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Satire

di. SALVATOR ROSA

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SATIRA QUARTA

LA GUERRA

AUTORE E TIMONE ATENIESE


AUTORE
Sorgi, sorgi, Timon, dal cupo fondo
a rimirar su la tirrena riva
3 quanto da quel di pria cangiato è 'l mondo;
sorgi da i morti, or che nel sen m'avviva
cinico ardire a stimolar l'ingegno,
6 santo furor de la rannusia diva.
Più non posso tacer né stare a segno:
sorgi, sorgi a sentir le mie querele,
9 figlie d'umanità più che di sdegno.
Ascolta il parlar mio d'assenzio e fèle,
tu che d'Atene frettoloso uscisti
12 tra le selve a fuggir le corruttele.

TIMONE
Chi mi chiama? e chi sei che tanto ardisti,
che con lingua sacrilega e spergiura
15 il mio nome a invocar la bocca apristi?

AUTORE
Un galantuom son io, d'una natura
ch'al par di Menademo e d'Adimanto
18 di ricchezze e favor non ho premura;
che, di Misone più e d'Apemanto,
mentre sol di veder disgrazie ho brama
21 ne l'odio a te d'esser ugual mi vanto.

TIMONE
Un uom osa destarmi? un uom mi chiama?
l'uomo inventor di mali e di ruine,
24 l'uom che con l'opre l'universo infama,
l'uom che le leggi umane e le divine
sprezza e calpesta, i cui delitti enormi
27 san trovar nel sepolcro a pena il fine?
Un uom da l'esser mio cerca distôrmi?
Non sai ch'io son Timon, d'odio ripieno?
30 E tu speri che teco io mi conformi?
Io che vorrei veder questo terreno
Tritolemo spiantar l'amica messe
33 per seminarvi poi cancri e veleno?
Io che vorrei ch'in cenere cadesse
ciò ch'il mondo ha d'altero e di vitale
36 e la terra col ciel si sconvolgesse?
Non seppi mai goder se non del male
e solo a gl<i> occhi miei grato sarebbe
39 il far de l'universo un funerale;
maggior nemico l'uom di me non ebbe,
che, pensando a lasciar la forma umana,
42 l'aspettato morir nulla m'increbbe.
E tu mi chiami a riveder l'insana
turba de' vivi perfida e malvaggia,
45 senza fé, senza amor, cruda, inumana?
Dio tel perdoni. Sai pur che selvaggia
ho l'alma, e che per genio aborro il tutto
48 fuor che lo stare in solitaria piaggia;
più godea di mirar con ciglio asciutto
il tragitto che fan da queste spoglie
51 l'alme perdute d'Acheronte al flutto.

AUTORE
Se nei mali, o Timon, quieti le voglie
e le miserie altrui sol ti fan lieto,
54 de' secoli presenti odi le doglie.
Senti come cangiato ha il mio Sebeto
in sistri bellicosi le zampogne,
57 né più si volge il mar tranquillo e cheto;
mira i serpenti in bocca a le cicogne,
e quel fumo ch'al ciel gir non s'attenta
60 olocausto è di furti e di vergogne;
mira che del morir nulla paventa
chi le carriere alle rapine ha ferme
63 e ch'un'idra di mali ha doma e spenta;
mira l'alto ardimento, ancor ch'inerme:
quante ingiustizie in un sol giorno opprime
66 un vile, un scalzo, un pescatore, un verme!
Mira in basso natale alma sublime,
che per serbar de la sua patria i fregi
69 le più superbe teste adegua a l'ime!
Ecco ripullular gl<i> antichi pregi
de' Codri e degl<i> Ancuri e de' Trasiboli,
72 s'oggi un vil pescator dà norma a i regi.
Han le gabelle omai sino i postriboli
e lo spolpato mondo, ancor ch'oppresso,
75 per sollevarsi un po' sprezza i patiboli.
Cedono i cigni al pellicano appresso,
al cui genio la morte è lieve intoppo
78 se per giovare altrui svena se stesso.
Ma già il mio ronzin presso ha il galoppo!
Han così lunghe oggi i monarchi l'ugna
81 che in vece di tosar scortican troppo;
et ogni loro azzion al ben repugna
perché, lasciando ogni delitto impune,
84 nessun de la Giustizia il brando impugna.
Chi sa ch'al variar di poche lune
non abbino a provare un basso stato,
87 con Cristerno et Acheo catena e fune?
Ché, se non cade in lor dal cielo irato
dietro al delitto il folgore tonante,
90 crédonsi esenti al fulminar del fato.
Chi fia quell'uom che di trovar si vante,
se con Lucilio oprasse occhiale o vaglio,
93 prencipi giusti e città caste e sante?
Va la terra per lor tutta a sbaraglio:
la fé, la nostra robba, il nostro onore
96 divenuto è di lor gioco e bersaglio.
S'io vantassi in veder linceo valore
e poscia avesse ogn'uom petto di vetro,
99 d'un solo non saprei mostrarti il core.
Corre un secol sì guasto e così tetro
che, con stupor di Crate e d'Anacarsi,
102 gl'incaminati al ben tornano indietro.
Forza è, Timone, di stivali armarsi:
per tutto inonda il mal, per tutto è fango,
105 che passar non si può senza imbrattarsi.
Solo in pensarvi attonito rimango:
tal applaude al mio onor ch'il cerca offendere,
108 tal ride del mio ben ch'io poi ne piango.
Mal si vanta tra noi chiara risplendere
magnanima virtù d'animo augusto,
111 se ne la borsa poi non v'è da spendere.
Fassi ognuno al peccar scaltro e robusto,
e in diluvii di vizzi atri e profondi
114 arca non ha da ricovrarsi il giusto.
Perdoni il cielo a chi trovò più Mondi,
come se un Mondo sol stato non fusse
117 atto a fallir per cento Mondi immondi!
Ferreo core a cercar gl<i> ori il condusse
e, fatti rei d'ignoto suon gl<i> orecchi,
120 avare frenesie ne l'alme indusse;
così, tra Mondi Nuovi e Mondi Vecchi,
Rodope con le scarpe e le catene
123 vince i capi de' Socrati e gli specchi.
Spegnete i lumi, o cinici d'Atene,
ché fra popolo omai ch'ha rotto il collo
126 è vanità cercare un uom da bene;
più di moralità non v'è rampollo
e di Volupia il frequentato altare
129 lascia d'incensi impoverito Apollo;
dovunque io vo si parla di mangiare
e per ogni canton fumano a festa
132 di Lucullo le mense a crapulare;
con la testa nel ventre e 'l ventre in testa
et Asinio e Niseo specola e pensa
135 a sugger Bromio e impoverir Segesta;
è maggior gloria aver galbea dispensa
che posseder di Pisistr to i libri,
138 se a l'ingrassar più che al saper si pensa.
Ma sarebbe un portar l'onda ne' cribri
il voler dirne a pieno, e del vestirsi
141 l'abuso vuol ch'in lui la lingua io vibri.
Tutto il saper consiste in abbellirsi
e per sembrar nel crine un Assalonne
144 s'immitano i Nazzarii e gl<i> Agatirsi;
non si sa quai sian maschi e quai sian donne,
ché Sinope, Clistène, Ermia e Mirace
147 han fatto un misto di calzoni e gonne:
qual mai distinguerebbe occhio sagace,
mentre siam nel vestire emuli a i Frigi,
150 chi sia l'Ermafrodito e chi Salmace?
Lascino omai le dispute e i litigi
il Portico e il Liceo, poi che si stima
153 più d'un Talete un sarto da Parigi:
mode non ha gradite il nostro clima
s'approvate non l'ha Francia o Milesia,
156 perché ne' lussi Italia oggi è la prima.
Ripon ne l'esser simile a Tiresia
la schiera de' Narcisi effemminata
159 le felici magie de l'arte efesia,
e vive in guisa tale affascinata
tra le lussurie e gl<i> abiti indecenti,
162 che più pazza mi par ch'innamorata.
Oggi sì che direbbe in alti accenti
l'Etico là nel chiasso ateniese:
165 - Dove son, Teodette, i miei studenti? -
O sospirata in van legge locrese,
chi più v'è che t'osservi o ti conoschi,
168 se non ha se non Clodi ogni paese?
Chi cerca l'Atteon più non s'imboschi:
le Diane moderne hanno possanza
171 di dar più cervi a le città ch'a i boschi;
e preso ha il disonor tanta baldanza:
come bestie s'impregnano i parenti,
174 l'adulterio e lo stupro è fatto usanza;
trescano in più d'un letto i tre contenti
e da sett'anni in su non son zittelle,
177 né più s'apprezza onor né sacramenti.
Ma vuo' dirti, Timon, cose più belle,
col parer di Cleonímo e d'Archilòco,
180 materie da cuturni e da stampelle:
l'Alpi e Pirene ognun passa per gioco
per divenire a l'ire altrui ministro,
183 ché chi muor sul suo letto oggi è un dappoco.
D'Ippocrene i concenti e del Caistro
più non hanno attrattiva: adesca e alletta
186 degl<i> oricalchi 'l suono il Tago e l'Istro;
odi Miseno là come s'affretta,
sfiatato in arolar stuol di minchioni
189 con promessa d'istoria e di gazzetta;
mira i fier Marcomanni, Unni e Guasconi
che con targhe e frammee, veloci e pronti,
192 piglian quattrini a fomentar tenzoni;
non odi i Piracmon, non odi i Bronti,
per erger mausolei, statue e cavalli,
195 squarciar di Lesbo e di Numidia i monti?
Con accanita rabbia Iberi e Galli
rodon l'osso del mondo e in ogni parte
198 crescon di sangue uman nutriti i falli;
ogni cosa confonde un solo Marte
e del dominio l'ingordigia avara
201 da la ragion l'umanità disparte.
Par che la vita a l'uom non sia più cara,
se a popolar le tombe d'Alemagna
204 vi corrono a morir gente a migliara;
par che andando a pugnar vada in Cuccagna,
con paludati arnesi e fogge vaghe,
207 sicario de la Francia o de la Spagna:
sol per portarne poi mercé di piaghe
corre cieco a sborsar, senza cagione,
210 contante il sangue a credito di paghe;
crede dal campo ognun tornar campione,
mentre, a seguir la deità candea,
213 insin Bartolommeo dié nel coglione;
e di folle albagía pregna l'idea,
lascia i penati suoi, l'amiche tresche,
216 la tonacata ambizion plebea,
quasi le guerre sian scherme e moresche,
et al colpo fatal di morte acerba
219 ci vaglia la chiarata d'uova fresche.
O mercennario ardir, mente superba,
far che falce di morte in mezzo a l'armi
222 mieta a le voglie altrui sua vita in erba!
Han più senso di voi le rupi e i marmi,
infami gladiatori: arde la guerra
225 dagl<i> Arabi per voi fino a i Biarmi;
per te, gente venal, più non si serra
di Giano il tempio, e le vostr'ire e i fasti
228 portan gli sdegni lor fin dove è terra.
Ambizion, fusti tu che disegnasti
le torri, i fossi, i muri e gl<i> arsenali,
231 e gl<i> ulivi a i cipressi, empia, innestasti;
e dietro ordigni bellici e ferali
cerca la morte patimenti e ambasce,
234 come se per morir mancasser mali.
E pur noto è ad ognun fin da le fasce
che pochi ne ritornano al paese,
237 ch'a la guerra si muore e non si nasce!
Donde tanta impietade in voi s'apprese?
Non osservar ragion, legge né fé,
240 e incrudelir contro chi mai v'offese!
No, che maggior pazzia fra noi non v'è:
per gl'interessi altrui, l'altrui chimere,
243 gire a morir senza saper perché!
E pur si chiama azzion da cavaliere
chi sangue, anima e fé dia per baiocchi,
246 e vinca l'uom di ferità le fère:
boriosa follia d'animi sciocchi,
de la vita mostrar sì gran desío
249 e girne poi tra gl<i> archibusi e stocchi!
Ch'occorre far collegi e voti a Dio
e far studiar sopra le nostre vite
252 il medico di Pergamo e di Chio,
compor siroppi, sali e elisirvite,
magisteri di perle e belzoarre,
255 oli contro veleni e da ferite,
e distillare Ermete e Albumazzarre
e Paracelso, con stillati e untumi
258 starsene a medicar le scimitarre;
pillole d'aloè, brodi e profumi,
e, a rinovar d'Ippolito gl<i> esempî,
261 stordir co i preghi il Panteon de' numi;
stancare il ciel che vostre preci adempî
e ingrassando cerusici e speziali
264 di doni e di tabelle empire i tempî?
A che portar dal ciel spirti immortali,
sensi d'umanità e cor pietoso,
267 occhi e ragion da lacrimare i mali,
se, a le miserie sue reso ingegnoso,
il termine vital tronca e dissolve
270 a se medesmo l'uomo fatto odioso?
L'uom, che vive a momenti e tutto è polve,
ad ogni suo poter Cloto importuna
273 e mari e terra per morir sconvolve;
ma sudi pur al sol, geli a la luna,
dirà, sopiti i marzial bisbigli,
276 che de' poltroni amica è la Fortuna
chi potesse osservar senza perigli
quanti brandiscon l'asta di Pelide
279 con volti di leoni, e son conigli;
onde a ragione poi Pasquin si ride
che per quattro baiocchi i poetastri
282 cantan l'ispano Marte e il gallo Alcide:
se ciò sia abuso o pur voler de gl<i> astri,
io non ho per ancor retta bilancia
285 da ben pesar certi apollinei mastri.
Se avessero i monarchi a espor la pancia
a travagli, a fatiche, a cannonate,
288 per tutto si staría da Carlo in Francia;
ma perch'han de' ciaffei le man trovate
ciascun di lor da la battaglia scampa
291 più che non fugge il can da le sassate;
così la scimia quando il fuoco avampa,
per cavar la castagna e non si cuocere,
294 de la gatta balorda opra la zampa.
Più non badano i re quanto può nuocere
d'un uom la morte: pur che stian lontani,
297 restin vedove e figli e madri e suocere.
Oh quanto in questo io lodo i cortigiani,
che per odio e rancor ch'abbin tra loro
300 opran la lingua e lascian star le mani!
Ma so, Timon, ch'interverrà a costoro
ciò che un faceto favellò de' tordi
303 nel ritorno che fêro a casa loro.
Questi, tosto che fûr da quei balordi
ch'eran rimasti ritornar veduti
306 grassi così che diventavan sordi,
ebbero i bentornati, i benvenuti,
pregati ad insegnar qual Cipro o Tilo
309 fatti gli avea sì tondi e pettoruti,
benedicendo quel fecondo asilo,
il possesso di cui se a lor sortisse
312 per un soldo darian Fasi col Nilo.
In quel parlare in lor le luci affisse
un vecchio tordo et, inarcato il ciglio,
315 fecesi innanzi impetuoso e disse:
- Molto del vostro dir mi maraviglio:
dove avete il saper, dove il cervello,
318 poveri d'argomento e di consiglio?
È del nostro girar centro il macello,
ché sempr'oro non è quel che risplende;
321 più d'un tordo è felice un pipistrello:
ei non ha chi l'insidie o chi l'offende,
ma il viver nostro è viver sempre in rischio,
324 se ognun per tutto a trappolarci attende;
chiama a morir, più ch'a trescare, il fischio,
né si puote adoprar schermo o riparo
327 co i schiopp', i lacci, con le reti e il vischio.
Questo nostro ingrassar ci costa caro:
strage maggior di Roncisvalle o Canne
330 dal settembre di noi fassi a gennaro;
laberinti per noi son le capanne,
il canto è doglia, il cibo assenzio e tòsco,
333 di Paucenzia e Sevia agre le manne;
o che sia chiaro il giorno o che sia fosco,
per noi non cessan mai l'umane insidie,
336 frodi ha la spiaggia e tradimenti ha il bosco.
Fondamento non han le vostre invidie,
ché di star troppo ben forse vi duole:
339 son sicure a la fin le vostre accidie.
Lascio per me pellegrinar chi vuole;
giuro di non uscir che a l'aer bruno:
342 lieve perdita fia perdere il sole;
torna più conto in pace star digiuno
che ingrassar con periglio a l'altrui tavola:
345 più del ginepro al fin sicuro è il pruno.
A proposito tal dicea nostr'avola:
(r)Chi conosce sua pace e non l'apprezza
348 de le discordie altrui divien la favola¯.
Amate le penurie e la magrezza,
ch'antivedere il male è gran guadagno
351 e il saper contentarsi è gran ricchezza.
Stavan due rane un tempo in uno stagno
(e fu, se la memoria non mi svaria,
354 ne l'età prisca d'Alessandro Magno);
volson lasciare un dì la solitaria
stanza, perch'era il boro scemo e sozzo,
357 e cercar miglior acqua e mutar aria.
Così partîro e, ritrovato un pozzo
largo e profondo: (r)Or qui farem soggiorno¯,
360 disse una allegra, (r)e c'empiremo il gozzo¯.
Rispose l'altra ch'era il luogo adorno,
ma che pria di calare era curiosa
363 d'esaminar la strada del ritorno.
Il non pensare al fine è mala cosa
perché suole apportar vergogna e duolo.
366 Io il testo dissi, or fate voi la glosa.
Già di qua ci partimmo un folto stuolo,
ora il quinto non siam di tanta razza:
369 ne muoion mille, ove n'ingrassa un solo. -
Sì disse il tordo in su l'antica piazza
de la Zelanda; applichi a sé lo sgherro:
372 premia un la guerra, un milion n'ammazza.

TIMONE
Lascia, lasciagli far, che s'io non erro,
mentre applicati son nel vitupèro,
375 solo gli può guarir l'acciaio e 'l ferro.

AUTORE
Sì, sì, lasciagli far; pur troppo è vero
che per guarir certe testacce vòte
378 il più santo spedale è il cimitero.
Ma da la guerra omai queste mie note
son richiamate a più sublimi accuse
381 e s'aguzzan de l'ira a l'aspra cote,
ché già risurti a sbandeggiar le Muse
si vedono i Licinii, e i patrii lidi
384 lascian gemendo le virtù deluse.
Posposto è Febo dagl<i> odierni Midi
al semicapro Pan, e a i gran signori
387 sono i più mostruosi i cari, i fidi;
e per questa ragion molti pittori
in caramogi sol, nani e margíti
390 impiegano il saper de' lor colori;
et oggidì ne spacciano infiniti
perché soglion tenergli in faccia al letto
393 quando uson con le femmine i mariti;
ché, se l'immaginar forma concetto,
forz'è che naschin poi genti bistorte,
396 pari al dipinto e contemplato oggetto,
e s'ingegnon così le genti accorte,
vedendo i matti e i nani in quest'età
399 esser ben visti et onorati in corte.
E pure i re potrian per le città
pescar con ami d'or gl<i> uomini saggi
402 in riva al Mar de la Necessità.

TIMONE
Avverti a non entrar ne i personaggi,
ché non lice a ciascun gire a Corinto.
405 E che credi veder entro i palaggi?

AUTORE
Quel che credo veder? Ippia e Iacinto,
et in vece d'Augusti e Mecenati
408 di Valeri e Schironi un laberinto;
Sille, Mezzenzi, Erodi imporporati
del sangue d'innocenti in fieri aspetti,
411 pesti Anassarchi e Senechi svenati.
Vedrovvi andar gl<i> Aristidi negletti,
gli Zenoni scherniti e taciturni,
414 e gli Aleti e ' Filochi esser gl<i> eletti;
per gl'influssi de' Marti e de' Saturni
non aver i Fabbrizi o quercia o lauro
417 e i Giovi diluviar grazie a i Calfurni;
premere il regio soglio asini d'auro
e in chiuso gineceo Fausta col drudo,
420 Leda col cigno e Pasife col tauro.
Vedrovvi sbottonato e mezzo nudo
un Demetrio vantar succi di lamie
423 più ch'il valor del brando e de lo scudo;
adorar Flore e disprezzar Deidamie,
stancar le Messaline i lupanari,
426 sopra i nidi d'onor covar l'infamie;
et ad onta de' tempii e de' sacrari
farsi il dio de le genti il dio degl<i> orti
429 e d'Ericina sol fumar gl<i> altari;
pender da le lussurie e leggi e sorti,
e gl'Ili, i Tigellini e i Ganimedi
432 far da moglie e marito entro le corti.
De' Publi e de' Demòcli in van ti credi
che ricalchi verun l'alte vestigia,
435 ch'han solo in chiasso addottrinati i piedi:
è de' regi il cercar la cupidigia
ch'abbi gran naso e ch'in beltà prevaglia
438 a tutti gl<i> altri il paggio di valigia.
Vi scorgerò la femminil canaglia
l'uso introdotto aver dei guardinfanti,
441 per cui tanti sen vanno a Cornovaglia;
vedrò più d'una fra festini e canti
che finge ire a pisciare e intanto accoglie
444 per le stanze segrete in sen gl<i> amanti;
sottosopra voltar le regie soglie
e spiccar ciò che voglion da palazzo
447 color ch'hanno bel figlio e bella moglie;
e senza far d'onor lite o schiamazzo
d'accordo fra di lor moglie e marito
450 tenersi una il berton, l'altro il ragazzo;
e degl<i> Andrimacridi il sozzo rito,
ch'al rege lor le figlie offrir condanna
453 prima che spose abbin l'anello in dito.
Ordir capresti mirerò Giovanna,
morto Odoardo a' cenni d'Isabella,
456 e l'anglo Enrico apostatar per Anna,
e Faustina adultera e rubella,
la qual, mai sazzia di lascivie, elegge
459 infin co i schiavi alzarsi la gonnella;
esser tenuti i Curi inutil gregge,
mentre più d'un Bagoa potrei mostrarti
462 in scior le brache in ciò ch'ei vuol dar legge.
Vedrò piantar, in far le lune i quarti,
il guado, la savina e la ninfea
465 per far sconciare a le vestali i parti;
et in cambio d'Alcesta o Issicratea
son certo di veder l'opre impudiche
468 d'Elena, Fedra, Mirra, Ancia e Medea;
Iole a scherzo trattar nemee fatiche,
con le clavi innestar fusi e conocchie,
471 svergognar elmi e profanar loriche;
Argo e Cherílo a scoverte ginocchie
del re di Pella adoratori insani,
474 che non vuol che per uom alcun l'adocchie.
Vedrò lo stuol de i protei cortigiani
bocconi mandar giù d'assenzio pieni,
477 logre le dita aver da i baciamani;
e con sembianti placidi e sereni
rovine machinar Sprilengo e Xico,
480 su le fortune altrui versar veleni;
starsi l'uomo da ben magro e mendico
e i mozzorecchi grassi e accarezzati
483 e più d'un Giuda in maschera d'amico;
e i Vedî e i Numitori empi e insensati
negar sollievo a i letterati affanni
486 e i canattieri tener salariati;
non aver di signore altro che i panni
e con cervelli mezzettini e tondi
489 farsi aggirar da Graziani e Zanni.
Osserverò per i conviti immondi
de' tiranni e sacrileghi Alboini
492 servir per tazze i teschi de' Camondi;
Carli e Ottoni vedrò con cuor ferini
schernir la vera fé, per lor diffusa
495 l'eresia de' Luteri e de' Calvini;
il tiranno vedrò di Siracusa,
perché rase Esculapio a pel contrario,
498 star per timor entro una stanza chiusa;
adorar santi fuor del calendario
e ad un sol sospetto, un solo indizio,
501 un Azio ucciso e cieco un Belisario.
Vedrò lieti morir Flavio e Sulpizio
per lo pubblico bene, e in mezzo ai cuochi
504 spensierati seder Serse e Domizio;
Caligoli e Vitellii in feste e giochi,
cento Sardanapali, un solo Tito,
507 molti Neroni e Marchi Aurelii pochi;
sì che potrò ben io mostrarti a dito
quel gran marito di tutte le mogli,
510 la moglie universal d'ogni marito.
E tu non vuoi ch'a mormorar m'invogli
alme veder d'ogni bontà digiune
513 sopra l'altrui cadute alzarsi i sogli?
Son più che certo di vedere a lune
marito e moglie di voler concorde,
516 pudicizia e beltà, senno e fortune;
Santie e Sisene d'impietade ingorde,
d'Astiage e d'Atreo vedrò le mense
519 d'umane membra profanate e lorde;
scorgerò ciurme numerose e dense
di bufali che d'uom han le sembianze
522 e mondi governar teste melense;
mirerò pur l'enormi stravaganze
a la vicissitudine d'un osso
525 il nervo arrisicar de le sustanze.
E credimi, Timon, che più non posso
dilatato veder cotal difetto
528 e non far per vergogna il viso rosso,
poi ch'ho sentito giocator ch'ha detto
che il giuoco è ver ch'è spasso, ma ch'in fatto
531 consiste in bestemmiar tutto il diletto.
Povero mondo incancherito affatto!
Per gir dreto a' malvagi et a' bricconi
534 da un male in un peggior passa in un tratto.
Mirerò gl<i> Eliogabali e i Stratoni
dar materia di satire a i poeti,
537 a le lingue de' Momi e de' Teoni;
vedrò ne' gabbinetti più secreti
i Domiziani, Arsacidi et Artabbi
540 svenar mosche, arder talpe e tesser reti.
Né temer che fra i titoli io mi gabbi,
ché talun l'Illustrissimo si piglia
543 e Dio sa poi qual fûrno gl<i> avi e i babbi;
ché spesso ad una serva il re s'appiglia
e spesso una regina i suoi pensieri
546 pone in colui ch'adopera la striglia:
quindi i figli de i re fan gli staffieri
e vantan poi di nobiltade i quarti
549 i figlioli de i cuochi e de i cocchieri.
E se non fosse per scaldolezzarti
con materie sì brutte e disoneste,
552 le belle cose ch'io vorrei narrarti!
Certi satrapi vedo e certe teste
che sembrano Catoni a gl<i> atti, a i moti
555 Zenocrati: d'amor hanno le creste;
io non ti vuo' citar gl<i> esempi noti:
basti sol dir, per non tornar da capo,
558 che son tutte bardasse, avi e nipoti.
Ma giuro al ciel che se a dir mal m'incapo
non tacerò la gran vigliaccheria
561 che sorte ha sol chi ha mantovan priapo.
Si può sentir maggior furfanteria?
Più non si chiama no colpa né vizio,
564 ma stil da galantuom la sodomia.
O degna indegnità d'ogni suplizio!
Ma peggio v'è: si tien chi nulla crede
567 uomo di bello ingegno e di giudizio,
e diventar col Machiavel si vede,
ad onta de' Mattei, Giovanni e Marchi,
570 ragion di stato i dogmi de la fede.
Qual meraviglia è poi che gl<i> Aristarchi
vanno gridando che l'età moderna
573 non ha più forme da stampar monarchi?
Ché possibil non è che tu discerna
un Traiano, un Licurgo in mezzo a gl<i> ostri
576 che degno sia di nominanza eterna.
O di rapacità portenti e mostri!
Chi ritrova estorsioni, aggravî e dazzi
579 son tenuti Soloni a i tempi nostri.
Chi può contar, chi può ridir gli strazzi,
chi l'angherie, chi l'avarizia strana?
582 Ci han quasi fatti Marsia e non son sazi!
Né ci resta a veder che l'inumana
usanza de' Loangi e de gl<i> Anzichi,
585 che fanno beccheria di carne umana.
E vuoi poi ch'io mi taccia e ch'io non dichi,
veder tanti avoltoi sopra la carne
588 de' poveracci miseri e mendichi?
E né men c'è permesso il lamentarne,
ché mentre dan gl<i> onori a i più furfanti
591 non util, ma periglio è mormorarne.
Godono i Salmonei folli e arroganti,
quanto temuti più tanto più ingiusti,
594 far sul capo de gl'infimi i tonanti.
Quanti mentiti e mascherati Augusti,
indegni di quel manto che gli copre,
597 si spaccion per Atlanti e son Procusti!
E voglion poi ch'Omer la penna adopre
a dir di lor, che sono a tutte l'otte
600 Achilli a i versi altrui, Tersiti a l'opre;
e si credon, con dar quattro pagnotte
con un scarso boccal d'agro Lieo,
603 farsi lodar da le persone dotte;
et un, spilorcio più di un Nabatèo,
seguendo d'un Ruffin l'orma e la traccia,
606 vuol titolo di magno e semideo!
Di farsi idolatrare oggi s'allaccia
chi svenerebbe il Parto e l'Etiòpo;
609 e più direi, ma il ver di falso ha faccia.

TIMONE
Sovvèngati de l'aquila d'Esopo,
che vantava in beltà d'essere un mostro
612 a fronte a gl<i> altri augelli di Canopo;
a cui disse il pavon, tutt'oro et ostro:
- Hai ben ragion di millantar tra noi,
615 sorella mia, perch'hai gl<i> artigli e 'l rostro. -
Or, che sieno adorati a' tempi tuoi
gl ignoranti e i rapaci, indarno accusi:
618 rito antico è adorare i lupi e i buoi.
Non istupisco io già di tanti abusi,
ché facil gita è quella de l'inferno
621 se vi si va correndo ad occhi chiusi.
Ch'importa a te del mondo il mal governo?
Lascia ch'altri il riprenda, altri l'incolpe,
624 ché non recusa alme dannate Averno.
Io non vuo' di lui far scuse o discolpe:
sempre il conobbi scelerato e immondo,
627 e penuria già mai non fu di colpe.
Ma da l'alba che spunta io mi nascondo;
tu con chi parli osserva le persone,
630 ché nuocer ti potría l'esser facondo.
Io mi parto, ecco il sol. Credi a Timone:
guarda di far ne la città dimora,
633 ché, senza andar su quello del Giappone,
vanta i martiri suoi Pasquino ancora.

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Ultimo Aggiornamento: 09/07/05 14.50.40

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