De Bibliotheca

Biblioteca Telematica

CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA

IL TEATRO COMICO

di Carlo Goldoni

 

 

 

Commedia in tre atti in prosa scritta in Venezia nell'anno 1750, perché servisse di prima recita. Come seguì nell'autunno dell'anno medesimo: rappresentata in Milano nel mese di settembre antecedente la prima volta.

L’AUTORE A CHI LEGGE

Questa, ch’io intitolo Il Teatro Comico, piuttosto che una Commedia, prefazione può dirsi alle mie Commedie.

In questa qualunque siasi composizione, ho inteso di palesemente notare una gran parte di que’ difetti che ho procurato sfuggire, e tutti que’ fondamenti su’ quali il metodo mio ho stabilito, nel comporre le mie Commedie, né altra evvi diversità fra un proemio e questo mio componimento, se non che nel primo si annoierebbono forse i leggitori più facilmente, e nel secondo vado in parte schivando il tedio col movimento di qualche azione.

Io perciò non intesi di dar nuove regole altrui, ma solamente di far conoscere, che con lunghe osservazioni, e con esercizio quasi continuo, son giunto al fine di aprirmi una via da poter camminare per essa con qualche specie di sicurezza maggiore; di che non fia scarsa prova il gradimento che trovano fra gli spettatori le mie Commedie. Io avrei desiderio che qualunque persona si dà a comporre, in ogni qualità di studio, altrui notificasse per qual cammino si è avviata, percioché alle arti servirebbe sempre di lume e miglioramento.

Così bramo io parimente, che qualche nobile bell'ingegno d'Italia diasi a perfezionare l'opera mia e a rendere lo smarrito onore alle nostre scene con le buone Commedie, che sieno veramente Commedie, e non scene insieme accozzate senz'ordine e senza regola; e io, che fin ad ora sembrerà forse a taluno che voglia far da maestro, non mi vergognerò mai di apprendere da chichessia, quando abbia capacità d'insegnare,

Questa Commedia fu fatta da me rappresentare nell'anno 1750 la prima sera delle recite dell'Autunno, come apertura di Teatro. Eranvi in essa innestati quei complimenti che sogliono fare i Comici agli uditori la prima sera, le quali cose furono poscia da me levate, come parti disutili della stessa Commedia.

Per adattarmi anche al costume, e metter in grazia la Compagnia, e le Maschere principalmente, le ho introdotte dapprima cogli abiti loro di casa e coi loro volti, poscia vestiti e mascherati da scena. Questa però mi parve in appresso una burattinata, ed ora, nella ristampa ch'io fo di questa Commedia, ho anche assegnato a ciaschedun personaggio un nome proprio, riserbando chiamarlo col nome comico, alloraché nella prova supposta della Commedia rappresenta il tal personaggio. Questa è una correzione di più, cadutami in mente ora, e sarà un difetto di più nella edizione imperfetta del Bettinelli.

Personaggi

ORAZIO, capo della compagnia de' comici, detto OTTAVIO in commedia

PLACIDA, prima donna, detta ROSAURA

BEATRICE, seconda donna

EUGENIO, secondo amoroso, detto FLORINDO

LELIO, poeta

ELEONORA, cantatrice

VITTORIA, servetta di teatro, detta COLOMBINA

* TONINO veneziano, poi PANTALONE in commedia

PETRONIO che fa il DOTTORE in commedia.

* ANSELMO che fa il Brighella

* GIANNI che fa l'Arlecchino

IL SUGGERITORE

Uno STAFFIERE della cantatrice, che parla

Servitori di teatro, che non parlano.

La scena stabile è il teatro medesimo, in cui si rappresentano le commedie, con scene e prospetto di cortile, figurandosi esser di giorno, senza lumi e senza spettatori.

I tre personaggi segnati colla * parlano il linguaggio veneziano, mescolato con qualche voce lombarda.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

S'alza la tenda. E prima che intieramente sia alzata, esce ORAZIO, poi EUGENIO.

ORAZIO Fermatevi, fermatevi, non alzate la tenda, fermatevi. (verso la scena)

EUGENIO Perché, signor Orazio, non volete, che si alzi la tenda?

ORAZIO Per provare un terzo atto di commedia non ci è bisogno di alzar la tenda.

EUGENIO E non ci è ragione di tenerla calata.

ORAZIO Signor sì, che vi è ragione di tenerla calata, signor sì. Voi altri signori non pensate a quello che penso io. Calate giù quella tenda. (verso la scena)

EUGENIO Fermatevi. (verso la scena) Se si cala la tenda, non ci si vede più, onde per provare le nostre scene, signor capo di compagnia, vi converrà far accender de' lumi.

ORAZIO Quand'è così, sarà meglio alzare la tenda. Tiratela su, che non voglio spendere in lumi. (verso la scena)

EUGENIO Bravo, viva l'economia.

ORAZIO Oh amico caro, se non avessi un poco d'economia, le cose anderebbero in precipizio. I comici non si arrichiscono. Quanti ne acquistano, tanti ne spendono. Felici quelli che in capo all'anno la levano del pari; ma per lo più l'uscita è maggiore dell'entrata.

EUGENIO Vorrei sapere per qual causa non volevate alzare la tenda.

ORAZIO Acciocché non si vedesse da nessuno a provare le nostre scene.

EUGENIO A mezza mattina, chi ha da venire al teatro?

ORAZIO Oh vi sono de' curiosi, che si leverebbero avanti giorno.

EUGENIO La nostra compagnia è stata altre volte veduta, non vi sarà poi tanta curiosità.

ORAZIO Abbiamo de' personaggi nuovi.

EUGENIO È vero; questi non si dee lasciarli vedere alle prove.

ORAZIO Quando si vuol mettere in grazia un personaggio, conviene farlo un poco desiderare, e per farlo comparire, bisogna dargli poca parte, ma buona.

EUGENIO Eppur vi sono di quelli, che pregano i poeti, acciocché facciano due terzi di commedia sopra di loro.

ORAZIO Male, malissimo. Se sono buoni annoiano, se sono cattivi, fanno venir la rabbia.

EUGENIO Ma qui si perde il tempo, e non si fa cosa alcuna. Questi signori compagni non vengono.

ORAZIO L'uso comune de' commedianti, levarsi sempre tardi.

EUGENIO La nostra maggior pena sta nelle prove.

ORAZIO Ma le prove sono quelle, che fanno buono il comico.

EUGENIO Ecco la prima donna.

ORAZIO Non è poco, che sia venuta prima degli altri. Per usanza le prime donne hanno la vanità di farsi aspettare.

SCENA SECONDA

PLACIDA, e detti

PLACIDA Ecco qui; io son la prima di tutti. Queste signore donne non favoriscono? Signor Orazio, se tardano io me ne vado.

ORAZIO Cara signora, siete venuta in questo momento, e di già v'inquietate? Abbiate pazienza; ne ho tanta io; abbiatene un poca voi ancora.

PLACIDA Parmi, che a me si potesse mandarne l'avviso, quando tutti stati fossero ragunati.

EUGENIO (Sentite? Parla da prima donna). (piano ad Orazio)

ORAZIO (Ci vuol politica; convien sofferirla). Signora mia, vi ho pregata a venir per tempo, e ho desiderato, che veniste prima degli altri, per poter discorrere fra voi e me, qualche cosa toccante la direzione delle nostre commedie.

PLACIDA Non siete il capo della compagnia? Voi potete disporre senza dipendere.

ORAZIO Posso disporre, egli è vero, ma ho piacere, che tutti siano di me contenti; e voi specialmente, per cui ho tutta la stima.

EUGENIO (Volete voi dipendere da' suoi consigli?). (piano ad Orazio)

ORAZIO (Questa è la mia massima; ascolto tutti, e poi fo a mio modo). (piano)

PLACIDA Ditemi, signor Orazio, qual'è la commedia, che avete destinato di fare domani a sera?

ORAZIO Quella nuova intitolata: Il Padre rivale del figlio. Ieri abbiamo provato il primo, e il secondo atto, e oggi proveremo il terzo.

PLACIDA Per provarla non ho difficoltà, ma per farla domani a sera, non sono persuasa.

EUGENIO (Sentite? Non l'approva). (piano ad Orazio)

ORAZIO (E che sì, che l'approverà). Qual altra commedia credereste voi, che fosse meglio rappresentare?

PLACIDA Il poeta, che somministra a noi le commedie, ne ha fatte in quest'anno sedici tutte nuove, tutte di carattere, tutte scritte. Facciamone una di quelle.

EUGENIO Sedici commedie in un anno? Pare impossibile.

ORAZIO Sì certamente, egli le ha fatte. Si è impegnato di farle, e le ha fatte.

EUGENIO Quali sono i titoli delle sedici commedie fatte in un anno?

PLACIDA Ve le dirò io: Il teatro comico, I puntigli delle donne, La bottega del caffè, Il bugiardo, L'adulatore, I poeti, La Pamela, Il cavalier di buon gusto, Il giuocatore, Il vero amico, La finta ammalata, La donna prudente, L'incognita, L'avventuriere onorato, La donna volubile, I pettegolezzi delle donne, comedia veneziana.

EUGENIO Fra queste non è la commedia, che abbiamo a fare domani a sera. Non è forse anch'essa del medesimo autore?

ORAZIO Sì, è sua; ma è una picciola farsa, ch'egli non conta nel numero delle sue commedie.

PLACIDA Perché dunque vogliamo fare una farsa, e non più tosto una delle migliori commedie?

ORAZIO Cara signora, sapete pure, che ci mancano due parti serie, un uomo, ed una donna. Questi si aspettano, e se non giungono, non si potranno fare commedie di carattere.

PLACIDA Se facciamo le Commedie dell'Arte, vogliamo star bene. Il mondo è annoiato di veder sempre le cose istesse, di sentir sempre le parole medesime, e gli uditori sanno cosa deve dir l'Arlecchino, prima ch'egli apra la bocca. Per me, vi protesto, signor Orazio, che in pochissime commedie antiche reciterò; sono invaghita del nuovo stile, e questo solo mi piace: dimani a sera reciterò, perché, se la commedia non è di carattere, è almeno condotta bene, e si sentono ben maneggiati gli affetti. Per altro, se non si compie la compagnia, potete anche far di meno di me.

ORAZIO Ma frattanto...

PLACIDA Orsù signor Orazio, sono stata in piedi tanto che basta. Vado nel mio camerino a sedere. Quando si prova, chiamatemi, e dite a coteste signore comiche, che non si avvezzino a far aspettare la prima donna. (parte)

SCENA TERZA

ORAZIO ed EUGENIO

EUGENIO Io crepo dalle risa.

ORAZIO Voi ridete, e io bestemmierei.

EUGENIO Non mi avete detto, che ci vuoi pazienza?

ORAZIO Sì, la pazienza ci vuole, ma il veleno mi rode.

EUGENIO Ecco il Pantalone.

ORAZIO Caro amico, fatemi un piacere, andate a sollecitar le donne.

EUGENIO Volentieri, anderò. Già preveggo di ritrovarle, o in letto, o alla tavoletta. Queste sono le loro principali incombenze, o riposare, o farsi belle. (parte)

SCENA QUARTA

ORAZIO poi TONINO

ORAZIO Ben levato signor Tonino.

TONINO Patron reverito.

ORAZIO Che avete, che mi parete turbato?

TONINO No so, gnanca mi. Me sento un certo tremazzo a torno, che me par d'aver la freve.

ORAZIO Lasciate, ch'io senta il polso.

TONINO Tolè pur, Compare, sappième dir, se el bate a tempo ordinario, o in tripola.

ORAZIO Voi non avete febbre, ma il polso è molto agitato; qualche cosa avete, che vi disturba.

TONINO Saveu cosa, che gh'ho? Una paura, che non so in che mondo che sia.

ORAZIO Avete paura? Di che?

TONINO Caro sior Orazio, buttemo le burle da banda, e parlemo sul sodo. Le commedie de carattere le ha butà sottossora el nostro mistier. Un povero commediante, che ha fatto el so studio segondo l'arte, e che ha fatto l'uso de dir all'improvviso ben o mal quel che vien, trovandose in necessità de studiar, e de dover dir el premedità, se el gh'ha reputazion, bisogna, che el ghe pensa, bisogna, che el se sfadiga a studiar, e che el trema sempre ogni volta, che se fa una nova commedia, dubitando, o de no saverla quanto basta, o de no sostegnir el carattere come xè necessario.

ORAZIO Siamo d'accordo, che questa nuova maniera di recitare esige maggior fatica, e maggior attenzione; ma quanto maggior riputazione ai comici acquista? Ditemi di grazia, con tutte le commedie dell'arte, avreste mai riscosso l'applauso, che avete avuto nell'Uomo Prudente, nell'Avvocato, nei Due gemelli, e in tante altre, nelle quali il poeta si è compiaciuto di preeleggere il Pantalone?

TONINO Xè vero; son contentissimo, ma tremo sempre. Me par sempre, che el sbalzo sia troppo grando, e me recordo quei versi del Tasso:

Mentre ai voli troppo alti e repentini

Sogliono i precipizi esser vicini.

ORAZIO Sapete il Tasso? Si vede, che siete pratico di Venezia, e del gusto di essa quanto al Tasso, che vi si canta quasi comunemente.

TONINO Oh in materia de Venezia, so anca mi de barca menar.

ORAZIO Vi siete divertito in essa da giovine?

TONINO Che cade! Ho fatto un poco de tutto.

ORAZIO Colle belle donne come ve la siete passata?

TONINO

E porto in me di quelle donne istesse

le onorate memorie ancora impresse.

ORAZIO Bravo signor Pantalone; mi piace il vostro brio, la vostra giovialità; spesse volte vi sento cantare.

TONINO Sior sì; co no gh'ho bezzi, canto sempre.

ORAZIO Fatemi un piacere, fino a tanto, che i nostri carissimi signori compagni ci favoriscono di venire, cantatemi una canzonetta.

TONINO Dopo, che ho studià tre ore, volè che canta? Compatime, no ve posso servir.

ORAZIO Già siamo soli, nessuno ci sente.

TONINO In verità, che no posso; un'altra volta ve servirò.

ORAZIO Fatimi questo piacere. Bramo di sentire, se state bene di voce.

TONINO E se stago ben, me voleu farsi far cantar in teatro?

ORAZIO Perché no?

TONINO Voleu, che ve diga? Mi fazzo da Pantalon, e no da musico, e se avesse volesto far da musico, no gh'averia l'incomodo della barba. (parte)

SCENA QUINTA

ORAZIO, poi VITTORIA

ORAZIO Dice così, ma è compiacente. Se farà di bisogno, son certo, ch'ei canterà.

VITTORIA Riverisco il signor Orazio.

ORAZIO Oh, signora Vittoria, vi sono schiavo; voi siete delle più diligenti.

VITTORIA Io faccio sempre volentieri il mio debito, e che ciò sia la verità osservate: siccome la parte, che mi è toccata nella commedia, che oggi si prova, è lunga un dito, ne ho presa un altra in mano, e la vado studiando.

ORAZIO Bravissima, così mi piace. Di che commedia è la parte, che avete in mano?

VITTORIA Questa è la parte di Cate nella Putta onorata.

ORAZIO Ah, ah! vi piace quel caratterino di pelarina?

VITTORIA Sulla scena sì, ma fuori della scena no.

ORAZIO Eh! o poco, o molto, le donne pelano sempre.

VITTORIA Una volta pelavano, ma adesso son finiti i pollastri.

ORAZIO E pure si vede anche adesso dei giovanotti pelati fino all'osso.

VITTORIA Sapete perché? Ve lo dirò io. Prima di tutto perché le penne son poche, poi una penna al giuoco, un'altra alla crapola, una ai teatri, una ai festini; per le povere donne non restano che le piccole penne matte, e qualche volta tocca a noi altre a rivestire cotesti poveri spennacchiati.

ORAZIO Voi ne avete mai rivestito alcuno?

VITTORIA Oh, io non son gonza.

ORAZIO Certo, che saprete il fatto vostro; siete commediante.

VITTORIA So il fatto mio quanto basta per non lasciarmi infinocchiare, per altro circa l'essere commediante, vi sono di quelle, che non girano il mondo; vi sono delle casalinghe, che ne sanno cento volte più di noi.

ORAZIO Sicché dunque per esser furba, basta esser donna.

VITTORIA È vero, ma sapete perché, le donne son furbe?

ORAZIO Perché?

VITTORIA Perché gli uomini insegnano loro la malizia.

ORAZIO Per altro, se non fossero gli uomini, sareste innocentissime.

VITTORIA Senza dubbio.

ORAZIO E noi saremmo innocenti se non foste voi altre donne.

ORAZIO Eh galeotti maledetti!

ORAZIO Eh streghe indiavolate!

VITTORIA Orsù, signor Orazio, cosa facciamo? Si prova, o non si prova?

ORAZIO Mancano ancora le signore donne, l'Arlecchino, e il Brighella.

SCENA SESTA

ANSELMO, e detti

ANSELMO Brighella l'è qua per servirla.

ORAZIO Oh bravo.

ANSELMO Son stà fin adesso a discorrer con un poeta.

ORAZIO Poeta? Di qual genere?

ANSELMO Poeta comico.

VITTORIA È un certo signor Lelio?

ANSELMO Giusto el sior Lelio.

VITTORIA È stato anche a trovar me, e subito che l'ho veduto, l'ho raffigurato per poeta.

ORAZIO Per qual ragione?

VITTORIA Perché era miserabile, e allegro.

ORAZIO Da questi segni l'avete raffigurato per poeta?

VITTORIA Sì, signore. I poeti a fronte delle miserie, si divertiscono colle Muse, e stanno allegri.

ANSELMO Oh ghe n'è dei altri, che fa cusì.

ORAZIO E quali sono?

ANSELMO I commedianti.

VITTORIA È vero, è vero; anch'essi, quando non hanno danari, vendono e impegnano per star allegri.

ANSELMO Ghe n'è de quei, che i è pieni de cucche, e i va intrepidi come paladini.

ORAZIO Perdonatemi, signori miei, fate torto a voi stessi parlando così. In tutta l'arte comica vi saranno pur troppo de' malviventi; ma di questi il mondo è pieno, e in tutte le arti qualcheduno se ne ritrova. Il vero comico deve essere, come tutti gli altri onorato, deve conoscere il suo dovere, e deve essere amante dell'onore, e di tutte le morali virtù.

ANSELMO El comico pol aver tutte le virtù, fora d'una.

ORAZIO E qual'è quella virtù, che non può avere?

ANSELMO L'economia.

VITTORIA Appunto come il poeta.

ORAZIO Eppure, se vi è nessuno, che abbia bisogno dell'economia, il recitante delle commedie dovrebbe essere quegli; perché essendo l'arte comica soggetta a infinite peripezie, l'utile è sempre incerto, e le disgrazie succedono facilmente.

ANSELMO Sto poeta lo volemio sentir?

ORAZIO Noi non ne abbiamo bisogno.

ANSELMO N'importa; sentimolo per curiosità.

ORAZIO Per semplice curiosità non lo sentirei. Degli uomini dotti dobbiamo aver rispetto. Ma perché voi me lo proponete, lo sentirò volentieri: e se averà qualche buona idea, non sarò lontano dall'accettarla.

VITTORIA E il nostro autore non se l'avrebbe a male?

ORAZIO Niente. Conosco il suo carattere. Egli se l'avrebbe a male se cotesto signor Lelio volesse strapazzare i componimenti suoi, ma se sarà un uomo di garbo, e un savio e discreto critico, son certo, che gli sarà buon amico.

ANSELMO Donca lo vado a introdur?

ORAZIO Sì, e fatemi il piacere d'avvisare gli altri, acciocché si trovino tutti qui a sentirlo. Ho piacere, che ognuno dica il suo sentimento. I commedianti, ancorché non abbiano l'abilità di comporre le commedie, hanno però bastante cognizione per discernere le buone dalle cattive.

ANSELMO Sì, ma gh'è de quelli, che pretende giudicar della commedia dalla so parte. Se la parte l'è breve, i dise, che la commedia l'è cattiva, ognun vorria esser in grado de far la prima figura, e el comico giubila, e gode, col sente le risade, e le sbattude de man.

Poiché se el popol ride, e lieto applaude

el comico sarà degno di laude. (parte)

SCENA SETTIMA

ORAZIO e VITTORIA

ORAZIO Ecco i soliti versi. Una volta tutte le scene si terminavano così.

VITTORIA È verissimo; tutti i dialoghi si finivano in canzonetta. Tutti i recitanti all'improvviso diventavano poeti.

ORAZIO Oggidì essendosi rinnovato il gusto delle commedie, si è moderato l'uso di tali versi.

VITTORIA Gran novità si sono introdotte nel teatro comico!

ORAZIO Pare a voi, che chi ha introdotto tali novità abbia fatto più male, o più bene?

VITTORIA Questa è una quistione, che non è per me. Ma però vedendo, che il mondo vi applaudisce, giudico, che avrà fatto più bene, che male. Vi dico ciò non ostante, che per noi ha fatto male, perché abbiamo da studiare assai più, e per voi ha fatto bene, perché la cassetta vi frutta meglio.(parte)

SCENA OTTAVA

ORAZIO poi GIANNI

ORAZIO Tutti fanno i conti sulla cassetta, e non pensano alle gravi spese, che io ho! Se un anno va male, addio signor capo. Oh ecco l'Arlecchino.

GIANNI Signor Orazio, siccome ho l'onore di favorirla colla mia insufficienza, così son venuto a ricever l'incomodo delle so grazie.

ORAZIO Viva il signor Gianni. (No so se parli da secondo zanni, o creda di parlar bene).

GIANNI Mi hanno detto, ch'io venga allo sconcerto, e non ho mancato, anzi ero in una bottega, che bevevo il caffè, e per far presto, ho rotto la chicchera per servirla...

ORAZIO Mi dispiace d'essere stato cagione di questo male.

GIANNI Niente, niente, Post factum nullum consilium.

ORAZIO (È un bell'umore davvero). Mi dica, signor Gianni, come gli piace Venezia?

GIANNI Niente affatto.

ORAZIO No! Perché?

GIANNI Perché ieri sera son cascado in canale.

ORAZIO Povero signor Gianni, come ha fatto?

GIANNI Vi dirò: siccome la navicella...

ORAZIO Ma ella parla toscano?

GIANNI Sempre a rotta de collo.

ORAZIO Il secondo zanni non deve parlar toscano.

GIANNI Caro signor, la me diga, in che linguaggio parla el secondo zane?

ORAZIO Dovrebbe parlare bergamasco.

GIANNI Dovrebbe! Lo so anch'io dovrebbe. Ma come parla?

ORAZIO Non lo so nemmen io.

GIANNI Vada dunque a imparare come parlano gli Arlecchini, e poi venga a correggere noi. La lara, la lara. (canticchiando con brio)

ORAZIO (Fa ridere ancora me). Ditemi un poco, come avete fatto a cadere in acqua?

GIANNI In tel smontar da una gondola, ho messo un piede in terra, e l'altro sulla banda della barca. La barca s'ha slontanà dalla riva, e mi de bergamasco son diventà venezian.

ORAZIO Signor Gianni, domani a sera bisogna andar in scena colla commedia nuova.

GIANNI Son qua, muso duro, fazza tosta, gnente paura.

ORAZIO Arriccordatevi, che non si recita più all'antica.

GIANNI E nu reciteremo alla moderna.

ORAZIO Ora si è rinnovato il buon gusto.

GIANNI El bon, el piase anca ai bergamaschi.

ORAZIO E gli uditori non si contentano di poco.

GIANNI Vu fè de tutto per metterme in suggezion, e no farè gnente. Mi fazzo un personaggio, che ha da far rider, se ho da far rider i altri, bisogna prima, che rida mi, onde no ghe vòi pensar. La sarà co la sarà, d'una cosa sola pregherò, supplicherò la mia carissima, la mia pietosissima udienza, per carità, per cortesia, che se i me vol onorar de qualche dozena de pomi, in vece de crudi, che i li toga cotti.

ORAZIO Lodo la vostra franchezza. In qualche altra persona potrebbe dirsi temerità, ma in un Arlecchino, il quale, come dite voi, deve far ridere, questa giovialità, questa intrepidezza è un bel capitale.

GIANNI Audaces fortuna iuvat, timidosque, con quel che segue.

ORAZIO Tra poco devo sentire un poeta, e poi voglio, che proviamo qualche scena.

GIANNI Se volì un poeta, son qua mi.

ORAZIO Siete anche poeta?

GIANNI Eccome!

Anch'io de' pazzi ho il triplicato onore.

Son poeta, son musico, e pittore. (parte)

ORAZIO Buono, buono. Mi piace assai. In un Arlecchino anche i versi son tollerabili. Ma cotesti signori non vengono. Anderò io a sollecitargli. Gran pazienza ci vuole a far il capo di compagnia. Chi non lo crede provi una settimana, e protesto, che gliene anderà via subito la volontà. (parte)

SCENA NONA

BEATRICE e PETRONIO

BEATRICE Via signor Dottore favoritemi, andiamo. Voglio che siate voi il mio cavaliere servente.

PETRONIO Il Cielo me ne liberi.

BEATRICE Per qual cagione?

PETRONIO Perché in primo luogo, io non son così pazzo che voglia assoggettarmi all'umore stravagante di una donna. In secondo, perché se volessi farlo, lo farei fuori di compagnia, ché chi ha giudizio porta la puzza lontano da casa; e in terzo luogo, perché con lei farei per l'appunto la parte dal Dottore nella commedia intitolata: La Suocera e la Nuora.

BEATRICE Che vuol dire?

PETRONIO Per premio della mia servitù, non potrei attendere altro, che un bicchier d'acqua nel viso.

BEATRICE Sentite, io non bado a queste cose. Serventi non ne ho mai avuto, e non ne voglio, ma quando dovessi averne, gli vorrei giovani.

PETRONIO Le donne s'attaccano sempre al loro peggio.

BEATRICE Non è mai peggio quello che piace.

PETRONIO Non s'ha da cercar quel che piace, ma quel che giova.

BEATRICE Veramente non siete buono da altro, che da dar buoni consigli.

PETRONIO Io son buono per dargli, ma ella a quanto veggo non è buona da ricevergli.

BEATRICE Quando sarò vecchia, gli riceverò.

PETRONIO Principiis obsta; sero medicina paratur.

SCENA DECIMA

EUGENIO, ORAZIO, ROSAURA e detti

BEATRICE Buon giorno, signora Placida.

PLACIDA Riverisco la signora Beatrice.

BEATRICE Come sta? Sta bene?

PLACIDA Benissimo per servirla. Ed ella come sta?

BEATRICE Eh così, così! Un poco abbattuta dal viaggio.

PLACIDA Oh! gran patimenti sono questi viaggi!

BEATRICE Mi fanno ridere quelli che dicono, che noi andiamo a spasso, a divertirci pel mondo.

PLACIDA Spasso eh? Si mangia male, si dorme peggio, si patisce ora il caldo, e ora il freddo. Questo spasso lo lascierei pur volentieri.

ORAZIO Signore mie, hanno terminato i loro complimenti?

PLACIDA I miei complimenti gli finisco presto.

BEATRICE Io pure non m'ingolfo colle cerimonie.

ORAZIO Sediamo dunque. Servitori, dove siete. Portate da sedere. (i servitori portano le sedie, tutti siedono; le donne stanno vicine) Or ora sentiremo un poeta nuovo.

PLACIDA Lo sentirò volentieri.

EUGENIO Eccolo, che viene.

PETRONIO Poverino! È molto magro.

SCENA UNDICESIMA

LELIO, e detti

LELIO Servitor umilissimo a loro signori. (tutti lo salutano) Mi favoriscano di grazia; qual è di queste signore la prima donna?

ORAZIO Ecco qui la signora Placida.

LELIO Permetta, che con tutto il rispetto eserciti un atto del mio dovere. (le bacia la mano)

PLACIDA Mi onora troppo, signore io non lo merito.

LELIO Ella, signora, è forse la seconda donna?. (a Beatrice)

BEATRICE Per servirla.

LELIO Permetta, che ancora seco... (come sopra)

BEATRICE No certamente. (la ritira)

LELIO La supplico... (torna a provare)

BEATRICE Non s'incomodi. (come sopra)

LELIO È mio debito. (gliela bacia)

BEATRICE Come comanda.

ORAZIO Questo poeta è molto cerimonioso. (a Eugenio)

EUGENIO I poeti colle donne sono quasi tutti così. (ad Orazio)

ORAZIO Ella dunque è il signor Lelio, celebre compositore di commedie, non è così?

LELIO A' suoi comandi. Chi è V. S. se è lecito di saperlo?

ORAZIO Sostengo la parte di primo amoroso, e sono il capo della compagnia.

LELIO Lasci dunque, che eserciti seco gli atti del mio rispetto. (Lo riverisce con affettazione)

ORAZIO La prego non s'incomodi. Eh là, dategli da sedere.

LELIO Ella mi onora con troppa bontà. (i servi portano una sedia, e partono)

ORAZIO S'accomodi.

LELIO Ora, se mi permette anderò vicino a queste belle signore.

ORAZIO Ella sta volentieri vicino alle donne.

LELIO Vede bene. Le Muse son femmine. Viva il bel sesso. Viva il bel sesso.

PETRONIO Signor poeta, gli son servitore.

LELIO Schiavo suo. Chi è ella, mio padrone?

PETRONIO Il Dottore, per servirla.

LELIO Bravo, me ne rallegro. Ho una bella commedia fatta per lei.

PETRONIO Com'è intitolata?

LELIO Il Dottore ignorante.

PETRONIO Mi diletto anch'io sa ella di comporre, ed ho fatto ancor io una commedia.

LELIO Sì? Com'è intitolata?

PETRONIO Il Poeta matto.

LELIO Viva il signor Dottore. Madama, ho delle scene di tenerezza, fatte apposta per voi, che faranno piangere non solo gl'uditori, ma gli scanni stessi. (a Placida) Signora, ho per voi delle scene di forza, che faranno battere le mani anco ai palchi medesimi. (a Beatrice)

EUGENIO (Piangere li scanni, battere le mani a' palchi. Questo è un poeta del Seicento).

ORAZIO Ci favorisca di farci godere qualche cosa di bello.

LELIO Questa è una commedia a soggetto, che ho fatta in tre quarti d'ora.

PETRONIO Si può ben dire, che è fatta precipitevolissimevolmente.

LELIO Senta il titolo. Pantalone padre amoroso, con Arlecchino servo fedele, Brighella mezzano per interesse, Ottavio economo in villa, e Rosaura delirante per amore. Ah, che ne dite? È bello? Vi piace? (alle donne)

PLACIDA È un titolo tanto lungo, che non me lo ricordo più.

BEATRICE È un titolo che comprende quasi tutta la compagnia.

LELIO Questo è il bello; far che il titolo serva d'argomento alla commedia.

ORAZIO Mi perdoni, signor Lelio. Le buone commedie devono avere l'unità dell'azione; uno deve essere l'argomento, e semplice deve essere il loro titolo.

LELIO Bene. Meglio è abbondare, che mancare. Questa commedia ha cinque titoli, prendete di essi qual più vi piace. Anzi fate così, ogni anno che tornate a recitarla, mutate il titolo, e averete per cinque anni una commedia, che parerà sempre nuova.

ORAZIO Andiamo avanti. Sentiamo come principia.

LELIO Ah Madama, gran piacere proverò io, se avrò l'onore di scrivere qualche cosa per voi. (a Placida)

PLACIDA Mi dispiace, ch'io le farò poco onore.

LELIO Quanto mi piace la vostra idea! Siete fatta apposta per sostenere il carattere di una bellezza tiranna. (a Beatrice)

BEATRICE Il signor poeta mi burla.

LELIO Lo dico con tutto il core.

PETRONIO Signor poeta, di grazia, ha ella mai recitato?

LELIO Ho recitato nelle più celebri accademie d'Italia.

PETRONIO Mi pare, che V. S. sia fatto appunto per le scene di caricatura.

ORAZIO E così, signore si può sentire questo soggetto?

LELIO Eccomi, subito vi servo: Atto primo. Strada. Pantalone, e Dottore. Scena d'amicizia.

ORAZIO Anticaglia, anticaglia.

LELIO Ma di grazia ascoltatemi. Il Dottore chiede la figlia a Pantalone.

EUGENIO E Pantalone gliela promette.

LELIO Bravo, è vero. E Pantalone gliela promette. Il Dottore si ritira. Pantalone picchia, e chiama Rosaura.

ORAZIO E Rosaura viene in istrada.

LELIO Sì signore; e Rosaura viene in istrada.

ORAZIO Con sua buona grazia, non voglio sentir altro.(s'alza)

LELIO Perché? Cosa c'è di male?

ORAZIO Questa enorme improprietà di far venire le donne in istrada, è stata tollerata in Italia per molti anni con iscapito del nostro decoro. Grazie al Cielo l'abbiamo corretta, l'abbiamo abolita, e non si ha più da permettere sul nostro teatro.

LELIO Facciamo così. Pantalone va in casa della figlia, e il Dottor resta.

ORAZIO E frattanto che Pantalone sta in casa, cosa deve dire il Dottore?

LELIO Mentre Pantalone è in casa, il Dottore... dice quel, che vuole. In questo, sentite. In questo Arlecchino servo del Dottore viene pian piano, e dà una bastonata al padrone.

ORAZIO Oibò, oibò sempre peggio.

PETRONIO Se il poeta facesse da Dottore, il lazzo anderebbe bene.

ORAZIO Che il servo bastoni il padrone è una indignità. Purtroppo è stato praticato da' comici questo bel lazzo, ma ora non si usa più. Si può dare maggior inezia? Arlecchino bastona il padrone, e il padrone lo soffre perché è faceto? Signor poeta, se non ha qualche cosa di più moderno, la prego, non s'incomodi più oltre.

LELIO Sentite almeno questo dialogo.

ORAZIO Sentiamo il dialogo.

LELIO Dialogo primo. Uomo prega, donna scaccia. (Uomo) Tu sorda più del vento, non odi il mio lamento? (Donna) Olà, vammi lontano, insolente qual mosca, o qual tafano. (Uomo) Idolo mio diletto...

ORAZIO Non posso più.

LELIO Abbiate compassione...

ORAZIO Andategli a cantar sul colascione. (parte)

LELIO (Donna) Quanto più voi mi amate, tanto più mi seccate. (Uomo) Barbaro cuore ingrato.

EUGENIO Anch'io signor poeta, son seccato. (parte)

LELIO (Donna) Va' pure amante insano, già tu mi preghi invano. (Uomo) Sentimi o Donna o Dea.

PETRONIO Oh, mi ha fatto venir la diarrea. (parte)

LELIO (Donna). Fuggi vola sparisci. (Uomo) Fermati, o cruda Arpia.

BEATRICE Vado via, vado via. (parte)

LELIO Non far di me strapazzo.

PLACIDA Signor Poeta mio, voi siete pazzo. (parte)

LELIO (Donna) Non sperar da me pietà, che pietà di te non ho. (Uomo) Se pietà da te non ho, disperato morirò. Come! tutti si sono partiti? Mi hanno piantato? Così scherniscono un uomo della mia sorta? Giuro al Cielo mi vendicherò. Farò loro vedere chi sono. Farò recitare le mie commedie a dispetto loro, e se altro luogo non troverò per esporle, le farò recitar sopra un banco in piazza da una compagnia di valorosissimi cerretani. Chi sono costoro, che pretendono tutto a un tratto di rinnovare il teatro comico? Si danno ad intendere per aver esposto al pubblico alcune commedie nuove di cancellare tutte le vecchie? Non sarà mai vero, e con le loro novità, non arriveranno mai a far tanti danari, quanti ne ha fatti per tanti anni il gran Convitato di Pietra. (parte)

  

  

Edizione HTML a cura di: [email protected] Ultimo Aggiornamento: 17/07/05 21.20