Degli esempi poi n'avemo infiniti, ché ogni dí ne veggiamo; e tra gli altri, molti piacevoli ne sono nelle novelle del Boccaccio, come quelle che faceano Bruno e Buffalmacco al suo Calandrino ed a maestro Simone, e molte altre di donne, che veramente sono ingeniose e belle. Molti omini piacevoli di questa sorte ricordomi ancor aver conosciuti a' mei dí, e tra gli altri in Padoa uno scolar siciliano, chiamato Ponzio; il qual vedendo una volta un contadino che aveva un paro di grossi caponi, fingendo volergli comperare fece mercato con esso e disse che andasse a casa seco, ché, oltre al prezzo, gli darebbe da far colazione; e cosí lo condusse in parte dove era un campanile, il quale è diviso dalla chiesa, tanto che andar vi si po d'intorno; e proprio ad una delle quattro facce del campanile rispondeva una stradetta piccola. Quivi Ponzio, avendo prima pensato ciò che far intendeva, disse al contadino: "Io ho giocato questi caponi con un mio compagno, il qual dice che questa torre circunda ben quaranta piedi, ed io dico di no; e a punto allora quand'io ti trovai aveva comperato questo spago per misurarla; però, prima che andiamo a casa, voglio chiarirmi chi di noi abbia vinto"; e cosí dicendo trassesi dalla manica quel spago e diello da un capo in mano al contadino e disse: "Da' qua"; e tolse i caponi e prese il spago dall'altro capo; e, come misurar volesse, cominciò a circundar la torre avendo prima fatto affermar il contadino, e tener il spago dalla parte che era opposta a quella faccia che rispondeva nella stradetta; alla quale come esso fu giunto, cosí ficcò un chiodo nel muro, a cui annodò il spago; e lasciatolo in tal modo, cheto cheto se n'andò per quella stradetta coi caponi. Il contadino per bon spazio stette fermo, aspettando pur che colui finisse di misurare; in ultimo, poi che piú volte ebbe detto: "Che fate voi tanto?", volse vedere, e trovò che quello che tenea lo spago non era Ponzio, ma era un chiodo fitto nel muro, il qual solo gli restò per pagamento dei caponi. Di questa sorte fece Ponzio infinite burle. Molti altri sono ancora stati omini piacevoli di tal manera, come il Gonella, il Meliolo in que' tempi, ed ora il nostro frate Mariano e frate Serafino qui, e molti che tutti conoscete. Ed in vero questo modo è lodevole in omini che non facciano altra professione; ma le burle del cortegiano par che si debbano allontanar un poco piú dalla scurilità. Deesi ancora guardar che le burle non passino alla barraria come vedemo molti mali omini che vanno per lo mondo con diverse astuzie per guadagnar denari, fingendo or una cosa ed or un'altra; e che non siano anco troppo acerbe, e sopra tutto aver rispetto e riverenzia, cosí in questo come in tutte l'altre cose, alle donne, e massimamente dove intervenga offesa della onestà -.

 

 

 

XC.

 

Allora il signor Gasparo, - Per certo, - disse, - messer Bernardo, voi sète pur troppo parziale a queste donne. E per ché volete voi che piú rispetto abbiano gli omini alle donne, che le donne agli omini? Non dee a noi forse esser tanto caro l'onor nostro, quanto ad esse il loro? A voi pare adunque che le donne debban pungere e con parole e con beffe gli omini in ogni cosa senza riservo alcuno, e gli omini se ne stiano muti e le ringrazino da vantaggio? - Rispose allor messer Bernardo: - Non dico io che le donne non debbano aver nelle facezie e nelle burle quei respetti agli omini che avemo già detti; dico ben che esse possono con piú licenzia morder gli omini di poca onestà, che non possono gli omini mordere esse; e questo perché noi stessi avemo fatta una legge, che in noi non sia vicio né mancamento né infamia alcuna la vita dissoluta e nelle donne sia tanto estremo obbrobrio e vergogna, che quella di chi una volta si parla male, o falsa o vera che sia la calunnia che se le dà, sia per sempre vituperata. Però essendo il parlar dell'onestà delle donne tanto pericolosa cosa d'offenderle gravemente, dico che dovemo morderle in altro ed astenerci da questo; perché pungendo la facezia o la burla troppo acerbamente, esce del termine che già avemo detto convenirsi a gentilomo -.

 

 

 

XCI.

 

Quivi, facendo un poco di pausa messer Bernardo, disse il signor Ottavian Fregoso ridendo: - Il signor Gaspar potrebbe rispondervi che questa legge, che voi allegate che noi stessi avemo fatta, non è forse cosí fuor di ragione come a voi pare; perché essendo le donne animali imperfettissimi e di poca o niuna dignità a rispetto degli omini, bisognava, poiché da sé non erano capaci di far atto alcun virtuoso, che con la vergogna e timor d'infamia si ponesse loro un freno, che quasi per forza in esse introducesse qualche bona qualità; e parve che piú necessaria loro fosse la continenzia che alcuna altra, per aver certezza dei figlioli; onde è stato forza con tutti gl'ingegni ed arti e vie possibili far le donne continenti, e quasi conceder loro che in tutte l'altre cose siano di poco valore, e che sempre facdano il contrario di ciò che devriano. Però essendo lor licito far tutti gli altri errori senza biasimo, se noi le vorremo mordere di quei diffetti i quali, come avemo detto, tutti ad esse sono conceduti e però a loro non sono disconvenienti, né esse se ne curano, non moveremo mai il riso; perché già voi avete detto che 'l riso si move con alcune cose che son disconvenienti -.

 

 

 

XCII.

 

Allor la signora Duchessa, - In questo modo, - disse, signor Ottaviano, parlate delle donne; e poi vi dolete che esse non v'amino? - Di questo non mi dolgo io, - rispose il signor Ottaviano, - anzi le ringrazio, poiché con lo amarmi non m'obligano ad amar loro; né parlo di mia opinione, ma dico che 'l signor Gasparo potrebbe allegar queste ragioni -. Disse messer Bernardo: - Gran guadagno in vero fariano le donne se potessero riconciliarsi con dui suoi tanto gran nemici, quanto siete voi e 'l signor Gasparo. - Io non son lor nemico, - rispose il signor Gasparo, - ma voi sète ben nemico degli omini; ché se pur volete che le donne non siano mordute circa questa onestà, dovreste mettere una legge ad esse ancor, che non mordessero gli omini in quello che a noi cosi è vergogna, come alle donne la incontinenzia. E perché non fu cosí conveniente ad Alonso Cariglio la risposta che diede alla signora Boadiglia della speranza che avea di campar la vita, perché essa lo pigliasse per marito, come a lei la proposta che ognun che lo conoscea pensava che 'l Re lo avesse da far impiccare? E perché non fu cosí licito a Riciardo Minutoli gabbar la moglie di Filippello e farla venir a quel bagno, come a Beatrice far uscire del letto Egano suo marito e fargli dare delle bastonate da Anichino, poi che un gran pezzo con lui giacciuta si fu? E quell'altra che si legò lo spago al dito del piede e fece credere al marito proprio non esser dessa? Poiché voi dite che quelle burle di donne nel Giovan Boccaccio son cosí ingeniose e belle -.

 

 

 

XCIII.

 

Allora messer Bernardo ridendo, - Signori, - disse, essendo stato la parte mia solamente disputar delle facezie, io non intendo passar quel termine; e già penso aver detto perché a me non paia conveniente morder le donne né in detti né in fatti circa l'onestà, e ancor ad esse aver posto regula, che non pungan gli omini dove lor dole. Dico ben che delle burle e motti che voi, signor Gasparo, allegate, quello che disse Alonso alla signora Boadiglia, avvegna che tocchi un poco la onestà, non mi dispiace, perché è tirato assai da lontano ed è tanto occulto che si po intendere simplicemente, di modo che esso potea dissimularlo ed affermare non l'aver detto a quel fine. Un altro ne disse al parer mio disconveniente molto; e questo fu, che passando la Regina davanti la casa pur della signora Boadiglia, vide Alonso la porta tutta dipinta con carboni di quegli animali disonesti che si dipingono per l'osterie in tante forme; ed accostatosi alla Contessa di Castagneto, disse: "Eccovi, Signora, le teste delle fiere che ogni giorno ammazza la signora Boadiglia alla caccia". Vedete che questo, avvegna che sia ingeniosa metafora, e ben tolta dai cacciatori, che hanno per gloria aver attaccate alle lor porte molte teste di fiere, pur è scurile e vergognoso; oltra che non fu risposta, ché il rispondere ha molto piú del cortese, perché par che l'omo sia provocato; e forza è che sia all'improviso. Ma tornando a proposito delle burle delle donne, non dico io che faccian bene ad ingannare i mariti, ma dico che alcuni di quegli inganni che recita Giovan Boccaccio delle donne son belli ed ingeniosi assai, e massimamente quelli che voi proprio avete detti. Ma, secondo me, la burla di Riciardo Minutoli passa il termine ed è piú acerba assai che quella di Beatrice, ché molto piú tolse Riciardo Minutoli alla moglie di Filippello, che non tolse Beatrice ad Egano suo marito; perché Riciardo con quello inganno sforzò colei e fecela far di se stessa quello che ella non voleva; e Beatrice ingannò suo marito per far essa di se stessa quello che le piaceva -.

 

 

 

XCIV.

 

Allor il signor Gasparo, - Per niuna altra causa, - disse, si po escusar Beatrice eccetto che per amore; il che si deve cosí ammettere negli omini, come nelle donne -. Allora messer Bernardo, - In vero, - rispose, - grande escusazione d'ogni fallo portan seco le passioni d'amore; nientedimeno io per me giudico che un gentilomo di valore il quale ami, debba, cosí in questo come in tutte l'altre cose, esser sincero e veridico; e se è vero che sia viltà e mancamento tanto abominevole l'esser traditore ancora contra un nemico, considerate quanto piú si deve estimar grave tal errore contra persona che s'ami; ed io credo che ogni gentil innamorato tolleri tante fatiche, tante vigilie, si sottoponga a tanti pericoli, sparga tante lacrime, usi tanti modi e vie di compiacere l'amata donna, non per acquistarne principalmente il corpo, ma per vincer la ròcca di quell'animo, spezzare quei durissimi diamanti, scaldar que' freddi ghiacci, che spesso ne' delicati petti stanno di queste donne; e questo credo sia il vero e sodo piacere e 'l fine dove tende la intenzione d'un nobil core; e certo io per me amerei meglio, essendo innamorato, conoscer chiaramente che quella a cui io servissi mi redamasse di core e m'avesse donato l'animo, senza averne mai altra satisfazione, che goderla ed averne ogni copia contra sua voglia; ché in tal caso a me pareria esser patrone d'un corpo morto. Però quelli che consegueno e suoi desidèri per mezzo di queste burle, che forse piú tosto tradimenti che burle chiamar si poriano, fanno ingiuria ad altri; né con tutto ciò han quella satisfazione che in amor desiderar si deve, possedendo il corpo senza la voluntà. Il medesimo dico d'alcun'altri, che in amore usano incantesini, malie e talor forza, talor sonniferi e simili cose; e sappiate che li doni ancora molto diminuiscono i piaceri d'amore, perché l'omo po star in dubbio di non essere amato, ma che quella donna faccia dimostrazion d'amarlo per trarne utilità. Però vedete gli amori di gran donne essere estimati, perché par che non possano proceder d'altra causa che da proprio e vero amore, né si dee credere che una gran signora mai dimostri amare un suo minore, se non l'ama veramente -.

 

 

 

XCV.

 

Allor il signor Gaspar, - Io non nego, - rispose, - che la intenzione, le fatiche e i periculi degli innamorati non debbano aver principalmente il fin suo indrizzato alla vittoria dell'animo piú che del corpo della donna amata; ma dico che questi inganni, che voi negli omini chiamate tradimenti e nelle donne burle, son ottimi mezzi per giungere a questo fine, perché sempre chi possede il corpo delle donne è ancora signor dell'animo; e se ben vi ricorda, la moglie di Filippello, dopo tanto ramarico per lo inganno fattoli da Riciardo, conoscendo quanto piú saporiti fossero i basci dell'amante che que' del marito, voltata la sua durezza in dolce amore verso Riciardo, tenerissimamente da quel giorno innanzi l'amò. Eccovi che quello che non avea potuto far il sollicito frequentare, i doni e tant'altri segni cosí lungamente dimostrati, in poco d'ora fece lo star con lei. Or vedete che pur questa burla, o tradimento, come vogliate dire, fu bona via per acquistar la ròcca di quell'animo -. Allora messer Bernardo, - Voi, - disse, - fate un presuposto falsissimo, ché se le donne dessero sempre l'animo a chi lor tiene il corpo, non se ne trovaria alcuna che non amasse il marito piú che altra persona del mondo; il che si vede in contrario. Ma Giovan Boccaccio era, come sète ancor voi, a gran torto nemico delle donne -.

 

 

 

 

XCVI.

 

Rispose il signor Gaspar: - Io non son già lor nemico; ma ben pochi omini di valor si trovano, che generalmente tengan conto alcuno di donne, se ben talor per qualche suo disegno mostrano il contrario -. Rispose allora messer Bernardo: - Voi non solamente fate ingiuria alle donne, ma ancor a tutti gli omini che l'hanno in riverenzia; nientedimeno io, come ho detto, non voglio per ora uscir del mio primo proposito delle burle ed entrar in impresa cosí difficile, come sarebbe il diffender le donne contra voi, che sète grandissimo guerriero; però darò fine a questo mio ragionamento, il qual forse è stato molto piú lungo che non bisognava, ma certo men piacevole che voi non aspettavate. E poich'io veggio le donne starsi cosí chete e supportar le ingiurie da voi cosí pazientemente come fanno, estimarò da mo innanzi esser vera una parte di quello che ha detto el signor Ottaviano, cioè che esse non si curano che di lor sia detto male in ogni altra cosa, pur che non siano mordute di poca onestà -. Allora una gran parte di quelle donne, ben per averle la signora Duchessa fatto cosí cenno, si levarono in piedi e ridendo tutte corsero verso il signor Gasparo, come per dargli delle busse, e farne come le Baccanti d'Orfeo, tuttavia dicendo: - Ora vedrete, se ci curiamo che di noi si dica male -.

 

 

 

XCVII.

 

Cosí, tra per le risa, tra per lo levarsi ognun in piedi, parve che 'l sonno, il quale omai occupava gli occhi e l'animo d'alcuni, si partisse; ma il signor Gasparo cominciò a dire: - Eccovi che per non aver ragione voglion valersi della forza ed a questo modo finire il ragionamento, dandoci, come si sòl dire, una licenzia braccesca -. Allor, - Non vi verrà fatto, - rispose la signora Emilia; - ché, poiché avete veduto messer Bernardo stanco del lungo ragionare, avete cominciato a dir tanto mal delle donne, con opinione di non aver chi vi contradica; ma noi metteremo in campo un cavalier piú fresco, che combatterà con voi, acciò che l'error vostro non sia cosí lungamente impunito -. Cosí rivoltandosi al Magnifico Iuliano, il qual fin allora poco parlato avea, disse: - Voi sète estimato protettor dell'onor delle donne; però adesso è tempo che dimostriate non aver acquistato questo nome falsamente; e se per lo addietro di tal professione avete mai avuto remunerazione alcuna, ora pensar dovete, reprimendo cosí acerbo nemico nostro, d'obligarvi molto piú tutte le donne, e tanto che, avvegna che mai non si faccia altro che pagarvi, pur l'obligo debba sempre restar vivo, né mai si possa finir di pagare -.

 

 

 

XCVIII.

 

Allora il Magnifico Iuliano, - Signora mia, - rispose, parmi che voi facciate molto onore al vostro nemico e pochissimo al vostro diffensore; perché certo insin a qui niuna cosa ha detta il signor Gasparo contra le donne, che messer Bernardo non gli abbia ottimamente risposto; e credo che ognun di noi conosca che al cortegiano si convien aver grandissima riverenzia alle donne, e che chi è discreto e cortese non deve mai pungerle di poca onestà, né scherzando né da dovero; però il disputar questa cosí palese verità è quasi un metter dubbio nelle cose chiare. Parmi ben che 'l signor Ottaviano sia un poco uscito de' termini, dicendo che le donne sono animali imperfettissimi e non capaci di far atto alcuno virtuoso e di poca o niuna dignità a rispetto degli omini; e perché spesso si dà fede a coloro che hanno molta autorità se ben non dicono cosí compitamente il vero, ed ancor quando parlano da beffe, hassi il signor Gaspar lassato indur dalle parole del signor Ottaviano a dire che gli omini savi d'esse non tengon conto alcuno; il che è falsissimo; anzi, pochi omini di valore ho io mai conosciuti, che non amino ed osservino le donne; la virtú delle quali, e conseguentemente la dignità, estimo io che non sia punto inferior a quella degli omini. Nientedimeno, se si avesse da venire a questa contenzione, la causa delle donne averebbe grandissimo disfavore; perché questi signori hanno formato un cortegiano tanto eccellente e con tante divine condizioni, che chi averà il pensiero a considerarlo tale, imaginerà i meriti delle donne non poter aggiungere a quel termine. Ma, se la cosa avesse da esser pari, bisognarebbe prima che un tanto ingenioso e tanto eloquente quanto sono il conte Ludovico e messer Federico, formasse una donna di palazzo con tutte le perfezioni appartenenti a donna, cosí come essi hanno formato il cortegiano con le perfezioni appartenenti ad omo; ed allor se quel che diffendesse la lor causa fosse d'ingegno e d'eloquenzia mediocre, penso che, per esser aiutato dalla verità, dimostraria chiaramente che le donne son cosí virtuose come gli omini -. Rispose la signora Emilia: - Anzi molto piú; e che cosí sia, vedete che la virtú è femina e 'l vicio maschio -.

 

 

 

XCIX.

 

Rise allor il signor Gasparo, e voltatosi a messer Nicolò Frigio, - Che ne credete voi, Frigio? - disse. Rispose il Frigio: - Io ho compassione al signor Magnifico, il quale, ingannato dalle promesse e lusinghe della signora Emilia, è incorso in errore di dir quello di che io in suo servizio mi vergogno -. Rispose la signora Emilia pur ridendo: - Ben vi vergognarete voi di voi stesso quando vedrete il signor Gasparo, convinto, confessar il suo e 'l vostro errore e domandar quel perdono, che noi non gli vorremo concedere -. Allora la signora Duchessa: - Per esser l'ora molto tarda voglio, - disse, - che differiamo il tutto a domani; tanto piú perché mi par ben fatto pigliar il consiglio del signor Magnifico: cioè che, prima che si venga a questa disputa, cosí si formi una donna di palazzo con tutte le perfezioni, come hanno formato questi signori il perfetto cortegiano. - Signora, - disse allor la signora Emilia, - Dio voglia che noi non ci abbattiamo a dar questa impresa a qualche congiurato col signor Gasparo, che ci formi una cortegiana che non sappia far altro che la cucina e filare -. Disse il Frigio: - Ben è questo il suo proprio officio -. Allor la signora Duchessa, - Io voglio, - disse, - confidarmi del signor Magnifico, il qual, per esser di quello ingegno e giudicio che è, son certa che imaginerà quella perfezion maggiore che desiderar si po in donna ed esprimeralla ancor ben con le parole; e cosí averemo che opporre alle false calunnie del signor Gasparo -.

 

 

 

C.

 

- Signora mia, - rispose il Magnifico, - io non so come bon consiglio sia il vostro impormi impresa di tanta importanzia, ch'io in vero non mi vi sento sufficiente; né sono io come il Conte e messer Federico, i quali con la eloquenzia sua hanno formato un cortegiano che mai non fu né forse po essere. Pur, se a voi piace ch'io abbia questo carico, sia almen con quei patti che hanno avuti quest'altri signori: cioè che ognun possa dove gli parerà contradirmi, ch'io questo estimarò non contradizione, ma aiuto; e forse col correggere gli errori mei, scoprirassi quella perfezion della donna di palazzo, che si cerca. - Io spero, - rispose la signora Duchessa, - che 'l vostro ragionamento sarà tale, che poco vi si potrà contradire. Sí che mettete Pur l'animo a questo sol pensiero e formateci una tal donna, che questi nostri avversari si vergognino a dir ch'ella non sia pari di virtú al cortegiano; del quale ben sarà che messer Federico non ragioni piú, ché pur troppo l'ha adornato, avendogli massimamente da esser dato paragone d'una donna. - A me, Signora, - disse allor messer Federico, - ormai poco o niente avanza che dir sopra il cortegiano; e quello che pensato aveva, per le facezie di messer Bernardo m'è uscito di mente. - Se cosí è, - disse la signora Duchessa, - dimani riducendoci insieme a bon'ora, aremo tempo di satisfar all'una cosa e l'altra -. E cosí detto si levarono tutti in piedi; e presa riverentemente licenzia dalla signora Duchessa, ciascun si fu alla stanzia sua.

 

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Ultimo Aggiornamento: 09/07/05 14.56.57