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Satire

di. SALVATOR ROSA

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SATIRA SETTIMA

TIRRENO

L'autore sotto nome di Tirreno si duole con se medesimo del poco frutto cavato dalle sue tante invettive contro de' vizzi. Esagera l'imposibilità dell'impresa mediante l'ostinazione de' mal fattori e, fastedito, risolve abandonare affatto il mestiere dello scrivere come cosa inutile e pericolosa, e di darsi tutto e per tutto in braccio de la quiete lontano da le cità e da gl<i> uomini. Quanto sia falace e pericoloso il mestiere de lo scriver satire.

Mentre Tiren solo sul Pincio un dì

sen gía con volto di mestizia pregno,

3 con se medesmo favellò così:

- Tempo sarebbe omai, mal cauto ingegno,

di dir con ciglio umiliato e basso

6 che indarno contro il Vizio armi lo sdegno,

e deluso esclamare a ciascun passo

che il voler far da riprensor sul Lazio

9 è un zappar l'acque, un seminar sul sasso;

che de le tue querele il mondo è sazio,

che più non duole né fa senso all'empio

12 se punge Giovenal, se sgrida Orazio;

che Virtudi et Onor non han più tempio,

ch'i popoli lagnar s'odon sul serio,

15 che può troppo de' grandi il tristo esempio;

che con soverchio abuso et improperio

odo chiamar da l'uom sfacciato e doppio

18 spirto e disinvoltura il vituperio;

che risorger dovría la legge d'Oppio,

se il lusso ha rotto ogni ritegno e freno,

21 ch'io non so come per dolor non scoppio;

che di Circi e Tiberii il mondo è pieno,

ch'ogni reggia oggi è Capri e che per tutto

24 di mode di peccar pregno è il terreno;

che mentre l'uom ne l'ateismo è istrutto,

ne lo spinoso suol dell'alme insane

27 le semenze d'Idio non fan più frutto;

che il più cercar son deligenze vane

la già morta bontade, e se pur vive

30 o va scalza et ignuda o non ha pane;

che più chioma non v'è degna d'olive,

che de' nomi de' Scipi e de' Fabrizî

33 l'eco solo restò su queste rive;

che in ogni clima hanno i sellarî ospizi,

che giunta è a tal l'innappetenza umana

36 che non gradisce che stillati i vizî;

ch'ogni legge a l'uom molle è dura e strana,

e che il Gordio a disfar d'un solo abuso

39 Belisarda non basta e Durindana.

Da me medesmo mi condanno e accuso

che non seppi osservar quanto in noi puote

42 la pania del piacer, l'oppio de l'uso;

ch'un'usanza invecchiata invan si scuote,

che richiama un abisso un altro abisso

45 et una colpa a un'altra colpa è cote;

e piango alor che a meditar mi fisso

crescer del dio Cupidine il drapello

48 e scemar d'amatori il crocefisso.

Non si teme d'Idio l'arco o 'l flagello,

né più rimorde né spaventa i tristi

51 il nome d'anatema o del bargello;

troppi son di Cocito ampli gli acquisti,

e a far d'apostasie più folto il ruolo

54 non occorre aspettar più gli antecristi.

Senza temer contaggio un passo solo

qual giusto moverà se sì frequente

57 d'orme prescite è contagioso il suolo?

Perduto è il seme de la buona gente

e de l'oblio portonne il gran diluvio

60 logra la stampa, soffogata e spenta.

Vano è opporsi de' falli al gran profluvio,

se i derisori del divin decalogo

63 più non temeno, no, pesti o Vesuvio;

d'impenitenti già colmo è il catalogo

e il senso inviluppato in più d'un nodo

66 sdegna di far con la ragion dialogo.

Ogn<un> vive, ognun parla et opra in modo

come Idio non ci fusse, e fuor che imonde

69 massime d'impietade altro non odo.

Più non ha l'uman core argini o sponde:

ove incontra un diletto, ivi si esanima;

72 donde il chiama un piacer, là si confonde;

quindi è che spesso a mormor<ar> m'inanima

Zenon ch'il disse d'ogni male il centro,

75 Esichio e Geremia ventre de l'anima.

Quando in questi pensier mi riconcentro,

aborro e prendo la mia specie a sc<h>erno,

78 e non mi curo il penetrar più a dentro.

Peccar per debolezza io più non scerno;

chi più tenta di lor, dubi so' i gesti:

81 se il diavolo l'uomo o l'uom l'inferno.

Signor, faccio oggi teco i miei pretesti:

con flagelli di carmi i vizii io punsi

84 con quel furor che in me sacro accendesti;

dal tuo zelo giammai non mi disgiunsi:

tu m'inspirasti, io t'ubedi', ma gli empi

87 risero a i detti miei; nessun compunsi,

anzi aditato fui con morsi e scempi

da le più sporche e livide coscienze

90 per maledica lingua in tutti i tempi.

Chi non darebbe ne le scandescenze?

Chiamâr libelli i miei vangeli, i folli,

93 e l'auree verità maledicenze!

Lo sai tu, lo so io su questi colli

quanto con mio periglio ho detto e dico

96 con labri veritieri et occhi molli,

et è palese a ognun s'io m'affatico

in far tagli sul cor, più che anatomici,

99 del Vizio, mio fierissimo nemico.

L'arti ci adoperai tutte de' comici,

egualmente trattai coturno e socco;

102 ma chi sugo stillar può da le pomici?

Gemei da cigno et ululai d'alocco,

e sensa adoperar rostro od artiglio

105 so che sul vivo a più d'un vizio ho tocco;

e disposto a soffrire ogni periglio,

in maschera di Fauno e Menademo

108 scherzai col tirso e minaciai col ciglio;

e riscaldato da furor supremo,

tutto zel, tutto ardir, senza timore

111 vaticinai, ma fui stimato un scemo.

De le minacce altrui risi al rigore,

né dall'impresa il piè giammai rivolsi,

114 né diversa la lingua ebbi dal core;

seminai verità, odii raccolsi,

e le fronti a colpir d'aurei colossi

117 la satirica fionda in van disciolsi;

qual Senocrate ancor le labra io mossi,

ma dal fango di tante corrutele

120 un solo Polemon mai non riscossi;

sgridai da Giona e piansi da Joele,

di davidiche accuse ombrai le carte

123 e con cinico ardir pinsi le tele;

perseguitai gli abusi in ogni parte

con diversi aforismi a quei di Pergamo,

126 fisico di costumi oprando ogni arte.

Ma noto è insino a i Mezzetin da Bergamo

che, dov'è morta o tituba la fede,

129 fola è l'inferno e spaventacchio il pergamo;

e, da quel che si sente e che si vede,

è forza l'affermar ch'il secol mio

132 o non ama o non teme o non ci crede.

Più non ti lusingar, folle mia Clio:

necessario è che cedi e che confessi

135 che il redimer peccati arte è da Dio;

sol da la mano sua veggonsi espressi

i prodigi terribili e ammirandi

138 de la giustizia, e di pietà gli eccessi.

Tu gastiga, o Signor, gli atti nefandi,

ch'io più non voglio, rigido e feroce,

141 co i versi stuzzicar l'ira de' grandi:

qual eficacia aver può la mia voce

quando non giova in quest'etade indegna

144 il tuo sangue, i tuoi detti e la tua croce?

Piomba tu sul fallir pena condegna,

ché la troppa pietà verso i malvaggi

147 multiplicare i vizi al mondo insegna.

Del ciel più non s'intendono i linguaggi

e a chiuder del peccar l'aperte vie

150 siepe non sa trovar l'arte de' saggi;

al palato del mondo oggi è follia

condir la veritade; a un regio udito

153 la falsa laude sol sembra armonia.

Ben più d'un mi ricorda e mostra a dito

gli Esopi, gli Anasarchi e gli Antifóni

156 e l'infelice libertà di Clito;

de i Senechi i precetti e de i Zenoni

o mere ipocondrie sono stimate

159 o servon solo a incrudelir Neroni;

e chi cerca estirpar vizi e peccati

o perde il tempo o la sua vita azarda,

162 ch'infinito è lo stuol de' scellerati.

È un gran guadagno aver musa infingarda,

ché gli sdegni a irritar, gli odi e le ciarle

165 peggio è un motto talor ch'una bombarda.

Strade sì perigliose io vo' lasciarle,

di non scriver più satire risolvo,

168 tutto che sia difficile a non farle;

somiglianti pensier dal cor dissolvo,

nel seno più non mi faran contrasto,

171 e da<gl>'impeti suoi la lingua assolvo.

Chi non vuol urti in questo secol guasto

sferzi co i gelsomini, e le satiriche

174 forme non tocchi e de le colpe il tasto;

sian le Camene sue burlesche o liriche,

abia sensi d'Amezio e non d'Armodio,

177 labra melate e frasi panegiriche;

de' falli altrui non si riscaldi a l'odio

e se amico il mondaccio ama tenersi

180 favelli da Catone, opri da Clodio.

Stupidezza è di mente il più dolersi;

de' reprobi a destar la sonnolenza

183 ci vuol scoppio di tuoni, e non di versi.

Salga in Pindo chi vuol; più d'eloquenza

gloria non cerco e <di> disprezzo armato

186 odio ciò che qua giù chiaman Sapienza.

Ha l'Ignoranza vil secol beato,

e ascesa omai de l'universo al soglio,

189 tien sotto i piedi e la Fortuna e 'l Fato;

ond'io vo' fare al mio cervel lo spoglio,

mi vo' scordar di leggere e, s'io posso,

192 fin d'esser uom dimenticar mi voglio.

Seguitato ho a bastanza a più non posso

l'acre cantor d'Arunca e quel d'Aquino,

195 e a i morsi del livor fatto ho il soprosso;

e dal bugiardo e steril Caballino

volgo fugendo il piè, stufo e satollo,

198 se più che al suo liquor s'aplaude al vino.

Spezza l'arco e la cetra, o divo Apollo,

ché duo poeti prencipi a' miei giorni

201 hanno a la poesia dato il tracollo;

torna ad Ameto, a i prischi tuoi sogiorni,

ché son de i grandi in questi dì maligni

204 gli Omeri e i Tassi, i papagalli e i storni;

et apron sol d'i potentati i scrigni

et ottien ciò che brama e ciò che sogna

207 chi porta i polli, e non chi porta i cigni.

Vanne, ché il tuo favor più non bisogna;

al famoso Ippocren chiudi le strade,

210 ché il nome di poeta oggi è vergogna.

Furon sempre le lettre in ogni etade

un balsamo, una forte salamoia

213 per preservare in noi la povertade,

dell'intelletto un'onorata foia,

la lubrica sceliva onde la Parca

216 fila il capestro a l'uom per farli il boia.

Chi nel mar de le scienze oggi s'imbarca

per andare al Perù, scorge a la fine

219 che di bisogno solo empie la barca;

a che d'éllere e allòr cincersi il crine,

si amaro è il lauro, e l'edere pudiche

222 han sì gran simpatia con le rovine?

Che giovan le vigilie e le fatiche

s'appo le mense altrui vi scorgo in vano,

225 Lazzari ignudi, pitoccar le miche?

Sensa pane la gloria è un preggio insano

e a guarir le cancrene del bisogno

228 impiastro non ci vuol da ciarlatano.

A persuadervi il Vero io solo agogno:

questa sì ambita eternità ritrovo

231 che sol di teste ambiziose è un sogno.

Poeti miei, vi replico di nuovo

ciò ch'a lungo vi dissi in più maniere,

234 ch'il sentier che premete io non approvo.

Mi parebbe oggimai fusse il dovere

d'impor limite e fine a i vostri spasmi,

237 arti seguir più vantagiose e vere:

dovrian servire i vostri entusiasmi

o per cantar d'alta virtù le geste

240 o per sferzare i peccator co i biasmi;

fuor di questi dui generi moleste

sono l'opere vostre a tutti i popoli,

243 oziose, mordaci o poco oneste.

Son saggi i riti di Costantinopoli,

che in vece d'ammasar tomi di ciance

246 fan volumi di regni e di metropoli.

Che val su i fogli impaledir le guance,

furare al viver breve i dì giocondi,

249 se per i dotti Astrea non ha bilance?

Tante vegilie a che, se poi gli immondi

Levinî a sc<h>erno vi fanno aditare

252 la peste de i lor stati e i vagabondi?

Senti' una volta in piazza contrastare

da un Graziano e un Zanni saltambanchi

255 e di lett<e>re e d'armi disputare.

Dicea il dottor, con testi sodi e franchi,

ch'eran superior le lettre a l'armi

258 e lo provava con esempi a branchi.

Doppo un lungo citar di prose e carmi

di greca autorità, tósca e latina,

261 ch'avriano mosso a commendarlo i marmi,

rispose il Zanni: (r)E pur sera e matina

vedo le lettre, che tant'alzi in sù,

264 di coverta servire a la tunnina.

Io non son miga qualche Torlulù:

una lettra non val che dui baiocchi,

267 et un rozzo cortel vale assai più.

Per Dio, dottor, che tu non m'infinocchi,

ché i letterati son, gioco il salario,

270 calamita di stracci e di pidocchi.

Più temo un spataccin che un secretario;

nessun si netta il cul co i pistolesi

273 e con le lettre ognuno il tafanario¯.

Quel che poi sogiungesse io non intesi,

ma da quei detti ancor sciocchi e burleschi

276 un non so che di vero io ci compresi;

non son sofismi i miei, non son grotteschi:

di già son noti ad ogni vil tugurio

279 de i bell'ingegni i strazii e i guidaleschi.

Un gran signor, con ciglio aspro da Furio,

ch'erano i letterati un dì mi disse

282 gente inquieta e di cattivo augurio;

sì che da quel ch'ora vi dico e scrisse

e da le tante a voi pessime sorti

285 cessar dovrian le dispute e le risse;

né qui ci vuol filosofia d'accorti:

quanto questo mestier sia di svantaggio

288 lo sanno i vivi e lo provorno i morti.

Facciami il mondo tutto aspro il visaggio,

a sì gran verità non trovo intoppo:

291 solo chi sa di non sapere è saggio.

De l'ingegno frenar giova il galoppo

e (v'assicuro sopra la mia fé)

294 gran tormento a lo spirto è il saper troppo;

io non mi curo saperne il perché:

chi vuol sposarsi a la felicità,

297 esser bisogna o Bertoldino o re.

Fortunato è colui che nulla sa;

da quel che sento, prattico e che veggio,

300 del dotto assai manco paure avrà.

Che lettre, che saper, stolti, che preggio

di vanagloria, se ugualmente poi

303 son preda de l'oblio laudi e dispreggio?

Voli la fama a propalar di noi

per tutto i gesti, e i nostri nomi inauri:

306 son tributi del niente anche gli eroi.

Dati sono a piggione ostri e camauri,

e recide in confuso il tempo edace

309 de' stagni i giunchi e de l'Eurota i lauri;

sensa distinzion marcisce e sface

di Gabrina il deforme e il bel di Filli,

312 l'Arcade insano e l'Itaco sagace;

son tutt'uni di là Darî e Mecilli,

e traghetta del par la cimba inferna

315 e di Buovo il cantore e d'Amarilli;

e sapin pur di cleantea lucerna

tutte l'opre di noi caduce e inferme:

318 cosa non v'è qua giù che duri eterna.

Muoiono i collossei, muoion le terme,

son polve i mondi e le sue pompe un nulla,

321 e l'umana alteriggia un fumo, un verme.

In questa che ci alletta e ci trastulla

comica finzion che nome ha vita,

324 prologo di tragedia è a noi la culla.

Credi all'esperienza, o mente ardita:

sarà scopo de l'onte e de gli agravi

327 s'Alesandri non ha lo Stagerita.

Troppo costa la gloria a i forti, a i savi,

né la comprâro mai che con monete

330 d'odii e d'invidie de' Caini e Bavî.

Beva in Ascra chi vuol: non d'altro ho sete

che a l'ombre ordir di genial pendice

333 inni a la libertà, plausi a la quiete.

Mènte quel labro ch'asserisce e dice

che le cità son scuole a i bei costumi

336 e che lungi da l'uom l'uomo è infelice:

ch'è molto meglio il conversar co i dumi

che Mezenzi ubedir sozzi e ferini

339 e Acabbi indegni idolatrar per numi;

meglio è ignoto tremar su i gioghi alpini

che abitar le cità, ch'altro non sono

342 che onorate prigion d'i citadini.

Fugga l'uomo da l'uom, ch'io lo perdono;

a chi le colpe non seconda e aplaude

345 abitato terren mai non fu buono.

Fra gli uomini bisogna oprar la fraude,

avere un misto o d'asino o di becco

348 per conseguir gradi, ricchezze e laude;

scusami il confessor se a torto io pecco:

chi non calpesta Idio, gabba il compagno

351 non si stima in citade un fico secco;

doppiamente bisogna esser mascagno

a far che il fin prefisso altri non turbi,

354 et zizania adoprar sensa sparagno.

Viva pur solo chi non vuol disturbi:

fuggiva i buoni ancor quel saggio argivo

357 per lo timor di non urtar ne' furbi;

troppo, troppo al mal far l'uomo è proclivo:

mai può tanto giovarci un uom da bene

360 quanto nuocer ci puote un uom cattivo.

Ben lo conobbe il savio di Priene

che (r)Individuo¯, esclamar solea ben spesso,

363 (r)più reo de l'uom la terra non sostiene¯;

siami di dire il vero oggi concesso:

fèra di lui peggior non v'è chi aditi,

366 nemico non ha l'uom che l'uomo istesso.

Fortunati gli Entimi e gli stelliti,

che lungi da tumulti e da ribrezzi,

369 soli a se stessi, a Idio vissero uniti!

Gloriosi de' Simachi i disprezzi,

de' sacrosanti Arseni e de' Pacomi,

372 che del lusso roman sprezzâro i vezzi!

Sovra i nomi di quei verso gli encomi

che seppero trovar, come a i Macarî,

375 l'Ible ne' tozzi e nei ruscelli i Bromi;

e lontan da' palaggi iniqui e avari,

tra gli orrori di Nitria e in grembo al Delta,

378 speser felici i giorni e solitari.

Aventurosi quei che in vita scelta,

dietro l'arme di Poride e di Menne,

381 stan fra le zolle a seminar la spelta!

E beato chi il cor sciolto mantenne

a viver dove la Bontà s'accampa,

384 dove la Vanità tronche ha le penne,

dove in Superbie il piè mai non inciampa,

dove Virtù non ha l'Invidia a tergo,

387 dove l'Ippocresia l'orme non stampa,

dove la Pace ha genial l'albergo

e gli assalti a schivar di Cacchi ingiusti

390 sempre la nudità serve d'usbergo!

So' i deserti al peccar teatri angusti

e l'asprezza de gli antri e de le valli

393 inferni a i rei e paradisi a i giusti;

più dolce è il far sotto la zappa i calli,

che divenir ne l'osservare estatico,

396 svenar pupilli e scorticar vassalli.

Oh, quanto disse ben quel<l>'uomo pratico,

che in ogni tempo ei vide esser la plebe

399 de' palati de' grandi il companatico!

Men molestia sarà star tra le glebe,

Roma, de' galantuomi<ni> matrigna,

402 che porger voti a un Ganimede, a un'Ebe;

più volentier sopporterei la tigna

ch'esser fra' tuoi gabaoniti in lista,

405 voracissime arpie de la tua vigna.

Qual petto a un tanto orror fia che resista?

I mitrati pastor del tuo vangelo

408 lasciar la gregge e far da competista,

de la modestia ad onta e del pio zelo

tradir con sfoggi et apparati impuri

411 i decreti de i Stefani e del cielo!

Quanto avranno più fama a i dì futuri

de i dotti Bellarmi<ni> e de' Toledi

414 la povertà, la nudità de i muri?

Splendi e adórnati pur dal capo a i piedi:

son d'i giusti in più gloria i vil pagliacci

417 che i tuoi letti dorati e ' ricchi arredi.

Pensa e fa' quanto sai, in van ti sbracci:

più de' tuoi bissi avran perpetui i gridi

420 del Zenone d'Asisi i sacchi e i stracci;

e assai più venerati in tutti i lidi

vedrai antri di Paoli e Benedetti

423 che del tuo Quirinal gli asili infidi;

più ritrovâr Idio gli uomi<ni> eletti

su le cime d'Oreb e in val di Mambre,

426 ch'entro i tuoi ginecei e gabinetti.

Adorna le tue tende e d'ori e d'ambre,

ma non ti spiaccia se ti voltan spalle

429 le coscienze [...] e le sicambre.

Del tuo Sabinian smarristi il calle:

quante stan sensa lampe oggi badie,

432 per acrescer splendor a le tue stalle?

Vorrei che i detti miei fusser buggie

e mensogner chi ti chiamò cantando

435 scuola d'errori e tempio d'eresie;

tu sprezzi e mandi ogni virtude in bando

e vuoi poscia tener muti i poeti

438 che i vizi tuoi, non cantino d'Orlando,

quasi possin mirare, e poi star cheti,

quel che tu fai... Taci, nol dir, che s'urta

441 in altri aguati che di panie e reti!

Ma che giova ch'ab'io la lingua curta,

se noti son dai nostri liti a l'Arbo

444 i detti di Bernardo e di Giugurta?

Al tempo di Flaminio e d'Enobarbo

so che ti disse un bue: (r)Gu rdati, Roma!¯

447 Or ti dice il medemo un uom di garbo:

un uom tutto candor dal piè a la chioma,

un che stilla di speme al cor non serba,

450 un che de l'or l'aveditade ha doma,

un che prima il vedrai pascersi d'erba

che prestare ad altr'uom preci o corteggi

453 in quest'età vilissima e superba.

Facciano i Dinii pur presso de' reggi

sovra ricchi origlier sogni di lardo

456 e in tripudî di Flore il cor festeggi;

si lambicchi il cervel scalco leccardo

a stuzicar de i lor palati i sensi

459 e di fasto real s'inebri il guardo;

vantin tetti gemmati et orti immensi,

e la laude sublime e la pedestre

462 tributarî li sian d'elogi e incensi;

seguansi a i cenni lor stadi e palestre

e trapassin giulivi i dì più tetri

465 in vaghe danze, armoniose orchestre,

e con calici d'or, scherzi di vetri

portin la sete a naufragar ne' flutti

468 de' giulebbi di Scio, d'Alba e d'Arcetri;

sappin d'ambra i sospir, di muschio i rutti,

ch'io per non adular voglio più tosto

471 manciar agli e cipolle ad occhi asciutti.

Ogni stento a soffrire io son disposto

et a far con un tozzo il berlingaccio,

474 pur che d'uomo da ben sostenti il posto;

e pria che sopportar, perdere un braccio,

de le cirige i noccioli sul grugno

477 e i pezzi di fritata in sul mostaccio.

Abian pur questi i Mecenati in pugno:

per mantener gl'instinti miei severi

480 starei fitto in un forno anco di giugno;

riformar ben saprò voglie e pensieri,

e se al bisogno il poco aver non basta

483 l'ali reciderò de' desiderî.

A i decreti del ciel non si contrasta,

fomento di peccati è l'abondanza

486 e spesso la virtù corrompe e guasta;

il poco ancora al moderato avanza

e sol si può chiamar ricco e contento

489 chi pari al patrimonio ha la speranza.

Con Mida delirare io non pavento;

sol di petti plebei l'oro è tiranno

492 e a chi spender nol sa peso e tormento;

gl<i> Unidii lo provorno e i Crassi il sanno

se può l'oro comprar la contentezza,

495 pace tranquilla sensa alcuno afanno.

Ad ogni mal la sofferenza ho avezza

e fra tante de' sensi atre procelle

498 il cor quel che convien cerca et apprezza;

e s'è destin che l'anime più belle

sian l'oggetto qua giù de la sfortuna,

501 non è viltade il cedere a le stelle.

Credo che sappia ognun sotto la luna

che, i carati a scoprir d'un core augusto,

504 una gran pietra lidia è la Fortuna:

non conosce timore un uom ch'è giusto,

e quel sentiero onde a i tuguri vassi

507 per il piè de gli afanni è troppo angusto.

Gola a me non mi fan del Lazzio i spassi,

e fra tanti di lui superbi ogetti

510 non ammiro né stimo altro che i sassi.

Leggete, o ricc<h>i, di Lagide i detti

e troverete sensa ch'altri io nomini

513 ch'anche la povertade ha i suoi diletti.

Pur ch'al giusto io gradisca, il reo m'abomini;

pur che sia grato al ciel, m'odî la terra,

516 e, pur che piaccia a Idio, sdegnar vo' gl<i> uomini.

Tengami povertà basso e sotterra,

sì che de' Cresi io sia l'odio e lo sprezzo:

519 saprò far col mio niente al tutto guerra.

Pecchi il mondo a sua posta: il tirso spezo,

né più vo' farne un minimo sc<h>iamazo;

522 chi le rose non vuol, pèra nel lezo.

Ognun mi chiami e scimonito e pazzo,

siami sensa pietade il collo mozzo,

525 se mai più ne' suoi falli io m'imbarazo;

già so che indarno con il muro io cozzo

e che lo sdegno in lui più vivo attizzo

528 se le sue vanitadi io non ingozzo.

Per sentier più sicuro i passi indrizzo,

sopporterò dell'ignominie il puzzo

531 e al ciel mi volgerò quando mi stizzo;

e l'ingegno e lo stil domo e rintuzzo

quanto sa far la disperata emenda:

534 vo' digerir con stomaco da struzzo.

Trionfi la perfidia e 'l cielo offenda:

verrà il giorno d'Idio. La pertinacia

537 proverà l'ira di sua man tremenda.

Treschi la vanità; la contumacia

forz'è che paghi al fin: lo stuolo immondo

540 la cresta abasserà de la sua audacia.

È troppo grave e troppo inutil pondo

far da censore, e pazzo è da catena

543 chi vuol co i versi riformare il mondo:

seco il Vizio vagì che, nato appena,

si fe' subito adulto, e dilatato

546 in un punto acquistò vigore e lena.

Iniquo è il mondo, è ver; ma tale è stato

da quel<l>'ora fatal che sorse e nacque;

549 il senso ci fa dir ch'è peggiorato.

Sotto i gastighi inemendabil giacque

et a purgarlo da la sua lordura

552 non vi bastorno d'un diluvio l'acque;

or guerra, or pestilenza acerba e dura

sofrì, né si canciò, ché del fallire

555 l'abito usato in lui fatto è natura;

sì che quietar poss'io gli sdegni e le ire,

ch'ebbe sempre et avrà sì fatta taccia

558 il passato, il presente e l'avenire.

Muta, muta, o Tiren, pensiero e traccia,

e de' moderni peccatori industri

561 lascia al tempo la cura, e il labro taccia;

sospendi i voli a' tuoi disegni illustri,

chiedi a te stesso, nel mirarti intorno:

564 in che spendesti di tua vita i lustri?

Che troverai, con tuo tremore e scorno,

con palpiti e russor di cor, di viso,

570 non aver per il ciel speso un sol giorno;

che perdesti di vista il paradiso

e che più spesso assai, stolto, invocasti

573 del gran dio d'Isdraele il dio d'Anfriso.

E pensa e di' ch'avidamente amasti

più del tuo creator le creature

576 e per un ben fugace il rinegasti;

e che, intento a eternar versi e pitture,

nulla badasti ai debiti dell'alma,

579 tutte obliando del tuo ben le cure.

Qui le tempeste tue trovin la calma

nell'età che t'avanza e, sordo a ogn'estro,

582 di vate e di pittor cedi la palma;

e in Parnaso più saggio e manco alpestro

la poetica tua siasi un Gersone

585 et un cranio spolpato il tuo maestro.

Sia la tua scorta il detto di Critone

e il galateo dell'animo Epitteto

588 et i platani suoi lascia a Frontone.

Di censurar me stesso avrò diletto,

la penitenza coltivar col pianto,

591 sveller dal seno ogni invecchiato affetto,

ché temerario è quel che si dà vanto,

e si contan col naso e son prodigi

594 viver da peccator, morir da santo.

D'ogni umano saper cedo a i letigi

e, pria ch'il giorno de la vita annotta,

597 cercar di vera eternità i vestigi

bastami solo in quest'età corrotta,

sensa adulazion né falsi orpelli

600 in Pindo aver la Verità condotta,

dato a le tósche satire i modelli,

a Parnaso il suo Elia e il suo Tirteo,

603 et il suo Mardocheo anche a i pennelli.

Mi sgridi e morda il temerario, il reo,

ché del già speso ardir, sborso canoro,

606 riscuoter non cerc<h>'io dazio plebeo.

Sol con una speranza io mi rincoro,

che, se in odio sarò de' viziosi,

609 i giusti mi faranno il ponte d'oro.

Siano i miei detti e lacerati e esosi:

a chi peccando i dì logra e disperde

612 dilettar non può mai ciò ch'io composi.

Perdasi de' miei lauri il fiore e il verde,

mi sprezzi il mondo e strepiti chi vuole:

615 chi tenta altiere imprese onor non perde.

Chi de le colpe altrui troppo si duole

poco pensa a le sue, ma so ben anco

618 che imagini del cor son le parole:

scrissi i sensi d'un cor sincero e bianco,

ché, se in vaghezza poi manca lo stile,

621 nel zelo almeno e ne l'amor non manco.

Siasi pure il mio dir sublime o vile,

a color che sferzai so che non gusta:

624 sempre i palati amareggiò la bile.

Corra la vena mia frale o robusta,

non pavento l'oblio; sospendo il braccio

627 da la penna eugualmente e da la frusta;

il voler censurare è un grand'impaccio;

no, no, per l'avenir meglio è ch'io finga:

630 Musica, Poesia, Pittura, io taccio.

Gl<i> abusi un altro a criticar s'accinga,

per me da questa pasta alzo le mani:

633 canti ognun ciò che vuol, scriva o dipinga,

ch'io non vo' dirizar le gambe a i cani. -

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Ultimo Aggiornamento: 09/07/05 14.51.38

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